La sedia (3)

 

E niente, sul pregevole blog di Paolo è nato un piccolo gioco letterario di variazioni sul tema, a partire da questo suo racconto. Un gioco di contaminazioni reciproche oggi assai raro e quindi più gustoso.

Questo è il mio contributo, chi volesse cogliere l’ occasione segua il link !

 

Un cielo vispo di stelle

(Terza versione)

Io so tutto.
I grandi pensano che I bambini siano stupidi, che non si accorgano di nulla, che non vedano e non sentano. Eppure sono stati piccoli anche loro, e dunque se un bambino non sa com’è essere adulti, un adulto lo dovrebbe sapere sì, com’era essere bambino. Ma si vede che ci si dimentica.

E dunque, che tra la mamma e quel certo signore ci fossero delle tenerezze io l’avevo capito da un pezzo, bastava vedere come lo guardava lei e come si imbarazzava lui quando eravamo presenti mia sorella ed io.
Non era nemmeno antipatico, quel signore, neanche un po’, solo faceva effetto vedere un adulto così imbranato e allora un po’ facevamo apposta ad entrare in sala quando lui non se lo aspettava, con qualche scusa, e ci godevamo l’effetto due volte, sul momento e poi più tardi, a letto, quando Sandra ed io gli…

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Da dove veniamo (e dove andiamo)

La mia recensione di un bel libro, assai consigliato per le vacanze.

Biblioscalo

Tra le domande che ciascuno di noi si è fatto almeno una volta nella vita credo ci sia quella su cosa renda la nostra specie diversa da tutte le altre, al punto da trasformare una scimmia nuda e nemmeno troppo robusta nella specie padrona del mondo. C’è chi tira in ballo la corteccia prefrontale e chi il pollice opponibile, chi attribuisce il fenomeno all’ invenzione del linguaggio e chi ai simboli.

La risposta che propone Harari nel suo saggio “Sapiens” è apparentemente spiazzante: Homo Sapiens ha trionfato grazie alla capacità unica di collaborare in modo flessibile su scala molto ampia, migliaia o milioni di individui. Questa capacità non è innata: Homo Sapiens esiste da almeno 200-250.000 anni, ma soltanto 70.000 anni fa ha attraversato quella che Harari definisce “Rivoluzione Cognitiva”. Di che cosa si tratta ? Del buon vecchio linguaggio simbolico, la facoltà di combinare un numero limitato di suoni…

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Fidarsi è bene

Sul Biblioscalo si parla di Fiducia (con la maiuscola…)

Biblioscalo

Salvatore Natoli è un attento osservatore dello “spirito del tempo“, lo Zeitgeist hegeliano. Annusa e recepisce l’ aria che tira, ne trae diagnosi chiare, propone rimedi possibili, sempre esprimendosi con una invidiabile chiarezza.

L’ aria che tira oggi è un vento forte di sfiducia e diffidenza. Le grandi narrazioni novecentesche sono tramontate, in crisi il Cristianesimo storico, le ideologie laiche come il marxismo, le filosofie del riscatto e della “Fine della Storia”. Viviamo in una società multiforme, in cui i riferimenti sono incerti e precari. Da qui il disorientamento, a cui segue la sfiducia, che colpisce anzitutto le istituzioni, e poi la politica, incapace di tutelare il benessere collettivo.

La fiducia si rifugia inizialmente nel privato: la famiglia, gli amici, il piccolo mondo in cui cerchiamo identità, rifugio, difesa da quello grande. Noi, contro tutti gli altri.

E tuttavia la fiducia è una dimensione essenziale della vita umana, non è…

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Utopismi

Un mio articolo pubblicato oggi sul Biblioscalo dell’ amico Guido Mura.

Biblioscalo

Che cos’è l’ utopia ?

È – secondo il dizionario Treccani – la “formulazione di un assetto politico, sociale, religioso che non trova riscontro nella realtà ma che viene proposto come ideale e come modello”, ma anche, per estensione, un “ideale, speranza, progetto, aspirazione che non può avere attuazione”.

Il termine, come è noto, viene coniato da Thomas Moore nella sua opera omonima del 1516, anche se le utopie c’ erano già da prima, basti pensare alla Repubblica di Platone. Tuttavia, è solo in epoca moderna che nasce un vero e proprio genere letterario.

Un’ utopia sarebbe – etimologicamente – un “non luogo”, vale a dire un posto immaginario, inesistente, un’ “isola che non c’è”, direbbe Bennato. Ma in realtà ciò che viene di norma descritto nella letteratura utopistica è più propriamente un “buon luogo”, un’ “eutopia”, come la definì lo storico Barzun.

È un progetto sociale e…

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Capita a tutti

HSE Tales

Nota

Questa storia, benché liberamente ispirata dalla vicenda di DJ Fabo, è opera di fantasia, ed i fatti qui descritti sono prodotti della mia immaginazione.

Francesco La Rosa

Proprio così, capita a tutti, e non provate a negare.

Chi di voi è senza peccato ?

Le cose stanno così. Immaginatevi di essere in macchina, di notte, molto tardi. Molto.

Diciamo che state rientrando da una discoteca, va bene ? E non siete nemmeno andati lì per ballare, no, è che voi lì – ogni tanto – ci lavorate. Non è un lavoro fisso ma se la vostra passione è la musica, una serata alla consolle ogni tanto è un’ occasione da non perdere, e voi appunto non l’ avete persa. Non sono sicuro che mi capite. Gente che balla se ne vede tanta, è vero, ma la differenza è che in questo caso – questa sera – la gente l’…

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La strada

L’ amico Guido, sul suo nuovo sito Biblioscalo mi stuzzica con una recensione della Strada di Cormac McCarthy forse un po’ severa. Essendo invece io un fan senza se e senza ma del malmostoso texano, provo a bilanciare con qualche considerazione personale.

Cormac McCarthy non ha una grande opinione del genere umano.

Per arrivare a questa conclusione non serve neppure scavare nella sua biografia, venire a conoscenza della sua riservatezza, specie quando si tratta di giornalisti. È sufficiente leggere uno qualsiasi dei suoi libri, magari cominciando dai western, Meridiano di Sangue o la Trilogia della Frontiera.

Al contrario, Cormac McCarthy ama la natura, tanto quanto detesta gli umani. I suoi grandi romanzi su questo ruotano, la bellezza struggente del mondo, magistralmente resa da una prosa solo apparentemente povera e spoglia, ed il male assoluto costituito dall’ uomo.

Pochi personaggi si salvano, nei suoi libri, nessuno può dirsi innocente. Viene da pensare a quanto sarebbe bello il mondo se non ci fossero gli uomini a guastarlo.

In questa concezione un po’ manichea che fa da sfondo a tutta l’ opera di McCarthy, La Strada rappresenta una specie di punto di non ritorno. Il Male alla fine ha prevalso, l’ Uomo è riuscito ad uccidere la Natura, oscurare il cielo, sporcare irrimediabilmente le acque, sterminare ogni essere vivente in grado di correre, volare o nuotare. Non è rimasto più nulla.

Come sia riuscito a compiere questo miracolo all’ incontrario, McCarthy non lo dice, da qualche labile indizio si può immaginare una guerra nucleare, una catastrofe planetaria di qualche genere, non importa. Quello che importa è che uccidendo la natura l’ uomo ha condannato a morte anche se stesso.

Pochi sono sopravvissuti, e quei pochi devono dedicare tutte le energie residue ad un’unica occupazione, la più basilare di tutte: procurarsi da mangiare. Un compito tutt’ altro che semplice.

Per riuscirci, vale tutto: depredare, saccheggiare i pochi negozi abbandonati che non siano già stati saccheggiati, rapinare o uccidere gli altri sopravvissuti. Fino alla suprema empietà: fare prigionieri altri esseri umani per cibarsene, come se la furia distruttrice del genere umano non potesse che giungere all’ autofagia.

In questo scenario più che apocalittico, si aggira un uomo, anzi, visto che non ne sappiamo neppure il nome, l’ Uomo. Spingendo – sarcastica immagine – i suoi pochi averi in un carrello da supermercato, tenta di portare in salvo un bambino, il Figlio dell’ Uomo.

Una salvezza niente affatto garantita, che si può cercare nell’ unico modo possibile, con l’ attività primordiale dell’uomo, da quando esiste sulla Terra: mettersi in cammino.

Una metafora spietata e crudele della condizione umana, così leggo questa storia, sostenuta da una scrittura che più potente non potrebbe essere, ancora più asciutta e tagliente di quella a cui McCarthy ci ha abituato. Non è affatto poco, per me.

Ma lascio la parola a Guido…

Biblioscalo

In un mondo sconvolto da una catastrofe che ha cancellato la vita animale e vegetale, un uomo e un bambino, padre e figlio, si spostano verso il sud, per sfuggire al gelo di un nuovo inverno. Per sopravvivere è necessario trovare cibo, in qualche locale o abitazione non ancora saccheggiata, e soprattutto difendersi dalle bande di esseri disperati che, per sostentarsi, uccidono altri uomini e se ne cibano. Nel loro lungo viaggio verso il sud e il mare i due sperano di incontrare i sopravvissuti “buoni” e di unirsi a loro.

La narrazione è tenuta da McCarthy a un livello stilistico alto. Il tono è elegiaco. Il discorso intende essere emotivamente coinvolgente. Eppure il libro non convince del tutto.

La presenza del bambino è un troppo evidente ammiccare, anzi un giocare sporco, al patetico. In teoria il personaggio del bambino avrebbe una sua precisa funzione: rappresenta il futuro, la speranza…

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Stupido è chi lo stupido fa

(e dopo con internet la smetto, promesso…)

“Ogni medium che si affaccia rappresenta un’ estensione della nostra sensibilità, ma la sua diffusione finisce per mutarci anche nel modo di ragionare.”

C. Freccero, Espresso 7/2/13

Dunque, l’ argomento principale usato dai sostenitori dell “stupidità indotta da internet” è la perdita della capacità di concentrazione dovuta al tasso di distrazione continua prevalente nell’ ambiente della Rete.

Bisogna riconoscere che questo argomento ha qualche fondamento. Confesso di aver subito io per primo l’ invasiva prepotenza della posta elettronica, la “dipendenza da smartphone”, la consultazione compulsiva ad ogni accenno di vibrazione, prima cosa al mattina appena svegli, ultima cosa alla sera prima di andare a dormire. Col tempo si impara a conviverci, ci si autocensura, si esercita una disciplina, tutto quello che volete, ma la tentazione resta, ed il numero di volte in cui si interrompe ciò che si sta facendo per controllare la mailbox resta preoccupante. Diciamo che si registra un abbassamento del tempo di attenzione, che comunque (va detto) anche in condizioni ottimali e senza distrazioni non supera in media i 15-20 minuti.

Ma non è solo questo. La navigazione attraverso la Rete è di per se un elemento di distrazione, ogni pagina è zeppa di link ad altre pagine, e di curiosità in curiosità ci si trova a passare ore davanti allo schermo rimbalzando senza troppo costrutto da un sito all’ altro, del tutto ignari del motivo iniziale della ricerca. Alla deriva, verrebbe da dire.

A me, questa forma di surfing casuale attraverso la Rete ricorda tanto lo zapping compulsivo tra i canali televisivi, e questa osservazione secondo me rappresenta un indizio importante.  Infatti, benché il navigare a casaccio tra i siti web possa apparire una degenerazione, credo sia utile chiedersi che cosa abbia realmente sostituito: ore di applicazione allo studio della metafisica kantiana oppure ore di telecomando selvaggio e di esplorazione, per di più del tutto passiva, tra i canali tv ? Solo rispondendo in modo onesto, ciascuno per se, a questa domanda si potrà valutare se e quanto si sia realmente perduto.

Considerazioni analoghe valgono riguardo alla frequentazione dei social networks. Luoghi di cazzeggio, è vero,  dove non circolano idee, dove non c’è tempo per leggere né spazio per scrivere, per quello semmai restano (e faticosamente resistono) i blog; ma forse che il cazzeggio non esisteva prima di facebook ? Il termine “chiacchiere da bar” non dice niente ?

Intendiamoci. Non sto qui negando gli effetti deleteri prodotti dalla Rete, perché è ovvio che questi effetti ci sono; sto solo cercando di metterli nella giusta prospettiva.

Nel valutare il mezzo, in definitiva, dobbiamo anzitutto decidere rispetto a che cosa lo valutiamo, da quale punto di vista lo osserviamo: quello del sapere, per dirne una, o quello dell’ intrattenimento ? Perché non c’è dubbio che la Rete abbia entrambe le valenze. E magari, prima di interrogarci su come in cui la Rete abbia cambiato il nostro modo di pensare, chiederci se questo modo di pensare non sia già stato cambiato altre volte, prima che la Rete arrivasse. A questo proposito ridò la parola a Freccero, la cui conoscenza, peraltro unanimemente riconosciutagli, del mezzo televisivo non ha probabilmente eguali in Italia:

“Come la stampa aveva creato l’ uomo rinascimentale, legato alla scrittura, la tv ha disgregato quel mondo, traghettandoci dal mondo moderno al postmoderno: con la televisione i fondamenti del discorso pubblico, esperienza, argomentazione, contraddittorio, sono mutati in intrattenimento. Le neuroscienze dovrebbero verificare quanto siamo cambiati. Forse avremmo delle sorprese.” (ibidem)

Insomma, tranne che nei casi conclamati di dipendenza patologica (esiste persino un nome scientifico, la IAD; ovvero Internet Addiction Disorder) , mi sembra che l’ uso della Rete non meriti tutta la demonizzazione di cui è oggetto da parte dei catastrofisti. E penso che gli aspetti negativi visti prima non debbano oscurare quanto di buono sia portato da internet in termini, appunto, di “mente accresciuta”.

Personalmente, uso internet in modo massiccio per trovare informazioni, per controllare nozioni, per soddisfare curiosità. È come avere un oracolo a disposizione, 24 ore su 24, e per di più in forma gratuita, a parte i costi di connessione, un oracolo in grado di rispondere in tempo reale praticamente a qualunque domanda che abbia una risposta. Ora, mentre dal punto di vista dell’ intrattenimento il parallelo tra internet e tv regge, dal punto di vista del sapere è facile rendersi conto che internet rappresenta un vero e proprio salto di qualità, forse non ancora del tutto compreso nel pieno delle implicazioni.

Il sapere dell’ umanità a portata di clic. Non solamente disponibile, ma accessibile con facilità. La biblioteca di Alessandria. I Sette Savi. Il sogno antico dell’ Uomo: sapere. Come si può pensare che un’ innovazione di tale portata, e di tanta potenza dirompente, abbia come effetto secondario quello di renderci più stupidi ?

Lo so, l’ obiezione più comune è che il fatto di avere a disposizione ogni sorta di nozioni senza fatica comprometta alle basi la capacità di ricordare, rendendo la memoria una facoltà irrilevante, quasi superflua. Ma questa non è affatto un’ obiezione nuova. È esattamente l’ obiezione che gli antichi muovevano alla scrittura, e che Platone nel Fedro sintetizza così:

“(…) essa produrrà oblio nelle anime di coloro che la imparano: essi fidandosi dello scritto senza cura della memoria, richiameranno alla memoria  dall’esterno, attraverso segni estranei, e non più dall’interno, da se stessi: tu non hai scoperto un farmaco per la memoria  ma per far ricordare . A coloro che imparano dai una apparenza  di sapienza e non la verità; grazie a te essi, avendo udito molto senza insegnamento, crederanno di essere molto dotti senza per lo più esserlo; sarà difficile discorrere con  loro, presuntuosi di sapienza piuttosto che sapienti.”

Ora, quello che io cerco (e quasi sempre trovo) si Google sono nozioni, informazioni, dati e date, non ragionamenti. Quelli continuo a metterceli io, per quello che posso, confrontandomi eventualmente in modo molto più efficace di quanto potessi pensare fare nel mio piccolo ambiente “offline”. Quello che trovo su Google sono precisamente la cose che un tempo avrei trovato, con molta più fatica, sull’ enciclopedia o sul dizionario. Oggi le recupero con un clic.

È davvero un problema, o non è invece una straordinaria opportunità ?