Umano, troppo umano. Androide

 

 

« La mia mente sta svanendo. Non c’è alcun dubbio. Lo sento. Lo sento. Lo sento.

Ho paura. »

Così diceva il computer HAL 9000 in una scena famosa di 2001 Odissea nello spazio, mentre il protagonista, Dave lo disinstalla, per non essere ucciso da lui. La mia mente sta svanendo.

Le scene più celebri dei film, quelle che rimangono icone dell’ immaginario collettivo sono spesso quelle che alludono in modo più o meno indiretto e mediato, alle angosce profonde della condizione umana.

La mia mente sta svanendo. Dimenticare i nomi, incepparsi talvolta nel parlare, fare una pausa perché manca una parola. Capita a tutti, è cosa normale.

Con il passare degli anni i meccanismi si affinano, la memoria a lungo termine si rafforza, persino, ma l’ archivio è pieno, è come un hard disk zeppo di files, me lo immagino, così il processore rallenta un po’ e l’ accesso ai dati diventa più faticoso. Servirebbe una deframmentazione, o persino una bella formattazione con relativo back up dei dati per avere di nuovo la memoria bella lucida e tagliente, con un “random access” fulmineo. Non si può, e non sono nemmeno sicuro che sarebbe piacevole sottoporcisi, se pure si potesse, e dunque teniamoci il processore zoppicante e l’ accesso qualche volta incerto.

La mia mente sta svanendo, lo sento. D’ accordo, è tutto regolare, prevedibile e previsto, non c’è niente di strano, eppure quel pensiero sottile come un foglio di carta è capace d’ infilarsi anche sotto una porta blindata.

Che cos’è dunque la disinstallazione di HAL 9000 supercomputer capace di tutto, controllare l’ astronave, parlare, giocare a scacchi e leggere i labiali, che cos’è se non una metafora dell’ Alzheimer o della demenza ? Una parabola della progressiva perdita di se stessi, perché questo è la perdita della mente, il sentirsi espropriati di se stessi e ricacciati alla prima infanzia, oppure rimanere chiusi in casa, di notte, con le luci che inesorabilmente, una alla volta, si spengono fino a lasciarci nel buio più totale.  David, ho paura.

« Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire. »

Dice un celebre androide in un altro celebre film.

Esperienze di vita, istanti perfetti, percezioni indimenticabili, passaggi di tempo e istanti di pienezza, andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia.

Mutato nomine, fabula de te narratur”, la favola parla di te sotto altro nome, diceva Orazio nelle Satire. parla di te tutte le volte che qualcosa ti scuote e commuove. Vibrazione per risonanza, a questo serve l’ arte. E dunque siamo noi quell’ androide che ha paura di morire, e sono i nostri ricordi, gioie dolori e istanti di pienezza che andranno perduti come lacrime nella pioggia. La nostra vita con tutto quello che contiene.

Umano, troppo umano, quell’ androide.

Ma per fortuna c’è tempo, c’ è tempo, c’è tempo.

 

Il giorno dei morti

Il giorno dei morti era sempre un giorno speciale, io questo me lo ricordo.
Ci vestivano bene,noi bambini, con gli abiti della festa, perché bisognava andare a trovare il nonno al cimitero, quelle mattine che sembrava domenica anche se non lo era.
C’era malinconia nell’aria, perché si pensava al nonno, ma anche dolcezza, e persino una forma di trepida attesa perché quella mattina, come ogni anno, il nonno avrebbe mandato dei regali per noi bambini, e li avremmo trovato in sala appena svegli, e chissà come faceva il nonno a indovinare sempre quello che ciascuno desiderava. E più tardi al cimitero, dopo le preghiere, avremmo anche ringraziato il nonno per i giocattoli nuovi.

Al ritorno dal cimitero la tradizione prevedeva una sosta presso il panificio all’angolo, che faceva anche da pasticceria.
Il giorno dei morti aveva i suoi dolci, specifici e dedicati, che non si trovavano in nessun altro periodo dell’anno
C’erano, oltre ai classici dolci novembrini di pasta frolla ripieni di mandorle e fichi secchi, anche dei biscotti bianchi e durissimi che chiamavano ossa dei morti, e c’ erano soprattutto le statuette cave fatte di zucchero e dipinte, cosiddetti “pupi di zucchero”.
Si poteva scegliere il guerriero, la damigella, la contadina, E se ne trovavano di tutte le dimensioni.

Ancora più che per l’ uovo di Pasqua, già a guardarli pregustavamo il piacere sublime di frantumare quella statuetta e far sciogliere lentamente in bocca i frammenti di zucchero.

Il pomeriggio, naturalmente, lo si passava a giocare mostrando agli amici i doni ricevuti e mettendo in comune tutti i giochi.
Dolcetti ne avevamo in abbondanza, di scherzetti non ce ne saremmo mai permessi, ed Halloween non sapevamo cosa fosse.

Grigio a Dicembre

grigio a dicembre

Ci sono giorni d’ inverno in cui il cielo e la terra sembrano confondersi e mescolarsi, la linea dell’ orizzonte diventa un offuscato sfumare fra il grigio ed il biancastro. In giorni come questi tutto sembra sciatto e trascurato come una degradata periferia urbana, e l’ anima stessa si fa sentire logora e stanca, col solo desiderio di rintanarsi in un letargo indefinito.

L’ inverno è capace di splendori ineguagliabili, lo so bene, quando il cielo sereno e l’ aria cristallina consentono al sole basso di incendiare le finestre delle case e scintillare sulle punte dei rami di alberi innevati. In quei momenti il mondo appare rimesso a nuovo, pulito e pettinato e pronto per un nuovo ingresso in società; ed un po’ rimesso a nuovo si sente anche chi a quello spettacolo assista, meravigliato e grato.

Ma oggi non è così. Oggi l’ inverno mostra il suo volto più mortifero, ed il grigiore sembra soffocare anche la speranza in un futuro. Nessuna rinascita appare possibile sotto il peso metallico di questo cielo compatto, nessuna redenzione sembra poter salvare questo mondo consunto, né alcun nuovo avvento poter dare un nuovo inizio ad alcunché.

Sembra piuttosto di avviarsi verso un crepuscolo nebbioso, un estenuato affievolirsi delle energie, l’estinguersi della fiamma di una lampada rimasta senz’ olio, questo appare l’ inevitabile fatale futuro dentro quell’ orizzonte incerto e confuso.

Occorre farsi forza per trovare comunque un seme di speranza, per ricordare che il tempo è fatto di cerchi, cicli da attraversare come la freccia di Ulisse che s’ infila tra gli anelli nella sfida ai Proci. E dunque, ad anello segue anello, bisogna crederci, arriverà un nuovo risveglio, la natura incurante delle colpe umane nuovamente produrrà germogli nutrendosi delle foglie secche, marcite quest’ autunno.

Ancora una fioritura coprirà il mondo come una Grazia arcana, ignara ed immeritata.

Vivere e morire (versione balneare)

La vita appare come vista attraverso un cannocchiale all’ incontrario, gli anni fino all’ adolescenza fissati nella memoria quasi giorno per giorno, e quelli più recenti invece confusi in un ammasso incolore che li rende indistinguibili.

Il peso incontrollabile della contingenza si presentò a chiedere conto sotto forma di un’ onda improvvisa in una bella mattina di sole.

L’ aria calda, sospinta da una brezza leggera, poteva essere percepita, socchiudendo le palpebre, quasi fosse spalmata sul corpo, una specie di unguento che generava calore uniforme, sulla pelle. Il caldo di luglio sul piccolo molo rendeva rapidamente intollerabile l’ avanzare delle ore mattutine, costringendo Ruggero a bagni veloci e frequenti. Non si ha molta pazienza, a quattordici anni.

Il mare inquieto rifletteva il sole come attraverso frammenti minuscoli di uno specchio sbriciolato, spilli di luce che balenavano e si spegnevano per ricomparire subito altrove, su quella trasparenza verde profonda interrotta da creste di spuma ogni volta che un’ onda s’ infrangeva sui piccoli scogli che affioravano, tappezzati di alghe dall’ aspetto vellutato.

Uno di questi scogli era a breve distanza dal piccolo molo sul quale lui prendeva il sole. Per l’ ennesima volta, insofferente, si alzò e si tuffò di testa, in profondità, accogliendo con gratitudine il brivido violento al contatto improvviso con l’ acqua fredda. Con poche bracciate raggiunse lo scoglio, e con precauzione provò a salirci sopra, prestando attenzione alle macchie rosse ed un po’ oscene dei pomodori di mare e soprattutto a quelle nerastre dei ricci. Di questi ultimi ce n’ era abbondanza, per lo più avevano il colore bluastro e la forma schiacciata tipica dei maschi, ma c’ erano anche, gli era parso, delle femmine, dal colore più chiaro, bruno o rossastro, e dalla forma tondeggiante.

Le onde che si rompevano sullo scoglio seguite dal vuoto della risacca rendevano difficoltoso aggrapparsi allo scoglio e Ruggero si trovava alternativamente spinto verso la roccia e risucchiato via prima di avere il tempo d’ individuare un appiglio, o un angolo su cui puntare il piede senza rischiare di calpestare un riccio. La schiuma bianca rendeva difficile vedere sotto il pelo dell’ acqua, e tanto bastava perché il riflusso dell’ onda lo trascinasse nuovamente lontano.

Ritentò l’ approdo due o tre volte, una volta l’ onda lo sospinse contro uno spuntone di roccia che non aveva visto, sentì un colpo al ginocchio, abbastanza forte, pensò, da lacerare la pelle. Infine la presa riuscì, lui si aggrappò con tutte e due le mani, si puntò bene per resistere al riflusso, poi attese che la spinta dell’ onda successiva l’ aiutasse a sollevarsi e si ritrovò in precario equilibrio sullo scoglio infine espugnato.

Una sottile traccia di sangue diluito dall’ acqua gli confermò che il ginocchio si era effettivamente graffiato, ma era abituato a non curarsi di queste piccole ferite, che capitavano con una certa frequenza. Avrebbe smesso ben presto di sanguinare, questo era certo, ed il sale marino, dicevano, faceva da disinfettante.

Le ondate si susseguivano facendolo barcollare, ma Ruggero individuò un tratto relativamente piatto, si accertò che non ci fossero ricci e provò a sedersi. Il contatto della pelle nuda con la vegetazione che copriva lo scoglio dava una sensazione di freddo e viscido, sgradevole ma non intollerabile, e periodicamente, all’ arrivo di ciascuna onda lui si trovava ad essere sollevato di qualche centimetro ed era costretto ad aggrapparsi brevemente con le mani per non essere trascinato via, ma tutto sommato non si trovava troppo male.

Il calore del sole era ancora più forte adesso, e chiudendo gli occhi vedeva una specie di membrana rosa che gli ricordava le foto di feti prima della nascita che aveva visto su qualche rivista.

L’ idea di prendere qualche riccio lo solleticava, era una cosa che non tutti sapevano fare. Il riccio di mare ha sottilissimi e tenaci tentacoli con cui è in grado di aggrapparsi ad uno scoglio con forza tale che è impossibile staccarlo senza farlo a pezzi. L’ unico modo per catturarlo è dunque prenderlo di sorpresa, afferrarlo di colpo con la mano e staccarlo dalla roccia prima che abbia il tempo di aggrapparsi. Semplice a dirsi, ma naturalmente afferrare di colpo a mani nude un riccio non è la cosa più semplice del mondo, occorre distribuire bene la pressione su tutto il palmo della mano in modo che la presa sia forte ma nessun aculeo riesca a perforare la pelle. Era insomma una prova di abilità manuale che a Ruggero piaceva esercitare, lui che di abilità manuali non ne aveva molte. Senza contare che serviva anche un certo spirito di osservazione per distinguere, nel molle sfumarsi delle cose caratteristico della visione subacquea, e per di più senza maschera, le rare femmine.

Ruggero si tuffò ancora di testa dallo scoglio, aiutandosi con le braccia per guadagnare profondità, e contemporaneamente si guardava intorno. Il fondale era praticamente tappezzato di ricci. Cercò di spostarsi lungo il fondale contrastando contemporaneamente la spinta verso l’ alto, non voleva riemergere troppo presto, non prima di avere preso qualcosa. Vide una femmina piuttosto grossa, nuotò nella sua direzione e l’ afferrò di colpo. Sentì gli aculei sulla pelle, ben distribuiti, poi uno strappo come velcro che si apra, e si trovò in mano il riccio capovolto, la bocca pulsante come l’ occhio senza palpebra di un qualche mostro marino.

Pensò di riemergere, poi cambiò idea vedendo un’ altra femmina, più grande. Passò il riccio che aveva preso nella mano sinistra, e si spinse nuovamente in giù puntando i piedi contro lo scoglio, mentre le tempie cominciavano a pulsargli per l’ apnea e lo sforzo.

Di nuovo afferrò il riccio col palmo della mano destra, come prima, e tentò di strapparlo con un colpo secco, ma il velcro questa volta resistette. Ruggero si diede un’ altra spinta e riprovò, pur sapendo che era inutile, il riccio aveva ormai avuto il tempo di abbarbicarsi alla roccia. Ruggero provò ad infilare le dita sotto il riccio, ma riuscì soltanto a conficcarsi qualche spina nei polpastrelli.

Il pulsare alle tempie aumentava, Ruggero sapeva di essere vicino al limite dell’ apnea. Abbandonò la presa, e cominciò a risalire, esalando lentamente l’ aria dai polmoni in fiamme in una scia di minute bollicine.

Non appena il suo viso ruppe la superficie dell’ acqua, aprì istintivamente la bocca ed aspirò, voracemente, cercando il sollievo dell’ aria fresca all’ oppressione che sentiva nella testa e nel petto. In quel preciso momento l’ onda lo colpì in piena faccia, un’ onda rotta ormai in schiuma, schiuma densa che Ruggero sentì nella bocca, nel naso e nella trachea, schiuma che si scomponeva dentro di lui nei suoi elementi, aria ed acqua, poca aria e tanta, troppa acqua.  Chiuse d’ istinto la bocca, cercando di risputare fuori tutto, ma nel frattempo il peso dell’ onda lo trascinò indietro ed in basso, mentre sentiva il mare richiudersi fragorosamente sulla sua testa. Reagì sbattendo forte le braccia e le gambe, cercando di riemergere, ma sentiva al tempo stesso il riflusso dell’ onda tirarlo lontano dallo scoglio, e spingerlo ancora più in basso, in un turbinio di nuova schiuma, bianca come saponata, nelle orecchie lo scroscio della ghiaia smossa sul fondale, mentre forze contrastanti e più forti di lui parevano contenderselo sballottandolo fino a fargli perdere il senso della direzione. Da che parte era la superficie ?  in quel turbinio tutto appariva ugualmente bianco, sentì il viso colpire la ghiaia del fondale e capì che forse aveva nuotato verso il fondo invece che verso la superficie. L’ acqua inalata gli provocava attacchi di tosse a cui disperatamente resisteva, nonostante la nausea che montava dentro di lui, il pulsare alle tempie era diventato un cerchio infuocato, che pareva rimbombare nelle orecchie con un suono continuo e assordante. Cercò di girarsi per spingersi verso l’ alto col piede, ma scalciò a vuoto nell’ acqua.

D’ improvviso fu preso da un senso di disperazione, gli parve di sentire il peso ineluttabile di un fato che si compiva, se quello era il suo giorno, niente avrebbe potuto salvarlo, qualunque sforzo facesse. Così labile, così mal segnato era dunque il confine, da poterlo attraversare senza avvedersene ?

Sentiva il petto bruciare, la gola serrata riempirsi di un sapore acre, il rombo nelle orecchie crescere ancora fino a farsi sibilo e tuono, poi d’ improvviso la schiuma si ruppe e sentì l’ aria, l’ aria fresca e benedetta sul viso, cominciò a tossire, inspirare, sputare e tossire ancora, capi che doveva inspirare lentamente, ed era questo un ultimo supremo appello alla volontà contro l’ istinto, e riuscì così a dare lentamente aria ai polmoni torturati, al prezzo di un nuovo, violento attacco di tosse.

Le onde l’ avevano spinto nuovamente vicino al un piccolo scoglio, e Ruggero vi si aggrappò, incurante del pericolo di ferirsi, riuscì a puntarsi coi piedi e tirarsi su fino a sedersi, mentre gli attacchi di tosse lo squassavano. Ancora le onde colpivano lo scoglio, ma con meno forza, adesso, come a corrispondere al placarsi del suo cuore e del suo sangue. Lentamente, anche gli attacchi di tosse persero d’ intensità, e nonostante la gola gli bruciasse terribilmente, Ruggero riprese un faticoso autocontrollo. Rivoli di sangue diluito scorrevano su entrambe le gambe, adesso, e sentiva dolore sulla mano sinistra. Sul palmo vide una serie di minuscoli puntini neri dove le spine del riccio dovevano aver bucato la pelle prima di spezzarsi, Ruggero capì di avere istintivamente serrato la presa prima di abbandonare la preda. Non sarebbe stato semplice tirare fuori tutti quei pezzettini di spine, uno alla volta, lacerando la pelle con l’ ago arroventato. Ma c’ era tempo, per questo e per altro.

Si rituffò e raggiunse lentamente a nuoto il piccolo molo. Nessuno l’ aveva visto, e lui non disse mai a nessuno quello che era successo. Nemmeno una parola.

Legna da ardere

I giorni dell’ estate volgono al tramonto,
il tempo che s’ incurva è carico di frutti,
di solchi che attraversano una corteccia scura.
Mi piace dare ascolto ai sussurri più leggeri
ed anche a quel fruscio che fa il vento fra i rami.
Conosco posti noti che non visiterò,
e volti cari a cui mai più sorriderò.
Si sta tra inganni e torti,  fatti e ricevuti,
come la scia d’ un’ elica che il mare poi richiude.

Ancora in piedi


Di nuovo si torna a cambiare. Ancora, un’ altra volta.

Si torna  a guardarsi intorno, sopravvissuti, stanchi, un po’ straniti.

Vivi, però.

Così torno a cercare un appiglio, un interesse, un argomento, una curiosità. Uno stimolo.

Qualcosa da imparare, qualcosa da cui farmi affascinare.

Qualcosa da esplorare, da girare fra le mani, dissezionare, portare ai limiti di ciò che può dare, per vedere quali sono e dove sono, questi limiti, ed i limiti miei nei suoi confronti.

Da dedicargli tempo e cura, cercando di lasciare una traccia meno labile della scia di una barca a vela nell’ acqua che si richiude indifferente subito dopo.

Ci sono quelli che riescono a scrivere solo nel silenzio e nella tranquillità della loro stanza , e quelli che scrivono solo fuori di casa. Chatwin lo sapeva bene.

Io scrivo nelle sale d’ attesa, nelle lounges degli aeroporti, sugli aerei, scrivo dentro una macchina parcheggiata molto più facilmente di quanto mi riesca di fare a casa. Dove sempre, inevitabilmente si affollano idee, incombenze, scadenze, progetti, cose da fare e da rifare, cose da sistemare, da mettere a posto.

Il viaggio invece è sospensione dello spazio oggettivo e del tempo soggettivo.

In una sala d’ attesa si attende.

Si inganna il tempo, dicono.

Facendo finta di non sapere che non il tempo inganniamo, ma noi stessi convincendoci di avere tempo da ingannare.

Mentre invece il tempo che ci è dato è quello ed è fisso in quantità che non è dato di sapere, ma il cui residuo si abbassa di giorno in giorno. Chissà quanto il serbatoio ancora contiene, ma dal serbatoio ogni giorno esattamente prelevo ventiquattro ore, non una di più, non una di meno.

Ma allora dove sta l’ inganno, cosa e chi inganna, o chi è ingannato ?

Perché si capisce che se faccio o non faccio, lavoro oppure ozio, fatica o riposo, sempre le stesse ventiquattro implacabili ore prelevo dal serbatoio, non c’è trucco e non c’è inganno.

E se questo tempo è speso senza frutto, senza che ne venga utilità, né diletto, senza costruire e senza assaporare, semplicemente lasciato scorrere come l’ acqua sulle piume di un’ anatra, non si capisce proprio come possa sostenere di avere ingannato il tempo, mentre sto solo terribilmente ingannando me stesso.

Il ritorno a casa è astenia, toglie le forze a chi sa di Ulisse, e del viaggio.

Che sia viaggio reale, o mentale non importa poi tanto.

Mai a riposo, mai troppo a lungo. Ripartire. Cercare. Desiderio.

Il viaggio è metafora, è cibo e stimolo, bolla di pensieri in movimento.

Il fiume scorre ed è vivo.

 

 
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Arriva Saturno

 

 
Ciò da cui una cosa è stata fatta in modo naturale, attraverso quella stessa cosa deve tornare a uno stato dissolto nella sua stessa natura.
Tutto deve essere dissolto e ridotto a quella forma da cui scaturì
(Anton Joseph Kirchweger, 1728)
 
 
Eccolo che arriva, Saturno.
Vecchio ciarlatano, dio degli oroscopi, il passo lento del contadino zoppo.
Saturno sazia e Saturno semina, etimologie che competono, del resto tutti i vecchi sono ambigui.
Saturno non era il tempo, ma lo divenne. Cronos, che tutto genera e tutto distrugge, Cronos che odia il Cielo e lo evira proprio con la falce il cui uso insegnerà sia agli uomini, perché possano nutrirsi, sia alla vecchia signora, perché li distrugga.
Tutti i vecchi sono ambigui.

Il Re dell’ età dell’ Oro è diventato una sclerotica mummia, è tempo che si faccia da parte, la sua infermità maledice la Terra, la paralizza e la spegne come la ferita del Re Pescatore. 
Saturno non sente ragioni, sono testardi i vecchi. Saturno è lento e pesante come piombo, anzi è piombo, freddo e distante come un imperatore bizantino.

È lui che muove questo scetticismo infastidito perfino da ciò che entusiasmava, è lui che nutre questo rintanarsi nel castello assediato, è lui che chiude i boccaporti e prepara l’ immersione. È sua la quiete anestetizzata, il tossico riposo che a stento e  a fatica si scrolla al mattino, questa lentezza nuova ed estranea, questo lungo tacere che gradualmente vorrebbe scivolare in testardo mutismo, irragionevolmente risentito.
 La perdita è necessaria, tutti lo sanno, l’ accettazione è ragionevole quando tocca ad altri, l’ ostinazione conduce all’ esilio.

Guardatelo, il dottor Faust tornato nel laboratorio, abbandonato anche da Mefistofele e senza più nulla da vendere tranne la sua malinconia.

Tutto passa, anche l’ età dell’ oro, tutto si trasforma. Tutto può corrompersi oppure raffinarsi attraverso un procedimento alchemico.
La raffinazione è cammino verso una sostanza purificata, verso l’ intensità e la profondità della propria essenza. Il processo, inizia con l’ opera al nero, una discesa agli inferi nel buio e nella notte. È un viaggio iniziatico, l’ opera al nero, sotto l’ ambigua protezione di Saturno, il dio dell’ essere, il dio dell’ essenza.