La luce e gli occhi chiusi

In verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi. Gv., 21, 18

Se c’è una cosa su cui mi pare abbia senso interrogarsi, è l’ incredibile presa della religione nel mondo moderno.

Non è una questione banale, tutt’ altro. Che la religione sia anche soltanto sopravvissuta fino ad oggi, già questo appare tutt’ altro che scontato. Il trionfo della ragione sancito dall’ Illuminismo pareva dovesse prima o poi fare piazza pulita della religione, al pari di ogni sorta di credenze o superstizioni (le quali, sia detto per inciso, godono esse stesse di una discreta fortuna ancora oggi). Anticaglie di un tempo che fu, in cui la gente credeva invece di pensare, assurdità non meno assurde della mitologia antica, favole alimentate dall’ ignoranza e destinate ad essere spazzate via dal progresso, dall’ istruzione, dall’ educazione. Questione di tempo, nient’ altro che questo.

Le cose non sono affatto andate in questo modo, è sotto gli occhi di tutti. Sono semmai le ideologie, le pretese scientiste ad essere state spazzate via; ed il mondo non si è affatto trasformato in un luogo di pace e concordia, le guerre divampano oggi più furiose che mai, qualcuno persino parla di “guerra mondiale a pezzetti”, e quel qualcuno è il Papa, cioè il massimo leader religioso.

La novità è che questa non è affatto una novità, da quanti secoli – o millenni – le guerre sono fatte in  nome della religione ? Oggi vediamo la guerra di religione all’ interno dell’ Islam, anzitutto, sunniti contro sciiti, il che vuol dire in primo luogo iraniani contro sauditi, perché non siamo ingenui, sappiamo bene che la politica, il potere, il dominio stanno dietro ad ogni guerra di religione, oggi come cinquecento anni fa.

E poi ci sono musulmani contro cristiani, musulmani contro ebrei, fondamentalisti contro laici, ed ogni possibile combinazione di sfumature contro qualsiasi altra, sempre nel nome di Dio, s’ intende, che poi a ben guardare è proprio lo stesso Dio, grande e misericordioso nonostante gli eccessi dei suoi fans.

Invece dell’ annunciato declino, la religione incontra un successo addirittura crescente. Com’è possibile tutto questo ?

Nel suo ultimo libro (faccio fatica a definirlo “romanzo”), intitolato “Il Regno”, Emmanuel Carrère racconta del suo periodo di fervida conversione religiosa, negli anno ’90. Ed in particolare, racconta della frase che segnò tale conversione, quella che gli aprì gli occhi e gli fece “vedere la luce”. Era la frase che ho riportato in testa al post, tratta dal Vangelo secondo Giovanni. Carrère commenta così:

Penso che dietro ogni conversione a Cristo ci sia una frase e che ognuno abbia la propria, fatta per lui, che lo sta aspettando. La mia e stata questa. Dice, per prima cosa: lasciati portare, non sei più tu che decidi dove andare, e quello che può sembrare un atto di rinuncia può anche essere, una volta mollati gli ormeggi, un immenso sollievo. E ciò che si chiama abbandono, e la mia unica aspirazione era abbandonarmi.

Ma dice anche: ciò a cui ti abbandoni – Colui al quale ti abbandoni- ti porterà dove tu non vuoi. Ed è questa parte della frase che sentivo rivolta a me in modo particolare.

Insomma, a me pare piuttosto evidente quale sia stata la molla della conversione: la volontà di “abbandonarsi”, la resa ad una volontà più alta, il ritrarsi e farsi piccolo.

Il ben più controverso romanzo di Houellebecq ha per titolo “Sottomissione”, che poi è l’ esatto significato del termine Islam. A questo proposito mi torna in mente un’ intervista che lessi molti anni fa, con uno dei primi convertiti all’ Islam, i tempi assolutamente non sospetti, vale a dire il cantante Cat Stevens, che in seguito alla conversione cambierà il suo nome in Yousuf Islam, smettendo poco dopo di fare musica. Dell’ intervista, ricordo Cat/Yousuf esprimere il concetto che “una volta giunto all’ Islam, non hai nessun altro posto dove andare”.

Ad una mente razionale, questo tipo di affermazioni suona scandaloso. Davvero può la sottomissione essere considerata una meta auspicabile, addirittura la condizione più desiderabile per un uomo ? Davvero l’ abbandonarsi, il diminuirsi, l’ obbedire può essere la massima realizzazione personale ? Carrére lo descive così:

Il bisogno di ancorare la propria angoscia ad una certezza; il ragionamento paradossale che fa della sottomissione a un dogma un atto di suprema libertà; la scelta di dare senso a una vita invivibile interpretandola come una serie di prove imposte da Dio.

Assai prima di lui, nel più famoso capitolo dei “Fratelli Karamazov”, Dostoeski fa dire al Grande Inquisitore queste parole:

Non c’è per l’uomo rimasto libero più assidua e più tormentosa cura di quella di cercare un essere dinanzi a cui inchinarsi. Ma l’uomo cerca di inchinarsi a ciò che già è incontestabile, tanto incontestabile, che tutti gli uomini ad un tempo siano disposti a venerarlo universalmente.

Vi sembra che Dostoeski esageri ?

Dal momento che le cose si vedono bene quando le si portano all’ estremo, proviamo a portarle all’ estremo.

In un recente articolo sull’ International New Tork Times, l’ opinionista Roger Cohen si domanda che cosa possa indurre  dei giovani occidentali, per quanto emarginati, ad abbandonare le loro vite ed arruolarsi nelle fila dello Stato islamico, con la prospettiva di partecipare attivamente a combattimenti, stupri, decapitazioni, devastazioni e, con ogni probabilità, morire prematuramente di morte violenta. La solitudine ? L’ alienazione ? E’ evidente che c’è qualcosa di più profondo.

“Forse quel qualcosa è, alla radice, una brama di essere sollevati dal peso della libertà. (…) In questo contesto, l’ Islam radicale offre salvezza, o quantomeno scopo, nella forma di una vita i cui parametri morali sono fissati rigidamente, in cui le abitudini sono prescrizioni, la soddisfazione dei bisogni quotidiani assicurata ed il rigetto della libertà inequivocabile. Eliminando la libertà, lo Stato Islamico solleva da un peso psicologico i suoi giovani seguaci alla deriva ai margini della società europea.”

Personalmente, credo che a questo meccanismo si debba affiancare, con un peso certamente non inferiore, il desiderio di rivalsa, la rivincita violenta, la frustrazione, appunto che abbiamo visto all’ opera nel caso degli autori dell’ attentato a Charlie Hebdo.

E tuttavia, rimane il fatto che il prezzo della libertà è l’ insicurezza, il prezzo dell’ autonomia è la solitudine.

Prendere o lasciare.

Mostrami, o Diva

Sappiamo tutti ormai (più o meno) che “il mezzo è il messaggio”, che nessun mezzo di comunicazione è neutrale e che qualunque forma di trasmissione di un messaggio, da un discorso pubblico ad un tweet, veicola sempre assai più delle sole parole. C’è tutto un modo di predisporre il contesto, di costruire la modalità di ricezione, diversa per ciascun mezzo.

C’è però anche una sorta di interazione reciproca, per cui non solo il mezzo condiziona il pubblico, ma il pubblico a sua volta orienta il mezzo, privilegia quelli che percepisce di volta in volta più affini, e questa affinità varia nel tempo.

Pensiamo ad esempio alla narrazione.

Il raccontare storie risale probabilmente all’ origine della cultura umana, sicuramente precede di molto l’ invenzione della scrittura. Raccontare storie serve. Serve a dare alla comunità un’ identità, attraversi i miti fondativi, serve a dargli regole attraverso il racconto degli dei, serve a garantirne la compattezza attraverso il ricordo delle gesta dei padri e degli eroi, serve a facilitare la socializzazione, serve persino a tramandare il sapere artigianale attraverso la descrizione rituale delle procedure di esecuzione. Si può dire che è il racconto a fare la cultura, piuttosto che il contrario.

E poiché il racconto va tramandato a memoria, la forma che assume alle origini è quella di un canto, accompagnato dalla musica, la cosa più facile da memorizzare che esista.

La narrazione dunque inizia in versi, versi a dire il vero più ritmati che rimati, versi scanditi dagli accenti e regolati nel numero di sillabe. I grandi poemi omerici sono fatti così (“Cantami o Diva…”), e la forma poetica continuerà a dominare la narrazione per molto, molto tempo anche dopo l’ introduzione della scrittura, come sappiamo.

Non che non si scriva in prosa, ma questa rimane a lungo in un ruolo minoritario, in prosa si scrivono fiabe, novelle, racconti, spesso inquadrati in una cornice che li raccolga come nelle Mille e una notte o nel Decamerone.

È solo in tempi relativamente recenti che la narrazione in prosa diventa la forma dominante, attraverso la forma romanzo. Nell’ Ottocento, “Raccontami o Diva” sembra diventare la modalità standard della trasmissione di storie e sempre meno sono coloro che si cimentano nella scrittura di poemi.

Nel Novecento, diventa sempre più importante la forma visuale della trasmissione di storie, una forma per la verità assai antica e mai tramontata, attraverso il il teatro. Nel Novecento però arriva il cinema, che spinge le possibilità di racconto visuale a livelli irraggiungibili nel teatro. Il cinema si presta a raccontare storie come nessun altro mezzo precedente.

All’ ascesa del cinema si affianca gradualmente quella della televisione, e questo sposta ancora di più verso il visuale la forma del raccontare. “Mostrami o Diva” diventa il nuovo verbo.

Sono cresciuto nell’ epoca d’ oro degli sceneggiati televisivi, gli “adattamenti televisivi” dei classici della letteratura, e già il termine “adattamento” fa capire quale fosse ai tempi il rapporto di forze: la letteratura è sovrana, cinema e televisione la “adattano” alle loro possibilità espressive.

Mi sembra che oggi il rapporto di forze stia rapidamente cambiando.

Non mancano, come un tempo, i film – o i telefilm – che si basano sui romanzi di successo, ma il cinema, e la televisione, usano sempre di più soggetti originali, e cominciano a vedersi pubblicati romanzi tratti dalla sceneggiatura di film di successo, un capovolgimento completo rispetto a tempi non troppo lontani. Hunger Games, Twiligt, Game of Thrones, sono tutti esempi di un’ area ibrida i cui non è facile capire da dove si è partiti e dove si è giunti, se dalla narrativa allo schermo o viceversa.

Difficile dire se questa è davvero la modalità del futuro, ma è curioso vedere che scrittori famosi (a partire da Stephen King) abbiano progressivamente spostato il loro interesse verso la produzione di soggetti originali per il cinema o per le serie televisive, piuttosto che adattare le loro opere letterarie preesistenti. Ed è evidente che molti giovani scrittori di talento sono attratti dal mestiere di sceneggiatore.

Questione (anche) di soldi, si capisce, ma questa non è una novità, anche i romanzieri dell’ Ottocento, forti del favore popolare, misero insieme fortune considerevoli.

Ovviamente c’è anche qualche aspetto negativo: mentre il nome dell’ autore di un libro campeggia sulla copertina in dimensiono proporzionali alla sua fama, talvolta maggiori del titolo dell’ opera, raramente il film o la serie televisiva danno lo stesso risalto all’ autore della sceneggiatura, a meno che non si tratti dello stesso regista come (ad esempio) nel caso di Sorrentino.

Ma anche qui, niente di nuovo, o piuttosto trattasi di ritorno alle origini.

Nessuno sa chi abbia scritto i miti, l’ epopea di Gilgamesh o i racconti delle Mille e una notte. E quanto ai grandi poemi omerici, non crederemo davvero che li abbia scritti Omero, tutto da solo, vero ?

Il racconto, ovvero il mondo

“Abbiamo bisogno di grandi romanzi per strapparci alle letture semplificatrici che siamo soliti fare della nostra vita e di quella degli altri.”

A. Finkielkraut

Il senso delle cose non è davvero nelle cose, ma sta nel racconto intorno alle cose. Il mondo in sé è un groviglio inestricabile ed incomprensibile di accadimenti, un intreccio di fatti e persone, di interazioni casuali e non. Dare un senso al mondo è come estrarre un filo di lana dalla matassa e provare a seguirlo, tirarlo piano piano sperando che non si spezzi, provare a dipanare quanto più è possibile quel gomitolo informe.

“Perché questo mondo che ci pare una cosa fatta di pietra, vegetazione e sangue non è affatto una cosa ma è semplicemente una storia. E tutto ciò che esso contiene è una storia e ciascuna storia è la somma di tutte le storie minori, eppure queste sono la medesima storia e contengono in esse tutto il resto.

Quindi tutto è necessario. Ogni minimo particolare. E questa in fondo è la lezione. Non si può fare a meno di nulla. Nulla può venire disprezzato.

Perché, vedi, non sappiamo ove stanno i fili, i collegamenti. Il modo in cui è fatto il mondo. Non abbiamo modo di sapere quali sono le cose di cui possiamo fare a meno. Ciò che può venire omesso. Non abbiamo modo di sapere cosa può stare in piedi e che cosa può cadere.

E quei fili che ci sono ignoti fanno naturalmente anch’ essi parte della storia e  la storia non ha dimora né luogo d’essere se non nel racconto, è lì che vive e quindi non possiamo mai aver finito di raccontare.

Non c’è mai fine al raccontare. (…) tutte le storie sono una cosa sola. Se ascolti come si deve, sono una unica storia.”

 Quale filo tirare, come seguirlo nelle sue involuzioni, è chiaramente una scelta largamente arbitraria. Si può seguire un personaggio, una famiglia, una comunità, si può attraversare un’ epoca oppure una regione. Però, a seconda del filo che si tira, salta fuori una storia diversa, uno sviluppo diverso, un senso diverso, una diversa interpretazione del mondo.

Il compito del narratore non è facile (…) Pare che sia obbligato a scegliere la storia che racconta tra le tante possibili. Ma naturalmente non è così. Al contrario, si tratta di derivarne tante dall’ unica storia (…) poiché non c’è nulla che cada fuori dai suoi confini. Tutto è racconto. Senza alcun dubbio.

Non c’è senso nel mondo ma solo nella sua interpretazione.

Ma allora l’ affermazione, celebre e a prima vista assai sconcertante di Nietzsche, secondo cui non ci sono fatti ma solo interpretazioni, potrebbe essere intesa, io credo, anche così. Non c’è senso nel mondo ma solo nella sua interpretazione, appunto.

Gli atti esistono se esiste un testimone. Senza un testimone, chi ne può parlare ? In ultima analisi si potrebbe perfino dire che l’  atto non è nulla e che il testimone è l’ unica cosa che conta.

Perché se ne possa trarre un senso, è comunque necessario che una storia arrivi alla fine, si concluda, che senso ha una storia rimasta a metà, o un film interrotto ? Il senso di una storia lo si coglie solo quando quella storia è conclusa, finché non si arriva alla fine potrebbero ancora esserci colpi di scena, svolte narrative in grado di capovolgere tutto il racconto precedente.

Questo costringe dunque il narratore a ritagliare una porzione dal cuore delle cose, isolarne una parte che possa stare in piedi da sola, che possa essere osservata da tutte gli angoli come una scultura, un oggetto. Una storia. Anche chi voglia dare il senso della propria esistenza, in realtà lo fa narrandola, raccontandola come se avesse uno sviluppo coerente dall’ inizio alla fine. Autobiografia.

(…)nessuno può comprendere la propria vita finché questa non è terminata, ma a quel punto com’ è possibile fare ammenda ? (…) la lezione di una vita non può mai appartenere a quella vita. Solo il testimone ha il potere di valutarla. E’ vissuta per l’ altro soltanto.

In principio fu il racconto. E pure alla fine.

 

Nota: tutte le citazioni all’ interno del post sono tratte da Cormac McCarthy – Oltre il confine.

 

Etologia del furbo

 

La notizia che l’ Italia aggiunge ai non pochi primati negativi che già detiene anche quello del monopolio mondiale di fatto della produzione di banconote false (quota di mercato stimata fra l’ ottanta ed il novanta per cento) porta di per sé a qualche riflessione. Senza contare l’ asserita finezza dell’ aver spacciato in Germania una banconota da 300 €. Suona di bufala e spero tanto che lo sia.

Siamo il Paese dei furbi, verrebbe da dire, record atavico da cui ne derivano, come corollari d’ un teorema, molti di quei primati di cui preferiremmo non vantarci. Record che viene da lontano, peraltro,i padri dei padri dei nostri padri onoravano l’ astuto Ulisse come un “eroe dal multiforme ingegno”,e sull’ Odissea modelliamo da millenni ogni romanzo “on the road”.

Una vera condanna sociale della furbizia, insomma, non c’è mai stata, è rimasta un po’ nel limbo, una di quelle doti che – nel giudizio comune – un po’ è meglio avere. Questione di misura, più che altro, non tanto di principio, il vero problema semmai sono i “troppo furbi”. Un po’ di condiscendenza c’è, ammettiamolo.

Ora, la parola “furbo” ha un’ origine un po’ incerta. Per molto tempo è stata fatta risalire al francese “fourbir”, che significa “ripulire”, da cui proviene l’ italiano “forbito”. Ripulire cosa ? Le tasche del prossimo, dicevano i linguisti. Più recentemente pare trovare favore la tesi che la parola venga in realtà dal latino “fur” attraverso un italiano antico “furvus” che significava “oscuro”. Ma “fur” in latino vuol dire “ladro”, ha un evidente legame con la parola “furto” (cosa che certamente riesce meglio nell’ oscurità), per cui, da qualunque lato lo si guardi, quello che emerge è che il furbo è sostanzialmente un ladro, uno che si appropria di ciò che non gli spetta, l’ etimologia non mente mai.

Altro che condiscendenza !

Molti anni fa un serissimo economista, il prof. Carlo Cipolla pubblicò in un piccolo libro di tono scherzoso (“Allegro ma non troppo”) una Teoria Generale della Stupidità Umana che in realtà a me pare una geniale analisi sociologica. Nell’ elaborare la sua teoria, il prof. Cipolla parte dall’ analisi delle interazioni umane dal punto di vista del vantaggio o svantaggio che ogni individuo arreca a sé e agli altri attraverso quella interazione. Il piano cartesiano delle interazioni mostra dunque quattro settori. Il primo (+,+) in alto a destra contiene le interazioni in cui un individuo consegue il proprio utile senza danneggiare, o addirittura avvantaggiando gli altri. E’ il quadrante dei comportamenti (e delle persone) Intelligenti. Nel quadrante adiacente (-,+) in alto a sinistra l’ individuo fa del bene agli altri ma ci rimette. È il quadrante degli sprovveduti, altrimenti detti sfigati, ingenui, i senza-speranze. Ci metterei “ad honorem” il fortunato possessore della banconota da 300 euro di prima.

Il terzo quadrante (+,-) è il campo d’ azione di chi pur di perseguire il proprio utile danneggia il prossimo. Qui ricade il delinquente, il bandito, ma anche, naturalmente, il furbo. Non c’è modo di distinguerli, se ci pensiamo bene. E’ il regno dei malviventi,ma anche degli evasori, per esempio, nonché (menzione d’ onore della giuria) dello spacciatore del mitico biglietto da 300 €. Infine il quarto quadrante (-,-) in basso a sinistra è quello di chi, secondo l’ immortale definizione del prof. Cipolla, “causa un danno ad un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé od addirittura subendo una perdita”, cioè dello stupido. Ora, dal momento che “La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della persona stessa”, si capisce bene sia la pericolosità della categoria sia che dagli stupidi è davvero difficile difendersi.

Ma che dire dei furbi ?

Qui entra in gioco l’ etologia. Immaginiamo una comunità umana inizialmente priva, completamente priva di malintenzionati. Conterrà un mix di persone intelligenti, sprovveduti e stupidi, ma nessun bandito. In una comunità del genere, un furbo avrebbe moltissimo da guadagnare. Essendo la furbizia sconosciuta, nessuno di fatto predispone difese e di conseguenza, in quel tipo di comunità, fregare il prossimo è facile ed essere furbi conviene assai; non passerà molto tempo prima che i furbi comincino ad affiorare.

Il successo genera emulazione, ed ecco che la furbizia si diffonde come un virus. Ma, si sa, ogni virus innesca la produzione di anticorpi, e così gli intelligenti per primi cominciano a predisporre contromisure, controlli, leggi, procedure atte a rendere la vita difficile ai banditi. Ma c’è di più. All’ aumentare del numero cresce anche la probabilità che, nelle sue interazioni quotidiane, un furbo si imbatta in un altro furbo, e la loro interazione, nel nobile tentativo di fregarsi a vicenda, facilmente precipita verso il quarto quadrante…

Insomma, è normale che nelle nostre imperfette comunità umane ci siano anche furbi e banditi, ma ogni comunità tende a raggiungere un equilibrio, più o meno stabile, tra le varie componenti. Ma dove è collocato, questo punto di equilibrio, quanti furbi contiene il “giusto mix” ?

Questo dipende. Dipende sostanzialmente dal grado di accettazione, di tolleranza, di condiscendenza che la furbizia riscuote in quella particolare comunità. E da questo punto di vista, come dicevamo all’ inizio, noi non siamo messi benissimo…

Se in America un evasore fiscale va in galera senza se e senza ma, se in Gran Bretagna un ministro si dimette per aver raccomandato il permesso di soggiorno della propria colf, o addirittura in carcere per aver detto che una multa per eccesso di velocità l’ aveva presa la moglie e non lui, qui da noi è tutto un distinguere, un gridare alla persecuzione, un giustificarsi, un invocare la necessità, insomma… ci siamo capiti.

E dunque, dovendo convivere con un alto tasso di furbizia “tollerata”, eccoci alle rese con normative stringenti, adempimenti deliranti, cavilli cervellotici, cartelle pazze, redditometri improbabili, leggi su leggi che servirebbero – in teoria – a proteggere gli onesti ma che, spesso redatte dai furbi a proprio vantaggio, riescono solo a rendere la vita impossibile a tutti gli altri. La condiscendenza verso la furbizia trascina l’ intera società verso la Stupidità.

Il furbo danneggia anche te. Digli di smettere.

Essere o non essere (felici e contenti)

I filosofi hanno un problema con la felicità, io credo. Ne parlano piuttosto malvolentieri, e con evidente imbarazzo, come se non sapessero da che parte cominciare. Sentite Kant:

“Il concetto di felicità è indeterminato a tal punto che, nonostante il desiderio di ogni uomo di raggiungerla, nessuno è in grado di determinare e dire coerentemente che cosa davvero desideri e voglia” (Fondazione della metafisica dei costumi).

Io immagino che ci siano diverse ragioni per questo imbarazzo.

Anzitutto, c’è la vecchia storia di Qohelet, ovvero l’ Ecclesiaste per i più tradizionalisti.

“Ho interrogato la sapienza e la scienza,
la stupidità e la follia ed ho capito che
anche questo è un affaticarsi in vano.
Dove c’è molta sapienza c’è molto tormento
e chi accresce il sapere aumenta il dolore

Insomma, più si sa, più si impara delle cose del mondo e più ci si ritrova disillusi, senza speranze trascendenti, senza fedi consolatorie. È vero. Da Socrate a Leopardi, passando per Montaigne, molti hanno testimoniato quanto il sapere sia, a dir poco, destabilizzante.

Ma allora, per essere felici è meglio rimanere ignoranti ? Questa è un’ affermazione che nessun filosofo sarebbe davvero disposto a sottoscrivere. Imbarazzante, no ?

Poi c’è il fatto che la felicità è una di quelle cose che è più facile definire al negativo, che al positivo, è più facile dire che la felicità è assenza di dolore, di preoccupazioni, di paure o di desideri, ma questo equivale a dire ciò che la felicità NON è (dolore, paura, mancanza) piuttosto che ciò che è. Un concetto alquanto indeterminato, come lamenta Kant. Fastidioso, direi.

Un’ altra difficoltà sta proprio in quell’ “assenza di desideri”, o se vogliamo dire altrimenti, “pieno appagamento del desiderio”. Questo, per chi conosca un po’ la natura umana (ed i filosofi si suppone che la conoscano) è un problema davvero insormontabile, perché un uomo veramente privo di desideri non lo si è mai visto. La felicità dovrebbe rappresentare uno stato in cui non si ha nessun posto dove andare, altro non resta che rimanere lì a godersela. Ed è esperienza comune che quando un desiderio, diciamo pure un desiderio importante viene esaudito, si raggiunge una condizione che potremmo pure definire di felicità. Ma è altrettanto esperienza comune che questa condizione non è permanente, piano piano l’ entusiasmo si smorza, il risultato ottenuto viene per così dire metabolizzato e si comincia a guardarsi intorno in cerca di qualcos’ altro. Saliti sulla vetta, ci si sente felici, si ammira il panorama, ma dopo un po’ ci si convince che è ora di scendere.

Insomma, l’ uomo è per natura essere desiderante, e la cessazione del desiderio ha un carattere esclusivamente transitorio. Del resto, è storia vecchia, l’ amore è mancanza e ama ciò che non si ha, e riguardo a ciò che si ha, in realtà si vuole soltanto essere rassicurati del fatto che questo bene continui ad esserci nel futuro. Si desidera, appunto. E questo significa, a voler essere coerenti e consapevoli, che nel momento in cui la felicità si raggiunge, immediatamente la si perde, se non altro per il semplice dubitare di poter permanere a lungo in quello stato. Non appena raggiunta la felicità, ce ne troviamo allontanati.

Felicità e divenire umano, insomma, appaiono inconciliabili.

Non dovrebbe essere così, se guardiamo all’ etimologia della parola. “Felix”, infatti, significa fertile, terreno buono da coltivare, terreno su cui ciò che si semina cresce e dà frutto. Tutto, insomma, fuorché una parola della staticità, dell’immutabilità.

Ma se felice è un campo fertile che dà frutto, allora è evidente che quella felicità non è autocentrata, stazionaria, è una felicità che punta al futuro, si espande, muta. Cresce. Una felicità dinamica.

Quando pensiamo alla felicità in termini statici, stazionari, in realtà non pensiamo davvero, in quelle condizioni, di poter essere davvero felici. Pensiamo piuttosto di poter essere contenti. Perseguiamo la contentezza, non la felicità.

Non è la stessa cosa.

È vero che i due termini vanno spesso a braccetto, non c’è fiaba che non si concluda con la rassicurazione che, dopo tanto patire, i protagonisti “vissero felici e contenti”. Tuttavia, le due parole non sono affatto intercambiabili, al contrario.

Contento viene dal latino “contentus”, corruzione di “contenutus”. Chi è contento basta a se stesso, insomma, è contenuto nella sua sfera vitale e non ha alcuno stimolo ad uscirne, ad espandersi, a mutare ed essere “fertile”. E’ imbozzolato, e si “accontenta”.

Che sia felice, però, non ci giurerei.

C’era una volta un Paese

C’era una volta un Paese chiamato Italia. Anzi, a dire il vero ancora c’è, sempre che ci intendiamo sui termini, che di solito quanto più sono d’ uso comune e tanto più diventano scivolosi come gradini di marmo consunti.

Che cos’è un Paese ? Direi che è prima di tutto un’ “espressione geografica”, un territorio più o meno vasto, ininterrotto, considerato come un’ entità autonoma. Se accettiamo questa definizione, dunque, il Paese Italia c’è ancora, ha confini certi e stabili ormai da parecchio tempo, e soprattutto indiscussi, nessun territorio soggetto a controversie, nessuna disputa di confine. Il Paese Italia indiscutibilmente c’è, benché per una certa frangia dei suoi cittadini, questa non sia una buona notizia.

Oltre che un Paese, l’ Italia è uno Stato, e qui la materia si fa già più spinosa. Infatti uno Stato è fondamentalmente un’ istituzione, il risultato di un patto, di un contratto sociale tra i cittadini, un “oggetto sociale” lo chiamerebbe qualcuno. Le caratteristiche di uno Stato sono di essere indipendente (e qui ci siamo), centralizzato e coordinato tra le sue parti, e qui ci siamo assai meno perché le diversità di funzionamento della macchina statale tra le diverse regioni sono macroscopiche, e l’ impressione è che con la scusa del federalismo le differenze si siano pure accentuate, invece che ridursi, con gran gusto della frangia di prima.

Lo Stato è, etimologicamente parlando, “ciò che sta”, saldo e fermo, senza vacillare, e con le buone o con le cattive impone il rispetto delle regole a tutti i cittadini, indistintamente. E qui si vede subito che lo Stato italiano, altro che saldo, paurosamente vacilla, tra regole che valgono e non valgono, norme che si contraddicono, abusatori condonati, innocenti perseguitati, evasori scudati, inconsapevoli stangati, rei prescritti e reati depenalizzati, condanne indultate e reati amnistiati. Tutto opinabile, altro che incontrovertibile.

Lo Stato esercita (o dovrebbe esercitare) il monopolio della forza allo scopo di difendere i cittadini onesti, e nessun altro all’ interno del Paese può esercitare la violenza, e andate a raccontarlo a mafiosi e camorristi se siete capaci. Ma soprattutto, lo Stato è governato da un governo e amministrato da un’ amministrazione, una burocrazia che dovrebbe assicurare quell’ uniformità impersonale di cui si parlava prima. Ora, di governi in Italia ne abbiamo avuto (se non ho sbagliato il conto) 57 in 56 anni, non esattamente un miracolo di stabilità. Nello stesso periodo, per dire, in Germania i governi sono stati 22 ed in Gran Bretagna 14. Di burocrazia, invece, direi che non ce ne siamo fatta mancare, e fra le due cose un legame c’è, perché quanto più la politica è debole e tanto più l’ amministrazione, lasciata a se stessa diventa ipertrofica, autoreferenziale. Si allarga, si espande, si dilata, si moltiplica, diventando sempre più ossessiva, invadente ed al tempo stesso inefficiente. Tutto viene in mente al burocrate fuorché il fatto che il cittadino che a lui si rivolge è in ultima istanza il suo datore di lavoro.

Insomma, possiamo concludere che anche lo Stato italiano, oltre al Paese, esiste, benché il più delle volte non ci sia tanto da vantarsene. Oggi la rete consente di sapere facilmente come gli altri ci vedono, e cosa pensano di noi. Siti per espatriati, blog di studenti stranieri, guide al “living in Italy” sono concordi nel dire che l’ amministrazione pubblica in Italia scoraggerebbe pure Kafka, e che l’ Italia, pur essendo un buon Paese dove vivere, non è un posto dove si possa fare conto sulle infrastrutture. Sullo Stato.

E che dire infine della Nazione Italia ? Esiste o no ?

Nazione è un concetto serio, altro che storie. Nazione vuol dire comunità. E benché Stato e Nazione vengano spesso usati come sinonimi, in realtà sinonimi non sono, se esistono nazioni senza Stato (per millenni lo sono stato gli ebrei, oggi lo sono, ad esempio, i curdi), e Stati che ospitano più nazioni (fiamminghi e valloni in Belgio, ad esempio, o la Gran Bretagna che riunisce inglesi, scozzesi, gallesi e parte degli irlandesi). Nazione viene da “nascere”, è l’ insieme delle persone nate in un certo Paese, e comunità viene da “munus”, dono o debito, per significare che in una comunità tutti hanno legami reciproci di dare e avere. C’è il senso del noi nel concetto di nazione, qualcosa che unisce le persone, che sia lingua, storia cultura, mito, religione, etnia, tutto fa brodo, non ci sono ricette fisse, basta che ci sia qualcosa a fare da collante, e che funzioni. La Svizzera è indiscutibilmente una nazione da secoli, benché abbia quattro lingue, ed anche gli Stati Uniti sono indiscutibilmente una nazione, pur essendo multietnici per eccellenza. Nel loro caso è la Costituzione a fare da collante, tanto che al momento di acquisire la cittadinanza americana, due sono gli esami da superare: conoscenza dell’ inglese e conoscenza, appunto, della Costituzione americana. Non gli serve sapere altro.

E l’ Italia ? Cosa tiene insieme l’ Italia ?

Qui il discorso si complica, l’ idea di nazione è affine a quella di società, una comunità regolata da usi, costumi, tradizioni quelli che gli antichi chiamavano “mores” e da cui trae origina la parola “morale”. Insomma, c’è una nazione se c’è un collante dello stare insieme, se c’è una comunanza di cultura, religione, usi, costumi, tradizioni, una comunanza etica, se vogliamo usare questo termine impegnativo, un modo di intendere il mondo e la vita.

Tutto questo è chiaro non appena cerchiamo di farci un’ immagine mentale di cosa intendiamo per “nazione tedesca”, o “nazione francese” o “nazione americana”. Quello che ci viene in mente sono sempre valori, stereotipati, forse, ma pur sempre valori condivisi che vanno dal “liberté egalité fraternité” a ”Dio, Patria e torta di mele”, magari. Sappiamo, o almeno pensiamo di sapere cosa si intenda per “american way of life” o quando si dice “fare le cose alla tedesca”.

Che vuol dire allora “all’ italiana” ? Cosa viene in mente a chi cerchi di farsi un’ immagine della nazione italiana ? Anche qui, basta farsi coraggio e azzardare un giro per la Rete. Per quanto gli italiani appaiano a chiunque gente generosa ed ospitale, il giudizio complessivo è impietoso: istintivi e disorganizzati, anarchici, immorali, edonisti, ritardatari cronici, mammoni. Furbi certamente, e specialisti dello scaricabarile. Creativi, certo, spesso persino geniali, se presi uno alla volta, ma nel loro complesso gente poco responsabile, a cui non affideresti nessuna faccenda importante che ti riguardi. Stereotipi anche questi ? In certa misura sì, certo, ma è come se l’ essenza della nazione italiana venisse universalmente percepita proprio come il suo non essere nazione, la mancanza di una responsabilità collettiva (e spesso anche individuale).

Sulle origini storiche di questa sindrome ci sarebbe troppo da dire. Prescindendo dall’ antica Roma, si deve riconoscere che l’ Italia fu una delle prime “Nazioni”, così definita negli atti del Concilio di Costanza a metà del Quattrocento. Una lingua comune, una letteratura, un’ arte che fra il Quattrocento ed il Cinquecento furono la meraviglia d’ Europa.

Che è successo, dopo ? Qualcuno dà la colpa alla Controriforma, al ripiombare sotto l’ ala protettiva ed asfissiante, ma anche de-responsabilizzante, della madre Chiesa, e della sua morale gesuitica. Altri dicono che l’ Italia perse l’ occasione di diventare Stato-Nazione come Francia, Spagna, Inghilterra, Olanda e rimase bloccata, frantumata e terreno di caccia per le potenza straniere.

Troppo lungo addentrarsi nel discorso, ho già abusato della pazienza dei viandanti. Come che sia, di mancanza di “spirito nazionale” parlava ancora Leopardi nel suo celebre “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani” nel 1824.

“Il popolaccio italiano è il più cinico di tutti i popolacci. “

“Gli usi e i costumi in Italia si riducono generalmente a questo, che ciascuno segua l’uso e il costume proprio, qual che egli si sia.”

Non molti anni dopo giungerà il Risorgimento, e con esso la sospirata unità politica. Ciononostante, centocinquant’ anni dopo, un critico come Montanelli ripeterà più o meno gli stessi concetti.

“Anche quando avremo messo a posto tutte le regole, ne mancherà sempre una: quella che dall’interno della sua coscienza fa obbligo a ogni cittadino di regolarsi secondo le regole.”

” un gregge di pecore indisciplinate che credono di affermare il loro ribelle individualismo non rispettando il semaforo rosso”

È questa, null’ altro che questa, l’ eterna “questione morale” che da secoli ormai ci sta davanti, e della quale  non riusciamo a venire a capo, oggi meno che mai.

Il tempo, la perdita


“Amare il mondo sapendo quanto esso sia sempre precario e irrecuperabile, e sapendo che si può comprenderlo soltanto nella perdita, non è terribile.” W. Berry – Jayber Crow

“Che cos’è dunque il tempo? Quando nessuno me lo chiede, lo so; ma se qualcuno me lo chiede e voglio spiegarglielo, non lo so”. Così esprimeva Agostino tutta la sua frustrazione nei confronti di questo inafferrabile elemento. Qual’ è l’ essenza del tempo, la sua qualità distintiva ? Personalmente, non trovo altra risposta che l’ irreversibilità, il fatto ineluttabile che esso, il tempo, solo in una direzione va, e non nell’ altra.Non è forse questo, il vero punto ?

Lo spazio non ha questa qualità, lo spazio noi lo percepiamo simmetrico ed indifferente, una strada la si può percorrere in un verso oppure nell’ altro, ci si può muovere in avanti oppure indietro, verso l’ alto o verso il basso, non c’è alcuna differenza. Lo spazio è isotropo, dicono i dotti, ha le medesime proprietà in ogni direzione.

Il tempo no, non è così, chiunque osservi un filmato fatto scorrere all’ indietro si accorge subito che qualcosa non va, nella realtà certe cose non succedono, non perché siano impossibili ma perché, semplicemente, non è così che va il mondo. La freccia del tempo si muove in una direzione soltanto, sempre e solo in avanti, ed è proprio questo ciò che contraddistingue il tempo. Ma perché è così ?

Il motivo sta nella irreversibilità dei fenomeni reali. La meccanica classica, quella che si studia alle scuole medie è fatta di palle di biliardo e pendoli perfetti, basta colpire la biglia e questa prende a muoversi, di moto rettilineo uniforme per tutti i secoli a venire, in una direzione piuttosto che l’ altra poco importa. Il pendolo pendolerà in eterno, oscillazioni sempre uguali a se stesse, in un verso o nell’ altro, non c’è trucco e non c’è inganno, nulla si crea e nulla si distrugge in eterno. Non c’è modo di stabilire se il film è proiettato al contrario.

Ma nella vita reale le biglie rallentano ed i pendoli si smorzano, questa è la triste verità, nemmeno poi tanto triste quando capita di dover inchiodare l’ auto in autostrada… Il mondo funziona così perché nel mondo reale intervengono fenomeni che reversibili non sono, e simmetrici nemmeno, la resistenza dell’ aria sempre si oppone al moto, sia in una direzione che nell’ altra, e così fa l’ attrito, ci sono cose nel mondo reale che si oppongono sempre e non aiutano mai, ed anche persone, direte voi, ecco perché il moto perpetuo non esiste, benché qualche entusiasta inventore dilettante continui di tanto in tanto a pretendere il contrario.

Non c’è nulla di perfetto a questo mondo, in tutte le trasformazioni si perde qualcosa, ed è proprio l’ irrevocabilità di questa perdita a generare il senso del tempo, la percezione che la sua freccia vada sempre e solo in avanti, che il film ha un verso giusto e uno sbagliato.

Lo so, lo so, il tempo è anche nascita, crescita, gioia, fioritura, il tempo è vita insomma, vita nel suo senso più pieno. Guadagno dunque, e non solo perdita. E allora come la mettiamo ?

La mettiamo che la vita, se proprio devo dirlo, è contraddizione apparente, e soltanto apparente, al principio universale della perdita, falsa eccezione che conferma la regola, ecco cos’è. La vita è materia che si organizza, va bene, è materia che passa dal caos alla struttura, dal disordine all’ ordine, non è forse questo ? E dunque non si potrebbe altrettanto sostenere che il tempo è guadagno, acquisizione di qualcosa che prima non c’ era, crescita, fertilità, progresso in tutti i sensi ? Sarebbe davvero bello poterlo dire.

La realtà tuttavia è che gli esseri viventi sono ciò che i termodinamici chiamano “strutture dissipative”, sistemi che possono esistere solo attraverso un continuo scambio di materia ed energia con l’ ambiente circostante, scambio che per un essere vivente significa sostanzialmente metabolismo, mangiare e respirare, respirare e mangiare. Due attività attraverso le quali, lo si capisce facilmente, gli esseri viventi introducono nell’ ambiente circostante un certo disordine, o meglio, distruggono ordine, a cominciare dall’ ordine delle strutture di cui si cibano…

È questo il prezzo da pagare, ogni costruzione di ordine è costruzione locale ottenuta al prezzo di un maggior disordine circostante, il prezzo della vita è la morte inflitta, di modo che l’ insieme dell’ essere vivente e del suo ambiente si muova complessivamente nella direzione del maggior disordine, della perdita complessiva, secondo la freccia immutabile del tempo. così va il mondo.

L’ essenza del tempo è la perdita, è questa la dura lezione del mondo, e questa percezione più o meno chiara e distinta è quella che genera, in chi la percepisce, la profonda e dolcissima malinconia del vivere.

Scintille.