Distonie temporali

Rileggo post da un altro tempo, da un’altra vita, da un altro me. Rileggo e sono io, indiscutibilmente, carta canta e cronologia pure. Eppure, allo stesso tempo non sono io, chiaramente.

Faccio esperienza della quarta dimensione, essere se stessi nello stesso spazio della stessa camera, ed allo stesso tempo non esserlo, perché la posizione sull’asse del tempo è diversa. Per certi versi e c’è invidia, per altri indulgenza.

Ma che cosa accade per chi legge le stesse cose in tempi diversi?
Rileggo libri del passato, per mettere alla prova quest’altra prospettiva, e trovo riscontro, sembra diverso lui, il libro, ma è ovvio che quello diverso sono io, slittato di nuovo sull’asse temporale. Se è così mi aspetta un lungo lavoro.

E allora mi domando che effetto può fare lo stesso post a chi lo legge, a seconda dell’età di chi legge. Mai scritto per adolescenti – credo – ed i viandanti che mi hanno fatto l’onore di frequentarmi in genere non lo erano, e tuttavia 10 anni sono passati, e non invano vorrei dire. Passati per me e per loro.

Pensieri oziosi lo ammetto, ma tre voli in una sola notte sono tanti.

Umano, troppo umano. Androide

 

 

« La mia mente sta svanendo. Non c’è alcun dubbio. Lo sento. Lo sento. Lo sento.

Ho paura. »

Così diceva il computer HAL 9000 in una scena famosa di 2001 Odissea nello spazio, mentre il protagonista, Dave lo disinstalla, per non essere ucciso da lui. La mia mente sta svanendo.

Le scene più celebri dei film, quelle che rimangono icone dell’ immaginario collettivo sono spesso quelle che alludono in modo più o meno indiretto e mediato, alle angosce profonde della condizione umana.

La mia mente sta svanendo. Dimenticare i nomi, incepparsi talvolta nel parlare, fare una pausa perché manca una parola. Capita a tutti, è cosa normale.

Con il passare degli anni i meccanismi si affinano, la memoria a lungo termine si rafforza, persino, ma l’ archivio è pieno, è come un hard disk zeppo di files, me lo immagino, così il processore rallenta un po’ e l’ accesso ai dati diventa più faticoso. Servirebbe una deframmentazione, o persino una bella formattazione con relativo back up dei dati per avere di nuovo la memoria bella lucida e tagliente, con un “random access” fulmineo. Non si può, e non sono nemmeno sicuro che sarebbe piacevole sottoporcisi, se pure si potesse, e dunque teniamoci il processore zoppicante e l’ accesso qualche volta incerto.

La mia mente sta svanendo, lo sento. D’ accordo, è tutto regolare, prevedibile e previsto, non c’è niente di strano, eppure quel pensiero sottile come un foglio di carta è capace d’ infilarsi anche sotto una porta blindata.

Che cos’è dunque la disinstallazione di HAL 9000 supercomputer capace di tutto, controllare l’ astronave, parlare, giocare a scacchi e leggere i labiali, che cos’è se non una metafora dell’ Alzheimer o della demenza ? Una parabola della progressiva perdita di se stessi, perché questo è la perdita della mente, il sentirsi espropriati di se stessi e ricacciati alla prima infanzia, oppure rimanere chiusi in casa, di notte, con le luci che inesorabilmente, una alla volta, si spengono fino a lasciarci nel buio più totale.  David, ho paura.

« Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire. »

Dice un celebre androide in un altro celebre film.

Esperienze di vita, istanti perfetti, percezioni indimenticabili, passaggi di tempo e istanti di pienezza, andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia.

Mutato nomine, fabula de te narratur”, la favola parla di te sotto altro nome, diceva Orazio nelle Satire. parla di te tutte le volte che qualcosa ti scuote e commuove. Vibrazione per risonanza, a questo serve l’ arte. E dunque siamo noi quell’ androide che ha paura di morire, e sono i nostri ricordi, gioie dolori e istanti di pienezza che andranno perduti come lacrime nella pioggia. La nostra vita con tutto quello che contiene.

Umano, troppo umano, quell’ androide.

Ma per fortuna c’è tempo, c’ è tempo, c’è tempo.

 

Il giorno dei morti

Il giorno dei morti era sempre un giorno speciale, io questo me lo ricordo.
Ci vestivano bene,noi bambini, con gli abiti della festa, perché bisognava andare a trovare il nonno al cimitero, quelle mattine che sembrava domenica anche se non lo era.
C’era malinconia nell’aria, perché si pensava al nonno, ma anche dolcezza, e persino una forma di trepida attesa perché quella mattina, come ogni anno, il nonno avrebbe mandato dei regali per noi bambini, e li avremmo trovato in sala appena svegli, e chissà come faceva il nonno a indovinare sempre quello che ciascuno desiderava. E più tardi al cimitero, dopo le preghiere, avremmo anche ringraziato il nonno per i giocattoli nuovi.

Al ritorno dal cimitero la tradizione prevedeva una sosta presso il panificio all’angolo, che faceva anche da pasticceria.
Il giorno dei morti aveva i suoi dolci, specifici e dedicati, che non si trovavano in nessun altro periodo dell’anno
C’erano, oltre ai classici dolci novembrini di pasta frolla ripieni di mandorle e fichi secchi, anche dei biscotti bianchi e durissimi che chiamavano ossa dei morti, e c’ erano soprattutto le statuette cave fatte di zucchero e dipinte, cosiddetti “pupi di zucchero”.
Si poteva scegliere il guerriero, la damigella, la contadina, E se ne trovavano di tutte le dimensioni.

Ancora più che per l’ uovo di Pasqua, già a guardarli pregustavamo il piacere sublime di frantumare quella statuetta e far sciogliere lentamente in bocca i frammenti di zucchero.

Il pomeriggio, naturalmente, lo si passava a giocare mostrando agli amici i doni ricevuti e mettendo in comune tutti i giochi.
Dolcetti ne avevamo in abbondanza, di scherzetti non ce ne saremmo mai permessi, ed Halloween non sapevamo cosa fosse.

Riepilogando

Riepilogando, ho sempre avuto carta da scrivere e penne a non finire ed inchiostri di vari colori.  E poi vita vissuta, viaggi e posti visti e persone incontrate e così tante cose da raccontare che quella carta quelle penne e quell’ inchiostro maii basterebbero se modo di svuotarmi di tutto ciò.

Ma buona parte di quel vissuto rimane raggrumato, rappreso,  non scivola fuori attraverso i mirabili pennini delle molte penne.

“I’ve got too much life running through my veins, going to waste”

Eppure, sento distintamente che quella vita ha avuto senso e direzione, non andava a caso, sballottata qua e là dalle circostanze, no, c’ è stato un progetto e c’ era un’ intenzione, ecco. Anche se poi non tutto è andato per il verso giusto, ma chi se l’ aspettava del resto ?

Avrei voluto scrivere di luoghi e di persone, di incontri e scontri, di simpatie ed antipatie, rari odi ed ancor più rari amori, e di come tutto questo si sia poi sedimentato e deposto, e consolidato dentro. Di come tutto abbia lasciato traccia, oppure a volte no, di come si sia trasformato in materiale da costruzione, arenaria usata per fare la casa, terra compatta oppure franosa a seconda dei casi. Cosa manca, allora ? Perché questo senso di incompiuto ?

Il motore della vita è il desiderio, la differenze fra dove si è e dove si vorrebbe essere, così come il calore che va da un corpo caldo ad uno freddo. È la differenza che genera il movimento, la mancanza ed il bisogno di annullare quella mancanza. Come l’ acqua che sta in alto e vorrebbe stare in basso e allora si muove.

E che succede, quando è giunta in basso ? Si ferma. Una volta annullata la differenza, cessa anche il movimento, resta l’ acqua ferma, che è acqua morta, è palude. L’ acqua stagnante fa presto a diventare malsana.

È questo che accade con la vita ? Che succede, quando non si desidera più ? Si resta nella palude fino a quando non si escogita un nuovo desiderio ? O finché si cessa di desiderare ?

La cessazione del desiderio non mi pare affatto uno stato desiderabile, tutt’ altro. L’ idea stessa della cessazione del desiderio precipita in uno stato di disagio profondo. Uno stato simile alla nostalgia. Una nostalgia del desiderio, ecco cos’ è. Nostalgia del desiderio, ovvero malinconia.

Si è sempre mossi dal desiderio, quando ci si muove. Ma è così per tutti ?

Sono sempre stato incuriosito da chi apparentemente non rispetta la regola, pare non averne, di desideri, e non sentirne il bisogno. Chi vive la sua vita, lavora, mangia, dorme, guarda la TV, senza altro chiedere che di continuare così, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, anno dopo anno. Chi sbaglia ? E qual’ è poi la base per giudicare, eventualmente, se ci sia un modo giusto ed uno sbagliato di condurre la propria vita ?

Eppure.

Eppure mi pare che una differenza ci debba pur essere, un giudizio debba pur potersi darsi. po’ di Sempre che non sia illusione anche quel po’ di senso intravisto.

(Video banale, lo so)

Un carretto cigolante

“Non posso guardare all’ universo come al risultato di un cieco caso. Tuttavia non trovo evidenza di un disegno benevolo, o veramente di un disegno qualsiasi, in dettaglio.”

C. Darwin – Lettera a J. Hooker, 1870

Il segno dell’ età che avanza sembra doversi leggere prima di tutto nella rassegnazione a convivere con qualche malanno. Che sia torcicollo oppure mal di schiena, che sia colite o reumatismo, il dolore diventa da un certo punto in poi della vita una specie di sottofondo continuo, ritmo di base che accompagna i giorni e le notti, e sopportarlo pacificamente appare la misura del controllo di sé.

Tutto è bene ciò che non finisce, sembra di poter dire, e finché dura ci teniamo volentieri anche un acciacco. Questione di misura, naturalmente, questo sembra essere il principio. L’ obiettivo è durare in condizioni accettabili.

Questione di tempo, insomma, di fronte ad una sfida che si sa di non poter vincere ma solo, come in una prova d’ abilità o un videogame, tenere il giocoi il più a lungo possibile. Vendere cara la pelle al tempo. Arrivare al prossimo livello per vedere cosa c’è, e poi quello dopo ancora. Finché fa male è segno che ci siamo ancora.

Essere autentici significa essere “dentro se stessi”

La vita sta tutta qui davanti, coi suoi pezzi poggiati in bell’ ordine sopra un carro da ambulante, un’ esposizione in piena regola come a volerne interessare gli occasionali passanti, come se la vita fatta di quei pezzi belli e brutti, grandi e piccoli, raccolti per volontà o per caso lungo la strada, loro e soltanto loro e nient’ altro potessero testimoniare che qualcosa è davvero avvenuto, un divenire è divenuto, certe potenzialità si sono attuate, perché poi proprio quelle tra le infinite altre non è dato di sapere ma è così, ed è tutto ciò che si può dire e di più non è lecito domandare.

Ciò che doveva accadere è accaduto, neppure gli dei possono sottrarsi alla Necessità, e questo davanti a voi è il risultato, seppure ancora diveniente, che pur sempre di work in progress qui si tratta.

Ad ogni traguardo sembra di sollevarsi un po’, vedere il mondo e se stessi un po’ più dall’ alto, un po’ più in prospettiva, un po’ più nel contesto.

Il vizio di cercare di capire, quello ancora non lo perdo.

Perdo semmai l’ illusione della razionalità, del mondo e dell’ essere umano, quella sì che è presunzione giovanile, o frutto di tempi più ottimisti e meno disincantati di quelli che viviamo oggi. Tempi in cui il futuro appariva per definizione migliore del presente. Partire all’ assalto per sfasciare il mondo come se il mondo fosse lì in attesa di farsi sfasciare dal primo giovanotto di belle speranze.

Il mondo non si sfascia, naturalmente, le illusioni sì, questo si impara ben presto.

Il mondo è complesso, assai più di quanto insegnino a scuola, e l’ essere umano è il prodotto più complesso di questo complessissimo mondo, e questo proprio non lo insegnano, tocca scoprirlo da soli.

Irriducibile a schemi, sfuggente alle definizioni, sorprendente nelle reazioni. Inclassificabile.

Ma tutta questa complessità non toglie il gusto di indagare, di inseguire la complessità stessa affinando gli strumenti d’ analisi e non con la pretesa di dominare ma, almeno, di capire. Complesso non vuol dire incomprensibile, vuole semmai dire difficile da comprendere, e difficile è una sfida, le sfide appassionano e non c’è niente di meglio per tenersi vivi.

La complessità rifiuta il giudizio secco, complesso non è bianco e nero, complesso è l’ infinito chiaroscuro che sfida l’ analisi ma che alla fine si può sperare di penetrare, comprendere, trasmettere, senza necessariamente giudicare.

I ricordi si mischiano ai desideri, le delusioni si proiettano nelle intenzioni, amori senza scopo proiettano amori senza vita, come se cambi di scenari incongrui o impossibili potessero fare vero ciò che vero non è più, o non è mai stato.

Ciò che verrà si carica delle aspettative spinte avanti negli anni in cui c’ era troppo da fare e “ci sarà tempo” finché si comincia ad intuire che il da fare non finisce ed il tempo invece sì, e si vede, e non si vorrebbe vedere, che quel tempo forse non c’è più, e “ci sarà tempo” era un autoinganno.

Restano cose fatte ed emozioni vissute, un paziente lavoro su se stessi che si rende – si spera – visibile e persino attingibile da chi ci osserva.

Resta la saggezza, se vogliamo usare una parola grossa, più o meno a fatica acquisita, una consapevolezza che il bicchiere è pieno ben più che a metà, che ciò che è passato non è stato gettato via, che le esperienze, il tempo, gli incontri, gli amori, gli odi, le passioni, sono stati tutti mattoni, materiali da costruzione di un sé che adesso sta lì, visibile come un monumento ed altrettanto inutile, se non come ispirazione o monito per altri, ognuno lo legga come meglio gli aggrada.

E se invece fossi io, a non capire ?

Se qualcosa di buono c’è, in questo frullio di anni, è che in parte ci si libera dalle aspettative degli altri, il peso inesorabile di ciò che si è chiamati ad essere, di ciò che ci si aspetta da noi al di là della nostra volontà, di ciò che si “deve”. Piano piano le aspettative si riducono, vuoi perché realizzate, vuoi perché irrealizzabili. Cadono come squame secche.

Sotto c’ è la vera pelle, l’ essere se stessi come mai si è riusciti prima, quel se stessi a cui mai si è osato dare spazio.

È il momento in cui si tira fuori ciò che si ha dentro, cose belle o cose brutte, cose belle per lo più, perché le cose brutte la vita ce le ha già tirate fuori da un pezzo.

Da questo punto di vista non è poi così male, l’ età che avanza.

Contatti

Le vite si dispiegano nello spazio della realtà lungo traiettorie complesse ed irregolari, ciascuna a modo suo, spinte dalla necessità, dalle circostanze o più raramente da qualche inclinazione interna propria a ciascuna.

Nel percorrere le loro imprevedibili o talvolta prevedibilissime traiettorie, le vite a volte si sfiorano, entrano in contatto per un breve periodo prima di separarsi nuovamente, altre volte invece si attaccano l’ una all’ altra per un tempo più lungo, a volte persino rimangono attaccate.

Nel toccarsi e separarsi, certe vite sembrano a volte rincorrersi, cercarsi, mostrano strane attrazioni il più delle volte inconsapevoli. Può persino accadere che solo nel momento di un nuovo incontro, solo quando le traiettorie di nuovo si intersecano, solo allora si rendono conto di essersi a lungo cercate. Il che, naturalmente, non comporta alcunché, né impedirà loro di staccarsi nuovamente se a questo dovesse portare il gioco del caso, delle circostanze o delle inclinazioni.

Di questo conserveranno però memoria, come una sorta di sigillo, un’ impronta speciale e permanente che a volte, rare volte, le anime, senza intenzione o consapevolezza, incidono  le une sulle altre.

E’ un privilegio e non lo sanno.

Sandro

Freiburg

Nel non credente il pregare coincide con il venir meno della parola. Si svolge il discorso (per chi si arrischia sul serio) finché ci si arresta dinanzi alla Cosa. E allora si tace. Che si può dire ? Niente. Ma questo niente può suggerire il pensiero che la Cosa c’è ed è un bene che ci sia e allora avrà il timbro della “bene-dizione”

Massimo Cacciari

Sandro era certo che gli esseri umani sono buoni, e che se trovano le condizioni opportune non possono che esprimere questa bontà. Era anche convinto che le istituzioni sociali e politiche raramente aiutino gli uomini ad esprimere la loro bontà, ragione per cui meno ce n’è, di istituzioni, e meglio è. Non saprei dire se fosse davvero un anarchico, a volte l’ ho pensato, altre volte mi sembrava troppo pragmatico per esserlo realmente fino in fondo. Di certo stava con Rousseau contro Hobbes, dalla parte dei libertari e contro i liberisti.

Sandro era convinto che le persone dovessero avere il diritto di vivere la loro vita a modo loro, fintanto che non avessero fatto del male a nessuno, e che una società evoluta dovrebbe tollerare, se non addirittura favorire la massima diversità di comportamenti, costumi e credenze, e dovrebbe evitare il più possibile l’ uso della parola “vietato”.

Era curioso delle persone, ogni incontro casuale era l’ occasione per iniziare un dialogo, trovare un canale di comunicazione, confrontare le idee e le convinzioni di chiunque gli capitasse a tiro.

Sandro era convinto che una società ingiusta e diseguale non ha futuro, che nessuno può stare veramente bene se attorno c’è gente che sta veramente male. Nel suo linguaggio c’ erano sì parole come welfare, ridistribuzione, equità, ammortizzatori e diritti, ma dietro queste parole e dietro le sue teorie politiche, dietro le sue iniziative ed i suoi interventi polemici c’ era la sincerità del sentire, c’ era la compassione e la fraternità col genere umano.

A Marx preferiva Hannah Arendt, il suo stile di vita era la “vita activa”, impegnata a fare la propria parte, sempre, ansiosa di mettere le mani nel mondo per farne un posto migliore non per se ma per tutti. Questo significava “politica” per lui, un significato che molti grandi del passato, da Cicerone a Dante avrebbero apprezzato.

E tuttavia, la passione politica non gli ha mai tolto l’ allegria del sorriso, la sua ironia si manteneva sempre leggera, l’ amarezza del sarcasmo non gli apparteneva. L’ eterno sorriso di Sandro è stato per me il simbolo del suo amore per la vita.

Conosceva il mondo e la complessità della natura umana, e non distoglieva lo sguardo. Non semplificava e non giudicava, la curiosità lo portava a cercare comprensione e partecipazione. Era di sinistra, geneticamente, di quella sinistra fatta di principi non negoziabili, di libertà, fraternità ed uguaglianza che oggi pare una specie in via di estinzione, tanto più rara quanto più appare necessaria .

Era capace di amicizia vera, quella che non ha bisogno di conferme, o di continuità di contatti, e nell’ amicizia come nella vita portava in dono quella curiosità, quell’ allegria e quell’ amore per la vita, che restano, chiari e distinti, nell’ animo di chi lo abbia frequentato.

Sono contento di essere stato suo amico.

In memoria di S.I., 1950-2013