Vincenzo Appeso

 


Vincenzo con il petrolchimico non era mai riuscito ad andarci veramente d’accordo. Lui era nato lì a due passi, un paesino arroccato su una scogliera a strapiombo sul mare; un mare trasparente e cristallino come ora si vede solo sui cataloghi delle agenzie di viaggio. Maldive, praticamente.

Su quella scogliera Vincenzo andava da ragazzino con gli amici a caccia di lucertole o a raccogliere le piccole lumachine bianche dopo che aveva piovuto, e c’era tornato anche più grandicello in altra compagnia. Su quella scogliera aveva dato il primo bacio e non solo.

Del resto, lo sapevano tutti che quello era il posto dove si appartavano le coppiette, i vecchi del paese scuotevano la testa, dicevano “ai nostri tempi noi giovanotti non ce l’avevamo la macchina per fare i nostri comodi”, ma si sentiva più rimpianto che condanna.

Era vero, ancora quando Vincenzo era ragazzino il paese era fatto di contadini, le macchine erano poche e qualcuno ancora transitava a dorso di mulo lungo le stradine delimitate da muri a secco.

Dalla famosa scogliera si dominava il golfo, la spiaggia bianchissima. La sera le lampare dei pescatori di polpi tremolavano come lucciole. Per forza che uno ci portava la ragazza.

Vincenzo per la verità preferiva andarci la mattina presto sulla scogliera, gli piaceva sentire sulla pelle l’aria fresca profumata di mare, mentre l’alba incendiava l’orizzonte a strati davanti ai suoi occhi assonnati. Qualche volta era persino sceso giù alla spiaggia per fare il bagno, nella stagione buona, ma preferiva non dirlo a nessuno questo, ci sono cose che se le fai ti prendono per matto senza una vera ragione, certe cose semplicemente non si fanno. Il bagno all’alba, per esempio.

Poi era arrivato il petrolchimico.

Era lo sviluppo del Mezzogiorno, dicevano, il futuro è nella chimica, c’era stato un gran via vai di politici, facce conosciute prima solo in televisione, quando parlavano al telegiornale, e facce di locali, fin troppo conosciute invece, pezzi grossi.

Come che sia, il petrolchimico l’avevano fatto e adesso dalla scogliera si dominava un intero distretto industriale, impianti e ciminiere, pontili e tanti di quei tubi da poterci arrivare sulla luna.

Avevano lasciato qua e là dei pezzetti di spiaggia, certo, ma non era più come una volta e Vincenzo sulla scogliera non ci andava più così volentieri, la lasciava ai ragazzi, che continuavano ad andarci con la fidanzata.

Certo bisognava dire che il petrolchimico un po’ di lavoro lo aveva portato, lui per esempio era stato assunto trent’anni prima come operaio, aveva fatto un po’ di tutto, poi era finito nel reparto manutenzione, ed anche suo figlio, il grande, aveva trovato lavoro presso una ditta che faceva coibentazioni. Il piccolo no, quello ancora studiava e forse sarebbe riuscito a farlo diventare ingegnere. Avrebbe lavorato anche lui nel petrolchimico, certo, ma con un altro ruolo ed un altro stipendio, si spera.

Insomma, le cose erano andate un po’ meglio, l’emigrazione era diminuita, e semmai adesso era l’immigrazione, quella che preoccupava. C’è sempre qualcuno che sta peggio di te.

Le cose andavano meglio, ma il prezzo era stato alto, pensava Vincenzo, mentre percorreva lentamente sulla sua Panda la provinciale che conduceva allo stabilimento.

Il suo capo era una donna, ed anche questa cosa avrebbe fatto scuotere la testa ai vecchi del paese. Ma a Vincenzo non importava poi tanto, lei era un ingegnere, veniva da Palermo, si chiamava Teresa, e la gente della manutenzione la rispettava, un po’ perché sapeva il fatto suo, un po’ perché una donna certo non la puoi mandare a quel paese come faresti con un capo maschio. Lei lo sapeva ed un po’ se ne approfittava.

Appena arrivato, la segretaria gli disse di andare in sala riunione. Teresa era già lì con gli altri supervisori.

“C’era troppo traffico sulla strada stamattina” esordì Vincenzo entrando nella sala. Teresa lo guardò fisso accogliendo con un mezzo sorriso quella scusa non richiesta e gli fece cenno di sedere.

“La ditta Guarresi ha finito con un paio di giorni di anticipo di sostituire le coibentazioni” disse Teresa. “Vorrei approfittare dei ponteggi per fare l’ispezione degli strumenti di linea”. Vincenzo sorrise fra sé, suo figlio lavorava appunto per la Guarresi, una ditta seria, era stato fortunato.

“Te ne occupi tu Vincenzo”. Non era una domanda. “Ho già chiesto i permessi, ma si sale con le protezioni perché non c’è ancora l’agibilità. E’ chiaro ?” Questa volta era una domanda. “Imbraco completo?” chiese Vincenzo. “Sì, attrezzatura per lavori in quota “ intervenne Pietro, che era il supervisore della sicurezza.

Voleva dire bardarsi come uno scalatore sulla ferrata, un imbraco con due corde di sicurezza che terminavano ciascuna con un moschettone da agganciare all’apposito cavo. E quando si doveva passare da un cavo all’altro si agganciava il secondo moschettone prima di sganciare il primo, in modo da rimanere sempre legati.

E così Vincenzo s’inerpicò sui ponteggi, salì le scale alla marinara, si fermò a prendere fiato sulle piattaforme, si avventurò sulle passerelle fatte con i grigliati che la ditta Guarresi aveva smontato per eseguire i lavori e poi rimontato.

E fu così che Vincenzo, un passo dopo l’altro, mise il piede sul quarto grigliato della seconda passerella, che era stato appoggiato ma non ancora fissato. Il piede di Vincenzo fece leva, il grigliato si ribaltò attorno ai supporti intermedi, roteò colpendolo violentemente all’altezza dell’anca. Vincenzo sbilanciato urlò, roteò le braccia alla ricerca di un appoggio che non c’era, annaspò curiosamente a mezz’aria per poi sprofondare nel vuoto, mentre il grigliato sbatteva rumorosamente contro il parapetto.

Vincenzo precipitò per circa un metro e mezzo, poi la corda di sicurezza si tese, il contraccolpo lo mandò a sbattere contro una trave, sentì un dolore lancinante alla spalla e si trovò a penzolare col cuore che gli batteva all’impazzata e le cinghie che tiravano forte sull’inguine.

Vincenzo guardò in basso, le vertigini gli diedero un senso di nausea, la pavimentazione in cemento era trenta metri sotto di lui, dieci piani. Vide Pietro che si sbracciava, urlava qualcosa al walkie talkie, poi scorse operai che correvano verso il ponteggio, ma non riusciva a riconoscerli.

Un incidente come questo, Vincenzo lo sapeva bene, viene chiamato un “near miss” che vuol dire , più o meno “c’è mancato un pelo”, “è andata bene”.

E così, ci piacerebbe concludere questo racconto con Vincenzo tirato su a braccia dai compagni, rimproverato da Teresa per la sua imprudenza, preso in giro per anni durante la pausa mensa, Vicenzu ‘Npisu, Vincenzo Appeso sarebbe stato per tutti.

Ma non sempre la vita è fatta di racconti edificanti.

Vincenzo si era stancato di agganciare e sganciare moschettoni, in fondo camminare su un grigliato non era come arrampicarsi sul ponteggio e poi la ditta aveva ormai finito di lavorare, l’aveva detto anche Teresa.

E così nessuna corda di sicurezza interruppe la caduta e Vincenzo ci mise poco più di due secondi a raggiungere la pavimentazione di cemento.

Due secondi.

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