Un’ alba e mezza sera

Madrid

È presto, è una mattina limpida e fredda, un sole grande, rossastro e freddo si riflette nitido sulle grandi vetrate dell’ aeroporto, abbagliandomi piuttosto gradevolmente.

È Madrid, stavolta, ma potrebbe essere qualsiasi altro posto, la sensazione di déjà vu può attingere a piacimento da un database di innumerevoli analoghe mattine in altresì innumerevoli aeroporti, aspettando coincidenze o voli di ritorno spesso ad orari assai più obiettabili di questo. Ripetizioni ad libitum di questa medesima incongrua percezione di tempo sospeso, cambiano i Paesi, le facce, gli abiti indossati, le lingue parlate, cambiano (poco) le preoccupazioni, cambiano (non poco, ormai) gli anni trascorsi transitando in non luoghi di mezzo mondo.

Quanto sia cambiato anch’ io è più difficile da dire, naturalmente, la percezione interiore del trascorrere del tempo poco ha a che vedere con la realtà, è una percezione fatta di lunghi pianori dove non succede quasi nulla ed improvvisi salti o gradini, in cui qualcosa di importante invece accade, cambia o si spezza.

È una condizione sospesa, quella di oggi, o almeno così mi appare, come sul bordo di una frattura incipiente, in bilico prima di un salto, che sia all’ indietro verso una condizione conosciuta, oppure in avanti verso un nuovo pianoro inesplorato, questo ancora non si sa.

Il tassista aveva una voglia di parlare come raramente accade la mattina così presto e così correndo, parlando e ascoltando musica alla radio penso che lui di sicuro la colazione l’ ha fatta ed io invece no, nemmeno un bar aperto. Perlomeno stanotte ho dormito il minimo sindacale di ore, il che a Madrid non sempre è dato, tanto che mi sono dovuto inventare qualcosa per riuscirci. I ristoranti prima dalle nove nemmeno aprono, l’ avvio della cena si stabilizza intorno alle dieci ed il ritorno in albergo sempre abbondantemente oltre il cambio di data. Facendomi forte del generoso pranzo offertomi dai non sempre generosi partners (Anchoas del Cantabrico e Calamares en su tinta, per i più precisi ) ho rinunciato alla cena contro-offrendo un aperitivo. Olé.

E allora tapas.

Tapas in un bar tradizionale che più tradizionale non si può, tradizionale però vero, non trappola per turisti, un bar da aperitivi che – nonostante ciò – alle otto e mezza è ancora mezzo vuoto.

Jamòn iberico, chorizo, huevos estrellados, e via tapando, a che serve la cena ? Serve giusto un digestivo, semmai, quello che qui chiamano Orujo de hierbas, un liquore fatto con la grappa (pardon, l’ aguardiente), dolce e dorato che ricorda un po’ il nostro Strega. Lo so che molti inarcheranno il sopracciglio, ma a me questa roba piace, senza contare che si è dimostrato capace di cacciare giù qualsiasi genere di tapa, sanguinaccio compreso (capita, eccome se capita…), che si possa ritrovare nel piatto. Legittima difesa, insomma, che la cucina locale non ama le mezze misure.

Bar, tapas e notte madrilena (neppure iniziata a dire il vero, diciamo mezza sera) che appaiono già lontani e remoti di fronte a questa gloriosa mattina di sole riflesso dalle vetrate e, oltre le vetrate, dalla neve sulle alture circostanti, presagio delle Alpi che seguiranno, in questa ennesima mattina di ordinario, assai precario, ritorno.

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Il suono del silenzio – Reloaded

erna 17-11-13

“Hello darkness, my old friend, I’ ve come to talk with you again”

Così cantavano Simon & Garfunkel un’ era geologica fa, quando i dinosauri si credevano giovani e lo sticker orgogliosamente proclamava “Underground Music !”. Figuriamoci, buona per fare il remake di “Cocoon”, quella “underground music” oggi.  Ma la radio stamattina la passa e dunque sorvoliamo.

“I’ ve come to talk with you again” mi piacerebbe dirlo oggi a questa testarda e paziente montagna, così vicina, così accessibile, nemmeno tanto alta, quasi banale, quella che normalmente sarebbe solo una camminata di due ore ma per vari motivi invece è un ritorno.

“I’ ve come to talk with you again” perché salire è sempre un parlare, anche se sei da solo, e spesso da soli anche di più, perché parlare non è necessariamente pronunciare parole a voce alta, quello serve soprattutto quando non ci si capisce, e non è questo il caso. E neppure “darkness” è tanto il caso, anzi, è tutto il contrario, qui oggi la luce è nitida e trasparente come certe giornate novembrine sanno regalare a sorpresa, e sarà merito di San Martino o dell’ estate indiana, in fondo non importa.

ciclaminiÈ tutto luce, qui oggi, ombre e chiaroscuri ed improvvisi scoppi di colore, vuoi un agrifoglio prenatalizio oppure un ciclamino nascosto negli anfratti umidi ed ombrosi vicino a una sorgente. È tutto tranne che buio, il buio è rimasto a valle, nel cuore della notte o nella notte del cuore, quella a cui tento di porre un precario rimedio.

“Silence like a cancer grows” . Laggiù, forse, nel buio della note e del cuore da cui provengo. Li’, forse il silenzio cresce come un cancro, o un cancro cresce nel silenzio. Qui no. Qui il silenzio non è malattia, niente affatto, qui il silenzio semmai è cura. E non è nemmeno silenzio, a volerla dire tutta, perché se ti fermi ad ascoltare senti l’ acqua che scorre, l’ aria che si muove, le foglie che si agitano, piccole creature che zampettano o sfrecciano. Lo star bene non è mai un vero silenzio.

No one dares / disturb the sound of silence”. Nessuno osa disturbare il silenzio, chi arriva, parla poco oppure tace e ascolta, qui. È un silenzio luminoso contro il silenzio buio e cattivo della notte, degli uomini, il silenzio di una natura che è e che sarà, al di là del bene e del male perché, semplicemente, prima del bene e del male, e di ogni concetto. Inconsapevole, senza passato e futuro che non siano il ritmo ciclico delle stagioni. Natura che è, e tanto gli basta, e per una volta vorrei che bastasse anche a me, seduto al sole gentile di questa stagione, vorrei che mi bastasse questo essere inconsapevole, prima dei concetti, come un elisir salvifico.

Da quassù, la città è possibile vederla, volendo, e persino, a concentrarsi, ascoltarne l’ eco lontanissima. È il luogo del buio, da qui lo capisci bene, della notte e del desiderio. La natura è eterno presente, invece, e così anche eterno passato ed eterno futuro, sì, futuro, l’ etimologia non mente e “natura” viene dal participio futuro di “nascere”, è promessa di generazione a dispetto di tutto, per quanto infestanti e devastanti noi uomini non riusciremo a togliere il futuro dal participio, ma semmai a togliere noi da quel futuro participio, rendendo l’ ambiente inadatto a sostenerci. Lei, la natura sopravvivrà persino alla nostra follia, statene pur certi.

Ma noi  non ci saremo”.

Questa però è un’ altra canzone.

Alleggerendosi

“La’ dove le cose hanno la loro origine, la’ hanno anche il loro dissolvimento secondo necessita’; infatti esse pagano l’ un l’ altra la pena e l’ espiazione dell’ ingiustizia secondo l’ ordine del tempo”.

Anassimandro

 

È come se fosse venuta meno, da qualche tempo, l’ urgenza dello scrivere, così come diverse altre urgenze. È una sorta di ritrarsi, come basato sulla crescente cognizione della inesorabile vanità del tutto e dell’ insensata fatica del vivere. Qualcuno lo ha percepito.

Tengo desti i molti interessi, alimento curiosità ed argomenti, ma nella cornice complessiva di una crescente consapevolezza della complessiva mancanza di senso, di una rassegnazione all’ inutilità quasi ontologica, metafisica, di questa fatica.

Il percorso davanti mi si delinea sempre più in una prospettiva di astinenza, che si manifesta come uno svuotamento, che è al tempo stesso un alleggerimento. Molti dei pesi caricati nel corso della vita appaiono privi di un autentico contenuto di valore, ed è il momento invece di mutare verso una riduzione della zavorra,  perché questo è il tono che si addice a questa fase.

Meno cibo è abbastanza, è un dato di fatto, questo, il poco basta, il metabolismo chiede meno. L’ astinenza rende lucidi e più desti, l’ ottundente sazietà non attrae più come talvolta in passato. Le difficoltà digestive favoriscono indubbiamente  il processo. Gli asceti saranno stati tutti dispeptici ?

Meno e meglio, l’ esperienza semmai aiuta a scegliere, almeno quello, la fase dell’ esplorazione famelica e quantitativa è trascorsa ed ha perso la sua attrattiva, quello che affascina adesso è la possibilità di esercitare l’ arte sottile della distinzione, giocare sugli aspetti sottili della selezione.

Ciò che sopravvive al trascorrere degli anni è un distillato di ciò che si è assorbito ed elaborato nel tempo, filtrato attraverso l’ esperienza ed il disincanto. Nulla più appare urgente, tutto può attendere affinché sia operata una scelta paziente e saputa. Non ha senso cercare di aumentare ancora il bagaglio, è più opportuno selezionare nel bagaglio stesso ciò che è radicalmente proprio, da tenere con sé in quanto indispensabile al carattere. Da portare sull’ isola deserta.

Il punto irrimediabilmente debole di tutto ciò è il desiderio che rifiuta il governo, così come lo ha sempre rifiutato. Il desiderio che no, non invecchia e non s’ arrende, e che si può solo sperare, alla bell’ e meglio, di governare. Servirebbe la condivisione, l’ amicizia vera, per esercitare nel confronto e nell’ affinità un tale esercizio selettivo, secondo scale di valori e canoni di riferimento tutti da rivalidare.  Ed invece, pare che nel bagaglio qualcosa di così essenziale venga a mancare.

L’ urgenza compulsiva, la velocità e voracità che non tolleravano lacci e pastoie non hanno dato spazio alla disponibilità, all’ ascolto, alla presa in carico, all’ alimentare necessari rapporti in un vivere frenetico e desiderante.

Tutto si tiene e tutto si paga, nell’ ordine supremo delle cose, come sapeva Anassimandro. Secondo l’ ordine inesorabile del tempo.

Quelli che scrivono


Quelli che scrivono anche a occhi chiusi.

Quelli che quando si sentono vivi la prima cosa è trovare parole nuove per raccontare.

Quelli che scrivono quando sono disperati, distillando le parole con l’alambicco del dolore.

Quelli che scrivono le nostalgie come se stessero facendo l’amore.

Quelli che quando non scrivono non è perché basta fare piovere parole per raccontare la pioggia.

Quelli che scrivono sono un po’ come i ragazzi che si amano, non ci sono per nessuno.

Quelli che scrivono, quando si scrivono, vivono le pagine non scritte dei libri.

 Sono tutto quello che succede dopo l’ultima pagina.

(by La Poetessa Rossa)

 

Quelli che scrivono non lo fanno per convenienza, spendono tempo e fatica, a fondo perduto.

Quelli che scrivono non sono narcisi e non adorano se stessi, benché, ammettiamolo, siano talvolta un po’ autocentrati.

Quelli che scrivono sono spesso in equilibrio, precario e traballante, troppe chiusure e poche aperture. Costruiscono mondi dalle fondamenta piccolissime, inadatte a sostenere tanto peso, fondamenta che sembrano persino restringersi col tempo, ritirarsi mentre la costruzione procede. Quelli che scrivono fanno torri sbilenche.

Quelli che scrivono sono abituati a silenzi prolungati, si commuovono alla dolcezza, sono abbagliati come chi è stato a lungo nell’ oscurità. Quelli che scrivono hanno menti surriscaldate e gole disseccate, vedono talvolta miraggi nel deserto.

Ogni cosa va verso il basso, affetta da una “gravitas” che la trascina verso il centro della Terra, è questa la natura del mondo. Le parole invece no, quelle non cadono, vanno verso l’ alto, si irradiano dal centro, si oppongono al mondo, è questa la natura delle parole.

Quelli che scrivono secernono parole che vanno verso l’ alto e verso l’ esterno, tentacoli, o mani protese.

Quelli che scrivono cercano di non implodere.

Contatti

Le vite si dispiegano nello spazio della realtà lungo traiettorie complesse ed irregolari, ciascuna a modo suo, spinte dalla necessità, dalle circostanze o più raramente da qualche inclinazione interna propria a ciascuna.

Nel percorrere le loro imprevedibili o talvolta prevedibilissime traiettorie, le vite a volte si sfiorano, entrano in contatto per un breve periodo prima di separarsi nuovamente, altre volte invece si attaccano l’ una all’ altra per un tempo più lungo, a volte persino rimangono attaccate.

Nel toccarsi e separarsi, certe vite sembrano a volte rincorrersi, cercarsi, mostrano strane attrazioni il più delle volte inconsapevoli. Può persino accadere che solo nel momento di un nuovo incontro, solo quando le traiettorie di nuovo si intersecano, solo allora si rendono conto di essersi a lungo cercate. Il che, naturalmente, non comporta alcunché, né impedirà loro di staccarsi nuovamente se a questo dovesse portare il gioco del caso, delle circostanze o delle inclinazioni.

Di questo conserveranno però memoria, come una sorta di sigillo, un’ impronta speciale e permanente che a volte, rare volte, le anime, senza intenzione o consapevolezza, incidono  le une sulle altre.

E’ un privilegio e non lo sanno.

Al canto del gallo

Mi sveglio all’ alba, anche prima, per motivi che non riconosco. Lascio il letto e mi aggiro per casa, in una condizione di sensibilità esaltata dall’ assenza di stimoli esterni. Poche macchine per strada, e ciascuna si staglia contro lo sfondo del silenzio come se fosse un’ ombra cinese proiettata su di un fondale candido.

La pendola nella sala, la pendola del nonno, assume un ruolo da protagonista, il ticchettio sembra fatto di colpi di martello ed il rintocco delle ore e mezze ore pare levarsi come quello di campane d’ un duomo medievale. Il contrasto col silenzio del mondo esalta ogni minimo suono, rumore, scricchiolio, ogni fruscio ed ogni sibilo. Puoi toccare ogni rumore come vedere le stelle in una notte serena in alta montagna, sapendo che sono lì dove sono sempre state, ma com’ erano soffocate dall’ eccesso di luci, non le si vedeva in pianura.

E mi viene anche da pensare a quanti simili eccessi ottundono i sensi ed inebetiscono le percezioni, anestetizzando la capacità di distinguere, isolare, riconoscere, una sorta di deprivazione cercata, voluta, perseguita rende giustizia alla ricchezza attraverso la povertà, esalta i sapori del mondo, riabitua alle distinzioni, al riconoscere le differenze.

Suoni isolati, distinti, enumerabili prendono il posto di un rumore di fondo inconoscibile ed insapore. Impoverirsi per arricchirsi, sembra una contraddizione ma non lo è, almeno stamattina.

In questo silenzio prima dell’ alba, mentre in lontananza si ode distintamente un gallo cantare, da insonne mi sento ricco.

Il/limitato

illimite

Volevo provare i confini della realtà, volevo vedere a che punto potevo arrivare. Tutto qui, solo curiosità.

Jim Morrison

 

Il limite non è chiusura, ma apertura, esiste più che altro come stimolo intellettuale, o fisico. Il limite è una provocazione, un punto di sfida alla curiosità. Ogni porta chiusa rappresenta un invito ad aprirla.

Eccoti in riva al mare, sul bagnasciuga. Hic sunt leones. Nec plus ultra. Non proseguire oltre, fermati, questo è il tuo limite. Cosa rappresenta questo se non uno stimolo irresistibile a proseguire ? Cosa c’è dall’ altra parte ? E perché mai non dovrei andarci ?

Come dinanzi ad ogni porta chiusa, la sfida consiste nel trovare la chiave, oppure il modo di scardinare, e la motivazione, semplicemente, nel cercare di sapere cosa c’è dall’ altra parte.

Non siamo animali stanziali, non lo siamo mai stati se non nell’ ultimo, brevissimo insignificante periodo della cosiddetta civiltà, un battito di ciglia nella storia di una specie umana che invece ha sempre trovato il senso del proprio destino nell’ esplorazione, cioè nel viaggio. Animali migratori che si fanno domande, bestie curiose in cerca di scoperte, tastando il limite giusto per avere un motivo, qualcosa da superare, uno stimolo ad escogitare, a produrre, a creare.

Creare è produrre qualcosa dal nulla, giusto, ma allora per fare questo prima occorre sentire che ciò che c’è non basta, occorre una mancanza ed un desiderio. Ci vuole una porta chiusa, insomma, che è la domanda perfetta. La curiosità è mancanza, desiderio e stimolo, frusta e sperone.

Può diventare ossessione ?

È questo, proprio questo, il punto. Superare un limite per il gusto di superarlo, per la gioia dell’appagamento, per vedere cosa c’è di là, produce assuefazione, e dipendenza. Superata una porta chiusa subito si va alla ricerca di un’ altra, e poi un’ altra ancora, è questa la dipendenza. E la nuova sfida deve rilanciare, alzare il livello, essere più impegnativa e temeraria, comportare maggiori difficoltà e rischi. È questa l’ assuefazione.

Qualunque cosa arricchisca la vita può degenerare, diventa tossica nel momento esatto in cui ribalta il mezzo col fine e diventa essa stessa, da mezzo, fine. La ricerca fine a se stessa del limite sempre nuovo è una droga, e, come ogni droga, anche un anestetico. Nasconde e copre il dolore. Stimolare certe sensazioni può essere un modo ingegnoso per attutirne altre. La musica a volume eccessivo serve a non ascoltare, il sonnifero serve a non sognare, se i sogni rischiano di essere incubi.

Cosa c’è  dunque dietro a questa ossessione per il limite ? Quale sofferenza si nasconde per non farsi vedere ? La ricerca di limiti esterni non può essere forse un diversivo che distoglie l’ attenzione dal limite interno, da una mancata accettazione di se e della propria finitezza, dei propri stessi confini, che si può cercare di espandere, come gonfiare un palloncino, ma che non si possono davvero rimuovere ?

L’ insoddisfazione profonda, il rifiuto di specchiarsi e riconoscersi si proietta all’ esterno in sfide e tentazioni, irrequietezza e curiosità. Il blocco è una vita non condivisa, un peso sempre addosso, una colpa di vivere irredimibile ed angosciante, un dovere di riscatto ancora più terribile in quanto privo di vere motivazioni.

Non c’è maggior colpa che l’ esser nati, diceva Calderòn, e questo peso, questo carico richiedono una risposta nella forma di un’ assunzione di responsabilità rispetto a cui il limite esterno è una sfida assai più oggettivabile, e dunque, paradossalmente, più gestibile, maneggiabile, dominabile.

Utilizzabile forse, addirittura.