Un argomento assai scomodo

 

Immagino che questo post non mi renderà popolare, ma sono abituato a pensare con la mia testa e sono troppo vecchio per cambiare. Se sbaglio, vorrei che qualcuno mi spiegasse dove sbaglio. Senza ideologie, senza preconcetti e senza parolacce, se possibile. Grazie.

1. Non c’è dubbio che per chi naviga, salvare un naufrago in procinto di annegare è un obbligo, morale prima ancora che legale. Ci si ferma e lo si tira a bordo, punto. Può succedere a chiunque navighi.

2. Schierarsi davanti alle coste libiche, al limite delle acque territoriali ed a volte anche dentro, aspettando che gli scafisti accompagnino al largo i gommoni coi migranti mi sembra una cosa un po’ diversa. È vero che la decisione è stata presa dopo alcuni tragici naufragi, ma la preoccupazione umanitaria è purtroppo sfociata in un involontario, consistente, e per di più gratuito, assist alla criminalità, che adesso deve solo spingere verso la prima nave un gommone senza motore. Un sogno per il racket dei migranti, una catastrofe ulteriore per i migranti, i gommoni sono assai instabili e vulnerabili, ed i morti sono aumentati sia in assoluto (5.000 solo nel 2016) che in proporzione ai transiti (quasi due morti ogni cento).  Bisogna prenderne atto.

3. Sul giro d’ affari dei trafficanti di uomini ho letto cifre assai disparate. Secondo uno studio recente dell’ istituto Demoskopik ogni migrante paga 4.000-5.000 $ per la traversata del deserto, più altri 1.000-1.500 per l’ imbarco. Anche usando le stime più basse, gli oltre 180.000 migranti arrivati in Italia nel 2016 hanno prodotto un giro d’ affari di quasi un miliardo di dollari. Solo nel 2016 e solo dalla Libia verso l’ Italia. Di questo parliamo. Un fiume di denaro nelle tasche di mercanti ed aguzzini di esseri umani che solo in un paese totalmente disarticolato come la Libia di oggi possono portare in giro indisturbati, tenere prigionieri, torturare centinaia di migliaia di persone. Fare tutto il possibile per neutralizzare questi criminali è opera umanitaria, rifiutare di collaborare a questo scopo no. Che ci siano dubbi su questo lo trovo incomprensibile.

4. Fra i migranti che arrivano dalla Libia, non ci sono libici, e neppure siriani. I più numerosi sono, nell’ ordine, quelli che arrivano da Nigeria, Bangladesh (sì, proprio così !), Guinea, Costa d’Avorio ed in generale Paesi dell’ Africa subsahariana. Tranne poche eccezioni, non si tratta di rifugiati ma di migranti in cerca di migliori condizioni di vita, migranti che si indebitano per pagare i trafficanti, lo stesso tipo di emigrazione che ebbe luogo all’ inizio del secolo scorso verso gli Stati Uniti. Gli americani avevano bisogno di manodopera per sviluppare il Paese, così come oggi l’ Europa (Italia per prima) ha bisogno di immigrati per compensare l’ invecchiamento della popolazione. Tutto sta a mantenere il controllo su questo processo. Gli americani avevano un sistema legale che faceva capo ad Ellis Island. Oggi, la quota parte di immigrazione che proviene dalla Libia (e che costituisce poco meno di metà del totale degli arrivi in Italia) è completamente in mano ad organizzazioni criminali. Ma perché arrivano proprio da lì ?

5. L’ Africa, che quando io andavo a scuola arrivava sì e no a 200 milioni di abitanti, ha superato pochi anni fa il miliardo, e raggiungerà i due miliardi entro il 2050. Il motivo è semplice: l’ Africa, ultima fra le grandi regioni del mondo, sta iniziando finalmente ad emergere dalla povertà estrema ed a ridurre la mortalità infantile. Di conseguenza, in questa fase transitoria l’ Africa subsahariana rimane ancora la regione più povera al mondo ma, al tempo stesso, è quella col più alto tasso demografico al mondo. L’ età media della popolazione in questi paesi è inferiore ai 18 anni, in confronto ai 45 circa della vecchia Europa. Lo sviluppo economico di questi paesi è mediamente alto, la povertà estrema è scesa di 20 punti negli ultimi 25 anni, ma è ancora al 40%, e si capisce bene che un miliardo di bocche in più da qui al 2050 (30 milioni in più ogni anno) non è un problema da poco. E si capisce anche che l’ emigrazione verso l’ Europa non è una soluzione realistica, sostenere ed alimentare lo sviluppo di questi paesi invece si. G2, G7, G8, G20 e compagnia bella farebbero bene ad occuparsi di questo, io credo. Sarebbe un modo assai più intelligente di spendere soldi.

6. Per quanto l’ Italia abbia bisogno di compensare la denatalità e l’ invecchiamento della popolazione, è anche il caso di ricordare che attualmente da noi la disoccupazione giovanile sfiora il 40%, situazione aggravata dal periodico innalzamento dell’età pensionabile. Oltre a governare il fenomeno migratorio, non sarebbe male avere un’ idea di come impiegare i nuovi arrivati. Vederli chiedere l’ elemosina davanti ai supermercati fa male, ma deve fare ancora più male a chi, per arrivare fin qui si è indebitato fino al collo. È il miglior modo per costruire una bomba sociale, e mettere questa gente nelle mani sbagliate.

 

Un solo Dio, al massimo due

 

Intorno al 1350 a. C., il faraone in carica, Amenofi IV, della XVIII^ dinastia, ebbe un’ idea assai balzana.

Siamo al centro della storia egizia, nel pieno di quello che viene definito Nuovo Regno. L’Egitto esisteva come entità statale da oltre duemila anni, ed in duemila anni, pur in una società allergica a cambiare, di cose ne succedono tante. Ma una pensata come quella di Amenofi IV non si era mai sentita. In breve, il faraone aveva deciso che era tempo di farla finita con tutta quella parata di divinità, Osiride, Iside, Seth, Horus e soprattutto Amon, il più grande di tutti, ed era ora di riconoscere che di Dio ce n’era uno solo: Aton, il Sole. Un unico Dio di cui lui stesso, il faraone, era figlio unico e legittimo, neanche a dirlo.

I sacerdoti dovettero pensare che il faraone era uscito pazzo, e ne ebbero conferma quando Amenofi IV decise addirittura di cambiare nome in onore del Dio, facendosi chiamare Ekhnaton. E tuttavia i sacerdoti dovettero chinare la testa ed obbedire tacendo, chiusero i templi di Amon e si misero di buona lena a scalpellarne via il nome dai monumenti delle precedenti amministrazioni. Potevano solo sperare che Aton, o chi per esso, chiamasse presto a sé il faraone pazzo. Quando questo finalmente avvenne, tutto tornò come prima, i vecchi dei riabilitati, i templi rimessi a posto, i culti ripristinati ed il nuovo faraone sul trono col rassicurante nome di TutankhAMON.

Di Amenofi IV/Ekhnaton non rimase nulla, venne proibito persino pronunciarne il nome, e credo sia la prima “damnatio memoriae” della Storia.

Per quanto ne sappiamo, la bislacca idea di Amenofi IV rappresenta la prima di una forma di monoteismo di cui resti traccia. Si trattava probabilmente di un monoteismo imperfetto, Amenofi IV non ebbe la forza di spazzare via tutto il pantheon, altri dei sopravvissero subordinati, ma era un inizio. Del resto, ben altri monoteismi danno tuttora spazio a Santi, Madonne, angeli e diavoli, non è così ?

Fu una comparsa effimera, come abbiamo detto, ma forse non del tutto. Parecchi studiosi, a cominciare da Freud, ipotizzarono che Mosè possa essere stato un sacerdote di Ekhnaton, fuggito dopo la restaurazione, è che il monoteismo ebraico abbia origini egizie. Probabilmente non è vero, persino sulla storicità di Mosè ci sono dubbi, ma è certamente un’ ipotesi affascinante.

Come che sia, il monoteismo entra in scena mostrando subito il suo carattere primario: un dio unico non può che essere un Dio possessivo, geloso persino.

Tuttavia, un problema del tutto nuovo si pone. Nella tradizione politeista, il mondo è un palcoscenico inerte su cui si muovono ed interagiscono tra loro le divinità, talvolta alleandosi, più spesso scontrandosi fra loro, e di questi scontri fanno le spese gli uomini. La guerra di Troia è un “danno collaterale” di uno sciocco concorso di bellezza fra tre dee vanesie, tanto per dire. Le traversie di Ulisse sono causate dall’ odio di Poseidone, e parzialmente mitigate dal favore di Atena. Che le cose vadano bene o male, insomma, c’è sempre la possibilità di dare una spiegazione soddisfacente, attribuire il merito o la colpa a questa o quella capricciosa divinità, di volta in volta compiaciuta o irritata.

Il Dio unico apparentemente semplifica il quadro, basta comportarsi bene nei suoi confronti e si vivrà per sempre felici e contenti. E invece no, è piuttosto evidente che le cose non vanno affatto in questo modo, non sempre il bene vince e il male perde, non sempre la giustizia trionfa è la virtù è premiata, tutt’ altro. Come mai ?

Il monoteismo fatica a trovare una risposta.

Dio che si ritira dal mondo dopo averlo creato, Dio che rispetta il libero arbitrio delle sue creature, Dio che ha disegni imperscrutabili, la sofferenza che verrà ripagata nell’ aldilà. Nessuna risposta è davvero convincente.

 Una particolare forma di risposta è l’ idea che esistano due principi divini, uno buono e l’ altro cattivo. Luce e Tenebre, Bene e Male, Ordine e Caos. Il primo a proporre questa soluzione fu Zarathustra, o Zoroastro, vissuto nel VII secolo a.C., forse prima. È l’ inizio di una lunga tradizione, che ha diverse sfaccettature. Una versione è più vicina alla concezione greca: sullo sfondo di un cosmo indifferente, i due princìpi lottano per il predominio. Un’ altra versione è più vicina alla tradizione ebraica: il Dio cattivo è in realtà un angelo ribelle, ed in qualche caso si attribuisce a lui la Creazione. Questo naturalmente spiega il male nel mondo, ma non spiega perché il Dio buono lo lasci fare.

 Come che sia, la tradizione dualista sopravvisse per oltre duemila anni. Lo zoroastrismo fu la religione ufficiale dell’ impero persiano da Ciro il Grande fino alla conquista araba, sopravvisse sotto l’ impero bizantino come religione bogumil, si diffuse in Occidente, soprattutto nella forma del manicheismo, fiorì in Provenza e nel nord Italia come tradizione catara finché fu sradicata con la violenza, più o meno al tempo di San Francesco. Ed è una storia che vale la pena conoscere.

Di serie TV, senso della vita, e altro…

“La vita è un’ombra che cammina, un povero attore che si agita e pavoneggia la sua ora sul palco e poi non se ne sa più niente. È un racconto narrato da un idiota, pieno di strepiti e furore, che non significa niente.”
W. Shakespeare, Macbeth Atto V, scena 5^

Riflettevo qualche tempo fa (molto tempo fa se devo essere sincero) sul fatto che, mentre la narrazione accompagna l’ Uomo fin dall’ inizio della sua storia, la forma di questa narrazione è andata cambiando nel tempo. In principio fu il canto, in età moderna il racconto, nell’ ultimo secolo la narrazione visiva, cinema e poi televisione. Negli ultimi anni, in particolare, la forma narrativa di maggior successo è la serie televisiva.
Va detto che il racconto a puntate non è certo una novità, il romanzo d’ appendice era popolarissimo nell’ Ottocento e sono stati pubblicati a puntate pilastri della letteratura del calibro di Madame Bovary, i fratelli Karamazov, Guerra e Pace, e persino Pinocchio. Balzac e Dickens pubblicavano a puntate, e quest’ ultimo teorizzava addirittura la superiorità di questa forma rispetto al volume. Nessuno scandalo dunque, il punto semmai è un altro.

Pur nella serialità originaria, I tre moschettieri o Delitto e castigo sono romanzi “chiusi”, dove la trama si sviluppa secondo un piano coerente che l’ autore ha fissato fin dal primo momento. Non mancano naturalmente divagazioni, intrecci, sottotrame che possono essere diluite in funzione dei favori del pubblico, ma alla fine i conti tornano, tutto si tiene e le linee narrative convergono in una conclusione che “scioglie tutti i nodi”.

La narrazione televisiva odierna è costituita da serie che si dispiegano su un’ estensione temporale che non è nota all’ inizio. Nessuno sa in anticipo quante stagioni saranno prodotte, in quanto dipende dall’ audience, e gli sceneggiatori devono essere pronti, all’ occorrenza, a prolungare o troncare le vicende narrate a seconda delle esigenze della produzione. Spesso, persino alla conclusione di un ciclo (il “finale di stagione”) gli autori non sanno se ci sarà o meno una stagione successiva, e sono costretti a chiudere solo alcuni dei nodi narrativi ma non tutti, in modo che si possa trovare qualche aggancio per riprendere il filo (se e quando servirà…).
Il risultato mi ricorda quelle costruzioni lasciate a metà, con i ferri di armatura che sporgono dai pilastri, per dare modo di riprendere (forse…) la costruzione e fare il secondo piano in futuro.

Non è un aspetto secondario questo, niente affatto.

Da sempre, infatti, il ruolo principale della narrazione è sempre stato quello di “dare senso al mondo“, offrire letture coerenti della realtà, magari fittizie ma significative. Le avventure di Ulisse o le peripezie di David Copperfield ci dicono qualcosa di sensato sulle nostre stesse vite, offrono illuminazioni, riferimenti, propongono significati. E, soprattutto, fanno vedere che un significato può esserci, che il mondo ed il destino individuale possono avere un senso, una vita può andare da qualche parte, verso la gloria o il disastro, verso l’ amore o la morte, non importa. Ciò che importa è che nella storia un senso c’è e viene mostrato, può essere condiviso o contestato, ma non negato.

Ma quale senso può mai emergere da una serie televisiva che si interrompe senza preavviso dopo 40 o 50 puntate, senza che la trama principale sia stata portata a conclusione, senza che le domande iniziali abbiano trovato risposte, senza che si sia capito il ruolo di certi personaggi ?

Così è la vita, si potrebbe rispondere, citando non a sproposito il monologo finale di Macbeth.
E tuttavia la tragedia di Shakespeare, maestro nel mostrare ambiguità e complessità della condizione umana, una trama ce l’ha eccome, ed una conclusione pure.

L’ epoca in cui viviamo ha perso la fiducia nelle grandi narrazioni mitiche, religiose, politiche, ideologiche. Oggi sono pochi, almeno in Occidente, a riconoscersi in grandi cause, a credere fino al sacrificio di se. Il sole dell’ avvenire non ci illumina più, le magnifiche sorti e progressive sono evocate a scopo sarcastico, le utopie sono state sostituite dalle distopie e la felicità oltremondana è, per molti di noi, assai dubbia. Il mondo in cui ci tocca vivere ha perso senso e direzione, lasciando dietro un senso di precarietà e solitudine.

Per questo, forse, la perdita di senso della narrazione è un segno dei tempi, una manifestazione genuina dello spirito dell’ epoca, e forse per questo viene accettata dal pubblico senza troppe difficoltà.

E dunque, in attesa della seconda stagione di Westworld, posso solo confessare la mia personale nostalgia per le narrazioni chiuse; sarei disposto persino a rischiare che i personaggi vivano tutti felici e contenti…

Tra rabbia e vergogna

Diciamo la verità, nessuno ci ha ancora capito niente.

Mi riferisco al terrorismo, naturalmente, e più in particolare agli attentati suicidi che con ormai drammatica regolarità sconvolgono i Paesi dell’ Occidente, Stati Uniti, Francia, Germania, Gran Bretagna, tanto per citare i casi più eclatanti. Non che gli attentati manchino all’ interno dei paesi islamici in Africa, Asia ed in Medio Oriente, naturalmente, però in un discorso all’ ONU l’ antropologo Scott Atran ha introdotto una distinzione netta tra i jihadisti che combattono in paesi islamici in Medio Oriente, Africa e talvolta Asia, e quelli che agiscono nei Paesi occidentali, sostanzialmente in Europa.

I primi sono, nella sua lettura, persone in generale di scarsa cultura, convinti di lottare per la sopravvivenza. Occorre ricordare che la maggior parte delle guerre nei paesi islamici può essere ricondotta ad uno scontro interno all’ Islam, tra musulmani sunniti sostenuti principalmente da Arabia Saudita e Qatar, e sciiti che hanno come punto di riferimento l’ Iran. Sarebbe troppo lungo ripercorrere la storia di questo conflitto millenario, quello che interessa in questa sede è che l’ odio anti occidentale è un aspetto derivativo di questo conflitto. È ovvio che gli interventi occidentali, dall’ invasione americana dell’ Iraq fino agli attuali bombardamenti in Siria, alimentano quest’ odio, il risentimento ed il senso di umiliazione non solo nei Paesi interessati, ma anche agli occhi di tutti i musulmani, qualunque sia la loro residenza.

Diverso è il caso dei terroristi che agiscono in Occidente.

Ogni volta la domanda è la stessa: che cosa spinge giovani ventenni a sacrificare la propria vita al solo scopo di fare la strage più grande che sia possibile ? Non – si badi bene – per attaccare un obiettivo strategico, no. Lo scopo è colpire nel mucchio, più vittime ci sono e meglio è, e se si tratta di gente inerme che era uscita a fare la spesa, o una passeggiata, ancora meglio.

Perché lo fanno ?

La risposta, come dicevo, non ce l’ ha nessuno, e tanto meno ce l’ ho io, ma questo non è un buon motivo per rimuovere la questione. Ho provato dunque a guardarmi intorno.

Il primo che ho incontrato è il politologo Bernard Lewis, uno che ci va giù piatto:

“Il fondamentalismo islamico ha dato al risentimento e alla rabbia delle masse musulmane una finalità e una forma di cui erano prive, e le ha indirizzate contro le forze che hanno svalutato i valori e le lealtà tradizionali, derubandole in ultima analisi di convinzioni, aspirazioni, dignità e, in misura sempre più estesa, addirittura dei mezzi di sostentamento” (Bernard Lewis, “Le origini della rabbia musulmana”)

Ma da dove viene questo risentimento ? Sarebbe stato logico attenderselo semmai nel periodo coloniale, quando i Paesi arabi erano governati, e dominati, dalle grandi potenze europee. Ma si tratta di Paesi che hanno raggiunto l’ indipendenza ormai da molti decenni. E dunque ?

Hans Magnus Enzensberger nel suo libro “Il perdente radicale” vede in questo risentimento una questione di orgoglio:

“È del tutto evidente che la totale dipendenza economica, tecnica e intellettuale dall’«Occidente» è difficilmente sopportabile da parte degli interessati. E non si tratta di una astrazione. Tutto ciò che sostanzia la vita quotidiana nel Maghreb e nel Medio Oriente, ogni frigorifero, ogni telefono, ogni presa elettrica, ogni cacciavite, senza contare i prodotti della tecnologia avanzata, rappresenta quindi, per ogni arabo in grado di pensare, una tacita umiliazione, accuratamente coltivata.”

Étienne Balibar ne fa piuttosto una questione economica:

“Nessuna guerra di religione ha le sue cause nella religione stessa, sotto ci sono sempre oppressione, lotta di potere, interessi economici. La troppa ricchezza, la troppa miseria. Ma quando la religione si appropria di questi conflitti, la crudeltà può superare ogni limite, perché il nemico diventa anatema.” 

Insomma, non pare esserci accordo neppure sul punto di partenza per la comprensione di quello che sta accadendo, vale a dire la motivazione.

Uno dei più lucidi interpreti dei tempi, recentemente scomparso, il compianto Tzvetan Todorov si rendeva conto che un fenomeno come questo non può essere ricondotto ad una causa semplice, ma ad una stratificazione di cause diverse. Ha provato anche a farne un elenco:

  • Sfruttamento occidentale delle risorse naturali del Medio Oriente
  • Memoria del colonialismo
  • Risentimento anti occidentale
  • Arretratezza sociale
  • Interpretazione estremista del Corano
  • Tentazione della vendetta

Oliver Roy ha studiato in dettaglio i jihadisti che agiscono in Occidente, attraverso l’ analisi di oltre 150  biografie di terroristi responsabili di attentati, trovando alcune regolarità abbastanza interessanti.

I terroristi che devastano l’ Occidente non sono mai direttamente gli immigrati, i profughi, i rifugiati. Chi cerca asilo e, con mille difficoltà, alla fine lo ottiene, è in genere piuttosto umile. Sa di avere avuto bisogno di aiuto, e di averlo ricevuto. Poco e male, magari, ma è pur sempre un aiuto. Ed in nome di questo aiuto è disposto a sopportare molto.

Il problema nasce con la seconda generazione, i figli nati in Occidente, senza la memoria della vita precedente dei loro genitori. Gente nata e cresciuta in Europa, meno disposta a sopportare una discriminazione che percepisce come profondamente ingiusta, come una sorta di “peccato originale” dei padri. Nati in Europa, ma europei a metà, ad essere generosi, emarginati per un’ origine che non hanno scelto, si trovano senza radici, senza appartenenza, umiliati senza una colpa diretta.

Hanif Kureishi è uno scrittore britannico di origini pakistane, e ne sa qualcosa:

Io stesso l’ho vissuto nella mia famiglia, mio padre era pachistano, in patria veniva spintonato per strada dai soldati inglesi e arrivati qui ci sentivamo comunque cittadini di seconda classe.(Corriere della Sera, 23/5/2017)

Gente in rivolta contro l’ Occidente e contro i propri troppo remissivi genitori al tempo stesso, cercano una frattura generazionale, e la trovano – paradossalmente – rivendicando un Islam puro, non contaminato dai compromessi, tradimenti e scarso fervore dei loro genitori. Coinvolgono fratelli, formano gruppi, cercano di sottolineare l’ aspetto generazionale della loro rivolta. La terza generazione (in Francia l’ immigrazione nordafricana risale alla guerra d’ Algeria) non pare avere lo stesso trauma, e pur mantenendo un’ identità islamica, pochissimi sono gli estremisti.

Quasi i tre quarti dei terroristi sono dunque di seconda generazione, figli di immigrati. Il resto è costituito da convertiti. Non di rado si tratta di persone che non hanno alle spalle una formazione religiosa, o la frequentazione di moschee. Al contrario, spesso si tratta di giovani il cui stile di vita in passato era tutt’ che irreprensibile: alcool, droghe, vita notturna, talvolta precedenti penali per piccoli reati, spesso è proprio in carcere che inizia la conversione. Dei balordi, potremmo dire. Anche in questo caso si tratta di una rivolta, ed al tempo stesso di una ricerca radicale di purezza. Il passato peccaminoso sarà purificato attraverso il martirio. Si rivolgono all’ Islam in mancanza di alternative, di ideologie forti. Più che islamici radicalizzati, Roy li definisce radicali islamizzati.

La radicalizzazione, sostiene Roy, c’è già stata prima, al ribelle serve giusto una causa in cui credere, e l’ Islam è perfettamente adatta allo scopo. Non solo, ma gli offre anche una metodologia.

Una cosa a me pare certa, la dote principale per chi decide di farsi saltare in aria in un attentato suicida, è lo scarso valore attribuito alla propria vita presente. È  certamente presente una dimensione nichilista, visibile già nei profili social, ma al tempo stesso un enorme desiderio di visibilità.

Ugo Fabietti Il debito inestinguibile : sul sacrificio”:

La testimonianza del gesto suicida avviene quindi in uno spazio pubblico globalizzato (dai media) nel quale l’attentatore suicida trova la possibilità̀ di essere percepito come “martire”, “testimone” (tanto dai musulmani e quanto dai non musulmani)

Far vedere a tutti coloro che non hanno saputo vederlo prima, chi si è veramente.  Lo psicologo Fehti Benslama non esita a parlare di ostentazione narcisistica, superomismo in versione islamica.

L’ attentato diventa il modo non solo di purificare, ma di dare finalmente un senso alla propria esistenza, mettervi fine con uno schianto e non con un lamento, concentrando su di sé tutta l’ attenzione che il mondo ha sempre negato.

Tanto che – osserva Roy – il loro progetto  prevede invariabilmente un solo attentato, uno solo, ed a quell’ attentato non intendono sopravvivere. Il piano prevede il martirio, sempre, anche quando non sarebbe indispensabile per il successo dell’ operazione, anche quando ci sarebbe l’ opportunità di fuggire.

Mi ricordo effettivamente di avere notato a suo tempo lo strano comportamento dei fratelli Krouchy dopo la strage di Charlie Hebdo. Vagavano per Parigi urlando “Allah è grande “ e sparando in aria, era evidente che non avevano un piano di fuga, che addirittura non sapevano bene cosa fare, dove andare, quasi aspettavano il conflitto a fuoco con la polizia. La sopravvivenza non l’ avevano proprio considerata.

Se questa analisi è corretta, come se ne esce ?

Secondo Kureishi:

Dobbiamo lavorare sul liberalismo e sul pluralismo delle nostre società: dobbiamo riuscire a vendere a chi si sente messo da parte e ci odia l’idea che tutto questo serve anche a loro. Ma se invece alimentiamo il razzismo e l’esclusione diventa un compito molto difficile (…) Invece si vedono atteggiamenti che stanno provocando la crescita del fascismo in Europa.”

Se c’è un punto sul quale gli analisti concordano, è proprio questo.

“Il maggior pericolo per la nostra società deriva non dai danni diretti che il terrorismo infligge, bensì dalle reazioni sbagliate che è in grado di provocare.” Paul Krugman Repubblica 19/11/15

“Quello che vogliono gli autori degli attentati sono le rappresaglie, che si uccidano i musulmani per le strade. Vogliono la guerra civile.” Jean Pierre Filiu Espresso n. 47 del 26/11/15

Facile a dirsi, molto meno a farsi, naturalmente.

Manca ancora qualcosa, secondo me, manca un legame fra i jihadisti che operano nei Paesi islamici e quelli che compiono attentati in Occidente, l’ idea che si tratti di due tipi umani totalmente estranei fra loro mi convince poco, tanto più se si pensa al fenomeno dei foreign fighters che partono dall’ Occidente per andare a combattere tra le fila del jihad.

Trovo quello che a me pare un indizio importante in un vecchio libro di Emanuele Severino, che risale al 2003, quasi quindici anni fa. Scriveva Severino:

“(…) il capitalismo, in quanto tale, è sempre meno capace di controllare la pressione che i popoli poveri esercitano da tempo su quelli ricchi. Dapprima organizzata e guidata dall’ Unione Sovietica, tale pressione è ora organizzata e guidata dal mondo islamico, soprattutto dalle sue forme estremistiche” Emanuele Severino – Dall’ Islam a Prometeo

Qui il discorso porterebbe lontano, mi limito a segnalare la situazione demografica africana così come la riporta l’ ONU. La linea rossa. Un miliardo di persone in più ogni 25 anni nel posto più povero del mondo, cosa ragionevolmente cercheranno di fare ? Ecco.

Se l’ Europa non si occuperà seriamente dell’ Africa, l’ Africa si occuperà dell’ Europa.Ma questo è un altro discorso.

Debiti, colpe, peccati e altro ancora

 

Ai tempi della crisi finanziaria greca abbiamo tutti più o meno a forza imparato che esiste una parola tedesca dal doppio significato. La parola in questione è “schuld” che in tedesco può voler dire sia “debito” che “colpa”. Ecco dunque svelato il motivo dell’ intransigenza tedesca: se hai fatto debiti è tutta colpa tua, e dunque cosa pretendi ? Le colpe si pagano, e così i debiti. Il debitore è per definizione anche peccatore, ed il legame tra peccato e debito è – appunto – la colpa.

A dire la verità, però, questa storia del legame tra debito e colpa non è affatto un’ invenzione tedesca.

Chiunque abbia letto Dickens sa che nella Londra vittoriana si poteva finire in carcere per i debiti non onorati; e dal momento che il debitore incarcerato ha verosimilmente ancora meno possibilità di saldare, è evidente come prevalga il desiderio di punire la colpa del debitore rispetto a quello di risarcire il creditore. A quest’ ultimo rimane la soddisfazione, discutibile ma a quanto pare assai apprezzata, di vedere il debitore dietro le sbarre.

Ma neppure gli inglesi avevano inventato questa identificazione tra debito e colpa, tra debitore e colpevole. La faccenda è assai più antica. Risale addirittura all’ Antico Testamento, nella parola di origine aramaica “hôb, hôbot” che avrebbe avuto già, appunto, i due significati in questione. Almeno così sostiene Silvia Ronchey in un articolo su Repubblica dell’ 8/7/2015. Altrove ho trovato il riferimento ad un termine simile “ehoba”. Mi fido.

Se dunque il debito è peccato, gli ebrei avevano tuttavia introdotto anche qualche rimedio. Anzitutto il divieto di esigere interessi, almeno dai più bisognosi (Levitico 25):

“35 Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria ed è inadempiente verso di te, sostenilo come un forestiero o un ospite, perché possa vivere presso di te. 36 Non prendere da lui interessi né utili, ma temi il tuo Dio e fa’ vivere il tuo fratello presso di te. 37 Non gli presterai il denaro a interesse, né gli darai il vitto a usura.”

Inoltre , una grande sanatoria da tenersi ogni sette anni (Deuteronomio 15):

“1  Alla fine di ogni sette anni celebrerete l’anno di remissione. 2  Ecco la norma di questa remissione: ogni creditore che abbia diritto a una prestazione personale in pegno per un prestito fatto al suo prossimo, lascerà cadere il suo diritto: non lo esigerà dal suo prossimo, dal suo fratello, quando si sarà proclamato l’anno di remissione per il Signore. 3  Potrai esigerlo dallo straniero; ma quanto al tuo diritto nei confronti di tuo fratello, lo lascerai cadere.”

Con l’ ulteriore esplicito invito, giacché la natura umana è quella che è,  a non fare i furbi:

“9  Bada bene che non ti entri in cuore questo pensiero iniquo: È vicino il settimo anno, l’anno della remissione; e il tuo occhio sia cattivo verso il tuo fratello bisognoso e tu non gli dia nulla; egli griderebbe al Signore contro di te e un peccato sarebbe su di te.”

Proprio a questo precetto si riferisce chiaramente il Padre Nostro nel versetto che viene riportato da Matteo 6 come “12  e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori” e da Luca 11 invece come “4 e perdonaci i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore”. Debito uguale peccato, per l’ appunto.

Insomma, questa identificazione tra debito è colpa ce la portiamo dentro dai tempi più remoti. Quello che si è perso per strada, invece, è il correttivo di questa legge ferrea, il periodico condono dei debiti o almeno degli interessi per i debitori più deboli e bisognosi. Il capitalismo, diceva Walter Benjamin (combinazione, era un ebreo tedesco…) è una religione senza redenzione.

Da tutt’ altra parte sta il concetto greco di debito, espresso dal termine chreos che non ha nulla a che vedere col peccato. Il termine indica semmai una mancanza, uno stato di bisogno, come nell’ espressione: “essere in debito di ossigeno“ e simili. A tal punto che Matteo usa un termine diverso (ophèilema) per indicare il debito/peccato, come fa notare ancora la Ronchey,

La colpa per i greci (antichi, si capisce…) è tutt’ altro, è uno stato in cui ci si trova per avere commesso un’ ingiustizia, anche senza intenzione, sapendolo oppure anche no, per puro volere del Fato. Un significato che un po’ sopravvive nel linguaggio giuridico.

Ma questo è tutto un altro discorso, e porterebbe lontano. Per oggi vi ho annoiato abbastanza.

Di rivalità, invidie e capri espiatori

Gli stimoli a volte arrivano inaspettati. A teatro per esempio.
Mi è capitato recentemente di vedere un curioso ed interessantissimo spettacolo messo in scena al Piccolo Teatro di Milano, intitolato” Ifigenia, liberata”. Così, con la virgola.
Il punto di partenza è l’ Ifigenia in Aulide di Euripide, non so se ricordate la vicenda. La flotta achea che deve attaccare Troia è in Aulide, bloccata da una lunga bonaccia. Il vento favorevole non si leverà, dice l’ indovino Calcante, se Agamennone, capo della spedizione, non sacrificherà ad Artemide la figlia Ifigenia, appunto. Da qui lo spettacolo, organizzato secondo la tecnica del “teatro nel teatro” parte per un viaggio spericolato nella cultura occidentale, riflettendo sul senso del sacrificio, il capro espiatorio, la violenza così radicata nell’ essere umano fin dall’ alba della sua esistenza. Tanta roba, indubbiamente, il testo è molto denso ed un po’ impegnativo da seguire, e tante sarebbero le cose da dire.
Lo stimolo di cui vorrei parlare arriva in un punto chiave dello spettacolo. Ad un certo punto nel testo di Euripide, nel corso di una lite col fratello Menelao, Agamennone esclama: “La Grecia è malata”. Su questa battuta l’attore che interpreta il regista interrompe la scena e suggerisce un affascinante parallelo: “C’è del marcio in Danimarca”.
Di che malattia si tratta ? Qual è questo male sotterraneo, questo vizio oscuro che si propaga dall’ Ellade fino al Rinascimento, questo morbo ineliminabile dell’ umanità o perlomeno di quella parte di umanità che chiamiamo Occidente ? Il nostro morbo senza vaccino ?
L’ invidia, è la risposta che dà lo spettacolo.

Io per la verità avrei detto: la rivalità.
È la rivalità che alla fine convince Agamennone che è meglio sacrificare la figlia piuttosto che rischiare che la sua leadership venga messa in discussione. Odisseo, il più astuto, già comincia a dire in giro che lo hanno trascinato via da casa per niente. E non è l’ unico insofferente.
È la rivalità tra gli eroi greci che deve essere messa a tacere rendendoli tutti complici dell’ indicibile, l’ assassinio di una ragazzina innocente. Dopo aver partecipato ad un atto così crudele, chi di loro potrà più tirarsi indietro dalla missione ? Chi potrà contestare l’ autorità di colui che ha ucciso la propria figlia nell’ interesse comune ? È questo, il meccanismo del capro espiatorio di cui parla René Girard.
È sempre la rivalità il vizio oscuro delle città stato perennemente in lotta fra loro, e delle fazioni dentro la città. Lotta per la supremazia, protagonismo, antagonismo, volontà di potenza, chiamatela come volete, ma è quella cosa lì.
La rivalità non è invidia, anche se un po’ ci somiglia.
L’ invidioso è uno che “guarda male”, così dice la parola stessa, guarda storto chi ha – oppure è – più di lui. Non vuole necessariamente prenderne il posto, l’ invidioso. Si contenterebbe di molto meno, vederlo rovinato, sconfitto, nella polvere. Gioirebbe della disgrazia altrui, semplicemente, senza chiedere altro.
Il rivale no, lui guarda dalla riva opposta, questo significa il termine, compete, cioè chiede la stessa cosa, è antagonista, cioè lotta contro. Ci mette la faccia, vuole vincere, arrivare primo, cioè essere protagonista. Non è necessariamente una cosa sporca, l’ agonismo, la competizione, l’ emulazione, ogni sportivo lo sa.
È questo che lo rende affascinante, ed al tempo stesso così pericoloso. Perché non possiamo farne a meno.
È da qui che veniamo, ci piaccia o no.

P.s.

Resta il fatto, naturalmente, che è Menelao, non Agamennone ad avere subito il doppio affronto, la fuga della moglie con l’ amante che per di più era suo ospite. È lui, dunque, che ci si aspetterebbe di vedere al comando dell’ armata che deve fare giustizia, a lui spetterebbe, eventualmente, rimetterci la  figlia, non al fratello, giusto ?

Ma che Menelao non sia una cima, è da un po’ che lo sospettavamo.

Girando sul tornio

Ciò che chiamiamo principio è spesso la fine,
e finire è cominciare.
La fine è da dove partiamo
(…)
e la fine di ogni nostro esplorare
sarà arrivare là da dove partimmo
e conoscere il posto per la prima volta.

T.S. Eliot – Little Gidding

Ricordi, rimpianti e rimorsi hanno in comune il ritorno, cioè  il ruotare del tornio che gira, gira ed è sempre lì, di nuovo e daccapo col suo vaso sopra da plasmare. Questo è tornare.
Ma non ogni vaso è uguale all’ altro, e così il rimorso torna per mordere, il rimpianto per bastonare. Solo il ricordo torna per far risuonare il cuore, là dove si conserva la memoria vera.

C’è sapienza nelle parole, e piano piano te la svelano, se solo hai un po’ di rispetto.