L’innominabile attuale

Qualche considerazione sull’ultimo libro di Roberto Calasso.

Biblioscalo

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I libri di Roberto Calasso sono tappe di un “work in progress”, sembrano estratti di un diario, quaderni di appunti dove si coagulano e prendono forma riflessioni su temi di volta in volta diversi, sezioni di uno Zibaldone di pensieri sempre solidamente sostenuti dalla sterminata cultura dell’autore. Libri discontinui, dunque, ma non per questo meno affascinanti.
Il più recente, nono della serie, si intitola “L’innominabile attuale” e si richiama addirittura al primo, “La rovina di Kash”, del 1983.

Il libro è diviso in tre sezioni, di cui l’ultima, brevissima, presenta un appunto di Baudelaire che sembra quasi profetizzare il crollo delle Torri gemelle.

La sezione centrale è invece occupata da una cronaca delle vicende della Germania dal 30 aprile del 1933, giorno dell’ ascesa al potere di Hitler, fino al 2 maggio 1945, giorno della capitolazione di Berlino. La cronaca è condotta per lo più attraverso una sequenza di corrispondenze…

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Scalando Quartetti

 

Avanti viaggiatori, voi che pensate di essere in viaggio;
non siete quelli che videro il porto 
allontanarsi, né coloro che sbarcheranno.
Qui tra la sponda vicina e quella lontana 
mentre il tempo si ritrae, considerate il futuro
ed il passato con mente imparziale.

(Dry Salvages, III)

Il fatto è che quando non capisco qualcosa mi ci accanisco. Per questo motivo avevo sempre – prudentemente – evitato di affrontare certe impervie scogliere della poesia moderna come appunto i “Quattro Quartetti” di T. S. Eliot.

Ma il destino la sa lunga, e dunque mi è capitato, non molto tempo fa, di assistere ad una conferenza di Piero Boitani in occasione dell’uscita del suo libro “Il grande racconto di Ulisse”. Boitani è una figura piuttosto affascinante. Professore di letteratura comparata, grande esperto di Ulisse, ma anche di Dante e di letteratura medievale in genere, anglista, studioso dei miti e della Bibbia, traduttore e brillante conferenziere. Una di quelle persone che ti fanno sentire un po’ meno la mancanza di Umberto Eco.

A farla breve, mi sono procurato un suo saggio, non l’ultimo, un vecchio testo del 1992, intitolato “L’ombra di Ulisse”. Il saggio è in effetti incantevole, Boitani conduce il lettore in un viaggio vertiginoso tra le infinite rielaborazioni del mito, muovendosi disinvolto tra Dante, Tasso, Tennyson, Coleridge, illuminando i diversi temi ricorrenti, il naufragio, la scoperta di una nuova terra, il viaggio verso le tenebre dell’ Oltretomba, il mistero delle Sirene, la conradiana fascinazione per il mare aperto.

In ultimo Boitani si chiede quale ancora possa essere oggi, in un mondo disincantato, il ruolo della poesia, e lo trova in un “ponte gettato tra le due rive dell’invisibile e dell’apparente, come “un animale intravisto e subito perduto”, “una cosa reale, di carne, viva, pronta a spiccare il volo, ma sempre sul punto di sfuggire”. E come esempio supremo di questa ultima, estrema funzione poetica, cita appunto i “Quattro Quartetti” di T. S. Eliot.

Qui il poeta, come il vecchio Ulisse, salpa verso il superamento della sua stessa poesia, “al di là del porto o del naufragio, oltre gli accadimenti dell’esistenza, eppure nella vita e nella storia”, “un approdo del tutto speciale: lo guardiamo noi, della razza di chi rimane a terra, come un miracolo per il quale occorrono una fede religiosa e poetica quasi sovrumane”, “salpando al di là del tempo per l’eterno”.

Insomma dopo una tale introduzione è stato giocoforza affrontare a mani nude le impervie scogliere eliotiane, con notevole dispendio – questo va detto subito – di tempo e fatica. Mi sono persino dovuto rassegnare a tradurre, quasi per mettere le mani sul testo come lo scalatore in cerca di appigli fa con la roccia, e cercando di essere il più letterale possibile, perché talmente ostici sono i versi che qualunque libertà rischia di essere un travisamento.

E tuttavia, proprio come di solito accade con le montagne vere, la soddisfazione ripaga lo sforzo.

Tanti sono I temi intrecciati in questi magistrali poemetti che è inutile persino tentarne il catalogo.

Domina il tempo, naturalmente, il tempo passato ed il tempo futuro, e soprattutto quel porsi nel mezzo, sull’asse di rotazione della grande ruota, là dove il movimento cessa come nell’occhio del ciclone, e passato e futuro diventano un’unica cosa, o meglio, perdono la loro sostanza:

“Al punto fermo del mondo. Non nella carne né senza;
non da e neppure verso: al punto fermo, là è la danza,
ma non arresto né movimento. E non chiamarla immutabilità
lá dove passato e futuro si riuniscono. Né movimento da, né verso,
né ascesa né declino. Tranne che per il punto, il punto fermo,
non ci sarebbe danza, e c’è solo la danza.
Posso solo dire, là siamo stati: ma non so dire dove
e non so dire per quanto, perché lo si porrebbe nel tempo.
L’intima libertà dal desiderio pratico,
l’affrancarsi da azione e sofferenza”
(Burnt Norton II)

C’è poi, connesso col tempo, il tema dell’età avanzata, con il suo carico di rimorsi e risentimenti.

“Non c’è fine, ma aggiunta: la strisciante
conseguenza di altri giorni ed ore,
quando l’emozione s’ impossessa di anni
di vita senza emozioni, tra le rovine
di ciò che credemmo la cosa più affidabile
e pertanto la più adatta alla rinuncia.
Ecco l’aggiunta finale, l’orgoglio indebolito
o il risentimento all’indebolirsi delle forze,
 
Sembra, diventando più vecchi,
che il passato abbia un diverso andamento,
e cessi di essere una pura sequenza –
o anche uno sviluppo: quest’ultimo parziale fallacia
incoraggiata da un’infarinatura di evoluzione,
che diventa, nell’ opinione popolare, un modo
di ripudiare il passato.

lo scoglio frastagliato nell’acqua inquieta,
le onde lo lavano, la nebbia lo nasconde;
nel giorno felice è solo un monumento,
nel tempo navigabile è sempre un segnale
per orientare la rotta, ma nell’ oscura stagione
o nella furia improvvisa, è ciò che sempre fu.”
(Dry Salvages II)

E ancora:

“Quale doveva essere il valore della tanto a lungo attesa,
a lungo sperata calma, l’autunnale serenità
e la saggezza dell’età? Ci avevano ingannato
o ingannarono sé stessi, gli anziani dalla voce bassa,
lasciandoci eredi di una semplice ricetta di inganni?
La serenità solo una deliberata ebetaggine
la saggezza solo la conoscenza di segreti morti
inutili nel buio in cui scrutavano
o da cui distoglievano lo sguardo.”
(East Coker II)

 

C’è la fede religiosa, misticismo e preghiera, c’è il rapporto con la morte e con i morti, e la consapevolezza che la poesia tradizionale ha perso la sua magia:

“Era un modo di presentare le cose – non molto soddisfacente:
uno studio perifrastico in un logoro stile poetico,
che lascia ancora alle prese con la lotta intollerabile
con parole e significato.”
(East Coker II)

Talvolta si respira nei Quartetti un’atmosfera dantesca, e c’è persino un incontro, apertamente dantesco, con l’ombra di un vecchio maestro defunto che impartisce un’ulteriore lezione sulla senilità (ma solo grazie ad una pietosa nota in calce sono arrivato a capire che la “scura colomba dalla lingua fiammeggiante” è un bombardiere tedesco. Little Gidding, ultimo dei Quartetti fu composto nel 1942, in piena guerra). Il brano che riporto è lungo ma lascia senza fiato.

“Nell’ ora incerta prima del mattino
quasi alla fine dell’interminabile notte
alla ricorrente fine dell’infinito
dopo che la scura colomba dalla lingua fiammeggiante
fu passata sotto l’orizzonte del ritorno a casa
mentre le foglie morte ancora crepitavano come metallo
sull’ asfalto dove non c’era altro suono
fra tre distretti da cui si levava del fumo
incontrai uno che camminava, adagio ed in fretta
quasi spinto da un soffio verso di me, come prima le foglie metalliche
dal vento urbano all’alba senza opporre resistenza.
Ed appena fissai sul suo viso abbassato
quell’ esame puntuale con cui sfidiamo
lo straniero appena incontrato allo svanire del crepuscolo
colsi lo sguardo improvviso di un qualche defunto maestro
che avevo conosciuto, scordato, mezzo ricordato,
che era uno e molti, in brune fattezze dal colore di cotto,
gli occhi di un composito fantasma familiare
intimo e non identificabile.
Così interpretai due ruoli, gridai
ed udii la voce di un altro gridare: “Cosa! Tu sei qui?”
benché lì non fossimo. Ero rimasto uguale,
mi riconoscevo eppure ero qualcun altro.
E lui un viso che ancora prendeva forma; eppure le parole ci bastarono
a forzare il riconoscimento che precedettero.
(…)
Io dissi: “Provo una facile meraviglia,
eppure è la facilità a causare meraviglia. Dunque parla,
potrei non comprendere, potrei non ricordare”.
E lui: “Non desidero ripetere
i miei pensieri e la teoria che hai dimenticato.
Queste cose hanno compiuto il loro scopo, lasciale andare
così come le tue, e prega che siano perdonate
dagli altri, come io ti prego di perdonare
il bene e il male.
(…)
Lascia che ti sveli i doni riservati all’ età
onde coronare gli sforzi della tua intera vita.
Primo, il freddo attrito di sensi che svaniscono
senza incanto, attrito che nulla promette
se non l’amaro insapore frutto dell’ombra
mentre corpo ed anima cominciano ad essere scissi.
Secondo, la consapevole impotenza dell’ira
per l’umana follia, e la risata
squassante per ciò che ha smesso di divertire.
Infine, il dolore lacerante di rimettere in scena
tutto ciò che hai fatto e sei stato; la vergogna
di motivi rivelati in ritardo, e la consapevolezza
di cose mal fatte e fatte a danno altrui
che un tempo prendesti per esercizio di virtù.
Poi, fa male l’approvazione di stolti, e l’onore macchia.
Da un torto all’ altro lo spirito esasperato
procede, a meno che non lo emendi il fuoco che affina
in cui devi muoverti a tempo, come un danzatore”.
Iniziava a fare giorno. Nella strada sfigurata
mi lasciò con una sorta di commiato
e svanì al suonare di un corno.”
(Little Gidding II)

 

E c’è quel senso, sottolineato da Boitani, della poesia come immagine fugace, intravista mentre scompare.

“Per i più di noi, c’è solo il momento 
non sorvegliato, il momento dentro e fuori dal tempo,
l’attimo di distrazione, perso in un raggio di sole,  
il timo selvatico non visto, o il lampo d’ inverno, 
o la cascata, o musica udita così profondamente 
che non è musica affatto, sei tu la musica 
Finché la musica dura.”
(Dry Salvages V)

E c’è molto altro, come dicevo.

Proprio come andare in montagna, la lentezza è virtù necessaria, i Quartetti vanno letti e riletti, bisogna fare la loro conoscenza, conquistare la loro amicizia prima che, come scorbutici montanari, accettino di aprirsi al lettore.

E dunque si tratta di itinerari per Escursionisti Esperti, raccomandati a lettori dotati di pazienza e tenacia. Dotatevi di corde e piccozze, e buon viaggio.

 

Caleidoscopio  

 

 

 

Intrecci di tempo, passato, futuro.

Caleidoscopio.

 

La vista dall’ alto rivela un disegno

o schegge di vetro spezzato,

coralli di collane rotte,

ciò che sei e ciò che non sarai.

 

Labili tracce, foglie calpestate,

risacca, e voci lontane.

Presenze, invisibili presenze,

tutti coloro che non fosti.

 

Un poema del divenire

Su Biblioscalo, una mia recensione di Exit West, di Mohsin Hamid.

 

 

 

Exit West di Mohsin Hamid è un moderno libro dei mutamenti, un attualissimo poema del divenire.

In una imprecisata città dai tratti medio orientali è in corso una guerra civile a sfondo religioso tra governativi e miliziani ribelli. Potremmo essere in Siria, in Libia, in Iraq, purtroppo le ipotesi plausibili non fanno difetto.
In questa città martoriata si incontrano Saeed, giovane assennato, introverso e pio, appassionato di astronomia, e Nadia, ragazza ribelle ed indipendente che vive da sola, non prega, guida la moto ed indossa una lunga tunica nera solo perché “così gli uomini non mi rompono le palle“.
Si incontrano ed iniziano una “normale” storia d’amore tra attentati, profughi e combattimenti nei quartieri, normale perché in una città in stato di guerra “un momento sbrighiamo le nostre incombenze come se nulla fosse e quello dopo moriamo, e il fatto che la fine incomba sempre su di noi non impedisce i nostri effimeri incipit e svolgimenti, fino all’istante in cui lo fa“.

Mentre il rapporto tra Saeed e Nadia si consolida, fra timidezze e pudori di lui ed innocenti trasgressioni di lei, la situazione in città si aggrava fino a diventare insostenibile, ed i due decidono, come milioni di persone, di fuggire dal loro paese.

Ad Hamid non interessa affatto descrivere l’odissea materiale dei migranti, la traversata del deserto, i barconi ed i trafficanti, e dunque ricorre ad un espediente letterario per saltare a pie pari tutto ciò. Inventa delle magiche porte, porte comuni che all’improvviso come lo specchio di Alice possono trasformarsi in “porte capaci di trasportarti in altri luoghi, anche molto remoti, lontani dalla trappola mortale in cui si era trasformato il loro paese”. Quello che gli sta a cuore è semmai il riflesso degli sconvolgimenti epocali sui destini individuali che i protagonisti tentano faticosamente di costruire e proteggere.

Attraverso queste porte dunque Saeed e Nadia iniziano a vagare, percorrendo una vera e propria mappa della globalizzazione, passando per un caotico campo profughi a Mikonos, approdando in una Londra livida e rancorosa, dove la tensione fra i “nativisti” ed il milione o due di migranti è altissima, poi in una baraccopoli ingenuamente ed incongruamente ottimista alla periferia di San Francisco. Comunità forzate di estranei messi insieme dal destino, tra solidarietà spontanea ed atti di prevaricazione, tentativi di autorganizzazione e tensioni etniche e tribali, aspirazioni non violente e pulsioni di rivolta, non esclusa la tentazione del martirio fondamentalista.

Ad ogni passaggio qualcosa muta, fuori ma anche dentro di loro, e fra di loro, qualcosa si lacera, qualcosa inesorabilmente si perde, contro ogni intenzione, in una consapevolezza soffusa di rassegnata malinconia che Saeed converte in preghiera: “pregava fondamentalmente come gesto d’amore per ciò che era stato perduto e sarebbe stato perduto e non poteva essere amato in nessun altro modo“, una preghiera che è “un lamento, una consolazione e una speranza“.

La vita però va avanti e non aspetta, il destino secondo il detto latino accompagna chi lo asseconda e trascina chi resiste, e dunque “le persone trovavano cose da fare e modi di essere e persone con cui stare, e futuri plausibili e desiderabili cominciavano a emergere, futuri prima inimmaginabili ma ora invece immaginabili, e il risultato era qualcosa di non diverso dal sollievo”.

Cambiano le persone, sembra dirci Hamid, che lo vogliano oppure no, e cambiano i luoghi, e cambiano inesorabilmente i rapporti delle persone tra di loro ed i rapporti delle persone con i luoghi. Ci sono dei personaggi secondari che appaiono a tratti nel romanzo, gente testardamente immutabile, fedele a se stessa ed inamovibile, eppure anche loro si troveranno infine spaesati, in luoghi natii che sono cambiati intorno a loro, perché “tutti emigriamo anche se restiamo nella stessa casa per tutta la vita, perché non possiamo evitarlo. Siamo tutti migranti attraverso il tempo.“

Cambia da un capitolo all’altro anche la cifra stilistica del libro. C’è di volta in volta il crudo realismo degli attentati, delle esecuzioni, degli atti di barbarie, dei funerali sbrigativi e c’è il realismo magico delle porte che proiettano in altre geografie, c’è l’ atmosfera distopica dei luoghi invasi dai migranti, assediati dai “nativisti”, sorvegliati dai droni, controllati da soldati e autoblindo e quella quasi fiabesca della costruzione di nuove comunità. C’è dovunque e soprattutto la malinconica consapevolezza del mutamento della perdita inesorabile che la vita comporta.

Resta invece felicemente ferma la scrittura attenta di Hamid, sempre asciutta e controllata in ogni circostanza, priva di retorica o di compiacimento, e proprio per questo estremamente penetrante ed efficace.

Un racconto profondo e toccante, molto ben riuscito.

 

La sedia (3)

 

E niente, sul pregevole blog di Paolo è nato un piccolo gioco letterario di variazioni sul tema, a partire da questo suo racconto. Un gioco di contaminazioni reciproche oggi assai raro e quindi più gustoso.

Questo è il mio contributo, chi volesse cogliere l’ occasione segua il link !

 

Un cielo vispo di stelle

(Terza versione)

Io so tutto.
I grandi pensano che I bambini siano stupidi, che non si accorgano di nulla, che non vedano e non sentano. Eppure sono stati piccoli anche loro, e dunque se un bambino non sa com’è essere adulti, un adulto lo dovrebbe sapere sì, com’era essere bambino. Ma si vede che ci si dimentica.

E dunque, che tra la mamma e quel certo signore ci fossero delle tenerezze io l’avevo capito da un pezzo, bastava vedere come lo guardava lei e come si imbarazzava lui quando eravamo presenti mia sorella ed io.
Non era nemmeno antipatico, quel signore, neanche un po’, solo faceva effetto vedere un adulto così imbranato e allora un po’ facevamo apposta ad entrare in sala quando lui non se lo aspettava, con qualche scusa, e ci godevamo l’effetto due volte, sul momento e poi più tardi, a letto, quando Sandra ed io gli…

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Nostos

Notturno

Ritorna, è vero, ecco che ritorna, 

la vita circolare, dove sempre  

rivolgi il tuo cammino ad Occidente,  

convinto di raggiungere il tramonto  

all’ orizzonte, e infine riconosci

le luci familiari di anni ingenui. 

 

La fonte dell’eterna giovinezza  

compare come un tenue arcobaleno  

nell’ aria dirimente di un mattino. 

Rapido movimento tra le foglie, 

fugace balenare d’ un sorriso, 

effimera l’essenza dei fantasmi. 

 

La fine che è principio è più fatale 

che perdersi nei boschi a tarda sera. 

Ad Occidente di che ?

“Le spirali! Le spirali! Vecchio Volto di Pietra guarda avanti:

Cose troppo a lungo pensate non possono più esserlo.

La bellezza muore di bellezza, il valore  di valore,

Ed i lineamenti antichi si cancellano.”

W. B. Yeats

Ciò che è definito è definito – sempre – in rapporto a qualcos’altro. Non ci sarebbe la parola “giorno” se non esistesse la notte. La contesa è la madre di tutte le cose, insegnava già Eraclito ventisette secoli or sono.

E dunque Occidente si oppone ad Oriente, nella storia. Un’ opposizione geografica, naturalmente, ma anche una contrapposizione culturale ed ideologica. Un’ opposizione che si può far risalire, come minimo, alle guerre dei Greci contro i Persiani, il casino delle polis contro l’ imperialismo del Gran Re. Una contrapposizione che si rafforza nel corso del tardo Impero Romano, c’è quello d’ Occidente e quello d’ Oriente, per l’ appunto, è da lì in avanti è tutto un fronteggiare una varietà di Orienti, unni, saraceni, mongoli, turchi. C’ era poi l’ Oriente estremo, quello più lontano, di cui molto si favoleggiava e poco si sapeva, a parte le merci esotiche e qualche invenzione, come la bussola o la polvere da sparo, di cui fu peraltro l’ Occidente a comprendere e sfruttare in pieno la micidiale efficacia.

È ovvio che mentre i Turchi assediavano Vienna era piuttosto facile comprendere la distinzione – e la contesa – tra Oriente ed Occidente. In tempi più recenti, lo stesso schema di contrapposizione è stato utilizzato per interpretare la guerra fredda, lo scontro con il blocco comunista, ma era una forzatura, il comunismo stesso è un prodotto del pensiero occidentale, creato da un filosofo tedesco erede dell’ idealismo hegeliano, rifugiatosi a Londra dopo aver girato mezza Europa. L’ Oriente non c’entra nulla, la contrapposizione fra capitalismo e comunismo è tutta interna all’ Occidente.

Quanto diverso sarebbe stato il nostro destino se i Persiani avessero avuto la meglio a Maratona, gli arabi a Poitiers o i turchi a Lepanto, questo si può intuirlo, ma oggi, in che senso si parla di Occidente, ed a quale “non Occidente” lo contrapponiamo ?
Se pensiamo all’ Estremo Oriente di oggi, Cina, Giappone, ma anche le cosiddette tigri asiatiche, Taiwan, Corea del Sud, Singapore, troviamo paesi ampiamente occidentalizzati, che dialogano con l’ Europa o con gli USA sulla base di principi economici del tutto omogenei, così come accade per India, Thailandia o Filippine. C’è competizione economica, certo, ma nessuna vera contrapposizione ideologica.
E allora, dove passa oggi il confine tra Occidente e ciò che Occidente non è ?

Se proviamo oggi ad elencare i “valori occidentali”, vengono subito in mente la libertà individuale, l’ uguaglianza di diritti, la democrazia parlamentare, lo Stato laico, la parità della donna, e così via. Non a caso ho precisato “oggi”, perché l’ elenco precedente avrebbe di sicuro fatto inorridire Augusto, Carlo Magno, il Re Sole o Federico II, così come sarebbe inorridito praticamente qualunque sovrano nella millenaria storia d’ Occidente. L’ Occidente è una sorta di costruzione mentale, un “work in progress” e ciò che intendiamo oggi con questo termine è una composizione di idee che prendono forma negli ultimi secoli, si affermano con l’ illuminismo e diventano di dominio pubblico dopo la Rivoluzione Francese. Novità fresche di giornata, rispetto ad una storia di tre millenni. Idee in movimento, prodotti di un’ evoluzione culturale. A comporre il quadro, occorre come minimo aggiungere la razionalità scientifica che si manifesta nel progresso tecnologico, ed un’ economia di tipo capitalista ormai di fatto senza accettata da tutti.

Questo dunque, piaccia o no, è l’ Occidente oggi, libertà più diritti più tecnologia più capitalismo. Non che sia un panorama omogeneo, ovviamente, né tutti i Paesi che associamo all’ Occidente manifestano allo stesso modo tutte le caratteristiche elencate, ma insomma, grosso modo l’ Occidente è questa roba qui. Naturalmente, rimane la domanda di prima: che cosa, oggi, è “non Occidente ?”

La prima risposta che viene alla mente è, naturalmente, l’ Islam, sulla base di una contrapposizione che appare a prima vista di natura prettamente religiosa. A guardare più da vicino, però, ci si rende conto che la realtà è un po’ più complessa. Islam, cristianesimo, ebraismo com’ è noto sono dette “religioni del Libro” in quanto condividono l’ Antico Testamento; l’ islam condivide col cristianesimo anche il Nuovo, pur “declassando” Gesù a penultimo dei profeti. Che Dio sia grande lo affermano tutt’e tre, spirito missionario e volontà di proselitismo non sono certo mancate al cristianesimo, così come le lotte interne feroci tra chiese e tradizioni diverse.
Dove realmente la linea di frattura è netta è semmai la pretesa che la legge religiosa debba valere anche come legge dello Stato, essere tradotta in norme vincolanti per tutti, credenti o meno. Questo è ciò che propriamente viene definito “integralismo”: considerare stato e religione come un tutt’ uno. L’ integralismo è in parte indotto dalla struttura stessa del Corano, che spesso è prescrittivo, identifica categorie di reati e prevede le relative pene. L’ integralismo non è stato estraneo alla storia dell’ Occidente, ma a me pare ormai metabolizzata l’ idea che la religione non vada imposta e che lo Stato debba mantenersi il più possibile neutrale, “laico” e trattare i propri cittadini senza fare differenze di razza, lingua e – appunto – religione. Non è così da sempre, anche la separazione dei poteri è un’ idea illuminista, ma a ben vedere già ai tempi della contesa medievale tra papato ed impero i sovrani avevano sviluppato l’ idea che, dopo essere stati doverosamente incoronati per grazia di Dio, dovessero poi essere lasciati liberi di agire senza troppe interferenze. Date a Cesare quel che è di Cesare è sempre stata una delle frasi più citate dei Vangeli.

E dunque, una linea di frattura autentica fra ciò che è Occidente e ciò che non lo è l’ abbiamo trovata. È una frattura superabile ? Difficile da dire, le opinioni su questo divergono animatamente, ma proprio su questo, io credo, si gioca la cosiddetta sfida dell’ integrazione. La laicizzazione dunque, il richiamo della libertà contro quello della purezza.

E tuttavia, a mio modo di vedere, altri pericoli incombono su questo nostro Occidente che forse, in qualche modo, si trova oggi a fronteggiare se stesso in una sorta di estrema sfida finale.

Sono pericoli tutti interni, infatti, sono quelli che i marxisti di una volta chiamavano “le contraddizioni interne del capitalismo”. Le spiega bene Yuval Harari nel suo saggio “Sapiens”. Per comprendere la storia economica moderna ed il vero ruolo dell’ economia, dice, “quello che bisogna veramente tenere a mente è una parola sola. Questa parola è ‘crescita’. (…) Ciò che consente alle banche, e all’ intera economia di sopravvivere e prosperare è la nostra fiducia nel futuro”. Circa cinquecento anni fa, infatti, “le persone cominciarono a concordare sul fatto di rappresentare beni immaginari – beni che al presente non esistono – con una speciale forma di denaro che chiamarono ‘credito’.(…) Si fonda sul presupposto che le nostre risorse future saranno sicuramente molto più abbondanti delle risorse attuali”. Ciò che rese possibile questa nuova prospettiva fu il progresso. “Nel corso degli ultimi cinquecento anni l’ idea di progresso convinse la gente a riporre sempre più fiducia nel futuro. Questa fiducia fu l’ origine del credito; il credito portò vero sviluppo economico, e lo sviluppo economico rafforzò la fiducia nel futuro aprendo la strada alla possibilità di avere ancora più credito”.

È ovvio che l’ idea di una spirale che cresce all’ infinito è contro natura. Ogni tipo di crescita prima o poi si arresta. Nel corso della storia moderna, tuttavia, la tecnica è sempre riuscita ad inventare qualcosa che ha cambiato lo scenario, aumentando appunto la disponibilità di risorse: la macchina a vapore, il treno, il motore a combustione interna, l’ aereo, il computer, eccetera eccetera. Ma naturalmente non è detto che questa scommessa, la cui posta si alza continuamente, possa essere sempre vinta anche in futuro.

E nemmeno è detto che questa attività che cresce esponenzialmente non finisca con l’ alterare qualche equilibrio fondamentale del nostro pianeta.