Il profumo del tempo

 

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“Agire è deleterio quando sostituisce il pensare”, amava ripetere un mio stimato professore universitario.
I filosofi si sforzano spesso di cogliere lo spirito del tempo o, quando sono particolarmente bravi, di anticiparlo. Rendono esplicito ciò che è nell’ aria, che tutti percepiscono più o meno confusamente. Questo si sforza di fare Byung-Chul Han, filosofo coreano che vive e lavora in Germania, in questo “Il profumo del tempo”, libro del 2009 solo di recente tradotto e pubblicato in Italia.

Han si occupa dunque del tempo, della sensazione comune che questo ci sfugga di mano, quella vaga idea di essere impegnati in una corsa sempre più veloce ma senza una direzione precisa.

Alle origini ogni cosa era piena di dei, il mondo stava come su una superficie piana, regolato dal ciclo delle stagioni, ogni anno uguale al precedente. Ogni cosa aveva un significato. Poi venne la Storia, e gli eventi cominciarono ad essere allineati su una retta, provvista di un senso, di una direzione, verso un futuro garantito prima da Dio e dopo , nella modernità, da un progetto umano. “Se il tempo è sensato nella misura in cui si muove verso una meta, allora l’ accelerazione acquista senso” (p. 26).
La nostra tuttavia è l’ epoca in cui alla nietzscheiana “morte di Dio” ha fatto seguito la fine di ogni narrazione forte, la “fine della Storia”. Non percepiamo più alcuna direzione, non si intravede alcuna meta, gli eventi non appaiono più allineati e neppure connessi fra loro, si susseguono senza alcun ordine, ci si muove in una sorta di zapping continuo e confuso.

In mancanza di una narrazione, non è più possibile neppure classificare gli eventi per importanza, e gli intervalli tra eventi slegati appaiono privi di senso, generano soltanto noia o angoscia. Più che viaggiatori ci si trova ad essere simili a turisti, interessati solo alle mete da visitare, mentre i trasferimenti sono una pura, insopportabile perdita da ridurre il più possibile. “Il turista non è in cammino in senso proprio, per lui i cammini si impoveriscono in vuoti percorsi che non meritano una visita. (…) E in questo modo scompare anche la ricchezza di senso del cammino” (p. 46). Il contrario di come dovrebbe essere, se è vero che: “Originariamente il termine tedesco per meditare, Sinnen (dall’ alto-tedesco antico sinnan) significava essere in cammino”. (p. 126).

Il tempo dunque si frantuma, internet consente di annullare gli intervalli spaziali e temporali, esistono soltanto il presente o il nulla. Ogni spazio vuoto va allora riempito con altri eventi, in una sorta di attivismo forzato, ed è proprio questo a darci la sensazione di accelerare sempre di più.
Ma l’ accumulo di fatti non fa di per sé una storia. Anzi. “La crescente molteplicità di decorsi temporali possibili (…) non ci porta affatto a una maggiore libertà, ma a una perdita di orientamento” (p. 41).
La vita non è più narrabile, farcita com’è di eventi slegati che si succedono senza tregua, e benché il postmoderno abbia cercato di rivalutare l’ evento in sé come pura presenza, “perdono importanza pratiche sociali come la promessa, la fedeltà o il vincolo, ossia tutte quelle pratiche temporali che fondano una durata, vincolando il futuro e delimitando un orizzonte” (p. 28). La morte stessa non è più “conclusione” ma (incomprensibile) violenza. Esperienza e conoscenza, che impongono un legame tra passato e presente, vengono rimpiazzati dall’ informazione, dalla enunciazione, dalla pura cronologia. “Nulla è importante. Nulla è decisivo. Nulla è definitivo. (…) E quando non è più possibile decidere cosa è importante, tutto perde di importanza” (p. 34)
Anche l’ arte si adegua, rinunciando alla narrazione in favore di una mera sovrapposizione di testimonianze o “eventi”.

Quella “vita activa”, che Aristotele considerava poco degna per un uomo libero, prende il sopravvento su quella contemplativa a partire dalla Riforma, quando il successo lavorativo appare per la prima volta come un segno di elezione divina, anticipando secondo Weber lo spirito del capitalismo. Lo stesso Marx mette il lavoro al centro della condizione umana, e la società consumistica non fa che rifiutare ogni indugio ed ogni “durabilità”. Il “tempo libero” adesso serve esclusivamente a reintegrare le energie lavorative.

“L’ addensamento di eventi, informazioni e immagini rende però impossibile indugiare” (p.49). L’unico rimedio ad una “vita activa” che diviene attivismo forzato, non è certo la rinuncia, lo sapevano bene i monaci medievali la cui regola era “ora et labora”, con la meditazione a scandire il tempo della vita lavorativa, dargli forma ed ancoraggio. Il rimedio è proprio il recupero di una dimensione contemplativa che accompagni e liberi la “vita activa”, le conferisca respiro e spirito, “profumo” e tessitura. Un recupero alla maniera di Proust, fatto di interconnessione tra gli eventi, di cammino e di intervalli di meditazione.

Riapprendere insomma quell’ “arte di indugiare sulle cose”, che è precisamente il sottotitolo di questo piccolo, stimolante saggio.

 

(Articolo pubblicato su Biblioscalo)

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Vero, falso, o post moderno ?

 

L’indebolimento del concetto di verità è la principale caratteristica del postmoderno.

Il fallimento delle ideologie nate dall’ Illuminismo e positivismo ha fatto venire meno la fiducia nella scienza e nella possibilità stessa di pervenire ad una “verità”.

Benché la scienza non abbia mai davvero preteso di poter raggiungere la verità, ma semmai di avvicinarsi progressivamente attraverso teorie capaci di spiegare sempre meglio il funzionamento del mondo, tuttavia il successo stesso della tecnologia ha fatto nascere l’ illusione che lo stesso approccio “scientifico” potesse essere usato per interpretare la psiche umana o per progettare una società perfetta.

Non è così, naturalmente, si tratta di ambiti il cui grado di complessità è talmente elevato da rendere impossibile un calcolo matematico e le elaborazioni quantitative, senza considerare poi che precluso il ricorso all’ esperimento, cioè al cardine del metodo scientifico.

Il tramonto di un’illusione trascina con sé il concetto di verità ?

Sta di fatto che nella concezione postmoderna la verità  non sta nella corrispondenza alla realtà, ma in una narrazione accettata; vale a dire che è vero ciò che la gente pensa che sia vero. Nella polemica post moderna contro lo scientismo viene spesso fatto uso di una famosa frase di Niezsche: “ Non ci sono fatti, ma solo interpretazioni”.

Ora, questa osservazione, che si trova in uno dei frammenti postumi, nella sua interezza suona come segue: “Contro il positivismo che si ferma ai fenomeni: ‘ci sono soltanto i fatti’, direi: no, proprio i fatti non ci sono, bensì solo interpretazioni. Noi non possiamo constatare nessun fatto in sé”.

Per un singolare paradosso, la maggior parte degli scienziati contemporanei sarebbe abbastanza d’accordo con questa affermazione, per almeno un paio di ragioni.

La prima è che, fin dagli albori della meccanica quantistica, abbiamo imparato che qualunque osservazione perturba il sistema osservato. È questo il fondamento del principio di indeterminazione di Heisenberg, secondo cui una conoscenza “esatta“ del mondo fisico non può darsi. Certo, non è che si possa mai pensare di spostare un autocarro solo per il fatto di guardarlo, certamente no. Però, a livello subatomico, l’effetto dell’osservatore si fa notare.

Il secondo motivo è più diretto. Le scienze cognitive ormai confermato quello che Kant aveva intuito: ciò che percepiamo non è “la cosa in sé”, ma una rappresentazione della cosa.

Ciò che arriva alla coscienza è già stato processato, selezionato, interpretato dagli organi di senso, messo in forma intellegibile, insomma filtrato. Vediamo gli oggetti in prospettiva nello spazio, sappiamo come varia la loro dimensione apparente con la distanza, selezioniamo forme rispetto ad uno sfondo, isoliamo certi suoni in mezzo al rumore. Insomma quello che percepiamo con i sensi è già un’interpretazione del mondo. I fatti esistono, con buona pace di Nietzsche, ma quello che percepiamo è già un’ interpretazione di quei fatti.

Da qui in avanti però quasi nessuno scienziato seguirebbe Nietzsche negli abissi del nichilismo, né tanto meno ne ricaverebbe la conclusione che tutto è indifferente, un’interpretazione della realtà è buona come un’ altra. Perché le teorie che ricaviamo dai fatti (o dall’ interpretazione dei fatti ad opera dei nostri sensi) possono essere disposte secondo una gerarchia, sulla base della maggiore o minore potere esplicativo dei risultati sperimentali, e più ancora, in base al potere che può essere dimostrato mediante esperimenti successivi.

Una teoria soppianta un’altra non in base a un gusto personale, ma perché dimostra di avere un maggiore potere di descrizione della realtà. Non è vera in assoluto, insomma, ma è “più vera” della precedente. C’è un movimento ascendente, ancorché asintotico. Nulla che giustifichi un relativismo radicale (e post moderno) del genere” vale tutto”, né tantomeno che l’ idea che è vero ciò che un certo numero di persone ritiene vero.

Poco dopo l’esito del referendum sulla Brexit, la direttrice del Guardian  Katharine Viner ha scritto un lungo articolo per evidenziare come la tecnologia abbia demolito la verità. Qualunque bufala circoli sui socia al media viene ormai regolarmente ripresa e rilasciata dalla stampa “ufficiale” senza un vero controllo. Tra queste bufale la Viner cita i presunti vantaggi economici della Brexit, prontamente negati dopo il voto persino da coloro che li sostenevano durante la campagna.

“Quando un fatto comincia a somigliare a qualcosa che vi sembra vero, diventa difficile distinguere tra fatti che sono veri e ‘fatti’ che non lo sono. (…) Non significa che non ci sia più la verità, ma che non siamo più in grado di metterci d’accordo su quale sia. (…) Sempre più spesso, un fatto è qualcosa che qualcuno ritiene vero: oggi la tecnologia consente a questi ‘fatti’ di circolare a una velocità e con una diffusione che sarebbero stati impensabili nell’ era Gutenberg o anche solo una decina di anni fa”.

Fino a qui l’ analisi della signora Viner non mi entusiasma. La storia è piena di bufale – dalla donazione di Costantino ai protocolli dei Savi di Sion– prese per verità fino alle più tragiche conseguenze. Non c’era bisogno di aspettare Internet, che semmai ha reso più difficile tenere nascosti certi imbrogli.  Il punto più interessante è invece un altro.

Gli algoritmi come quello che alimenta il news feed di Facebook sono costruiti per suggerire altri contenuti compatibili con i nostri gusti: questo significa che la versione del mondo che incontriamo ogni giorno nel nostro flusso di notizie è stata modificata per rafforzare le nostre convinzioni preesistenti.”

Questo è effettivamente qualcosa di nuovo e, se devo dire la mia, è il pericolo principale che vedo in questo strano mondo virtuale.

Non solo, o non tanto, il fatto di ritenere vero ciò che noi e la nostra cerchia riteniamo vero, ma il fatto che ciò che il social network quotidianamente ci propone è selezionato proprio per confortare questa convinzione. Come gli antichi sovrani, siamo immersi in un ambiente che tende a darci sempre ragione, pur di indurci alla benevolenza di cliccare sempre più post.

Che ci tocchi prima o poi rimpiangere persino i troll ?

Un discorso retorico

 

Chissà se c’è qualcuno che leggendo il titolo non abbia avuto una reazione negativa, di diffidenza per non dire di fastidio ? Immagino sia naturale pensare “ci mancavano solo i discorsi retorici, siamo a posto”. Reazione naturale, direi.

A tal punto è caduta in basso la reputazione di questo termine, da essere ormai usato sostanzialmente come insulto. Un discorso retorico è un discorso aulico, pomposo, altisonante. E al tempo stesso miseramente privo di contenuti. Una roba da palloni gonfiati, o politici di mezza tacca, chiacchiere e distintivo.

Il dizionario recepisce puntualmente. Retorico = “dicesi di discorso o scritto, caratterizzato da ricercatezza formale ma privo di validi contenuti. Ampolloso. Per estensione, dicesi di comportamento superficiale, convenzionale, artificioso ed esteriore”. Non ci va leggero, il dizionario.

Non è sempre stato così, però, tutt’ altro. Prima di ridursi a disciplina “traviata”, la retorica era una signora parola, rispettabile, onorabile e piena di ogni virtù. E non parlo tanto dell’ antica Grecia dove la retorica fu inventata, insieme a quasi tutto l’ uomo occidentale. Parlo di tempi molto più recenti, grosso modo fino al Rinascimento, quando l’ educazione di qualsiasi giovanotto che ambisse a diventare una persona di cultura passava necessariamente attraverso lo studio di alcune discipline specifiche, dette “arti liberali”.

Quattro di queste discipline erano relative alla filosofia naturale, e formavano il cosiddetto “Quadrivio”. Si trattava di aritmetica, geometria, astronomia e (curiosamente…) musica.  Per quanto non molti al giorno d’ oggi considererebbero queste discipline (astronomia a parte) come “scienza della natura”, tuttavia esse rimangono tuttora parte del bagaglio dello studente medio.

Altre tre discipline avevano a che fare con le cosiddette “arti del discorso” e costituivano il cosiddetto “Trivio” (termine che anch’ esso si è un filino involgarito, ma non divaghiamo…). Si trattava di grammatica, retorica e dialettica.

Delle tre, la grammatica gode tuttora di ottima salute, e non potrebbe essere altrimenti, la grammatica tratta delle regole per mettere insieme le parole, nomi, aggettivi, verbi, in modo da trarne frasi comprensibili. Niente di più e niente di meno che una tecnica di base. Una frase come “il triangolo hanno tre lati” è grammaticalmente scorretta, mentre è grammaticalmente corretta la frase “il triangolo ha quattro lati”. La grammatica non si occupa del contenuto delle frasi, ma solo della struttura formale di esse.

Anche la dialettica è sopravvissuta, seppure certi eccessi post-idealisti ed anti-idealisti ne abbiano parecchio offuscato il prestigio. La dialettica è arte del ragionare, razionalità applicata come metodo di indagine filosofica, è, logica che intercorre, “dià-logos” ovvero dialogo insomma, e dialogo filosofico in particolare, alla ricerca di una qualche verità, con o senza la maiuscola. E la filosofia in qualche modo si insegna ancora, anche se l’ attenzione è assai più rivolta alla “storia della filosofia” piuttosto che al contenuto, all’ indagine sulle questioni fondamentali. Un approccio un po’ distorto, come parecchi filosofi importanti non hanno mancato di osservare.

“Al posto di una profonda interpretazione dei problemi eternamente eguali, è intervenuta lentamente una valutazione storica, anzi addirittura una ricerca filologica: si tratta ormai di stabilire che cosa abbia pensato o non abbia pensato questo o quel filosofo(…). Ora quindi la ‘filosofia come tale’ è senza dubbio bandita dall’università. (F. Nietzsche)

“Se la filosofia consistesse nel problema di scegliere fra teorie rivali, allora sarebbe ragionevole insegnarla storicamente, Ma se questo non è vero, allora è uno sbaglio insegnarla storicamente, perché non è affatto necessario farlo; possiamo affrontare direttamente l’argomento, senza alcun bisogno di considerare la storia.” (L. Wittgenstein)

Così come la filosofia è stata sostituita nelle scuole dalla storia della filosofia, così la dialettica viene studiata più come un monumento antico, un reperto archeologico, piuttosto che come uno strumento critico vivo, da esercitare.

La grande assente dagli studi moderni invece è proprio lei, la retorica. Sparita, scomparsa, introvabile nelle scuole di ogni ordine e grado. Non la studia più nessuno, ed a buon diritto, si direbbe, se per retorica  s’ intende quello che dicevamo all’ inizio. Chi ha bisogno di imparare a fare discorsi ampollosi, aulici e vuoti ?

Il punto è che la retorica non è affatto questo. La retorica è fondamentalmente una teoria generale del discorso persuasivo, il suo scopo essendo, per dirla con Aristotele, “non il persuadere ma il vedere i mezzi di persuadere che vi sono intorno a ciascun argomento”; ovvero “la facoltà di scoprire in ogni argomento ciò che è in grado di persuadere”.

Lo studio della retorica è simile alla frequentazione di una palestra, gli allievi si sottopongono ad esercizi che non hanno altro fine pratico che metterli in condizione di padroneggiare al meglio tecniche argomentative di volta involta più efficaci per sostenere un argomento, indipendentemente dall’ argomento stesso.

Non è scopo della retorica quello di perseguire la verità, ma quello di sviluppare la conoscenza delle tecniche del discorso. E’ evidente che la padronanza delle tecniche retoriche è bagaglio fondamentale di ogni buon avvocato, lo scopo di qualsiasi arringa è proprio quello di sviluppare nella maniera più convincente possibile gli argomenti in favore del proprio patrocinato. La contrapposizione delle arringhe in un processo non è il momento della ricerca “oggettiva” della verità, ma è la fase fondamentale che la precede.

E tuttavia nei piani di studio delle facoltà di giurisprudenza  ho cercato invano un corso di retorica. Così come poche tracce si trovano nelle Facoltà di Filosofia. La poca retorica che ancora sopravvive si rintana nelle Facoltà letterarie, generalmente malvista e ridotta a servire da ancella alla Linguistica, oppure travestita da ragazzina alla moda e si presenta, guardata con altrettanto sospetto, nei corsi di scrittura e comunicazione.

Un destino triste, per una regina delle arti del discorso.

Il tempo, la perdita


“Amare il mondo sapendo quanto esso sia sempre precario e irrecuperabile, e sapendo che si può comprenderlo soltanto nella perdita, non è terribile.” W. Berry – Jayber Crow

“Che cos’è dunque il tempo? Quando nessuno me lo chiede, lo so; ma se qualcuno me lo chiede e voglio spiegarglielo, non lo so”. Così esprimeva Agostino tutta la sua frustrazione nei confronti di questo inafferrabile elemento. Qual’ è l’ essenza del tempo, la sua qualità distintiva ? Personalmente, non trovo altra risposta che l’ irreversibilità, il fatto ineluttabile che esso, il tempo, solo in una direzione va, e non nell’ altra.Non è forse questo, il vero punto ?

Lo spazio non ha questa qualità, lo spazio noi lo percepiamo simmetrico ed indifferente, una strada la si può percorrere in un verso oppure nell’ altro, ci si può muovere in avanti oppure indietro, verso l’ alto o verso il basso, non c’è alcuna differenza. Lo spazio è isotropo, dicono i dotti, ha le medesime proprietà in ogni direzione.

Il tempo no, non è così, chiunque osservi un filmato fatto scorrere all’ indietro si accorge subito che qualcosa non va, nella realtà certe cose non succedono, non perché siano impossibili ma perché, semplicemente, non è così che va il mondo. La freccia del tempo si muove in una direzione soltanto, sempre e solo in avanti, ed è proprio questo ciò che contraddistingue il tempo. Ma perché è così ?

Il motivo sta nella irreversibilità dei fenomeni reali. La meccanica classica, quella che si studia alle scuole medie è fatta di palle di biliardo e pendoli perfetti, basta colpire la biglia e questa prende a muoversi, di moto rettilineo uniforme per tutti i secoli a venire, in una direzione piuttosto che l’ altra poco importa. Il pendolo pendolerà in eterno, oscillazioni sempre uguali a se stesse, in un verso o nell’ altro, non c’è trucco e non c’è inganno, nulla si crea e nulla si distrugge in eterno. Non c’è modo di stabilire se il film è proiettato al contrario.

Ma nella vita reale le biglie rallentano ed i pendoli si smorzano, questa è la triste verità, nemmeno poi tanto triste quando capita di dover inchiodare l’ auto in autostrada… Il mondo funziona così perché nel mondo reale intervengono fenomeni che reversibili non sono, e simmetrici nemmeno, la resistenza dell’ aria sempre si oppone al moto, sia in una direzione che nell’ altra, e così fa l’ attrito, ci sono cose nel mondo reale che si oppongono sempre e non aiutano mai, ed anche persone, direte voi, ecco perché il moto perpetuo non esiste, benché qualche entusiasta inventore dilettante continui di tanto in tanto a pretendere il contrario.

Non c’è nulla di perfetto a questo mondo, in tutte le trasformazioni si perde qualcosa, ed è proprio l’ irrevocabilità di questa perdita a generare il senso del tempo, la percezione che la sua freccia vada sempre e solo in avanti, che il film ha un verso giusto e uno sbagliato.

Lo so, lo so, il tempo è anche nascita, crescita, gioia, fioritura, il tempo è vita insomma, vita nel suo senso più pieno. Guadagno dunque, e non solo perdita. E allora come la mettiamo ?

La mettiamo che la vita, se proprio devo dirlo, è contraddizione apparente, e soltanto apparente, al principio universale della perdita, falsa eccezione che conferma la regola, ecco cos’è. La vita è materia che si organizza, va bene, è materia che passa dal caos alla struttura, dal disordine all’ ordine, non è forse questo ? E dunque non si potrebbe altrettanto sostenere che il tempo è guadagno, acquisizione di qualcosa che prima non c’ era, crescita, fertilità, progresso in tutti i sensi ? Sarebbe davvero bello poterlo dire.

La realtà tuttavia è che gli esseri viventi sono ciò che i termodinamici chiamano “strutture dissipative”, sistemi che possono esistere solo attraverso un continuo scambio di materia ed energia con l’ ambiente circostante, scambio che per un essere vivente significa sostanzialmente metabolismo, mangiare e respirare, respirare e mangiare. Due attività attraverso le quali, lo si capisce facilmente, gli esseri viventi introducono nell’ ambiente circostante un certo disordine, o meglio, distruggono ordine, a cominciare dall’ ordine delle strutture di cui si cibano…

È questo il prezzo da pagare, ogni costruzione di ordine è costruzione locale ottenuta al prezzo di un maggior disordine circostante, il prezzo della vita è la morte inflitta, di modo che l’ insieme dell’ essere vivente e del suo ambiente si muova complessivamente nella direzione del maggior disordine, della perdita complessiva, secondo la freccia immutabile del tempo. così va il mondo.

L’ essenza del tempo è la perdita, è questa la dura lezione del mondo, e questa percezione più o meno chiara e distinta è quella che genera, in chi la percepisce, la profonda e dolcissima malinconia del vivere.

Scintille.

 

La mente mentitrice

«Così come il mandrillo non può mortificare la retorica delle sue chiappe policrome, così non potremo toglierci di dosso, deliziosa maledizione, questo pieghevole vello di verbi»

G. Manganelli – Letteratura e Menzogna

 

A giocherellare con l’ origine e l’ evoluzione delle parole si finisce spesso assai più in là del previsto, ed è proprio  questo a rendere l’ etimologia un modo assai intrigante di passare il tempo.

Ad esempio, uno comincia col chiedersi da dove venga la parola “mente” ed in men che non si dica si trova avviluppato nel ginepraio di una famiglia assai numerosa di termini accomunati da insospettabili e stravaganti parentele. Un po’ come le famiglie vere, a volerla dire tutta…

Tutto nasce, come al solito, da una radice indoeuropea che suona più o meno come “mâ”, uno di quei termini polivalenti comuni nelle lingue arcaiche, che indicava contemporaneamente il concetto di “misurare” qualcosa, ma anche quello di “formare” qualcosa. Questa ambiguità, naturalmente, non deve stupire più di tanto, le radici originarie sono relativamente poche, un linguaggio si arricchisce e si ramifica strada facendo, per decine di migliaia di anni prima che qualcuno cominci a metterlo per iscritto e codificarlo.

La radice  “mâ” ha dunque un primo significato che è “dare forma” a qualcosa, e da qui viene un primo gruppo di parole di cui le più importanti sono “materia” e “madre”. La parentela è rimasta assai più stretta in inglese (“matter” e  “mother”). Dalla seconda accezione “misurare” viene naturalmente il metro (“meter” in inglese), la “mano”, ma anche, ed è quello che ci interessa, ne deriva il collegamento all’ atto del pensare. Strano sì ma non troppo, se ci ricordiamo che parole come “pensare” o “ponderare” sono chiaramente legate all’ atto del pesare. Ma non divaghiamo…

La radice  “mâ” intesa come “misurare”  genera dunque abbondante figliolanza, a cominciare dal tedesco “mann” e dall’ inglese “man”, cioè, puramente e semplicemente “uomo”. Che l’ uomo sia misura di tutte le cose, come sosteneva Protagora, sembra persino essere quasi una tautologia. Da “mâ” viene il termine greco “ménos” il cui significato è il “senno” e dunque (era ora !) la mente, attributo specificatamente umano.

Ora, a me pare già un fatto notevole che due termini così antitetici da essere stati messi in opposizione dialettica da quasi tutta la tradizione filosofica degli ultimi millenni, rivelino invece un’ insospettabile origine comune ed una parentela assai stretta. Fossi Cartesio, un po’ ci resterei male.

A dire il vero, un sospetto poteva venire osservando come la trasmissione del sapere verso le menti dei giovani avvenga, in tutte le scuole, suddividendo il sapere medesimo per l’ appunto in “materie”…

Ma non finisce qui.

Dal “mâ” indoeuropeo e dal “ménos” greco, infatti, derivano tutta un’ altra serie di parole, e qui entriamo nel campo degli zii più eccentrici. Basti citare il termine  “medico” o “matematica”, “imitare”, “mania” nonché le Muse in generale ed una di esse (Mnemosine) in particolare, senza dimenticare la più intellettuale delle dee latine, cioè Minerva. Ma soprattutto deriva “mentire”. Per quanto strano possa sembrare, nel greco antico non esiste una parola che indichi  la menzogna, esiste il falso (“pseudo”) ma non propriamente il bugiardo, Ulisse è definito ingegnoso, astuto, multiforme, tutto fuorché bugiardo…

Pare quasi che uomo, mente e menzogna siano un tutt’ uno, un pacchetto indivisibile da prendere o lasciare, i cui componenti non possano essere separati. Sorprendente, sì, ma dopo tutto nemmeno troppo.

L’ inganno è una delle più importanti strategie di sopravvivenza che l’ evoluzione abbia sviluppato. Fiori che sembrano insetti, insetti che sembrano foglie o rami secchi, pesci che sembrano sassi e serpenti che sembrano liane, niente o quasi è come sembra.

Perché l’ uomo dovrebbe essere diverso ? Semplicemente, per dirla con Giorgio Manganelli, il vero manto mimetico dell’ uomo è sempre stato il suo linguaggio.

“Da sempre si aggira sulla terra, in diverse e riconoscibili incarnazioni, un uomo singolare: scostante, e affascinante; tiene del sordido, e certo dell’ambiguo; e alla spregevolezza mescola qualcosa di grandioso. Lo si direbbe imperfettamente umano: sebbene sia difficile dire se la sua sottile inesattezza venga da commistione angelica o animale. È il Grande Mentitore.”

 

 

Un destino dopo l’ altro

“Anime effimere, ecco l’ inizio di un altro ciclo di nascite apportatrici di morte. Non un demone sceglierà voi, ma voi il vostro demone ! (…)

L’ eccellenza non ha padroni: ognuno la possiederà di più o di meno a seconda che l’ abbia onorata o trascurata. La responsabilità è di chi fa la scelta; la divinità è innocente”

Platone – Repubblica X, 617e

Molte antiche storie si raccontano, in ogni parte del mondo, a proposito della reincarnazione, della trasmigrazione delle anime, della metempsicosi e simili. Molte religioni, dal canto loro, si fondano su idee simili. E tutte queste storie, mitiche o religiose che siano, in un modo o nell’ altro, concordano nel suggerire che non siamo venuti al mondo per la prima volta. Ci siamo già stati in passato, più e più volte, addirittura, secondo alcune di queste storie, un numero infinito di volte.

E benché tutti ammettano che di queste vite passate non abbiamo memoria alcuna, ciò non di meno, queste vite precedenti producono effetti sulla nostra vita attuale, su quello che siamo, persino su ciò che ci accade. Secondo molti di questi miti, colpe e meriti accumulati in una vita si scontano nella vita successiva; questa è la base del “karma” indiano; addirittura, nei casi gravi, la pena può essere quella di reincarnarsi in una specie inferiore, un animale più o meno abietto. In qualche caso, involontariamente, il nostro comportamento o i nostri sogni lascerebbere affiorare qualche traccia di ciò che siamo stati nelle vite precedenti.

Favole, naturalmente, prive di qualsiasi fondamento, e tuttavia abbiamo imparato ormai che i miti contengono quanto meno un sapere psicologico profondo, e dunque, anche solo per questo, sono da prendere con una certa serietà.

Cosa c’è al fondo di questo genere di idee è abbastanza chiaro. C’è è il fatto che proprio non ci riesce di rassegnarci all’ idea di essere stati gettati nel mondo senza alcun piano, che il nostro essere qui adesso, piuttosto che altrove in un altro tempo, o anche da nessuna parte, sia il puro frutto del caso, combinazione di eventi fortuiti. Non ci va giù che dietro la nostra esistenza terrena possa non esserci un progetto, un disegno, un fine e, di conseguenza, un senso.

Ancora più difficile è rassegnarsi al pensiero che torti e ragioni, colpe e meriti possano essere cancellati da un colpo di spugna, chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto, senza un bilancio, senza un riequilibrio, senza una resa dei conti, e senza redenzione.

“Ogni cosa sarà dimenticata, e a nulla sarà posto rimedio. Il ruolo della riparazione (della vendetta come del perdono) sarà assunto dall’ oblio. Nessuno rimedierà alle ingiustizie commesse, ma tutte le ingiustizie saranno dimenticate.”

M. Kundera – Lo scherzo

Piace a tutti, invece, pensare alla propria vita come ad una storia, una narrazione con una trama precisa che si sviluppa in modo più o meno lineare o contorto, una narrazione con un senso compiuto se non addirittura con una morale, come se fosse un telefilm, uno sceneggiato o, come si dice adesso, un “biopic”.

E dunque, sotto a cercare i segni di questa trama, le evidenze del filo narrativo, la predestinazione, la vocazione, la chiamata, la traiettoria perfetta di un disegno tracciato con mano ferma.

Fra tutte le versioni dell’ archetipo della reincarnazione, la più raffinata (come poteva essere altrimenti ?) viene dal mondo greco, ed è il mito di Er, posto a chiusura della Repubblica, uno dei più grandiosi miti di tutti i tempi, a mio modesto parere. Non a caso Hillman usa il mito di Er come paradigma del suo “Codice dell’ anima”.

Er è un guerriero, morto in battaglia. Il suo corpo viene portato sulla pira funebre, ma in quel momento si risveglia affermando che gli dei gli hanno concesso di ritornare sulla terra reincarnato in se stesso, per raccontare ciò che ha visto nell’aldilà.

Racconta dunque che le anime dopo la morte ricevono un premio o un castigo, ma siccome le anime stesse sono in numero limitato, premi e castighi non sono eterni, durano “10 volte 100 anni”. Al termine dei 100 anni, le anime si radunano  in una grande pianura, al cospetto delle Moire, le quali tengono in grembo un gran numero di destini.  Il ministro di Lachesi getta fra le anime dei numeri, come in una specie di sorteggio, ed ogni anima prende quello che le è caduto più vicino. Il numero decide l’ ordine in cui le anime potranno scegliere il prossimo destino; tuttavia i destini sono più numerosi delle anime, per cui anche l’ ultima avrà la possibilità di scegliere.

Er racconta dunque che il primo ad essere chiamato sceglie, per ignoranza ed avidità, il destino di un tiranno, accorgendosi troppo tardi che in quel destino si troverà ad uccidere i propri figli. Invano si dispera, viene preso, immerso nel fiume Lete perché dimentichi e lanciato nel mondo. Molti altri fanno scelte infelici, in particolare coloro che non hanno, nella vita precedente, avuto esperienza del dolore; chi ha sofferto è invece assai più cauto. L’ anima di Orfeo non vuole nascere da una donna (ha i suoi motivi…) e sceglie di reincarnarsi in un cigno. Aiace sceglie di rinascere leone, Agamennone aquila, entrambi in odio per il genere umano. Per ultima arriva l’anima di Ulisse che “molto patì nell’ animo suo”. Ulisse sceglie la vita di un uomo comune, senza avventure e preoccupazioni. La stessa vita – assicura – l’ avrebbe scelta anche se fosse stato il primo ad essere chiamato.

In questa versione platonica della reincarnazione, dunque, le anime sono del tutto consapevoli della vita precedente, per quanto il ricordo possa essere un po’ offuscato per via del 1000 anni di purgatorio o paradiso. E la scelta che operano del nuovo destino, avviene proprio sulla base dell’ esperienza di vita precedente.

E l’ aspetto più interessante è che il destino successivo non viene dato a compensazione di colpe e meriti precedenti, allo scopo di riequilibrare la bilancia della giustizia, niente affatto. Colpe e meriti sono stati regolati, semmai con i 1000 anni di cui si parlava prima. Il destino successivo viene liberamente scelto da ciascuno. “La responsabilità è di chi fa la scelta; la divinità è innocente”.

Hillman usa il mito di Er come paradigma del suo “Codice dell’ anima”, dunque. E qui (come spesso accade con Hillman) le cose si fanno un po’ più intriganti. Perché l’ idea che ognuno scelga il suo destino ci lascia sanamente e razionalmente scettici. Risibile, lo ammetto.

Ma l’ idea che ciascuno venga al mondo con una “vocazione”, quella siamo davvero disposta a scartarla ?

E cos’è la vocazione se non un modo diverso di ritornare al punto, di riproporre l’ idea testarda che dietro la nostra vita, a dispetto di tutto e di tutti, ci sia davvero un progetto, addirittura un progetto che ci precede e ci trascende, e finanche, a volte, ci travolge ?

Naturalismo fisio-logico…

Non sono sicuro che questa specie di delirio si possa definire “mens sana”, ma comunque, ormai è fatta…

filosofiainsieme


Questo lógos (…) gli uomini non lo capiscono,  né prima né dopo averlo ascoltato;

benché (…) tutte le cose accadano secondo lo stesso lógos.

Eraclito

Siete proprio fissati con questa storia della Creazione, vero ?

Se qualcosa c’è, allora deve essere stato creato. E se c’è la Creazione, allora deve esserci per forza un Creatore, giusto ?

E allora, tutti a fare i salti mortali per salvare capra e cavoli, compresi gli scienziati, anche se da loro mi sarei aspettato un po’ più di criterio…

Cosa c’è all’ origine dell’ universo ? Il big bang. E prima, cosa c’ era ? Vedete, è più forte di voi. Se c’è un big bang, se da un fagiolo cosmico è venuto fuori il Tutto, allora quel fagiolo qualcuno deve pur averlo creato, ed allora tutti ad impazzire per cercare che cosa c’ era prima del big bang, come se non fosse stato…

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