Un argomento assai scomodo

 

Immagino che questo post non mi renderà popolare, ma sono abituato a pensare con la mia testa e sono troppo vecchio per cambiare. Se sbaglio, vorrei che qualcuno mi spiegasse dove sbaglio. Senza ideologie, senza preconcetti e senza parolacce, se possibile. Grazie.

1. Non c’è dubbio che per chi naviga, salvare un naufrago in procinto di annegare è un obbligo, morale prima ancora che legale. Ci si ferma e lo si tira a bordo, punto. Può succedere a chiunque navighi.

2. Schierarsi davanti alle coste libiche, al limite delle acque territoriali ed a volte anche dentro, aspettando che gli scafisti accompagnino al largo i gommoni coi migranti mi sembra una cosa un po’ diversa. È vero che la decisione è stata presa dopo alcuni tragici naufragi, ma la preoccupazione umanitaria è purtroppo sfociata in un involontario, consistente, e per di più gratuito, assist alla criminalità, che adesso deve solo spingere verso la prima nave un gommone senza motore. Un sogno per il racket dei migranti, una catastrofe ulteriore per i migranti, i gommoni sono assai instabili e vulnerabili, ed i morti sono aumentati sia in assoluto (5.000 solo nel 2016) che in proporzione ai transiti (quasi due morti ogni cento).  Bisogna prenderne atto.

3. Sul giro d’ affari dei trafficanti di uomini ho letto cifre assai disparate. Secondo uno studio recente dell’ istituto Demoskopik ogni migrante paga 4.000-5.000 $ per la traversata del deserto, più altri 1.000-1.500 per l’ imbarco. Anche usando le stime più basse, gli oltre 180.000 migranti arrivati in Italia nel 2016 hanno prodotto un giro d’ affari di quasi un miliardo di dollari. Solo nel 2016 e solo dalla Libia verso l’ Italia. Di questo parliamo. Un fiume di denaro nelle tasche di mercanti ed aguzzini di esseri umani che solo in un paese totalmente disarticolato come la Libia di oggi possono portare in giro indisturbati, tenere prigionieri, torturare centinaia di migliaia di persone. Fare tutto il possibile per neutralizzare questi criminali è opera umanitaria, rifiutare di collaborare a questo scopo no. Che ci siano dubbi su questo lo trovo incomprensibile.

4. Fra i migranti che arrivano dalla Libia, non ci sono libici, e neppure siriani. I più numerosi sono, nell’ ordine, quelli che arrivano da Nigeria, Bangladesh (sì, proprio così !), Guinea, Costa d’Avorio ed in generale Paesi dell’ Africa subsahariana. Tranne poche eccezioni, non si tratta di rifugiati ma di migranti in cerca di migliori condizioni di vita, migranti che si indebitano per pagare i trafficanti, lo stesso tipo di emigrazione che ebbe luogo all’ inizio del secolo scorso verso gli Stati Uniti. Gli americani avevano bisogno di manodopera per sviluppare il Paese, così come oggi l’ Europa (Italia per prima) ha bisogno di immigrati per compensare l’ invecchiamento della popolazione. Tutto sta a mantenere il controllo su questo processo. Gli americani avevano un sistema legale che faceva capo ad Ellis Island. Oggi, la quota parte di immigrazione che proviene dalla Libia (e che costituisce poco meno di metà del totale degli arrivi in Italia) è completamente in mano ad organizzazioni criminali. Ma perché arrivano proprio da lì ?

5. L’ Africa, che quando io andavo a scuola arrivava sì e no a 200 milioni di abitanti, ha superato pochi anni fa il miliardo, e raggiungerà i due miliardi entro il 2050. Il motivo è semplice: l’ Africa, ultima fra le grandi regioni del mondo, sta iniziando finalmente ad emergere dalla povertà estrema ed a ridurre la mortalità infantile. Di conseguenza, in questa fase transitoria l’ Africa subsahariana rimane ancora la regione più povera al mondo ma, al tempo stesso, è quella col più alto tasso demografico al mondo. L’ età media della popolazione in questi paesi è inferiore ai 18 anni, in confronto ai 45 circa della vecchia Europa. Lo sviluppo economico di questi paesi è mediamente alto, la povertà estrema è scesa di 20 punti negli ultimi 25 anni, ma è ancora al 40%, e si capisce bene che un miliardo di bocche in più da qui al 2050 (30 milioni in più ogni anno) non è un problema da poco. E si capisce anche che l’ emigrazione verso l’ Europa non è una soluzione realistica, sostenere ed alimentare lo sviluppo di questi paesi invece si. G2, G7, G8, G20 e compagnia bella farebbero bene ad occuparsi di questo, io credo. Sarebbe un modo assai più intelligente di spendere soldi.

6. Per quanto l’ Italia abbia bisogno di compensare la denatalità e l’ invecchiamento della popolazione, è anche il caso di ricordare che attualmente da noi la disoccupazione giovanile sfiora il 40%, situazione aggravata dal periodico innalzamento dell’età pensionabile. Oltre a governare il fenomeno migratorio, non sarebbe male avere un’ idea di come impiegare i nuovi arrivati. Vederli chiedere l’ elemosina davanti ai supermercati fa male, ma deve fare ancora più male a chi, per arrivare fin qui si è indebitato fino al collo. È il miglior modo per costruire una bomba sociale, e mettere questa gente nelle mani sbagliate.

 

Annunci

Di serie TV, senso della vita, e altro…

“La vita è un’ombra che cammina, un povero attore che si agita e pavoneggia la sua ora sul palco e poi non se ne sa più niente. È un racconto narrato da un idiota, pieno di strepiti e furore, che non significa niente.”
W. Shakespeare, Macbeth Atto V, scena 5^

Riflettevo qualche tempo fa (molto tempo fa se devo essere sincero) sul fatto che, mentre la narrazione accompagna l’ Uomo fin dall’ inizio della sua storia, la forma di questa narrazione è andata cambiando nel tempo. In principio fu il canto, in età moderna il racconto, nell’ ultimo secolo la narrazione visiva, cinema e poi televisione. Negli ultimi anni, in particolare, la forma narrativa di maggior successo è la serie televisiva.
Va detto che il racconto a puntate non è certo una novità, il romanzo d’ appendice era popolarissimo nell’ Ottocento e sono stati pubblicati a puntate pilastri della letteratura del calibro di Madame Bovary, i fratelli Karamazov, Guerra e Pace, e persino Pinocchio. Balzac e Dickens pubblicavano a puntate, e quest’ ultimo teorizzava addirittura la superiorità di questa forma rispetto al volume. Nessuno scandalo dunque, il punto semmai è un altro.

Pur nella serialità originaria, I tre moschettieri o Delitto e castigo sono romanzi “chiusi”, dove la trama si sviluppa secondo un piano coerente che l’ autore ha fissato fin dal primo momento. Non mancano naturalmente divagazioni, intrecci, sottotrame che possono essere diluite in funzione dei favori del pubblico, ma alla fine i conti tornano, tutto si tiene e le linee narrative convergono in una conclusione che “scioglie tutti i nodi”.

La narrazione televisiva odierna è costituita da serie che si dispiegano su un’ estensione temporale che non è nota all’ inizio. Nessuno sa in anticipo quante stagioni saranno prodotte, in quanto dipende dall’ audience, e gli sceneggiatori devono essere pronti, all’ occorrenza, a prolungare o troncare le vicende narrate a seconda delle esigenze della produzione. Spesso, persino alla conclusione di un ciclo (il “finale di stagione”) gli autori non sanno se ci sarà o meno una stagione successiva, e sono costretti a chiudere solo alcuni dei nodi narrativi ma non tutti, in modo che si possa trovare qualche aggancio per riprendere il filo (se e quando servirà…).
Il risultato mi ricorda quelle costruzioni lasciate a metà, con i ferri di armatura che sporgono dai pilastri, per dare modo di riprendere (forse…) la costruzione e fare il secondo piano in futuro.

Non è un aspetto secondario questo, niente affatto.

Da sempre, infatti, il ruolo principale della narrazione è sempre stato quello di “dare senso al mondo“, offrire letture coerenti della realtà, magari fittizie ma significative. Le avventure di Ulisse o le peripezie di David Copperfield ci dicono qualcosa di sensato sulle nostre stesse vite, offrono illuminazioni, riferimenti, propongono significati. E, soprattutto, fanno vedere che un significato può esserci, che il mondo ed il destino individuale possono avere un senso, una vita può andare da qualche parte, verso la gloria o il disastro, verso l’ amore o la morte, non importa. Ciò che importa è che nella storia un senso c’è e viene mostrato, può essere condiviso o contestato, ma non negato.

Ma quale senso può mai emergere da una serie televisiva che si interrompe senza preavviso dopo 40 o 50 puntate, senza che la trama principale sia stata portata a conclusione, senza che le domande iniziali abbiano trovato risposte, senza che si sia capito il ruolo di certi personaggi ?

Così è la vita, si potrebbe rispondere, citando non a sproposito il monologo finale di Macbeth.
E tuttavia la tragedia di Shakespeare, maestro nel mostrare ambiguità e complessità della condizione umana, una trama ce l’ha eccome, ed una conclusione pure.

L’ epoca in cui viviamo ha perso la fiducia nelle grandi narrazioni mitiche, religiose, politiche, ideologiche. Oggi sono pochi, almeno in Occidente, a riconoscersi in grandi cause, a credere fino al sacrificio di se. Il sole dell’ avvenire non ci illumina più, le magnifiche sorti e progressive sono evocate a scopo sarcastico, le utopie sono state sostituite dalle distopie e la felicità oltremondana è, per molti di noi, assai dubbia. Il mondo in cui ci tocca vivere ha perso senso e direzione, lasciando dietro un senso di precarietà e solitudine.

Per questo, forse, la perdita di senso della narrazione è un segno dei tempi, una manifestazione genuina dello spirito dell’ epoca, e forse per questo viene accettata dal pubblico senza troppe difficoltà.

E dunque, in attesa della seconda stagione di Westworld, posso solo confessare la mia personale nostalgia per le narrazioni chiuse; sarei disposto persino a rischiare che i personaggi vivano tutti felici e contenti…

Tra rabbia e vergogna

Diciamo la verità, nessuno ci ha ancora capito niente.

Mi riferisco al terrorismo, naturalmente, e più in particolare agli attentati suicidi che con ormai drammatica regolarità sconvolgono i Paesi dell’ Occidente, Stati Uniti, Francia, Germania, Gran Bretagna, tanto per citare i casi più eclatanti. Non che gli attentati manchino all’ interno dei paesi islamici in Africa, Asia ed in Medio Oriente, naturalmente, però in un discorso all’ ONU l’ antropologo Scott Atran ha introdotto una distinzione netta tra i jihadisti che combattono in paesi islamici in Medio Oriente, Africa e talvolta Asia, e quelli che agiscono nei Paesi occidentali, sostanzialmente in Europa.

I primi sono, nella sua lettura, persone in generale di scarsa cultura, convinti di lottare per la sopravvivenza. Occorre ricordare che la maggior parte delle guerre nei paesi islamici può essere ricondotta ad uno scontro interno all’ Islam, tra musulmani sunniti sostenuti principalmente da Arabia Saudita e Qatar, e sciiti che hanno come punto di riferimento l’ Iran. Sarebbe troppo lungo ripercorrere la storia di questo conflitto millenario, quello che interessa in questa sede è che l’ odio anti occidentale è un aspetto derivativo di questo conflitto. È ovvio che gli interventi occidentali, dall’ invasione americana dell’ Iraq fino agli attuali bombardamenti in Siria, alimentano quest’ odio, il risentimento ed il senso di umiliazione non solo nei Paesi interessati, ma anche agli occhi di tutti i musulmani, qualunque sia la loro residenza.

Diverso è il caso dei terroristi che agiscono in Occidente.

Ogni volta la domanda è la stessa: che cosa spinge giovani ventenni a sacrificare la propria vita al solo scopo di fare la strage più grande che sia possibile ? Non – si badi bene – per attaccare un obiettivo strategico, no. Lo scopo è colpire nel mucchio, più vittime ci sono e meglio è, e se si tratta di gente inerme che era uscita a fare la spesa, o una passeggiata, ancora meglio.

Perché lo fanno ?

La risposta, come dicevo, non ce l’ ha nessuno, e tanto meno ce l’ ho io, ma questo non è un buon motivo per rimuovere la questione. Ho provato dunque a guardarmi intorno.

Il primo che ho incontrato è il politologo Bernard Lewis, uno che ci va giù piatto:

“Il fondamentalismo islamico ha dato al risentimento e alla rabbia delle masse musulmane una finalità e una forma di cui erano prive, e le ha indirizzate contro le forze che hanno svalutato i valori e le lealtà tradizionali, derubandole in ultima analisi di convinzioni, aspirazioni, dignità e, in misura sempre più estesa, addirittura dei mezzi di sostentamento” (Bernard Lewis, “Le origini della rabbia musulmana”)

Ma da dove viene questo risentimento ? Sarebbe stato logico attenderselo semmai nel periodo coloniale, quando i Paesi arabi erano governati, e dominati, dalle grandi potenze europee. Ma si tratta di Paesi che hanno raggiunto l’ indipendenza ormai da molti decenni. E dunque ?

Hans Magnus Enzensberger nel suo libro “Il perdente radicale” vede in questo risentimento una questione di orgoglio:

“È del tutto evidente che la totale dipendenza economica, tecnica e intellettuale dall’«Occidente» è difficilmente sopportabile da parte degli interessati. E non si tratta di una astrazione. Tutto ciò che sostanzia la vita quotidiana nel Maghreb e nel Medio Oriente, ogni frigorifero, ogni telefono, ogni presa elettrica, ogni cacciavite, senza contare i prodotti della tecnologia avanzata, rappresenta quindi, per ogni arabo in grado di pensare, una tacita umiliazione, accuratamente coltivata.”

Étienne Balibar ne fa piuttosto una questione economica:

“Nessuna guerra di religione ha le sue cause nella religione stessa, sotto ci sono sempre oppressione, lotta di potere, interessi economici. La troppa ricchezza, la troppa miseria. Ma quando la religione si appropria di questi conflitti, la crudeltà può superare ogni limite, perché il nemico diventa anatema.” 

Insomma, non pare esserci accordo neppure sul punto di partenza per la comprensione di quello che sta accadendo, vale a dire la motivazione.

Uno dei più lucidi interpreti dei tempi, recentemente scomparso, il compianto Tzvetan Todorov si rendeva conto che un fenomeno come questo non può essere ricondotto ad una causa semplice, ma ad una stratificazione di cause diverse. Ha provato anche a farne un elenco:

  • Sfruttamento occidentale delle risorse naturali del Medio Oriente
  • Memoria del colonialismo
  • Risentimento anti occidentale
  • Arretratezza sociale
  • Interpretazione estremista del Corano
  • Tentazione della vendetta

Oliver Roy ha studiato in dettaglio i jihadisti che agiscono in Occidente, attraverso l’ analisi di oltre 150  biografie di terroristi responsabili di attentati, trovando alcune regolarità abbastanza interessanti.

I terroristi che devastano l’ Occidente non sono mai direttamente gli immigrati, i profughi, i rifugiati. Chi cerca asilo e, con mille difficoltà, alla fine lo ottiene, è in genere piuttosto umile. Sa di avere avuto bisogno di aiuto, e di averlo ricevuto. Poco e male, magari, ma è pur sempre un aiuto. Ed in nome di questo aiuto è disposto a sopportare molto.

Il problema nasce con la seconda generazione, i figli nati in Occidente, senza la memoria della vita precedente dei loro genitori. Gente nata e cresciuta in Europa, meno disposta a sopportare una discriminazione che percepisce come profondamente ingiusta, come una sorta di “peccato originale” dei padri. Nati in Europa, ma europei a metà, ad essere generosi, emarginati per un’ origine che non hanno scelto, si trovano senza radici, senza appartenenza, umiliati senza una colpa diretta.

Hanif Kureishi è uno scrittore britannico di origini pakistane, e ne sa qualcosa:

Io stesso l’ho vissuto nella mia famiglia, mio padre era pachistano, in patria veniva spintonato per strada dai soldati inglesi e arrivati qui ci sentivamo comunque cittadini di seconda classe.(Corriere della Sera, 23/5/2017)

Gente in rivolta contro l’ Occidente e contro i propri troppo remissivi genitori al tempo stesso, cercano una frattura generazionale, e la trovano – paradossalmente – rivendicando un Islam puro, non contaminato dai compromessi, tradimenti e scarso fervore dei loro genitori. Coinvolgono fratelli, formano gruppi, cercano di sottolineare l’ aspetto generazionale della loro rivolta. La terza generazione (in Francia l’ immigrazione nordafricana risale alla guerra d’ Algeria) non pare avere lo stesso trauma, e pur mantenendo un’ identità islamica, pochissimi sono gli estremisti.

Quasi i tre quarti dei terroristi sono dunque di seconda generazione, figli di immigrati. Il resto è costituito da convertiti. Non di rado si tratta di persone che non hanno alle spalle una formazione religiosa, o la frequentazione di moschee. Al contrario, spesso si tratta di giovani il cui stile di vita in passato era tutt’ che irreprensibile: alcool, droghe, vita notturna, talvolta precedenti penali per piccoli reati, spesso è proprio in carcere che inizia la conversione. Dei balordi, potremmo dire. Anche in questo caso si tratta di una rivolta, ed al tempo stesso di una ricerca radicale di purezza. Il passato peccaminoso sarà purificato attraverso il martirio. Si rivolgono all’ Islam in mancanza di alternative, di ideologie forti. Più che islamici radicalizzati, Roy li definisce radicali islamizzati.

La radicalizzazione, sostiene Roy, c’è già stata prima, al ribelle serve giusto una causa in cui credere, e l’ Islam è perfettamente adatta allo scopo. Non solo, ma gli offre anche una metodologia.

Una cosa a me pare certa, la dote principale per chi decide di farsi saltare in aria in un attentato suicida, è lo scarso valore attribuito alla propria vita presente. È  certamente presente una dimensione nichilista, visibile già nei profili social, ma al tempo stesso un enorme desiderio di visibilità.

Ugo Fabietti Il debito inestinguibile : sul sacrificio”:

La testimonianza del gesto suicida avviene quindi in uno spazio pubblico globalizzato (dai media) nel quale l’attentatore suicida trova la possibilità̀ di essere percepito come “martire”, “testimone” (tanto dai musulmani e quanto dai non musulmani)

Far vedere a tutti coloro che non hanno saputo vederlo prima, chi si è veramente.  Lo psicologo Fehti Benslama non esita a parlare di ostentazione narcisistica, superomismo in versione islamica.

L’ attentato diventa il modo non solo di purificare, ma di dare finalmente un senso alla propria esistenza, mettervi fine con uno schianto e non con un lamento, concentrando su di sé tutta l’ attenzione che il mondo ha sempre negato.

Tanto che – osserva Roy – il loro progetto  prevede invariabilmente un solo attentato, uno solo, ed a quell’ attentato non intendono sopravvivere. Il piano prevede il martirio, sempre, anche quando non sarebbe indispensabile per il successo dell’ operazione, anche quando ci sarebbe l’ opportunità di fuggire.

Mi ricordo effettivamente di avere notato a suo tempo lo strano comportamento dei fratelli Krouchy dopo la strage di Charlie Hebdo. Vagavano per Parigi urlando “Allah è grande “ e sparando in aria, era evidente che non avevano un piano di fuga, che addirittura non sapevano bene cosa fare, dove andare, quasi aspettavano il conflitto a fuoco con la polizia. La sopravvivenza non l’ avevano proprio considerata.

Se questa analisi è corretta, come se ne esce ?

Secondo Kureishi:

Dobbiamo lavorare sul liberalismo e sul pluralismo delle nostre società: dobbiamo riuscire a vendere a chi si sente messo da parte e ci odia l’idea che tutto questo serve anche a loro. Ma se invece alimentiamo il razzismo e l’esclusione diventa un compito molto difficile (…) Invece si vedono atteggiamenti che stanno provocando la crescita del fascismo in Europa.”

Se c’è un punto sul quale gli analisti concordano, è proprio questo.

“Il maggior pericolo per la nostra società deriva non dai danni diretti che il terrorismo infligge, bensì dalle reazioni sbagliate che è in grado di provocare.” Paul Krugman Repubblica 19/11/15

“Quello che vogliono gli autori degli attentati sono le rappresaglie, che si uccidano i musulmani per le strade. Vogliono la guerra civile.” Jean Pierre Filiu Espresso n. 47 del 26/11/15

Facile a dirsi, molto meno a farsi, naturalmente.

Manca ancora qualcosa, secondo me, manca un legame fra i jihadisti che operano nei Paesi islamici e quelli che compiono attentati in Occidente, l’ idea che si tratti di due tipi umani totalmente estranei fra loro mi convince poco, tanto più se si pensa al fenomeno dei foreign fighters che partono dall’ Occidente per andare a combattere tra le fila del jihad.

Trovo quello che a me pare un indizio importante in un vecchio libro di Emanuele Severino, che risale al 2003, quasi quindici anni fa. Scriveva Severino:

“(…) il capitalismo, in quanto tale, è sempre meno capace di controllare la pressione che i popoli poveri esercitano da tempo su quelli ricchi. Dapprima organizzata e guidata dall’ Unione Sovietica, tale pressione è ora organizzata e guidata dal mondo islamico, soprattutto dalle sue forme estremistiche” Emanuele Severino – Dall’ Islam a Prometeo

Qui il discorso porterebbe lontano, mi limito a segnalare la situazione demografica africana così come la riporta l’ ONU. La linea rossa. Un miliardo di persone in più ogni 25 anni nel posto più povero del mondo, cosa ragionevolmente cercheranno di fare ? Ecco.

Se l’ Europa non si occuperà seriamente dell’ Africa, l’ Africa si occuperà dell’ Europa.Ma questo è un altro discorso.

Belle Epoque 2.0

“Era il tempo migliore e il tempo peggiore, la stagione della saggezza e la stagione della follia, l’epoca della fede e l’epoca dell’incredulità, il periodo della luce e il periodo delle tenebre, la primavera della speranza e l’inverno della disperazione. Avevamo tutto dinanzi a noi, non avevamo nulla dinanzi a noi; eravamo tutti diretti al cielo, eravamo tutti diretti a quell’altra parte — a farla breve, gli anni erano così simili ai nostri, che alcuni i quali li conoscevano profondamente sostenevano che, in bene o in male, se ne potesse parlare soltanto al superlativo. “
Charles Dickens – Le due città

A volte penso che, se c’è una caratteristica distintiva di questa strana epoca che stiamo vivendo e che, in mancanza di meglio abbiamo stabilito di chiamare “post modernità“, è l’ idea che non si stia andando da nessuna parte.
Provo a spiegarmi.
Sono cresciuto in un periodo (diciamo nella seconda metà del Novecento, e più non dimandate) dominato prevalentemente dall’ idea che si andasse da qualche parte. Progresso era parola d’ ordine in ogni campo: scientifico, sociale, morale. L’ aria era satura di evoluzione, sviluppo, crescita, tutti termini che suggeriscono un movimento ascensionale. Ottimismo nell’ aria, ed i romanzi di fantascienza avevano tutti il lieto fine.
Detto in altri termini: il meglio deve ancora venire. Stiamo andando dritti verso l’ età dell’ oro.

Questo non è affatto un modo di pensare scontato.
Per la gran parte delle civiltà antiche, al contrario, l’ età dell’ oro apparteneva al passato remoto, le epoche che si succedono segnano una progressiva ineluttabile decadenza. In altre epoche non ci si poneva il problema, semplicemente, il tempo pareva essere un cerchio, senza inizio e senza fine.
L’ Illuminismo ha – tra le altre cose – introdotto questo: la fiducia che, col sostegno della ragione, si potesse costruire un futuro migliore di qualsiasi passato. Costruire, non semplicemente attendere. Ed in fondo, le utopie del Novecento a questo si riducevano: la convinzione che la Storia avesse una direzione e che su questa direzione si potesse intervenire, assecondandola o correggendola.

Il post moderno a me pare che rispecchi precisamente la definitiva perdita di questa innocenza, la dolorosa percezione che sì, va bene, magari ci stiamo anche muovendo, ma verso dove?
Finite in malo modo le ideologie si è persa anche la fiducia che sia possibile disegnare una società ideale, né sembrano essere sopravvissuti valori condivisi tali da meritare che si combatta per difenderli.

E sarà poi vero che ci stiamo muovendo ?
Al di là del progresso tecnico e scientifico si percepisce, quando non si teorizza addirittura, che siamo ad una specie di capolinea. Il capitalismo ha conquistato il mondo, la globalizzazione è irreversibile, non c’ è nessun altro posto dove andare. Un famoso saggio di Fukuyama uscito nel 1992 teorizzava proprio, già nel titolo, “La fine della Storia “. Capitalismo, liberalismo, democrazia rappresentativa: questo è il punto di arrivo. Una volta che tutto il mondo abbia adottato questi semplici principi occidentali, non rimarrà nulla da fare, nessun posto dove andare, nessuna possibilità di ulteriore evoluzione. Fine della Storia. Semplice, no ?

A dire la verità, non è la prima volta che si pensa di essere giunti alla fine della Storia. L’ ultima volta accadde giusto alla fine dell’ Ottocento, il periodo non a caso definito “Belle Époque”.
La scienza sembrava avere spiegato tutto, a parte qualche decimale ancora da sistemare, le guerre in Europa erano finite da trent’anni, le comodità moderne venivano introdotte a ritmo continuo, la produzione industriale cresceva, l’ Occidente – l’ Europa in particolare – dominava il mondo. Non restava che godersi la vita.
Oddio, a voler ben guardare, qualcosa che non tornava c’era. Il proletariato, per esempio. I nazionalismi ed i patriottismi, per esempio. E certa stampa che soffiava sul fuoco. La polemica in Francia sulla decadenza contemporanea puntava il dito contro la crisi del governo parlamentare, i disordini nei territori coloniali, il tasso di natalità in discesa, l’ arte degenerata ed incomprensibile. E qui mi fermo con le analogie.

E oggi ?
La disuguaglianza di certo non manca, come sappiamo.
La globalizzazione ha prodotto un enorme trasferimento di ricchezza verso i paesi emergenti, che hanno visto aumentare anche di molto il reddito pro capite, ma di questo trasferimento ha fatto le spese il ceto medio dei paesi avanzati, che si è trovato impoverito ed arrabbiato. Un miliardo di nuovi lavoratori sul mercato qualche sconquasso lo creano, lo si vede bene dai grafico ideato da Milanovic:

Ora, già Aristotele nella Politica aveva chiaro che “la comunità statale migliore è quella fondata sul ceto medio e che possono essere bene amministrati quegli stati in cui il ceto medio è numeroso e più potente, possibilmente delle altre due classi (…). Per ciò è una fortuna grandissima che quanti hanno i diritti di cittadino possiedano una sostanza moderata e sufficiente, perché dove c’è chi possiede troppo e chi niente, si crea o una democrazia sfrenata o un’oligarchia autentica, o, come risultato di entrambi gli eccessi, una tirannide”.

Il ceto medio è arrabbiato soprattutto con la politica, che non ha impedito questo sconquasso, ed il conseguente loro impoverimento. Ora, i politici hanno certo mille colpe, ma cosa può mai fare una politica organizzata a livello nazionale nei confronti di una globalizzazione economico-finanziaria che opera a livello multinazionale ?
L’ unica mossa razionale potrebbe essere quella di trasferire la politica allo stesso livello internazionale dell’ economia, integrando sempre più, ad esempio, l’ Europa. L’ esatto contrario di quello che perseguono i populisti europei.

Come finì la Belle Époque, giusto un secolo fa, lo sappiamo bene, e non voglio nemmeno pensare ad un parallelo simile.
Mi viene però da pensare che, mentre negli anni 50 andavano di moda i “ribelli senza causa”, che poi era il titolo originale del film “Gioventù bruciata”, oggi abbondiamo di cause senza ribelli.

Michael Walzer, uno dei pochi filosofi militanti superstiti, riassume così la questione:

“Le persone a cui dobbiamo rivolgerci sono un gruppo razzialmente variegato. E variegato anche economicamente: ci sono dentro disoccupati, anziani con pensioni inadeguate, lavoratori part-time, operai delle regioni deindustrializzate, (…) lavoratori senza tutele sindacali e pochi benefit, e poveri delle aree rurali, tutti spaventosamente vulnerabili, che aspettano con angoscia la prossima recessione.”

M. Walzer – Robinson 15/1/17

Non che ci sia tanto da sorprendersi. Il potere oggi è sostanzialmente potere finanziario delocalizzato, non c’e un Palazzo reale da prendere d’ assalto, se ne sono accorti presto anche i manifestanti di Occupy Wall Street. Mentre occupano, gli affari continuano come se niente fosse.
Non c’è un potere da aggredire, ma non c’è neppure un soggetto organizzato, non ci sono rivoluzionari all’ orizzonte, e soprattutto, come si è visto prima, non c’è neppure all’ orizzonte un’ idea nuova che possa rappresentare l’ alternativa.
Almeno per il momento.

Fine della rappresentazione

In fondo un po’ ce la siamo cercata.
Non ci è parso vero di poter fare le cose direttamente, saltare gli intermediari, andare alla fonte.
Il viaggio me lo organizzo da solo, altro che farmi prendere per il naso dalle agenzie, compro il biglietto, prenoto l’ albergo e risparmio pure.
Già che ci sono, compro da casa anche il biglietto del concerto, faccio la spesa e pago il bollo dell’auto. Quasi non ho nemmeno bisogno di passare dalla banca.
Abbiamo fatto piazza pulita degli intermediari, nessun filtro, nessuno che ci faccia da interprete. Siamo soli. Ecco.

Al di là del facile slogan della “società liquida”, il vero contributo di Bauman è stato quello di mostrare, con amara chiarezza, la solitudine dell’ individuo nella società contemporanea. Non più una solitudine esistenziale, quella di Sartre o di Pirandello, no. Bauman parla di solitudine sociale.

Niente più appartenenze, comunità di mestiere, clan familiari, gruppi sociali, no. Ognuno sta solo nel cuore della terra, come diceva il poeta, ma al tempo stesso compete con tutti.
Altro che rappresentanza, ognuno cerca di galleggiare, di sopravvivere meglio che può. Tutto qui.

Era logico che di questo passo dovessimo arrivare al problema finale: la rappresentanza politica. Certo, perché i politici sono anch’ essi intermediari, e per di più intermediari di cui abbiamo una pessima opinione.
In buona misura si tratta di una disistima più che meritata, naturalmente, ma occorre anche tenere presente che in un mondo globalizzato la politica, inevitabilmente legata al territorio ed alla dimensione locale, ha un po’ perso la sua centralità. Logica vorrebbe che i politici si muovessero verso una dimensione sovranazionale, ma tant’è, non divaghiamo.
E dunque via anche questa intermediazione, che bisogno ho di questa casta, di questi parassiti ? Mi rappresento da solo, al massimo mi faccio rappresentare da gente come me, gente comune senza la puzza sotto il naso. Giusto ?
Il problema è che non funziona.

Non funziona perché, molto semplicemente, ci sono cose che, con l’aiuto della tecnologia, posso fare da solo e cose che, nonostante o addirittura proprio per via della tecnologia, semplicemente non sono in grado di fare.
Quelle destinate a scomparire sono le intermediazioni semplici, posso fare a meno del cassiere del supermercato e, con l’ aiuto della tecnologia del codice a barre, passarmi la spesa da solo. Ma se ho bisogno di costruire una casa o fare un esame clinico complesso, allora è un po’ più difficile saltare il medico o l’ ingegnere, perché le loro intermediazioni implicano competenze e conoscenze che non sono in grado di rimpiazzare da solo, nemmeno con l’ aiuto di un algoritmo….
È questo probabilmente il vero discrimine tra i sommersi e i salvati in questo mondo liquido e turbolento, il possesso di una competenza sofisticata.

In questo quadro, il politico dove lo mettiamo ?
Nell’ ultimo sciagurato venticinquennio, diciamo dall’ avvento della cosiddetta Seconda Repubblica, ci siamo abituati a sentire denigrare i cosiddetti “professionisti della politica”, gente che non ha mai lavorato in vita sua, mangiapane a tradimento, per limitarci al linguaggio forbito. Insulti spesso più che meritati, come dicevamo prima.
Ma qual’è il contrario di un professionista ? Un dilettante.
E questo spiega molte cose.
Fare le leggi o governare un Paese non è come passare gli articoli della spesa, è una cosa complessa e difficile, richiede conoscenze e competenze specifiche che non si improvvisano.
Bisogna studiare, e non solo i congiuntivi.

Ecco, ho la sensazione che alla base di tutto ci sia un fraintendimento del cosiddetto relativismo.
È vero che col tramonto delle grandi ideologie abbiamo perso fiducia nelle verità assolute, ma da questo non ne deriva necessariamente che tutto si equivalga.
In campo scientifico questo è molto chiaro: non esiste verità assoluta, ogni teoria vale fino a prova contraria, cioè fino a quando un esperimento non ne dimostri la fallacia. E tuttavia ogni nuova teoria che pretenda di prendere il posto della vecchia deve dimostrare di sapere spiegare tutto ciò che spiegava la vecchia, più quello che la vecchia non era in grado di spiegare. Può non essere vera in assoluto, ma è “più vera” della precedente. Ci vuole Einstein per spodestare Newton, ed astronomia o astrologia non sono la stessa cosa.

Fuori dal campo scientifico il discorso si fa più sfumato, la discrezionalità ha un certo spazio, è innegabile, ma neanche qui vale tutto. In ogni civiltà ed in ogni campo si sono affermati dei canoni condivisi, dei criteri estetici, nessuno ragionevolmente contesta la grandezza di Shakespeare o di Michelangelo o di Mozart, o sostiene che le antologie scolastiche dovrebbero essere composte da brani estratti a sorte e scaricati dalla Rete.

Il relativismo non è il passaporto per l’ arbitrarietà, piuttosto, per usare le parole di Franco Cordero, :significa patrimonio di idee, dubbio intelligente, cautela, ricerca onesta, umile riconoscimento dei limiti umani”. 

Questione di generi

Applicandosi un po’, non è così difficile.

Un soldato è qualcuno pagato (“assoldato”) per combattere. Se è una lei, è stata assoldata, e dunque è una soldata.

Un ministro è il contrario di un maestro. Il maestro (dal latino magis) è qualcuno che è “di più” rispetto allo studente, il ministro è “di meno” in quanto al servizio dei cittadini (astenersi dai commenti sarcastici). Dunque se c’è la maestra c’e anche la ministra e stop.

Sindaco è un po’ un casino, in greco starebbe per “congiudice” o qualcosa del genere. Secondo me sindaca ci sta, ma non ci allarghiamo troppo. Se è una donna che giudica, resta giudice.

Un avvocato invece è ad-vocatus, chiamato in soccorso, al femminile farebbe ad-vocata. Avvocata.

Dal momento che colui che agisce può essere un attore o un’ attrice, abbiamo risolto il direttore, il tutore, il fattore e persino il marcatore.

Il presidente invece è colui che siede avanti come il previdente è colui che vede avanti. Se è una lei resta previdente e non diventa previdenta, come del resto usano fare i verbi. Dunque la presidente.

Accettabili ma datate (ed anche un po’ sessiste), le forme “soldatessa”, “studentessa”, “presidentessa”, ecc.

Salverei però la principessa per motivi romantici.

Tutto chiaro?

Un discorso retorico

 

Chissà se c’è qualcuno che leggendo il titolo non abbia avuto una reazione negativa, di diffidenza per non dire di fastidio ? Immagino sia naturale pensare “ci mancavano solo i discorsi retorici, siamo a posto”. Reazione naturale, direi.

A tal punto è caduta in basso la reputazione di questo termine, da essere ormai usato sostanzialmente come insulto. Un discorso retorico è un discorso aulico, pomposo, altisonante. E al tempo stesso miseramente privo di contenuti. Una roba da palloni gonfiati, o politici di mezza tacca, chiacchiere e distintivo.

Il dizionario recepisce puntualmente. Retorico = “dicesi di discorso o scritto, caratterizzato da ricercatezza formale ma privo di validi contenuti. Ampolloso. Per estensione, dicesi di comportamento superficiale, convenzionale, artificioso ed esteriore”. Non ci va leggero, il dizionario.

Non è sempre stato così, però, tutt’ altro. Prima di ridursi a disciplina “traviata”, la retorica era una signora parola, rispettabile, onorabile e piena di ogni virtù. E non parlo tanto dell’ antica Grecia dove la retorica fu inventata, insieme a quasi tutto l’ uomo occidentale. Parlo di tempi molto più recenti, grosso modo fino al Rinascimento, quando l’ educazione di qualsiasi giovanotto che ambisse a diventare una persona di cultura passava necessariamente attraverso lo studio di alcune discipline specifiche, dette “arti liberali”.

Quattro di queste discipline erano relative alla filosofia naturale, e formavano il cosiddetto “Quadrivio”. Si trattava di aritmetica, geometria, astronomia e (curiosamente…) musica.  Per quanto non molti al giorno d’ oggi considererebbero queste discipline (astronomia a parte) come “scienza della natura”, tuttavia esse rimangono tuttora parte del bagaglio dello studente medio.

Altre tre discipline avevano a che fare con le cosiddette “arti del discorso” e costituivano il cosiddetto “Trivio” (termine che anch’ esso si è un filino involgarito, ma non divaghiamo…). Si trattava di grammatica, retorica e dialettica.

Delle tre, la grammatica gode tuttora di ottima salute, e non potrebbe essere altrimenti, la grammatica tratta delle regole per mettere insieme le parole, nomi, aggettivi, verbi, in modo da trarne frasi comprensibili. Niente di più e niente di meno che una tecnica di base. Una frase come “il triangolo hanno tre lati” è grammaticalmente scorretta, mentre è grammaticalmente corretta la frase “il triangolo ha quattro lati”. La grammatica non si occupa del contenuto delle frasi, ma solo della struttura formale di esse.

Anche la dialettica è sopravvissuta, seppure certi eccessi post-idealisti ed anti-idealisti ne abbiano parecchio offuscato il prestigio. La dialettica è arte del ragionare, razionalità applicata come metodo di indagine filosofica, è, logica che intercorre, “dià-logos” ovvero dialogo insomma, e dialogo filosofico in particolare, alla ricerca di una qualche verità, con o senza la maiuscola. E la filosofia in qualche modo si insegna ancora, anche se l’ attenzione è assai più rivolta alla “storia della filosofia” piuttosto che al contenuto, all’ indagine sulle questioni fondamentali. Un approccio un po’ distorto, come parecchi filosofi importanti non hanno mancato di osservare.

“Al posto di una profonda interpretazione dei problemi eternamente eguali, è intervenuta lentamente una valutazione storica, anzi addirittura una ricerca filologica: si tratta ormai di stabilire che cosa abbia pensato o non abbia pensato questo o quel filosofo(…). Ora quindi la ‘filosofia come tale’ è senza dubbio bandita dall’università. (F. Nietzsche)

“Se la filosofia consistesse nel problema di scegliere fra teorie rivali, allora sarebbe ragionevole insegnarla storicamente, Ma se questo non è vero, allora è uno sbaglio insegnarla storicamente, perché non è affatto necessario farlo; possiamo affrontare direttamente l’argomento, senza alcun bisogno di considerare la storia.” (L. Wittgenstein)

Così come la filosofia è stata sostituita nelle scuole dalla storia della filosofia, così la dialettica viene studiata più come un monumento antico, un reperto archeologico, piuttosto che come uno strumento critico vivo, da esercitare.

La grande assente dagli studi moderni invece è proprio lei, la retorica. Sparita, scomparsa, introvabile nelle scuole di ogni ordine e grado. Non la studia più nessuno, ed a buon diritto, si direbbe, se per retorica  s’ intende quello che dicevamo all’ inizio. Chi ha bisogno di imparare a fare discorsi ampollosi, aulici e vuoti ?

Il punto è che la retorica non è affatto questo. La retorica è fondamentalmente una teoria generale del discorso persuasivo, il suo scopo essendo, per dirla con Aristotele, “non il persuadere ma il vedere i mezzi di persuadere che vi sono intorno a ciascun argomento”; ovvero “la facoltà di scoprire in ogni argomento ciò che è in grado di persuadere”.

Lo studio della retorica è simile alla frequentazione di una palestra, gli allievi si sottopongono ad esercizi che non hanno altro fine pratico che metterli in condizione di padroneggiare al meglio tecniche argomentative di volta involta più efficaci per sostenere un argomento, indipendentemente dall’ argomento stesso.

Non è scopo della retorica quello di perseguire la verità, ma quello di sviluppare la conoscenza delle tecniche del discorso. E’ evidente che la padronanza delle tecniche retoriche è bagaglio fondamentale di ogni buon avvocato, lo scopo di qualsiasi arringa è proprio quello di sviluppare nella maniera più convincente possibile gli argomenti in favore del proprio patrocinato. La contrapposizione delle arringhe in un processo non è il momento della ricerca “oggettiva” della verità, ma è la fase fondamentale che la precede.

E tuttavia nei piani di studio delle facoltà di giurisprudenza  ho cercato invano un corso di retorica. Così come poche tracce si trovano nelle Facoltà di Filosofia. La poca retorica che ancora sopravvive si rintana nelle Facoltà letterarie, generalmente malvista e ridotta a servire da ancella alla Linguistica, oppure travestita da ragazzina alla moda e si presenta, guardata con altrettanto sospetto, nei corsi di scrittura e comunicazione.

Un destino triste, per una regina delle arti del discorso.