Motivi, valori, doveri, cose grosse…

 

 

Di tanto in tanto infliggo ai miei pochi e pazienti lettori somministrazioni ad alto dosaggio di etimologia non richiesta, lo so. Non so che farci, il fatto è che la curiosità non mi abbandona ed è diventato quasi un riflesso condizionato quello di andare a cercare l’ origine delle parole su cui mi capita di imbattermi per i motivi più diversi. E spesso, devo dire, lo sforzo è ricompensato da qualche piccola illuminazione.
E dunque, richiesto di intrattenere, non sto a spiegare perché, classi di liceali su paroloni ad alto peso specifico quali motivazione, valore, dovere, carichi da undici si direbbe a briscola, e volendo al tempo stesso evitare di perdere subito  l’attenzione dell’irrequieto uditorio, mi rivolgo in cerca di aiuto alla fidata amica etimologia, che mi fornisca qualche utile scintilla.

La motivazione fila via liscia: è una parola che ne contiene un’altra, il motivo, che a sua volta contiene il moto. E dunque la motivazione è semplicemente ciò che smuove, che fa alzare dal letto o dal divano, e mette in movimento. Fa muovere, la motivazione, verso qualcosa che è sempre una mancanza, che sia la ricerca di cibo se si è affamati o la composizione di una poesia. Ci si muove sempre spinti da un bisogno, ma è difficile rendersene conto perché “bisogno” è termine a sua volta ambiguo e traditore, si può essere bisognosi, e quindi poveri e senza soldi, ma si può avere bisogno della persona amata, non in senso economico si spera, si può avere bisogno di correre, danzare o dipingere, ed è un bisogno ancora diverso ma non meno reale, che riguarda la propria realizzazione, il “diventare ciò che si è” per dirla col buon vecchio Nietzsche.

Il valore è più evanescente, ma neanche troppo. Valore si collega a valere, e valere viene dal latino “vale”, un saluto che potremmo rendere con “statti bene”, grosso modo. Si augurava salute, dicendo “vale”, e ciò che ha salute e sta bene vale, per l’appunto, ovvero è valido. Ma se il valore è collegato alla salute, potremmo dire che i valori sono cose che “fanno stare bene”. Si sta meglio ad avere amici che a stare sempre da soli, si sa, e si sta bene se gli amici sono generosi piuttosto che egoisti, buoni piuttosto che malvagi, leali piuttosto che traditori. Il che equivale a dire che amicizia, generosità, bontà, lealtà sono valore, cioè cose che fanno stare bene. Semplice ed un tantino ovvio.

Il dovere è invece un verbo che si fa sostantivo, un verbo che viene dritto dal latino “debere” il cui participio passato è “debitus”. E che i doveri siano debiti ce lo ricorda il linguaggio comune, tutte le volte che paghiamo un debito o paghiamo il dovuto, quando rimaniamo in debito o dobbiamo un favore a qualcuno, tutte le volte insomma che usiamo i due termini in modo quasi intercambiabile.
I doveri sono debiti nei confronti di qualcuno o qualcosa che si prende cura di noi, o dovrebbe farlo, assicura protezione, sostentamento, crescita, che siano i genitori, la scuola, la società.

Viene in mente il solito Socrate, che risponde a chi lo esorta ad evadere per sottrarsi all’ingiusta condanna facendo presente che è troppo comodo approfittare delle leggi quando fa comodo e sottrarsi quando non conviene più. Ad esempio, mi viene da dire, usare servizi pubblici ed evadere le tasse.
I doveri non vengono compiuti per amore del dovere, ma perché l’evitarli metterebbe l’uomo a disagio, scrisse da qualche parte Mark Twain. I doveri sono debiti che vanno pagati, dice l’ etimologia.

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Verso una nuova modernità ?

Biblioscalo

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A quanto pare, lo spirito del tempo sta cambiando verso, ed il barometro del pensiero, dopo decenni di pessimismo, disfattismo, nichilismo sembra spostarsi adesso verso un timido, moderato sereno.
Ci siamo qui occupati, alcuni mesi fa, di un testo di Yuval Harari, “Sapiens”, mettendone in luce l’approccio positivo (“viviamo nell’epoca più pacifica e sicura della storia”), e la visione del futuro, forse fin troppo ottimista, dell’Autore.
Ma anche sul piano più strettamente filosofico, a quanto pare, comincia a vedersi qualche sprazzo di sereno.

Gli ultimi decenni trascorsi sono stati quelli della cosiddetta “postmodernità”, anche se, ad onor del vero, le origini filosofiche del termine risalgono ad un testo di Lyotard del 1979 (“La condizione postmoderna”, appunto) ed il termine era già stato introdotto nell’ambito della critica letteraria addirittura negli anni 30 del secolo scorso.
Il postmodernismo vede una linea continua di pensiero che, a partire dal “cogito” cartesiano, sviluppa nel…

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Sul calesse

 

“Felice d’essere saggio e non altro,
Perché gli uomini migliorano con gli anni”

William Butler Yeats

 

Questo blog è parte di me.

L’ho aperto più di dieci anni fa, un tempo che equivale ad un’era geologica per i ritmi di cambiamento del web. I social, per dire non erano ancora tanto diffusi, ed era giusto l’anno in cui Steve Jobs presentava il primo iPhone.

Io stavo in un cantiere nel Medio Oriente, e lì il venerdì c’era poco da fare, troppo caldo per andare in giro, troppo lontani i centri commerciali, conveniva starsene rintanati nella propria baracca per la maggior parte della giornata. Il blog nacque così, un po’ per vedere com’era, un po’ per bisogno di comunicare.

In effetti, la cosa funzionò, piano piano mi trovai in contatto con persone affini, gente col mio stesso sentire, perché in questo mondo ci si sceglieva e, insomma, mi aiutò a confrontarmi e sentirmi meno solo.

Il melogrande mi ha fatto compagnia negli anni successivi, i più inquieti della mia inquieta vita, e non si è limitato ad accompagnarmi, è stato una specie di strumento di autoanalisi, uno specchio ed un mezzo per lavorare su me stesso. Scrivendo le cose le capivo meglio, ed i commenti mi aiutavano a chiarire le idee, fare i conti con pregiudizi e le idiosincrasie che nemmeno pensavo di avere. Ma sì, diciamolo, questo blog un po’ mi ha fatto crescere.

Mentre crescevo io, invecchiava lui. Facebook si espandeva ed inghiottiva tutto, Splinder, la piattaforma su cui avevo iniziato, chiudeva bottega costringendo me ed i miei compagni di viaggio alla migrazione. Le visite giornaliere calavano inesorabilmente. Eravamo diventati fuori moda.

Piano piano il melogrande è diventato altro, è diventato per lo più un posto dove mettere le cose che scrivo, e peraltro ne scrivo sempre meno. Ho aperto nel frattempo qualche altro blog “a tema”, per le escursioni o per i racconti sulla sicurezza, o per gioco, ma quelle sono cose diverse e non mette conto parlarne.

Insomma, mi sento un po’ come se andassi in giro in calesse per le vie di una metropoli moderna. Superato, un anziano un po’ bislacco che pare uscito da una cartolina vintage. E però i calessi sono belli, e non è scritto da nessuna parte che ciò che non è funzionale non ha diritto di esistere.

A rendere le cose più difficili, WordPress mi deve avere catalogato come un pericoloso “spammer”, per cui la maggior parte dei commenti che tento di fare sui pochi blog che resistono nel tempo finiscono nelle loro code di spam o chissà dove, ma, insomma, non compaiono. (amici, sappiatelo…). Ho tentato più volte, naturalmente, di segnalare il problema alla piattaforma, che tutte le volte mi ringrazia e mi assicura attenzione. E niente altro.

E dunque qui rimango, con le cose scritte un tempo, in cui non mi riconosco più, altre che rileggo con indulgenza, quelle che rievocano anni tormentati e bellissimi, i frammenti mai pubblicati e certi post che mi fanno constatare che un tempo ero più bravo a scrivere. Qui rimango, acciaccato dagli anni e dalle circostanze, “logoro di sogni; un tritone di marmo, roso dalle intemperie” tanto per citare ancora l’amato Yeats, nell’improbabile attesa di un nuovo sprone.

Un inizio d’anno ormai lontano un caro amico scomparso troppo presto mi augurò “un anno pieno di piacevoli imprevisti”. Ecco, non ho mai trovato un augurio migliore.

Buon 2018 a tutti.

 

Tempo verrà

Io ho pazienza, molta pazienza. E tempo, molto tempo.
Ero qui tanto tempo prima di voi, e ne ho viste di cose.
Ho visto sconvolgimenti al di là dell’immaginabile, eruzioni vulcaniche oscurare il Sole, colonne di fumo grandi come montagne, orizzonti di anidride carbonica a saturare l’atmosfera. Ho visto continenti spezzarsi, frantumarsi e scorrere via come immani zattere di roccia, i bordi che si sbriciolavano in isole ed arcipelaghi, il magma fuoriuscire dalle fratture oceaniche profonde, colonne di vapore salire dagli abissi ed esplodere alla superficie. Con tutte le vostre immagini infernali, non vi potete neppure avvicinare. Ho visto terre emergere e terre sprofondare, ghiacci avanzare e ritirarsi, più e più volte.
Ho visto molecole evolversi, imparare con infinita pazienza a replicarsi, ho visto la complessità prendere forma viva. Ho visto la vita, fragile, indifesa, avrei potuto spazzarla via con un alito, ma non l’ho fatto, perché mi parve cosa buona. Ho visto altre molecole diventare cellule, e poi batteri, amebe, vaganti alla deriva nelle correnti oceaniche, le ho viste aggregarsi, collaborare, organizzarsi, strisciare fuori dalle acque, e me ne sono compiaciuta. Ho visto poi esseri nutrirsi di altri esseri, li ho visti nascere e morire, vagare e nuotare, riprodursi e moltiplicarsi, così li ho visti nel lento volgere delle ere.
Esseri emergevano, diventavano piante, si nutrivano e fortificavano, si cibavano di anidride carbonica, producevano ossigeno che li intossicava e invadeva la loro atmosfera, li consumava in roghi immensi.
Ho visto poi giungere il tempo di altri esseri, che di quell’ossigeno imparavano a vivere, e si muovevano ed erano veloci, e diventavano prede e predatori, grandi, sempre più grandi e sempre più feroci, così li ho visti diventare. Crescere e inorgoglirsi li ho visti, e poi essere spazzati via per ricominciare ancora e sempre.
Per milioni di volte ho compiuto giri attorno al Sole, ho osservato ed atteso, paziente.

È stato un battito d’ali di farfalla, per me, da quando siete arrivati voi, i figli prediletti e maledetti, i più scaltri e veloci e creativi, i figli in cui compiacersi. Avete assunto il dominio di tutto ciò che vola, nuota o si muove, del mondo vivente, siete cresciuti e moltiplicati, avete popolato fino ai più remoti angoli. Mi avete chiamato Madre.

Voi, primi fra tutti ad avere gli strumenti per capire. E mentre capivate, avete continuato a crescere, moltiplicarvi, sfruttare e saccheggiare. Potenti, sempre più potenti. Capaci di modificare il mondo intorno, l’intero mondo, dominare ed estinguere, distruggere, persino voi stessi.

Io non ho paura di voi. Sono antica ed ho pazienza.
Solo la vostra arroganza può farvi immaginare di poter distruggere la Terra. Voi non mi distruggerete, non pensateci nemmeno, ogni vostra ferita non è che una puntura di spillo. Ben altro ho visto, in un passato che oltrepassa la vostra immaginazione. Io ci sarò, diversa forse dal mio aspetto attuale.

Forse inadatta alla vita umana.

Tempo verrà. Io ho molta pazienza.

L’innominabile attuale

Qualche considerazione sull’ultimo libro di Roberto Calasso.

Biblioscalo

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I libri di Roberto Calasso sono tappe di un “work in progress”, sembrano estratti di un diario, quaderni di appunti dove si coagulano e prendono forma riflessioni su temi di volta in volta diversi, sezioni di uno Zibaldone di pensieri sempre solidamente sostenuti dalla sterminata cultura dell’autore. Libri discontinui, dunque, ma non per questo meno affascinanti.
Il più recente, nono della serie, si intitola “L’innominabile attuale” e si richiama addirittura al primo, “La rovina di Kash”, del 1983.

Il libro è diviso in tre sezioni, di cui l’ultima, brevissima, presenta un appunto di Baudelaire che sembra quasi profetizzare il crollo delle Torri gemelle.

La sezione centrale è invece occupata da una cronaca delle vicende della Germania dal 30 aprile del 1933, giorno dell’ ascesa al potere di Hitler, fino al 2 maggio 1945, giorno della capitolazione di Berlino. La cronaca è condotta per lo più attraverso una sequenza di corrispondenze…

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Scalando Quartetti

 

Avanti viaggiatori, voi che pensate di essere in viaggio;
non siete quelli che videro il porto 
allontanarsi, né coloro che sbarcheranno.
Qui tra la sponda vicina e quella lontana 
mentre il tempo si ritrae, considerate il futuro
ed il passato con mente imparziale.

(Dry Salvages, III)

Il fatto è che quando non capisco qualcosa mi ci accanisco. Per questo motivo avevo sempre – prudentemente – evitato di affrontare certe impervie scogliere della poesia moderna come appunto i “Quattro Quartetti” di T. S. Eliot.

Ma il destino la sa lunga, e dunque mi è capitato, non molto tempo fa, di assistere ad una conferenza di Piero Boitani in occasione dell’uscita del suo libro “Il grande racconto di Ulisse”. Boitani è una figura piuttosto affascinante. Professore di letteratura comparata, grande esperto di Ulisse, ma anche di Dante e di letteratura medievale in genere, anglista, studioso dei miti e della Bibbia, traduttore e brillante conferenziere. Una di quelle persone che ti fanno sentire un po’ meno la mancanza di Umberto Eco.

A farla breve, mi sono procurato un suo saggio, non l’ultimo, un vecchio testo del 1992, intitolato “L’ombra di Ulisse”. Il saggio è in effetti incantevole, Boitani conduce il lettore in un viaggio vertiginoso tra le infinite rielaborazioni del mito, muovendosi disinvolto tra Dante, Tasso, Tennyson, Coleridge, illuminando i diversi temi ricorrenti, il naufragio, la scoperta di una nuova terra, il viaggio verso le tenebre dell’ Oltretomba, il mistero delle Sirene, la conradiana fascinazione per il mare aperto.

In ultimo Boitani si chiede quale ancora possa essere oggi, in un mondo disincantato, il ruolo della poesia, e lo trova in un “ponte gettato tra le due rive dell’invisibile e dell’apparente, come “un animale intravisto e subito perduto”, “una cosa reale, di carne, viva, pronta a spiccare il volo, ma sempre sul punto di sfuggire”. E come esempio supremo di questa ultima, estrema funzione poetica, cita appunto i “Quattro Quartetti” di T. S. Eliot.

Qui il poeta, come il vecchio Ulisse, salpa verso il superamento della sua stessa poesia, “al di là del porto o del naufragio, oltre gli accadimenti dell’esistenza, eppure nella vita e nella storia”, “un approdo del tutto speciale: lo guardiamo noi, della razza di chi rimane a terra, come un miracolo per il quale occorrono una fede religiosa e poetica quasi sovrumane”, “salpando al di là del tempo per l’eterno”.

Insomma dopo una tale introduzione è stato giocoforza affrontare a mani nude le impervie scogliere eliotiane, con notevole dispendio – questo va detto subito – di tempo e fatica. Mi sono persino dovuto rassegnare a tradurre, quasi per mettere le mani sul testo come lo scalatore in cerca di appigli fa con la roccia, e cercando di essere il più letterale possibile, perché talmente ostici sono i versi che qualunque libertà rischia di essere un travisamento.

E tuttavia, proprio come di solito accade con le montagne vere, la soddisfazione ripaga lo sforzo.

Tanti sono I temi intrecciati in questi magistrali poemetti che è inutile persino tentarne il catalogo.

Domina il tempo, naturalmente, il tempo passato ed il tempo futuro, e soprattutto quel porsi nel mezzo, sull’asse di rotazione della grande ruota, là dove il movimento cessa come nell’occhio del ciclone, e passato e futuro diventano un’unica cosa, o meglio, perdono la loro sostanza:

“Al punto fermo del mondo. Non nella carne né senza;
non da e neppure verso: al punto fermo, là è la danza,
ma non arresto né movimento. E non chiamarla immutabilità
lá dove passato e futuro si riuniscono. Né movimento da, né verso,
né ascesa né declino. Tranne che per il punto, il punto fermo,
non ci sarebbe danza, e c’è solo la danza.
Posso solo dire, là siamo stati: ma non so dire dove
e non so dire per quanto, perché lo si porrebbe nel tempo.
L’intima libertà dal desiderio pratico,
l’affrancarsi da azione e sofferenza”
(Burnt Norton II)

C’è poi, connesso col tempo, il tema dell’età avanzata, con il suo carico di rimorsi e risentimenti.

“Non c’è fine, ma aggiunta: la strisciante
conseguenza di altri giorni ed ore,
quando l’emozione s’ impossessa di anni
di vita senza emozioni, tra le rovine
di ciò che credemmo la cosa più affidabile
e pertanto la più adatta alla rinuncia.
Ecco l’aggiunta finale, l’orgoglio indebolito
o il risentimento all’indebolirsi delle forze,
 
Sembra, diventando più vecchi,
che il passato abbia un diverso andamento,
e cessi di essere una pura sequenza –
o anche uno sviluppo: quest’ultimo parziale fallacia
incoraggiata da un’infarinatura di evoluzione,
che diventa, nell’ opinione popolare, un modo
di ripudiare il passato.

lo scoglio frastagliato nell’acqua inquieta,
le onde lo lavano, la nebbia lo nasconde;
nel giorno felice è solo un monumento,
nel tempo navigabile è sempre un segnale
per orientare la rotta, ma nell’ oscura stagione
o nella furia improvvisa, è ciò che sempre fu.”
(Dry Salvages II)

E ancora:

“Quale doveva essere il valore della tanto a lungo attesa,
a lungo sperata calma, l’autunnale serenità
e la saggezza dell’età? Ci avevano ingannato
o ingannarono sé stessi, gli anziani dalla voce bassa,
lasciandoci eredi di una semplice ricetta di inganni?
La serenità solo una deliberata ebetaggine
la saggezza solo la conoscenza di segreti morti
inutili nel buio in cui scrutavano
o da cui distoglievano lo sguardo.”
(East Coker II)

 

C’è la fede religiosa, misticismo e preghiera, c’è il rapporto con la morte e con i morti, e la consapevolezza che la poesia tradizionale ha perso la sua magia:

“Era un modo di presentare le cose – non molto soddisfacente:
uno studio perifrastico in un logoro stile poetico,
che lascia ancora alle prese con la lotta intollerabile
con parole e significato.”
(East Coker II)

Talvolta si respira nei Quartetti un’atmosfera dantesca, e c’è persino un incontro, apertamente dantesco, con l’ombra di un vecchio maestro defunto che impartisce un’ulteriore lezione sulla senilità (ma solo grazie ad una pietosa nota in calce sono arrivato a capire che la “scura colomba dalla lingua fiammeggiante” è un bombardiere tedesco. Little Gidding, ultimo dei Quartetti fu composto nel 1942, in piena guerra). Il brano che riporto è lungo ma lascia senza fiato.

“Nell’ ora incerta prima del mattino
quasi alla fine dell’interminabile notte
alla ricorrente fine dell’infinito
dopo che la scura colomba dalla lingua fiammeggiante
fu passata sotto l’orizzonte del ritorno a casa
mentre le foglie morte ancora crepitavano come metallo
sull’ asfalto dove non c’era altro suono
fra tre distretti da cui si levava del fumo
incontrai uno che camminava, adagio ed in fretta
quasi spinto da un soffio verso di me, come prima le foglie metalliche
dal vento urbano all’alba senza opporre resistenza.
Ed appena fissai sul suo viso abbassato
quell’ esame puntuale con cui sfidiamo
lo straniero appena incontrato allo svanire del crepuscolo
colsi lo sguardo improvviso di un qualche defunto maestro
che avevo conosciuto, scordato, mezzo ricordato,
che era uno e molti, in brune fattezze dal colore di cotto,
gli occhi di un composito fantasma familiare
intimo e non identificabile.
Così interpretai due ruoli, gridai
ed udii la voce di un altro gridare: “Cosa! Tu sei qui?”
benché lì non fossimo. Ero rimasto uguale,
mi riconoscevo eppure ero qualcun altro.
E lui un viso che ancora prendeva forma; eppure le parole ci bastarono
a forzare il riconoscimento che precedettero.
(…)
Io dissi: “Provo una facile meraviglia,
eppure è la facilità a causare meraviglia. Dunque parla,
potrei non comprendere, potrei non ricordare”.
E lui: “Non desidero ripetere
i miei pensieri e la teoria che hai dimenticato.
Queste cose hanno compiuto il loro scopo, lasciale andare
così come le tue, e prega che siano perdonate
dagli altri, come io ti prego di perdonare
il bene e il male.
(…)
Lascia che ti sveli i doni riservati all’ età
onde coronare gli sforzi della tua intera vita.
Primo, il freddo attrito di sensi che svaniscono
senza incanto, attrito che nulla promette
se non l’amaro insapore frutto dell’ombra
mentre corpo ed anima cominciano ad essere scissi.
Secondo, la consapevole impotenza dell’ira
per l’umana follia, e la risata
squassante per ciò che ha smesso di divertire.
Infine, il dolore lacerante di rimettere in scena
tutto ciò che hai fatto e sei stato; la vergogna
di motivi rivelati in ritardo, e la consapevolezza
di cose mal fatte e fatte a danno altrui
che un tempo prendesti per esercizio di virtù.
Poi, fa male l’approvazione di stolti, e l’onore macchia.
Da un torto all’ altro lo spirito esasperato
procede, a meno che non lo emendi il fuoco che affina
in cui devi muoverti a tempo, come un danzatore”.
Iniziava a fare giorno. Nella strada sfigurata
mi lasciò con una sorta di commiato
e svanì al suonare di un corno.”
(Little Gidding II)

 

E c’è quel senso, sottolineato da Boitani, della poesia come immagine fugace, intravista mentre scompare.

“Per i più di noi, c’è solo il momento 
non sorvegliato, il momento dentro e fuori dal tempo,
l’attimo di distrazione, perso in un raggio di sole,  
il timo selvatico non visto, o il lampo d’ inverno, 
o la cascata, o musica udita così profondamente 
che non è musica affatto, sei tu la musica 
Finché la musica dura.”
(Dry Salvages V)

E c’è molto altro, come dicevo.

Proprio come andare in montagna, la lentezza è virtù necessaria, i Quartetti vanno letti e riletti, bisogna fare la loro conoscenza, conquistare la loro amicizia prima che, come scorbutici montanari, accettino di aprirsi al lettore.

E dunque si tratta di itinerari per Escursionisti Esperti, raccomandati a lettori dotati di pazienza e tenacia. Dotatevi di corde e piccozze, e buon viaggio.

 

Caleidoscopio  

 

 

 

Intrecci di tempo, passato, futuro.

Caleidoscopio.

 

La vista dall’ alto rivela un disegno

o schegge di vetro spezzato,

coralli di collane rotte,

ciò che sei e ciò che non sarai.

 

Labili tracce, foglie calpestate,

risacca, e voci lontane.

Presenze, invisibili presenze,

tutti coloro che non fosti.