L’innominabile attuale

Qualche considerazione sull’ultimo libro di Roberto Calasso.

Biblioscalo

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I libri di Roberto Calasso sono tappe di un “work in progress”, sembrano estratti di un diario, quaderni di appunti dove si coagulano e prendono forma riflessioni su temi di volta in volta diversi, sezioni di uno Zibaldone di pensieri sempre solidamente sostenuti dalla sterminata cultura dell’autore. Libri discontinui, dunque, ma non per questo meno affascinanti.
Il più recente, nono della serie, si intitola “L’innominabile attuale” e si richiama addirittura al primo, “La rovina di Kash”, del 1983.

Il libro è diviso in tre sezioni, di cui l’ultima, brevissima, presenta un appunto di Baudelaire che sembra quasi profetizzare il crollo delle Torri gemelle.

La sezione centrale è invece occupata da una cronaca delle vicende della Germania dal 30 aprile del 1933, giorno dell’ ascesa al potere di Hitler, fino al 2 maggio 1945, giorno della capitolazione di Berlino. La cronaca è condotta per lo più attraverso una sequenza di corrispondenze…

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La sedia (3)

 

E niente, sul pregevole blog di Paolo è nato un piccolo gioco letterario di variazioni sul tema, a partire da questo suo racconto. Un gioco di contaminazioni reciproche oggi assai raro e quindi più gustoso.

Questo è il mio contributo, chi volesse cogliere l’ occasione segua il link !

 

Un cielo vispo di stelle

(Terza versione)

Io so tutto.
I grandi pensano che I bambini siano stupidi, che non si accorgano di nulla, che non vedano e non sentano. Eppure sono stati piccoli anche loro, e dunque se un bambino non sa com’è essere adulti, un adulto lo dovrebbe sapere sì, com’era essere bambino. Ma si vede che ci si dimentica.

E dunque, che tra la mamma e quel certo signore ci fossero delle tenerezze io l’avevo capito da un pezzo, bastava vedere come lo guardava lei e come si imbarazzava lui quando eravamo presenti mia sorella ed io.
Non era nemmeno antipatico, quel signore, neanche un po’, solo faceva effetto vedere un adulto così imbranato e allora un po’ facevamo apposta ad entrare in sala quando lui non se lo aspettava, con qualche scusa, e ci godevamo l’effetto due volte, sul momento e poi più tardi, a letto, quando Sandra ed io gli…

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Da dove veniamo (e dove andiamo)

La mia recensione di un bel libro, assai consigliato per le vacanze.

Biblioscalo

Tra le domande che ciascuno di noi si è fatto almeno una volta nella vita credo ci sia quella su cosa renda la nostra specie diversa da tutte le altre, al punto da trasformare una scimmia nuda e nemmeno troppo robusta nella specie padrona del mondo. C’è chi tira in ballo la corteccia prefrontale e chi il pollice opponibile, chi attribuisce il fenomeno all’ invenzione del linguaggio e chi ai simboli.

La risposta che propone Harari nel suo saggio “Sapiens” è apparentemente spiazzante: Homo Sapiens ha trionfato grazie alla capacità unica di collaborare in modo flessibile su scala molto ampia, migliaia o milioni di individui. Questa capacità non è innata: Homo Sapiens esiste da almeno 200-250.000 anni, ma soltanto 70.000 anni fa ha attraversato quella che Harari definisce “Rivoluzione Cognitiva”. Di che cosa si tratta ? Del buon vecchio linguaggio simbolico, la facoltà di combinare un numero limitato di suoni…

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Fidarsi è bene

Sul Biblioscalo si parla di Fiducia (con la maiuscola…)

Biblioscalo

Salvatore Natoli è un attento osservatore dello “spirito del tempo“, lo Zeitgeist hegeliano. Annusa e recepisce l’ aria che tira, ne trae diagnosi chiare, propone rimedi possibili, sempre esprimendosi con una invidiabile chiarezza.

L’ aria che tira oggi è un vento forte di sfiducia e diffidenza. Le grandi narrazioni novecentesche sono tramontate, in crisi il Cristianesimo storico, le ideologie laiche come il marxismo, le filosofie del riscatto e della “Fine della Storia”. Viviamo in una società multiforme, in cui i riferimenti sono incerti e precari. Da qui il disorientamento, a cui segue la sfiducia, che colpisce anzitutto le istituzioni, e poi la politica, incapace di tutelare il benessere collettivo.

La fiducia si rifugia inizialmente nel privato: la famiglia, gli amici, il piccolo mondo in cui cerchiamo identità, rifugio, difesa da quello grande. Noi, contro tutti gli altri.

E tuttavia la fiducia è una dimensione essenziale della vita umana, non è…

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Utopismi

Un mio articolo pubblicato oggi sul Biblioscalo dell’ amico Guido Mura.

Biblioscalo

Che cos’è l’ utopia ?

È – secondo il dizionario Treccani – la “formulazione di un assetto politico, sociale, religioso che non trova riscontro nella realtà ma che viene proposto come ideale e come modello”, ma anche, per estensione, un “ideale, speranza, progetto, aspirazione che non può avere attuazione”.

Il termine, come è noto, viene coniato da Thomas Moore nella sua opera omonima del 1516, anche se le utopie c’ erano già da prima, basti pensare alla Repubblica di Platone. Tuttavia, è solo in epoca moderna che nasce un vero e proprio genere letterario.

Un’ utopia sarebbe – etimologicamente – un “non luogo”, vale a dire un posto immaginario, inesistente, un’ “isola che non c’è”, direbbe Bennato. Ma in realtà ciò che viene di norma descritto nella letteratura utopistica è più propriamente un “buon luogo”, un’ “eutopia”, come la definì lo storico Barzun.

È un progetto sociale e…

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Capita a tutti

HSE Tales

Nota

Questa storia, benché liberamente ispirata dalla vicenda di DJ Fabo, è opera di fantasia, ed i fatti qui descritti sono prodotti della mia immaginazione.

Francesco La Rosa

Proprio così, capita a tutti, e non provate a negare.

Chi di voi è senza peccato ?

Le cose stanno così. Immaginatevi di essere in macchina, di notte, molto tardi. Molto.

Diciamo che state rientrando da una discoteca, va bene ? E non siete nemmeno andati lì per ballare, no, è che voi lì – ogni tanto – ci lavorate. Non è un lavoro fisso ma se la vostra passione è la musica, una serata alla consolle ogni tanto è un’ occasione da non perdere, e voi appunto non l’ avete persa. Non sono sicuro che mi capite. Gente che balla se ne vede tanta, è vero, ma la differenza è che in questo caso – questa sera – la gente l’…

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La strada

L’ amico Guido, sul suo nuovo sito Biblioscalo mi stuzzica con una recensione della Strada di Cormac McCarthy forse un po’ severa. Essendo invece io un fan senza se e senza ma del malmostoso texano, provo a bilanciare con qualche considerazione personale.

Cormac McCarthy non ha una grande opinione del genere umano.

Per arrivare a questa conclusione non serve neppure scavare nella sua biografia, venire a conoscenza della sua riservatezza, specie quando si tratta di giornalisti. È sufficiente leggere uno qualsiasi dei suoi libri, magari cominciando dai western, Meridiano di Sangue o la Trilogia della Frontiera.

Al contrario, Cormac McCarthy ama la natura, tanto quanto detesta gli umani. I suoi grandi romanzi su questo ruotano, la bellezza struggente del mondo, magistralmente resa da una prosa solo apparentemente povera e spoglia, ed il male assoluto costituito dall’ uomo.

Pochi personaggi si salvano, nei suoi libri, nessuno può dirsi innocente. Viene da pensare a quanto sarebbe bello il mondo se non ci fossero gli uomini a guastarlo.

In questa concezione un po’ manichea che fa da sfondo a tutta l’ opera di McCarthy, La Strada rappresenta una specie di punto di non ritorno. Il Male alla fine ha prevalso, l’ Uomo è riuscito ad uccidere la Natura, oscurare il cielo, sporcare irrimediabilmente le acque, sterminare ogni essere vivente in grado di correre, volare o nuotare. Non è rimasto più nulla.

Come sia riuscito a compiere questo miracolo all’ incontrario, McCarthy non lo dice, da qualche labile indizio si può immaginare una guerra nucleare, una catastrofe planetaria di qualche genere, non importa. Quello che importa è che uccidendo la natura l’ uomo ha condannato a morte anche se stesso.

Pochi sono sopravvissuti, e quei pochi devono dedicare tutte le energie residue ad un’unica occupazione, la più basilare di tutte: procurarsi da mangiare. Un compito tutt’ altro che semplice.

Per riuscirci, vale tutto: depredare, saccheggiare i pochi negozi abbandonati che non siano già stati saccheggiati, rapinare o uccidere gli altri sopravvissuti. Fino alla suprema empietà: fare prigionieri altri esseri umani per cibarsene, come se la furia distruttrice del genere umano non potesse che giungere all’ autofagia.

In questo scenario più che apocalittico, si aggira un uomo, anzi, visto che non ne sappiamo neppure il nome, l’ Uomo. Spingendo – sarcastica immagine – i suoi pochi averi in un carrello da supermercato, tenta di portare in salvo un bambino, il Figlio dell’ Uomo.

Una salvezza niente affatto garantita, che si può cercare nell’ unico modo possibile, con l’ attività primordiale dell’uomo, da quando esiste sulla Terra: mettersi in cammino.

Una metafora spietata e crudele della condizione umana, così leggo questa storia, sostenuta da una scrittura che più potente non potrebbe essere, ancora più asciutta e tagliente di quella a cui McCarthy ci ha abituato. Non è affatto poco, per me.

Ma lascio la parola a Guido…

Biblioscalo

In un mondo sconvolto da una catastrofe che ha cancellato la vita animale e vegetale, un uomo e un bambino, padre e figlio, si spostano verso il sud, per sfuggire al gelo di un nuovo inverno. Per sopravvivere è necessario trovare cibo, in qualche locale o abitazione non ancora saccheggiata, e soprattutto difendersi dalle bande di esseri disperati che, per sostentarsi, uccidono altri uomini e se ne cibano. Nel loro lungo viaggio verso il sud e il mare i due sperano di incontrare i sopravvissuti “buoni” e di unirsi a loro.

La narrazione è tenuta da McCarthy a un livello stilistico alto. Il tono è elegiaco. Il discorso intende essere emotivamente coinvolgente. Eppure il libro non convince del tutto.

La presenza del bambino è un troppo evidente ammiccare, anzi un giocare sporco, al patetico. In teoria il personaggio del bambino avrebbe una sua precisa funzione: rappresenta il futuro, la speranza…

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