Speranza ultima dea (in classifica)

Qualcuno forse si arrabbierà ma io, inutile negarlo, ho un rapporto un po’ conflittuale col concetto di speranza e con tutto il retroterra che si porta dietro.

Da buon cultore della classicità, setaccio il mondo greco-romano alla ricerca di tracce di questa “ultima dea”, ma in realtà ne trovo pochissime. La speranza non era del tutto estranea agli antichi, ma giocava un ruolo assai modesto. I Greci la chiamavano Elpis, ma qualcuno si è mai imbattuto in un tempio di Elpis ?

I Greci conoscevano bene il Fato, la Necessità a cui anche gli dei devono sottomettersi. Al destino occorre adattarsi, cercare di trarne il meglio, ma contrastarlo non si può, sarebbe atto di arrogante superbia, e meriterebbe grande castigo. Si possono certo pregare gli dei perché ci accontentino, si possono fare sacrifici, tutto quel che si vuole, ma dato il carattere imprevedibile e squilibrato della maggior parte delle divinità olimpiche, va da se che ci si può aspettare di tutto.

Sulla speranza esiste tuttavia un dettaglio, piccolo ma significativo.

Qualcuno ricorderà la storia di Prometeo, e di come abbia suscitato la furia di Zeus per aver donato il fuoco agli uomini. Ci abbiamo giocato qui, con quel mito. Qualcuno ricorderà anche che la vendetta di Zeus prese la forma di una donna bellissima. Pandora (“Tutti i doni”), costruita dal fabbro di fiducia, Efesto in persona, col contributo di altri dei (e soprattutto dee).

Come una polpetta avvelenata Pandora fu dunque recapitata, non direttamente a Prometeo ma al suo fratello meno furbo, Epimeteo, con tanto di dono a corredo, un vaso contenente tutte le sciagure, le malattie ed i mali del mondo, il famoso vaso di Pandora. E, come racconta Esiodo, Epimeteo non esitò a fare accomodare in casa Pandora, quest’ ultima non resistette alla tentazione di sbirciare nel vaso, ed ecco che tutti i mali del mondo, le malattie e le sciagure volarono via e cominciarono ad affliggere il genere umano. Al fondo del vaso rimase unicamente la Speranza, dal momento che Pandora, non certo dotata di riflessi fulminei, era finalmente riuscita a richiudere il vaso col suo coperchio.

Esiodo non spiega perché mai proprio la speranza sia rimasta chiusa nel vaso, ma a me sembra che il punto interessante  sia piuttosto un altro. Perché mai la speranza stava lì ? Cosa ci faceva in mezzo a tutti i mali, le malattie, le sciagure  del mondo ? Sembrerebbe che Esiodo non ne avesse un’ opinione particolarmente elevata.

C’è da dire che tutto il mondo classico in generale non trasuda ottimismo, in particolare nei confronti del futuro.era assai diffusa l’ idea che il meglio si trovasse alle spalle, nella favoleggiata “Età dell’ Oro” in cui le cose andavano infinitamente meglio. Per chi vede la storia umana come un lungo declino, la speranza non è di molta utilità.

Le cose cambiarono radicalmente, ovvio a dirsi, con l’ avvento del Cristianesimo, che sulla speranza addirittura si fonda. Speranza nella vita eterna, si capisce, ma anche speranza nella giustizia divina, nella compensazione di tutti i mali nell’ altro mondo.. è con il Cristianesimo che la prospettiva si inverte: L’ Età dell’ Oro non è affatto alle spalle, è davanti a noi, nel futuro, ancorché un tale futuro non sia su questa terra. Il credente ha fede, e questa fede porta con sé la speranza.

La scienza e l’ Illuminismo hanno fatto il resto, riportando il mito dell’ Età dell’ Oro su questa terra, convincendoci che il futuro è progresso, che l’ umanità si muove dalle tenebre verso la luce. La speranza ha dominato il mondo, dalla venuta di Cristo al Novecento, benché non sia mancata, di tanto in tanto, qualche voce dissonante.

Non esiste nessuna immortalità della persona;” si azzarda a dire, seppure in incognito, Spinoza nel Trattato teologico-politico del 1670, “è soltanto un’ invenzione usata da un clero manipolatore per costringerci ad un eterno stato di paura e di speranza, ed in tal modo controllarci”.

Quasi due secoli dopo gli fa eco Kiekegaard: “La speranza è un astuto traditore, più perseverante persino dell’ onestà”. E poco dopo Nietzsche proclamerà la morte di Dio e, di conseguenza, della speranza ultraterrena: “La speranza è il peggiore dei mali, poiché prolunga i tormenti degli uomini”.

Se questo discorso riguarda la speranza ultraterrena, non avrà fortuna molto migliore quella terrena. Il sogno illuminista del progresso, piegato dalle ideologia in speranza “sociologica”, fede nel cammino ascendente della Storia, uscirà distrutto dagli orrori dei totalitarismi e dai massacri dei due conflitti mondiali del Novecento. La stessa idea di progresso fa i conti oggi con l’ ansia crescente per la pura sopravvivenza del pianeta, soffocata dal successo del progresso medesimo, e da un impatto antropico ormai visibilmente insostenibile.

Il mondo contemporaneo, insomma, non lascia troppo spazio all’ ottimismo, quasi nessuno oggi ragionevolmente ritiene che il futuro che ci attende sarà migliore del passato. Non riconosciamo alcuna età dell’ oro nel nostro passato, nessuna epoca di cui razionalmente si possa avere nostalgia, ma allo stesso modo ben pochi oggi pensano che l’ età dell’ oro sia dinanzi a noi, nel futuro.

Nessun assoluto e nessuna certezza, nulla per cui vivere o morire, o, per citare Norberto Bobbio “In quanto laico, vivo in un mondo in cui è sconosciuta la dimensione della speranza”.

Cosa resta allora, se non coltivare le proprie piccole speranze individuali e private, provare a forgiarsi al meglio una sorte personale, rinchiudersi nel particolare. È quello che in fondo è accaduto.

Ma ha senso parlare di speranza se questa on è condivisa ed universale, se non riguarda un futuro migliore non per uno ma per tutti ? Se non è basata, come dice il filosofo Rorty, su una “metanarrazione”, che sarebbe come dire una ideologia, una visione del divenire del mondo, un quadro complessivo della storia ? In un mondo in cui pare preclusa la dimensione della speranza, è difficile trarre un senso esistenziale se non si riesce almeno a trascendere la dimensione individuale, privata, particolare. Se non si recupera un valore, almeno uno, che possa essere condiviso e dare ordine al mondo.

Troppo presi dalla speranza, inseguendo chimere religiose, ideologie politiche, infondati sogni scientisti abbiamo forse trascurato altre dimensioni, ad esempio quella, profonda, della bellezza, e rinunciato a farne il centro di una nuova, o rinnovata  visione del mondo. La bellezza magari non salverà il mondo, come pensava il principe Miškin, ma potrebbe salvare noi nel mondo.

Questo però è un altro discorso.

Il primo re di Sparta

Come tutti i maschietti, sono cresciuto col mito di Sparta, assai prima che Leonida diventasse quella specie di rockstar col fumetto, ed il film, “300”.

Sin dalle scuole medie si imparava che nell’ antica Grecia c’ erano due antagonisti, gli Ateniesi e gli Spartani, e che la loro contrapposizione era una contrapposizione fra modi alternativi ed inconciliabili di intendere il mondo e la vita.

Era quello l’ archetipo di tutte le dicotomie, su quel modello avremmo poi plasmato tutte le successive contrapposizioni, Cesare e Pompeo, Mario e Silla, il papato e l’ impero, la Francia e la Spagna, i cowboys e gli indiani, fino ai Beatles ed i Rolling Stones, Juve e Inter, USA e URSS, e così via.

O di qua o di là, questo diceva la contrapposizione, non puoi stare in mezzo non puoi sederti sul confine, ‘sitting on the fence’ dicono gli inglesi. Una scelta devi farla, e quella scelta ti caratterizza e continuerà a definirti a lungo, in qualche caso per sempre. Chi nasce interista non muore juventino, e viceversa.

Ora, è chiaro che a ragion veduta si sarebbe dovuto dire Atene. Più alta la sua cultura, più ricca a sua arte, più variegata la sua storia, gli ateniesi sembravano avere tutte le briscole in mano o quasi.

Però.

Però un maschietto adolescente fatica a regolarsi secondo ragion veduta, fatica proprio.

Ascolta piuttosto la passione, il cuore, la pelle. La pancia.

Quando mai si è scelto col ragionamento per quale squadra tifare ? Non per niente si chiama “squadra del cuore”.

Questo per dire che gli Ateniesi stavano un filo antipatici, con quell’ aria di superiorità che “sono bravo solo io” da saputelli secchioni.

Certo, bravi erano bravi davvero, persino troppo. Ma nessuno ama veramente il primo della classe, e se lo si vede in difficoltà in un’ interrogazione, in fondo in fondo un po’ si gode.

Questo per dire che, un po’ segretamente all’ inizio, poi sempre più apertamente a mano a mano che il consenso cresceva, noi ragazzini si teneva più per Sparta.

Gli Spartani una sola cosa sapevano fare, ma la facevano proprio bene: menare le mani.

Il che per un ragazzino nell’ età adolescenziale è più o meno il massimo della vita.

A quest’ unico scopo, com’ è noto, gli Spartani dedicavano tutta la loro vita, i ragazzini venivano tolti alle famiglie e messi in “collegio” o qualcosa del genere, e giù marce forzate, palestra, notti al gelo e tante, tante botte. Scuola, non molta, leggere, scrivere e poco di più, e questo non dico che per qualcuno fosse un ulteriore motivo per amarli, ma insomma non guastava.

L’ unica cosa che turbò l’ idillio, quando fummo più grandicelli, fu scoprire che gli Spartani si chiamavano in realtà Lacedemoni. Perché invece tutti li chiamassero spartani, è un mistero che non sono mai riuscito a chiarirmi del tutto.

Certo è che Sparta è un nome assai più bellicoso, già nel suono della parola stessa, c’è la “S” come il sibilo di una spada che fende l’ aria, seguito da quel che sembra un colpo d’ arma da fuoco, una “r” sonora come un rombo di tuono e chiusa da un colpo secco, di quelli che mettono fine ad un duello.

“S-PAR-TA”. “S-PAR-TA”.

Lacedemone invece, diciamocelo pure, è il nome meno bellicoso che esista, tutto pacifiche labiali, pare evocare languidi baci e morbide carezze, piuttosto che duri scontri fra guerrieri. Un brutto colpo al prestigio. Però, siccome non era obbligatorio chiamarla così, Sparta era didatticamente accettato, l’ inconveniente si presentava solo in occasione delle versioni, e per il resto si poteva tranquillamente fare finta di niente.

Diventato ancora un po’ più grande, un nuovo rovello cominciò a farsi sentire.

Prendete una mappa della Grecia, una mappa attuale intendo dire.

Credo che nessuno abbia difficoltà ad individuare Atene, praticamente a colpo d’ occhio, se non altro perché il nome è scritto più grande di tutti gli altri. Con un po’ di applicazione vedremo anche Corinto, Micene, Argo, Tebe.

E Sparta dov’è ?

Più o meno ci ricordiamo tutti che è da qualche parte lì in mezzo al Peloponneso, però il nome non compare da nessuna parte, né Sparta, né Lacedemone. Bisogna proprio andarla a cercare, ed una volta trovata (e scoperto che oggi si chiama Sparti !) la delusione è grande.

Niente templi, niente teatri, niente monumenti. Zero al cubo.

Sui teatri, va bene, si capisce, gli Spartani non erano certo tipi da agghindarsi nel dì di festa per andare a vedere una rappresentazione.

Ma qualche tempio dovevano pur averlo costruito, no ?

Si scopre allora che “Sparta” di per se vuole dire “la sparpagliata”, “la dispersa”.

Insomma un vera e propria città non c’ era, piuttosto un allegato di villaggi tenuti insieme con la forza.

La cosa aveva fatto una certa impressione persino su Tucidide che commenta: “raccogliendosi la città intorno ad un unico nucleo privo di templi e di costruzioni sontuose, con la sua caratteristica struttura fatta di villaggi sparsi, secondo l’ antico costume greco, parrebbe una mediocre potenza…”

Va bene. Non ci scoraggiamo. In fondo più che l’ apparenza vale la sostanza.

La prima volta che si sente parlare di Sparta è nell’ Iliade. Avremmo imparato più tardi che la Sparta dell’ Iliade non è quella delle Termopili, di mezzo c’è l’ invasione dorica, ma da ragazzini non si va tanto per il sottile, e Sparta nell’ Iliade c’è.

Anzi, ad essere precisi possiamo dire che Sparta è all’ origine stessa della guerra di Troia. È infatti re di Sparta Menelao, sposo della bellissima Elena, ed è lui ad ospitare il principe troiano Paride, il quale com’ è noto non si comporta propriamente da gentiluomo e fugge con la moglie di lui, Elena appunto.

Ora, è chiaro che la cattiva azione è di Paride, su questo non si discute. Però Menelao non ci fa proprio una gran figura, mi pare. Non proprio da spartano, diciamo.

Come che sia, cosa fatta capo ha, e lo sgarro è duplice, e cocente: da un lato le corna, dall’ altro la violazione dell’ ospitalità, ed è persino difficile stabilire quale tra le due sia l’ offesa più grave. Urge vendetta, insomma, che come minimo prevede di radere al suolo la città del mascalzone.

È per questo che si raduna la flotta, e si parte per la decennale contesa.

Ma, sorpresa sorpresa, a comandare la spedizione non è Menelao re di Sparta ferito nell’ onore, ma il di lui fratello Agamennone, re di Micene e cognato di Elena, avendone sposato la sorella Clitemnestra.

Credo che chiunque abbia avuto a che fare con l’ Iliade abbia notato questa anomalia: come mai se l’ offeso è Menelao non è lui in prima persona a comandare l’ esercito ?

La spiegazione Omero non la da, ma qua e là qualche indizio lo lascia cadere.

Per esempio, nel II libro:

“Agamennone (…) invitò i capi, i principi di tutti i Greci,

per primi Nestore e il re Idomeneo,

poi i due Aiaci e il figlio di Tideo,

per sesto Odisseo, pari a Zeus per saggezza”

 

non manca nessuno ?

Ah, già:

“Venne da sè Menelao, possente nel grido di guerra…”

Come sarebbe a dire, venne da se ?

Come ricorda impietosamente Platone nel Simposio, “Menelao si presentò non invitato al festino, lui peggiore al banchetto di chi era migliore di lui”.

Ah. Andiamo bene.

Ma in fondo, uno spartano basta che sia bravo a menare, e non ha bisogno d’ altro, giusto ?

Ed allora ascoltiamo Apollo, nel XVII ° libro, apostrofare Ettore:

“Ettore, quale altro tra i Greci ormai avrà paura di te ?

Ti sei ritirato davanti a Menelao, che in passato

era un guerriero da poco…”

Apperò, ‘sto primo re di Sparta…

Raffaele da Partenope

  • Raffaele, sei stato assegnato ad un cantiere in Canada. Per una volta, basta col deserto.
  • Grazie.
  • Non mi devi ringraziare, io non c’ entro, l'  ho saputo e te lo sto dicendo.
  • E vabbuò, un grazie in più è meglio di uno in meno.
  • Mi raccomando, non fare cazzate col capocantiere
  • Il cantiere è buono e il capocantiere è occhei.
  • Non attaccare lite coi grizzly.
  • I grizzly sono pecorelle rispetto ai miei colleghi.
  • Non molestare le alci femmine.
  • Perché le cammelle sì e le alci no ?  
  • Copriti che fa freddo.
  • Mi sono trovato la coperta dove fa caldo figuriamoci se non  la trovo dove fa freddo.

Che ci crediate o no, il colloquio è autentico.

Sopra di noi solo il cielo

 
 "Sono sempre stato un ribelle…ma d’ altra parte volevo essere amato ed accettato…e non semplicemente un chiaccherone lunatico poeta musicista.
Ma non posso essere ciò che non sono. "
 
John Lennon

 

 
Certe volte mi piace pensare che la poesia potrebbe legittimamente porsi come una specie di “continuazione della filosofia con altri mezzi”, un modo per fare un passo avanti, non un passo indietro, sulla via dell’ esperienza, un modo per attingere ad un’ area della conoscenza non formalizzabile secondo le convenzioni della logica e della ragione.
Esprimere l’ inesprimibile.

 
Kant non era un poeta, ma sapeva bene che:
 
“Il poeta osa rendere sensibili idee razionali di esseri invisibili: il regno dei beati, il regno infernale, l'eternità, la creazione, e simili; o anche trasporta ciò di cui trova i modelli nell'esperienza, come per esempio la morte, l'invidia e tutti i vizi, l'amore, la gloria, al di là dei limiti dell'esperienza, con un'immaginazione che gareggia con la ragione nel conseguimento di un massimo, rappresentando tutto ciò ai sensi con una perfezione di cui la natura non dà nessun esempio; ed è propriamente nella poesia che la facoltà delle idee estetiche può mostrarsi in tutto il suo potere (…)”(Critica del Giudizio)
 
In una celebre frase Kant definiva il territorio dell’ intelletto come un’ isola circondata da “un ampio e tempestoso oceano di parvenze”. E tuttavia, Kant era ben consapevole che “il navigante avido di nuove scoperte” in quell’ oceano si sarebbe comunque avventurato, impegnandosi in imprese “che non potrà né condurre a buon fine né abbandonare una volta per tutte”, perché questa è la natura umana.
 
“E il naufragar m’ è dolce in questo mare”, sembra quasi rispondergli, non molti anni dopo, colui che a me pare l’ esempio più chiaro di questo doppio binario, Giacomo Leopardi, filosofo quotidiano e poeta dell’ infinito.

Ma non è di Kant e Leopardi che vorrei parlare qui, come avrete intuito.

 
“Quando la vera musica mi arriva, la musica delle sfere, la musica che supera la comprensione, non ha niente a che fare con me, perché io sono solo il tramite. La mia unica gioia è che sia dato a me trascriverla come un medium… quelli sono i momenti per i quali vivo.”
 
“Scrivere canzoni è esorcizzare il demone in me. È come essere posseduti. Cerchi di dormire, ma la canzone non te lo permette. Devi alzarti e dargli forma, e poi ti è concesso dormire. Sempre nel cuore della notte, o mezzo addormentato, o stanco morto, quando le facoltà critiche sono spente. Tutto sta a lasciarla andare, se cerchi di afferrarla, scivola via. Accendi la luce, e gli scarafaggi scappano via. Non puoi afferrarli." J. Lennon
 
Kant e Leopardi vivevano in un mondo in cui ancora si potevano ritenere possibili sistemi di pensiero onnicomprensivi, e verità assolute. Oggi non è più così. Come afferma S. Natoli,

“Modernità vuol dire emancipazione, libertà. Ciò che in larga parte coincide con l’ emersione progressiva della soggettività e, con essa, del diritto di richiedere ad ogni potere – religioso o politico – di dar conto della sua legittimità.” (S. Natoli, Il buon uso del mondo).

Nel giro di un paio di secoli, la contemporaneità ha segnato la fine di ogni pretesa di verità incontrovertibile e, con essa, la fine del concetto stesso di “maestro del pensiero”.
 
“E’ la paura dell’ ignoto. L’ ignoto è quello che è. È questa paura che ci manda freneticamente in giro e a caccia di sogni, illusioni, guerre, pace, amore, odio, tutto – è tutto illusione. L’ ignoto è quello che è. Accetta che sia ignoto e vivrai tranquillo. Tutto è ignoto – e tu vinci la partita.”
“Non hai bisogno di nessuno che ti dica chi sei o che cosa sei. Tu sei quel che sei !”.

“Dimentica il maestro. (…) Non hai bisogno della confezione (…)per raggiungere il messaggio. (…) perché la gente spesso viene attirata dal maestro e si perde il messaggio.”

“Rimani sempre con te stesso, qualunque cosa tu faccia e comunque la faccia. Devi raggiungere il tuo Dio nel tuo tempio. Tutto sta a te.”

C’è qualcosa di toccante in questo.  Lennon, com’ è noto, dietro la maschera aggressiva era una persona assai fragile, tormentata fin dall’ infanzia, cresciuto senza il padre, che non conobbe mai, abbandonato dalla madre Julia,  immatura ed irrequieta, che comunque morì quando lui aveva solo 17 anni.
 
Non ne parla, ha pudore, ne accenna però, qualche volta, nelle canzoni.
 
“Madre, tu mi hai avuto, ma io non ti ho avuto mai
Ti volevo, tu non mi hai voluto
Ed ho dovuto dirti addio
Padre, tu mi hai lasciato, io non ti ho mai lasciato
Io avevo bisogno di te, tu non avevi bisogno di me”

(Mother)
 
“Metà di ciò che dico non ha senso,
ma lo dico per raggiungerti, Julia.”
(Julia)
 
“Ti feriscono a casa, ti colpiscono a scuola 
Ti odiano se sei intelligente, ti disprezzano se sei stupido 
Così impazzisci totalmente 
E non puoi seguire le regole

(Working Class Hero)
 
Su questo, Lennon non poteva avere dubbi, avendolo sperimentato di persona.
 
“In un certo senso, sono sempre stato strambo, lo ero già all’ asilo, diverso dagli altri. Avevo qualcosa di sbagliato, pensavo, perché apparentemente vedevo cose che gli altri non vedevano. Ho sempre visto le cose in modo allucinato. “
 
Una situazione davvero difficile.
Il confine fra arte e follia è notoriamente sottile, e passa attraverso la presenza, o l’ assenza, di una disciplina formale che riesca a fare da punto di aggancio alla realtà impedendo la deriva e la disgregazione autodistruttiva.

John trova nel surrealismo la sua disciplina, la chiave che gli consente di far diventare arte le sue allucinazioni.

"Io sogno a colori, ed è sempre molto surreale. Il mio mondo onirico è totalmente Hyeronimous Bosh e Dali. Lo adoro, lo cerco tutte le notti".

“Il surrealismo ha avuto un grande impatto su di me perché è allora che ho capito che le immagini che avevo in testa non erano follia. Il surrealismo per me è realtà”.

E questa chiave è quella che gli consente l’ accesso al “doppio binario” di cui parlavamo all’ inizio.
 
“Credo in qualsiasi cosa, fino a prova contraria. Quindi credo nelle fate, nei miti, nei draghi. Tutto ciò esiste, anche solo nella mente. Chi può dire che sogni ed incubi siano meno reali del “qui” e “adesso” ? La realtà lascia molto spazio all’ immaginazione.”
 
Non sembra quasi di risentire Kant “Il poeta osa rendere sensibili idee razionali di esseri invisibili” ?

Osa, John Lennon, ed osa consapevolmente, e proprio questo suo osare gli dà autorità e forza, nonostante tutto.
 
“Se essere autocentrato significa che credo in ciò che faccio, e nella mia arte, e nella musica, allora posso essere definito così…. Credo in ciò che faccio, e lo dico.”
 
Una fiducia in se stessi che si apre e si estende a diventare fiducia di fondo nelle possibilità umane, di ciascun essere umano a modo suo come si è visto prima. A ciascuno è dato sognare, e sono dati gli strumenti per realizzare il sogno.
 
“Piagnucolare non basta. Ciò che i ’60 hanno fatto è stato mostrarci le possibilità e la responsabilità che ciascuno di noi aveva. Non era la risposta. Ci ha fatto solo intravedere la possibilità. (…) Impara a nuotare. E quando hai imparato, nuota”.
 
 “Tu crei il tuo stesso sogno. (…) Produci il tuo sogno; Se vuoi salvare il Perù, vai a salvarlo. (…) Devi farlo da solo. Questo è quello che i grandi maestri hanno detto dall’ inizio dei tempi. Possono mostrarti la strada, lasciare segnavia e piccole istruzioni in vari libri che oggi sono chiamati sacri e venerati per la copertina e non per quello che dicono, ma le istruzioni sono lì e tutti possono vederle, sono sempre state lì e ci rimarranno sempre. Non c’è niente di nuovo sotto il sole. (…) E la gente non può provvedere per te. Io non posso svegliarti. Non posso curarti. Tu puoi curarti.”
 
Sembra quasi un ruolo socratico, quello che Lennon attribuisce a se stesso ed in generale ai poeti nella società contemporanea.
Lo afferma talvolta in modo esplicito:

 
“Il mio ruolo nella società, il ruolo di ogni artista o poeta, è tentare di esprimere ciò che noi tutti sentiamo. Non dire alla gente come sentire. Non come un predicatore, non come un leader, ma come un riflesso di tutti noi.”
 
Che cosa riflette questo specchio ? Che cosa esprime questo amplificatore ? Che cosa capta, che cosa vede o crede di vedere John nella gente intorno ?
 
I punti fissi della sua visione del mondo sono noti, e non necessitano di essere illustrati qui. Sono quasi tutti espressi nella famosissima quanto radicale “Imagine”, pace, amore, insofferenza per ogni potere politico e religioso, quasi un inno ingenuamente anarchico che non fu veramente compreso subito per quello che era (“grazie a tutto lo zucchero che ci sparso sopra”, ironizzerà John).
 
“Abbiamo tutti Hitler dentro, ma abbiamo anche pace, e amore. E allora perché non dare una possibilità alla pace, per una volta ? (…) Se ciascuno chiedesse la pace anziché un televisore nuovo, ci sarebbe pace. Uscite allo scoperto, fate pace, pensate la pace, vivete in pace, respirate la pace e ci sarà pace”
 
E’ il Lennon più risaputo.
Ma andando un po’ più in profondità si incontrano altri temi, forse meno appariscenti, ma molto presenti soprattutto nell’ ultima fase della sua vita. Temi forse meno comunicabili, forse, semplicemente troppo in anticipo sui tempi, come accadrà anche a Pasolini.

 
Uno è il tema della cura, del prendersi cura di qualcosa o qualcuno, nutrire quel sentimento che non può mai essere dato per scontato ma va protetto e rinnovato sempre, un impegno che non cessa mai.
 
“Abbiamo questo dono dell’ amore, ma l’ amore è come una piantina pregiata. Non puoi limitarti ad accettarlo e lasciarlo in un armadio o pensare che se la caverà da solo. Devi continuare ad innaffiarlo. Devi davvero averne cura e nutrirlo.”
 
Lennon esprime l’ idea di cura come esercizio costante con la più semplice ed antica delle metafore: la preparazione del pane quotidiano.
 
“Facevo il pane (…) E dopo aver impastato ed infornato le pagnotte, mi sentivo come se avessi realizzato una conquista. Ma era nel vedere mangiare quel pane che pensavo, Beh, Gesù, non merito un disco d’oro, o di essere fatto cavaliere, niente ?”
 
L’ oggetto principale di questa cura sono i bambini. Non sorprende che nell’ ultima fase della sua vita John Lennon,  allontanatosi dal clamore delle scene e disintossicato dalla droga, abbia preso molto sul serio il suo ruolo di padre ed il rapporto con il figlio Sean, avuto da Yoko Ono.
 
“La pressione che deriva dall’ essere genitori è la più alta del mondo. Essere un genitore consapevole e prendersi cura della salute fisica e mentale di un piccolo essere è una responsabilità che la maggior parte di noi, me compreso, per lo più evita, perché è troppo pesante. Per farla breve, il motivo per cui i ragazzi diventano matti è perché nessuno può fare fronte alla responsabilità di farli crescere.”
 
“Non puoi ingannare i bambini. Se li inganni quando sono piccoli, te la faranno pagare a sedici o diciassette anni ribellandosi, odiandoti o con tutti i cosiddetti problemi adolescenziali. Finché alla fine sono abbastanza grandi da affrontarti e dire: ‘che ipocrita sei stato per tutto questo tempo. Non mi hai mai dato quello che volevo davvero, che eri tu’“.
 
Era troppo presto perchè una figura paterna potesse esprimere questi concetti, e fare il pane ed accudire un bambino, e forse è ancora 
oggi troppo presto.

Ma non sarebbe stato da lui preoccuparsene.
 
“Gli altri giudichino. Io sto facendo. Io faccio. Non indietreggio per giudicare. Faccio.”

 

Persi nella Matrice

 

 
 (L' immagine è un regalo di Emmart, di qualche tempo fa…)
 
Lo confesso, ogni tanto mi ci perdo, come potrebbe perdersi un goloso in una fabbrica di cioccolato.
 
Parlo dei motori di ricerca, naturalmente, di quel piccolo innocente meccanismo che rende l’ uso della Rete più o meno simile ad avere sottomano l’ Oracolo di Delfi, o i Sette Savi in seduta plenaria.
 
Non c’è domanda a cui non si trovi risposta con due – tre tentativi o “googlate” che dir si voglia. E se mai dovesse accadere che la risposta non salti fuori, beh, la conclusione più verosimile dovrebbe essere che quella risposta non c’è, e che ci si è imbattuti in una domanda a cui nessuno ha mai risposto.
È al tempo stesso bellissimo e terrificante.
 
Per chi è curioso e felice di esserlo, le domande hanno questo di brutto, ma anche di bello, il fatto di venire a grappoli e collane, è come mangiare le noccioline, una volta iniziato non c’è modo di smettere, ogni risposta fa nascere nuove ed ulteriori domande in una sequenza potenzialmente infinita. E di domanda in domanda si va alla deriva, allontanandosi inesorabilmente dalla questione iniziale fino a scordarla, naufragando nel mare virtuale, trascinati lungo una rotta non pianificata che ad un certo punto diventa impossibile da riprodurre all’ indietro, neppure ripercorrendo i link.

Mi trovo allora come Ulisse, gettato su una spiaggia sconosciuta, dopo aver toccato mille terre e scoperto mille collegamenti e insospettabili corrispondenze, avendo ficcato il naso in giardini sconosciuti per il tempo necessario ad annusarne i profumi.
Torno a casa chiudendo una dopo l' altra le finestre sullo schermo, il più delle volte non c’è altro modo, stanco ed un po’ frastornato.

Arricchito ?
Un po’ sì ed un po’ no.
Sì per aver scoperto mille cose che non conoscevo, no per non averne approfondita nemmeno una. Allargato ma appiattito, vorrei dire, so più cose o forse meglio ho più informazioni e meno conoscenza, non so se riesco ad esprimere il concetto.
 
Una discussione in casa d’ altri, qualche tempo fa, aveva per oggetto appunto certe affermazioni di Baricco circa il fatto che la profondità non sia più un valore, una fonte di senso del mondo, affermazioni che si prestano ad essere interpretate “tout court” come un elogio della superficialità.
Io non credo che le cose stiano propriamente così, in particolare non credo che il riconoscere che la profondità non è più concetto fondativo del nostro modo di pensare comporti automaticamente che lo sia invece la superficialità.
 
Credo che un buon esempio di ciò che intendo dire lo offra proprio la blogosfera.
Non ci può essere profondità in un blog, lo vieta prima di tutto l’ affaticamento della vista quando affronta i pixels, il che obbliga chiunque scriva online a contenere il più possibile la lunghezza di ciò che scrive.
Ma a questo lo obbliga anche il carattere stesso del blog, che molto di rado costituisce l’ attività centrale del suo autore. Si tratta normalmente di una forma espressiva ludica che costituisce un piacere o realizza un bisogno di espressione libera della propria personalità spesso impossibile da realizzare nella vita di tutti i giorni.
Se si tratta di un’ attività che viene svolta per diletto, ne consegue che il blogger è etimologicamente, in larga misura un dilettante.

Occorre naturalmente recuperare il senso proprio ed arcaico del termine, quel senso in base al quale Aristotele sosteneva la superiorità delle attività che si intraprendono senza un fine pratico, o i Romani significativamente ponevano l’ “otium” come attività più nobile e degna rispetto al pratico “negotium”.
 
Occorre insomma liberarsi del senso deteriore del termine nato quando è parso che l’ unica attività che all’ uomo possa competere sia quella di produrre, salvo poi la necessità di consumare subito ciò che si è prodotto, altrimenti il sistema non si regge in piedi.
 
Il blogger rappresenta dunque un dilettante (talvolta) nel senso migliore, nobile ed originario del termine, uno che scrive con sacrificio di tempo e fatica perché ne ha voglia, non perché costretto a farlo, né per ricavarne un profitto.
Un blog tenuto per diletto, sul quale non è possibile trattare in maniera approfondita un qualsiasi argomento è automaticamente superficiale ?

Io non trovo che sia necessariamente così.
Trovo invece molti di questi luoghi assai ricchi di significato, palestre per la mente, luoghi non banali di confronto in cui ci si trova spesso a ripensare le proprie idee nella luce diversa in cui un commento intelligente riesce a porle.
Luoghi ricchi di significato.
Proprio questo credo che sia il punto.

Il tempo che stiamo vivendo non segna il passaggio dalla profondità alla superficialità, non necessariamente almeno. Nei casi migliori, segna il passaggio dalla profondità alla ricchezza.
Ricchezza di una molteplicità di temi che si intrecciano e si rimandano, link dopo link fino a perdere spesso il filo della ricerca originaria, così come avviene “googlando”.
Un’ esplorazione orizzontale, insomma, che è come un navigare rispetto ad un immergersi, ma un’ esplorazione in cui comunque qualcosa di nuovo ed interessante si incontra sempre e si porta con se.
Qualcosa, spesso, di interessante e non banale.
 
La sapienza sta da qualche altra parte, d’ accordo, ma la saggezza può anche essere più vicina di quanto uno creda.
 

 

Silenzio

azzurro by MaD

Patience, patience,
Patience
 dans l’azur !
Chaque atome de silence
Est la chance d’un fruit mûr !

Paul Valéry – La Palme

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D’ una grazia formidabile
velando appena lo splendore
 quell’ angelo mette in tavola
semplice latte e tenero pane;
poi nel battere di una palpebra
mi fa un cenno di preghiera,
parla come a una visione:
– Calmo, calmo, resta calmo
Tu sai bene  quanto pesi
d’ una palma l’ abbondanza !

 

Che di tanto più si pieghi
all’ aumento dei suoi beni,
tanto compie la figura,
son  quei frutti, i suoi legami.
Guarda e ammira come vibra
e sì come lenta fibra
che divide il suo momento
equilibra  apertamente
l’ attrazione più terrestre
ed il peso del firmamento !

 

Come un bel, mobile arbitro
preso in mezzo fra ombra e sole,
simulare di Sibilla
la saggezza sa, ed il sonno.
Tutto attorno ad un sol luogo
l’ alta palma non si stanca
né di  appelli né di addii.
Quanto nobile e che tenera,
quanto degna essa d’ attingere
alle sole mani d’ un dio !

 

D’ oro leggero mormora,
suona alle dita dell’ aria,
e d’ un tessuto di seta
del deserto veste l’ anima.
Una voce imperitura
rende lei al sabbioso vento
che la spruzza dei suoi grani,
fa d’ oracolo a se stessa,
si lusinga del miracolo
che si canti il dispiacere.

 

Nel frattempo che s’ ignora
tra la sabbia ed il suo cielo
ogni giorno che ancor brilla
le  compone un po’ di miele.
La dolcezza è misurata
dal trascorrere divino
che non conta affatto i giorni,
al contrario li nasconde
dentro un succo ove s’ aggrega
il sapore degli amori.
 

Se talvolta ti disperi
che il rigore abbia bisogno
del languore più ombreggiato
nonostante i tuoi lamenti,
non dar colpe d’ avarizia
a chi, saggia, ti prepara
oro, tanto, e autorità:
con la sua linfa solenne
la speranza dell’ eterno
porta alla maturità.

 

Questi giorni paion vuoti
e perduti all’ universo,
ma hanno avide radici
che lavorano i deserti.
La sostanza capillare
dalle  tenebre prescelta,
non può smetter d’ inseguire
nelle viscere del mondo
finchè trova l’ acqua fonda
che domandano le cime.

 

Pazienza, pazienza,
pazienza nell’ azzurro !
ogni atomo di silenzio
può dar luogo ad un buon frutto.
Che sia colomba oppure brezza,
o il più lieve dondolio,
una donna che s’ appoggia
fa cadere questa pioggia
su cui  mettersi in ginocchio.
 

Che un popolo s’  abbatta,,
palma !… Irresistibilmente !
nella polvere si rotoli,
frutti son del  firmamento !
Tu non hai perduto il tempo
se leggera poi rimani
dopo gli abbandoni belli,
similmente al pensatore
la cui anima sia spesa
ad accrescere i suoi doni !

 

Le altrui scale



“Lo straniero nel mondo gode di una grande leggerezza e insieme patisce di una grande sofferenza. Questa doppia iniziazione è un privilegio di cui dobbiamo essere grati al destino.”
E. Scalfari – Repubblica, 14/4/09

Non è così, io lo so.
Straniero è termine che mi si addice assai, mi descrive e mi rappresenta, perché straniero sono io, fin nel profondo.
Straniero perché esule volontario da una terra in cui non mi trovavo a mio agio, incapace di condividerne splendori e vergogne, compromessi ed opportunismo, ipocrisia barocca e doppia morale, bigottismo sposato ad un cinismo freddo e ad una furbizia che troppo spesso soverchia la pur vivace intelligenza. Talmente mi pesavano queste cose da offuscarmi gli aspetti belli di quella terra, la natura solare ed esuberante, l’ entusiasmo che la gente ti mostra fino ad un attimo prima che il contesto lo renda inappropriato e ridicolo, non so se mi spiego. 

Mi pareva non si potesse costruire niente in un paese così, dove la lingua nemmeno possiede il tempo futuro dei verbi ed il nichilismo sembra la radice culturale più profonda, dove lo scetticismo condanna ogni iniziativa alla morte indifferente, quando la stessa non venga preventivamente intimidita con la prepotenza.

“Poi viene il giorno in cui sai e capisci molte cose, ma ormai è troppo tardi perché la tua vita è stata decisa in un momento in cui non sapevi nulla.”
M. Kundera – La lentezza

Esule volontario e non forzato, emigrazione di seconda generazione, come che la si voglia chiamare. Esilio in cerca di terreni più favorevoli, di condizioni al contorno meno asfissianti.

Una nuova patria ? Quella certamente no. Non c’ è mai una seconda patria. Chi è esule lo è per sempre, si porta dietro questa condizione straniera come un marchio indelebile. Non c’è trasfusione di sangue che tenga.

“Quando qualcuno emigra pensa al paese dove forse morirà come al paese in cui condurrà la vita, è questa la differenza”
J. Saramago, – L’ anno della morte di Ricardo Reis
.

Straniero al quadrato per chi si riconosce diverso, anomalo, peculiare, senza traccia di arroganza o di orgoglio, non è che diverso significhi superiore, nel nostro caso vuole dire più che altro solo, e non è privilegio ma destino.

“Chi ha vissuto nell’ esilio o  nell’ emigrazione è stato sottoposto alla prova suprema: quella di riformulare se stesso, di apprendere, in un ambiente estraneo e spesso ostile, regole pensate per un mondo che non è il suo. Deve diventare una sorta di anfibio, un essere capace di vivere simultaneamente in due mondi, dentro e fuori il suo habitat iniziale.”

Remo Bodei – Sole24ore, 14/9/09

È questa la sofferenza che riconosce Scalfari ?
E dov’è la leggerezza ?


“Lasciata la propria casa, il migrante non trova mai più un altro luogo dove le due linee della vita si incrocino. 
La linea verticale non esiste più; non vi è più nessuna continuità spaziale tra lui e i morti, i morti ora semplicemente scompaiono. (…)
 Quanto alle linee orizzontali, dal momento che non vi sono più punti di riferimento, esse si elidono in un piano di pura distanza, nel quale tutto viene spazzato via. 
Cosa può nascere in questo luogo di perdita ? (…)

John Berger – E i nostri volti, amore mio, leggeri come foto

Berger una risposta se la da. 

“L’ amore romantico, in senso moderno, è un amore che unisce o spera di unire due persone sradicate. (…)
 Tale amore offre una speranza di compimento.”

John Berger – E i nostri volti, amore mio, leggeri come foto


A me forse basta pensare che:

“Una vita che non mette alla prova se stessa non è degna di essere vissuta” 
Platone – Apologia di Socrate

Lo so che stavolta ho esagerato con le citazioni, ma è che quando le cose si fanno un po' troppo vicine, ricorrere a mezzi interposti aiuta.