Contatti

Le vite si dispiegano nello spazio della realtà lungo traiettorie complesse ed irregolari, ciascuna a modo suo, spinte dalla necessità, dalle circostanze o più raramente da qualche inclinazione interna propria a ciascuna.

Nel percorrere le loro imprevedibili o talvolta prevedibilissime traiettorie, le vite a volte si sfiorano, entrano in contatto per un breve periodo prima di separarsi nuovamente, altre volte invece si attaccano l’ una all’ altra per un tempo più lungo, a volte persino rimangono attaccate.

Nel toccarsi e separarsi, certe vite sembrano a volte rincorrersi, cercarsi, mostrano strane attrazioni il più delle volte inconsapevoli. Può persino accadere che solo nel momento di un nuovo incontro, solo quando le traiettorie di nuovo si intersecano, solo allora si rendono conto di essersi a lungo cercate. Il che, naturalmente, non comporta alcunché, né impedirà loro di staccarsi nuovamente se a questo dovesse portare il gioco del caso, delle circostanze o delle inclinazioni.

Di questo conserveranno però memoria, come una sorta di sigillo, un’ impronta speciale e permanente che a volte, rare volte, le anime, senza intenzione o consapevolezza, incidono  le une sulle altre.

E’ un privilegio e non lo sanno.

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Pendoli e Mareggiate

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Gli alti e bassi dei rapporti umani talvolta seguono il moto violento di un oceano in tempesta. Rapporti a lungo trascurati si riconfigurano come provvidenziali ancore di salvezza quando altri ormeggi sono stati strappati dalla furia delle onde. Ci si sarebbe dovuto curare prima, di questi rapporti, rafforzarli, confermarli invece di trascurarli, non si sarebbe dovuto accettare di congelarli, o peggio, troncarli.

Per fortuna il cuore umano sa talvolta essere grande, e non solo spietato, ed il bene sepolto ritorna alla luce, ancora capace di germogliare nonostante l’ incuria di anni. Il giardino rifiorisce di nuova ed imprevista vita, improbabili germogli rompono la crosta compatta di sabbia e di sale, a significare che la vita è forte e che, a volte, si raccoglie più di quanto si sia seminato.

Non resta che accogliere commossi il dono immeritato, contriti ripromettersi di mantenere ben vivi, questa volta, appigli e legami, ben sapendo che l’ improvviso divampare di nuove passioni al momento imprevedibili rischieranno di incenerire, una volta di più, questa insperata vegetazione, perché tale è la natura inaffidabile ed imperfetta del cuore umano.

Viene da chiedersi anche se in tutte le forme di relazione umana, e non solo quella forma particolare ed estrema che è la relazione amorosa, sia inevitabile un certo grado di asimmetria, un prevalere di una parte rispetto all’ altra, uno sbilanciare che, invece di segnalare una patologia della relazione, ne attesti invece l’ esistenza, come se fosse essa stessa la condizione che la rende possibile.

L’ attenzione è più forte da una parte rispetto all’ altra, e questo genera una tensione, uno sforzo direzionale, crea dal nulla l’ oggetto del desiderio, che per essere tale, cioè desiderato, occorre che sia per ciò stesso mancante e non posseduto. Lo sappiamo da millenni.

E dunque, quando l’ oggetto del desiderio s’ avvicina fino a diventare oggetto del possesso, in quel preciso momento la relazione subisce una torsione repentina, col desiderante che allenta la presa ed il desiderato, spiazzato da questo calo di tensione, che si protende a sua volta.

Mai contenti, insomma, come si conviene alla natura storta e pericolosa dell’ essere umano.

A parti invertite l’ asimmetria della relazione viene ristabilita, fino a che un’ oscillazione, o mareggiata, più violenta delle altre non strappi ancora gli ormeggi, ovvero lo smorzarsi delle oscillazioni conduca il rapporto nell’ intorno di un qualche punto di equilibrio. Stabile, si spera, e non insipido.

Non so se tutti hanno capito Ottobre

 

Golem


Ha una qualità particolare, la luce del primo autunno, è gentile, sembra far vibrare l’ aria e dare ai colori un tono ed un’ intensità del tutto particolari, esclusivi.
È una luce leggermente estenuata, priva ormai dell’ arrogante violenza di piena estate.
Sembra saltellare sul prato, riflettersi in milioni di scintille, rimbalzare sulle foglie degli alberi per aprirsi infine, attraverso un’ aria d’ inconsueta trasparenza, a rivelare lontane cime appena sfiorate dalla prima neve.
 
È pienezza, l’ autunno, se è vero che le parole hanno una saggezza intrinseca e la sua etimologia rivela la radice del verbo “augere”, lo stesso che origina “aumentare”.

È una stagione che arricchisce ed aumenta, i frutti vengono a piena maturazione mentre il resto, non scoria o scarto per piacere, che queste sono categorie solo umane, il resto dicevo si tramuta in bellezza di colori, protezione per il prossimo incipiente sonno, e nuovo nutrimento come un mazzo di carte giocato, ripescato e ricomposto, mischiato e tagliato, pronto per una nuova partita, e forse è la volta buona.
 

“…la mano di tarocchi
che non sai mai giocare.”

Biondo veneziano a Londra

 

 

 

 

Fu tanto tempo fa, e lui era giovane ed inesperto, e quella era la prima vera occasione per uscire dal borgo natio.
In realtà, non esattamente di borgo si trattava, ma di città a tutti gli effetti, che però non si sottraeva a quell’ atmosfera un po’ provinciale di chi si atteggia a centro del mondo per non dover ammettere a se stesso di non esserlo affatto. Una finzione cui, passati i diciassette anni, Andrea non era più disposto a credere.

 

Destinazione naturale, Londra, neanche a dirlo, perché se uscire dal nido finalmente si poteva, che lo si facesse in grande stile, per vedere cos’ era davvero un centro del mondo.
Londra dunque, fumosa e frizzante, la Londra underground immaginata, fantasticata e persino vissuta, nei film ed in televisione, nella musica e nelle riviste che di quella musica parlavano e che Andrea divorava. Uno di quei posti insomma in cui sembra di essere già stati prima ancora di partire.
L’ altro era l’ America, naturalmente, ma era troppo fuori portata, per il momento.
Londra no, Londra era raggiungibile e fu raggiunta, con un lunghissimo viaggio in treno che ad Andrea pesò più che altro per la fatica di tenere a freno l’ impazienza di arrivare.
 
La noia no, quella non fu un gran problema, il lungo viaggio fu tutto uno srotolarsi geografico dal finestrino, uno sviluppo morfologico e botanico che pareva racconto, narrazione, la storia fiabesca di una formica su una gigantesca carta geografica. Paesaggi marini lasciarono il posto a paesaggi montani, e questi a foreste, e città dall’ inconfondibile aspetto nordeuropeo, tetti spioventi e campanili aguzzi e galli sulle chiese protestanti. Un’ alluvione di immagini come acqua su terreno arido, questo fu il viaggio per Andrea, che se ne lasciava impregnare con voluttà. Un bisogno a lungo coltivato adesso finalmente trovava il nutrimento naturale. Noia ? Nemmeno a pensarci, sarebbe rimasto su quel treno per giorni e giorni, non fosse stato così impaziente di arrivare al centro del mondo.
L’ arrivo a Calais la mattina presto, e la traversata sul traghetto furono già un gradevole preludio a ciò che lo attendeva, le bianche scogliere e tutto il resto. Una delizia.
 
Un gruppo di ragazzi stava sul ponte, seduti a gambe incrociate. Facevano colazione nell’ aria fredda del mattino. Pane e marmellata e odore salmastro.
“Vuoi ?” disse qualcuno.
Andrea si avvicinò e si sedette con loro, contribuendo al bene comune con il pacco di biscotti che aveva nello zaino. Era un gruppo di ragazzi veneti, più o meno della sua età, anche loro diretti a Londra. Andrea si trovò cooptato nel gruppo in modo naturale, sedette fra di loro a gambe incrociate, si mise a raccontare la sua storia ed ascoltare quella degli altri.
Il gusto del pane con la marmellata di fragole, il caffè del thermos, il vento che soffiava freddo ma non cattivo, quasi un vento di risveglio, ogni cosa pareva contribuire con i suoi effetti ad acuire la percezione e la sensibilità del ragazzo. Il mondo intorno gli appariva più vero del vero, tutti i tratti della realtà portati all’ estremo, il blu intenso del cielo e quello profondo del mare, il bianco abbagliante delle nuvole, e quello altrettanto vivido della spuma sulle onde della Manica e dei gabbiani che planavano attorno al traghetto con grida che, anch’ esse, risuonavano ad alta fedeltà, più reali del reale.
 
Era uno stato di grazia, l’ opposto esatto di un sogno ovattato, lì di ovatta non ce n’ era traccia, al contrario i contorni delle cose apparivano netti e definiti come mai prima, e lui era lì in vacanza, libero e solo per la prima volta nella vita.
E fu mentre si godeva questo senso di pienezza che gli davano i suoi sensi eccitati, mentre si sentiva sveglio come mai prima di allora, fu in quel preciso momento che la vide.
Stava un po’ in disparte, avvolta in una specie di giaccone cerato, di colore verde militare. Era impegnata nel tentativo di ricacciare sotto il basco di lana i lunghi capelli biondi che invece continuavano a sfuggire e danzare al vento. Lei girò il viso in modo che il vento spingesse indietro i capelli, e nel fare questo incrociò il suo sguardo.
Ad Andrea parve di non avere mai visto prima niente di così bello. Che frase banale, si disse. Però è vero, si rispose.
 
A diciassette anni si ha poca esperienza della vita e molta sete di assoluto. Da adulto, Andrea non avrebbe saputo dire quanto ci fosse di oggettivo, e quanto ci avesse messo di suo in quell’ incantamento. Ma l’ incantamento ci fu. I lunghi capelli biondi e ribelli nascondevano a tratti come una foschia una carnagione chiara dall’ aspetto fragile e prezioso, e gli occhi azzurri come quel cielo iperrealista sulla Manica.
La ragazza gli rivolse un sorriso, imbarazzata ed un po’ maldestra, mentre Andrea si sforzava freneticamente di inventarsi una battuta intelligente rimanendo, nel frattempo, desolatamente muto. Però a lei pareva che non importasse, e cominciò a chiacchierare fittamente, con una naturalezza che lo conquistò.
Si chiamava Cristina e veniva da Venezia, ma risultò che non faceva parte del gruppo nemmeno lei, era stata “cooptata” poco prima dai ragazzi, più o meno come Andrea, il quale ne fu irragionevolmente sollevato. Continuarono a parlare, ed Andrea quasi non si rese conto di essere nel frattempo sceso dal traghetto, quasi senza neppure salutare gli occasionali compagni, né di essere salito su un treno inglese, quasi sorpreso dal rosso scuro ed antico dei sedili, di cui si accorse solo perché pareva mettere ancora più in risalto i colori delicati di Cristina.
Arrivati a Victoria Station, si recarono insieme al centro turistico studentesco. Col loro inglese scolastico, frastornati dall’ andirivieni incessante di persone, riuscirono comunque a districarsi, trovarono un ostello nella zona di Kensington, cambiarono dei travellers’ cheques, acquistarono i biglietti del metro per Earl’s Court. Tutto era al tempo stesso complicato e divertentissimo, si sentivano costretti da mille impedimenti eppure liberi ed onnipotenti come giovani dei. Continuavano a ridere per niente, e gli occhi di Cristina brillavano di gioia. Ad un certo punto Andrea osò perfino prenderla per mano, e lei non si sottrasse.
 
L’ ostello si trovava in un vicolo di case vittoriane tutte uguali, i gradini con la balaustra portavano alla massiccia porta di ingresso e le finestre sporgevano a bovindo. Era una via dall’ aspetto tranquillo ed elegante, e piacque subito ad Andrea. Si separarono subito dopo essersi registrati, le camerate maschili e femminili erano su ali opposte. Cristina disse che era stanca ed aveva bisogno di riposare un po’ dopo il lungo viaggio, e si salutarono dandosi appuntamento per il pomeriggio.
Andrea sistemò la sua roba nell’ armadietto vicino al letto a castello, si lavò e si cambiò.
Poi uscì dall’ ostello e prese a gironzolare senza una meta precisa. Era stanco anche lui per la notte in treno, ma troppo eccitato per dormire e, comunque, non era venuto a Londra per riposare. Era A Londra, perdio, quella di David Copperfield e della Regina Elisabetta, dei Beatles e dell’ Agente 007, quella vista mille volte nei film ed in televisione, quella che adesso lo circondava e sembrava averlo preso subito in simpatia.
 
Vide passare un indiano, scuro di pelle e con un turbante, che pareva uscito da un romanzo di Salgari, e si rese conto che nessuno tranne lui sembrava badargli. Pareva un fatto normale, lì. Andrea mangiò un hamburger, curiosò fra negozietti di anticaglie e di cibi esotici, poi tornò all’ ostello e sedette sui gradini.
Cristina uscì verso le sei, si era cambiata anche lei, adesso indossava una gonna corta di jeans ed una felpa scura. Si era anche pettinata ed i capelli lunghi e biondi, divisi in mezzo, le incorniciavano adesso il viso. Scendendo i gradini sorrise. Era bellissima.
Andrea non avrebbe saputo raccontare quel pomeriggio, non avrebbe saputo dire dov’ erano stati di preciso e cosa avevano visto, nulla insomma tranne il fatto che era con lei, nella città da sempre sognata, con una ragazza che avrebbe potuto sognare se ne fosse stato capace di immaginarsela. Gli pareva che ogni passata esperienza del vivere non fosse stata altro che una pallida anticipazione di ciò che adesso, e da adesso, finalmente gli era svelato con pienezza.
Verso sera passarono davanti ad un pub.
“Entriamo ?” “Entriamo !”.
 
Il locale era affollato e vivace, le luci basse, il brusio delle conversazioni a tratti sovrastava la musica proveniente dal juke box. Quest’ ultimo stava in un angolo del locale, ed un ragazzo con una manciata di monete in mano pareva intendesse fare il dj della serata.
Andrea lo guardò incuriosito. Era un ragazzo di colore, magro e piuttosto alto, vestito con pantaloni viola che parevano di raso, una blusa di seta bianca con le maniche larghissime ed un basco portato sulle ventitré. Di nuovo, Andrea ebbe l’ impressione di essere l’ unico a farci caso, e distolse lo sguardo accorgendosi che il ragazzo lo aveva notato.
 
Trovarono un angolino libero e si sedettero su un divanetto basso foderato di tessuto rosso scuro, poi Andrea si ricordò che nei pub non servono ai tavoli e si rialzò per andare a prendere da bere.
Mentre attendeva le birre si sentì sfiorare un braccio e si girò. Era il ragazzo del juke box. Andrea si rese conto che aveva gli occhi truccati e, gli parve, anche del rossetto o un lucido sulle labbra. Sorrideva, e gli disse qualcosa che Andrea non capì, mentre afferrava i bicchieri sul bancone e tornava di fretta al tavolo dove era rimasta Cristina. Mentre si sedeva, gli si parò davanti un ragazzo con un fascio di giornali che evidentemente vendeva ai frequentatori del pub. “Gay News” lesse Andrea.
Tutto chiaro. Erano capitati nel ritrovo gay della zona.
Andrea si guardò intorno, vagamente a disagio. Si rese conto che agli altri tavoli sedevano coppie di uomini, a parte qualche coppia di donne. Lui e Cristina erano l’ unica coppia mista. Al tavolo di fianco due uomini di mezza età brindarono con i bicchieri della birra e poi si scambiarono un bacio appassionato.
Cristina sembrava divertita dalla situazione, ed ancora di più dal suo imbarazzo.
“Che ci trovi da ridere ?” fece lui.
“Non sto ridendo, sto sorridendo”, rispose Cristina piegando leggermente la testa da un lato “Sei buffo”.
“Portami via, salvami” disse lui.
“Non ti fanno niente. Hai paura che pensino che…”
“Non è che pensano e basta” rispose Andrea, “quello lì ci ha proprio provato…” ed indicò il ragazzo nell’ angolo vicino al juke box, che peraltro non aveva smesso di fissarlo.
“Un modo per salvarti ci sarebbe… ” disse Cristina, con un’ espressione monella sul viso. Gli occhi di lei brillavano nella penombra e piccole deliziose rughe si formavano angoli “Vediamo se ci arrivi.”.
Andrea ci arrivò, l’ abbracciò tirandola verso di sé, sentì che lei non faceva resistenza, poi si trovò il viso contro il suo, le bocche si sfiorarono, si baciarono, dapprima esitanti, poi curiose, infine prepotenti.
Il sapore di lei era fresco e dolce e le loro lingue sembravano ripetere di nascosto l’ abbraccio. Fu un bacio lunghissimo, a lui parve di avere varcato una soglia che rendeva superflue le parole, una soglia da cui non poteva e non voleva più tornare indietro. Fu come un’ interruzione della siepe mentre viaggiava in treno, un varco a rivelare attraverso il finestrino un paesaggio interamente nuovo ancora immerso nella foschia sotto la luce irreale della luna piena. Si staccarono infine, Cristina lo guardò senza dire niente e si rannicchiò sul divanetto poggiandogli la testa sulla spalla.
 
Passarono il resto della serata a baciarsi senza sosta, continuarono a baciarsi nel pub, poi si baciarono per strada poi si baciarono ancora, seduti sui gradini dell’ ostello, prima di rientrare nelle rispettive camerate. Andrea sentiva il corpo di lei premere forte contro il suo, mentre ondate di desiderio folle lo invadevano. “Why don’t we do it in the road ?” cantavano i Beatles. “Perchè non lo facciamo per strada ?” Ma non lo disse. “Che si fa domani ?” chiese invece, “ti va di vedere i giardini di Kensington ?”.
Lei si fece seria.
“Certo che mi andrebbe, però domani mattina arrivano i miei da Parigi. Devo andare con loro.”
Rimasero entrambi in silenzio, poi Cristina allungò una mano a carezzargli la guancia.
“Ti lascio il mio indirizzo a Venezia. Prometti che mi scriverai. Vorrei che mi venissi a trovare”.
 
Si baciarono ancora, a lungo, mentre il gestore dell’ ostello cominciava a spegnere le luci.
 
Andrea le scrisse davvero, una volta tornato in Italia, e lei gli rispose.
Passarono alcuni anni prima che lui finalmente riuscisse ad andare a Venezia, troppi anni perché fosse la stessa cosa, e dopo un po’ smisero di scriversi.
 
 
 
 
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Della tolleranza ed oltre

 


 
C’è questa storia della tolleranza.
Che non ha nulla di sbagliato, naturalmente, è uno dei valori fondanti della democrazia, la lettera di Locke, il Trattato di Voltaire, l’ Illuminismo e tutto il resto, va bene.
I libri che hanno cambiato il mondo.
E certo non si può negare che la tolleranza sia preferibile all’ intolleranza ai fini della vita in comune, ci mancherebbe altro.
Però non credo di essere il solo a trovarci qualcosa di fastidioso.
 
L’ etimologia non tradisce mai.
E si da il caso che “tollerare” derivi dal verbo “tollere” che vuol dire “portare”. La tolleranza è un peso che si porta o si sopporta per amore del quiesto vivere. Come si fa col vecchio nonno un po’ rimbambito che interloquisce sempre a sproposito. Come si fa col bambino maleducato dei vicini che strilla ogni momento come se lo stessero ammazzando. Uno non può fare sempre la guerra a tutti su tutto, deve alzare gli occhi al cielo e tollerare, è ovvio.
 
Però.
Però c’è questo fastidioso sottofondo gerarchico nella tolleranza, un po’ come nel perdono, altra virtù degna di ogni lode, assolutamente, ma anche un pochino una sorta di autoelevazione guadagnata a poco prezzo, un modo di porsi talvolta persino un po’ volgare, soprattutto quando è esibito. Non è il primo aspetto che uno vede, ma se ci pensa se ne accorge facilmente.

Superior stabat lupus, pure quando perdona l’ agnello e tollera che bruchi nel pascolo sottostante. E purchè naturalmente sappia restare al suo posto senza montarsi la testa.
 
Ecco, diciamo che se io mi trovassi in un paese sconosciuto in mezzo ad una tribù sconosciuta, è chiaro che preferirei essere tollerato piuttosto che legato al palo della tortura, non c’è dubbio.
Però non credo che vivrei felice sentendomi tollerato.
 
Potendo scegliere, non vorrei affatto essere “tollerato” dai miei ospiti.
Vorrei, naturalmente, essere amato, come tutti. Se non proprio nel senso più forte del termine, almeno nel senso intellettuale e platonico, il senso nel il quale il latino usa il verbo “diligere”. Vorrei essere “diletto”.
O addirittura “eletto” ?
Non esageriamo, in casa d’ altri, moderiamo le aspettative. 
 
Però se non amato, vorrei quanto meno essere “rispettato”. Ecco.
Parola che, vedi caso, proviene da “re-spicere”, cioè guardare indietro, come uno “speculum” o specchio. Ricambiare lo sguardo.
Questo vorrei. Vorrei che i miei ospiti non mi tollerassero sollevando lo sguardo al cielo, vorrei che mi guardassero dritto negli occhi.
 
L’ etimologia non tradisce mai.
 
 
 

The Falling of Leaves

  

leaves
Autumn is over the long leaves that love us,
And over the mice in the barley sheaves;
Yellow the leaves of the rowan above us,
And yellow the wet wild-strawberry leaves.

Preme l’ autunno sulle lunghe amorevoli foglie
E sui topolini nei covoni d’ orzo;
Gialle le foglie del sorbo su di noi
E gialle le umide foglie delle fragole.

W.B. Yeats
  
Chi ama la poesia non può, io credo, sottrarsi al fascino di questi versi, soprattutto se riesce ad apprezzarli nell’ originale, dove ogni parola ha un valore letterale, uno simbolico ed uno musicale, il fruscio delle foglie d’ autunno risuona leggero nelle “long leaves that love us”, nelle sibilanti ripetizioni verso dopo verso.

C’è il colore ed il sapore dell’ autunno, c’ è quell’ amore che le foglie ingiallite esprimono e che Yeats ha saputo vedere come nessuno, c’ è la malinconia ed il dono prezioso dell’ introspezione.