Ad Occidente di che ?

“Le spirali! Le spirali! Vecchio Volto di Pietra guarda avanti:

Cose troppo a lungo pensate non possono più esserlo.

La bellezza muore di bellezza, il valore  di valore,

Ed i lineamenti antichi si cancellano.”

W. B. Yeats

Ciò che è definito è definito – sempre – in rapporto a qualcos’altro. Non ci sarebbe la parola “giorno” se non esistesse la notte. La contesa è la madre di tutte le cose, insegnava già Eraclito ventisette secoli or sono.

E dunque Occidente si oppone ad Oriente, nella storia. Un’ opposizione geografica, naturalmente, ma anche una contrapposizione culturale ed ideologica. Un’ opposizione che si può far risalire, come minimo, alle guerre dei Greci contro i Persiani, il casino delle polis contro l’ imperialismo del Gran Re. Una contrapposizione che si rafforza nel corso del tardo Impero Romano, c’è quello d’ Occidente e quello d’ Oriente, per l’ appunto, è da lì in avanti è tutto un fronteggiare una varietà di Orienti, unni, saraceni, mongoli, turchi. C’ era poi l’ Oriente estremo, quello più lontano, di cui molto si favoleggiava e poco si sapeva, a parte le merci esotiche e qualche invenzione, come la bussola o la polvere da sparo, di cui fu peraltro l’ Occidente a comprendere e sfruttare in pieno la micidiale efficacia.

È ovvio che mentre i Turchi assediavano Vienna era piuttosto facile comprendere la distinzione – e la contesa – tra Oriente ed Occidente. In tempi più recenti, lo stesso schema di contrapposizione è stato utilizzato per interpretare la guerra fredda, lo scontro con il blocco comunista, ma era una forzatura, il comunismo stesso è un prodotto del pensiero occidentale, creato da un filosofo tedesco erede dell’ idealismo hegeliano, rifugiatosi a Londra dopo aver girato mezza Europa. L’ Oriente non c’entra nulla, la contrapposizione fra capitalismo e comunismo è tutta interna all’ Occidente.

Quanto diverso sarebbe stato il nostro destino se i Persiani avessero avuto la meglio a Maratona, gli arabi a Poitiers o i turchi a Lepanto, questo si può intuirlo, ma oggi, in che senso si parla di Occidente, ed a quale “non Occidente” lo contrapponiamo ?
Se pensiamo all’ Estremo Oriente di oggi, Cina, Giappone, ma anche le cosiddette tigri asiatiche, Taiwan, Corea del Sud, Singapore, troviamo paesi ampiamente occidentalizzati, che dialogano con l’ Europa o con gli USA sulla base di principi economici del tutto omogenei, così come accade per India, Thailandia o Filippine. C’è competizione economica, certo, ma nessuna vera contrapposizione ideologica.
E allora, dove passa oggi il confine tra Occidente e ciò che Occidente non è ?

Se proviamo oggi ad elencare i “valori occidentali”, vengono subito in mente la libertà individuale, l’ uguaglianza di diritti, la democrazia parlamentare, lo Stato laico, la parità della donna, e così via. Non a caso ho precisato “oggi”, perché l’ elenco precedente avrebbe di sicuro fatto inorridire Augusto, Carlo Magno, il Re Sole o Federico II, così come sarebbe inorridito praticamente qualunque sovrano nella millenaria storia d’ Occidente. L’ Occidente è una sorta di costruzione mentale, un “work in progress” e ciò che intendiamo oggi con questo termine è una composizione di idee che prendono forma negli ultimi secoli, si affermano con l’ illuminismo e diventano di dominio pubblico dopo la Rivoluzione Francese. Novità fresche di giornata, rispetto ad una storia di tre millenni. Idee in movimento, prodotti di un’ evoluzione culturale. A comporre il quadro, occorre come minimo aggiungere la razionalità scientifica che si manifesta nel progresso tecnologico, ed un’ economia di tipo capitalista ormai di fatto senza accettata da tutti.

Questo dunque, piaccia o no, è l’ Occidente oggi, libertà più diritti più tecnologia più capitalismo. Non che sia un panorama omogeneo, ovviamente, né tutti i Paesi che associamo all’ Occidente manifestano allo stesso modo tutte le caratteristiche elencate, ma insomma, grosso modo l’ Occidente è questa roba qui. Naturalmente, rimane la domanda di prima: che cosa, oggi, è “non Occidente ?”

La prima risposta che viene alla mente è, naturalmente, l’ Islam, sulla base di una contrapposizione che appare a prima vista di natura prettamente religiosa. A guardare più da vicino, però, ci si rende conto che la realtà è un po’ più complessa. Islam, cristianesimo, ebraismo com’ è noto sono dette “religioni del Libro” in quanto condividono l’ Antico Testamento; l’ islam condivide col cristianesimo anche il Nuovo, pur “declassando” Gesù a penultimo dei profeti. Che Dio sia grande lo affermano tutt’e tre, spirito missionario e volontà di proselitismo non sono certo mancate al cristianesimo, così come le lotte interne feroci tra chiese e tradizioni diverse.
Dove realmente la linea di frattura è netta è semmai la pretesa che la legge religiosa debba valere anche come legge dello Stato, essere tradotta in norme vincolanti per tutti, credenti o meno. Questo è ciò che propriamente viene definito “integralismo”: considerare stato e religione come un tutt’ uno. L’ integralismo è in parte indotto dalla struttura stessa del Corano, che spesso è prescrittivo, identifica categorie di reati e prevede le relative pene. L’ integralismo non è stato estraneo alla storia dell’ Occidente, ma a me pare ormai metabolizzata l’ idea che la religione non vada imposta e che lo Stato debba mantenersi il più possibile neutrale, “laico” e trattare i propri cittadini senza fare differenze di razza, lingua e – appunto – religione. Non è così da sempre, anche la separazione dei poteri è un’ idea illuminista, ma a ben vedere già ai tempi della contesa medievale tra papato ed impero i sovrani avevano sviluppato l’ idea che, dopo essere stati doverosamente incoronati per grazia di Dio, dovessero poi essere lasciati liberi di agire senza troppe interferenze. Date a Cesare quel che è di Cesare è sempre stata una delle frasi più citate dei Vangeli.

E dunque, una linea di frattura autentica fra ciò che è Occidente e ciò che non lo è l’ abbiamo trovata. È una frattura superabile ? Difficile da dire, le opinioni su questo divergono animatamente, ma proprio su questo, io credo, si gioca la cosiddetta sfida dell’ integrazione. La laicizzazione dunque, il richiamo della libertà contro quello della purezza.

E tuttavia, a mio modo di vedere, altri pericoli incombono su questo nostro Occidente che forse, in qualche modo, si trova oggi a fronteggiare se stesso in una sorta di estrema sfida finale.

Sono pericoli tutti interni, infatti, sono quelli che i marxisti di una volta chiamavano “le contraddizioni interne del capitalismo”. Le spiega bene Yuval Harari nel suo saggio “Sapiens”. Per comprendere la storia economica moderna ed il vero ruolo dell’ economia, dice, “quello che bisogna veramente tenere a mente è una parola sola. Questa parola è ‘crescita’. (…) Ciò che consente alle banche, e all’ intera economia di sopravvivere e prosperare è la nostra fiducia nel futuro”. Circa cinquecento anni fa, infatti, “le persone cominciarono a concordare sul fatto di rappresentare beni immaginari – beni che al presente non esistono – con una speciale forma di denaro che chiamarono ‘credito’.(…) Si fonda sul presupposto che le nostre risorse future saranno sicuramente molto più abbondanti delle risorse attuali”. Ciò che rese possibile questa nuova prospettiva fu il progresso. “Nel corso degli ultimi cinquecento anni l’ idea di progresso convinse la gente a riporre sempre più fiducia nel futuro. Questa fiducia fu l’ origine del credito; il credito portò vero sviluppo economico, e lo sviluppo economico rafforzò la fiducia nel futuro aprendo la strada alla possibilità di avere ancora più credito”.

È ovvio che l’ idea di una spirale che cresce all’ infinito è contro natura. Ogni tipo di crescita prima o poi si arresta. Nel corso della storia moderna, tuttavia, la tecnica è sempre riuscita ad inventare qualcosa che ha cambiato lo scenario, aumentando appunto la disponibilità di risorse: la macchina a vapore, il treno, il motore a combustione interna, l’ aereo, il computer, eccetera eccetera. Ma naturalmente non è detto che questa scommessa, la cui posta si alza continuamente, possa essere sempre vinta anche in futuro.

E nemmeno è detto che questa attività che cresce esponenzialmente non finisca con l’ alterare qualche equilibrio fondamentale del nostro pianeta.

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Un solo Dio, al massimo due

 

Intorno al 1350 a. C., il faraone in carica, Amenofi IV, della XVIII^ dinastia, ebbe un’ idea assai balzana.

Siamo al centro della storia egizia, nel pieno di quello che viene definito Nuovo Regno. L’Egitto esisteva come entità statale da oltre duemila anni, ed in duemila anni, pur in una società allergica a cambiare, di cose ne succedono tante. Ma una pensata come quella di Amenofi IV non si era mai sentita. In breve, il faraone aveva deciso che era tempo di farla finita con tutta quella parata di divinità, Osiride, Iside, Seth, Horus e soprattutto Amon, il più grande di tutti, ed era ora di riconoscere che di Dio ce n’era uno solo: Aton, il Sole. Un unico Dio di cui lui stesso, il faraone, era figlio unico e legittimo, neanche a dirlo.

I sacerdoti dovettero pensare che il faraone era uscito pazzo, e ne ebbero conferma quando Amenofi IV decise addirittura di cambiare nome in onore del Dio, facendosi chiamare Ekhnaton. E tuttavia i sacerdoti dovettero chinare la testa ed obbedire tacendo, chiusero i templi di Amon e si misero di buona lena a scalpellarne via il nome dai monumenti delle precedenti amministrazioni. Potevano solo sperare che Aton, o chi per esso, chiamasse presto a sé il faraone pazzo. Quando questo finalmente avvenne, tutto tornò come prima, i vecchi dei riabilitati, i templi rimessi a posto, i culti ripristinati ed il nuovo faraone sul trono col rassicurante nome di TutankhAMON.

Di Amenofi IV/Ekhnaton non rimase nulla, venne proibito persino pronunciarne il nome, e credo sia la prima “damnatio memoriae” della Storia.

Per quanto ne sappiamo, la bislacca idea di Amenofi IV rappresenta la prima di una forma di monoteismo di cui resti traccia. Si trattava probabilmente di un monoteismo imperfetto, Amenofi IV non ebbe la forza di spazzare via tutto il pantheon, altri dei sopravvissero subordinati, ma era un inizio. Del resto, ben altri monoteismi danno tuttora spazio a Santi, Madonne, angeli e diavoli, non è così ?

Fu una comparsa effimera, come abbiamo detto, ma forse non del tutto. Parecchi studiosi, a cominciare da Freud, ipotizzarono che Mosè possa essere stato un sacerdote di Ekhnaton, fuggito dopo la restaurazione, è che il monoteismo ebraico abbia origini egizie. Probabilmente non è vero, persino sulla storicità di Mosè ci sono dubbi, ma è certamente un’ ipotesi affascinante.

Come che sia, il monoteismo entra in scena mostrando subito il suo carattere primario: un dio unico non può che essere un Dio possessivo, geloso persino.

Tuttavia, un problema del tutto nuovo si pone. Nella tradizione politeista, il mondo è un palcoscenico inerte su cui si muovono ed interagiscono tra loro le divinità, talvolta alleandosi, più spesso scontrandosi fra loro, e di questi scontri fanno le spese gli uomini. La guerra di Troia è un “danno collaterale” di uno sciocco concorso di bellezza fra tre dee vanesie, tanto per dire. Le traversie di Ulisse sono causate dall’ odio di Poseidone, e parzialmente mitigate dal favore di Atena. Che le cose vadano bene o male, insomma, c’è sempre la possibilità di dare una spiegazione soddisfacente, attribuire il merito o la colpa a questa o quella capricciosa divinità, di volta in volta compiaciuta o irritata.

Il Dio unico apparentemente semplifica il quadro, basta comportarsi bene nei suoi confronti e si vivrà per sempre felici e contenti. E invece no, è piuttosto evidente che le cose non vanno affatto in questo modo, non sempre il bene vince e il male perde, non sempre la giustizia trionfa è la virtù è premiata, tutt’ altro. Come mai ?

Il monoteismo fatica a trovare una risposta.

Dio che si ritira dal mondo dopo averlo creato, Dio che rispetta il libero arbitrio delle sue creature, Dio che ha disegni imperscrutabili, la sofferenza che verrà ripagata nell’ aldilà. Nessuna risposta è davvero convincente.

 Una particolare forma di risposta è l’ idea che esistano due principi divini, uno buono e l’ altro cattivo. Luce e Tenebre, Bene e Male, Ordine e Caos. Il primo a proporre questa soluzione fu Zarathustra, o Zoroastro, vissuto nel VII secolo a.C., forse prima. È l’ inizio di una lunga tradizione, che ha diverse sfaccettature. Una versione è più vicina alla concezione greca: sullo sfondo di un cosmo indifferente, i due princìpi lottano per il predominio. Un’ altra versione è più vicina alla tradizione ebraica: il Dio cattivo è in realtà un angelo ribelle, ed in qualche caso si attribuisce a lui la Creazione. Questo naturalmente spiega il male nel mondo, ma non spiega perché il Dio buono lo lasci fare.

 Come che sia, la tradizione dualista sopravvisse per oltre duemila anni. Lo zoroastrismo fu la religione ufficiale dell’ impero persiano da Ciro il Grande fino alla conquista araba, sopravvisse sotto l’ impero bizantino come religione bogumil, si diffuse in Occidente, soprattutto nella forma del manicheismo, fiorì in Provenza e nel nord Italia come tradizione catara finché fu sradicata con la violenza, più o meno al tempo di San Francesco. Ed è una storia che vale la pena conoscere.

Di serie TV, senso della vita, e altro…

“La vita è un’ombra che cammina, un povero attore che si agita e pavoneggia la sua ora sul palco e poi non se ne sa più niente. È un racconto narrato da un idiota, pieno di strepiti e furore, che non significa niente.”
W. Shakespeare, Macbeth Atto V, scena 5^

Riflettevo qualche tempo fa (molto tempo fa se devo essere sincero) sul fatto che, mentre la narrazione accompagna l’ Uomo fin dall’ inizio della sua storia, la forma di questa narrazione è andata cambiando nel tempo. In principio fu il canto, in età moderna il racconto, nell’ ultimo secolo la narrazione visiva, cinema e poi televisione. Negli ultimi anni, in particolare, la forma narrativa di maggior successo è la serie televisiva.
Va detto che il racconto a puntate non è certo una novità, il romanzo d’ appendice era popolarissimo nell’ Ottocento e sono stati pubblicati a puntate pilastri della letteratura del calibro di Madame Bovary, i fratelli Karamazov, Guerra e Pace, e persino Pinocchio. Balzac e Dickens pubblicavano a puntate, e quest’ ultimo teorizzava addirittura la superiorità di questa forma rispetto al volume. Nessuno scandalo dunque, il punto semmai è un altro.

Pur nella serialità originaria, I tre moschettieri o Delitto e castigo sono romanzi “chiusi”, dove la trama si sviluppa secondo un piano coerente che l’ autore ha fissato fin dal primo momento. Non mancano naturalmente divagazioni, intrecci, sottotrame che possono essere diluite in funzione dei favori del pubblico, ma alla fine i conti tornano, tutto si tiene e le linee narrative convergono in una conclusione che “scioglie tutti i nodi”.

La narrazione televisiva odierna è costituita da serie che si dispiegano su un’ estensione temporale che non è nota all’ inizio. Nessuno sa in anticipo quante stagioni saranno prodotte, in quanto dipende dall’ audience, e gli sceneggiatori devono essere pronti, all’ occorrenza, a prolungare o troncare le vicende narrate a seconda delle esigenze della produzione. Spesso, persino alla conclusione di un ciclo (il “finale di stagione”) gli autori non sanno se ci sarà o meno una stagione successiva, e sono costretti a chiudere solo alcuni dei nodi narrativi ma non tutti, in modo che si possa trovare qualche aggancio per riprendere il filo (se e quando servirà…).
Il risultato mi ricorda quelle costruzioni lasciate a metà, con i ferri di armatura che sporgono dai pilastri, per dare modo di riprendere (forse…) la costruzione e fare il secondo piano in futuro.

Non è un aspetto secondario questo, niente affatto.

Da sempre, infatti, il ruolo principale della narrazione è sempre stato quello di “dare senso al mondo“, offrire letture coerenti della realtà, magari fittizie ma significative. Le avventure di Ulisse o le peripezie di David Copperfield ci dicono qualcosa di sensato sulle nostre stesse vite, offrono illuminazioni, riferimenti, propongono significati. E, soprattutto, fanno vedere che un significato può esserci, che il mondo ed il destino individuale possono avere un senso, una vita può andare da qualche parte, verso la gloria o il disastro, verso l’ amore o la morte, non importa. Ciò che importa è che nella storia un senso c’è e viene mostrato, può essere condiviso o contestato, ma non negato.

Ma quale senso può mai emergere da una serie televisiva che si interrompe senza preavviso dopo 40 o 50 puntate, senza che la trama principale sia stata portata a conclusione, senza che le domande iniziali abbiano trovato risposte, senza che si sia capito il ruolo di certi personaggi ?

Così è la vita, si potrebbe rispondere, citando non a sproposito il monologo finale di Macbeth.
E tuttavia la tragedia di Shakespeare, maestro nel mostrare ambiguità e complessità della condizione umana, una trama ce l’ha eccome, ed una conclusione pure.

L’ epoca in cui viviamo ha perso la fiducia nelle grandi narrazioni mitiche, religiose, politiche, ideologiche. Oggi sono pochi, almeno in Occidente, a riconoscersi in grandi cause, a credere fino al sacrificio di se. Il sole dell’ avvenire non ci illumina più, le magnifiche sorti e progressive sono evocate a scopo sarcastico, le utopie sono state sostituite dalle distopie e la felicità oltremondana è, per molti di noi, assai dubbia. Il mondo in cui ci tocca vivere ha perso senso e direzione, lasciando dietro un senso di precarietà e solitudine.

Per questo, forse, la perdita di senso della narrazione è un segno dei tempi, una manifestazione genuina dello spirito dell’ epoca, e forse per questo viene accettata dal pubblico senza troppe difficoltà.

E dunque, in attesa della seconda stagione di Westworld, posso solo confessare la mia personale nostalgia per le narrazioni chiuse; sarei disposto persino a rischiare che i personaggi vivano tutti felici e contenti…

La luce e gli occhi chiusi

In verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi. Gv., 21, 18

Se c’è una cosa su cui mi pare abbia senso interrogarsi, è l’ incredibile presa della religione nel mondo moderno.

Non è una questione banale, tutt’ altro. Che la religione sia anche soltanto sopravvissuta fino ad oggi, già questo appare tutt’ altro che scontato. Il trionfo della ragione sancito dall’ Illuminismo pareva dovesse prima o poi fare piazza pulita della religione, al pari di ogni sorta di credenze o superstizioni (le quali, sia detto per inciso, godono esse stesse di una discreta fortuna ancora oggi). Anticaglie di un tempo che fu, in cui la gente credeva invece di pensare, assurdità non meno assurde della mitologia antica, favole alimentate dall’ ignoranza e destinate ad essere spazzate via dal progresso, dall’ istruzione, dall’ educazione. Questione di tempo, nient’ altro che questo.

Le cose non sono affatto andate in questo modo, è sotto gli occhi di tutti. Sono semmai le ideologie, le pretese scientiste ad essere state spazzate via; ed il mondo non si è affatto trasformato in un luogo di pace e concordia, le guerre divampano oggi più furiose che mai, qualcuno persino parla di “guerra mondiale a pezzetti”, e quel qualcuno è il Papa, cioè il massimo leader religioso.

La novità è che questa non è affatto una novità, da quanti secoli – o millenni – le guerre sono fatte in  nome della religione ? Oggi vediamo la guerra di religione all’ interno dell’ Islam, anzitutto, sunniti contro sciiti, il che vuol dire in primo luogo iraniani contro sauditi, perché non siamo ingenui, sappiamo bene che la politica, il potere, il dominio stanno dietro ad ogni guerra di religione, oggi come cinquecento anni fa.

E poi ci sono musulmani contro cristiani, musulmani contro ebrei, fondamentalisti contro laici, ed ogni possibile combinazione di sfumature contro qualsiasi altra, sempre nel nome di Dio, s’ intende, che poi a ben guardare è proprio lo stesso Dio, grande e misericordioso nonostante gli eccessi dei suoi fans.

Invece dell’ annunciato declino, la religione incontra un successo addirittura crescente. Com’è possibile tutto questo ?

Nel suo ultimo libro (faccio fatica a definirlo “romanzo”), intitolato “Il Regno”, Emmanuel Carrère racconta del suo periodo di fervida conversione religiosa, negli anno ’90. Ed in particolare, racconta della frase che segnò tale conversione, quella che gli aprì gli occhi e gli fece “vedere la luce”. Era la frase che ho riportato in testa al post, tratta dal Vangelo secondo Giovanni. Carrère commenta così:

Penso che dietro ogni conversione a Cristo ci sia una frase e che ognuno abbia la propria, fatta per lui, che lo sta aspettando. La mia e stata questa. Dice, per prima cosa: lasciati portare, non sei più tu che decidi dove andare, e quello che può sembrare un atto di rinuncia può anche essere, una volta mollati gli ormeggi, un immenso sollievo. E ciò che si chiama abbandono, e la mia unica aspirazione era abbandonarmi.

Ma dice anche: ciò a cui ti abbandoni – Colui al quale ti abbandoni- ti porterà dove tu non vuoi. Ed è questa parte della frase che sentivo rivolta a me in modo particolare.

Insomma, a me pare piuttosto evidente quale sia stata la molla della conversione: la volontà di “abbandonarsi”, la resa ad una volontà più alta, il ritrarsi e farsi piccolo.

Il ben più controverso romanzo di Houellebecq ha per titolo “Sottomissione”, che poi è l’ esatto significato del termine Islam. A questo proposito mi torna in mente un’ intervista che lessi molti anni fa, con uno dei primi convertiti all’ Islam, i tempi assolutamente non sospetti, vale a dire il cantante Cat Stevens, che in seguito alla conversione cambierà il suo nome in Yousuf Islam, smettendo poco dopo di fare musica. Dell’ intervista, ricordo Cat/Yousuf esprimere il concetto che “una volta giunto all’ Islam, non hai nessun altro posto dove andare”.

Ad una mente razionale, questo tipo di affermazioni suona scandaloso. Davvero può la sottomissione essere considerata una meta auspicabile, addirittura la condizione più desiderabile per un uomo ? Davvero l’ abbandonarsi, il diminuirsi, l’ obbedire può essere la massima realizzazione personale ? Carrére lo descive così:

Il bisogno di ancorare la propria angoscia ad una certezza; il ragionamento paradossale che fa della sottomissione a un dogma un atto di suprema libertà; la scelta di dare senso a una vita invivibile interpretandola come una serie di prove imposte da Dio.

Assai prima di lui, nel più famoso capitolo dei “Fratelli Karamazov”, Dostoeski fa dire al Grande Inquisitore queste parole:

Non c’è per l’uomo rimasto libero più assidua e più tormentosa cura di quella di cercare un essere dinanzi a cui inchinarsi. Ma l’uomo cerca di inchinarsi a ciò che già è incontestabile, tanto incontestabile, che tutti gli uomini ad un tempo siano disposti a venerarlo universalmente.

Vi sembra che Dostoeski esageri ?

Dal momento che le cose si vedono bene quando le si portano all’ estremo, proviamo a portarle all’ estremo.

In un recente articolo sull’ International New Tork Times, l’ opinionista Roger Cohen si domanda che cosa possa indurre  dei giovani occidentali, per quanto emarginati, ad abbandonare le loro vite ed arruolarsi nelle fila dello Stato islamico, con la prospettiva di partecipare attivamente a combattimenti, stupri, decapitazioni, devastazioni e, con ogni probabilità, morire prematuramente di morte violenta. La solitudine ? L’ alienazione ? E’ evidente che c’è qualcosa di più profondo.

“Forse quel qualcosa è, alla radice, una brama di essere sollevati dal peso della libertà. (…) In questo contesto, l’ Islam radicale offre salvezza, o quantomeno scopo, nella forma di una vita i cui parametri morali sono fissati rigidamente, in cui le abitudini sono prescrizioni, la soddisfazione dei bisogni quotidiani assicurata ed il rigetto della libertà inequivocabile. Eliminando la libertà, lo Stato Islamico solleva da un peso psicologico i suoi giovani seguaci alla deriva ai margini della società europea.”

Personalmente, credo che a questo meccanismo si debba affiancare, con un peso certamente non inferiore, il desiderio di rivalsa, la rivincita violenta, la frustrazione, appunto che abbiamo visto all’ opera nel caso degli autori dell’ attentato a Charlie Hebdo.

E tuttavia, rimane il fatto che il prezzo della libertà è l’ insicurezza, il prezzo dell’ autonomia è la solitudine.

Prendere o lasciare.

Mostrami, o Diva

Sappiamo tutti ormai (più o meno) che “il mezzo è il messaggio”, che nessun mezzo di comunicazione è neutrale e che qualunque forma di trasmissione di un messaggio, da un discorso pubblico ad un tweet, veicola sempre assai più delle sole parole. C’è tutto un modo di predisporre il contesto, di costruire la modalità di ricezione, diversa per ciascun mezzo.

C’è però anche una sorta di interazione reciproca, per cui non solo il mezzo condiziona il pubblico, ma il pubblico a sua volta orienta il mezzo, privilegia quelli che percepisce di volta in volta più affini, e questa affinità varia nel tempo.

Pensiamo ad esempio alla narrazione.

Il raccontare storie risale probabilmente all’ origine della cultura umana, sicuramente precede di molto l’ invenzione della scrittura. Raccontare storie serve. Serve a dare alla comunità un’ identità, attraversi i miti fondativi, serve a dargli regole attraverso il racconto degli dei, serve a garantirne la compattezza attraverso il ricordo delle gesta dei padri e degli eroi, serve a facilitare la socializzazione, serve persino a tramandare il sapere artigianale attraverso la descrizione rituale delle procedure di esecuzione. Si può dire che è il racconto a fare la cultura, piuttosto che il contrario.

E poiché il racconto va tramandato a memoria, la forma che assume alle origini è quella di un canto, accompagnato dalla musica, la cosa più facile da memorizzare che esista.

La narrazione dunque inizia in versi, versi a dire il vero più ritmati che rimati, versi scanditi dagli accenti e regolati nel numero di sillabe. I grandi poemi omerici sono fatti così (“Cantami o Diva…”), e la forma poetica continuerà a dominare la narrazione per molto, molto tempo anche dopo l’ introduzione della scrittura, come sappiamo.

Non che non si scriva in prosa, ma questa rimane a lungo in un ruolo minoritario, in prosa si scrivono fiabe, novelle, racconti, spesso inquadrati in una cornice che li raccolga come nelle Mille e una notte o nel Decamerone.

È solo in tempi relativamente recenti che la narrazione in prosa diventa la forma dominante, attraverso la forma romanzo. Nell’ Ottocento, “Raccontami o Diva” sembra diventare la modalità standard della trasmissione di storie e sempre meno sono coloro che si cimentano nella scrittura di poemi.

Nel Novecento, diventa sempre più importante la forma visuale della trasmissione di storie, una forma per la verità assai antica e mai tramontata, attraverso il il teatro. Nel Novecento però arriva il cinema, che spinge le possibilità di racconto visuale a livelli irraggiungibili nel teatro. Il cinema si presta a raccontare storie come nessun altro mezzo precedente.

All’ ascesa del cinema si affianca gradualmente quella della televisione, e questo sposta ancora di più verso il visuale la forma del raccontare. “Mostrami o Diva” diventa il nuovo verbo.

Sono cresciuto nell’ epoca d’ oro degli sceneggiati televisivi, gli “adattamenti televisivi” dei classici della letteratura, e già il termine “adattamento” fa capire quale fosse ai tempi il rapporto di forze: la letteratura è sovrana, cinema e televisione la “adattano” alle loro possibilità espressive.

Mi sembra che oggi il rapporto di forze stia rapidamente cambiando.

Non mancano, come un tempo, i film – o i telefilm – che si basano sui romanzi di successo, ma il cinema, e la televisione, usano sempre di più soggetti originali, e cominciano a vedersi pubblicati romanzi tratti dalla sceneggiatura di film di successo, un capovolgimento completo rispetto a tempi non troppo lontani. Hunger Games, Twiligt, Game of Thrones, sono tutti esempi di un’ area ibrida i cui non è facile capire da dove si è partiti e dove si è giunti, se dalla narrativa allo schermo o viceversa.

Difficile dire se questa è davvero la modalità del futuro, ma è curioso vedere che scrittori famosi (a partire da Stephen King) abbiano progressivamente spostato il loro interesse verso la produzione di soggetti originali per il cinema o per le serie televisive, piuttosto che adattare le loro opere letterarie preesistenti. Ed è evidente che molti giovani scrittori di talento sono attratti dal mestiere di sceneggiatore.

Questione (anche) di soldi, si capisce, ma questa non è una novità, anche i romanzieri dell’ Ottocento, forti del favore popolare, misero insieme fortune considerevoli.

Ovviamente c’è anche qualche aspetto negativo: mentre il nome dell’ autore di un libro campeggia sulla copertina in dimensiono proporzionali alla sua fama, talvolta maggiori del titolo dell’ opera, raramente il film o la serie televisiva danno lo stesso risalto all’ autore della sceneggiatura, a meno che non si tratti dello stesso regista come (ad esempio) nel caso di Sorrentino.

Ma anche qui, niente di nuovo, o piuttosto trattasi di ritorno alle origini.

Nessuno sa chi abbia scritto i miti, l’ epopea di Gilgamesh o i racconti delle Mille e una notte. E quanto ai grandi poemi omerici, non crederemo davvero che li abbia scritti Omero, tutto da solo, vero ?

Il racconto, ovvero il mondo

“Abbiamo bisogno di grandi romanzi per strapparci alle letture semplificatrici che siamo soliti fare della nostra vita e di quella degli altri.”

A. Finkielkraut

Il senso delle cose non è davvero nelle cose, ma sta nel racconto intorno alle cose. Il mondo in sé è un groviglio inestricabile ed incomprensibile di accadimenti, un intreccio di fatti e persone, di interazioni casuali e non. Dare un senso al mondo è come estrarre un filo di lana dalla matassa e provare a seguirlo, tirarlo piano piano sperando che non si spezzi, provare a dipanare quanto più è possibile quel gomitolo informe.

“Perché questo mondo che ci pare una cosa fatta di pietra, vegetazione e sangue non è affatto una cosa ma è semplicemente una storia. E tutto ciò che esso contiene è una storia e ciascuna storia è la somma di tutte le storie minori, eppure queste sono la medesima storia e contengono in esse tutto il resto.

Quindi tutto è necessario. Ogni minimo particolare. E questa in fondo è la lezione. Non si può fare a meno di nulla. Nulla può venire disprezzato.

Perché, vedi, non sappiamo ove stanno i fili, i collegamenti. Il modo in cui è fatto il mondo. Non abbiamo modo di sapere quali sono le cose di cui possiamo fare a meno. Ciò che può venire omesso. Non abbiamo modo di sapere cosa può stare in piedi e che cosa può cadere.

E quei fili che ci sono ignoti fanno naturalmente anch’ essi parte della storia e  la storia non ha dimora né luogo d’essere se non nel racconto, è lì che vive e quindi non possiamo mai aver finito di raccontare.

Non c’è mai fine al raccontare. (…) tutte le storie sono una cosa sola. Se ascolti come si deve, sono una unica storia.”

 Quale filo tirare, come seguirlo nelle sue involuzioni, è chiaramente una scelta largamente arbitraria. Si può seguire un personaggio, una famiglia, una comunità, si può attraversare un’ epoca oppure una regione. Però, a seconda del filo che si tira, salta fuori una storia diversa, uno sviluppo diverso, un senso diverso, una diversa interpretazione del mondo.

Il compito del narratore non è facile (…) Pare che sia obbligato a scegliere la storia che racconta tra le tante possibili. Ma naturalmente non è così. Al contrario, si tratta di derivarne tante dall’ unica storia (…) poiché non c’è nulla che cada fuori dai suoi confini. Tutto è racconto. Senza alcun dubbio.

Non c’è senso nel mondo ma solo nella sua interpretazione.

Ma allora l’ affermazione, celebre e a prima vista assai sconcertante di Nietzsche, secondo cui non ci sono fatti ma solo interpretazioni, potrebbe essere intesa, io credo, anche così. Non c’è senso nel mondo ma solo nella sua interpretazione, appunto.

Gli atti esistono se esiste un testimone. Senza un testimone, chi ne può parlare ? In ultima analisi si potrebbe perfino dire che l’  atto non è nulla e che il testimone è l’ unica cosa che conta.

Perché se ne possa trarre un senso, è comunque necessario che una storia arrivi alla fine, si concluda, che senso ha una storia rimasta a metà, o un film interrotto ? Il senso di una storia lo si coglie solo quando quella storia è conclusa, finché non si arriva alla fine potrebbero ancora esserci colpi di scena, svolte narrative in grado di capovolgere tutto il racconto precedente.

Questo costringe dunque il narratore a ritagliare una porzione dal cuore delle cose, isolarne una parte che possa stare in piedi da sola, che possa essere osservata da tutte gli angoli come una scultura, un oggetto. Una storia. Anche chi voglia dare il senso della propria esistenza, in realtà lo fa narrandola, raccontandola come se avesse uno sviluppo coerente dall’ inizio alla fine. Autobiografia.

(…)nessuno può comprendere la propria vita finché questa non è terminata, ma a quel punto com’ è possibile fare ammenda ? (…) la lezione di una vita non può mai appartenere a quella vita. Solo il testimone ha il potere di valutarla. E’ vissuta per l’ altro soltanto.

In principio fu il racconto. E pure alla fine.

 

Nota: tutte le citazioni all’ interno del post sono tratte da Cormac McCarthy – Oltre il confine.

 

Etologia del furbo

 

La notizia che l’ Italia aggiunge ai non pochi primati negativi che già detiene anche quello del monopolio mondiale di fatto della produzione di banconote false (quota di mercato stimata fra l’ ottanta ed il novanta per cento) porta di per sé a qualche riflessione. Senza contare l’ asserita finezza dell’ aver spacciato in Germania una banconota da 300 €. Suona di bufala e spero tanto che lo sia.

Siamo il Paese dei furbi, verrebbe da dire, record atavico da cui ne derivano, come corollari d’ un teorema, molti di quei primati di cui preferiremmo non vantarci. Record che viene da lontano, peraltro,i padri dei padri dei nostri padri onoravano l’ astuto Ulisse come un “eroe dal multiforme ingegno”,e sull’ Odissea modelliamo da millenni ogni romanzo “on the road”.

Una vera condanna sociale della furbizia, insomma, non c’è mai stata, è rimasta un po’ nel limbo, una di quelle doti che – nel giudizio comune – un po’ è meglio avere. Questione di misura, più che altro, non tanto di principio, il vero problema semmai sono i “troppo furbi”. Un po’ di condiscendenza c’è, ammettiamolo.

Ora, la parola “furbo” ha un’ origine un po’ incerta. Per molto tempo è stata fatta risalire al francese “fourbir”, che significa “ripulire”, da cui proviene l’ italiano “forbito”. Ripulire cosa ? Le tasche del prossimo, dicevano i linguisti. Più recentemente pare trovare favore la tesi che la parola venga in realtà dal latino “fur” attraverso un italiano antico “furvus” che significava “oscuro”. Ma “fur” in latino vuol dire “ladro”, ha un evidente legame con la parola “furto” (cosa che certamente riesce meglio nell’ oscurità), per cui, da qualunque lato lo si guardi, quello che emerge è che il furbo è sostanzialmente un ladro, uno che si appropria di ciò che non gli spetta, l’ etimologia non mente mai.

Altro che condiscendenza !

Molti anni fa un serissimo economista, il prof. Carlo Cipolla pubblicò in un piccolo libro di tono scherzoso (“Allegro ma non troppo”) una Teoria Generale della Stupidità Umana che in realtà a me pare una geniale analisi sociologica. Nell’ elaborare la sua teoria, il prof. Cipolla parte dall’ analisi delle interazioni umane dal punto di vista del vantaggio o svantaggio che ogni individuo arreca a sé e agli altri attraverso quella interazione. Il piano cartesiano delle interazioni mostra dunque quattro settori. Il primo (+,+) in alto a destra contiene le interazioni in cui un individuo consegue il proprio utile senza danneggiare, o addirittura avvantaggiando gli altri. E’ il quadrante dei comportamenti (e delle persone) Intelligenti. Nel quadrante adiacente (-,+) in alto a sinistra l’ individuo fa del bene agli altri ma ci rimette. È il quadrante degli sprovveduti, altrimenti detti sfigati, ingenui, i senza-speranze. Ci metterei “ad honorem” il fortunato possessore della banconota da 300 euro di prima.

Il terzo quadrante (+,-) è il campo d’ azione di chi pur di perseguire il proprio utile danneggia il prossimo. Qui ricade il delinquente, il bandito, ma anche, naturalmente, il furbo. Non c’è modo di distinguerli, se ci pensiamo bene. E’ il regno dei malviventi,ma anche degli evasori, per esempio, nonché (menzione d’ onore della giuria) dello spacciatore del mitico biglietto da 300 €. Infine il quarto quadrante (-,-) in basso a sinistra è quello di chi, secondo l’ immortale definizione del prof. Cipolla, “causa un danno ad un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé od addirittura subendo una perdita”, cioè dello stupido. Ora, dal momento che “La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della persona stessa”, si capisce bene sia la pericolosità della categoria sia che dagli stupidi è davvero difficile difendersi.

Ma che dire dei furbi ?

Qui entra in gioco l’ etologia. Immaginiamo una comunità umana inizialmente priva, completamente priva di malintenzionati. Conterrà un mix di persone intelligenti, sprovveduti e stupidi, ma nessun bandito. In una comunità del genere, un furbo avrebbe moltissimo da guadagnare. Essendo la furbizia sconosciuta, nessuno di fatto predispone difese e di conseguenza, in quel tipo di comunità, fregare il prossimo è facile ed essere furbi conviene assai; non passerà molto tempo prima che i furbi comincino ad affiorare.

Il successo genera emulazione, ed ecco che la furbizia si diffonde come un virus. Ma, si sa, ogni virus innesca la produzione di anticorpi, e così gli intelligenti per primi cominciano a predisporre contromisure, controlli, leggi, procedure atte a rendere la vita difficile ai banditi. Ma c’è di più. All’ aumentare del numero cresce anche la probabilità che, nelle sue interazioni quotidiane, un furbo si imbatta in un altro furbo, e la loro interazione, nel nobile tentativo di fregarsi a vicenda, facilmente precipita verso il quarto quadrante…

Insomma, è normale che nelle nostre imperfette comunità umane ci siano anche furbi e banditi, ma ogni comunità tende a raggiungere un equilibrio, più o meno stabile, tra le varie componenti. Ma dove è collocato, questo punto di equilibrio, quanti furbi contiene il “giusto mix” ?

Questo dipende. Dipende sostanzialmente dal grado di accettazione, di tolleranza, di condiscendenza che la furbizia riscuote in quella particolare comunità. E da questo punto di vista, come dicevamo all’ inizio, noi non siamo messi benissimo…

Se in America un evasore fiscale va in galera senza se e senza ma, se in Gran Bretagna un ministro si dimette per aver raccomandato il permesso di soggiorno della propria colf, o addirittura in carcere per aver detto che una multa per eccesso di velocità l’ aveva presa la moglie e non lui, qui da noi è tutto un distinguere, un gridare alla persecuzione, un giustificarsi, un invocare la necessità, insomma… ci siamo capiti.

E dunque, dovendo convivere con un alto tasso di furbizia “tollerata”, eccoci alle rese con normative stringenti, adempimenti deliranti, cavilli cervellotici, cartelle pazze, redditometri improbabili, leggi su leggi che servirebbero – in teoria – a proteggere gli onesti ma che, spesso redatte dai furbi a proprio vantaggio, riescono solo a rendere la vita impossibile a tutti gli altri. La condiscendenza verso la furbizia trascina l’ intera società verso la Stupidità.

Il furbo danneggia anche te. Digli di smettere.