Al canto del gallo

Mi sveglio all’ alba, anche prima, per motivi che non riconosco. Lascio il letto e mi aggiro per casa, in una condizione di sensibilità esaltata dall’ assenza di stimoli esterni. Poche macchine per strada, e ciascuna si staglia contro lo sfondo del silenzio come se fosse un’ ombra cinese proiettata su di un fondale candido.

La pendola nella sala, la pendola del nonno, assume un ruolo da protagonista, il ticchettio sembra fatto di colpi di martello ed il rintocco delle ore e mezze ore pare levarsi come quello di campane d’ un duomo medievale. Il contrasto col silenzio del mondo esalta ogni minimo suono, rumore, scricchiolio, ogni fruscio ed ogni sibilo. Puoi toccare ogni rumore come vedere le stelle in una notte serena in alta montagna, sapendo che sono lì dove sono sempre state, ma com’ erano soffocate dall’ eccesso di luci, non le si vedeva in pianura.

E mi viene anche da pensare a quanti simili eccessi ottundono i sensi ed inebetiscono le percezioni, anestetizzando la capacità di distinguere, isolare, riconoscere, una sorta di deprivazione cercata, voluta, perseguita rende giustizia alla ricchezza attraverso la povertà, esalta i sapori del mondo, riabitua alle distinzioni, al riconoscere le differenze.

Suoni isolati, distinti, enumerabili prendono il posto di un rumore di fondo inconoscibile ed insapore. Impoverirsi per arricchirsi, sembra una contraddizione ma non lo è, almeno stamattina.

In questo silenzio prima dell’ alba, mentre in lontananza si ode distintamente un gallo cantare, da insonne mi sento ricco.

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