Caleidoscopio  

 

 

 

Intrecci di tempo, passato, futuro.

Caleidoscopio.

 

La vista dall’ alto rivela un disegno

o schegge di vetro spezzato,

coralli di collane rotte,

ciò che sei e ciò che non sarai.

 

Labili tracce, foglie calpestate,

risacca, e voci lontane.

Presenze, invisibili presenze,

tutti coloro che non fosti.

 

Annunci

Nostos

Notturno

Ritorna, è vero, ecco che ritorna, 

la vita circolare, dove sempre  

rivolgi il tuo cammino ad Occidente,  

convinto di raggiungere il tramonto  

all’ orizzonte, e infine riconosci

le luci familiari di anni ingenui. 

 

La fonte dell’eterna giovinezza  

compare come un tenue arcobaleno  

nell’ aria dirimente di un mattino. 

Rapido movimento tra le foglie, 

fugace balenare d’ un sorriso, 

effimera l’essenza dei fantasmi. 

 

La fine che è principio è più fatale 

che perdersi nei boschi a tarda sera. 

Entusiasmo, reloaded

Circa un milione di anni fa, così mi sembra, mi entusiasmavo per l’ etimologia dell’ entusiasmo, più o meno in questi termini:

Viene dal greco enthous, che sta per en-Theos, cioè pieno di un Dio.

Entusiasmo è avere il dio dentro…

Ed il bello è che essendo l’ etimologia greca, non è monoteista: c’ entra tutto il politeismo, cosicché ogni entusiasmo va di volta in volta messo in relazione con il particolare dio che invade in quel preciso momento.

Ares, Dioniso, Afrodite, Apollo, Ermes (dio della comunicazione e quindi del web). Vale tutto.

Non è una meraviglia?

Ciò che l’ etimologia tuttavia non dice è che il dio prende ed il dio dà, entra o esce secondo il comodo suo, come fosse in albergo, e sebbene prediliga indubbiamente per dimora anime giovani facilmente incendiabili, non è escluso che si adatti – talvolta – a residenze relativamente più vetuste, per non dire attempate, imperscrutabile com’è.

Quel che è certo è che non ci sono richiami che tengano, né esche di alcun tipo, e se il dio latita, occorre disporsi pazientemente ad attenderne il ritorno, a maggior ragione nel mese giustamente classificato come crudele.

Con cortese sollecitudine, si vorrebbe aggiungere, senza mancargli di rispetto.

Distonie temporali

Rileggo post da un altro tempo, da un’altra vita, da un altro me. Rileggo e sono io, indiscutibilmente, carta canta e cronologia pure. Eppure, allo stesso tempo non sono io, chiaramente.

Faccio esperienza della quarta dimensione, essere se stessi nello stesso spazio della stessa camera, ed allo stesso tempo non esserlo, perché la posizione sull’asse del tempo è diversa. Per certi versi e c’è invidia, per altri indulgenza.

Ma che cosa accade per chi legge le stesse cose in tempi diversi?
Rileggo libri del passato, per mettere alla prova quest’altra prospettiva, e trovo riscontro, sembra diverso lui, il libro, ma è ovvio che quello diverso sono io, slittato di nuovo sull’asse temporale. Se è così mi aspetta un lungo lavoro.

E allora mi domando che effetto può fare lo stesso post a chi lo legge, a seconda dell’età di chi legge. Mai scritto per adolescenti – credo – ed i viandanti che mi hanno fatto l’onore di frequentarmi in genere non lo erano, e tuttavia 10 anni sono passati, e non invano vorrei dire. Passati per me e per loro.

Pensieri oziosi lo ammetto, ma tre voli in una sola notte sono tanti.

Il mondo è lì

mondo

Il mondo è da qualche parte, lì sotto. Che ci resti, almeno per un po’.

Sono tornato qui, stamattina, col cuore un po’ pesante, senza aspettative, senza neppure sapere bene se avrei avuto convinzione a sufficienza. Ma salire toglie peso, sempre, non ne aggiunge mai, e dovrei saperlo bene dopo tanti anni.sol

.

.

Assisto al miracolo quotidiano della luce, la montagna è così gentile da trattenere il sole abbastanza a lungo da risparmiarmi  un’ alzataccia.

Il sol ridea LEVANDO dietro al Resegone (“Signora Carducci, lo vede ? Suo figlio è intelligente, ma non si applica, mi fa di quegli errori…”).

.ermo colle

.

.

.

E poetando poetando, se ciascuno ha il suo ermo colle, quassù incontro il mio…

.

.

.

.

.

elleboro15

Per non parlare di certi vecchi amici, che è sempre bello rivedere..

.

.

.

.

.

Io sto qui, e il mondo lì sotto, da qualche parte, e per oggi va bene così.

Un’ alba e mezza sera

Madrid

È presto, è una mattina limpida e fredda, un sole grande, rossastro e freddo si riflette nitido sulle grandi vetrate dell’ aeroporto, abbagliandomi piuttosto gradevolmente.

È Madrid, stavolta, ma potrebbe essere qualsiasi altro posto, la sensazione di déjà vu può attingere a piacimento da un database di innumerevoli analoghe mattine in altresì innumerevoli aeroporti, aspettando coincidenze o voli di ritorno spesso ad orari assai più obiettabili di questo. Ripetizioni ad libitum di questa medesima incongrua percezione di tempo sospeso, cambiano i Paesi, le facce, gli abiti indossati, le lingue parlate, cambiano (poco) le preoccupazioni, cambiano (non poco, ormai) gli anni trascorsi transitando in non luoghi di mezzo mondo.

Quanto sia cambiato anch’ io è più difficile da dire, naturalmente, la percezione interiore del trascorrere del tempo poco ha a che vedere con la realtà, è una percezione fatta di lunghi pianori dove non succede quasi nulla ed improvvisi salti o gradini, in cui qualcosa di importante invece accade, cambia o si spezza.

È una condizione sospesa, quella di oggi, o almeno così mi appare, come sul bordo di una frattura incipiente, in bilico prima di un salto, che sia all’ indietro verso una condizione conosciuta, oppure in avanti verso un nuovo pianoro inesplorato, questo ancora non si sa.

Il tassista aveva una voglia di parlare come raramente accade la mattina così presto e così correndo, parlando e ascoltando musica alla radio penso che lui di sicuro la colazione l’ ha fatta ed io invece no, nemmeno un bar aperto. Perlomeno stanotte ho dormito il minimo sindacale di ore, il che a Madrid non sempre è dato, tanto che mi sono dovuto inventare qualcosa per riuscirci. I ristoranti prima dalle nove nemmeno aprono, l’ avvio della cena si stabilizza intorno alle dieci ed il ritorno in albergo sempre abbondantemente oltre il cambio di data. Facendomi forte del generoso pranzo offertomi dai non sempre generosi partners (Anchoas del Cantabrico e Calamares en su tinta, per i più precisi ) ho rinunciato alla cena contro-offrendo un aperitivo. Olé.

E allora tapas.

Tapas in un bar tradizionale che più tradizionale non si può, tradizionale però vero, non trappola per turisti, un bar da aperitivi che – nonostante ciò – alle otto e mezza è ancora mezzo vuoto.

Jamòn iberico, chorizo, huevos estrellados, e via tapando, a che serve la cena ? Serve giusto un digestivo, semmai, quello che qui chiamano Orujo de hierbas, un liquore fatto con la grappa (pardon, l’ aguardiente), dolce e dorato che ricorda un po’ il nostro Strega. Lo so che molti inarcheranno il sopracciglio, ma a me questa roba piace, senza contare che si è dimostrato capace di cacciare giù qualsiasi genere di tapa, sanguinaccio compreso (capita, eccome se capita…), che si possa ritrovare nel piatto. Legittima difesa, insomma, che la cucina locale non ama le mezze misure.

Bar, tapas e notte madrilena (neppure iniziata a dire il vero, diciamo mezza sera) che appaiono già lontani e remoti di fronte a questa gloriosa mattina di sole riflesso dalle vetrate e, oltre le vetrate, dalla neve sulle alture circostanti, presagio delle Alpi che seguiranno, in questa ennesima mattina di ordinario, assai precario, ritorno.