Educazione sentimentale del Nemico

Certi eventi lasciano sbalorditi, e le reazioni, quando arrivano, arrivano dalla pancia assai prima che dalla testa. E così, sulla vicenda Charlie Hebdo ne ho sentite di tutti i colori, e non sempre i colori erano belli. Tanti giudizi, non sempre meditati, tante opinioni non sempre argomentate e condivisibili, e pochi dati di fatto, per dire le cose come stanno. Mentre io resto cocciutamente ed ostinatamente convinto che è meglio prima cercare di capire, e che per capire è assai utile semplicemente sapere. Il primo vero aiuto in questa direzione l’ ho trovato solo il 17 gennaio, nel lungo articolo di fondo dell’ International New York Times recuperato per caso su un volo internazionale, opera assai meritoria e documentata di due veri giornalisti, Rukmini Callimachi e Jim Yardley, la prima dei due ha sfiorato il Pulitzer nel 2009, mentre il secondo l’ ha ottenuto nel 2006, tanto per dire. L’ articolo lo si trova anche online, non so fino a quando. Ne dò conto come posso, ai viandanti desiderosi come me di saperne un po’ di più prima di farsi un’ idea.

Per capire come nasce questa brutta storia dobbiamo fare un passo indietro, direbbe Lucarelli, indietro fino al 1994. In quell’ anno i fratelli Said e Cherif Kouachi, di 14 e 12 anni rispettivamente, rimasti orfani di padre e di madre, vengono assegnati dal tribunale dei minori ad un orfanotrofio, dove crescono come adolescenti qualunque, tra partite di pallone e qualche spinello di nascosto. Lì rimangono fino a quando Said raggiunge la maggiore età e decide di trasferirsi a Parigi con fratello più piccolo. Vanno ad abitare in un quartiere di quelli a forte concentrazione di immigrati nordafricani, non lontano da Belleville, per intenderci, e cercano qualche lavoro. Cherif si impiega come fattorino presso una catena di pizzerie a domicilio. Nulla da segnalare.

Facciamo un salto in avanti fino al 2003, quando i due fratelli cominciano a frequentare una certa moschea in Rue de Tanger. Qui incontrano la prima delle persone “importanti” di questa storia. Si tratta di un quasi coetaneo, Farid Benyettou, un musulmano molto osservante e studioso autodidatta, come spesso accade nell’ Islam  dove non esiste un clero “ufficiale”. Oltre alle chiacchierate in moschea, Farid offre “lezioni private” nel suo domicilio parigino, i fratelli Kouachi ne diventano frequentatori abituali ed il fondamentalismo religioso del loro amico li spinge rapidamente verso una pratica dell’ Islam sempre più rigorosa.

Il 2003 è però anche l’ anno in cui, a seguito dell’ invasione americana in Iraq, emergono e circolano le immagini dei terribili abusi sui prigionieri di Abu Graib. Di questo ovviamente si discute, a casa di Benyettou, di questo e della vendetta, dell’ offesa intollerabile per tutti i musulmani, e della necessità di “fare qualcosa”, dell’ accettabilità secondo il Corano degli attacchi suicidi, della guerra santa insomma. La jihad.

Per effetto di questi discorsi, nel 2004, Cherif Kouachi comincia ad accarezzare l’ idea di un’ azione eclatante proprio lì, a Parigi, in centro, qualcosa che uccida un bel numero di ebrei sionisti, per esempio. Ne parla con Benyettou che lo dissuade, gli nega il permesso, ma gli offre un’ alternativa. Lo mette al corrente di un certo canale segreto per entrare in Iraq ed unirsi ai guerriglieri che a Falluja combattono contro gli americani. Cherif è un ventenne balordo, non ha nessuna preparazione, quel poco che sa di armi l’ ha imparato dalla rete navigando sui siti specializzati, nondimeno decide che non può e non vuole tirarsi indietro, accetta la proposta. Il 20 gennaio 2005 viene arrestato mentre sta per imbarcarsi su un volo che lo avrebbe portato prima in Italia e successivamente lì dove il dovere lo chiama. I poliziotti che lo arrestano lo descrivono come un ragazzo timido, impaurito, quasi sollevato all’ idea del fallimento del suo stesso piano.

In attesa di processo (evidentemente non siamo gli unici al mondo con la giustizia lenta), Cherif trascorre ben 20 mesi nel carcere di Fleury-Mérogis, una delle prigioni più famigerate di Francia. Pullula di musulmani, neanche a dirlo, e di musulmani radicali, e tra questi si trova addirittura una “star”: Jamal Beghal, la seconda persona importante in questa storia di formazione.

Jamal è un jihadista esperto, è membro di Al Qaeda, si è addestrato in Afghanistan, ed è giunto in Francia per una ragione precisa, è stato incaricato di creare una cellula locale che organizzi e metta in atto attentati contro obiettivi americani in Francia. Si trova a Fleury-Mérogis appunto per aver progettato un attentato all’ Ambasciata americana di Parigi, nel 2001.

Il regolamento carcerario prevede l’ isolamento dei detenuti per 22 ore al giorno, ma il carcere è sovraffollato, c’è una guardia ogni 100 detenuti, ed uno come Jamal i modi per comunicare li trova, eccome. Jamal ha una mente sveglia, è carismatico, non è difficile immaginare come il giovane Cherif ne resti subito affascinato, così come pure un altro detenuto, uno che ha la cella proprio sotto a quella di Jamal, un 23enne in carcere per rapina a mano armata. Il suo nome è Amedi Coulibaly.

Cherif esce di galera nel 2006, la condanna è stata mite, il tribunale lo ha giudicato un “pesce piccolo” nella rete di Farid Benyettou,  e di certo lo era, quello che il tribunale non sa è che Cherif non è più l’ adolescente impaurito descritto nei rapporti della polizia, benché un qualche indizio della sua “maturazione” lo dia ad esempio rifiutando di alzarsi in piedi all’ ingresso del giudice, che è una donna.

Uscito dal carcere ritrova il fratello Said, rimasto lontano dai guai ma anche lui sempre più radicale nelle sue convinzioni. Tra un lavoretto precario e l’ altro, è diventato addetto municipale, ma rifiuta di  dare la mano alle donne, pretende di portarsi al lavoro il tappeto da preghiera, insomma tanto fa che si fa licenziare. Cherif intanto cambia casa, nel 2008 si sposa, parte per il viaggio di nozze, in pellegrinaggio alla Mecca.

Nel 2009 escono dal carcere anche Amedi Coulibali ed il boss, Jamal Beghal. Quest’ ultimo si stabilisce a Murat, un minuscolo paesino di montagna a 500 km da Parigi. La polizia lo tiene d’ occhio, naturalmente, e non senza ragione: Jamal infatti riprende presto i contatti con i suoi amici in carcere e fuori, compresi Coulibaly e Khoudy. Prima missione, un’ azione militare per liberare un certo Ali Belkasim, un terrorista di origine algerina condannato all’ ergastolo per un attentato al metrò. Il piano viene sventato, Coulibali e Beghal tornano in carcere, Cherif la scampa, non ci sono prove a sufficienza e lui fa scena muta in tribunale, non una parola per tutta la durata del processo.

Siamo ormai nel 2011, e Cherif (verosimilmente è proprio lui e non Said) parte per lo Yemen usando il passaporto del fratello incensurato, allo scopo di completare la propria formazione in un campo di addestramento della sezione yemenita di Al Qaeda, quella stessa che rivendicherà l’ attacco a Charlie Hebdo. Riesce anche ad ottenere fondi per le azioni che ha in mente, è un terrorista adulto, ormai, il Nemico è pienamente formato, sa come procurarsi le armi, qualcuna gliela trova il suo vecchio amico Coulibaly, che a sua volta si avvicinerà all’ ISIS. Insomma adesso Cherif sa come organizzare un’ azione in proprio, deve solo prepararsi e individuare l’ occasione giusta.

In un documento trovato nel suo PC già l’ anno prima si dice: “Un martire si apre la strada nella base nemica, o si dirige verso un guppo sparando a distanza ravvicinata senza aver preparato una via di fuga. L’ obiettivo è quello di uccidere quanti più nemici possibile. L’ autore dell’ azione rimarrà probabilmente ucciso egli stesso”. Il linguaggio è da commando militare, come a Falluja, il fatto che il “nemico” nel suo caso sia armato solo di matite deve essere parso a Cherif un dettaglio poco rilevante.

Questi sono i fatti, questa è la storia, la storia di una formazione, dell’ educazione di un Nemico. Di inquinarla con le mie opinioni non mi va, ve la lascio così com’è.

Il resto è cronaca, che è inutile ripetere qui, ancora riempie i giornali, è cronaca di un massacro anzi di due, l’ azione contemporanea di Coulibaly, secondo il portavoce di Al Qaeda non era stata programmata, la coincidenza è stata semplicemente “una grazia di Dio”.

La morte è troppo poco

Il periodo festivo ha fatto passare quasi sotto silenzio una notizia che secondo me avrebbe meritato una visibilità ed un dibattito maggiori, per diversi aspetti alquanto particolari.

Cominciamo col dire che il belga Frank Van den Bleeken, per sua stessa ammissione, non è una bella persona. Ho provato a ricostruirne la storia attraverso le notizie apparse in Rete, non posso garantire che sia corretta al cento per cento, ma più o meno è la seguente.

Finito in carcere all’ età di 22 anni per una serie di stupri, cinque anni dopo Frank  viene rimesso in libertà vigilata per buona condotta, e ne approfitta subito per aggredire altre vittime, finendo per violentare e strangolare una ragazza di 19 anni. Se avesse una coscienza, ci si troverebbe sopra anche la madre della ragazza stessa, morta poco dopo per il dolore. Ergastolo stavolta, peraltro più che giustificato. Da allora, e per i successivi 25 anni, Frank è rimasto in carcere ma, secondo quanto lui stesso dichiara, senza perdere affatto il vizio: “Se sarò rimesso in libertà mi comporterò allo stesso modo, sono un pericolo pubblico”. Psicopatologia criminale conclamata e riconosciuta. A tal punto che lui stesso ha chiesto di essere ricoverato presso una clinica specializzata per essere curato. Permesso negato, apparentemente il detenuto è stato classificato “incurabile”, o forse nessuno aveva voglia di accollarsi un simile elemento.

In subordine, Frank ha allora chiesto di poter accedere all’ eutanasia, che in Belgio è legale. “La mia vita qui non ha nessun significato, potrebbero allo stesso modo mettere al mio posto un vaso di fiori. Preferisco morire subito.”.

Polemiche infuocate, naturalmente. Frank non è un malato terminale, e le “intollerabili sofferenze” che dichiara non sono di natura fisica. Si tratta insomma di un caso alquanto estremo di autodeterminazione, al limite dell’ applicabilità di una legge concepita per ben altri motivi, tanto che, a seguito dell’ iniziativa di Frank, pare che altri detenuti abbiano presentato analoga richiesta. Alla fine comunque, dopo una battaglia legale durata due anni, il permesso è accordato, l’ eutanasia fissata per l’ 11 gennaio 2015. (Nemmeno il tempo di finire il post, ed il ministro della giustizia belga annulla tutto e concede il ricovero in una struttura psichiatrica statale).

Ma l’ aspetto più interessante della questione, a mio avviso, è l’ atteggiamento dei parenti, nella fattispecie le sorelle, della ragazza assassinata. Si potrebbe immaginare che abbiano tirato un sospiro di sollievo all’ idea che lo stupratore assassino tolga finalmente il disturbo e liberi il mondo dalla sua nefasta presenza. E invece no. Le sorelle si sono tenacemente opposte alla concessione dell’ eutanasia con la motivazione che si tratterebbe di una via d’ uscita troppo comoda e confortevole per una persona che merita di “marcire in carcere fino alla fine dei suoi giorni”. (Difficile che adesso prendano bene il ricovero in clinica, ma non importa).

Lungi da me il voler fare moralismo o retorica sulla pietà cristiana, ecc., non è questo il punto. Il punto (secondo me) è che da che mondo è mondo la pena di morte è sempre stata considerata il non plus ultra del rigore giudiziario e, per i suoi sostenitori, è semmai il carcere, sia pure il carcere a vita, una scappatoia troppo comoda, un castigo troppo blando di fronte a certi delitti. Occhio per occhio, dente per dente, una vita per una vita, in qualche Paese non proprio all’ avanguardia dei diritti umani è persino riconosciuto ai parenti delle vittime il diritto di eseguire personalmente la sentenza giustiziando il reo con le proprie mani.

In questo caso invece no, l’ eutanasia/esecuzione del condannato viene contestata dai parenti delle vittime, ed il motivo vero della contestazione è palesemente il fatto che Frank l’ abbia scelta e perseguita. Se intendo bene questo approccio contorto, insomma, mi pare che qui superi persino il principio dell’ occhio per occhio. Una vita per una vita non è abbastanza. Quello che conta è infliggere la maggior sofferenza possibile e dunque, se il colpevole veramente la desidera, allora la morte è troppo poco.

Il racconto, ovvero il mondo

“Abbiamo bisogno di grandi romanzi per strapparci alle letture semplificatrici che siamo soliti fare della nostra vita e di quella degli altri.”

A. Finkielkraut

Il senso delle cose non è davvero nelle cose, ma sta nel racconto intorno alle cose. Il mondo in sé è un groviglio inestricabile ed incomprensibile di accadimenti, un intreccio di fatti e persone, di interazioni casuali e non. Dare un senso al mondo è come estrarre un filo di lana dalla matassa e provare a seguirlo, tirarlo piano piano sperando che non si spezzi, provare a dipanare quanto più è possibile quel gomitolo informe.

“Perché questo mondo che ci pare una cosa fatta di pietra, vegetazione e sangue non è affatto una cosa ma è semplicemente una storia. E tutto ciò che esso contiene è una storia e ciascuna storia è la somma di tutte le storie minori, eppure queste sono la medesima storia e contengono in esse tutto il resto.

Quindi tutto è necessario. Ogni minimo particolare. E questa in fondo è la lezione. Non si può fare a meno di nulla. Nulla può venire disprezzato.

Perché, vedi, non sappiamo ove stanno i fili, i collegamenti. Il modo in cui è fatto il mondo. Non abbiamo modo di sapere quali sono le cose di cui possiamo fare a meno. Ciò che può venire omesso. Non abbiamo modo di sapere cosa può stare in piedi e che cosa può cadere.

E quei fili che ci sono ignoti fanno naturalmente anch’ essi parte della storia e  la storia non ha dimora né luogo d’essere se non nel racconto, è lì che vive e quindi non possiamo mai aver finito di raccontare.

Non c’è mai fine al raccontare. (…) tutte le storie sono una cosa sola. Se ascolti come si deve, sono una unica storia.”

 Quale filo tirare, come seguirlo nelle sue involuzioni, è chiaramente una scelta largamente arbitraria. Si può seguire un personaggio, una famiglia, una comunità, si può attraversare un’ epoca oppure una regione. Però, a seconda del filo che si tira, salta fuori una storia diversa, uno sviluppo diverso, un senso diverso, una diversa interpretazione del mondo.

Il compito del narratore non è facile (…) Pare che sia obbligato a scegliere la storia che racconta tra le tante possibili. Ma naturalmente non è così. Al contrario, si tratta di derivarne tante dall’ unica storia (…) poiché non c’è nulla che cada fuori dai suoi confini. Tutto è racconto. Senza alcun dubbio.

Non c’è senso nel mondo ma solo nella sua interpretazione.

Ma allora l’ affermazione, celebre e a prima vista assai sconcertante di Nietzsche, secondo cui non ci sono fatti ma solo interpretazioni, potrebbe essere intesa, io credo, anche così. Non c’è senso nel mondo ma solo nella sua interpretazione, appunto.

Gli atti esistono se esiste un testimone. Senza un testimone, chi ne può parlare ? In ultima analisi si potrebbe perfino dire che l’  atto non è nulla e che il testimone è l’ unica cosa che conta.

Perché se ne possa trarre un senso, è comunque necessario che una storia arrivi alla fine, si concluda, che senso ha una storia rimasta a metà, o un film interrotto ? Il senso di una storia lo si coglie solo quando quella storia è conclusa, finché non si arriva alla fine potrebbero ancora esserci colpi di scena, svolte narrative in grado di capovolgere tutto il racconto precedente.

Questo costringe dunque il narratore a ritagliare una porzione dal cuore delle cose, isolarne una parte che possa stare in piedi da sola, che possa essere osservata da tutte gli angoli come una scultura, un oggetto. Una storia. Anche chi voglia dare il senso della propria esistenza, in realtà lo fa narrandola, raccontandola come se avesse uno sviluppo coerente dall’ inizio alla fine. Autobiografia.

(…)nessuno può comprendere la propria vita finché questa non è terminata, ma a quel punto com’ è possibile fare ammenda ? (…) la lezione di una vita non può mai appartenere a quella vita. Solo il testimone ha il potere di valutarla. E’ vissuta per l’ altro soltanto.

In principio fu il racconto. E pure alla fine.

 

Nota: tutte le citazioni all’ interno del post sono tratte da Cormac McCarthy – Oltre il confine.

 

Un mitico energumeno

 

A parziale discolpa di Eracle possiamo dire che ebbe una nascita a dir poco travagliata. Anzi, che dico la nascita, finanche il concepimento.

La mamma di Eracle si chiamava Alcmena, era figlia di Euridice (sì, proprio la sposa cadavere di Orfeo), e moglie di un brav’ uomo ed ottimo soldato, di nome Anfitrione.

Ora, il fatto è che Alcmena doveva essere davvero una gran bella donna, ma proprio bella bella, talmente bella da destare le speciali attenzioni di Zeus. Lo so, obietterete che non ci voleva molto a destare le attenzioni di Zeus, che a certe cose era attentissimo e non se ne faceva scappare mezza, ma apposta io ho parlato di attenzioni “speciali”. Probabilmente stufo di travestirsi da cigno, toro, pioggia dorata o chissà che altro per rimorchiare, padre Zeus decise che per una volta voleva fare l’ amore proprio come un uomo. E, per evitare spiacevoli discussioni e fastidiose lungaggini prima di arrivare al sodo, attese pazientemente che Anfitrione partisse per una guerra (a quei tempi non si doveva mai aspettare molto), e semplicemente ne prese le sembianze.

Ora, immagino che Alcmena si possa essere sorpresa nel vedersi presentare dinanzi il marito lindo e profumato di ritorno da una guerra-lampo. Come che sia, decise che non era il caso di discutere, con Anfitrione-Zeus che la sospingeva verso il talamo intanto che cercava di togliersi l’ armatura.

Che Alcmena dovesse essere assai bella l’ abbiamo già detto, ma a questo punto della storia occorre darle atto anche di una certa prestanza fisica. Zeus infatti, quella volta aveva deciso di fare le cose in grande, e sapendo di poter disporre di energie sovrumane, aveva chiamato il fido Ermes (fido per lui, assai meno per gli altri) e gli aveva ordinato di fermare il Tempo, nientemeno. Sì, fermare il tempo, arrestare il moto delle sfere celesti, dire al Sole di non muoversi dalle scuderie fino a nuovo ordine, avvisare Eos l’ alba di nascondere il vestito rosa bello, e alla Luna di tenere la posizione di tre quarti, così romantica da vedere attraverso la finestra della camera di Alcmena.

Insomma, innamorato come un ragazzino e con lo stesso ardore, Zeus impegnò la ragazza in una cavalcata di tre giorni e tre notti, settantadue ore e scusate se è poco.

Ma non era finita lì.

Infatti, terminata l’ interminabile seduta, e saziato l’ insaziabile amante, Alcmena ha giusto il tempo di rassettarsi un po’ e darsi una pettinata, che sente bussare alla porta, apre e si trova davanti il marito reduce dalla guerra e desideroso quanto mai di dolci baci e languide carezze.

Ora, io non posso credere che Alcmena non abbia avuto almeno un attimo di smarrimento. Ancora qui, e come se niente fosse stato ? Di sicuro deve aver pensato che qualcosa in questa storia non quadrava. Reagì comunque da donna di classe, sorrise al marito che rientrava e si rimise di buona lena a fare quello che aveva appena smesso di fare. E qui viene il dubbio che Alcmena, oltre che bella e atletica, potesse pure essere insaziabile quasi quanto padre Zeus. Ma sorvoliamo…

Il risultato comunque fu che quella notte (ma sarebbe più appropriato dire quella settimana, o quasi), Alcmena rimase doppiamente incinta, mettendo al mondo nove mesi dopo due gemelli diversi, figli di padri diversi, una prestazione da Guinness. Uno dei pargoli si chiamava Ificle ed era figlio di Anfitrione, l’ altro, il figlio di Zeus, era per l’ appunto Eracle.

Naturalmente, una scappatella di tre giorni e tre notti è difficile che passi inosservata, e fu così che il piccolo Eracle fu subito preso di mira dalla solita Era, legittima e (comprensibilmente) incazzatissima consorte di Zeus. La quale Era tanto per cominciare ficcò due enormi serpenti nella culla del piccolo Eracle. Qualcuno per la verità insinua che la trovata fosse di Anfitrione, che aveva non si sa come scoperto l’ intrigo e non l’ aveva presa bene. Altri ancora invece raccontano che Anfitrione, venuto a conoscenza di tutto, si fosse detto onorato che il padre degli dei avesse voluto prendere le sue sembianze per omaggiare la sua sposa, e renderlo addirittura patrigno di un semidio. A me onestamente pare che un simile aplomb superi finanche le capacità di un Lord inglese dell’ Ottocento, altro che eroe della Grecia arcaica. Comunque, riferisco.

Come che sia, Eracle impugnò i due serpenti con le sue manine paffutelle, li strangolò e li scaraventò fuori dalla culla, chiarendo così da subito il tipo di rapporto che intendeva intrattenere con il mondo.

C’è da dire che Anfitrione cercò in ogni caso di fare buon viso a cattivo gioco, e si mise anche d’ impegno per tirare su quel ragazzone dandogli almeno una sgrossata. Lo mandò persino a scuola di musica da Lino, il fratello di Orfeo addirittura, perché imparasse a suonare, ma le manone di Eracle non si prestavano a trarre melodie dalle corde della cetra, e di fronte ai rimproveri del maestro Eracle finì col reagire a modo suo. Gli spaccò la cetra in testa, uccidendolo.

Anfitrione non si diede per vinto, ed insistette nel disperato tentativo di dare al giovane una qualche forma di educazione; decise però anche di aumentare la distanza di sicurezza tra Eracle e le suppellettili della casa reale mandandolo in campagna a fare il mandriano. Qui, all’ età di 18 anni, Eracle ebbe modo di manifestare i suoi talenti andando a caccia di un leone che depredava le mandrie. Dopo 50 giorni Eracle lo scovò e lo uccise strangolandolo a mani nude, dopo di che lo scuoiò ed utilizzò l’ intera pelle per coprirsi, aggiustandosi la testa del leone sul capo come se fosse un elmo.

I cinquanta giorni non furono però interamente inoperosi. Eracle era infatti ospite del re Tespi, il quale aveva giusto cinquanta figlie dalle quali in nostro eroe trasse conforto, una per notte. E che scovasse il leone giusto alla scadenza dell’ultima fanciulla, io la trovo una coincidenza un po’ sospetta.

Del resto, che il giovane Eracle fosse di natura alquanto smodata, ce lo conferma anche Euripide nell’ Alcesti:

“Ospiti arrivati alla reggia di Admeto ne ho conosciuti e serviti a tavola tanti, ma sinora non me n’era capitato nessuno peggiore di questo. Aveva ben visto la tristezza del mio padrone, ma ha avuto lo stesso la faccia tosta di entrare, di oltrepassare le soglie del palazzo. E poi, pur conoscendo la situazione, non si è accontentato dei cibi che gli venivano imbanditi, no, quello zotico se qualcosa mancava ce la chiedeva con insistenza. Agguantata con le mani una coppa di edera, tracanna vino puro, così com’è prodotto dalla nera terra, ne tracanna finché il calore fiammeggiante del vino non gli si diffonde per tutte le vene. E poi si ficca in testa una corona di mirto, ululando canzoni stonate.”

Che Eracle avesse modi sbrigativi col prossimo, era dunque cosa risaputa. Dovete sapere che, per motivi che non sto a rivangare, Tebe era tenuta a versare annualmente un tributo di cento vacche ad una città di nome Ergino. Bene, Eracle accoglie i messi venuti a ritirare il tributo, li aggredisce a freddo, taglia loro nasi ed orecchie, gli lega le mani al collo e li rimanda indietro col consiglio di non farlo ulteriormente arrabbiare. Mi spiego ?

Le dodici fatiche sono troppo note e troppo lunghe da raccontare qui. Citiamo solo un dettaglio.

Eracle si sta dirigendo verso l’ isola dove regna Gerione, al quale deve sottrarre la mandria di vacche (in fondo, mandriano era, Ercole, no ?). Ad un certo punto si rende conto che il Sole è troppo caldo, fastidiosamente caldo, e dopo averlo guardato male, prende arco e freccia e mira, minacciando di trafiggerlo se non la smette. Stranamente, in quella occasione il Sole, cioè Apollo, discreto arciere anche lui, la prende bene, ci fa una risata e regala ad Eracle una coppa d’ oro. Inutile aggiungere che l’ abigeato riuscì alla perfezione, nonostante la resistenza del mandriano e del suo cane, che vengono abbattuti a colpi di clava…

Era un tipo così, Eracle, ma non era il solo.

Infatti, il profilo psicologico (si fa per dire) di questo eroe, riporta alla memoria immediatamente un altro mitico forzuto dell’ antichità, il famoso Sansone.

Una bella gara, fra i due. Ma di Sansone parliamo un’ altra volta.

Storie di un lontano sapere

 

“Prima di noi vennero le nuvole.

C’era un cuore di fango prima del respiro.

C’era il mito prima dell’inizio del mito,

Venerabile e articolato e perfetto”

Wallace Stevens

I miti contengono un sapere, una conoscenza, su questo sono tutti d’ accordo. È sulla natura di questo sapere che sono state avanzate le ipotesi più varie, e talvolta fantasiose. Molti hanno sostenuto (ed alcuni ancora sostengono…) che il mito sia il contenitore di una scienza segreta, di un sapere esoterico, dottrine misteriche che un tempo potevano essere condivise solo dagli iniziati. può darsi, o almeno è possibile che i miti fossero per certa parte suscettibili di doppia lettura, o qualcosa del genere. Persino la Divina Commedia lo è (“il velame dei versi oscuri“). Io non vedo in realtà ragioni convincenti a favore di queste teorie, ma in ogni caso queste dottrine per iniziati sono rimaste sepolte con gli stessi, ed abbiamo ben poche possibilità di comprendere oggi quei significati, religiosi, cosmologici, misterici che fossero. Non ne sappiamo abbastanza per comprendere come quegli iniziati vedessero il mondo. L’ interesse semmai sta da tutt’ altra parte.

Il Mito, com’ è noto, affonda le radici in epoche remote, prima che nascesse la scienza, prima che nascesse la filosofia, e non solo. Il Mito c’era prima che fosse inventata la scrittura, ed è questo il punto interessante.

La scrittura, si sa, viene convenzionalmente fatta iniziare in Mesopotamia intorno al 3.000, 3.500 a.C., benché ovviamente sia il risultato di un lungo e graduale processo di simbolizzazione cominciato chissà quando. Con la scrittura inizia comunque la conoscenza storica del passato, la possibilità di ricostruire date, eventi, dinastie regnanti, guerre, mutamenti politici e sociali. Ma il fatto che da quel momento sia possibile ricostruirli e tracciarli non vuol certo dire che in quel momento siano iniziati. Tutte queste cose c’ erano già prima, molto prima.

Per quello che oggi ne sappiamo, l’ Homo sapiens si è avviato alla conquista del mondo, partendo dalla sua culla nella Rift Valley, approssimativamente 200.000 anni fa, ed ha raggiunto la condizione di specie dominante, dopo avere visto (o causato…) l’ estinzione di tutte le altre specie precedenti  di Homo, circa 40.000 anni fa, epoca in cui si era diffuso in buona parte dell’ Eurasia e forse alche oltre.

Ed è approssimativamente a questo punto della sua storia che l’ Homo Sapiens comincia a manifestare caratteristiche a dir poco anomale: sviluppa capacità di pensiero, abilità creative, senso artistico, tensione spirituale e religiosa insospettabili in uno scimmione. Uno sviluppo esplosivo, attribuito principalmente alla conquista del linguaggio articolato, non il linguaggio semplice nato per accompagnare i gesti, ma un vero linguaggio, capace di esprimere concetti astratti.

Sta di fatto che in questa fase l’ uomo comincia a fare meraviglie: le famose pitture rupestri di Chauvet, Lascaux, Altamira, che hanno tutta l’ aria di essere delle vere e proprie cattedrali paleolitiche, e poi sculture d’ osso, monili complessi, sepolture sofisticate, persino strumenti musicali, e, forse, calendari. Tutto lascia pensare che a questo punto della sua storia conoscesse già le stelle fisse e le costellazioni, i solstizi e gli equinozi, che avesse un calendario. Da questo  momento, l’ Homo Sapiens è davvero umano a tutti gli effetti, intelligente e creativo non meno di noi.

Questo vuol dire che, prima di cominciare a registrare gli eventi, prima dei cinquanta secoli di cui più o meno abbiamo qualche conoscenza, l’ uomo aveva sviluppato cultura per ben quattrocento secoli almeno. Quattrocento secoli.

Di questa lunghissima fase, che inizia ancora nel Paleolitico, non ci rimangono documenti scritti, ma ciò non vuol dire che non ci fosse una conoscenza e dei saperi organizzati. Insomma, non bisogna cadere nell’ errore di pensare che prima della scrittura non ci fosse nulla. Prima della scrittura c’ erano società strutturate e complesse, una tecnologia consolidata ed espressioni artistiche raffinate. Gli uomini erano pienamente umani assai prima di poterlo certificare per iscritto…

Cosa ci fosse di preciso prima della storia nessuno lo sa, ovviamente ma a me piace pensare che ci fossero le storie. Storie che spesso riguardavano il mondo circostante, spiegazioni del perché di tutto ciò che esiste, dei fenomeni naturali, del movimento degli astri, della buona e della cattiva sorte. Spiegazioni che smorzavano l’ angoscia e la solitudine di fronte al sovrastare della Natura.

Raccontare è un’ attività primaria, verrebbe da dire che è una pulsione dell’ essere umano. Raccontare storie la sera attorno al fuoco, oppure per far dormire i bimbi. Raccontare storie anche per insegnare. Raccontare storie soprattutto per dare una spiegazione all’ assurdo. Perché il mondo esiste ? Che ci facciamo noi qui ? Che cosa sono le stelle, il sole, la luna ? Perché esiste il male ? Cosa c’è dopo la morte ? Quattrocento secoli di storie per cercare di mettere ordine nel mondo. Questo è il retroterra del Mito. Da questi millenni, o decine di millenni di civiltà muta, da questo substrato ricco e fertile di umanità primordiale, da tutto ciò provengono le storie che noi chiamiamo Miti.

I miti sono fossili, reperti archeologici di un tempo remotissimo in cui il sapere umano era organizzato in modo diverso, in forme che oggi facciamo fatica a comprendere. Eppure, questo sapere esisteva in quanto si era accumulato per decine di millenni.

Questo sapere era codificato, appunto, in forma di storie, e spesso in forma di storie eroiche, fantastiche, sorprendenti e proprio per questo, facili da ricordare. Nei miti, e nelle forme di sopravvivenza del mito attraverso i racconti popolari, ed in particolare nelle storie più stravaganti ed apparentemente incomprensibili, proprio lì potrebbero essere fossilizzate tracce di un sapere preistorico, echi delle storie che madri paleolitiche raccontavano ai bambini, o tribù di migranti si narravano fra loro attorno al fuoco.

Non sapremo mai quando esattamente sono nate le storie del mito, ma la mia sensazione è che alcune di queste  potrebbero essere più antiche di quanto si pensi. Molto ma molto più antiche.

Molti studiosi hanno messo in rilievo le sorprendenti somiglianze tra miti di popoli lontanissimi vissuti su continenti diversi. J. Campbell parla addirittura di “monomito”, Santillana nel Mulino di Amleto mostra coincidenze dettagliatissime tra miti europei e miti precolombiani, o delle isole del Pacifico. Gli uomini della rivoluzione paleolitica di 40-45.000 anni fa giunsero nel Sudest asiatico 30.000 anni fa, in Sudamerica 10-15.000 anni fa. Mi domando se non potrebbero già loro aver portato con sé un sapere codificato in un piccolo nucleo di storie. Il monomito, appunto.

Ma perché proprio le storie, poi ?

Prima della scrittura c’ era (ovviamente) un enorme problema di trasmissione del sapere, che poteva solo essere affidato alla memoria. La vita dell’ uomo ha una durata effimera, pochi decenni, ed ogni nuovo nato nasce “vuoto”, con la necessità di reimparare tutto daccapo. Ora, credo sia esperienza universale che è molto più facile ricordare una storia, una narrazione piuttosto che un testo di saggistica. Raccontare una storia è un modo molto potente per trasmettere conoscenza. Ancora meglio se la storia è narrata in versi, tutti sanno che è più facile imparare a memoria una poesia piuttosto che un testo in prosa. Ed ancora di più se la narrazione in versi è scandita da una musica, ciascuno di noi, anche il più duro di cuore avrà pure in vita sua memorizzato il testo di qualche canzone particolarmente amata….

È questo il motivo per cui la letteratura nasce coi poemi, ed in particolare con i poemi epici. Ed è anche il motivo per cui, all’ interno di questi poemi, lunghe parti apparentemente incongrue riguardano ad esempio il modo esatto di eseguire un sacrificio, o le istruzioni dettagliate per costruire una nave, o addirittura un’ interminabile genealogia. Trasmissione del sapere, appunto…

Tutto il sapere veniva veicolato in questo modo, in un mondo senza scrittura, ed era importante memorizzare bene il proprio albero genealogico così come i fondamenti del proprio mestiere.

Anche così dovremmo leggere certe curiose storie mitiche e certi incongrui racconti popolari, come reliquie di un antico sapere, reperti archeologici di epoche lontanissime e per molti altri versi mute.

 

Il primo re di Sparta

Come tutti i maschietti, sono cresciuto col mito di Sparta, assai prima che Leonida diventasse quella specie di rockstar col fumetto, ed il film, “300”.

Sin dalle scuole medie si imparava che nell’ antica Grecia c’ erano due antagonisti, gli Ateniesi e gli Spartani, e che la loro contrapposizione era una contrapposizione fra modi alternativi ed inconciliabili di intendere il mondo e la vita.

Era quello l’ archetipo di tutte le dicotomie, su quel modello avremmo poi plasmato tutte le successive contrapposizioni, Cesare e Pompeo, Mario e Silla, il papato e l’ impero, la Francia e la Spagna, i cowboys e gli indiani, fino ai Beatles ed i Rolling Stones, Juve e Inter, USA e URSS, e così via.

O di qua o di là, questo diceva la contrapposizione, non puoi stare in mezzo non puoi sederti sul confine, ‘sitting on the fence’ dicono gli inglesi. Una scelta devi farla, e quella scelta ti caratterizza e continuerà a definirti a lungo, in qualche caso per sempre. Chi nasce interista non muore juventino, e viceversa.

Ora, è chiaro che a ragion veduta si sarebbe dovuto dire Atene. Più alta la sua cultura, più ricca a sua arte, più variegata la sua storia, gli ateniesi sembravano avere tutte le briscole in mano o quasi.

Però.

Però un maschietto adolescente fatica a regolarsi secondo ragion veduta, fatica proprio.

Ascolta piuttosto la passione, il cuore, la pelle. La pancia.

Quando mai si è scelto col ragionamento per quale squadra tifare ? Non per niente si chiama “squadra del cuore”.

Questo per dire che gli Ateniesi stavano un filo antipatici, con quell’ aria di superiorità che “sono bravo solo io” da saputelli secchioni.

Certo, bravi erano bravi davvero, persino troppo. Ma nessuno ama veramente il primo della classe, e se lo si vede in difficoltà in un’ interrogazione, in fondo in fondo un po’ si gode.

Questo per dire che, un po’ segretamente all’ inizio, poi sempre più apertamente a mano a mano che il consenso cresceva, noi ragazzini si teneva più per Sparta.

Gli Spartani una sola cosa sapevano fare, ma la facevano proprio bene: menare le mani.

Il che per un ragazzino nell’ età adolescenziale è più o meno il massimo della vita.

A quest’ unico scopo, com’ è noto, gli Spartani dedicavano tutta la loro vita, i ragazzini venivano tolti alle famiglie e messi in “collegio” o qualcosa del genere, e giù marce forzate, palestra, notti al gelo e tante, tante botte. Scuola, non molta, leggere, scrivere e poco di più, e questo non dico che per qualcuno fosse un ulteriore motivo per amarli, ma insomma non guastava.

L’ unica cosa che turbò l’ idillio, quando fummo più grandicelli, fu scoprire che gli Spartani si chiamavano in realtà Lacedemoni. Perché invece tutti li chiamassero spartani, è un mistero che non sono mai riuscito a chiarirmi del tutto.

Certo è che Sparta è un nome assai più bellicoso, già nel suono della parola stessa, c’è la “S” come il sibilo di una spada che fende l’ aria, seguito da quel che sembra un colpo d’ arma da fuoco, una “r” sonora come un rombo di tuono e chiusa da un colpo secco, di quelli che mettono fine ad un duello.

“S-PAR-TA”. “S-PAR-TA”.

Lacedemone invece, diciamocelo pure, è il nome meno bellicoso che esista, tutto pacifiche labiali, pare evocare languidi baci e morbide carezze, piuttosto che duri scontri fra guerrieri. Un brutto colpo al prestigio. Però, siccome non era obbligatorio chiamarla così, Sparta era didatticamente accettato, l’ inconveniente si presentava solo in occasione delle versioni, e per il resto si poteva tranquillamente fare finta di niente.

Diventato ancora un po’ più grande, un nuovo rovello cominciò a farsi sentire.

Prendete una mappa della Grecia, una mappa attuale intendo dire.

Credo che nessuno abbia difficoltà ad individuare Atene, praticamente a colpo d’ occhio, se non altro perché il nome è scritto più grande di tutti gli altri. Con un po’ di applicazione vedremo anche Corinto, Micene, Argo, Tebe.

E Sparta dov’è ?

Più o meno ci ricordiamo tutti che è da qualche parte lì in mezzo al Peloponneso, però il nome non compare da nessuna parte, né Sparta, né Lacedemone. Bisogna proprio andarla a cercare, ed una volta trovata (e scoperto che oggi si chiama Sparti !) la delusione è grande.

Niente templi, niente teatri, niente monumenti. Zero al cubo.

Sui teatri, va bene, si capisce, gli Spartani non erano certo tipi da agghindarsi nel dì di festa per andare a vedere una rappresentazione.

Ma qualche tempio dovevano pur averlo costruito, no ?

Si scopre allora che “Sparta” di per se vuole dire “la sparpagliata”, “la dispersa”.

Insomma un vera e propria città non c’ era, piuttosto un allegato di villaggi tenuti insieme con la forza.

La cosa aveva fatto una certa impressione persino su Tucidide che commenta: “raccogliendosi la città intorno ad un unico nucleo privo di templi e di costruzioni sontuose, con la sua caratteristica struttura fatta di villaggi sparsi, secondo l’ antico costume greco, parrebbe una mediocre potenza…”

Va bene. Non ci scoraggiamo. In fondo più che l’ apparenza vale la sostanza.

La prima volta che si sente parlare di Sparta è nell’ Iliade. Avremmo imparato più tardi che la Sparta dell’ Iliade non è quella delle Termopili, di mezzo c’è l’ invasione dorica, ma da ragazzini non si va tanto per il sottile, e Sparta nell’ Iliade c’è.

Anzi, ad essere precisi possiamo dire che Sparta è all’ origine stessa della guerra di Troia. È infatti re di Sparta Menelao, sposo della bellissima Elena, ed è lui ad ospitare il principe troiano Paride, il quale com’ è noto non si comporta propriamente da gentiluomo e fugge con la moglie di lui, Elena appunto.

Ora, è chiaro che la cattiva azione è di Paride, su questo non si discute. Però Menelao non ci fa proprio una gran figura, mi pare. Non proprio da spartano, diciamo.

Come che sia, cosa fatta capo ha, e lo sgarro è duplice, e cocente: da un lato le corna, dall’ altro la violazione dell’ ospitalità, ed è persino difficile stabilire quale tra le due sia l’ offesa più grave. Urge vendetta, insomma, che come minimo prevede di radere al suolo la città del mascalzone.

È per questo che si raduna la flotta, e si parte per la decennale contesa.

Ma, sorpresa sorpresa, a comandare la spedizione non è Menelao re di Sparta ferito nell’ onore, ma il di lui fratello Agamennone, re di Micene e cognato di Elena, avendone sposato la sorella Clitemnestra.

Credo che chiunque abbia avuto a che fare con l’ Iliade abbia notato questa anomalia: come mai se l’ offeso è Menelao non è lui in prima persona a comandare l’ esercito ?

La spiegazione Omero non la da, ma qua e là qualche indizio lo lascia cadere.

Per esempio, nel II libro:

“Agamennone (…) invitò i capi, i principi di tutti i Greci,

per primi Nestore e il re Idomeneo,

poi i due Aiaci e il figlio di Tideo,

per sesto Odisseo, pari a Zeus per saggezza”

 

non manca nessuno ?

Ah, già:

“Venne da sè Menelao, possente nel grido di guerra…”

Come sarebbe a dire, venne da se ?

Come ricorda impietosamente Platone nel Simposio, “Menelao si presentò non invitato al festino, lui peggiore al banchetto di chi era migliore di lui”.

Ah. Andiamo bene.

Ma in fondo, uno spartano basta che sia bravo a menare, e non ha bisogno d’ altro, giusto ?

Ed allora ascoltiamo Apollo, nel XVII ° libro, apostrofare Ettore:

“Ettore, quale altro tra i Greci ormai avrà paura di te ?

Ti sei ritirato davanti a Menelao, che in passato

era un guerriero da poco…”

Apperò, ‘sto primo re di Sparta…

Io, Prometeo, vostro dio (seconda parte)

(…)

Ve l’ ho detto, siete nati in tempi di guerra, frugoletti miei. Una guerra tremenda che Zeus ed i suoi déi novellini non si sarebbero mai sognati di vincere se avessero combattuto lealmente. Ma pur di spuntarla, quel figlio di padre Crono non si fece scrupoli a scendere nel Tartaro e dare la libertà ad ogni sorta di avanzi di galera, giganti, ciclopi o centìmani che fossero. Tutta gentaglia che lo zio Crono aveva spedito laggiù per validissimi motivi. Ve l’ avevo detto, no, che fra titani e giganti c’è una bella differenza.

Ora, combattere lealmente è una cosa, il tuo avversario ti scaglia addosso un macigno e tu lo ricambi, ma se quello che ti viene incontro ha cento mani, allora le cose cambiano, no ? Senza contare il supporto tecnologico dei ciclopi. Chi credete che le abbia fabbricate le folgori di Zeus ?

Insomma, fummo sconfitti, distrutti, sgominati. Sprofondati nel Tartaro, al centro della Terra, mio fratello Atlante esiliato alla fine del mondo a reggere il cielo sulle spalle. Game over. Ecco perché non vi ricordate più di noi, se non quando volete dare un po’ di colore a qualche film fantasy. Vi ricordate semmai di un’ altra storia, quella degli angeli ribelli e caduti, e nemmeno vi rendete conto che è una cover fatta qualche millennio più tardi.

Ma nel frattempo, io qualche soddisfazione me l’ ero presa, sapete. È per quello che il figlio di Crono ce l’ aveva tanto con me, per tutte le volte che l’ avevo fatto fesso. E la storia del fuoco fu solo la goccia che fece traboccare un vaso già colmo. E poi, nemmeno questa storia si racconta bene, gli uomini il fuoco già ce l’ avevano, figuriamoci, Zeus glielo aveva tolto per pura gelosia nei miei confronti ed io di nascosto lo rubai e semplicemente glielo restituii. Vi pare una cosa poi così grave ? Ma, chissà perché, lui s’ era messo in testa che col dominio del fuoco gli uomini sarebbero diventati più potenti di lui. S’ era proprio fissato, con questa storia. Passi la medicina e l’ edilizia, passi leggere scrivere e fare di conto, passi la pastorizia e l’ agricoltura intensiva, ma il fuoco no. Si può essere più idioti di così ?

E allora vendetta, tremenda vendetta. Lo sapete, no, quello che mi fece. Incatenato alla rupe per trentamila anni, con l’ aquila che ogni giorno mi divorava il fegato, ed il fegato che ricresceva la notte per non lasciare mai a digiuno il passerotto. Ah, questo ve lo ricordate, chissà come mai. Le scene splatter, quelle non le dimenticate, vero ? Non ricordavo di avervi fatti così perversi.

Che razza di supplizio, poi. Una roba così fra noi immortali non si dovrebbe nemmeno concepire. Ci si combatte, certo, anche duramente, ma il rispetto non si dovrebbe mai perdere. Incatenato sulla pietra gelida, nudo come un verme, quell’osceno uccellaccio addosso, a frugarmi nelle budella. Una cosa così getta discredito su chi la inventa, lasciatemelo dire. Un sadico, e non aggiungo altro.

Ma io lo so perché l’ ha fatto, io lo so da dove viene tanto smisurato astio nei miei confronti. Complesso di inferiorità, così si chiama. Puramente e semplicemente, io sono sempre stato più intelligente di lui, e lui se ne rendeva conto perfettamente. Uno come Zeus, una cosa così non poteva proprio tollerarla.

Figuratevi che per giustificare in qualche modo questa vera e propria persecuzione nei miei confronti, mise persino in giro la voce che io ero, addirittura, figlio illegittimo della sua consorte Era. Io, proprio io che l’ avevo visto nascere. Lui, proprio lui che la povera Era la riempiva di corna ad ogni respiro. Capite che personcina a modo, il grande Zeus ?

E dunque stavo lì, inchiodato sul Caucaso, per secoli e millenni. E che cosa si proponeva di ottenere, quel galantuomo ? Non ci arrivate ? Sottomissione, questo voleva. Si aspettava che mi gettassi a tappetino davanti ai suoi piedi implorando clemenza. Voleva esibirmi come testimonial, a coronare la sua gloria. Ma un titano è fatto di un’ altra pasta, amici miei.

Incatenato, lacerato, ma non spento. Dall’ alto delle montagne del Caucaso tutti i giorni, per tutto il giorno lo insultavo, lo provocavo, lo schernivo. Poi superai me stesso. Visto che il mio nome vuol dire “colui che conosce prima”, perché non approfittarne ? Mi inventai un complotto, un piano segreto. Cominciai a bofonchiare profezie oscure, lasciai intendere che Zeus era predestinato a fare la fine di Urano e di Crono, che se si fosse sposato, uno dei suoi figli l’ avrebbe spodestato, e che io sapevo chi, quando e come. Ci fossero stati i Templari a quei tempi, li avrei tirati dentro. Vedo che mi capite, eh ? Queste cose non passano mai di moda, lo so. Certo che vi ho fatto creduloni assai.

Zeus ci cascò in pieno, con tutti e due i piedi. Si terrorizzò, credetemi. Vedete cosa vuol dire avere la coscienza sporca ? Tra l’ altro lui in quel momento aveva perso la testa per Teti, e non sapeva più che fare. Dire a Zeus di non fare figli era come dire al mare di rimanere asciutto. L’ autocontrollo non è mai stato il suo forte, diciamolo. E così, io ero dilaniato, ma Zeus dormiva preoccupato. Non dico che sghignazzavo, ma quasi. Ad un certo punto mi mandò persino Ermes, il suo traffichino preferito, il più viscido tirapiedi che si sia mai visto fra gli immortali. Ed io lo mandai a quel paese, insieme al suo padrone.

Insomma, supplizio a parte, mi sono preso delle belle soddisfazioni.

Ecco perché alla fine Zeus se la prese con voi, creaturine mie predilette. E che cosa vi fece, ve lo ricordate ? Scommetto di no. Fece Pandora, ecco cosa fece.

Ora, bisogna dire che io di donne non ne avevo create. Nemmeno una. Tante statuine d’ argilla, avevo fatto, ma tutte uguali, col pistolino, e se proprio volevano, che trovassero il modo di divertirsi fra di loro. Io con la storia di Eva, almeno quella, non c’ entro niente. Ammesso poi che ci faccia una gran figura, un Dio che deve correre ai ripari già subito dopo aver creato il primo uomo. E con una costola, poi. E che, non c’ era più creta in tutto l’ Eden ? No, non è così che fa le cose un titano.

Ma, senza donne, come facevano gli uomini a riprodursi ? Semplice. Non si riproducevano. Ogni volta che cominciavano a scarseggiare, prendevo un po’ d’ argilla e ne modellavo degli altri. Capite cosa vuol dire sempre avere il controllo della situazione ? Perché io vi ho sempre voluto bene, creaturine mie, ma di voi non mi sono mai fidato troppo.

Poi arrivò lui, l’ intelligentone, e fece la prima cosa che gli venne in mente, e dovete sapere che a Zeus la prima cosa che viene in mente è sempre la stessa.

E dunque fece fare questa donna bellissima, frutto di una vera e propria cooperativa. Efesto la plasmò con l’ argilla, che lui non si sarebbe certamente sporcato le mani, Atena la vestì, Afrodite la rese esperta nelle sue arti, per usare un eufemismo ed Ermes (e chi altri ?) la dotò di una mente contorta, ambigua e menzognera.

A chi rifilò Zeus questa fregatura ? E qui mi duole ammetterlo, ma sapete, in molte famiglie c’è un fratello un po’ tontolone, non è così ? Bene, mio fratello si chiamava Epimeteo, “quello che ci arriva dopo”, e non dico altro. E pensare che lo avevo anche avvisato, prima di partire per il Caucaso, di non portarsi in casa regali di Zeus, per nessuna ragione.

Il resto lo sapete. Epimeteo e Pandora. Il vaso incautamente (incautamente ?) aperto, dolori, pene e malattie che si diffondono tra i mortali. Il sudore della fronte. Sì, bravissimi, è proprio la storia che vi hanno raccontato col titolo “cacciata dall’ Eden”, starring Adamo ed Eva. Proprio quella.

Insomma, io vi ho fatto e voi manco vi ricordate di me, se non fosse per qualche film di fantascienza di tanto in tanto. Dovrei distruggervi tutti, ve lo meritereste.

Ma a me non importa poi tanto.

Vedete, dopo trentamila anni sopra una rupe, cosa volete che siano pochi insignificanti millenni di oblio ? Il mio tempo tornerà, statene certi, così come ne sono certo io, io Prometeo, colui che vede le cose prima, il vostro dio.

Siete avvisati.