Girando sul tornio

Ciò che chiamiamo principio è spesso la fine,
e finire è cominciare.
La fine è da dove partiamo
(…)
e la fine di ogni nostro esplorare
sarà arrivare là da dove partimmo
e conoscere il posto per la prima volta.

T.S. Eliot – Little Gidding

Ricordi, rimpianti e rimorsi hanno in comune il ritorno, cioè  il ruotare del tornio che gira, gira ed è sempre lì, di nuovo e daccapo col suo vaso sopra da plasmare. Questo è tornare.
Ma non ogni vaso è uguale all’ altro, e così il rimorso torna per mordere, il rimpianto per bastonare. Solo il ricordo torna per far risuonare il cuore, là dove si conserva la memoria vera.

C’è sapienza nelle parole, e piano piano te la svelano, se solo hai un po’ di rispetto.

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Un carretto cigolante

“Non posso guardare all’ universo come al risultato di un cieco caso. Tuttavia non trovo evidenza di un disegno benevolo, o veramente di un disegno qualsiasi, in dettaglio.”

C. Darwin – Lettera a J. Hooker, 1870

Il segno dell’ età che avanza sembra doversi leggere prima di tutto nella rassegnazione a convivere con qualche malanno. Che sia torcicollo oppure mal di schiena, che sia colite o reumatismo, il dolore diventa da un certo punto in poi della vita una specie di sottofondo continuo, ritmo di base che accompagna i giorni e le notti, e sopportarlo pacificamente appare la misura del controllo di sé.

Tutto è bene ciò che non finisce, sembra di poter dire, e finché dura ci teniamo volentieri anche un acciacco. Questione di misura, naturalmente, questo sembra essere il principio. L’ obiettivo è durare in condizioni accettabili.

Questione di tempo, insomma, di fronte ad una sfida che si sa di non poter vincere ma solo, come in una prova d’ abilità o un videogame, tenere il giocoi il più a lungo possibile. Vendere cara la pelle al tempo. Arrivare al prossimo livello per vedere cosa c’è, e poi quello dopo ancora. Finché fa male è segno che ci siamo ancora.

Essere autentici significa essere “dentro se stessi”

La vita sta tutta qui davanti, coi suoi pezzi poggiati in bell’ ordine sopra un carro da ambulante, un’ esposizione in piena regola come a volerne interessare gli occasionali passanti, come se la vita fatta di quei pezzi belli e brutti, grandi e piccoli, raccolti per volontà o per caso lungo la strada, loro e soltanto loro e nient’ altro potessero testimoniare che qualcosa è davvero avvenuto, un divenire è divenuto, certe potenzialità si sono attuate, perché poi proprio quelle tra le infinite altre non è dato di sapere ma è così, ed è tutto ciò che si può dire e di più non è lecito domandare.

Ciò che doveva accadere è accaduto, neppure gli dei possono sottrarsi alla Necessità, e questo davanti a voi è il risultato, seppure ancora diveniente, che pur sempre di work in progress qui si tratta.

Ad ogni traguardo sembra di sollevarsi un po’, vedere il mondo e se stessi un po’ più dall’ alto, un po’ più in prospettiva, un po’ più nel contesto.

Il vizio di cercare di capire, quello ancora non lo perdo.

Perdo semmai l’ illusione della razionalità, del mondo e dell’ essere umano, quella sì che è presunzione giovanile, o frutto di tempi più ottimisti e meno disincantati di quelli che viviamo oggi. Tempi in cui il futuro appariva per definizione migliore del presente. Partire all’ assalto per sfasciare il mondo come se il mondo fosse lì in attesa di farsi sfasciare dal primo giovanotto di belle speranze.

Il mondo non si sfascia, naturalmente, le illusioni sì, questo si impara ben presto.

Il mondo è complesso, assai più di quanto insegnino a scuola, e l’ essere umano è il prodotto più complesso di questo complessissimo mondo, e questo proprio non lo insegnano, tocca scoprirlo da soli.

Irriducibile a schemi, sfuggente alle definizioni, sorprendente nelle reazioni. Inclassificabile.

Ma tutta questa complessità non toglie il gusto di indagare, di inseguire la complessità stessa affinando gli strumenti d’ analisi e non con la pretesa di dominare ma, almeno, di capire. Complesso non vuol dire incomprensibile, vuole semmai dire difficile da comprendere, e difficile è una sfida, le sfide appassionano e non c’è niente di meglio per tenersi vivi.

La complessità rifiuta il giudizio secco, complesso non è bianco e nero, complesso è l’ infinito chiaroscuro che sfida l’ analisi ma che alla fine si può sperare di penetrare, comprendere, trasmettere, senza necessariamente giudicare.

I ricordi si mischiano ai desideri, le delusioni si proiettano nelle intenzioni, amori senza scopo proiettano amori senza vita, come se cambi di scenari incongrui o impossibili potessero fare vero ciò che vero non è più, o non è mai stato.

Ciò che verrà si carica delle aspettative spinte avanti negli anni in cui c’ era troppo da fare e “ci sarà tempo” finché si comincia ad intuire che il da fare non finisce ed il tempo invece sì, e si vede, e non si vorrebbe vedere, che quel tempo forse non c’è più, e “ci sarà tempo” era un autoinganno.

Restano cose fatte ed emozioni vissute, un paziente lavoro su se stessi che si rende – si spera – visibile e persino attingibile da chi ci osserva.

Resta la saggezza, se vogliamo usare una parola grossa, più o meno a fatica acquisita, una consapevolezza che il bicchiere è pieno ben più che a metà, che ciò che è passato non è stato gettato via, che le esperienze, il tempo, gli incontri, gli amori, gli odi, le passioni, sono stati tutti mattoni, materiali da costruzione di un sé che adesso sta lì, visibile come un monumento ed altrettanto inutile, se non come ispirazione o monito per altri, ognuno lo legga come meglio gli aggrada.

E se invece fossi io, a non capire ?

Se qualcosa di buono c’è, in questo frullio di anni, è che in parte ci si libera dalle aspettative degli altri, il peso inesorabile di ciò che si è chiamati ad essere, di ciò che ci si aspetta da noi al di là della nostra volontà, di ciò che si “deve”. Piano piano le aspettative si riducono, vuoi perché realizzate, vuoi perché irrealizzabili. Cadono come squame secche.

Sotto c’ è la vera pelle, l’ essere se stessi come mai si è riusciti prima, quel se stessi a cui mai si è osato dare spazio.

È il momento in cui si tira fuori ciò che si ha dentro, cose belle o cose brutte, cose belle per lo più, perché le cose brutte la vita ce le ha già tirate fuori da un pezzo.

Da questo punto di vista non è poi così male, l’ età che avanza.

Questione di gusti (e non è colpa mia)

Ci sono frasi che chiudono porte e le finestre , e mettono a dormire le menti, frasi-alibi che impigriscono il cervello e lo cullano nell’ apatia, frasi facili e pronte per accidiosi e sfaticati dell’ intelletto, frasi riposanti.

“Non è colpa mia”, ad esempio.
Una frase pigra, anestetica al punto tale da essere persino usata per il verso sbagliato. Chi invoca “non è colpa mia” spesso intende semplicemente scaricarsi di una responsabilità diretta, manifestare che non c’è stata volontà specifica, ciò che è accaduto è accaduto se non a sua insaputa quanto meno senza sua intenzione, che non è dipeso da lui.
E con ciò ?

Il concetto di colpa è del tutto svincolato da quello di intenzionalità, anzi è proprio quando non c’è intenzione che in giurisprudenza si usa il termine “colposo”, no ? Se mi capita di investire qualcuno sulle strisce, è assai difficile pensare che l’ abbia fatto apposta, ma dovrò pure caricarmi di una qualche responsabilità, o no ? Ebbene, secondo l’ ignavo fautore del “non è colpa mia”, potrei legittimamente invitare lo sfortunato pedone a liberare rapidamente la sede stradale perché lui si sarà pure fatto male, ma io non l’ ho fatto apposta a tirarlo sotto, guardavo da un’ altra parte, avevo gli occhiali sporchi, mi ha distratto il vigile, avevo il sole negli occhi,  avevo altro per la testa, insomma non è stata colpa mia, neanche un po’, e allora di che dovrei scusarmi ? Si tolga di mezzo che mi fa perdere tempo.

Naturalmente, il principio del “non è colpa mia” si presta ad essere utilizzato in circostanze meno traumatiche.

Sono arrivato in ritardo all’ appuntamento, ma “non è colpa mia”, c’ era traffico, non si trovava il parcheggio, ho sbagliato strada, mi si è rotta la stringa della scarpa prima di uscire, insomma io non c’ entro, non è colpa mia. Non è dipeso da me. Ma è proprio vero poi che non c’ entro ? E’ sicuro che non avrei potuto, prendendomi un po’ di più di disturbo, evitare l’ intralcio ? Se solo avessi voluto metterci più impegno, se avessi accettato di  faticare un po’ di più  ? Se ci vessi messo cura ?

Il principio del “non è colpa mia” è uno scarico di responsabilità a prescindere, è un alibi buono per ogni circostanza, un’ auto-assoluzione preventiva che libera la coscienza e rende più facile la vita. Peccato solo che non porti da nessuna parte.

Se “non è colpa mia”, ne consegue che non devo fare nulla per rimediare, e neppure per scusarmi, mi basta allargare le braccia ed alzare gli occhi al soffitto, uno sforzo davvero minimo.

Il mondo non è stato fatto da gente che cercava scuse, ma da gente che ha spinto forte contro i macigni sulla strada, quelli propri e quelli altrui, fino a spostarli e riprendere il cammino, altro che “non è colpa mia”.

Non dissimile è l’ irritazione che mi suscita la locuzione “questione di gusti”, un’ altra espressione che chiude la mente ed il cuore, che garantisce il riposo ed evita la fatica del pensare. Se è questione di gusti, ogni discorso è già concluso, anzi è persino vano cominciarlo. Di che cosa dovremmo parlare ? È solo quando ci si sforza di fare un passo in più, che le menti si possono aprire.

Ci sono cose che mi piacciono, è vero. Ma invece di limitarmi a questo, perché non dovrei cercare – almeno cercare – di capire perché mi piacciono ? Quali elementi mi portano a dare un giudizio estetico positivo ? E’ una questione di armonia delle parti, una simmetria che trovo gradevole ? Si tratta della particolare combinazione di colori ? E’ il significato, o la molteplicità di significati ad attrarmi, o piuttosto l’ ambiguità, l’ interpretazione aperta che l’ artista ha voluto lasciare ?

Ed ancora, c’è per caso qualche elemento comune tra le cose che mi piacciono, che possa aiutarmi a trovare le risposte ? Posso provare a definire un canone di bellezza, e addirittura raffrontare questo canone con quello di altri, o con l’ ideale prevalente di bellezza, contemporaneo o di epoche passate ?
Posso individuare elementi culturali in questi canoni, e, soprattutto, elementi non culturali, elementi che appaiono invarianti, elementi che si ritrovano in varie epoche ed in civiltà geograficamente lontane fra loro o isolate ?

Assurdo ? Non direi. Uno studioso come Paul Bloom, docente di Scienze cognitive a Yale ed autore di parecchi testi importanti sull’ argomento, sostiene che: “i piaceri hanno in gran parte un’ origine evolutiva, ovvero non sono un’ acquisizione sociale. E sono condivisi da tutti gli esseri umani. Le varie forme in cui si manifestano non sono altro che variazioni su un tema universale.”

Altro che “questione di gusti”.

ps. Questa particolare versione di un brano piuttosto famoso mi piace assai (e non è colpa mia…).

La pianta nel deserto


È un’ amica fidata, la notte, è bello certe volte fermarsi a parlarci, a riflettere alla luce della luna. Un riflettere che è, come dice la parola, un ri-piegare, ri-volgere e ri-volgersi su se stessi, su ciò che si ha e su ciò che si vorrebbe e su ciò di cui si avrebbe bisogno, che non sono necessariamente la stessa cosa.

Ci si sforza nella vita, chi più, chi meno, di essere “speciali”, riempirsi di cose interessanti, la gente usa il termine “speciale” con riferimento ad una ricchezza interiore, originalità o profondità di contenuti o pienezza di personalità, tutte cose positive e desiderabili, immagino. Nessuno certo vuole essere “generico”. Speciale is the best.

Il paradosso è che  non c’è alcun istinto che spinga a perseguire la compagnia di uno “speciale”, al contrario ciò che è “speciale” un po’ insospettisce o come minimo mette a disagio, ci mette un attimo a diventare “diverso”, e diverso vuol dire letteralmente, “che si gira dall’ altra parte”. È  come se ogni qualità speciale rischiasse continuamente di condannare alla diversità, rendesse simile ad un essere alieno che incuriosisce sì, ma che meglio guardare al di là di un vetro separatore, osservare senza familiarizzare troppo, tenendo le distanze, non si sa mai.

Così, l’ essere speciali facilmente si tramuta da privilegio in condanna, ed uscirne diventa ossessione, e priorità, il che naturalmente peggiora le cose, è come il denaro in banca, te ne danno solo se puoi dimostrare di non averne bisogno, così il calore umano, guai a dimostrare di averne bisogno, e del resto come non capire il ragionamento, e se poi quello mi si attacca addosso e non mi molla più ?

Non importa poi se il bisogno “speciale” è in realtà più di dare che di ricevere, dare tutto in cambio di un po’ d’ attenzione, di tenerezza, d’ affetto o se vogliamo proprio usare un parolone fuori luogo, un po’ d’ amore. Poco, intendiamoci, che non serve certo una quantità smisurata d’ acqua a tenere in vita una pianta abituata al deserto, una goccia ogni tanto basta e avanza, ma che sia disinteressato e sincero, riferito a ciò che si è e non a ciò che si può dare di utile, di concerto o d’ astratto che sia.

E tanto forte e traboccante è questo bisogno da rendere un essere speciale fragile e vulnerabile come un bambino , nessuno potrebbe escludere un’ esposizione ingloriosa ed anche un po’ ridicola, eppure il bisogno resta, indiscutibile ed assoluto, e non pone condizioni,  e questo è forse l’ aspetto più strano e curioso, come un sottofondo di “cupio dissolvi” difficile da riconoscere ed ancor di più ammettere.

Lontani dal nido

“Senza un percorso che fiancheggia la Morte, la perdita di se, non si perviene alla conoscenza di se, e quindi alla vera ragione per cui si ha diritto di vivere, come veri soggetti della propria vita (…) lungo quel sentiero che Nietzsche ha indicato come il vero scopo della vita: ‘Diventa ciò che sei’.”

 

U. Galimberti

Cos’ è tutto questo affanno, questo pretendere di fare i conti che tormenta e non dà pace, questo continuare a cercare un senso ed un fine, un fine alla fine ed un senso al compiersi di questo fine ?

Non è così la natura, non da questo veniamo. È tutto molto ma molto più semplice.

È una forza inconsapevole, quella che spinge a fare ciò che nel fare medesimo è già senso e fine, ciò che non ha alcuna eccedenza, nulla che cresca, fuoriesca e domandi.

L’ uovo contiene, cresce e matura, rompe un’ equilibrio e libera alla vita, alla natura, al volo.

Il volo poi si compie con traiettoria a chiudere, la maturazione a piume e penne remiganti, ali e becco a rostro semplicemente per condurre ad un nuovo nido, ad un altro seme, ad un altro uovo da far maturare nella cova.

Un cerchio è semplice ed appare infinito a chi lo percorra, non si chiede dove vada a finire, cosa venga dopo. Si muove lungo l’ anello come se procedesse lungo una linea retta.

Tutto molto semplice e naturale.

Il disequilibrio umano è la coscienza, il senso di sé e dell’ esserci un limite al futuro.

Questo rompe il cerchio, apre la traiettoria, divide l’ universo in due parti diseguali, con me e senza di me.

È questo a chiedere, anzi pretendere un senso, questa complessità acquisita, questo sapersi e pensarsi e volersi. Questo non riuscire più a dissolversi e confondersi, non riconoscersi parte e volersi fare tutto.

Quest’ ammanco di semplicità.

È in fondo lo scopo stesso della cultura, la conquista della complessità, il riconoscimento dell’ ambigua  natura della condizione umana.  La cultura serve proprio a questo, a sfuggire agli stereotipi, ai luoghi comuni, alle soluzioni facili, serve a riconoscere che non tutto è bianco o nero che le motivazioni sono spesso molteplici ed i comportamenti elaborati. Che l’ animo umano è ricco e risponde in base ad una serie di fattori difficili da prevedere in anticipo. La cultura consiste propriamente in questo nel comprendere questa complessità ed acquisire una molteplicità di schemi interpretativi.

Ogni schema, va da se, è una forzatura della condizione reale, ogni modello una semplificazione del mondo. Ma all’ aumentare del numero di schemi a disposizione, e della loro raffinatezza, aumenta la possibilità di scegliere, fra i molti disponibili, quello che meglio descrive ogni singola situazione. Aumenta, in altre parole, il grado di aderenza fra i nostri schemi mentali e la realtà, aumenta la flessibilità interpretativa, aumenta, in definitiva, il grado di comprensione del mondo.

Eppure, la progressiva acquisizione di complessità è accompagnata da una parallela, e paradossale, sensazione di perdita. Si può sentire di perdere qualcosa mentre ci si arricchisce ?

Perdita di semplicità, perdita di riferimenti sicuri, perdita di valori assoluti in quanto provenienti da fuori, da un’ autorità, da un dio, un re, un libro, qualunque cosa che ne garantisca l’ autenticità e lo metta al tempo stesso al riparo da ogni critica.

La libertà è un peso, non facile da sopportare, per quanto inebriante la prospettiva appaia.

È in fondo la storia della crescita individuale di ciascuno,  del sogno d’ ogni bambino di diventare grande, e quindi libero ed indipendente. Sogno da cui si sveglierà realizzando di avere irrevocabilmente barattato l’ innocenza con la libertà, la sicurezza con l’ indipendenza.

Il crescere ed entrare nell’ età adulta è un confronto col dolore, col peso della responsabilità, con l’ incertezza della decisione, con l’ assenza del conforto.

Non diversamente cresce l’ umanità, scrollandosi di dosso miti, dei, eroi, trova sì la libertà ma in una terribile, insicura solitudine.

Lessi dunque fui


È curioso come i ricordi si stimolino e puntellino a vicenda, e di certo non voglio ricominciare con la solfa della madeleine di Proust, certo no, però il fatto è che non posso fare a meno di collegare Proust medesimo al periodo del servizio militare, perché la Recherche fu proprio l’ opera che mi portai dietro quando partii per il C.A.R., fu l’ opera che accompagnò il corso di quell’ anno incongruo e scombinato e di cui allora portai quasi a conclusione la lettura. Quasi, perché i ritagli di tempo rubati nel corso di un anno intero non bastarono alla poderosa impresa che si arrestò, temo definitivamente, a metà circa del penultimo volume, dove ancora monta di sentinella un segnalibro d’ antan.

E così, dal collegamento con quella lettura emergono piano piano pezzi di un passato così remoto ed alieno da poter pensare che qualcun altro, non io, abbia vissuto quelle vicende se non ci fosse il libro – proprio lui- a garantire l’ aggancio alla realtà delle cose.

Forse non ero io, forse era qualcuno che mi assomigliava, forse era addirittura una vecchia release di me stesso, quella che si esercitava a sparare con un buffo fucile automatico leggero (appunto detto F.A.L.) che ballonzolava così tanto da rendere risibile qualsiasi pretesa di mira. Forse non ero io, o forse un io ormai defunto, quello che faceva la guardia, nel freddo intenso del turno dalle 4 alle 6, il più odiato, o delle giornate sperperate in fureria a compilare elenchi di turni ed incarichi. Però ero proprio io quello che intanto leggeva Proust.

Da questo “lessi dunque fui” ricostruisco tutto un contesto, insomma, riappropriandomi un po’ di quelle vecchie release di me stesso.

Mi rivedo in mimetica, il libro nella tasca della giubba, bene abbottonata, non è opportuno che faccia capolino mentre vado in giro per il piazzale. Hanno le loro regole, qui, e sono regole non negoziabili, l’ ho imparato la mattina dell’ ultima esercitazione.

Partenza dalla caserma alle 9, e dunque il colonnello fissa l’ adunata generale per le 8.30, il capitano si tiene un margine ed istruisce di radunare la truppa per le 8, ma anche il tenente preferisce non rischiare, e dunque trasmette l’ ordine: tutti sul piazzale per le 7,30,  così, dalle 7,15 siamo qui schierati, dopo esserci alzati alle 6, in attesa che trascorrano le due ore di margini accumulati. Seduto per terra, tormento con un bastoncino una colonia di formiche.

Per ingannare l’ attesa, decide il capitano, non c’è niente di meglio che chiamare una rassegna, e per dare un senso alla rassegna, è necessario individuare un’ infrazione.

Lei ha gli anfibi sporchi.

Io non li definirei esattamente sporchi, però è vero che stamattina non li ho lucidati. Del resto, ha piovuto tutta la notte, andiamo a fare esercitazione in campagna, sarà già tanto evitare che i camion restino impantanati nel fango, dunque la pulizia degli anfibi non sopravvivrebbe neppure di un millisecondo al contatto col terreno, una volta arrivati a destinazione.

Torni in camerata a pulirli, e questa sera stia punito.

Il tenente mi guarda fisso negli occhi, ed io invano cerco un barlume di ironia, un bagliore, un accenno di simpatia, come a dire “mi tocca farlo anche se non vorrei”. Eppure non è stupido, il tenente, tutt’ altro, probabilmente la persona più intelligente qui dentro. Eppure.

Torno con studiata lentezza verso le camerate, come un calciatore ingiustamente espulso, Balotelli non è ancora nato. Della punizione m’ importa poco, rimanere da solo nella camerata vuota e silenziosa mi consentirà di andare avanti per altre cinquanta pagine, forse di più, non dipende da me, dipende da lui, Proust. Come tutti i grandi scrittori, è lui che decide il ritmo a cui lo leggerai, ed il suo ritmo normalmente è lento parecchio.

Le occasioni migliori per leggere sono però altre, le guardie al deposito di carburante.

Lontano dalla caserma, in aperta campagna, il deposito è pressoché invisibile dall’ esterno, sotterraneo e mimetizzato. Due ore di turno di guardia nella piccola casetta dove la vecchia radio resta sempre accesa, giorno e notte, era accesa quando sono arrivato qui la prima volta e mai nessuno ha nemmeno pensato di spegnerla.

Due ore di guardia e quattro di nulla, chiacchere vuote o nutrienti letture. E proprio qui, quasi si fosse nei pressi di Cambrai, Proust prende vita e trasfigura tutto.

Lessi dunque fui. E mentre mi arrotolo in questo pensiero, mi pare persino di sentire nuovamente, in una tasca, la forma arrotondata della pipa che da qualche tempo avevo preso a portarmi dietro, nell’ altra quella squadrata dell’ Oscar Mondadori dalla copertina bianca con l’ elegante profilo a matita del piccolo dandy Marcel.