Tarantole, coribanti e rave parties


Non vado pazzo per danze folkloristiche o in generale per la musica tradizionale. Salvo qualche eccezione, ci sento sempre qualcosa che suona falso, un vago odore di attrazione per turisti, una roba stile pizza e mandolini, insomma ci siamo capiti. Tarantella e stereotipi.

Una delle eccezioni è il rebetiko, per esempio, che poi sarebbe il blues dei greci. Quello mi suona sincero. E poi c’è la taranta.

La taranta, che poi sarebbe la pizzica salentina, lo capisci subito che non è una roba addomesticata, e nemmeno addomesticabile, tale e quale il rebetiko. C’è un forte odore di selvatico, che si sente da lontano, un vago, ed anche un po’ inquietante sentore di zolfo, in quella musica ossessiva, frenetica, accelerata, che sembra un’ antesignana dei ritmi da discoteca.

E che ci sia sotto qualcosa, lo rivela il nome stesso, la taranta o tarantola, come tutti sanno, è un ragno, diffuso un tempo nelle campagne del Salento e temutissimo dai contadini in quanto ritenuto velenoso.

La persona morsa dalla tarantola si dice che precipiti in una specie di crisi epilettica o isterica detta appunto “tarantismo”. Gli studi scientifici hanno dimostrato l’ innocenza del povero ragno, che non farebbe male ad una mosca (beh, forse ad una mosca sì, in fondo è pur sempre un ragno…) e semmai indicano come possibile indiziato un’altra specie di ragno, un parente nostrano della vedova nera, chiamata comunemente “malmignatta”. Questo sì che è velenoso, ed il suo morso provoca crampi assai dolorosi.

In ogni caso, la maggior parte degli studiosi tende a pensare che il tarantismo, che peraltro è un fenomeno ben documentato, non abbia nulla a che fare con ragni di qualsiasi specie, e sia invece un disturbo tipicamente psicosomatico. Interpretazione avvalorata dal fatto che spesso le persone “pizzicate” mostravano comportamenti tipicamente isterici. Come che sia, la cura tradizionale dei tarantolati consiste in un rito di musica e danza, appunto centrato sulla “pizzica”.

Ora, è impossibile non vedere il fondo pagano di tutto questo, e come in fondo il rito sia sostanzialmente il tentativo di scacciare una possessione “cattiva” attraverso una possessione “buona”. Altrettanto impossibile, se uno un po’ si diletta di cultura classica, è non ripensare ai rituali di terapia musicale usati nell’ antica Grecia per guarire la follia.

In effetti, mentre tutti ricordano i riti dionisiaci, le Baccanti che danzano sul monte e squartano gli animali, forse non tutti sanno che esistevano anche dei “professionisti” detti Coribanti, che eseguivano (a pagamento) danze rituali accompagnandosi con i tamburelli, in un crescendo ritmico che culminava in uno stato di trance, e che questi riti erano considerati un rimedio efficace contro l’ epilessia.

Una trance provocata attraverso la sovrastimolazione sensoriale, musica, danza, rumore, movimento ritmico, portava insomma ad uno stato di esaltazione, di “follia” collettiva in grado di prendere il sopravvento sulla malattia individuale dell’ epilettico, come se oggi un medico prescrivesse al paziente “si somministri una bella serata in discoteca o un concerto rock al bisogno, e vedrà che le passa. Se proprio proprio si aggrava, torni da me, al massimo la faremo ricoverare presso un rave party”… (che poi, tra parentesi, non è nemmeno escluso che la cosa funzioni davvero, a pensarci bene). 🙂

Il fatto è che tanti fenomeni borderline di catalessi, trance, possessione e simili, dovevano un tempo essere piuttosto comuni, e quasi quasi ben considerati, dal momento che li si riteneva comunque di natura sacra e di origine divina. Una possessione era infatti normalmente attribuita ad una divinità che, appunto, “prendeva possesso” della persona, ed i riti avevano lo scopo di placare questa entità soprannaturale.

Con l’ avvento del Cristianesimo, si capisce come ogni forma di possessione sia stata vista con sospetto, potenziale opera del demonio, ed i riti purificatori si siano trasformati in esorcismi volti a scacciare il demone dall’ invasato. La possessione, insomma, per quanto abbia invano cercato l’ intercessione di San Vito patrono dei danzatori, non aveva più nulla di sacro, e non era certo segno di una particolare grazia divina, l’ esserne presi…

Diverso, naturalmente, fu il caso dell’ estasi, perché nell’ estasi, come dice l’ origine del termine, non c’ è un dio che entra masemmai  una parte del sé che fuoriesce e s’ innalza, in un’ esperienza mistica (per di più solitaria e poco chiassosa…) che risulta del tutto tranquillizzante dal punto di vista religioso.

Così, a poco a poco, tutte le forme di possessione e le loro relative terapie scomparvero dalla scena, o si dovettero nascondere in modo da diventare quasi irriconoscibili. Quasi, ma non del tutto…

Ed in effetti, senza quel vago odor di zolfo di cui parlavo all’ inizio, ben difficilmente avrei fatto caso alla pizzica salentina al punto da risalirne i possibili legami genealogici fino all’ antica Grecia.

 

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Alle cinque della sera, forse più tardi

Parte piano, alternando sfacciati affondi ad abili trattenute, mostra e nasconde, offre e ritira, promette e non mantiene. È umano, troppo umano. Possiede un’ ambiguità sinuosa, non conosce corrispondenze univoche, è liquido e sfuggente, liscio e scivoloso sulla schiena, lasciata nuda dall’ abito, che pretende sapientemente scollato. E’ beffardamente inafferrabile, conosce mille vite, nessuno sa cosa sia di preciso, e questo gli permette di essere qualunque cosa. Lui ne è consapevole e gioca, guidando con maestria musici plagiati, nascondendosi sotto arrangiamenti sottilmente fuorvianti, travestito ora da innocente balera, ora da spudorata discoteca, simulando semplicità per imbrogliare meglio.

È un inganno, come il lupo travestito da nonna.

Non fidarti, è pericoloso.

Se capire è contenere, ebbene non puoi capirlo, nessuno può capire ciò che si trasforma come metallo liquido.

È infido come Puck, è rapido come Peter Pan,è  maligno come entrambi.

Quando credi di averlo preso, fa uno scarto di lato, ti manda a vuoto, scompare alla vista e ti lascia lì in sospeso. Intanto, veloce come il vampiro, con un’ improvvisa accelerazione ti ha aggirato e ti trafigge alle spalle, con una lama talmente affilata che sul momento non senti neppure dolore, solo un vago prurito fra le scapole.

Te ne accorgi, girandoti per afferrarlo, ma le gambe ti cedono come in un perfetto casqué. e ti ritrovi in ginocchio come il toro all’ ultimo atto della corrida, l’ elsa della spada conficcata, ben visibile sulla sommità della schiena, mentre lui, il tango, si volge con eleganza noncurante verso il pubblico, accompagnato da un ultimo, violento singulto del bandoneon.

Sopra di noi solo il cielo

 
 "Sono sempre stato un ribelle…ma d’ altra parte volevo essere amato ed accettato…e non semplicemente un chiaccherone lunatico poeta musicista.
Ma non posso essere ciò che non sono. "
 
John Lennon

 

 
Certe volte mi piace pensare che la poesia potrebbe legittimamente porsi come una specie di “continuazione della filosofia con altri mezzi”, un modo per fare un passo avanti, non un passo indietro, sulla via dell’ esperienza, un modo per attingere ad un’ area della conoscenza non formalizzabile secondo le convenzioni della logica e della ragione.
Esprimere l’ inesprimibile.

 
Kant non era un poeta, ma sapeva bene che:
 
“Il poeta osa rendere sensibili idee razionali di esseri invisibili: il regno dei beati, il regno infernale, l'eternità, la creazione, e simili; o anche trasporta ciò di cui trova i modelli nell'esperienza, come per esempio la morte, l'invidia e tutti i vizi, l'amore, la gloria, al di là dei limiti dell'esperienza, con un'immaginazione che gareggia con la ragione nel conseguimento di un massimo, rappresentando tutto ciò ai sensi con una perfezione di cui la natura non dà nessun esempio; ed è propriamente nella poesia che la facoltà delle idee estetiche può mostrarsi in tutto il suo potere (…)”(Critica del Giudizio)
 
In una celebre frase Kant definiva il territorio dell’ intelletto come un’ isola circondata da “un ampio e tempestoso oceano di parvenze”. E tuttavia, Kant era ben consapevole che “il navigante avido di nuove scoperte” in quell’ oceano si sarebbe comunque avventurato, impegnandosi in imprese “che non potrà né condurre a buon fine né abbandonare una volta per tutte”, perché questa è la natura umana.
 
“E il naufragar m’ è dolce in questo mare”, sembra quasi rispondergli, non molti anni dopo, colui che a me pare l’ esempio più chiaro di questo doppio binario, Giacomo Leopardi, filosofo quotidiano e poeta dell’ infinito.

Ma non è di Kant e Leopardi che vorrei parlare qui, come avrete intuito.

 
“Quando la vera musica mi arriva, la musica delle sfere, la musica che supera la comprensione, non ha niente a che fare con me, perché io sono solo il tramite. La mia unica gioia è che sia dato a me trascriverla come un medium… quelli sono i momenti per i quali vivo.”
 
“Scrivere canzoni è esorcizzare il demone in me. È come essere posseduti. Cerchi di dormire, ma la canzone non te lo permette. Devi alzarti e dargli forma, e poi ti è concesso dormire. Sempre nel cuore della notte, o mezzo addormentato, o stanco morto, quando le facoltà critiche sono spente. Tutto sta a lasciarla andare, se cerchi di afferrarla, scivola via. Accendi la luce, e gli scarafaggi scappano via. Non puoi afferrarli." J. Lennon
 
Kant e Leopardi vivevano in un mondo in cui ancora si potevano ritenere possibili sistemi di pensiero onnicomprensivi, e verità assolute. Oggi non è più così. Come afferma S. Natoli,

“Modernità vuol dire emancipazione, libertà. Ciò che in larga parte coincide con l’ emersione progressiva della soggettività e, con essa, del diritto di richiedere ad ogni potere – religioso o politico – di dar conto della sua legittimità.” (S. Natoli, Il buon uso del mondo).

Nel giro di un paio di secoli, la contemporaneità ha segnato la fine di ogni pretesa di verità incontrovertibile e, con essa, la fine del concetto stesso di “maestro del pensiero”.
 
“E’ la paura dell’ ignoto. L’ ignoto è quello che è. È questa paura che ci manda freneticamente in giro e a caccia di sogni, illusioni, guerre, pace, amore, odio, tutto – è tutto illusione. L’ ignoto è quello che è. Accetta che sia ignoto e vivrai tranquillo. Tutto è ignoto – e tu vinci la partita.”
“Non hai bisogno di nessuno che ti dica chi sei o che cosa sei. Tu sei quel che sei !”.

“Dimentica il maestro. (…) Non hai bisogno della confezione (…)per raggiungere il messaggio. (…) perché la gente spesso viene attirata dal maestro e si perde il messaggio.”

“Rimani sempre con te stesso, qualunque cosa tu faccia e comunque la faccia. Devi raggiungere il tuo Dio nel tuo tempio. Tutto sta a te.”

C’è qualcosa di toccante in questo.  Lennon, com’ è noto, dietro la maschera aggressiva era una persona assai fragile, tormentata fin dall’ infanzia, cresciuto senza il padre, che non conobbe mai, abbandonato dalla madre Julia,  immatura ed irrequieta, che comunque morì quando lui aveva solo 17 anni.
 
Non ne parla, ha pudore, ne accenna però, qualche volta, nelle canzoni.
 
“Madre, tu mi hai avuto, ma io non ti ho avuto mai
Ti volevo, tu non mi hai voluto
Ed ho dovuto dirti addio
Padre, tu mi hai lasciato, io non ti ho mai lasciato
Io avevo bisogno di te, tu non avevi bisogno di me”

(Mother)
 
“Metà di ciò che dico non ha senso,
ma lo dico per raggiungerti, Julia.”
(Julia)
 
“Ti feriscono a casa, ti colpiscono a scuola 
Ti odiano se sei intelligente, ti disprezzano se sei stupido 
Così impazzisci totalmente 
E non puoi seguire le regole

(Working Class Hero)
 
Su questo, Lennon non poteva avere dubbi, avendolo sperimentato di persona.
 
“In un certo senso, sono sempre stato strambo, lo ero già all’ asilo, diverso dagli altri. Avevo qualcosa di sbagliato, pensavo, perché apparentemente vedevo cose che gli altri non vedevano. Ho sempre visto le cose in modo allucinato. “
 
Una situazione davvero difficile.
Il confine fra arte e follia è notoriamente sottile, e passa attraverso la presenza, o l’ assenza, di una disciplina formale che riesca a fare da punto di aggancio alla realtà impedendo la deriva e la disgregazione autodistruttiva.

John trova nel surrealismo la sua disciplina, la chiave che gli consente di far diventare arte le sue allucinazioni.

"Io sogno a colori, ed è sempre molto surreale. Il mio mondo onirico è totalmente Hyeronimous Bosh e Dali. Lo adoro, lo cerco tutte le notti".

“Il surrealismo ha avuto un grande impatto su di me perché è allora che ho capito che le immagini che avevo in testa non erano follia. Il surrealismo per me è realtà”.

E questa chiave è quella che gli consente l’ accesso al “doppio binario” di cui parlavamo all’ inizio.
 
“Credo in qualsiasi cosa, fino a prova contraria. Quindi credo nelle fate, nei miti, nei draghi. Tutto ciò esiste, anche solo nella mente. Chi può dire che sogni ed incubi siano meno reali del “qui” e “adesso” ? La realtà lascia molto spazio all’ immaginazione.”
 
Non sembra quasi di risentire Kant “Il poeta osa rendere sensibili idee razionali di esseri invisibili” ?

Osa, John Lennon, ed osa consapevolmente, e proprio questo suo osare gli dà autorità e forza, nonostante tutto.
 
“Se essere autocentrato significa che credo in ciò che faccio, e nella mia arte, e nella musica, allora posso essere definito così…. Credo in ciò che faccio, e lo dico.”
 
Una fiducia in se stessi che si apre e si estende a diventare fiducia di fondo nelle possibilità umane, di ciascun essere umano a modo suo come si è visto prima. A ciascuno è dato sognare, e sono dati gli strumenti per realizzare il sogno.
 
“Piagnucolare non basta. Ciò che i ’60 hanno fatto è stato mostrarci le possibilità e la responsabilità che ciascuno di noi aveva. Non era la risposta. Ci ha fatto solo intravedere la possibilità. (…) Impara a nuotare. E quando hai imparato, nuota”.
 
 “Tu crei il tuo stesso sogno. (…) Produci il tuo sogno; Se vuoi salvare il Perù, vai a salvarlo. (…) Devi farlo da solo. Questo è quello che i grandi maestri hanno detto dall’ inizio dei tempi. Possono mostrarti la strada, lasciare segnavia e piccole istruzioni in vari libri che oggi sono chiamati sacri e venerati per la copertina e non per quello che dicono, ma le istruzioni sono lì e tutti possono vederle, sono sempre state lì e ci rimarranno sempre. Non c’è niente di nuovo sotto il sole. (…) E la gente non può provvedere per te. Io non posso svegliarti. Non posso curarti. Tu puoi curarti.”
 
Sembra quasi un ruolo socratico, quello che Lennon attribuisce a se stesso ed in generale ai poeti nella società contemporanea.
Lo afferma talvolta in modo esplicito:

 
“Il mio ruolo nella società, il ruolo di ogni artista o poeta, è tentare di esprimere ciò che noi tutti sentiamo. Non dire alla gente come sentire. Non come un predicatore, non come un leader, ma come un riflesso di tutti noi.”
 
Che cosa riflette questo specchio ? Che cosa esprime questo amplificatore ? Che cosa capta, che cosa vede o crede di vedere John nella gente intorno ?
 
I punti fissi della sua visione del mondo sono noti, e non necessitano di essere illustrati qui. Sono quasi tutti espressi nella famosissima quanto radicale “Imagine”, pace, amore, insofferenza per ogni potere politico e religioso, quasi un inno ingenuamente anarchico che non fu veramente compreso subito per quello che era (“grazie a tutto lo zucchero che ci sparso sopra”, ironizzerà John).
 
“Abbiamo tutti Hitler dentro, ma abbiamo anche pace, e amore. E allora perché non dare una possibilità alla pace, per una volta ? (…) Se ciascuno chiedesse la pace anziché un televisore nuovo, ci sarebbe pace. Uscite allo scoperto, fate pace, pensate la pace, vivete in pace, respirate la pace e ci sarà pace”
 
E’ il Lennon più risaputo.
Ma andando un po’ più in profondità si incontrano altri temi, forse meno appariscenti, ma molto presenti soprattutto nell’ ultima fase della sua vita. Temi forse meno comunicabili, forse, semplicemente troppo in anticipo sui tempi, come accadrà anche a Pasolini.

 
Uno è il tema della cura, del prendersi cura di qualcosa o qualcuno, nutrire quel sentimento che non può mai essere dato per scontato ma va protetto e rinnovato sempre, un impegno che non cessa mai.
 
“Abbiamo questo dono dell’ amore, ma l’ amore è come una piantina pregiata. Non puoi limitarti ad accettarlo e lasciarlo in un armadio o pensare che se la caverà da solo. Devi continuare ad innaffiarlo. Devi davvero averne cura e nutrirlo.”
 
Lennon esprime l’ idea di cura come esercizio costante con la più semplice ed antica delle metafore: la preparazione del pane quotidiano.
 
“Facevo il pane (…) E dopo aver impastato ed infornato le pagnotte, mi sentivo come se avessi realizzato una conquista. Ma era nel vedere mangiare quel pane che pensavo, Beh, Gesù, non merito un disco d’oro, o di essere fatto cavaliere, niente ?”
 
L’ oggetto principale di questa cura sono i bambini. Non sorprende che nell’ ultima fase della sua vita John Lennon,  allontanatosi dal clamore delle scene e disintossicato dalla droga, abbia preso molto sul serio il suo ruolo di padre ed il rapporto con il figlio Sean, avuto da Yoko Ono.
 
“La pressione che deriva dall’ essere genitori è la più alta del mondo. Essere un genitore consapevole e prendersi cura della salute fisica e mentale di un piccolo essere è una responsabilità che la maggior parte di noi, me compreso, per lo più evita, perché è troppo pesante. Per farla breve, il motivo per cui i ragazzi diventano matti è perché nessuno può fare fronte alla responsabilità di farli crescere.”
 
“Non puoi ingannare i bambini. Se li inganni quando sono piccoli, te la faranno pagare a sedici o diciassette anni ribellandosi, odiandoti o con tutti i cosiddetti problemi adolescenziali. Finché alla fine sono abbastanza grandi da affrontarti e dire: ‘che ipocrita sei stato per tutto questo tempo. Non mi hai mai dato quello che volevo davvero, che eri tu’“.
 
Era troppo presto perchè una figura paterna potesse esprimere questi concetti, e fare il pane ed accudire un bambino, e forse è ancora 
oggi troppo presto.

Ma non sarebbe stato da lui preoccuparsene.
 
“Gli altri giudichino. Io sto facendo. Io faccio. Non indietreggio per giudicare. Faccio.”

 

Diagnostica

Cos' è? Una dipendenza,
tossicologia.
Misura di mancanza,
un complemento d’ essere,
confonde, fa inciampare.
Tremore tachicardico,
sindrome d’ astinenza,
scimmia fra le braccia,
vita tra parentesi.
 
Nel vuoto viscerale
un libero cadere.
Spada nelle vene,
gelo d’ un sudore,
flash d’ una presenza.
Il rinnovato attendere
ancora d’ un crepuscolo.

 

 

 

Orfeo, Jim Morrison e la sposa cadavere

È curioso che la parte più nota del mito di Orfeo, la dolcissima storia del suo amore per la sposa Euridice, non ci sia pervenuta direttamente dall’ antica Grecia, ma solo attraverso  Roma: sono infatti Ovidio e Virgilio a raccontarcela.

Ma il mito di Orfeo è assai più ampio e profondo di una semplice, ancorché bellissima, storia d’ amore, e per diversi aspetti, Orfeo richiama Dioniso.

Neppure Greco in senso stretto, Orfeo proveniva dalla Tracia, ed i Traci per i Greci se non erano proprio barbari, insomma, poco ci mancava, basti pensare che usavano i tatuaggi, cosa che per un Greco autentico assomigliava alla profanazione.

Ma andiamo con ordine, seppure andare con ordine si può, nel mondo caotico del mito.

Cominciamo col dire che l’ origine Tracia mette subito Orfeo in una luce un po’ sinistra, inquietante. La Tracia, dalle parti dell’ odierna Bulgaria, era la porta di passaggio verso le gelide terre del Nord, verso le steppe, verso popoli che adoravano déi diversi ed avevano credenze diverse ed anche un po’ misteriose, per non dire di peggio.
Ma oltre a questa origine poco raccomandabile, si mormorava anche che Orfeo avesse frequentato gli Idei Dattili, e questo di sicuro non alleggeriva la sua posizione.

Non che gli Idei Dattili fossero malvagi, tutt’ altro.
Erano detti così perché abitavano a Creta, sul monte Ida, il monte più alto dell’ isola, ma il fatto è che erano maghi, praticavano riti misteriosi, bisogna immaginarseli come alchimisti ante litteram, chissà cosa combinavano nelle loro caverne fumose.
Di certo su di loro circolavano tante storie, non tutte cattive, va detto, si diceva ad esempio che avessero scoperto il fuoco ed i metalli, imparato per primi a lavorare il bronzo ed il ferro, certo è che la civiltà minoica fiorì a Creta proprio in piena età del bronzo.
Tutto sommato, insomma, erano persino dei benefattori dell’ umanità, da cui però era prudente tenersi alla larga, gente che non si sapeva bene cosa combinasse.
Come che sia, pare che Orfeo avesse imparato parecchio da questi “alchimisti”, il che per l’ appunto non lo rendeva più simpatico e raccomandabile.

Una cosa però lo riscattava.
Mago, sciamano, poeta maledetto, tutto quello che volete, ma quando apriva bocca per cantare era in grado di lasciare tutti senza fiato, a bocca aperta.
Io Orfeo me lo figuro un po’ come Jim Morrison – Re Lucertola, insomma.
La sua voce era in grado di commuovere i sassi, e non era solo un modo di dire. Di sicuro, gli animali accorrevano e si affollavano intorno a lui, come davanti ad una inquietante parodia di san Francesco.

Ma come c’ era arrivato, dalla Tracia fino a Creta ?
L’ unico modo per arrivarci è via mare, e pertanto Orfeo, seppure non un santo, doveva almeno essere, oltre che poeta, anche navigatore.
In effetti lo troviamo persino sulla famosissima nave Argo, quella sulla quale Giasone, alla ricerca del Vello d’ Oro, fece vela fino alla Colchide nientemeno, in fondo in fondo al Mar Nero, ai piedi del Caucaso.
Chissà come c’ era finito, Orfeo sulla nave Argo.
Di certo però trovò il modo di rendersi utile durante la traversata, la nave infatti si trovò a passare pericolosamente vicino all’ isola delle Sirene, ma ad Orfeo bastò prendere in mano la cetra e mettersi a cantare, e questa volta furono le Sirene a rimanere incantate ed indifese davanti a tanta meraviglia. Ubi maior.
Non solo le sirene rimasero incantate, si sa che l’ avventura in crociera non l’ hanno inventata i Vanzina e, come che sia, pare che Orfeo avesse fatto colpo ed intrattenuto durante il viaggio un’ affettuosa amicizia con un compagno di traversata, tale Koleos. Ne sentiremo ancora parlare.

Non è dato di sapere quando, come, in quali circostanze, Orfeo si trasferì in Grecia, introducendo le conoscenze acquisite, comprese le pratiche esoteriche.
I famosi misteri Eleusini, che sono stati capaci di rimanere ostinatamente tali, cioè misteri, attraverso i secoli, mai nessuno che abbia spifferato qualcosa per farsi bello con gli amici al bar, ebbene anche quelli sono di origine orfica.

Non in Grecia, ma quasi certamente ancora in Tracia, Orfeo incontrò il grande amore della sua vita, la famosa Euridice, che era una ninfa dei boschi, ma non immortale, per sua sfortuna, come tra poco vedremo.

Come abbiamo detto all’ inizio, il mito ci è stato tramandato di seconda o terza mano, come chi scrivesse oggi di vicende avvenute ai tempi dell’ Ariosto.
Avvenute, poi ? Va bene, si fa per dire, i miti sono storie che non furono mai ma saranno sempre, ha detto qualcuno.
Insomma, ci siamo capiti, a Virgilio ed Ovidio interessava raccontare una bella storia d’ amore che fa sempre audience, trascurando il prima e dopo, il come e quando, trascurando persino le circostanze della morte di Euridice che invece noi, ghiotti di dettagli “noir” subito riferiremo.

In fatto di sesso  i Greci erano piuttosto disinvolti, abbiamo avuto modo di notarlo in più di un’ occasione, sarà un fatto di clima.
Ecco dunque la bella Euridice, legittima e fedele sposa di Orfeo, vigorosamente concupita da tale Aristeo, un personaggio piuttosto interessante, ma qui non possiamo divagare.
Aristeo non perde tempo con serenate e poesie in rima, non è il tipo. Bava alla bocca, salta letteralmente addosso ad Euridice, con tutte le intenzioni di compiere su di lei innominabili abusi senza chiedere il permesso.
Ma Aristeo, pur essendo figlio di Apollo, non è certo brillante e vispo come Zeus in certe faccende, Euridice mostra di non essere affatto consenziente, si divincola, si dà alla fuga, ed Aristeo dietro.
La ragazza è giovane e scattante, pare guadagnare terreno, Aristeo ha già il fiatone, ha una certa età, lui, poi all’ improvviso qualcosa va storto.

Forse la ragazza si distrae girandosi indietro a controllare l’ inseguitore, forse era oggettivamente impossibile accorgersi della minaccia nascosta sul terreno, fatto sta che il piede nudo di Euridice in fuga finisce fatalmente col calpestare una vipera, o qualche serpe ancora più letale.
Euridice è svelta, ma il serpente ancora di più, un guizzo ed i denti affondano nel candido polpaccio, le ghiandole vuotano il veleno nelle carni, la ragazza compie per inerzia ancora qualche passo, poi stramazza, il cuore rimane in fibrillazione per qualche attimo, poi si ferma.
Arresto cardiaco.

Che ne sia a questo punto dell’ inseguitore non è dato di sapere, se si sia allontanato in preda al rimorso, questo il mito non ce lo tramanda, ma mi piace immaginarmelo, un minimo, tardivo segno di rispetto per quella giovane bellezza ridotta a boccone per i vermi, avvelenato per di più.

Stacco di camera, la scena si sposta su Orfeo, inconsolabile e disperato, amor a nullo amante amar perdona, ma uno come lui non è per nulla disposto ad arrendersi all’ ineluttabile.
Combatterà.

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L’ Oltretomba è un mondo a parte, ma non è completamente separato. Esistono porte, punti di passaggio, basta saperli cercare, del resto Orfeo qualche conoscenza di magia ed occultismo ce l’ aveva, no ?

Come in un film di Dario Argento, Orfeo attraversa la porta dell’ Ade, lui ha un’ arma segreta, il suo canto ha commosso ogni creatura, esseri animati e persino inanimati, vuoi che non funzioni nel Tartaro solo perché lì sono tutti morti ?
A maggior ragione, piuttosto, funzionerà, dato che lì le anime dovrebbero essere predisposte alla malinconia e alla commozione per ragioni, diciamo così, ambientali.

Ed infatti funziona, le anime si affollano attorno alla rockstar, ascoltano la sua musica, piangono la sua sventura, Caronte lo traghetta senza fiatare, che dalla voce non traspaia un’ incrinatura di commozione, Cerbero ha gli occhi offuscati dalle lacrime. Persino il re dell’ Ade, che aveva anche lui conosciuto la sua parte di pene d’ amore, persino lui non resta insensibile.

“Ridammela, ti prego. In prestito, te la chiedo soltanto in prestito, ritornerà qui, lo sai bene, quando il suo tempo sarà compiuto. Ma adesso è troppo presto…”.

Si deve essere vergognato non poco della sua decisione, Ade, uno ci mette tanto a farsi una reputazione di spietato re dell’ Oltretomba e poi si trova coi lucciconi a sentire una ballata romantica.
Che figura.

“Prendila e sparisci, fuori da qui prima che mi penta e ti spacchi quella cetra sulla testa. E voi, anime decerebrate, che avete da guardare ? Via, circolare, capito ? Prendila e sparisci ti ho detto, fila via di qui prima che ci ripensi, e senza voltarti indietro o te ne farò pentire, guarda che non scherzo.”

Orfeo di certo non se lo fa ripetere, prende per mano la sua sposa cadavere e via verso il mondo dei vivi.

Che cosa sia andato storto, neanche questo ci dicono, Virgilio ed Ovidio, a loro solo l’ amore interessa. Che sia inciampata su un sasso, che abbia preso una storta, Euridice, forse una fitta dove la cicatrice del morso di serpente si è fatta risentire. Chi lo sa.
Forse ha lanciato un urlo, forse solo un gemito, ma è quanto basta a sopraffare Orfeo.
Hai voglia a dire, è più forte di lui, si gira, la vede e la perde.

Euridice si sente trasportare all’ indietro da una forza misteriosa, si dibatte inutilmente, si allontana sempre di più, Orfeo invece è spinto in avanti dalla stessa forza, che lo soffoca, gli toglie il respiro, gli impedisce di cantare. La cetra gli viene strappate dalle mani, perde i sensi, forse, si ritrova fuori, all’ aperto.
Solo.

La porta dell’ Ade si è richiusa alle sue spalle, e stavolta sa bene che non riuscirà più ad entrare, certo non puoi ingannare qualcuno che ti sorveglia e che si aspetta da te che provi ad ingannarlo.
Ciò che deve accadere accade.

“Nessuna donna mai prenderà il tuo posto” giura Orfeo alla sua sposa oramai definitivamente cadavere, “mai più, per sempre”.

Ora, non voglio certo insinuare il sospetto che Orfeo abbia giocato con le parole, io mi limito a raccontare la storia e basta, certo è che “nessuna donna” non è lo stesso che dire “nessuno”, del resto lo sappiamo che i Greci in certe faccende erano di vedute piuttosto larghe, pare che la cosiddetta “identità sessuale” sia un’ invenzione molto più tarda.

Insomma.
Ve lo ricordate Koleos, il bel marinaio che stava sulla nave di Teseo ?
Ecco.

Ora, riuscite ad immaginarvi questo sosia di Jim Morrison dedito ad amori omosex ?
Vi figurate la delusione delle fans ?
Davanti a quello spreco di maschitudine?
E poi in Tracia, un posto selvatico dove certi costumi non erano proprio diffusi come in Grecia.
Uno scandalo proprio, insomma.
Sempre, tra i fans, ci sono i moderati ed i cosiddetti “ultras”, come nel calcio.
E se Orfeo era questa specie di rockstar che abbiamo descritto, la cosa che più si avvicinava ad un branco di “groupies” erano le Menadi.

Seguaci di Dioniso, nelle occasioni delle feste s’ inebriavano di vino e (presumo) non solo di quello, s’ esaltavano, perdevano il controllo e tutti i freni inibitori. Ai tempi moderni si sa che è diffusa e consolidata prassi per le rockstar, quella d’ intrattenersi dopo il concerto con una rappresentanza qualificata delle suddette disinibite “groupies”.
Chi più chi meno, certo, i Gun’s & Roses magari un po’ più di Bob Dylan, ma è giusto per dare un’ idea.

Orfeo invece – niente.
Zero assoluto.
Mai più con una donna.

Si sa che quando i sentimenti si surriscaldano, passare dall’ amore all’ odio è meno di un attimo. Le fans rifiutate s’ incazzano di brutto, alcool e droga fanno il resto.
Chi ti credi di essere, si può sapere ? Forse non siamo abbastanza belle per te ?
Lo circondano, minacciose.

Vista la mala parata, un gruppo di contadini che stava lì ad osservare la scena decide all’ unisono di dileguarsi all’ istante. Restano, abbandonati, gli attrezzi. Falci, zappe, forconi.
Le Menadi li raccolgono, il cerchio attorno ad Orfeo si stringe.
Allora ? Non parli più ? Ti facciamo ancora così schifo ?
La prima vibra un colpo, poi è il macello.

In certi casi uccidere non basta, già lo sappiamo, occorre fare a pezzi, è questa l’ usanza delle Menadi, i pezzi vengono gettati in mare, e dietro ad essi la cetra fracassata. Sangue dappertutto.

Ma un mito non può finire così.

Message in a Bottle.
La testa di Orfeo traversa il mare, finisce arenata sulla spiaggia di Lesbo. Ironia della sorte ?
Ma no, Lesbo è anche l’ isola dei poeti.
Non ha più il corpo, non ha le mani, non ha la cetra, ma ancora canta, quella testa tagliata, canta, e fa profezie.
Cose da pazzi, lo so, ma del resto, questo è un mito, no ?

A Lesbo certe cose le capiscono al volo.
Raccolgono la testa, la trattano con rispetto, la conservano in una grotta.
L’ oracolo di Lesbo è nato.

Certo, in un mondo con tanti dei è ben difficile riuscire a muoversi senza pestare i piedi a qualcuno.
Chi è il dio degli oracoli ? Apollo.
Eccolo.

Come si permette una stupida testa tagliata di fare oracoli senza la regolare autorizzazione ?

Non succederà più, promette Orfeo, o ciò che ne resta. Da allora si limiterà a ricantare i suoi evergreen, come una vecchia rockstar passata di moda.
E le Menadi Tracie ?

Verranno punite, gli uomini le marchieranno a fuoco per vendicare il delitto, ed ecco perché in Tracia ancora adesso le donne usano tatuarsi…

Blu

 
Che cos’è il blu ?
Il blu è  tristezza, è colore freddo come nessun altro, il colore della notte che arriva, del crepuscolo che invade il mondo per renderlo buio e nero.
“To feel blue”, sentirsi blu, in inglese vuol dire essere tristi, tristi come la musica che da quel colore prende il nome. Il blues, appunto, che è musica dei neri, e di nuovo l’ accostamento, la prossimità del blu col nero.
Blu è anche la tuta degli operai, che gli americani chiamano “blue collars”, colletti blu, contrapponendoli ai colletti bianchi che lavorano in ufficio senza sporcarsi le mani, né altro. Anche qui il blu è contiguo al nero, il nero delle mani sporche di grasso degli operai, contrapposto al bianco delle camicie degli impiegati fighetti.
Blu e nero sono alleati contro il bianco ?
Tutto lo lascia pensare.
 
Sono blu gli errori gravi, più gravi di quelli segnati in rosso, e già questo la dice lunga su quanto possa essere micidiale il blu, dal momento che il rosso è già di per sé il simbolo universale di pericolo, no ?
Il blu è pericolo estremo, pericolo che non si è saputo evitare, voragine dentro cui si è sprofondati.
Gli errori blu sono peccati mortali.
 
Ma è davvero irredimibile questo blu scontroso e cattivo, questo colore che predilige la notte e gli abissi? Davvero si contrappone frontalmente al bianco ?
Non è detto.
Non è detto perché se il blu si avvicina al bianco e lo incontra e se ne compenetra, quello che ne risulta è un blu addolcito, ammorbidito, reso sorridente – azzurro.

 

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Questo vento agita anche me…

C’è vento forte stanotte, non si riesce dormire.
La baracca del cantiere è un container prefabbricato, investita dalle raffiche cigola, si muove, vibra.
Una serie di rumori irregolari che uniti al rombo basso del condizionatore ed alcuni spiragli di luce che filtrano attraverso i tendaggi approssimativi rendono difficile prendere, o riprendere sonno.
E quando non si prende sonno arrivano i fantasmi, entrano, si accomodano, la fanno da padrone.
I fantasmi della vita professionale, le difficoltà, i contrasti, qualche ingiustizia subita, i tradimenti veri o presunti, perché di notte le ombre si ingigantiscono e si fanno minacciose, anche un barboncino sembra il mastino dei Baskerville.
I fantasmi personali, il tempo che passa, le prospettive che si restringono, la vita affettiva che va dove non dovrebbe. Le occasioni mancate o lasciate cadere, le volte che è parso di avere la vita in equilibrio sul palmo della mano, con un soffio si sarebbe potuto mandarla da un’ altra parte, in modo che le cose andassero diversamente, chissà poi se meglio o peggio, non è quello il punto, il punto è il peso di tutti i non futuri o futuri potenziali che stanotte sono qui ai piedi del letto e mi guardano con aria interrogativa ed un po’ incazzosa..
Come se poi fosse colpa mia di non averli scelti, di aver lasciato realizzare altro.
Meglio o peggio, non c’è mai la prova, la vita è un colpo singolo, il risultato di tutte le scelte fatte o non fatte, un risultato unico individuale e compiuto. Non c’è spazio per scenari alternativi.

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Stamattina c’è ancora tempesta di sabbia.
Il deserto assume un aspetto strano in questi casi, c’è una luminosità innaturale ed un cielo grigio fumo che fa contrasto col vento caldo puntato in faccia. E poi la nebbia, che è ancora sabbia ma sembra nebbia, e dà l’ impressione di trovarsi nel deserto con una giornata uggiosa, padana, ma con un caldo a quaranta gradi.
La sabbia non si ferma fuori e non la ferma la porta della baracca, è entrata dappertutto,m depositandosi su mobili e poltrona, sul letto, rendendo persino scivoloso il pavimento.
Equilibrio precario, per l’ appunto.
 
Non invidio il filippino che stamattina farà le pulizie.