Odisseo, ancora lui..

 

 

È sempre affascinante osservare come l’ Occidente continui a girare e rigirare attorno a certe storie, che per la maggior parte sono state originate nella Grecia antica. È come se, in quel tempo remoto, da quel piccolo popolo fosse stata allestita la scena, una volta per tutte, e per quanta storia sia trascorsa sotto i ponti, tuttora su quella scena ci troviamo tutti quanti, ancora adesso, a recitare. Quelle storie continuiamo a rigirarle, ci accompagnano e seguono, ci ammoniscono e confortano, ci mostrano la strada, dopo millenni. Da lì è cominciato tutto, anzi ancora prima, da un pugno di storie fantastiche tramandate per chissà quante generazioni prima che qualcuno le mettesse per iscritto.

Prendiamo Odisseo – Ulisse. La sua storia era già vecchia di secoli quando Socrate scandalizzava gli ateniesi benpensanti con i suoi discorsi in piazza. Eppure la storia di Odisseo – Ulisse non è mai stata archiviata, ha accompagnato l’ Occidente per tutta la sua storia, da Omero attraverso Dante, fino a Kavafis, Joyce, Walcott, tremila anni ed ancora non va in soffitta.

È chiaro, il personaggio è cambiato nei secoli e continua a cambiare, l’ eroe omerico voleva soprattutto tornarsene a casa sua, è stato Dante a farne il campione di una curiosità addirittura arrogante, che può condurre alla rovina, gli Illuministi invece lo vedevano eroe della volontà di conoscenza, il Novecento lo vide invece inquieto, in preda al male di vivere, insomma ogni età ha avuto un Odisseo diverso. Ma del resto, già in apertura del poema omerico l’ eroe viene definito “polytropos”, multiforme, dai molti aspetti, un camaleonte, e dunque dov’è la sorpresa ?

L’ ennesima reincarnazione del mitico eroe la trovo in un affascinante e raffinato libro di Daniel Mendelsohn, non a caso intitolato “Un’ Odissea”, come a dire un’ altra, ancora una fra tante.

Daniel Mendelsohn, già autore del libro-documento sull’Olocausto “ Gli Scomparsi”, è un docente universitario di lettere classiche. L’ anziano padre, Jay Mendelsohn, è invece un ottantenne matematico-ingegnere in pensione, uomo severo e rigido nei propri principi, con una passione repressa e mai spenta per la cultura classica.

Il professor Mendelsohn viene dunque incaricato di tenere un seminario universitario sull’ Odissea, ed il padre, un po’ a sorpresa, gli chiede di poter assistere.

Sin dal primo incontro, però, appare chiaro che l’ anziano Jay Mendelsohn non si limiterà affatto ad “assistere”, intende partecipare eccome, e dire la sua, coinvolgendo gli studenti, provocando discussioni con le sue idee, polemizzando. Un incubo. Al figlio non resta che fare buon viso a cattivo gioco.

Perché mai dovremmo considerare Odisseo un eroe ? È questo il punto centrale delle questioni che Mendelsohn padre solleva. In fondo Odisseo è un pessimo comandante, perde tutte le navi e tutti i suoi uomini, in parte perché non riesce a farsi ascoltare da loro. Per di più tradisce la moglie, è bugiardo e, parliamoci chiaro, le avventure che racconta sono così incredibili da giustificare il sospetto che se le stia inventando di sana pianta, o quantomeno che ci ricami attorno parecchio. E poi, scusate, che razza di eroe è uno che piange continuamente, che ad ogni passo ha accanto una dea pronta a spiegargli dove andare e cosa fare ? Quale merito ha lui nelle sue imprese se viene sempre aiutato ?

È chiaro che per il vecchio Mendelsohn, Odisseo è l’ antitesi del self-made man, è tutto ciò che un vero uomo non dovrebbe mai essere. L’ opposto di un eroe.

Le domande impertinenti del vecchio padre vivacizzano il seminario, tuttavia, tanto che al termine del semestre padre e figlio decidono di partire insieme per una crociera “sulle tracce di Odisseo”.

L’ Autore alterna con eleganza ed abilità il resoconto degli incontri al college, scanditi dai libri del poema, al racconto delle vicende personali dell’anziano genitore. Ne racconta il passato, il progressivo declino fisico, fino alla graduale (e tardiva) scoperta delle sue debolezze e fragilità, così bene nascoste a tutti, per una vita intera, sotto l’ immagine di uomo tutto d’ un pezzo.

Ma allora, sembra chiedersi l’ Autore, neppure Jay Mendelsohn era un vero eroe ?

Un inciso.

Viene naturale associare l’ eroismo ad una serie di caratteristiche positive quali forza, determinazione, costanza, tenacia, fermezza. Quella che viene chiamata resilienza, cioè la capacità di reggere ai colpi del destino, e rialzarsi ogni volta. E poi la bontà, naturalmente, la generosità e la nobiltà d’ animo. L’eroe è senza macchia e senza paura, ce lo insegnano da piccoli, non è vero ?

Il problema è che gli eroi, così come i santi, non sono affatto così. O almeno, non sono SOLO così.

Jung ha mostrato che tutto ciò che è illuminato non può non avere un’ ombra, solo nella tenebra totale non ci sono ombre.  Quanto più intensa la luce, tanto più scura l’ ombra proiettata, e la luce che investe gli eroi è intensissima. Possiamo rifiutarci di vederlo, naturalmente, ma tutto ciò che rimuoviamo ritorna sempre alla carica, e spesso in forma di malattia.

I Greci questo lo sapevano benissimo. I loro eroi sono uomini, “larger than life”, d’ accordo, ma umani, superano i comuni mortali nel bene così come nel male. Tipi poco raccomandabili, spesso. Forti e coraggiosi, curiosi ed avventurosi, ma anche, al bisogno, perfidi, traditori, cattivi, o persino deboli, come Agamennone ucciso dalla moglie infedele al suo ritorno, o come lo stesso Odisseo, che piange a dirotto davanti al fantasma della madre. Gli eroi classici sono rotondi e non piatti, si stagliano contro la luce e proiettano ombre distinte, ci mettono di fronte a ciò che siamo e talvolta preferiremmo ignorare di essere. E forse è proprio questo il motivo per cui sono modelli universali ed eterni, di cui non riusciamo a fare a meno.

 

Ed ecco infine il cerchio chiudersi, la narrazione farsi circolare, nel poema così come nella famiglia Mendelshon, attraverso il riconoscimento tra padri e figli. Da Telemaco che incontra Odisseo per la prima volta e dunque “ha poco da riconoscere”, come nota uno studente, allo stesso Odisseo che rinuncia ad ingannare il vecchio padre Laerte, perché un figlio, per quanto appartenga a suo padre, non lo conosce mai del tutto, perché il padre lo precede; ha sempre vissuto molto più del figlio, perciò il figlio non può mai mettersi in pari, arrivare a sapere tutto di lui”.

Fino a Daniel Mendelsohn stesso, un po’ Telemaco, un po’ Odisseo, che per la prima volta, attraverso una sorta di viaggio sentimentale, arriva a scoprire davvero l’anziano genitore.

Per finire con il lettore, che si trova a condividere pensieri profondi e riflessioni non banali su cosa significhino realmente i rapporti in una famiglia.

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Motivi, valori, doveri, cose grosse…

 

 

Di tanto in tanto infliggo ai miei pochi e pazienti lettori somministrazioni ad alto dosaggio di etimologia non richiesta, lo so. Non so che farci, il fatto è che la curiosità non mi abbandona ed è diventato quasi un riflesso condizionato quello di andare a cercare l’ origine delle parole su cui mi capita di imbattermi per i motivi più diversi. E spesso, devo dire, lo sforzo è ricompensato da qualche piccola illuminazione.
E dunque, richiesto di intrattenere, non sto a spiegare perché, classi di liceali su paroloni ad alto peso specifico quali motivazione, valore, dovere, carichi da undici si direbbe a briscola, e volendo al tempo stesso evitare di perdere subito  l’attenzione dell’irrequieto uditorio, mi rivolgo in cerca di aiuto alla fidata amica etimologia, che mi fornisca qualche utile scintilla.

La motivazione fila via liscia: è una parola che ne contiene un’altra, il motivo, che a sua volta contiene il moto. E dunque la motivazione è semplicemente ciò che smuove, che fa alzare dal letto o dal divano, e mette in movimento. Fa muovere, la motivazione, verso qualcosa che è sempre una mancanza, che sia la ricerca di cibo se si è affamati o la composizione di una poesia. Ci si muove sempre spinti da un bisogno, ma è difficile rendersene conto perché “bisogno” è termine a sua volta ambiguo e traditore, si può essere bisognosi, e quindi poveri e senza soldi, ma si può avere bisogno della persona amata, non in senso economico si spera, si può avere bisogno di correre, danzare o dipingere, ed è un bisogno ancora diverso ma non meno reale, che riguarda la propria realizzazione, il “diventare ciò che si è” per dirla col buon vecchio Nietzsche.

Il valore è più evanescente, ma neanche troppo. Valore si collega a valere, e valere viene dal latino “vale”, un saluto che potremmo rendere con “statti bene”, grosso modo. Si augurava salute, dicendo “vale”, e ciò che ha salute e sta bene vale, per l’appunto, ovvero è valido. Ma se il valore è collegato alla salute, potremmo dire che i valori sono cose che “fanno stare bene”. Si sta meglio ad avere amici che a stare sempre da soli, si sa, e si sta bene se gli amici sono generosi piuttosto che egoisti, buoni piuttosto che malvagi, leali piuttosto che traditori. Il che equivale a dire che amicizia, generosità, bontà, lealtà sono valore, cioè cose che fanno stare bene. Semplice ed un tantino ovvio.

Il dovere è invece un verbo che si fa sostantivo, un verbo che viene dritto dal latino “debere” il cui participio passato è “debitus”. E che i doveri siano debiti ce lo ricorda il linguaggio comune, tutte le volte che paghiamo un debito o paghiamo il dovuto, quando rimaniamo in debito o dobbiamo un favore a qualcuno, tutte le volte insomma che usiamo i due termini in modo quasi intercambiabile.
I doveri sono debiti nei confronti di qualcuno o qualcosa che si prende cura di noi, o dovrebbe farlo, assicura protezione, sostentamento, crescita, che siano i genitori, la scuola, la società.

Viene in mente il solito Socrate, che risponde a chi lo esorta ad evadere per sottrarsi all’ingiusta condanna facendo presente che è troppo comodo approfittare delle leggi quando fa comodo e sottrarsi quando non conviene più. Ad esempio, mi viene da dire, usare servizi pubblici ed evadere le tasse.
I doveri non vengono compiuti per amore del dovere, ma perché l’evitarli metterebbe l’uomo a disagio, scrisse da qualche parte Mark Twain. I doveri sono debiti che vanno pagati, dice l’ etimologia.

Scalando Quartetti

 

Avanti viaggiatori, voi che pensate di essere in viaggio;
non siete quelli che videro il porto 
allontanarsi, né coloro che sbarcheranno.
Qui tra la sponda vicina e quella lontana 
mentre il tempo si ritrae, considerate il futuro
ed il passato con mente imparziale.

(Dry Salvages, III)

Il fatto è che quando non capisco qualcosa mi ci accanisco. Per questo motivo avevo sempre – prudentemente – evitato di affrontare certe impervie scogliere della poesia moderna come appunto i “Quattro Quartetti” di T. S. Eliot.

Ma il destino la sa lunga, e dunque mi è capitato, non molto tempo fa, di assistere ad una conferenza di Piero Boitani in occasione dell’uscita del suo libro “Il grande racconto di Ulisse”. Boitani è una figura piuttosto affascinante. Professore di letteratura comparata, grande esperto di Ulisse, ma anche di Dante e di letteratura medievale in genere, anglista, studioso dei miti e della Bibbia, traduttore e brillante conferenziere. Una di quelle persone che ti fanno sentire un po’ meno la mancanza di Umberto Eco.

A farla breve, mi sono procurato un suo saggio, non l’ultimo, un vecchio testo del 1992, intitolato “L’ombra di Ulisse”. Il saggio è in effetti incantevole, Boitani conduce il lettore in un viaggio vertiginoso tra le infinite rielaborazioni del mito, muovendosi disinvolto tra Dante, Tasso, Tennyson, Coleridge, illuminando i diversi temi ricorrenti, il naufragio, la scoperta di una nuova terra, il viaggio verso le tenebre dell’ Oltretomba, il mistero delle Sirene, la conradiana fascinazione per il mare aperto.

In ultimo Boitani si chiede quale ancora possa essere oggi, in un mondo disincantato, il ruolo della poesia, e lo trova in un “ponte gettato tra le due rive dell’invisibile e dell’apparente, come “un animale intravisto e subito perduto”, “una cosa reale, di carne, viva, pronta a spiccare il volo, ma sempre sul punto di sfuggire”. E come esempio supremo di questa ultima, estrema funzione poetica, cita appunto i “Quattro Quartetti” di T. S. Eliot.

Qui il poeta, come il vecchio Ulisse, salpa verso il superamento della sua stessa poesia, “al di là del porto o del naufragio, oltre gli accadimenti dell’esistenza, eppure nella vita e nella storia”, “un approdo del tutto speciale: lo guardiamo noi, della razza di chi rimane a terra, come un miracolo per il quale occorrono una fede religiosa e poetica quasi sovrumane”, “salpando al di là del tempo per l’eterno”.

Insomma dopo una tale introduzione è stato giocoforza affrontare a mani nude le impervie scogliere eliotiane, con notevole dispendio – questo va detto subito – di tempo e fatica. Mi sono persino dovuto rassegnare a tradurre, quasi per mettere le mani sul testo come lo scalatore in cerca di appigli fa con la roccia, e cercando di essere il più letterale possibile, perché talmente ostici sono i versi che qualunque libertà rischia di essere un travisamento.

E tuttavia, proprio come di solito accade con le montagne vere, la soddisfazione ripaga lo sforzo.

Tanti sono I temi intrecciati in questi magistrali poemetti che è inutile persino tentarne il catalogo.

Domina il tempo, naturalmente, il tempo passato ed il tempo futuro, e soprattutto quel porsi nel mezzo, sull’asse di rotazione della grande ruota, là dove il movimento cessa come nell’occhio del ciclone, e passato e futuro diventano un’unica cosa, o meglio, perdono la loro sostanza:

“Al punto fermo del mondo. Non nella carne né senza;
non da e neppure verso: al punto fermo, là è la danza,
ma non arresto né movimento. E non chiamarla immutabilità
lá dove passato e futuro si riuniscono. Né movimento da, né verso,
né ascesa né declino. Tranne che per il punto, il punto fermo,
non ci sarebbe danza, e c’è solo la danza.
Posso solo dire, là siamo stati: ma non so dire dove
e non so dire per quanto, perché lo si porrebbe nel tempo.
L’intima libertà dal desiderio pratico,
l’affrancarsi da azione e sofferenza”
(Burnt Norton II)

C’è poi, connesso col tempo, il tema dell’età avanzata, con il suo carico di rimorsi e risentimenti.

“Non c’è fine, ma aggiunta: la strisciante
conseguenza di altri giorni ed ore,
quando l’emozione s’ impossessa di anni
di vita senza emozioni, tra le rovine
di ciò che credemmo la cosa più affidabile
e pertanto la più adatta alla rinuncia.
Ecco l’aggiunta finale, l’orgoglio indebolito
o il risentimento all’indebolirsi delle forze,
 
Sembra, diventando più vecchi,
che il passato abbia un diverso andamento,
e cessi di essere una pura sequenza –
o anche uno sviluppo: quest’ultimo parziale fallacia
incoraggiata da un’infarinatura di evoluzione,
che diventa, nell’ opinione popolare, un modo
di ripudiare il passato.

lo scoglio frastagliato nell’acqua inquieta,
le onde lo lavano, la nebbia lo nasconde;
nel giorno felice è solo un monumento,
nel tempo navigabile è sempre un segnale
per orientare la rotta, ma nell’ oscura stagione
o nella furia improvvisa, è ciò che sempre fu.”
(Dry Salvages II)

E ancora:

“Quale doveva essere il valore della tanto a lungo attesa,
a lungo sperata calma, l’autunnale serenità
e la saggezza dell’età? Ci avevano ingannato
o ingannarono sé stessi, gli anziani dalla voce bassa,
lasciandoci eredi di una semplice ricetta di inganni?
La serenità solo una deliberata ebetaggine
la saggezza solo la conoscenza di segreti morti
inutili nel buio in cui scrutavano
o da cui distoglievano lo sguardo.”
(East Coker II)

 

C’è la fede religiosa, misticismo e preghiera, c’è il rapporto con la morte e con i morti, e la consapevolezza che la poesia tradizionale ha perso la sua magia:

“Era un modo di presentare le cose – non molto soddisfacente:
uno studio perifrastico in un logoro stile poetico,
che lascia ancora alle prese con la lotta intollerabile
con parole e significato.”
(East Coker II)

Talvolta si respira nei Quartetti un’atmosfera dantesca, e c’è persino un incontro, apertamente dantesco, con l’ombra di un vecchio maestro defunto che impartisce un’ulteriore lezione sulla senilità (ma solo grazie ad una pietosa nota in calce sono arrivato a capire che la “scura colomba dalla lingua fiammeggiante” è un bombardiere tedesco. Little Gidding, ultimo dei Quartetti fu composto nel 1942, in piena guerra). Il brano che riporto è lungo ma lascia senza fiato.

“Nell’ ora incerta prima del mattino
quasi alla fine dell’interminabile notte
alla ricorrente fine dell’infinito
dopo che la scura colomba dalla lingua fiammeggiante
fu passata sotto l’orizzonte del ritorno a casa
mentre le foglie morte ancora crepitavano come metallo
sull’ asfalto dove non c’era altro suono
fra tre distretti da cui si levava del fumo
incontrai uno che camminava, adagio ed in fretta
quasi spinto da un soffio verso di me, come prima le foglie metalliche
dal vento urbano all’alba senza opporre resistenza.
Ed appena fissai sul suo viso abbassato
quell’ esame puntuale con cui sfidiamo
lo straniero appena incontrato allo svanire del crepuscolo
colsi lo sguardo improvviso di un qualche defunto maestro
che avevo conosciuto, scordato, mezzo ricordato,
che era uno e molti, in brune fattezze dal colore di cotto,
gli occhi di un composito fantasma familiare
intimo e non identificabile.
Così interpretai due ruoli, gridai
ed udii la voce di un altro gridare: “Cosa! Tu sei qui?”
benché lì non fossimo. Ero rimasto uguale,
mi riconoscevo eppure ero qualcun altro.
E lui un viso che ancora prendeva forma; eppure le parole ci bastarono
a forzare il riconoscimento che precedettero.
(…)
Io dissi: “Provo una facile meraviglia,
eppure è la facilità a causare meraviglia. Dunque parla,
potrei non comprendere, potrei non ricordare”.
E lui: “Non desidero ripetere
i miei pensieri e la teoria che hai dimenticato.
Queste cose hanno compiuto il loro scopo, lasciale andare
così come le tue, e prega che siano perdonate
dagli altri, come io ti prego di perdonare
il bene e il male.
(…)
Lascia che ti sveli i doni riservati all’ età
onde coronare gli sforzi della tua intera vita.
Primo, il freddo attrito di sensi che svaniscono
senza incanto, attrito che nulla promette
se non l’amaro insapore frutto dell’ombra
mentre corpo ed anima cominciano ad essere scissi.
Secondo, la consapevole impotenza dell’ira
per l’umana follia, e la risata
squassante per ciò che ha smesso di divertire.
Infine, il dolore lacerante di rimettere in scena
tutto ciò che hai fatto e sei stato; la vergogna
di motivi rivelati in ritardo, e la consapevolezza
di cose mal fatte e fatte a danno altrui
che un tempo prendesti per esercizio di virtù.
Poi, fa male l’approvazione di stolti, e l’onore macchia.
Da un torto all’ altro lo spirito esasperato
procede, a meno che non lo emendi il fuoco che affina
in cui devi muoverti a tempo, come un danzatore”.
Iniziava a fare giorno. Nella strada sfigurata
mi lasciò con una sorta di commiato
e svanì al suonare di un corno.”
(Little Gidding II)

 

E c’è quel senso, sottolineato da Boitani, della poesia come immagine fugace, intravista mentre scompare.

“Per i più di noi, c’è solo il momento 
non sorvegliato, il momento dentro e fuori dal tempo,
l’attimo di distrazione, perso in un raggio di sole,  
il timo selvatico non visto, o il lampo d’ inverno, 
o la cascata, o musica udita così profondamente 
che non è musica affatto, sei tu la musica 
Finché la musica dura.”
(Dry Salvages V)

E c’è molto altro, come dicevo.

Proprio come andare in montagna, la lentezza è virtù necessaria, i Quartetti vanno letti e riletti, bisogna fare la loro conoscenza, conquistare la loro amicizia prima che, come scorbutici montanari, accettino di aprirsi al lettore.

E dunque si tratta di itinerari per Escursionisti Esperti, raccomandati a lettori dotati di pazienza e tenacia. Dotatevi di corde e piccozze, e buon viaggio.

 

Un poema del divenire

Su Biblioscalo, una mia recensione di Exit West, di Mohsin Hamid.

 

 

 

Exit West di Mohsin Hamid è un moderno libro dei mutamenti, un attualissimo poema del divenire.

In una imprecisata città dai tratti medio orientali è in corso una guerra civile a sfondo religioso tra governativi e miliziani ribelli. Potremmo essere in Siria, in Libia, in Iraq, purtroppo le ipotesi plausibili non fanno difetto.
In questa città martoriata si incontrano Saeed, giovane assennato, introverso e pio, appassionato di astronomia, e Nadia, ragazza ribelle ed indipendente che vive da sola, non prega, guida la moto ed indossa una lunga tunica nera solo perché “così gli uomini non mi rompono le palle“.
Si incontrano ed iniziano una “normale” storia d’amore tra attentati, profughi e combattimenti nei quartieri, normale perché in una città in stato di guerra “un momento sbrighiamo le nostre incombenze come se nulla fosse e quello dopo moriamo, e il fatto che la fine incomba sempre su di noi non impedisce i nostri effimeri incipit e svolgimenti, fino all’istante in cui lo fa“.

Mentre il rapporto tra Saeed e Nadia si consolida, fra timidezze e pudori di lui ed innocenti trasgressioni di lei, la situazione in città si aggrava fino a diventare insostenibile, ed i due decidono, come milioni di persone, di fuggire dal loro paese.

Ad Hamid non interessa affatto descrivere l’odissea materiale dei migranti, la traversata del deserto, i barconi ed i trafficanti, e dunque ricorre ad un espediente letterario per saltare a pie pari tutto ciò. Inventa delle magiche porte, porte comuni che all’improvviso come lo specchio di Alice possono trasformarsi in “porte capaci di trasportarti in altri luoghi, anche molto remoti, lontani dalla trappola mortale in cui si era trasformato il loro paese”. Quello che gli sta a cuore è semmai il riflesso degli sconvolgimenti epocali sui destini individuali che i protagonisti tentano faticosamente di costruire e proteggere.

Attraverso queste porte dunque Saeed e Nadia iniziano a vagare, percorrendo una vera e propria mappa della globalizzazione, passando per un caotico campo profughi a Mikonos, approdando in una Londra livida e rancorosa, dove la tensione fra i “nativisti” ed il milione o due di migranti è altissima, poi in una baraccopoli ingenuamente ed incongruamente ottimista alla periferia di San Francisco. Comunità forzate di estranei messi insieme dal destino, tra solidarietà spontanea ed atti di prevaricazione, tentativi di autorganizzazione e tensioni etniche e tribali, aspirazioni non violente e pulsioni di rivolta, non esclusa la tentazione del martirio fondamentalista.

Ad ogni passaggio qualcosa muta, fuori ma anche dentro di loro, e fra di loro, qualcosa si lacera, qualcosa inesorabilmente si perde, contro ogni intenzione, in una consapevolezza soffusa di rassegnata malinconia che Saeed converte in preghiera: “pregava fondamentalmente come gesto d’amore per ciò che era stato perduto e sarebbe stato perduto e non poteva essere amato in nessun altro modo“, una preghiera che è “un lamento, una consolazione e una speranza“.

La vita però va avanti e non aspetta, il destino secondo il detto latino accompagna chi lo asseconda e trascina chi resiste, e dunque “le persone trovavano cose da fare e modi di essere e persone con cui stare, e futuri plausibili e desiderabili cominciavano a emergere, futuri prima inimmaginabili ma ora invece immaginabili, e il risultato era qualcosa di non diverso dal sollievo”.

Cambiano le persone, sembra dirci Hamid, che lo vogliano oppure no, e cambiano i luoghi, e cambiano inesorabilmente i rapporti delle persone tra di loro ed i rapporti delle persone con i luoghi. Ci sono dei personaggi secondari che appaiono a tratti nel romanzo, gente testardamente immutabile, fedele a se stessa ed inamovibile, eppure anche loro si troveranno infine spaesati, in luoghi natii che sono cambiati intorno a loro, perché “tutti emigriamo anche se restiamo nella stessa casa per tutta la vita, perché non possiamo evitarlo. Siamo tutti migranti attraverso il tempo.“

Cambia da un capitolo all’altro anche la cifra stilistica del libro. C’è di volta in volta il crudo realismo degli attentati, delle esecuzioni, degli atti di barbarie, dei funerali sbrigativi e c’è il realismo magico delle porte che proiettano in altre geografie, c’è l’ atmosfera distopica dei luoghi invasi dai migranti, assediati dai “nativisti”, sorvegliati dai droni, controllati da soldati e autoblindo e quella quasi fiabesca della costruzione di nuove comunità. C’è dovunque e soprattutto la malinconica consapevolezza del mutamento della perdita inesorabile che la vita comporta.

Resta invece felicemente ferma la scrittura attenta di Hamid, sempre asciutta e controllata in ogni circostanza, priva di retorica o di compiacimento, e proprio per questo estremamente penetrante ed efficace.

Un racconto profondo e toccante, molto ben riuscito.

 

Ad Occidente di che ?

“Le spirali! Le spirali! Vecchio Volto di Pietra guarda avanti:

Cose troppo a lungo pensate non possono più esserlo.

La bellezza muore di bellezza, il valore  di valore,

Ed i lineamenti antichi si cancellano.”

W. B. Yeats

Ciò che è definito è definito – sempre – in rapporto a qualcos’altro. Non ci sarebbe la parola “giorno” se non esistesse la notte. La contesa è la madre di tutte le cose, insegnava già Eraclito ventisette secoli or sono.

E dunque Occidente si oppone ad Oriente, nella storia. Un’ opposizione geografica, naturalmente, ma anche una contrapposizione culturale ed ideologica. Un’ opposizione che si può far risalire, come minimo, alle guerre dei Greci contro i Persiani, il casino delle polis contro l’ imperialismo del Gran Re. Una contrapposizione che si rafforza nel corso del tardo Impero Romano, c’è quello d’ Occidente e quello d’ Oriente, per l’ appunto, è da lì in avanti è tutto un fronteggiare una varietà di Orienti, unni, saraceni, mongoli, turchi. C’ era poi l’ Oriente estremo, quello più lontano, di cui molto si favoleggiava e poco si sapeva, a parte le merci esotiche e qualche invenzione, come la bussola o la polvere da sparo, di cui fu peraltro l’ Occidente a comprendere e sfruttare in pieno la micidiale efficacia.

È ovvio che mentre i Turchi assediavano Vienna era piuttosto facile comprendere la distinzione – e la contesa – tra Oriente ed Occidente. In tempi più recenti, lo stesso schema di contrapposizione è stato utilizzato per interpretare la guerra fredda, lo scontro con il blocco comunista, ma era una forzatura, il comunismo stesso è un prodotto del pensiero occidentale, creato da un filosofo tedesco erede dell’ idealismo hegeliano, rifugiatosi a Londra dopo aver girato mezza Europa. L’ Oriente non c’entra nulla, la contrapposizione fra capitalismo e comunismo è tutta interna all’ Occidente.

Quanto diverso sarebbe stato il nostro destino se i Persiani avessero avuto la meglio a Maratona, gli arabi a Poitiers o i turchi a Lepanto, questo si può intuirlo, ma oggi, in che senso si parla di Occidente, ed a quale “non Occidente” lo contrapponiamo ?
Se pensiamo all’ Estremo Oriente di oggi, Cina, Giappone, ma anche le cosiddette tigri asiatiche, Taiwan, Corea del Sud, Singapore, troviamo paesi ampiamente occidentalizzati, che dialogano con l’ Europa o con gli USA sulla base di principi economici del tutto omogenei, così come accade per India, Thailandia o Filippine. C’è competizione economica, certo, ma nessuna vera contrapposizione ideologica.
E allora, dove passa oggi il confine tra Occidente e ciò che Occidente non è ?

Se proviamo oggi ad elencare i “valori occidentali”, vengono subito in mente la libertà individuale, l’ uguaglianza di diritti, la democrazia parlamentare, lo Stato laico, la parità della donna, e così via. Non a caso ho precisato “oggi”, perché l’ elenco precedente avrebbe di sicuro fatto inorridire Augusto, Carlo Magno, il Re Sole o Federico II, così come sarebbe inorridito praticamente qualunque sovrano nella millenaria storia d’ Occidente. L’ Occidente è una sorta di costruzione mentale, un “work in progress” e ciò che intendiamo oggi con questo termine è una composizione di idee che prendono forma negli ultimi secoli, si affermano con l’ illuminismo e diventano di dominio pubblico dopo la Rivoluzione Francese. Novità fresche di giornata, rispetto ad una storia di tre millenni. Idee in movimento, prodotti di un’ evoluzione culturale. A comporre il quadro, occorre come minimo aggiungere la razionalità scientifica che si manifesta nel progresso tecnologico, ed un’ economia di tipo capitalista ormai di fatto senza accettata da tutti.

Questo dunque, piaccia o no, è l’ Occidente oggi, libertà più diritti più tecnologia più capitalismo. Non che sia un panorama omogeneo, ovviamente, né tutti i Paesi che associamo all’ Occidente manifestano allo stesso modo tutte le caratteristiche elencate, ma insomma, grosso modo l’ Occidente è questa roba qui. Naturalmente, rimane la domanda di prima: che cosa, oggi, è “non Occidente ?”

La prima risposta che viene alla mente è, naturalmente, l’ Islam, sulla base di una contrapposizione che appare a prima vista di natura prettamente religiosa. A guardare più da vicino, però, ci si rende conto che la realtà è un po’ più complessa. Islam, cristianesimo, ebraismo com’ è noto sono dette “religioni del Libro” in quanto condividono l’ Antico Testamento; l’ islam condivide col cristianesimo anche il Nuovo, pur “declassando” Gesù a penultimo dei profeti. Che Dio sia grande lo affermano tutt’e tre, spirito missionario e volontà di proselitismo non sono certo mancate al cristianesimo, così come le lotte interne feroci tra chiese e tradizioni diverse.
Dove realmente la linea di frattura è netta è semmai la pretesa che la legge religiosa debba valere anche come legge dello Stato, essere tradotta in norme vincolanti per tutti, credenti o meno. Questo è ciò che propriamente viene definito “integralismo”: considerare stato e religione come un tutt’ uno. L’ integralismo è in parte indotto dalla struttura stessa del Corano, che spesso è prescrittivo, identifica categorie di reati e prevede le relative pene. L’ integralismo non è stato estraneo alla storia dell’ Occidente, ma a me pare ormai metabolizzata l’ idea che la religione non vada imposta e che lo Stato debba mantenersi il più possibile neutrale, “laico” e trattare i propri cittadini senza fare differenze di razza, lingua e – appunto – religione. Non è così da sempre, anche la separazione dei poteri è un’ idea illuminista, ma a ben vedere già ai tempi della contesa medievale tra papato ed impero i sovrani avevano sviluppato l’ idea che, dopo essere stati doverosamente incoronati per grazia di Dio, dovessero poi essere lasciati liberi di agire senza troppe interferenze. Date a Cesare quel che è di Cesare è sempre stata una delle frasi più citate dei Vangeli.

E dunque, una linea di frattura autentica fra ciò che è Occidente e ciò che non lo è l’ abbiamo trovata. È una frattura superabile ? Difficile da dire, le opinioni su questo divergono animatamente, ma proprio su questo, io credo, si gioca la cosiddetta sfida dell’ integrazione. La laicizzazione dunque, il richiamo della libertà contro quello della purezza.

E tuttavia, a mio modo di vedere, altri pericoli incombono su questo nostro Occidente che forse, in qualche modo, si trova oggi a fronteggiare se stesso in una sorta di estrema sfida finale.

Sono pericoli tutti interni, infatti, sono quelli che i marxisti di una volta chiamavano “le contraddizioni interne del capitalismo”. Le spiega bene Yuval Harari nel suo saggio “Sapiens”. Per comprendere la storia economica moderna ed il vero ruolo dell’ economia, dice, “quello che bisogna veramente tenere a mente è una parola sola. Questa parola è ‘crescita’. (…) Ciò che consente alle banche, e all’ intera economia di sopravvivere e prosperare è la nostra fiducia nel futuro”. Circa cinquecento anni fa, infatti, “le persone cominciarono a concordare sul fatto di rappresentare beni immaginari – beni che al presente non esistono – con una speciale forma di denaro che chiamarono ‘credito’.(…) Si fonda sul presupposto che le nostre risorse future saranno sicuramente molto più abbondanti delle risorse attuali”. Ciò che rese possibile questa nuova prospettiva fu il progresso. “Nel corso degli ultimi cinquecento anni l’ idea di progresso convinse la gente a riporre sempre più fiducia nel futuro. Questa fiducia fu l’ origine del credito; il credito portò vero sviluppo economico, e lo sviluppo economico rafforzò la fiducia nel futuro aprendo la strada alla possibilità di avere ancora più credito”.

È ovvio che l’ idea di una spirale che cresce all’ infinito è contro natura. Ogni tipo di crescita prima o poi si arresta. Nel corso della storia moderna, tuttavia, la tecnica è sempre riuscita ad inventare qualcosa che ha cambiato lo scenario, aumentando appunto la disponibilità di risorse: la macchina a vapore, il treno, il motore a combustione interna, l’ aereo, il computer, eccetera eccetera. Ma naturalmente non è detto che questa scommessa, la cui posta si alza continuamente, possa essere sempre vinta anche in futuro.

E nemmeno è detto che questa attività che cresce esponenzialmente non finisca con l’ alterare qualche equilibrio fondamentale del nostro pianeta.

Un argomento assai scomodo

 

Immagino che questo post non mi renderà popolare, ma sono abituato a pensare con la mia testa e sono troppo vecchio per cambiare. Se sbaglio, vorrei che qualcuno mi spiegasse dove sbaglio. Senza ideologie, senza preconcetti e senza parolacce, se possibile. Grazie.

1. Non c’è dubbio che per chi naviga, salvare un naufrago in procinto di annegare è un obbligo, morale prima ancora che legale. Ci si ferma e lo si tira a bordo, punto. Può succedere a chiunque navighi.

2. Schierarsi davanti alle coste libiche, al limite delle acque territoriali ed a volte anche dentro, aspettando che gli scafisti accompagnino al largo i gommoni coi migranti mi sembra una cosa un po’ diversa. È vero che la decisione è stata presa dopo alcuni tragici naufragi, ma la preoccupazione umanitaria è purtroppo sfociata in un involontario, consistente, e per di più gratuito, assist alla criminalità, che adesso deve solo spingere verso la prima nave un gommone senza motore. Un sogno per il racket dei migranti, una catastrofe ulteriore per i migranti, i gommoni sono assai instabili e vulnerabili, ed i morti sono aumentati sia in assoluto (5.000 solo nel 2016) che in proporzione ai transiti (quasi due morti ogni cento).  Bisogna prenderne atto.

3. Sul giro d’ affari dei trafficanti di uomini ho letto cifre assai disparate. Secondo uno studio recente dell’ istituto Demoskopik ogni migrante paga 4.000-5.000 $ per la traversata del deserto, più altri 1.000-1.500 per l’ imbarco. Anche usando le stime più basse, gli oltre 180.000 migranti arrivati in Italia nel 2016 hanno prodotto un giro d’ affari di quasi un miliardo di dollari. Solo nel 2016 e solo dalla Libia verso l’ Italia. Di questo parliamo. Un fiume di denaro nelle tasche di mercanti ed aguzzini di esseri umani che solo in un paese totalmente disarticolato come la Libia di oggi possono portare in giro indisturbati, tenere prigionieri, torturare centinaia di migliaia di persone. Fare tutto il possibile per neutralizzare questi criminali è opera umanitaria, rifiutare di collaborare a questo scopo no. Che ci siano dubbi su questo lo trovo incomprensibile.

4. Fra i migranti che arrivano dalla Libia, non ci sono libici, e neppure siriani. I più numerosi sono, nell’ ordine, quelli che arrivano da Nigeria, Bangladesh (sì, proprio così !), Guinea, Costa d’Avorio ed in generale Paesi dell’ Africa subsahariana. Tranne poche eccezioni, non si tratta di rifugiati ma di migranti in cerca di migliori condizioni di vita, migranti che si indebitano per pagare i trafficanti, lo stesso tipo di emigrazione che ebbe luogo all’ inizio del secolo scorso verso gli Stati Uniti. Gli americani avevano bisogno di manodopera per sviluppare il Paese, così come oggi l’ Europa (Italia per prima) ha bisogno di immigrati per compensare l’ invecchiamento della popolazione. Tutto sta a mantenere il controllo su questo processo. Gli americani avevano un sistema legale che faceva capo ad Ellis Island. Oggi, la quota parte di immigrazione che proviene dalla Libia (e che costituisce poco meno di metà del totale degli arrivi in Italia) è completamente in mano ad organizzazioni criminali. Ma perché arrivano proprio da lì ?

5. L’ Africa, che quando io andavo a scuola arrivava sì e no a 200 milioni di abitanti, ha superato pochi anni fa il miliardo, e raggiungerà i due miliardi entro il 2050. Il motivo è semplice: l’ Africa, ultima fra le grandi regioni del mondo, sta iniziando finalmente ad emergere dalla povertà estrema ed a ridurre la mortalità infantile. Di conseguenza, in questa fase transitoria l’ Africa subsahariana rimane ancora la regione più povera al mondo ma, al tempo stesso, è quella col più alto tasso demografico al mondo. L’ età media della popolazione in questi paesi è inferiore ai 18 anni, in confronto ai 45 circa della vecchia Europa. Lo sviluppo economico di questi paesi è mediamente alto, la povertà estrema è scesa di 20 punti negli ultimi 25 anni, ma è ancora al 40%, e si capisce bene che un miliardo di bocche in più da qui al 2050 (30 milioni in più ogni anno) non è un problema da poco. E si capisce anche che l’ emigrazione verso l’ Europa non è una soluzione realistica, sostenere ed alimentare lo sviluppo di questi paesi invece si. G2, G7, G8, G20 e compagnia bella farebbero bene ad occuparsi di questo, io credo. Sarebbe un modo assai più intelligente di spendere soldi.

6. Per quanto l’ Italia abbia bisogno di compensare la denatalità e l’ invecchiamento della popolazione, è anche il caso di ricordare che attualmente da noi la disoccupazione giovanile sfiora il 40%, situazione aggravata dal periodico innalzamento dell’età pensionabile. Oltre a governare il fenomeno migratorio, non sarebbe male avere un’ idea di come impiegare i nuovi arrivati. Vederli chiedere l’ elemosina davanti ai supermercati fa male, ma deve fare ancora più male a chi, per arrivare fin qui si è indebitato fino al collo. È il miglior modo per costruire una bomba sociale, e mettere questa gente nelle mani sbagliate.

 

Un solo Dio, al massimo due

 

Intorno al 1350 a. C., il faraone in carica, Amenofi IV, della XVIII^ dinastia, ebbe un’ idea assai balzana.

Siamo al centro della storia egizia, nel pieno di quello che viene definito Nuovo Regno. L’Egitto esisteva come entità statale da oltre duemila anni, ed in duemila anni, pur in una società allergica a cambiare, di cose ne succedono tante. Ma una pensata come quella di Amenofi IV non si era mai sentita. In breve, il faraone aveva deciso che era tempo di farla finita con tutta quella parata di divinità, Osiride, Iside, Seth, Horus e soprattutto Amon, il più grande di tutti, ed era ora di riconoscere che di Dio ce n’era uno solo: Aton, il Sole. Un unico Dio di cui lui stesso, il faraone, era figlio unico e legittimo, neanche a dirlo.

I sacerdoti dovettero pensare che il faraone era uscito pazzo, e ne ebbero conferma quando Amenofi IV decise addirittura di cambiare nome in onore del Dio, facendosi chiamare Ekhnaton. E tuttavia i sacerdoti dovettero chinare la testa ed obbedire tacendo, chiusero i templi di Amon e si misero di buona lena a scalpellarne via il nome dai monumenti delle precedenti amministrazioni. Potevano solo sperare che Aton, o chi per esso, chiamasse presto a sé il faraone pazzo. Quando questo finalmente avvenne, tutto tornò come prima, i vecchi dei riabilitati, i templi rimessi a posto, i culti ripristinati ed il nuovo faraone sul trono col rassicurante nome di TutankhAMON.

Di Amenofi IV/Ekhnaton non rimase nulla, venne proibito persino pronunciarne il nome, e credo sia la prima “damnatio memoriae” della Storia.

Per quanto ne sappiamo, la bislacca idea di Amenofi IV rappresenta la prima di una forma di monoteismo di cui resti traccia. Si trattava probabilmente di un monoteismo imperfetto, Amenofi IV non ebbe la forza di spazzare via tutto il pantheon, altri dei sopravvissero subordinati, ma era un inizio. Del resto, ben altri monoteismi danno tuttora spazio a Santi, Madonne, angeli e diavoli, non è così ?

Fu una comparsa effimera, come abbiamo detto, ma forse non del tutto. Parecchi studiosi, a cominciare da Freud, ipotizzarono che Mosè possa essere stato un sacerdote di Ekhnaton, fuggito dopo la restaurazione, è che il monoteismo ebraico abbia origini egizie. Probabilmente non è vero, persino sulla storicità di Mosè ci sono dubbi, ma è certamente un’ ipotesi affascinante.

Come che sia, il monoteismo entra in scena mostrando subito il suo carattere primario: un dio unico non può che essere un Dio possessivo, geloso persino.

Tuttavia, un problema del tutto nuovo si pone. Nella tradizione politeista, il mondo è un palcoscenico inerte su cui si muovono ed interagiscono tra loro le divinità, talvolta alleandosi, più spesso scontrandosi fra loro, e di questi scontri fanno le spese gli uomini. La guerra di Troia è un “danno collaterale” di uno sciocco concorso di bellezza fra tre dee vanesie, tanto per dire. Le traversie di Ulisse sono causate dall’ odio di Poseidone, e parzialmente mitigate dal favore di Atena. Che le cose vadano bene o male, insomma, c’è sempre la possibilità di dare una spiegazione soddisfacente, attribuire il merito o la colpa a questa o quella capricciosa divinità, di volta in volta compiaciuta o irritata.

Il Dio unico apparentemente semplifica il quadro, basta comportarsi bene nei suoi confronti e si vivrà per sempre felici e contenti. E invece no, è piuttosto evidente che le cose non vanno affatto in questo modo, non sempre il bene vince e il male perde, non sempre la giustizia trionfa è la virtù è premiata, tutt’ altro. Come mai ?

Il monoteismo fatica a trovare una risposta.

Dio che si ritira dal mondo dopo averlo creato, Dio che rispetta il libero arbitrio delle sue creature, Dio che ha disegni imperscrutabili, la sofferenza che verrà ripagata nell’ aldilà. Nessuna risposta è davvero convincente.

 Una particolare forma di risposta è l’ idea che esistano due principi divini, uno buono e l’ altro cattivo. Luce e Tenebre, Bene e Male, Ordine e Caos. Il primo a proporre questa soluzione fu Zarathustra, o Zoroastro, vissuto nel VII secolo a.C., forse prima. È l’ inizio di una lunga tradizione, che ha diverse sfaccettature. Una versione è più vicina alla concezione greca: sullo sfondo di un cosmo indifferente, i due princìpi lottano per il predominio. Un’ altra versione è più vicina alla tradizione ebraica: il Dio cattivo è in realtà un angelo ribelle, ed in qualche caso si attribuisce a lui la Creazione. Questo naturalmente spiega il male nel mondo, ma non spiega perché il Dio buono lo lasci fare.

 Come che sia, la tradizione dualista sopravvisse per oltre duemila anni. Lo zoroastrismo fu la religione ufficiale dell’ impero persiano da Ciro il Grande fino alla conquista araba, sopravvisse sotto l’ impero bizantino come religione bogumil, si diffuse in Occidente, soprattutto nella forma del manicheismo, fiorì in Provenza e nel nord Italia come tradizione catara finché fu sradicata con la violenza, più o meno al tempo di San Francesco. Ed è una storia che vale la pena conoscere.