Maschere e Persone

“ Togli quella maschera d’oro ardente
Con gli occhi di smeraldo”.
“Oh no, mio caro, tu vuoi permetterti
Di scoprire se i cuori sian selvaggi o saggi,
Benché non freddi”.

“Volevo solo scoprire quel che c’è da scoprire,
Amore o inganno”.
“Fu la maschera ad attrarre tua mente
E poi a farti battere il cuore,
Non quel che c’è dietro”.

W.B. Yeats – La maschera

Complici i contorsionismi dell’ attualità politica, mi pare che attorno si faccia un gran parlare, e non sempre a proposito, di “maschere”, di “gettare la maschera” ed, ovviamente, di “smascheramenti”. Pare che tutti vadano in giro mascherati e che il compito principale della dialettica politica sia quello di smascherarsi a vicenda per mostrare al mondo che persona si nasconda in realtà sotto.

“La vita umana necessita di maschere per esistere. È un fatto: ciascuno di noi ne indossa una o più quando si trova impegnato nelle funzioni e nei ruoli sociali che lo riguardano.”

M. Recalcati, Repubblica 13/2/13

Ora, dire che tutti quanti noi indossiamo una o più maschere per adeguarci alla situazione sociale in cui di volta in volta ci veniamo a trovare sembra quasi una banalità. Chiunque di noi si comporta in una certa misura in modo differenziato a seconda delle circostanze, ed in una chiesa non sta come allo stadio o in spiaggia. Ovvio.

E’ anche vero il contrario, però: chi allo stadio si comportasse come in chiesa desterebbe non poca perplessità, ed in caserma sarebbe oggetto di beffe atroci. Ad ogni situazione corrisponde un codice di comportamento atteso, obbligatorio e ben difficilmente derogabile.

E d’ altra parte, proprio questa tensione fra persona e maschera non è forse un tema centrale del teatro del Novecento, a partire dalle “Maschere nude” di Pirandello ?

Ci si adatta alle convenzioni, snaturandosi, ovvero non ci si adatta, emarginandosi. Tertium non datur. Alternativa del diavolo. Eppure.

Eppure, quando le cose sembrano troppo semplici, è proprio lì che di solito sta in agguato la pigrizia mentale. Vediamo.

Che cosa sia una maschera, lo sappiamo tutti (o almeno, pensiamo di saperlo). Ma che cos’è, davvero, una persona ?

Il dizionario recita: “Essere umano considerato in sé o nelle sue funzioni sociali, prescindendo dalle differenze di etnia, sesso, età, cultura ecc. – Sin. : individuo” ovvero, ad essere più sofisticati, “Essere razionale dotato di coscienza di sé ed in possesso di una propria identità”.

Però, se non ci accontentiamo e scaviamo un po’, troviamo che il termine “persona” è di origine latina e significa originariamente (ebbene sì…) “maschera”. Più precisamente, era detta “persona” la maschera usata dagli attori, quella con i lineamenti deformati in modo da far vedere bene anche dalle ultime file se il personaggio sta ridendo o piangendo, se è trite o arrabbiato. Al tempo stesso, la maschera aveva anche la funzione di megafono, amplificava la voce sempre a beneficio degli spettatori più distanti dal palcoscenico.

Ah, però.

Originariamente, le persone non erano chiamate persone, e nemmeno individui. L’ individualismo interviene molto tardi nel nostro sistema di pensiero, ed assume un ruolo centrale solo dal Quattrocento in avanti. Anticamente, le persone erano “uomini”, ed è significativo che sia il latino che il greco utilizzassero termini differenti per indicare l’ uomo come essere biologico (homo, antropos) ovvero l’ uomo come essere  sociale e culturale (vir, anér). Sebbene, nella visione coraggiosa e tragica dei Greci, l’ uomo è il più delle volte indicato semplicemente come “mortale”. Non che gli animali non lo siano, si capisce, ma non sembrano rendersene conto.

Ma se una persona è una maschera, allora la maschera che cos’è ?

Il termine “maschera” ha a che fare col mascara che usano le donne per le ciglia, ha a che fare col termine spagnolo mascàra, che è una macchia nera sul viso, e persino col verbo siciliano “mascariare”, che vuol dire “sporcare”. Ma chi è che si sporca la faccia, e perché ? Non potrebbe essere la “masca” , cioè la strega, per fare ancora più paura ?

Insomma, mentre ci sporchiamo il viso per incutere timore negli altri ed imporre loro il rispetto, mentre cerchiamo su puntellare il nostro status così come fa lo stregone col suo bizzarro copricapo adorno di penne di gallo, allo stesso tempo la nostra persona, quella che pensiamo rappresenti il nostro io autentico, si rivela essa stessa una maschera.  Una maschera monoespressione per di più, una maschera dai lieamenti rigidi e sforzati, sempre uguali a se stessi.

Ed è proprio questo il punto, esattamente questo. Perché la precedente citazione di Recalcati , prosegue così:

“Per la psicanalisi la malattia e la sofferenza mentale sono legate ad un eccesso di identificazione rigida al proprio Io ed al suo Ideale di padronanza”

E dunque non è la maschera in sé, il problema, ma la sua rigidità, una rigidità che diventa rigidità della persona. Il fatto di dover “impersonare” un personaggio fisso in ogni circostanza sociale, il doversi adattare a lineamenti che non sono i propri, non è forse questa l’ origine del malessere ? Siamo, o vorremmo essere, maschere cangianti, questa è la verità. La ricchezza e la complessità della vita umana vorrebbero avere a disposizione un intero assortimento di maschere da poter sostituire a piacimento a seconda del giorno, del momento, dell’ umore, e non solo sotto l’ imposizione della circostanza, ovvero una maschera flessibile che sia strumento di espressione autentica invece che di costrizione e camuffamento di sé.

La rigidità della singola maschera a cui l’ io si deve conformare ci trasforma nella “Maschera di Ferro”, il famoso prigioniero della Bastiglia che si diceva fosse addirittura il fratello del Re Sole…

La maschera unica non paralizza solo l’ espressione del viso, paralizza il divenire della vita stessa.

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