Sorpassi in corso

Non c’è popolo che viaggi più di noi italiani, ne sono quasi sicuro.

Da viaggiatore per lavoro, e turista per caso, credo di avere un punto di osservazione privilegiato. Dovunque mi capiti di andare, in qualunque angolo del mondo, incontro sempre eserciti di turisti italiani, spesso col sopracciglio alzato e la critica pronta. Non va mai bene niente, niente è come a casa. I locali si ostinano a fare le cose a modo loro, invece di prendere esempio da noi, che siamo di civiltà antica. Dal caffè agli spaghetti. Certo.

Ma si guardano intorno, questi (tanti) compatrioti che viaggiano ? E capita mai, di fare turismo all’ estero, ai nostri politici ? Ed i giornalisti, almeno loro, viaggiano ? No, perché a me un legittimo dubbio tutto sommato viene.

Mi trovo, non chiedetemi perché, all’ aeroporto di Istanbul. Ci sono arrivato, non chiedetemi perché, con un volo della Turkish Airlines. E prima che abbiate il tempo di inarcare il sopracciglio, vi faccio presente che la suddetta Turkish Airlines ha vinto il titolo di migliore linea aerea d’ Europa nel 2011, 2012, 2013 e 2014, battendo tedeschi, austriaci e svizzeri. Non la migliore del mondo, che lì la Qatar la fa da padrona, nonostante la concorrenza di Singapore, Emirati e Corea. Sì, è così, nessuna linea aerea “occidentale” compete per il titolo assoluto. Ed in Europa, vincono i turchi. Sorpassi in corso.

Ma so di non avervi ancora convinto.

Sono dunque, come dicevo, all’ aeroporto di Istanbul, ho in mano la carta d’ imbarco della Turkish Airlines. Business lounge, ci mancherebbe, faccio in media un centinaio di voli all’ anno per lavoro. Ho tempo, prima che parta il volo, l’ abitudine di arrivare presto, troppo presto in aeroporto non la perderò mai, piuttosto con l’ avanzare dell’ età la sindrome pare avviarsi ad un preoccupante peggioramento. Insomma, non c’è niente di meglio da fare che infilarsi nella suddetta “lounge”.

La lounge, per chi non lo sapesse, è una sala d’ attesa con tutti i confort, a disposizione di chi viaggia tanto tanto. C’è sempre qualcosa da mangiucchiare, più di qualcosa da bere, poltrone comode, televisori e riviste, per passare il tempo fra un volo e l’ altro. E dunque mi dirigo verso la lounge di business class (non quella della prima classe, beninteso, che quella immagino sia un po’ più bella), della Turkish Airlines, recentemente rinnovata.

Ecco.

Devo proprio dirvi a che cosa si riferiscono queste immagini ?

E qualcuno sa indicarmi un aeroporto non dico italiano, ma europeo un cui si possa vedere qualcosa di  simile ?

Ercole a testa in giù

Vancouver

Vancouver è un posto particolare, un posto che appare una sorta di “Estremo Occidente”, come direbbe Rampini. Dopo la scoperta del Nuovo mondo, fu la costa del Pacifico il luogo dove “sunt leones” , le nuove colonne d’ Ercole, la fine della terra. Qui, se uno continuasse ad andare ad ovest si troverebbe, dopo aver varcato l’ Oceano, né più né meno che in Estremo Oriente.

È dunque questo un “Finis Terrae” del nostro mondo, del nostro essere, e dirci, occidentali. Ed in qualche modo pare proprio che l’ Occidente, portato qui al suo limite estremo, si purifichi e si distilli in una quintessenza di sé.

Non è affatto brutta a vedersi, questa quintessenza, questo va detto subito. C’è pulizia ed ordine per le strade, quanta si potrebbe desiderare di averne e forse un po’ di più, c’è quell’ aria lustra e nuova che solo le città ricche riescono ad assumere, e pazienza per i non pochi barboni che vedo raggomitolarsi negli angoli a dormire fra i cartoni, in quale città ricca non se ne vedono ?

C’è la coscienza ecologica, ben esibita e portata ad un grado superiore, seppure non al punto da rinunciare agli inevitabili, elefantiaci SUV. Una consapevolezza che non arriva tuttavia a mettere in discussione la nuova ricchezza, quella del petrolio che si estrae dalle sabbie bituminose, e quella dello “shale gas” ottenuto col famigerato fracking, due tra le tecnologie più invasive per l’ ambiente che si conoscano. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore, sembrano pensare i canadesi, e del resto, essendo l’ uso intensivo di energia la cifra dominante dell’ Occidente intero, figuriamoci se poteva non esserlo in questa sua quintessenza.

C’è poi la multiculturalità, si capisce, i tassisti che ho incontrato erano per lo più di origine mediorientale, qualcuno esibiva la barba lunga quanto il pugno, inconfondibile manifestazione di osservanza islamica, tuttavia la nota dominante è qui quella orientale, asiatica, d’ altra parte è sull’ Estremo Oriente che questo Estremo Occidente si affaccia, lo abbiamo già detto. E c’è poi la sfumatura particolare – persino un po’ beffarda – dell’ ostentato rispetto per le First Nations, come le chiamano qui, vale a dire i nativi, le tribù indiane a cui proprio i colonizzatori bianchi hanno portato via la terra con le brutte maniere.

Vizi e virtù di stampo statunitense, naturalmente, ma qui appaiono sfumati, quasi ovattati, i qualche misura europeizzati. Un distillato d’ Occidente, per l’ appunto.

Non siamo agli antipodi, qui, questo no, ma siamo abbastanza distanti perché al volo di linea convenga passare quasi sopra il polo piuttosto che seguire il parallelo; e la sensazione più straniante per chi si trova in visita breve  è quella di vivere in un tempo a testa in giù. Ci si alza quando in Europa è già pieno pomeriggio, e quando si vive perennemente connessi a queste cose è impossibile non farci caso, nove ore di differenza nel fuso orario e poche ore di condivisione lavorativa e non.

Le nuove colonne d’ Ercole, dunque, ovvero uno dei possibili futuri di ciò che definiamo Occidente, e certamente non il peggiore dei futuri, con la sua efficienza pulita ed un po’ fredda; ma un futuro che per avverarsi necessita di essere in pochi, ed alquanto ricchi.

Due requisiti che a noi purtroppo mancano…

L’ autunno arabo

Finirà come in Algeria, temo. Forse qualcuno si ricorda.

Era il 1991, alle elezioni avevano vinto gli integralisti islamici ed i militari decisero di prendere il potere con un colpo di stato prima di ritrovarsi in una repubblica islamica. Seguirono dieci anni di guerra civile, terrorismo, attentati. Adesso la storia pare ripetersi in Egitto.

La cosa poteva non piacere, c’ erano ottime ragioni perché non piacesse, ma in Egitto i Fratelli Musulmani (o più precisamente quelli del partito “Libertà e Giustizia”) avevano vinto le elezioni, e Morsi era diventato presidente per via democratica, il che in Egitto non era mai accaduto prima. Né il risultato era particolarmente sorprendente, per chi avesse un po’ di pratica di Medio Oriente. Per cinquant’ anni in Egitto la Fratellanza si era, come si usa dire, radicata nel territorio, costruendo un’ organizzazione capillare nonché una rete di solidarietà negli anni bui dei regimi autoritari, un’ organizzazione con la quale i volenterosi giovani di Piazza Tahir non potevano sperare di competere.

Molti (me compreso) avevano persino immaginato che i Fratelli Musulmani fossero il minore dei mali, potessero agire come punto di tenuta del sistema, forza “moderata” in grado di arginare gli estremisti islamici evitando così di dare pretesti ai militari per intervenire. In fondo, anche nei periodi più difficili, avevano sempre rifiutato ogni forma di lotta armata ed il ricorso al terrorismo.

Purtroppo, Morsi si è rivelato subito inadeguato al ruolo delicatissimo a cui era chiamato, si è comportato in modo prepotente, arrogante persino, e con poco senso di responsabilità e senza alcuna visione strategica. Ignorando il semplice fatto che l’ economia egiziana vive dei sussidi americani e non solo, ha tirato la corda su molti fronti fino ad osare l’ inosabile: prospettare un possibile avvicinamento all’ Iran.

Qui bisogna ricordare che in Medio Oriente l’ Egitto non è un Paese come gli altri, è grande e popoloso, è quello con le istituzioni più consolidate e stabili, senza contare che è la chiave di volta dell’ equilibrio con Israele. È del tutto ovvio che un asse Teheran-Cairo, passando magari per la disastrata Siria, rappresenti l’ incubo delle grandi e ricche nazioni arabe sunnite, in particolare dell’ Arabia Saudita, oltre a rappresentare una minaccia mortale per Israele ed un notevole grattacapo per gli Stati Uniti che di Israele sono lo sponsor principale.

Il rischio di una reazione era grande, insomma, e facilmente prevedibile, moniti, avvertimenti e velate minacce non erano mancate, ma Morsi non se ne era dato per inteso, arrivando ad auto-attribuirsi per decreto poteri inappellabili.

Detto questo, rimane il fatto che Morsi aveva vinto legittimamente le elezioni.

E l’ Occidente si trova una volta di più nell’ imbarazzo di aver salutato festosamente la nascita di una democrazia per scoprire subito dopo che la democrazia è fragile e vulnerabile, sempre esposta al rischio di consegnare il potere a chi democratico non è. Non che sia una gran scoperta, lo diceva già Platone.

Antidemocratico nei suoi atti ma eletto democraticamente, Morsi è stato deposto con un vero e proprio colpo di Stato militare (pateticamente definito da qualcuno “golpe democratico”, che è un interessante esempio di ossimoro conciliante, secondo la definizione di Umberto Eco). Un tale intervento, benché ufficialmente sconfessato, non penso possa essere stato condotto senza quanto meno il tacito assenso dell’ America, se non altro per assicurarsi il mantenimento del già citato supporto finanziario.

Gli eventi di questi giorni dimostrano che, nonostante la gestione del potere da parte dei Fratelli abbia scontentato gran parte degli egiziani, il consenso popolare non era veramente scomparso, e la sanguinaria reazione dei militari non potrà che accrescerlo. Persino la clandestinità non potrà che accrescere la simpatia per il movimento, che del resto in clandestinità ha trascorso gran parte della sua storia.

In tutto questo, ciò che appare davvero dissolto nel nulla è il movimento di Piazza Tahir, quei giovani e meno giovani libertari, laici, democratici che hanno dato origine alle tante “primavere” e che in tutti i Paesi “liberati” dalla tirannide sono stati incapaci di organizzarsi in partiti, aggregando laici e moderati, che in tutto il mondo arabo certo non mancano.

E, del resto,  bisogna constatare che anche nei paesi occidentali i vari movimenti popolari di protesta, indignados, girotondini, occupatori di Wall Street e simili, non sono stati in grado di traghettare se stessi dalla protesta di piazza (reale o virtuale che sia) all’ azione politica vera e propria. Il motivo ha probabilmente a che fare con il sottofondo individualistico e tendenzialmente anarchico su cui questi movimenti sono nati, una moltitudine che non riesce a farsi massa e dunque “pesare”.

La Rete è preziosa per organizzare la protesta, ma funziona assai meno sul piano della politica attiva, le difficoltà dal movimento di Grillo ne sono una convincente dimostrazione, anche in casa nostra.

La Rete, la stupidità, l’ intelligenza

 

“Ogni medium che si affaccia rappresenta un’ estensione della nostra sensibilità, ma la sua diffusione finisce per mutarci anche nel modo di ragionare.”

C. Freccero, Espresso 7/2/13

Spesso, sempre più spesso capita di imbattersi in articoli, inchieste giornalistiche, recensioni di saggi e pubblicazioni che ruotano attorno ad un tema: come la Rete cambia il nostro modo di pensare. Le risposte sono naturalmente le più varie; ad un estremo ci sono quelli che potremmo chiamare “catastrofisti”, la cui opinione si può sintetizzare togliendo il punto interrogativo finale al titolo di un libro celebre e discusso: “Internet ci rende stupidi ?”. dall’ altra parte ci sono quelli che potremmo chiamare “utopisti”, che parlano, sempre per usare il titolo di un libro, della “Mente accresciuta”.

 Chi ha ragione ?

Non ho competenze specifiche, non sono sociologo né un esperto di scienze della comunicazione, però in qualità di blogger di (troppo ?) lungo corso qualche idea me la sono fatta, e mi piacerebbe condividerla.

Dunque, l’ argomento principale usato dai sostenitori della “sindrome da stupidità indotta da internet” (IISS, Internet Induced Stupidity Syndrome, questa me la brevetto !) è la perdita della capacità di concentrazione, per via del tasso di distrazione continua prevalente nell’ ambiente della Rete.

Bisogna riconoscere che questo argomento ha qualche fondamento. Confesso di avere subito io stesso l’ invasiva prepotenza della posta elettronica, la “dipendenza da Blackberry”, la consultazione compulsiva ad ogni accenno di vibrazione, prima cosa al mattina appena svegli, ultima cosa alla sera prima di andare a dormire. Col tempo si impara a conviverci, ci si autocensura, si esercita una disciplina, tutto quello che volete, ma la tentazione resta, ed il numero di volte in cui si interrompe ciò che si sta facendo per controllare la mailbox resta preoccupante. Diciamo che si registra un abbassamento del tempo di attenzione, che comunque (va ricordato) anche in condizioni ottimali e senza distrazioni non supera in media i 15-20 minuti. Bisogna esser monaci tibetani per restare concentrati per delle ore…

Ma non è solo questo. La navigazione attraverso la Rete è di per se un elemento di distrazione, ogni pagina è zeppa di link ad altre pagine, e di curiosità in curiosità ci si trova a passare ore davanti allo schermo rimbalzando senza troppo costrutto da un sito all’ altro. Più che navigando, andando alla deriva, verrebbe da dire.

A me, questa forma di surfing casuale attraverso la Rete ricorda tanto lo zapping compulsivo tra i canali televisivi, e questa osservazione mi pare che rappresenti un indizio importante.  Infatti, benché il navigare a casaccio tra i siti web possa apparire una “degenerazione”, credo sia utile chiedersi che cosa abbia realmente sostituito: ore di applicazione allo studio della metafisica kantiana oppure ore di telecomando selvaggio e di esplorazione, per di più del tutto passiva, tra i canali tv ? Solo rispondendo in modo onesto, ciascuno per se, a questa domanda si potrà valutare se e quanto si sia realmente perduto.

Considerazioni analoghe valgono riguardo alla frequentazione dei social networks. Sono luoghi di cazzeggio, è vero,  dove non circolano idee, dove non c’è tempo per leggere né spazio per scrivere, per quello semmai restano (e resistono) i blog; ma forse che il cazzeggio non esisteva prima di facebook ?  Nel Meridione un tempo si andava al circolo, al Nord si andava all’ osteria, ancora adesso ci si vede al bar dello sport, giusto ?

Intendiamoci. Non sto qui negando gli effetti deleteri prodotti dalla Rete, perché è ovvio che questi effetti ci sono; sto solo cercando di metterli nella giusta prospettiva. Nel valutare il mezzo, in definitiva, dobbiamo anzitutto decidere rispetto a che cosa lo valutiamo, da quale punto di vista lo osserviamo: quello del sapere, per dirne una, o quello dell’ intrattenimento ? Perché non c’è dubbio che la Rete abbia entrambe le valenze. E magari, prima di interrogarci su come la Rete abbia cambiato il nostro modo di pensare, chiederci se questo modo di pensare non sia già stato cambiato altre volte, prima che la Rete arrivasse. A questo proposito vorrei ridare la parola a Freccero, la cui conoscenza, unanimemente riconosciutagli, del mezzo televisivo non ha probabilmente eguali in Italia:

“Come la stampa aveva creato l’ uomo rinascimentale, legato alla scrittura, la tv ha disgregato quel mondo, traghettandoci dal mondo moderno al postmoderno: Con la televisione i fondamenti del discorso pubblico, esperienza, argomentazione, contraddittorio, sono mutati in intrattenimento. Le neuroscienze dovrebbero verificare quanto siamo cambiati. Forse avremmo delle sorprese.” (ibidem)

Insomma, niente di nuovo sotto il sole, già la tv ci aveva cambiato la mente, e la stampa ancora prima !

Ora, tranne che nei casi conclamati di dipendenza patologica, mi sembra che l’ uso della Rete non meriti affatto la demonizzazione di cui è oggetto da parte dei catastrofisti. E penso che gli aspetti negativi visti prima non debbano oscurare quanto di buono sia stato portato da internet in termini, appunto, di “mente accresciuta”.

Personalmente, uso la rete in modo massiccio per trovare informazioni, per controllare nozioni, per soddisfare piccole e grandi curiosità. È come avere un oracolo a disposizione, 24 ore su 24, e per di più in forma gratuita, a parte i costi di connessione, un oracolo in grado di rispondere in tempo reale praticamente a qualunque domanda che abbia una risposta.

Ora, mentre dal punto di vista dell’ intrattenimento il parallelo tra rete e tv regge, dal punto di vista del sapere è facile rendersi conto che internet rappresenta un vero e proprio salto di qualità, forse non ancora del tutto compreso nel pieno delle implicazioni.

Il sapere dell’ umanità a portata di clic. Non solamente disponibile, ma accessibile con facilità. La biblioteca di Alessandria. I Sette Savi. Il sogno antico dell’ Uomo: sapere tutto, tutto quello che c’è da sapere. Come si può pensare che un’ innovazione di tale portata, e di tanta potenza dirompente, abbia come effetto secondario quello di renderci più stupidi ?

Lo so, l’ obiezione più comune è che il fatto di avere a disposizione ogni sorta di nozioni senza fatica mina alle basi la capacità di ricordare, rendendo la memoria una facoltà irrilevante, quasi superflua. Ma questa non è affatto un’ obiezione nuova. È esattamente l’ obiezione che gli antichi muovevano alla scrittura, e che Platone sintetizza così:

(…) perché esso (l’ alfabeto) ingenererà oblio nelle anime di chi lo imparerà: essi cesseranno di esercitarsi la memoria perché fidandosi dello scritto richiameranno le cose alla mente non più dall’interno di se stessi, ma dal di fuori, attraverso segni estranei: ciò che tu hai trovato non è una ricetta per la memoria ma per richiamare alla mente. Né tu offri vera sapienza ai tuoi scolari, ma ne dai solo l’apparenza perché essi, grazie a te, potendo avere notizie di molte cose senza insegnamento, si crederanno d’essere dottissimi, mentre per la maggior parte non sapranno nulla; con loro sarà  una sofferenza discorrere, imbottiti di opinioni invece che sapienti”

Platone – Fedro, 274-275

Ora, quello che io cerco (e quasi sempre trovo) si Google sono nozioni, informazioni, dati e date, non ragionamenti. Quelli continuo a metterceli io, confrontandomi eventualmente con i miei frequentatori e coi viandanti  in modo molto più efficace di quanto potessi pensare fare nel mio piccolo ambiente “offline”. Quello che trovo su Google sono precisamente la cose che un tempo avrei trovato, con molta più fatica, sull’ enciclopedia o sul dizionario. Oggi le recupero con un clic. Questo stesso articolo sarebbe stato (ancora) più stupido, senza google.

È davvero un problema, allora,o non è invece una straordinaria opportunità ?

A che serve la cravatta ?

A volte, una discussione oziosa fra colleghi, di quelle che capitano davanti alla macchinetta del caffè o, per me più spesso, in una sala d’ attesa o in aeroporto, può rivelarsi più interessante del previsto.

A che serve la cravatta ?

In questo caso, l’ osservazione nasce mentre aspettiamo di essere ricevuti da un qualche pezzo grosso di un paese arabo, uno “sheikh”, che vuol dire semplicemente “vecchio”, e quindi “capo”. Un “don”, insomma. Ad attendere, dal lato opposto della sala, c’ è anche un altro gruppo di persone, dall’ aspetto di uomini d’ affari, tutti senza cravatta, col colletto della camicia aperto. Io avanzo l’ ipotesi che si tratti di una delegazione iraniana.

Non è raro in Medio Oriente imbattersi in persone vestite all’ occidentale, abito con giacca, ma senza cravatta, il colletto della camicia aperto; per gli iraniani però si tratta di un “must”, un punto davvero irrinunciabile. Infatti, fin dai tempi della rivoluzione khomeinista degli Anni ’70, la cravatta è stata individuata come il più puro simbolo ideologico dell’ odiato Occidente, e come tale messa al bando con furore fanatico.

E così è facile notare che, anche nelle occasioni più formali ed importanti come i summit internazionali, nessun iraniano, a partire dal presidente Ahmadinejadh compare mai con a cravatta.

Sì, d’ accordo, ma la cravatta a che serve ?

Ora, bisogna notare che il bando degli ayatollah non riguarda l’ abbigliamento occidentale in genere, camicia, giacca e pantaloni vanno benissimo. La cravatta invece no, perché solo lei è il simbolo della degenerazione occidentale.

Sarà perché, oltre ad essere occidentale, la cravatta è pure inutile ?

Beh, ma allora perché non prendersela anche con la giacca di foggia occidentale ?

Eh, no ! La giacca non è inutile come la cravatta, la giacca è un indumento, ripara dal freddo, e poi con tante tasche è anche comodo per metterci dentro la roba che uno si porta sempre dietro, penne, occhiali, portafogli. Gli uomini mica hanno la borsetta.

La cravatta è utile perché nasconde gli antiestetici bottoncini della camicia.

Ma fammi il piacere ! A parte il fatto che si tratterebbe, eventualmente, di un criterio estetico, e non certo di utilità.

Calma, ragioniamo. Prima di tutto, da dove viene, la cravatta ? Nell’ arte antica non ce n’ è traccia, mi pare, per cui si direbbe una moda relativamente recente.

Pare abbastanza plausibile che la cravatta, che si porta al collo, sia in qualche modo imparentata con la sciarpa, e la sciarpa sì che serve, ripara il collo dal freddo ed evita torcicolli e mal di gola. La sciarpa, e soprattutto una sciarpa di tessuto leggero che si possa annodare in modo che non voli via, un foulard, insomma, risulta ad esempio utilissimo a chi sia esposto a colpi d’ aria come ad esempio un cavaliere. Inoltre, questa sciarpa o foulard, se uniformata ad una certa foggia o colore, si presta anche ad essere un segno distintivo, di riconoscimento.

Ai tempi del Re Sole, si aggiravano per l’ Europa parecchi eserciti mercenari. Tra questi, era particolarmente apprezzata la cavalleria croata che si distingueva, appunto per una sorta di sciarpa annodata al collo. Ora, in croato, “croato” si dice “hrvat”, e se uno prova a pronunciare questa parola (facilissimo non è) viene fuori un suono che somiglia molto, appunto, a “cravatta”. Dunquel la cravatta, per definizione, è precisamente “la sciarpa dei (cavalieri) croati.

Bene, ma la cravatta a che serve ?

Fu solo negli Anni Venti, in America, che fu inventata la cravatta moderna, fatta con tre pezzi di tessuto tagliati obliquamente. Cravatta che, come tutti sanno, non protegge affatto il collo dal vento. La cravatta oderna ha mantenuto, più nelle intenzioni che nei fatti, un blando signifcato di elemento di riconoscimento, tali sono ad esempio le cravatte “regimental” che all’ origine dovrebbero essere caratteristiche dei singoli reggimenti militari oppure, che ne so, di particolari Università come quelle dell “Ivy League” americana. Ma oggi penso che nessuno, a parte gli appartenenti a quel corpo o a quell’ ateneo, sarebbe più in grado di interpretare la simbologia di questo tipo di cravatte, un po’ come è accaduto ai tessuti scozzesi.

Ma allora, se non è per riparare il collo, e neppure per riconoscersi, che le mettiamo a fare, queste cravatte ?

Osserviamo attentamente una cravatta maschile classica, come nella foto grande. Ha una forma verticale, leggermente divergente verso il basso, e la base, nella grande maggioranza dei casi  non è dritta ma forma una punta diretta verso il basso, come ad indicare…

Insomma, a me pare difficile negare che la cravatta abbia una chiara simbologia fallica, e non escludo che proprio questa “scandalosa” simbologia, forse inconsciamente percepita dai puritani ayatollah, abbia contribuito in modo decisivo alla decisione di mettere al bando proprio questo elemento di abbigliamento maschile. Del resto, è abbastanza comprensibile che una società moto repressiva sia al tempo stesso estremamente sensibile al richiamo anche nascosto di ciò che viene con tanta fatica rimosso.

Naturalmente, l’ abitudine di esibire richiami sessuali non è un’ invenzione dell’ America degli Anni ’20. Viene spontaneo notare, al contrario, che mentre la contemporaneità pare avere recuperato la quasi totalità degli ornamenti tribali primitivi, dai tatuaggi ai piercing, dagli anelli al naso o alle orecchie dino ai divaricatori dei lobi, solo uno di questi ornamenti pare essere finora sfuggito all’ attenziene di stilisti e trend-setters internazionali.

Ma è possibile risalire ancora più indietro, e mostrare che colori vivaci come quelli di una bella cravatta di seta sono usati come richiamo sessuale persino da certi nostri lontani parenti…

Buona cravatta a tutti ?

(Ps. In questo caso la musica non c’ entra niente col post, ma ce la metto perché mi piace.)

Qualcosa d’ antico, rimesso a nuovo

Segue da qui (…)

Una libertà che non degeneri in individualismo è una “libertà responsabile”, rivendica spazi di autonomia personale senza danno alla comunità.

Una libertà responsabile sostiene il laicismo, pretende il diritto di esercitare un pensiero critico nei confronti di ogni autorità e di ciascuna dottrina, predilige un approccio scettico ed interrogativo nei confronti del mondo. La libertà responsabile induce a chiedere conto a qualsiasi autorità della delega su cui essa stessa si basa, pretende che chi esercita un qualsiasi potere ne risponda.

La libertà responsabile forma cittadini, non servi né tifosi, cittadini consapevoli del fatto che il patto sociale richiede il rispetto da parte di entrambe le parti contraenti, ed il rispetto dei patti che consente ai cittadini di esercitare i diritti civili comincia con l’ assolvere ai doveri, rispettando leggi e norme, pagando le tasse e rispettando le norme, divieti di sosta inclusi. Non esistono scorciatoie “responsabili”. Solo questa condizione rende sostanziale ed esercitabile la pretesa che chiunque sia delegato ad esercitare un potere di quel potere pubblicamente risponda.

La libertà responsabile favorisce l’ emancipazione e la maturità, riconosce il diritto di scelta, l’ autodeterminazione, la libertà di impiegare la propria vita come meglio si ritiene, senza doverne rendere conto ad alcuno nella misura in cui non si crei danno alla comunità. La libertà responsabile comprende, come naturale conseguenza, l’ inviolabilità personale, il diritto di accettare o rifiutare cure, la libertà anche di mettere fine alla propria esistenza nel momento in cui non la si ritenga più degna. Nessuno ha titolo di autorità in questo giudizio, che compete solo all’ individuo.

La libertà responsabile produce tolleranza e tutela il pluralismo, ha l’ obiettivo di consentire a ciascuno di formarsi un’ opinione critica informata, desidera una società il più possibile aperta, pratica un riformismo continuo come forma di “manutenzione ordinaria” della comunità.

La libertà responsabile vigila sull’ esercizio di ogni forma di potere, come si è detto, e dunque esige la partecipazione attiva. Non si firmano cambiali in bianco, ed è necessario che chi esercita un ruolo pubblico senta costantemente sul collo il fiato di un’ opinione pubblica informata che è, come diceva Joseph Pulitzer, “la nostra vera Corte Suprema”. È la partecipazione il cane da guardia che rende trasparente la democrazia, smaschera ingiustizie, corruzioni, inefficienza, errori. È la partecipazione il vero “potere dei senza potere”, ciò che costringe a “vivere nella verità” secondo le formule di Vaclav Havel. La libertà responsabile non può convivere con la censura.

“La somma di libertà individuale che un popolo può conquistare e conservare dipende dal grado della sua maturità politica” scrive Arthur Koestler in “Buio a mezzogiorno”.

È la finalità umana, dunque, a rendere responsabile la libertà, ad impedirne la deriva individualistica. La finalità umana tempera la libertà con la solidarietà.

La finalità umana, cioè trattare kantianamente gli esseri umani come fini e non come mezzi, trova compimento nella cura per la comunità, nella difesa dei deboli, nella gratuità. Se gli esseri umani sono fini e non mezzi, allora non tutto può essere ridotto alla logica, pur importante, dell’ economia. Esistono interessi da preservare, la tutela della vita e della salute, la sanità di base e l’ istruzione, indispensabile perché l’ “opinione pubblica informata” non si riveli una presa in giro, e l’ arena democratica non degeneri in una sfida fra demagoghi populisti.

La finalità umana porta a considerare che la cultura, la bellezza e l’ arte sono aspetti sostanziali e non accessori dell’ essere umano, necessari alla sua salute fisica e psichica, e che la loro tutela, che certamente può essere gestita in modo economicamente assennato, non deve assoggettare la sua stessa sussistenza al ritorno economico, ma deve prescinderne. L’ economia serve a trovare le risorse per vivere bene, non è fine a se stessa. Pur in tempi di crisi, ci sono priorità che vanno tenute ferme.

L’ ambiente, il paesaggio, la biodiversità non sono “res nullius”, ma “res omnium”, beni comuni in cui il termine collettivo abbraccia le generazioni future, la finalità umana impone la sostenibilità, il dovere di lasciare ai nostri figli un pianeta vivibile almeno quanto quello che abbiamo ricevuto in eredità.

La finalità umana è universale, terzo principio collegato di questa forma di umanesmo posmoderno che ci stiamo figurando. Non è possibile confinarsi in una dimensione locale, le considerazioni che abbiamo fatto forzano ad una visione internazionale.

L’ universalità porta a ritenere che l’ integrazione è un valore, che le persone sono responsabili di ciò che fanno e non di ciò che sono, e che qualunque persona ha diritto ad un’ opportunità equa.

I diritti umani sono universali, ed è necessario che non siano restino enunciati sulla carta ma diventino effettivi, obiettivo da cui siamo ben lontani. I 191 paesi aderenti all’ ONU si sono impegnati nel settembre 2000 a realizzare entro il 2015 otto obiettivi “minimi”, per rendere il mondo un posto migliore, e rendere concreti i Diritti Universali dell’ Uomo.

Questi obiettivi, definiti “Millennium Development Goals”, sono i seguenti:

Quasi dodici dei quindici anni previsti per la realizzazione del programma sono trascorsi, ed è quasi imbarazzante provare a fare una sintesi dello stato di avanzamento di questi obiettivi.

Altre priorità hanno tenuto banco, in particolare gli obiettivi di globalizzazione economica e finanziaria imposti dalle politiche liberiste.

Non è possibile una correzione di rotta, che riporti al centro dell’ attenzione la persona umana, se non si ritrova uno spirito internazionalistico che porti ad una globalizzazione non solo dei capitali ma anche dei diritti dei lavoratori.  Bisogna cominciare a parlare di contratti di lavoro sopranazionali, di diritti e principi irrinunciabili da garantire in tutti i Paesi e da far recepire dalle singole normative nazionali, in modo da armonizzare le discipline del lavoro e mettere fine alle guerre fra poveri. Proporre una certificazione internazionale che attesti il rispetto delle norme minime sul lavoro da parte di qualunque azienda che voglia concorrere sul mercato internazionale.

C’è spazio, tanto spazio, per una politica che voglia riaffermare la propria identità culturale ridando voce a chi da molto tempo non riesce più a farsi ascoltare, ed a chi non c’ è mai riuscito.

A rimettere a nuovo le cose vecchie ancora buone c’è sempre da guadagnare, per tutti.

Ancora in piedi


Di nuovo si torna a cambiare. Ancora, un’ altra volta.

Si torna  a guardarsi intorno, sopravvissuti, stanchi, un po’ straniti.

Vivi, però.

Così torno a cercare un appiglio, un interesse, un argomento, una curiosità. Uno stimolo.

Qualcosa da imparare, qualcosa da cui farmi affascinare.

Qualcosa da esplorare, da girare fra le mani, dissezionare, portare ai limiti di ciò che può dare, per vedere quali sono e dove sono, questi limiti, ed i limiti miei nei suoi confronti.

Da dedicargli tempo e cura, cercando di lasciare una traccia meno labile della scia di una barca a vela nell’ acqua che si richiude indifferente subito dopo.

Ci sono quelli che riescono a scrivere solo nel silenzio e nella tranquillità della loro stanza , e quelli che scrivono solo fuori di casa. Chatwin lo sapeva bene.

Io scrivo nelle sale d’ attesa, nelle lounges degli aeroporti, sugli aerei, scrivo dentro una macchina parcheggiata molto più facilmente di quanto mi riesca di fare a casa. Dove sempre, inevitabilmente si affollano idee, incombenze, scadenze, progetti, cose da fare e da rifare, cose da sistemare, da mettere a posto.

Il viaggio invece è sospensione dello spazio oggettivo e del tempo soggettivo.

In una sala d’ attesa si attende.

Si inganna il tempo, dicono.

Facendo finta di non sapere che non il tempo inganniamo, ma noi stessi convincendoci di avere tempo da ingannare.

Mentre invece il tempo che ci è dato è quello ed è fisso in quantità che non è dato di sapere, ma il cui residuo si abbassa di giorno in giorno. Chissà quanto il serbatoio ancora contiene, ma dal serbatoio ogni giorno esattamente prelevo ventiquattro ore, non una di più, non una di meno.

Ma allora dove sta l’ inganno, cosa e chi inganna, o chi è ingannato ?

Perché si capisce che se faccio o non faccio, lavoro oppure ozio, fatica o riposo, sempre le stesse ventiquattro implacabili ore prelevo dal serbatoio, non c’è trucco e non c’è inganno.

E se questo tempo è speso senza frutto, senza che ne venga utilità, né diletto, senza costruire e senza assaporare, semplicemente lasciato scorrere come l’ acqua sulle piume di un’ anatra, non si capisce proprio come possa sostenere di avere ingannato il tempo, mentre sto solo terribilmente ingannando me stesso.

Il ritorno a casa è astenia, toglie le forze a chi sa di Ulisse, e del viaggio.

Che sia viaggio reale, o mentale non importa poi tanto.

Mai a riposo, mai troppo a lungo. Ripartire. Cercare. Desiderio.

Il viaggio è metafora, è cibo e stimolo, bolla di pensieri in movimento.

Il fiume scorre ed è vivo.

 

 
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