Di mussole, assiri e mesopotami moderni

 

Forse non tutti sanno  (io ad esempio non lo sapevo) che la mussola, quel tessuto leggero come una garza, le gentili viandanti ne sapranno assai più di me, e l’ affine mussolina, devono il loro nome – nientemeno – alla città irachena di Mosul.

Sì, proprio Mosul, la roccaforte dello Stato Islamico che l’ esercito iracheno sta da un po’ tentando di riconquistare.

Da lì, nel XVII secolo, arrivò in Europa questo tessuto prezioso e raffinato che ebbe un gran successo. Pare che Maria Antonietta ne fosse entusiasta.

Arrivò dunque in Europa da Mosul, dicevamo, anche se pare che a Mosul fosse arrivata dall’ India o da più lontano ancora. Così come il tessuto che noi chiamiamo “damasco” era arrivato assai prima dalla Siria, ma era in realtà originario della Cina. Già, la via della seta…

Il fatto è che il Medio Oriente è stato per tanti secoli il punto di passaggio del commercio con l’ Occidente, ed i veneziani ne sanno qualcosa.

Stiamo parlando del Seicento, per quanto riguarda la mussola, ma a quei tempi Mosul era già una città millenaria, che aveva già manifestato una certa propensione a mettersi nei guai per motivi religiosi, essendo nota nel VI secolo come roccaforte degli eretici nestoriani.

Ora, se mille anni vi sembrano pochi, sarà utile ricordare che Mosul sorge sul territorio della biblica Ninive, che fu capitale del regno assiro più o meno al tempo della fondazione di Roma. Una città superba, bellissima, la residenza di Assurbanipal, tanto per farsi un’ idea. In quanto capitale assira ovviamente non stava tanto simpatica agli Ebrei, ragione per cui la Bibbia contiene profezie assai malevole sul suo conto.

Ninive è come una vasca d’acqua agitata

da cui sfuggono le acque.

“Fermatevi! Fermatevi!” ma nessuno si volta.

Saccheggiate l’argento, saccheggiate l’oro,

ci sono tesori infiniti, ammassi d’oggetti preziosi.

(…)

Allora chiunque ti vedrà, fuggirà da te

e dirà: “Ninive è distrutta!”. Chi la compiangerà?

Dove cercherò chi la consoli? 

(dal Libro di Naum)

Il profeta è stato preso assai in parola, temo.

Insomma, Mosul ha avuto un passato storico più che ragguardevole. Ma, per gli incontentabili, si può tranquillamente aggiungere un’altra manciata di millenni. Dal sito di Ninive si sono tratti reperti che risalgono al 6.500 a. C., una vertigine temporale. Del resto, questa è la Mesopotamia, no ? (E del resto, cos’ altro vuole dire Siria se non “Assiria” ?)

La Mesopotamia in senso stretto, cioè l’ odierno Iraq, io l’ho girata in lungo e in largo, un po’ di anni fa, e ne avevo dato conto. Avevo visitato Erbil, la città sumera non meno antica di Ninive, che è riuscita più o meno a tenersi fuori dai guai, ed avevo visitato Baghdad, la “città della pace”, come era chiamata una volta, che invece la pace non riesce proprio a trovarla.

Avevo visto Bassora, nel sud del Paese, e Baiji, dove si è combattuto fin dentro la raffineria, e parecchi altri posti di questa terra tormentata. Ma Mosul no. A Mosul, che sta ad ottanta chilometri dalla pacifica Erbil, non osa entrare nemmeno la polizia, mi dicevano a bassa voce i miei interlocutori locali, lì è pieno di terroristi, è peggio che a Falluja. E pensare che a quel tempo non era ancora arrivata l’ Isis, il cui fondatore debutterà appunto tenendo indisturbato un sermone nella moschea principale di Mosul.

Cosa sopravvive di tanto passato ? Non è dato saperlo, lo scopriremo solo quando la città sarà liberata. Il che sembra da un po’di tempo imminente, ma non accade ancora.

Il fatto è che adesso la vittoria pare vicina, e allora i potenziali vincitori hanno ricominciato a guardarsi fisso negli occhi. È l’ esercito iracheno che sta vincendo, o sono piuttosto le milizie sciite? E i curdi, non sono forse stati loro il fattore decisivo di questa lunga guerra? O non è forse merito del sostegno russo? O di quello americano? O turco ? Insomma, chi intascherà la vittoria, quando ci sarà ? Cui proderit?

Ma questa è un’altra storia.

O forse no, mi sa che questa invece è proprio la solita, vecchia storia.

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Ercole a testa in giù

Vancouver

Vancouver è un posto particolare, un posto che appare una sorta di “Estremo Occidente”, come direbbe Rampini. Dopo la scoperta del Nuovo mondo, fu la costa del Pacifico il luogo dove “sunt leones” , le nuove colonne d’ Ercole, la fine della terra. Qui, se uno continuasse ad andare ad ovest si troverebbe, dopo aver varcato l’ Oceano, né più né meno che in Estremo Oriente.

È dunque questo un “Finis Terrae” del nostro mondo, del nostro essere, e dirci, occidentali. Ed in qualche modo pare proprio che l’ Occidente, portato qui al suo limite estremo, si purifichi e si distilli in una quintessenza di sé.

Non è affatto brutta a vedersi, questa quintessenza, questo va detto subito. C’è pulizia ed ordine per le strade, quanta si potrebbe desiderare di averne e forse un po’ di più, c’è quell’ aria lustra e nuova che solo le città ricche riescono ad assumere, e pazienza per i non pochi barboni che vedo raggomitolarsi negli angoli a dormire fra i cartoni, in quale città ricca non se ne vedono ?

C’è la coscienza ecologica, ben esibita e portata ad un grado superiore, seppure non al punto da rinunciare agli inevitabili, elefantiaci SUV. Una consapevolezza che non arriva tuttavia a mettere in discussione la nuova ricchezza, quella del petrolio che si estrae dalle sabbie bituminose, e quella dello “shale gas” ottenuto col famigerato fracking, due tra le tecnologie più invasive per l’ ambiente che si conoscano. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore, sembrano pensare i canadesi, e del resto, essendo l’ uso intensivo di energia la cifra dominante dell’ Occidente intero, figuriamoci se poteva non esserlo in questa sua quintessenza.

C’è poi la multiculturalità, si capisce, i tassisti che ho incontrato erano per lo più di origine mediorientale, qualcuno esibiva la barba lunga quanto il pugno, inconfondibile manifestazione di osservanza islamica, tuttavia la nota dominante è qui quella orientale, asiatica, d’ altra parte è sull’ Estremo Oriente che questo Estremo Occidente si affaccia, lo abbiamo già detto. E c’è poi la sfumatura particolare – persino un po’ beffarda – dell’ ostentato rispetto per le First Nations, come le chiamano qui, vale a dire i nativi, le tribù indiane a cui proprio i colonizzatori bianchi hanno portato via la terra con le brutte maniere.

Vizi e virtù di stampo statunitense, naturalmente, ma qui appaiono sfumati, quasi ovattati, i qualche misura europeizzati. Un distillato d’ Occidente, per l’ appunto.

Non siamo agli antipodi, qui, questo no, ma siamo abbastanza distanti perché al volo di linea convenga passare quasi sopra il polo piuttosto che seguire il parallelo; e la sensazione più straniante per chi si trova in visita breve  è quella di vivere in un tempo a testa in giù. Ci si alza quando in Europa è già pieno pomeriggio, e quando si vive perennemente connessi a queste cose è impossibile non farci caso, nove ore di differenza nel fuso orario e poche ore di condivisione lavorativa e non.

Le nuove colonne d’ Ercole, dunque, ovvero uno dei possibili futuri di ciò che definiamo Occidente, e certamente non il peggiore dei futuri, con la sua efficienza pulita ed un po’ fredda; ma un futuro che per avverarsi necessita di essere in pochi, ed alquanto ricchi.

Due requisiti che a noi purtroppo mancano…

Leopardi e il gene egoista

Visitare Recanati sulle tracce di Leopardi e’ (quasi)  inaspettatamente emozionante.
Non troppo rovinato dallo sfruttamento commerciale, il borgo conserva una sua severità austera. Vi si può ancora percepire l’atmosfera del conte Monaldo, insomma, e della sua bigottissima consorte.
E si può respirare la claustrofobia del piccolo Giacomo, condannato dal suo stesso genio precoce alla stessa maniera del piccolo Mozart, ma con l’aggravante dell’ handicap fisico, la tubercolosi, la deformità appariscente, le emicranie invalidanti. Breve e infelice vita, accomunata a quella del sublime musicista anche dall’estremo oltraggio della sepoltura in una fossa comune, 39 anni il poeta, 35 il compositore, per chi voglia giocare ai destini paralleli. E riguardo al genio precoce, che dire di uno che a nove anni sapeva il latino, a undici scriveva tragedie e a tredici imparava da solo l’ ebraico confrontando parola per parola la versione latina della Bibbia ? Studio matto e disperatissimo, ma  lo chiama lui, ma capacità intellettuale sovrumana, che studiare non basta di sicuro.

Risuonano in modo particolare nell’animo, e per le vie del centro antico, le parole del poeta nei confronti della Natura matrigna, che illude e delude i figli suoi, negando loro la felicità e, tuttavia, rendendo persino “contro natura” il suicidio, che alla ragione appare come l’unica ragionevole via di fuga dal male di vivere.
E insomma è come se la natura si facesse beffe delle sue stesse creature, basta rileggere i versi amarissimi delle Rimembranze.

Due secoli dopo, sappiamo molte più cose sulla natura e sulla vita, benché le cose che abbiamo appreso non diano molto aiuto a chi voglia rischiarare l’immagine sconsolata del poeta filosofo.
Dopo Darwin, e dopo le scoperte della genetica, e’ difficile continuare a pensare che la natura di cui siamo frutti possa o addirittura debba nutrire sentimenti materni nei confronti delle sue creature. Siamo prodotti di processi naturali, questo si’, ma processi che non hanno intenzionalità ne’ fini.
Vengono in mente semmai le più radicali affermazioni di Spinoza. È assurdo pensare che Dio, ovvero la natura, ovvero la totalità dell’essere, abbia dei “fini” in quanto se ne avesse ci sarebbe qualcosa al di fuori di esso verso cui tendere, dunque egli, Dio ovvero natura, non sarebbe “tutto”, non sarebbe totalità dell’essere.

Oggi diremmo piuttosto che è assurdo pensare che la natura abbia dei fini o che abbiano intenzionalità le strutture autoreplicanti emerse dalla evoluzione, al di là di essere sopravvissute proprio grazie alla capacità di autoreplicarsi.

Siamo servi dei nostri geni, più che altro, macchine necessarie ad assicurare la riproduzione del DNA. La natura, lungi dall’essere madre benevola o ingrata matrigna, pare essere indifferente padrona.
Che il suicidio sia “contro natura” non è affatto contraddittorio, semplicemente non è conveniente per i cromosomi programmati per autoreplicarsi che il loro portatore si faccia fuori da solo…

Mi domando cosa la mente straordinaria di Giacomo avrebbe potuto tirare fuori da tutto questo.
Un pessimismo iperuranio, probabilmente.

Il suono del silenzio – Reloaded

erna 17-11-13

“Hello darkness, my old friend, I’ ve come to talk with you again”

Così cantavano Simon & Garfunkel un’ era geologica fa, quando i dinosauri si credevano giovani e lo sticker orgogliosamente proclamava “Underground Music !”. Figuriamoci, buona per fare il remake di “Cocoon”, quella “underground music” oggi.  Ma la radio stamattina la passa e dunque sorvoliamo.

“I’ ve come to talk with you again” mi piacerebbe dirlo oggi a questa testarda e paziente montagna, così vicina, così accessibile, nemmeno tanto alta, quasi banale, quella che normalmente sarebbe solo una camminata di due ore ma per vari motivi invece è un ritorno.

“I’ ve come to talk with you again” perché salire è sempre un parlare, anche se sei da solo, e spesso da soli anche di più, perché parlare non è necessariamente pronunciare parole a voce alta, quello serve soprattutto quando non ci si capisce, e non è questo il caso. E neppure “darkness” è tanto il caso, anzi, è tutto il contrario, qui oggi la luce è nitida e trasparente come certe giornate novembrine sanno regalare a sorpresa, e sarà merito di San Martino o dell’ estate indiana, in fondo non importa.

ciclaminiÈ tutto luce, qui oggi, ombre e chiaroscuri ed improvvisi scoppi di colore, vuoi un agrifoglio prenatalizio oppure un ciclamino nascosto negli anfratti umidi ed ombrosi vicino a una sorgente. È tutto tranne che buio, il buio è rimasto a valle, nel cuore della notte o nella notte del cuore, quella a cui tento di porre un precario rimedio.

“Silence like a cancer grows” . Laggiù, forse, nel buio della note e del cuore da cui provengo. Li’, forse il silenzio cresce come un cancro, o un cancro cresce nel silenzio. Qui no. Qui il silenzio non è malattia, niente affatto, qui il silenzio semmai è cura. E non è nemmeno silenzio, a volerla dire tutta, perché se ti fermi ad ascoltare senti l’ acqua che scorre, l’ aria che si muove, le foglie che si agitano, piccole creature che zampettano o sfrecciano. Lo star bene non è mai un vero silenzio.

No one dares / disturb the sound of silence”. Nessuno osa disturbare il silenzio, chi arriva, parla poco oppure tace e ascolta, qui. È un silenzio luminoso contro il silenzio buio e cattivo della notte, degli uomini, il silenzio di una natura che è e che sarà, al di là del bene e del male perché, semplicemente, prima del bene e del male, e di ogni concetto. Inconsapevole, senza passato e futuro che non siano il ritmo ciclico delle stagioni. Natura che è, e tanto gli basta, e per una volta vorrei che bastasse anche a me, seduto al sole gentile di questa stagione, vorrei che mi bastasse questo essere inconsapevole, prima dei concetti, come un elisir salvifico.

Da quassù, la città è possibile vederla, volendo, e persino, a concentrarsi, ascoltarne l’ eco lontanissima. È il luogo del buio, da qui lo capisci bene, della notte e del desiderio. La natura è eterno presente, invece, e così anche eterno passato ed eterno futuro, sì, futuro, l’ etimologia non mente e “natura” viene dal participio futuro di “nascere”, è promessa di generazione a dispetto di tutto, per quanto infestanti e devastanti noi uomini non riusciremo a togliere il futuro dal participio, ma semmai a togliere noi da quel futuro participio, rendendo l’ ambiente inadatto a sostenerci. Lei, la natura sopravvivrà persino alla nostra follia, statene pur certi.

Ma noi  non ci saremo”.

Questa però è un’ altra canzone.

Il bello dell’ attesa


Ho letto da qualche parte di una teoria secondo cui i viaggiatori si dividono in due categorie: quelli che arrivano in stazione, porto  o aeroporto, a seconda dei casi, esageratamente in anticipo, e lì aspettano la partenza per delle ore, e quelli che arrivano, trafelati ed ansanti, sempre all’ ultimo momento.

Non so se davvero non esista la via di mezzo del viaggiatore che arriva “giusto”, ma so di certo che fra i due estremi io appartengo, geneticamente, alla prima categoria.

Arrivo sempre in anticipo, sì. Spesso esageratamente, immotivatamente in anticipo. Calcolo il tempo necessario, ed arrotondo. Poi aggiungo un margine, poi contemplo le ipotesi estreme: blocco totale del traffico, incidente catastrofico, sciopero generale, invasione di alieni, corteo di animali da circo.

Di conseguenza arrivo prima, molto molto prima della partenza.

Ci sono certamente molti motivi per questo, non mi metterò certo ad invocare l’ ambiente familiare, l’ ansia materna, tutte cose che non interessano. Preferisco semmai soffermarmi sul fatto che, in realtà, questo tempo di attesa io in fondo lo vivo come tempo buono.

Mi piace l’ atmosfera delle sale d’ attesa, la sensazione di solitudine in mezzo alla folla, l’ idea di un tempo sospeso da assaporare proprio nella sua sospensione, perché si tratta di un tempo in qualche modo rubato ed isolato dalla vita, sottratto alle cose da fare e regalato all’ attesa.

Già, l’ attesa.

Attendere è parola dall’ origine assai trasparente, vuol dire, con ogni evidenza, “tendere verso”, così cosme aspettare è, letteralmente “guardare verso”. Sono parole buone queste, parole di apertura, parole che promettono, benché, occorre dirlo, non sempre mantengono. E dunque questo tempo di attesa è un tempo regalato a se stessi, un tempo di riflessione e di apertura al mondo, un tempo disponibile ed accogliente, un tempo per la percezione, coi sensi acuiti e l’ attenzione sospesa, un tempo donato all’ osservazione del mondo ed all’ ascolto, persino talvolta all’ ascolto della propria fantasia.

Chi arriva, ansante, all’ ultimo momento, non sa quello che si perde.

Un po’ di bianco trascendente

Passo Manina

Il sudore, ci vuole. È la fatica, la misura del valore di tutte le cose, la manifestazione oggettiva del nostro tenerci. Ci vuole il sacrificio, che è poi ciò che serve a “rendere sacro” qualcosa. Attraverso il sacrificio si arriva a ciò che è sacro, e che va trattato con rispetto, il sacro ci mette un attimo a diventare esecrabile, l’ etimologia non tradisce mai. Fatica, cura, dedizione, passione, sacrificio, parole che si compongono assieme.

Questo penso, mentre avanzo piano, un passo alla volta, il piè fermo sempre il più basso.

La valle è in ombra, il freddo intenso, ma il maglione di pile e la giacca a vento fanno un buon lavoro, e la fatica ci mette il resto. Il sudore mi cola dalla fronte, insomma, mentre avanzo a fatica su per la salita. Il bosco di conifere è fitto, persino la luce fatica a filtrare, in questo sottobosco umido e ricoperto di aghi non cresce praticamente nulla, neppure gli alberi stessi riescono a rinnovarsi. Il taglio del bosco è utile al bosco stesso, questa è una cosa che un cittadino, sia pure cresciuto a pane ed ecologia, difficilmente riesce a comprendere.

Freddo, ombra e fatica, dunque. E silenzio, naturalmente, perché le valli in ombra sono le meno frequentate, e qui non ci viene proprio nessuno. Ma la montagna quasi mai delude, ed ecco che dopo un ultimo e faticoso strappo il bosco si apre, o fu aperto dai taglialegna molto tempo fa e mi trovo in una radura dolcemente ondulata.

Al centro della radura, una piccola baita di legno, chiusa ed evidentemente disabitata. Sopra ed intorno, la neve ha coperto tutto assecondando con morbidezza le curve del terreno, nascondendo le asperità rocciose, quasi come se fosse stata la montagna stessa a volersi addolcire, in un incongruo moto di empatia.

Sulla neve, nessuna traccia, solo neve primitiva, ignara, persino rozza nella sua ingenua innocenza. Né uomini né animali hanno violato questa bianchezza su cui solo adesso, proprio adesso, il sole arriva a battere.

Le gocce di sudore salato raggiungono le palpebre, entrano negli occhi, costringono a strizzarli, bruciano, il sudore genera lacrime, sembra quasi una metafora, e mentre mi sforzo per mantenere lo sguardo limpido, i raggi del sole sembrano superare le esitazioni iniziali, e trionfalmente inondano la radura innevata, scovano ad uno ad uno i milioni di cristalli di ghiaccio e ad uno ad uno li fanno scintillare come diamanti, o come milioni di microscopiche stelle adagiate sulla neve. Uno sfarfallio, un caleidoscopio di luci, un accendersi e spegnersi fulmineo di minuscoli abbaglianti puntini luminosi, rendono la radura uno scenario magico ed irreale.

La bellezza toglie il fiato, sospende il respiro, e proprio questo è il senso della parola “estetica” questa bellezza pura ed assoluta, bellezza che è il punto di contatto fra l’ umano e il divino. Per incontrare il divino, bisogna venire dove gli dei dimorano, e bisogna arrivarci attraverso un percorso, parlare di pellegrinaggio può sembrare blasfemo, ma insomma serve il sudore e la purificazione, la rigenerazione attravesrso la traspirazione, che allontana le tossine, ma anche rabbie e risentimenti, miserie e gelosie. Tutto resta a fondo valle, la saluta è come la muta di un serpente, e forse proprio per questo qui, proprio qui, davanti ai miei occhi, la trascendenza si manifesta.

Gli Elfi del bosco gelato

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Non c’è niente di più vero del bosco gelato nel cuore dell’ inverno. Il freddo intenso impedisce alle cose di mostrarsi diverse da come sono, non avanzano energie da sprecare in dissimulazioni e travestimenti, tutto è esattamente come è, a partire dagli alberi senza il velo del fogliame. La neve ghiacciata si spezza sotto la pressione degli scarponi con un crepitio da patatine, mentre la vita del bosco intorno sembra trattenuta, anch’ essa, nel minimo sforzo vitale. Eppure, qualcosa si avverte, una cincia sfreccia tra i rami e tracce, molte tracce dimostrano che il bosco è abitato.

E’ come se ci fossero due popolazioni sovrapposte e parallele, qui, destinate a non incontrarsi facilmente. Adesso ci siamo noi, goffi bipedi alla luce del giorno, infagottati in materiali più o meno tecnici e protettivi, traspiranti ed idrorepellenti, quasi fossimo palombari, oppure  astronauti alieni. Ci siamo noi, e non ci sono loro.

Loro, i veri e legittimi abitatori del bosco, quelli che non hanno scarponi né giacche a vento, quelli che non si cambiano mai, quelli senza zaino e senza pranzo al sacco, quelli che se non trovano da mangiare muoiono.

Cervi e caprioli, le tracce sono diverse per chi le sa distinguere, e fra i caprioli c’è anche qualche piccolo, perché la vita non si ferma certo per un inverno, che non è neppure dei peggiori, poi. Alberi scortecciati mostrano che la fame non dorme e qualche volta morde, ed i  morsi della fame sono diventati morsi veri, al legno dov’è più tenero, che almeno dia la sensazione della pancia piena. Mors tua vita mea, questa e non altro è la legge di natura, e chiunque pensi il contrario non sa, o non vuol vedere.

Altre tracce  incrociano le prime, creature più piccole e cattive, si intuisce, e non meno affamate. Una volpe rossa, probabilmente, e qualche martora, o faina. Sarebbe un vero regalo per loro se uno di quei piccoli caprioli precipitasse da una cengia, un cenone da leccarsi i baffi fino all’ alba. Ma non sempre è festa, e bisogna accontentarsi di quello che c’è, qualche uccello incauto, un rospo, una salamandra, un serpentello dalla vista corta.

Più in alto, dove il bosco finisce e la montagna si fa più cattiva, lassù ci sono i camosci e le pernici bianche, più in basso ed a portata di fameliche zanne ci sono i galli cedroni ed i forcelli, ma loro lo sanno, e se ne stanno bene acquattati. Dovranno per forza esporsi più avanti, nella stagione degli amori, ma non è adesso, è all’ inizio dell’ estate quando il bosco è un po’ più generoso e la fame dei predatori, si spera, un po’ meno acuta. Mors tua vita mea è una legge che imparano tuttiin fretta, quassù.

Creature che corrono, volano, strisciano e si arrampicano sono come gli Elfi delle fiabe, escono e popolano il bosco soprattutto di notte, e quando non c’è nessuno che possa vederli, e svaniscono nel nulla non appena i goffi bipedi infagottati avanzano con quello che a loro deve sembrare un frastuono da banda di paese. Per questo tanti bipedi non credono alla loro esistenza. Ma hanno torto.

Si dovrebbe essere più umili e rispettosi, ecco tutto, arrivare quassù in punta di piedi, chiedere il permesso magari, e poi accomodarsi, diventare abitanti del bosco, anzi diventare bosco fino a scomparire, assumere il colore l’ odore il respiro del bosco, farsi dimenticare, rendersi invisibili come le creature fatate. Solo allora gli elfi, distratti o rassicurati, usciranno nuovamente dai loro nascondigli per mostrarsi ai bipedi non più estranei.

Per i quali sarà difficile tornare indietro, dopo.