Perplessità di stagione

 

Agrifoglio

Questo autunno è speciale, e m’ induce un effetto strano e vagamente straniante.

Da un lato, da sempre, l’ autunno mi rappresenta l’ essenza stessa del circolare trascorrere del tempo, il progressivo trascolorare delle foglie è un crescendo sinfonico che arriva atteso, più che temuto, è una conferma che nonostante tutto il tempo non è uscito dai cardini, la grande ruota del mulino continua a macinare la farina del tempo per farne sabbia da clessidre, che non c’è nulla di nuovo sotto il sole, e questo è quanto di meglio ci si possa augurare in tempi bui. Semplicemente, un altro giro di giostra si sta completando ed uno ne inizia subito dopo, ancora una volta.

È la quintessenza di una conferma, insomma, senza al contempo essere una di quelle feste comandate sempre vissute con un po’ di claustrofobica ansia per il loro essere, appunto “comandate”. Una conferma serena, potremmo definirla, un allungare la mano e sentire che nel mondo è ancora tutto lì, a posto, come sempre è stato e sempre sarà.

Dall’ altra parte, invece, questo inizio d’ autunno si presenta come una discontinuità, un’ irregolarità, il classico granello di sabbia che inceppa il meccanismo perfetto del Tempo. La condizione convalescente è un unicum in decenni di buona salute, la pecora nera nel gregge di anni bianchi – e tutti uguali al punto da passare inosservati, il segnale fastidioso, perché non più ignorabile, che niente e scontato, e tutto è soggetto al divenire.

E così osservo perplessi i più lievi mutamenti quotidiani, il progressivo trascolorare delle foglie ed il loro mutare di forma, il disseccarsi, la diversa trasparenza e qualità dell’ aria, la transizione familiare verso la stagione più amata; al tempo stesso osservo ogni microscopico impercettibile mutamento dall’ alto di una macroscopica percettibile anomalia, questa condizione ibrida, né malato né sano, né immobilizzato né pienamente libero.

Condizione transitoria, è vero, tutto tornerà come prima, dicono. Ma in fondo si sa che non è così, le cose non tornano mai come prima, ogni consapevolezza è irreversibile, ogni cambiamento è permanente ed il dopo è sempre un diverso equilibrio le cui modalità saranno da scoprire.

In fondo, forse il tempo è davvero uscito un po’ dai cardini.

Il sentiero smarrito

“Ogni cosa sarà dimenticata, e a nulla sarà posto rimedio. Il ruolo della riparazione (della vendetta come del perdono) sarà assunto dall’ oblio. Nessuno rimedierà alle ingiustizie commesse, ma tutte le ingiustizie saranno dimenticate.”

M. Kundera – Lo scherzo

Che cosa è andato male ? Dove si è persa la strada ? A quale incrocio nel bosco si è confusa la direzione ? Quando precisamente è iniziato questo girare a vuoto ?

Io non ho percezione di un momento preciso, è piuttosto come se ci fosse stata una graduale sfocatura nella rappresentazione della vita, un progressivo appannarsi della visuale, senza una causa precisa, senza un momento di svolta apparente. Uno slittamento progressivo, lo definirei, una perdita di senso e significato, un annebbiarsi di obiettive e persino di motivazioni.

È stato un po’ come smarrirsi in montagna, quando i segnavia diventano sempre più scarsi fino a sparire del tutto, mentre il sentiero si riduce ad una traccia, e poi questa traccia sbiadisce, diventa equivoca, si biforca magari, senza che uno dei rami appaia prevalere ed indicare una priorità. Si procede ad intuito, per non dire a caso, per trovarsi dopo un po’ senza tracce, che è come dire totale equivalenza di scelte e nessuna direzione preferenziale. C’è solo un errare a casaccio seguendo labili indizi del tutto inaffidabili, in preda ad improvvise effimere intuizioni. Arrivare o meno da qualche parte diventa oggetto di casualità, fortuna, non certo prodotto intenzionale di sapienza e capacità.

Ecco, proprio così mi pare che sia andata, svuotato di ogni intenzionalità, tutto è uguale, ogni scelta e la scelta opposta, né il risultato appare condizionabile, mentre la nebbia si addensa e l’ imbrunire non è più troppo lontano.

Eppure, fino ad un certo punto le cose erano parse non andare male affatto, sembrava possibile coniugare una vita felicemente integrata con la difesa di un’ area speciale, di un terreno limitato dove coltivare la propria irriducibile alterità, una sorta di controllata devianza, una terra di nessuno.

Non è stato così, tutto questo è passato e c’è ben poco senso nel ripercorrere ciò che è stato, e persino la pretesa di ricostruire retroattivamente un senso è probabilmente velleitaria, idealistica, come se ogni destino individuale dovesse essere una “storia” coerente e ben raccontata, un percorso che ciascuno forgia a modo suo, mentre per la maggior parte dei casi è un navigare a vista, seguendo le correnti e la capricciosa forza delle tempeste. Come i marinai di Ulisse, ci si può imbarcare per una destinazione e trovarsi naufraghi da tutt’ altra parte, in terre sconosciute e forse anche ostili.

Bisognerebbe essere onesti abbastanza da riconoscere che non si può essere onesti abbastanza nei confronti di se stessi, nessuno, neppure il più incarognito dei bastardi, sfugge a qualche tentazione autoassolutoria. Non ci sono eccezioni e dunque, caveat lector…

La vita non dà risposte, del resto.

Non c’è redenzione, non c’è riequilibrio, mai. Restano i torti fatti e ricevuti, restano le offese, restano gli oltraggi. Restano le colpe, sospese a mezz’ aria nel respiro del mondo. Niente si redime.

Se non ci si rende conto di questo, si rischia di farsi male.

Ci vuole compassione e cura, alla fine.

Ci vuole amore e pietà.

Non so se tutti hanno capito Ottobre

 

Golem


Ha una qualità particolare, la luce del primo autunno, è gentile, sembra far vibrare l’ aria e dare ai colori un tono ed un’ intensità del tutto particolari, esclusivi.
È una luce leggermente estenuata, priva ormai dell’ arrogante violenza di piena estate.
Sembra saltellare sul prato, riflettersi in milioni di scintille, rimbalzare sulle foglie degli alberi per aprirsi infine, attraverso un’ aria d’ inconsueta trasparenza, a rivelare lontane cime appena sfiorate dalla prima neve.
 
È pienezza, l’ autunno, se è vero che le parole hanno una saggezza intrinseca e la sua etimologia rivela la radice del verbo “augere”, lo stesso che origina “aumentare”.

È una stagione che arricchisce ed aumenta, i frutti vengono a piena maturazione mentre il resto, non scoria o scarto per piacere, che queste sono categorie solo umane, il resto dicevo si tramuta in bellezza di colori, protezione per il prossimo incipiente sonno, e nuovo nutrimento come un mazzo di carte giocato, ripescato e ricomposto, mischiato e tagliato, pronto per una nuova partita, e forse è la volta buona.
 

“…la mano di tarocchi
che non sai mai giocare.”

The Falling of Leaves

  

leaves
Autumn is over the long leaves that love us,
And over the mice in the barley sheaves;
Yellow the leaves of the rowan above us,
And yellow the wet wild-strawberry leaves.

Preme l’ autunno sulle lunghe amorevoli foglie
E sui topolini nei covoni d’ orzo;
Gialle le foglie del sorbo su di noi
E gialle le umide foglie delle fragole.

W.B. Yeats
  
Chi ama la poesia non può, io credo, sottrarsi al fascino di questi versi, soprattutto se riesce ad apprezzarli nell’ originale, dove ogni parola ha un valore letterale, uno simbolico ed uno musicale, il fruscio delle foglie d’ autunno risuona leggero nelle “long leaves that love us”, nelle sibilanti ripetizioni verso dopo verso.

C’è il colore ed il sapore dell’ autunno, c’ è quell’ amore che le foglie ingiallite esprimono e che Yeats ha saputo vedere come nessuno, c’ è la malinconia ed il dono prezioso dell’ introspezione.