Il mondo è lì

mondo

Il mondo è da qualche parte, lì sotto. Che ci resti, almeno per un po’.

Sono tornato qui, stamattina, col cuore un po’ pesante, senza aspettative, senza neppure sapere bene se avrei avuto convinzione a sufficienza. Ma salire toglie peso, sempre, non ne aggiunge mai, e dovrei saperlo bene dopo tanti anni.sol

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Assisto al miracolo quotidiano della luce, la montagna è così gentile da trattenere il sole abbastanza a lungo da risparmiarmi  un’ alzataccia.

Il sol ridea LEVANDO dietro al Resegone (“Signora Carducci, lo vede ? Suo figlio è intelligente, ma non si applica, mi fa di quegli errori…”).

.ermo colle

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E poetando poetando, se ciascuno ha il suo ermo colle, quassù incontro il mio…

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Per non parlare di certi vecchi amici, che è sempre bello rivedere..

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Io sto qui, e il mondo lì sotto, da qualche parte, e per oggi va bene così.

Un po’ di bianco trascendente

Passo Manina

Il sudore, ci vuole. È la fatica, la misura del valore di tutte le cose, la manifestazione oggettiva del nostro tenerci. Ci vuole il sacrificio, che è poi ciò che serve a “rendere sacro” qualcosa. Attraverso il sacrificio si arriva a ciò che è sacro, e che va trattato con rispetto, il sacro ci mette un attimo a diventare esecrabile, l’ etimologia non tradisce mai. Fatica, cura, dedizione, passione, sacrificio, parole che si compongono assieme.

Questo penso, mentre avanzo piano, un passo alla volta, il piè fermo sempre il più basso.

La valle è in ombra, il freddo intenso, ma il maglione di pile e la giacca a vento fanno un buon lavoro, e la fatica ci mette il resto. Il sudore mi cola dalla fronte, insomma, mentre avanzo a fatica su per la salita. Il bosco di conifere è fitto, persino la luce fatica a filtrare, in questo sottobosco umido e ricoperto di aghi non cresce praticamente nulla, neppure gli alberi stessi riescono a rinnovarsi. Il taglio del bosco è utile al bosco stesso, questa è una cosa che un cittadino, sia pure cresciuto a pane ed ecologia, difficilmente riesce a comprendere.

Freddo, ombra e fatica, dunque. E silenzio, naturalmente, perché le valli in ombra sono le meno frequentate, e qui non ci viene proprio nessuno. Ma la montagna quasi mai delude, ed ecco che dopo un ultimo e faticoso strappo il bosco si apre, o fu aperto dai taglialegna molto tempo fa e mi trovo in una radura dolcemente ondulata.

Al centro della radura, una piccola baita di legno, chiusa ed evidentemente disabitata. Sopra ed intorno, la neve ha coperto tutto assecondando con morbidezza le curve del terreno, nascondendo le asperità rocciose, quasi come se fosse stata la montagna stessa a volersi addolcire, in un incongruo moto di empatia.

Sulla neve, nessuna traccia, solo neve primitiva, ignara, persino rozza nella sua ingenua innocenza. Né uomini né animali hanno violato questa bianchezza su cui solo adesso, proprio adesso, il sole arriva a battere.

Le gocce di sudore salato raggiungono le palpebre, entrano negli occhi, costringono a strizzarli, bruciano, il sudore genera lacrime, sembra quasi una metafora, e mentre mi sforzo per mantenere lo sguardo limpido, i raggi del sole sembrano superare le esitazioni iniziali, e trionfalmente inondano la radura innevata, scovano ad uno ad uno i milioni di cristalli di ghiaccio e ad uno ad uno li fanno scintillare come diamanti, o come milioni di microscopiche stelle adagiate sulla neve. Uno sfarfallio, un caleidoscopio di luci, un accendersi e spegnersi fulmineo di minuscoli abbaglianti puntini luminosi, rendono la radura uno scenario magico ed irreale.

La bellezza toglie il fiato, sospende il respiro, e proprio questo è il senso della parola “estetica” questa bellezza pura ed assoluta, bellezza che è il punto di contatto fra l’ umano e il divino. Per incontrare il divino, bisogna venire dove gli dei dimorano, e bisogna arrivarci attraverso un percorso, parlare di pellegrinaggio può sembrare blasfemo, ma insomma serve il sudore e la purificazione, la rigenerazione attravesrso la traspirazione, che allontana le tossine, ma anche rabbie e risentimenti, miserie e gelosie. Tutto resta a fondo valle, la saluta è come la muta di un serpente, e forse proprio per questo qui, proprio qui, davanti ai miei occhi, la trascendenza si manifesta.

Gli Elfi del bosco gelato

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Non c’è niente di più vero del bosco gelato nel cuore dell’ inverno. Il freddo intenso impedisce alle cose di mostrarsi diverse da come sono, non avanzano energie da sprecare in dissimulazioni e travestimenti, tutto è esattamente come è, a partire dagli alberi senza il velo del fogliame. La neve ghiacciata si spezza sotto la pressione degli scarponi con un crepitio da patatine, mentre la vita del bosco intorno sembra trattenuta, anch’ essa, nel minimo sforzo vitale. Eppure, qualcosa si avverte, una cincia sfreccia tra i rami e tracce, molte tracce dimostrano che il bosco è abitato.

E’ come se ci fossero due popolazioni sovrapposte e parallele, qui, destinate a non incontrarsi facilmente. Adesso ci siamo noi, goffi bipedi alla luce del giorno, infagottati in materiali più o meno tecnici e protettivi, traspiranti ed idrorepellenti, quasi fossimo palombari, oppure  astronauti alieni. Ci siamo noi, e non ci sono loro.

Loro, i veri e legittimi abitatori del bosco, quelli che non hanno scarponi né giacche a vento, quelli che non si cambiano mai, quelli senza zaino e senza pranzo al sacco, quelli che se non trovano da mangiare muoiono.

Cervi e caprioli, le tracce sono diverse per chi le sa distinguere, e fra i caprioli c’è anche qualche piccolo, perché la vita non si ferma certo per un inverno, che non è neppure dei peggiori, poi. Alberi scortecciati mostrano che la fame non dorme e qualche volta morde, ed i  morsi della fame sono diventati morsi veri, al legno dov’è più tenero, che almeno dia la sensazione della pancia piena. Mors tua vita mea, questa e non altro è la legge di natura, e chiunque pensi il contrario non sa, o non vuol vedere.

Altre tracce  incrociano le prime, creature più piccole e cattive, si intuisce, e non meno affamate. Una volpe rossa, probabilmente, e qualche martora, o faina. Sarebbe un vero regalo per loro se uno di quei piccoli caprioli precipitasse da una cengia, un cenone da leccarsi i baffi fino all’ alba. Ma non sempre è festa, e bisogna accontentarsi di quello che c’è, qualche uccello incauto, un rospo, una salamandra, un serpentello dalla vista corta.

Più in alto, dove il bosco finisce e la montagna si fa più cattiva, lassù ci sono i camosci e le pernici bianche, più in basso ed a portata di fameliche zanne ci sono i galli cedroni ed i forcelli, ma loro lo sanno, e se ne stanno bene acquattati. Dovranno per forza esporsi più avanti, nella stagione degli amori, ma non è adesso, è all’ inizio dell’ estate quando il bosco è un po’ più generoso e la fame dei predatori, si spera, un po’ meno acuta. Mors tua vita mea è una legge che imparano tuttiin fretta, quassù.

Creature che corrono, volano, strisciano e si arrampicano sono come gli Elfi delle fiabe, escono e popolano il bosco soprattutto di notte, e quando non c’è nessuno che possa vederli, e svaniscono nel nulla non appena i goffi bipedi infagottati avanzano con quello che a loro deve sembrare un frastuono da banda di paese. Per questo tanti bipedi non credono alla loro esistenza. Ma hanno torto.

Si dovrebbe essere più umili e rispettosi, ecco tutto, arrivare quassù in punta di piedi, chiedere il permesso magari, e poi accomodarsi, diventare abitanti del bosco, anzi diventare bosco fino a scomparire, assumere il colore l’ odore il respiro del bosco, farsi dimenticare, rendersi invisibili come le creature fatate. Solo allora gli elfi, distratti o rassicurati, usciranno nuovamente dai loro nascondigli per mostrarsi ai bipedi non più estranei.

Per i quali sarà difficile tornare indietro, dopo.

Usato sicuro

Non andartene docile in quella buona notte,
I vecchi dovrebbero bruciare e delirare al serrarsi del giorno;
Infuria, infuria, contro il morire della luce.

D. Thomas

Usarsi.

Non vivere al risparmio.

Logorarsi. Ammaccarsi. Farsi male.

La gara non è a chi porta in fondo l’ anima senza un graffio.

C’ è una vita qui, una sola. Non è in garanzia e non c’ è rimborso.

Usarla.

Arrivare al traguardo logori, a brandelli, col cuore che perde colpi, doloranti, affannati, questo va bene. Arrivarci avendo dato fondo a tutto ciò che si ha, ed anche di più, questo è il meglio.

Essersi consumati e goduti, trovarsi con l’ anima ricca e piena e gonfia di felicità e dolore e gioie e botte, commozione e ferite. Senza fiato, col cuore in gola, realizzato e ricco.

Qui. Ora. Nel mondo.

Usare il proprio talento, quale che sia, che qualcosa ci sarà pure, fino a sfinirlo.

Costringerlo a crescere fin dove ce la fa, e poi ancora un po’ di più.

Se e quando qualcuno chiederà conto, poter rispondere senza esitazioni e rimpianti: “Di più, proprio non ne avevo”.

“Hey, I know it’s late we can make it if we run”

Perturbazione tropicale

Il mondo richiede attenzioni superiori alle forze dell’ individuo.

Molto va perduto nel lento avanzare della solitudine.

Il silenzio è destino.

I fantasmi galleggiano a mezz’ aria, in certi momenti immobili e minacciosi, in altri trascinati per la stanza dal vento forte dei pensieri, rimpianti, rimorsi, minacce, paure, risentimenti che mi fanno rigirare insonne fra lenzuola straniere in questa inquieta notte. Voci e visi, frasi e sguardi, occhi malevoli mi avvolgono e rivolgono fra brividi ed inspiegabili vampate, mi fanno alzare e tornare a letto cento volte, mi fanno maltrattare inutilmente l’ incolpevole cuscino.

Su questo mi soffermo, e sono lampi e scintille, o stelle cadenti nel cielo buio di questa notte tormentata. Col lenzuolo sulla testa vedo distintamente, il tempo cambia e la perturbazione perturba, come Scrooge nel racconto di Dickens volteggio sulla vita passata, plano sugli incontri, rivedo gli snodi, giudico le mie stesse colpe soppeso il mio dare col mio avere.

Che fare ? Volere è potere, il simile curerà il suo simile, la stanchezza fisica acquieterà quella nervosa, il farmaco è veleno sì, ma la dose omeopatica a volte non basta. Un’ ora ci vuole, è più di quanto reggano i fantasmi.

E allora calzoncini e maglietta, scarpette da corsa. Il frequenzimetro nemmeno serve, a forza di correre il cuore ha imparato da se ad andare a tempo, a regolare il suo stesso ritmo, come una linea di basso degli U2.

Domani non succederà nulla

I platani lungo il viale sono cresciuti, le radici ingrossandosi hanno sollevato l’ asfalto del marciapiede, spaccandolo in più punti. In quelle spaccature sono cresciuti fili d’ erba, che scavalco, erba, spaccatura e radici, nel mio jogging solitario alle prime luci di questa mattina fredda e limpida d’ inverno che non è una mattina qualunque.

Corro, mentre il primo sole sorge nel cielo di un rosa surreale, affiorando da un orizzonte di campi coltivati e cascine solitarie.

La corsa scalda, trasudo vapore come una locomotiva sfiatata, ed è quasi divertente osservare la brina formarsi sui guanti di lana che proteggono i pugni istintivamente chiusi.

Gli alberi vogliono riprendersi il marciapiede, e forse un giorno lo faranno davvero, vorrebbero tornare a fare le cose a modo loro, alberi, erba, sterpi, spazzare via quest’ ordine imposto e sovrapposto a quello naturale, cioè della natura.

Mi figuro nella mente città perdute nella foresta amazzonica, Atlantide inghiottita dagli abissi, siti archeologici dove a stento si riconosce l’ opera umana risommersa dalla vita selvatica, quella che non tollera ordine e geometrie, quella che non fa progetti. La vita che si limita a vivere, anno dopo anno, stagione dopo stagione, equinozi e solstizi ritmicamente alternati, ugualmente spaziati. Un giro alla volta, proprio come questa corsa regolare tra campi e cascine che le gambe ormai percorrono senza di me e che presto tornerà al punto di partenza, non sia mai che qualcuno debba venire a recuperarmi per strada.

Un altro giro, più o meno come tanti già fatti, un altro giro come di stagioni o come il capodanno da qui a qualche ora.

E questo pensiero però un po’ strania, perché dall’ anno nuovo non ci si aspetta che sia la ripetizione di nulla, ma che sia invece tutto nuovo, e col trascorrere degli anni si sente sempre più il peso di questa condizione esigente, quando tutto o quasi tutto pare essere stato già visto e fatto, ciò che arriva già arrivato, ogni evento già vissuto persino, forse, con più entusiasmo e passione o maestria.

Domani non succederà nulla.

Non è detto, naturalmente. Non è mai detto.

Che ce la faccia, a sorprendermi, il 2012.