Un poema del divenire

Su Biblioscalo, una mia recensione di Exit West, di Mohsin Hamid.

 

 

 

Exit West di Mohsin Hamid è un moderno libro dei mutamenti, un attualissimo poema del divenire.

In una imprecisata città dai tratti medio orientali è in corso una guerra civile a sfondo religioso tra governativi e miliziani ribelli. Potremmo essere in Siria, in Libia, in Iraq, purtroppo le ipotesi plausibili non fanno difetto.
In questa città martoriata si incontrano Saeed, giovane assennato, introverso e pio, appassionato di astronomia, e Nadia, ragazza ribelle ed indipendente che vive da sola, non prega, guida la moto ed indossa una lunga tunica nera solo perché “così gli uomini non mi rompono le palle“.
Si incontrano ed iniziano una “normale” storia d’amore tra attentati, profughi e combattimenti nei quartieri, normale perché in una città in stato di guerra “un momento sbrighiamo le nostre incombenze come se nulla fosse e quello dopo moriamo, e il fatto che la fine incomba sempre su di noi non impedisce i nostri effimeri incipit e svolgimenti, fino all’istante in cui lo fa“.

Mentre il rapporto tra Saeed e Nadia si consolida, fra timidezze e pudori di lui ed innocenti trasgressioni di lei, la situazione in città si aggrava fino a diventare insostenibile, ed i due decidono, come milioni di persone, di fuggire dal loro paese.

Ad Hamid non interessa affatto descrivere l’odissea materiale dei migranti, la traversata del deserto, i barconi ed i trafficanti, e dunque ricorre ad un espediente letterario per saltare a pie pari tutto ciò. Inventa delle magiche porte, porte comuni che all’improvviso come lo specchio di Alice possono trasformarsi in “porte capaci di trasportarti in altri luoghi, anche molto remoti, lontani dalla trappola mortale in cui si era trasformato il loro paese”. Quello che gli sta a cuore è semmai il riflesso degli sconvolgimenti epocali sui destini individuali che i protagonisti tentano faticosamente di costruire e proteggere.

Attraverso queste porte dunque Saeed e Nadia iniziano a vagare, percorrendo una vera e propria mappa della globalizzazione, passando per un caotico campo profughi a Mikonos, approdando in una Londra livida e rancorosa, dove la tensione fra i “nativisti” ed il milione o due di migranti è altissima, poi in una baraccopoli ingenuamente ed incongruamente ottimista alla periferia di San Francisco. Comunità forzate di estranei messi insieme dal destino, tra solidarietà spontanea ed atti di prevaricazione, tentativi di autorganizzazione e tensioni etniche e tribali, aspirazioni non violente e pulsioni di rivolta, non esclusa la tentazione del martirio fondamentalista.

Ad ogni passaggio qualcosa muta, fuori ma anche dentro di loro, e fra di loro, qualcosa si lacera, qualcosa inesorabilmente si perde, contro ogni intenzione, in una consapevolezza soffusa di rassegnata malinconia che Saeed converte in preghiera: “pregava fondamentalmente come gesto d’amore per ciò che era stato perduto e sarebbe stato perduto e non poteva essere amato in nessun altro modo“, una preghiera che è “un lamento, una consolazione e una speranza“.

La vita però va avanti e non aspetta, il destino secondo il detto latino accompagna chi lo asseconda e trascina chi resiste, e dunque “le persone trovavano cose da fare e modi di essere e persone con cui stare, e futuri plausibili e desiderabili cominciavano a emergere, futuri prima inimmaginabili ma ora invece immaginabili, e il risultato era qualcosa di non diverso dal sollievo”.

Cambiano le persone, sembra dirci Hamid, che lo vogliano oppure no, e cambiano i luoghi, e cambiano inesorabilmente i rapporti delle persone tra di loro ed i rapporti delle persone con i luoghi. Ci sono dei personaggi secondari che appaiono a tratti nel romanzo, gente testardamente immutabile, fedele a se stessa ed inamovibile, eppure anche loro si troveranno infine spaesati, in luoghi natii che sono cambiati intorno a loro, perché “tutti emigriamo anche se restiamo nella stessa casa per tutta la vita, perché non possiamo evitarlo. Siamo tutti migranti attraverso il tempo.“

Cambia da un capitolo all’altro anche la cifra stilistica del libro. C’è di volta in volta il crudo realismo degli attentati, delle esecuzioni, degli atti di barbarie, dei funerali sbrigativi e c’è il realismo magico delle porte che proiettano in altre geografie, c’è l’ atmosfera distopica dei luoghi invasi dai migranti, assediati dai “nativisti”, sorvegliati dai droni, controllati da soldati e autoblindo e quella quasi fiabesca della costruzione di nuove comunità. C’è dovunque e soprattutto la malinconica consapevolezza del mutamento della perdita inesorabile che la vita comporta.

Resta invece felicemente ferma la scrittura attenta di Hamid, sempre asciutta e controllata in ogni circostanza, priva di retorica o di compiacimento, e proprio per questo estremamente penetrante ed efficace.

Un racconto profondo e toccante, molto ben riuscito.

 

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La sedia (3)

 

E niente, sul pregevole blog di Paolo è nato un piccolo gioco letterario di variazioni sul tema, a partire da questo suo racconto. Un gioco di contaminazioni reciproche oggi assai raro e quindi più gustoso.

Questo è il mio contributo, chi volesse cogliere l’ occasione segua il link !

 

Un cielo vispo di stelle

(Terza versione)

Io so tutto.
I grandi pensano che I bambini siano stupidi, che non si accorgano di nulla, che non vedano e non sentano. Eppure sono stati piccoli anche loro, e dunque se un bambino non sa com’è essere adulti, un adulto lo dovrebbe sapere sì, com’era essere bambino. Ma si vede che ci si dimentica.

E dunque, che tra la mamma e quel certo signore ci fossero delle tenerezze io l’avevo capito da un pezzo, bastava vedere come lo guardava lei e come si imbarazzava lui quando eravamo presenti mia sorella ed io.
Non era nemmeno antipatico, quel signore, neanche un po’, solo faceva effetto vedere un adulto così imbranato e allora un po’ facevamo apposta ad entrare in sala quando lui non se lo aspettava, con qualche scusa, e ci godevamo l’effetto due volte, sul momento e poi più tardi, a letto, quando Sandra ed io gli…

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Nostos

Notturno

Ritorna, è vero, ecco che ritorna, 

la vita circolare, dove sempre  

rivolgi il tuo cammino ad Occidente,  

convinto di raggiungere il tramonto  

all’ orizzonte, e infine riconosci

le luci familiari di anni ingenui. 

 

La fonte dell’eterna giovinezza  

compare come un tenue arcobaleno  

nell’ aria dirimente di un mattino. 

Rapido movimento tra le foglie, 

fugace balenare d’ un sorriso, 

effimera l’essenza dei fantasmi. 

 

La fine che è principio è più fatale 

che perdersi nei boschi a tarda sera. 

Ad Occidente di che ?

“Le spirali! Le spirali! Vecchio Volto di Pietra guarda avanti:

Cose troppo a lungo pensate non possono più esserlo.

La bellezza muore di bellezza, il valore  di valore,

Ed i lineamenti antichi si cancellano.”

W. B. Yeats

Ciò che è definito è definito – sempre – in rapporto a qualcos’altro. Non ci sarebbe la parola “giorno” se non esistesse la notte. La contesa è la madre di tutte le cose, insegnava già Eraclito ventisette secoli or sono.

E dunque Occidente si oppone ad Oriente, nella storia. Un’ opposizione geografica, naturalmente, ma anche una contrapposizione culturale ed ideologica. Un’ opposizione che si può far risalire, come minimo, alle guerre dei Greci contro i Persiani, il casino delle polis contro l’ imperialismo del Gran Re. Una contrapposizione che si rafforza nel corso del tardo Impero Romano, c’è quello d’ Occidente e quello d’ Oriente, per l’ appunto, è da lì in avanti è tutto un fronteggiare una varietà di Orienti, unni, saraceni, mongoli, turchi. C’ era poi l’ Oriente estremo, quello più lontano, di cui molto si favoleggiava e poco si sapeva, a parte le merci esotiche e qualche invenzione, come la bussola o la polvere da sparo, di cui fu peraltro l’ Occidente a comprendere e sfruttare in pieno la micidiale efficacia.

È ovvio che mentre i Turchi assediavano Vienna era piuttosto facile comprendere la distinzione – e la contesa – tra Oriente ed Occidente. In tempi più recenti, lo stesso schema di contrapposizione è stato utilizzato per interpretare la guerra fredda, lo scontro con il blocco comunista, ma era una forzatura, il comunismo stesso è un prodotto del pensiero occidentale, creato da un filosofo tedesco erede dell’ idealismo hegeliano, rifugiatosi a Londra dopo aver girato mezza Europa. L’ Oriente non c’entra nulla, la contrapposizione fra capitalismo e comunismo è tutta interna all’ Occidente.

Quanto diverso sarebbe stato il nostro destino se i Persiani avessero avuto la meglio a Maratona, gli arabi a Poitiers o i turchi a Lepanto, questo si può intuirlo, ma oggi, in che senso si parla di Occidente, ed a quale “non Occidente” lo contrapponiamo ?
Se pensiamo all’ Estremo Oriente di oggi, Cina, Giappone, ma anche le cosiddette tigri asiatiche, Taiwan, Corea del Sud, Singapore, troviamo paesi ampiamente occidentalizzati, che dialogano con l’ Europa o con gli USA sulla base di principi economici del tutto omogenei, così come accade per India, Thailandia o Filippine. C’è competizione economica, certo, ma nessuna vera contrapposizione ideologica.
E allora, dove passa oggi il confine tra Occidente e ciò che Occidente non è ?

Se proviamo oggi ad elencare i “valori occidentali”, vengono subito in mente la libertà individuale, l’ uguaglianza di diritti, la democrazia parlamentare, lo Stato laico, la parità della donna, e così via. Non a caso ho precisato “oggi”, perché l’ elenco precedente avrebbe di sicuro fatto inorridire Augusto, Carlo Magno, il Re Sole o Federico II, così come sarebbe inorridito praticamente qualunque sovrano nella millenaria storia d’ Occidente. L’ Occidente è una sorta di costruzione mentale, un “work in progress” e ciò che intendiamo oggi con questo termine è una composizione di idee che prendono forma negli ultimi secoli, si affermano con l’ illuminismo e diventano di dominio pubblico dopo la Rivoluzione Francese. Novità fresche di giornata, rispetto ad una storia di tre millenni. Idee in movimento, prodotti di un’ evoluzione culturale. A comporre il quadro, occorre come minimo aggiungere la razionalità scientifica che si manifesta nel progresso tecnologico, ed un’ economia di tipo capitalista ormai di fatto senza accettata da tutti.

Questo dunque, piaccia o no, è l’ Occidente oggi, libertà più diritti più tecnologia più capitalismo. Non che sia un panorama omogeneo, ovviamente, né tutti i Paesi che associamo all’ Occidente manifestano allo stesso modo tutte le caratteristiche elencate, ma insomma, grosso modo l’ Occidente è questa roba qui. Naturalmente, rimane la domanda di prima: che cosa, oggi, è “non Occidente ?”

La prima risposta che viene alla mente è, naturalmente, l’ Islam, sulla base di una contrapposizione che appare a prima vista di natura prettamente religiosa. A guardare più da vicino, però, ci si rende conto che la realtà è un po’ più complessa. Islam, cristianesimo, ebraismo com’ è noto sono dette “religioni del Libro” in quanto condividono l’ Antico Testamento; l’ islam condivide col cristianesimo anche il Nuovo, pur “declassando” Gesù a penultimo dei profeti. Che Dio sia grande lo affermano tutt’e tre, spirito missionario e volontà di proselitismo non sono certo mancate al cristianesimo, così come le lotte interne feroci tra chiese e tradizioni diverse.
Dove realmente la linea di frattura è netta è semmai la pretesa che la legge religiosa debba valere anche come legge dello Stato, essere tradotta in norme vincolanti per tutti, credenti o meno. Questo è ciò che propriamente viene definito “integralismo”: considerare stato e religione come un tutt’ uno. L’ integralismo è in parte indotto dalla struttura stessa del Corano, che spesso è prescrittivo, identifica categorie di reati e prevede le relative pene. L’ integralismo non è stato estraneo alla storia dell’ Occidente, ma a me pare ormai metabolizzata l’ idea che la religione non vada imposta e che lo Stato debba mantenersi il più possibile neutrale, “laico” e trattare i propri cittadini senza fare differenze di razza, lingua e – appunto – religione. Non è così da sempre, anche la separazione dei poteri è un’ idea illuminista, ma a ben vedere già ai tempi della contesa medievale tra papato ed impero i sovrani avevano sviluppato l’ idea che, dopo essere stati doverosamente incoronati per grazia di Dio, dovessero poi essere lasciati liberi di agire senza troppe interferenze. Date a Cesare quel che è di Cesare è sempre stata una delle frasi più citate dei Vangeli.

E dunque, una linea di frattura autentica fra ciò che è Occidente e ciò che non lo è l’ abbiamo trovata. È una frattura superabile ? Difficile da dire, le opinioni su questo divergono animatamente, ma proprio su questo, io credo, si gioca la cosiddetta sfida dell’ integrazione. La laicizzazione dunque, il richiamo della libertà contro quello della purezza.

E tuttavia, a mio modo di vedere, altri pericoli incombono su questo nostro Occidente che forse, in qualche modo, si trova oggi a fronteggiare se stesso in una sorta di estrema sfida finale.

Sono pericoli tutti interni, infatti, sono quelli che i marxisti di una volta chiamavano “le contraddizioni interne del capitalismo”. Le spiega bene Yuval Harari nel suo saggio “Sapiens”. Per comprendere la storia economica moderna ed il vero ruolo dell’ economia, dice, “quello che bisogna veramente tenere a mente è una parola sola. Questa parola è ‘crescita’. (…) Ciò che consente alle banche, e all’ intera economia di sopravvivere e prosperare è la nostra fiducia nel futuro”. Circa cinquecento anni fa, infatti, “le persone cominciarono a concordare sul fatto di rappresentare beni immaginari – beni che al presente non esistono – con una speciale forma di denaro che chiamarono ‘credito’.(…) Si fonda sul presupposto che le nostre risorse future saranno sicuramente molto più abbondanti delle risorse attuali”. Ciò che rese possibile questa nuova prospettiva fu il progresso. “Nel corso degli ultimi cinquecento anni l’ idea di progresso convinse la gente a riporre sempre più fiducia nel futuro. Questa fiducia fu l’ origine del credito; il credito portò vero sviluppo economico, e lo sviluppo economico rafforzò la fiducia nel futuro aprendo la strada alla possibilità di avere ancora più credito”.

È ovvio che l’ idea di una spirale che cresce all’ infinito è contro natura. Ogni tipo di crescita prima o poi si arresta. Nel corso della storia moderna, tuttavia, la tecnica è sempre riuscita ad inventare qualcosa che ha cambiato lo scenario, aumentando appunto la disponibilità di risorse: la macchina a vapore, il treno, il motore a combustione interna, l’ aereo, il computer, eccetera eccetera. Ma naturalmente non è detto che questa scommessa, la cui posta si alza continuamente, possa essere sempre vinta anche in futuro.

E nemmeno è detto che questa attività che cresce esponenzialmente non finisca con l’ alterare qualche equilibrio fondamentale del nostro pianeta.

Un argomento assai scomodo

 

Immagino che questo post non mi renderà popolare, ma sono abituato a pensare con la mia testa e sono troppo vecchio per cambiare. Se sbaglio, vorrei che qualcuno mi spiegasse dove sbaglio. Senza ideologie, senza preconcetti e senza parolacce, se possibile. Grazie.

1. Non c’è dubbio che per chi naviga, salvare un naufrago in procinto di annegare è un obbligo, morale prima ancora che legale. Ci si ferma e lo si tira a bordo, punto. Può succedere a chiunque navighi.

2. Schierarsi davanti alle coste libiche, al limite delle acque territoriali ed a volte anche dentro, aspettando che gli scafisti accompagnino al largo i gommoni coi migranti mi sembra una cosa un po’ diversa. È vero che la decisione è stata presa dopo alcuni tragici naufragi, ma la preoccupazione umanitaria è purtroppo sfociata in un involontario, consistente, e per di più gratuito, assist alla criminalità, che adesso deve solo spingere verso la prima nave un gommone senza motore. Un sogno per il racket dei migranti, una catastrofe ulteriore per i migranti, i gommoni sono assai instabili e vulnerabili, ed i morti sono aumentati sia in assoluto (5.000 solo nel 2016) che in proporzione ai transiti (quasi due morti ogni cento).  Bisogna prenderne atto.

3. Sul giro d’ affari dei trafficanti di uomini ho letto cifre assai disparate. Secondo uno studio recente dell’ istituto Demoskopik ogni migrante paga 4.000-5.000 $ per la traversata del deserto, più altri 1.000-1.500 per l’ imbarco. Anche usando le stime più basse, gli oltre 180.000 migranti arrivati in Italia nel 2016 hanno prodotto un giro d’ affari di quasi un miliardo di dollari. Solo nel 2016 e solo dalla Libia verso l’ Italia. Di questo parliamo. Un fiume di denaro nelle tasche di mercanti ed aguzzini di esseri umani che solo in un paese totalmente disarticolato come la Libia di oggi possono portare in giro indisturbati, tenere prigionieri, torturare centinaia di migliaia di persone. Fare tutto il possibile per neutralizzare questi criminali è opera umanitaria, rifiutare di collaborare a questo scopo no. Che ci siano dubbi su questo lo trovo incomprensibile.

4. Fra i migranti che arrivano dalla Libia, non ci sono libici, e neppure siriani. I più numerosi sono, nell’ ordine, quelli che arrivano da Nigeria, Bangladesh (sì, proprio così !), Guinea, Costa d’Avorio ed in generale Paesi dell’ Africa subsahariana. Tranne poche eccezioni, non si tratta di rifugiati ma di migranti in cerca di migliori condizioni di vita, migranti che si indebitano per pagare i trafficanti, lo stesso tipo di emigrazione che ebbe luogo all’ inizio del secolo scorso verso gli Stati Uniti. Gli americani avevano bisogno di manodopera per sviluppare il Paese, così come oggi l’ Europa (Italia per prima) ha bisogno di immigrati per compensare l’ invecchiamento della popolazione. Tutto sta a mantenere il controllo su questo processo. Gli americani avevano un sistema legale che faceva capo ad Ellis Island. Oggi, la quota parte di immigrazione che proviene dalla Libia (e che costituisce poco meno di metà del totale degli arrivi in Italia) è completamente in mano ad organizzazioni criminali. Ma perché arrivano proprio da lì ?

5. L’ Africa, che quando io andavo a scuola arrivava sì e no a 200 milioni di abitanti, ha superato pochi anni fa il miliardo, e raggiungerà i due miliardi entro il 2050. Il motivo è semplice: l’ Africa, ultima fra le grandi regioni del mondo, sta iniziando finalmente ad emergere dalla povertà estrema ed a ridurre la mortalità infantile. Di conseguenza, in questa fase transitoria l’ Africa subsahariana rimane ancora la regione più povera al mondo ma, al tempo stesso, è quella col più alto tasso demografico al mondo. L’ età media della popolazione in questi paesi è inferiore ai 18 anni, in confronto ai 45 circa della vecchia Europa. Lo sviluppo economico di questi paesi è mediamente alto, la povertà estrema è scesa di 20 punti negli ultimi 25 anni, ma è ancora al 40%, e si capisce bene che un miliardo di bocche in più da qui al 2050 (30 milioni in più ogni anno) non è un problema da poco. E si capisce anche che l’ emigrazione verso l’ Europa non è una soluzione realistica, sostenere ed alimentare lo sviluppo di questi paesi invece si. G2, G7, G8, G20 e compagnia bella farebbero bene ad occuparsi di questo, io credo. Sarebbe un modo assai più intelligente di spendere soldi.

6. Per quanto l’ Italia abbia bisogno di compensare la denatalità e l’ invecchiamento della popolazione, è anche il caso di ricordare che attualmente da noi la disoccupazione giovanile sfiora il 40%, situazione aggravata dal periodico innalzamento dell’età pensionabile. Oltre a governare il fenomeno migratorio, non sarebbe male avere un’ idea di come impiegare i nuovi arrivati. Vederli chiedere l’ elemosina davanti ai supermercati fa male, ma deve fare ancora più male a chi, per arrivare fin qui si è indebitato fino al collo. È il miglior modo per costruire una bomba sociale, e mettere questa gente nelle mani sbagliate.

 

Un solo Dio, al massimo due

 

Intorno al 1350 a. C., il faraone in carica, Amenofi IV, della XVIII^ dinastia, ebbe un’ idea assai balzana.

Siamo al centro della storia egizia, nel pieno di quello che viene definito Nuovo Regno. L’Egitto esisteva come entità statale da oltre duemila anni, ed in duemila anni, pur in una società allergica a cambiare, di cose ne succedono tante. Ma una pensata come quella di Amenofi IV non si era mai sentita. In breve, il faraone aveva deciso che era tempo di farla finita con tutta quella parata di divinità, Osiride, Iside, Seth, Horus e soprattutto Amon, il più grande di tutti, ed era ora di riconoscere che di Dio ce n’era uno solo: Aton, il Sole. Un unico Dio di cui lui stesso, il faraone, era figlio unico e legittimo, neanche a dirlo.

I sacerdoti dovettero pensare che il faraone era uscito pazzo, e ne ebbero conferma quando Amenofi IV decise addirittura di cambiare nome in onore del Dio, facendosi chiamare Ekhnaton. E tuttavia i sacerdoti dovettero chinare la testa ed obbedire tacendo, chiusero i templi di Amon e si misero di buona lena a scalpellarne via il nome dai monumenti delle precedenti amministrazioni. Potevano solo sperare che Aton, o chi per esso, chiamasse presto a sé il faraone pazzo. Quando questo finalmente avvenne, tutto tornò come prima, i vecchi dei riabilitati, i templi rimessi a posto, i culti ripristinati ed il nuovo faraone sul trono col rassicurante nome di TutankhAMON.

Di Amenofi IV/Ekhnaton non rimase nulla, venne proibito persino pronunciarne il nome, e credo sia la prima “damnatio memoriae” della Storia.

Per quanto ne sappiamo, la bislacca idea di Amenofi IV rappresenta la prima di una forma di monoteismo di cui resti traccia. Si trattava probabilmente di un monoteismo imperfetto, Amenofi IV non ebbe la forza di spazzare via tutto il pantheon, altri dei sopravvissero subordinati, ma era un inizio. Del resto, ben altri monoteismi danno tuttora spazio a Santi, Madonne, angeli e diavoli, non è così ?

Fu una comparsa effimera, come abbiamo detto, ma forse non del tutto. Parecchi studiosi, a cominciare da Freud, ipotizzarono che Mosè possa essere stato un sacerdote di Ekhnaton, fuggito dopo la restaurazione, è che il monoteismo ebraico abbia origini egizie. Probabilmente non è vero, persino sulla storicità di Mosè ci sono dubbi, ma è certamente un’ ipotesi affascinante.

Come che sia, il monoteismo entra in scena mostrando subito il suo carattere primario: un dio unico non può che essere un Dio possessivo, geloso persino.

Tuttavia, un problema del tutto nuovo si pone. Nella tradizione politeista, il mondo è un palcoscenico inerte su cui si muovono ed interagiscono tra loro le divinità, talvolta alleandosi, più spesso scontrandosi fra loro, e di questi scontri fanno le spese gli uomini. La guerra di Troia è un “danno collaterale” di uno sciocco concorso di bellezza fra tre dee vanesie, tanto per dire. Le traversie di Ulisse sono causate dall’ odio di Poseidone, e parzialmente mitigate dal favore di Atena. Che le cose vadano bene o male, insomma, c’è sempre la possibilità di dare una spiegazione soddisfacente, attribuire il merito o la colpa a questa o quella capricciosa divinità, di volta in volta compiaciuta o irritata.

Il Dio unico apparentemente semplifica il quadro, basta comportarsi bene nei suoi confronti e si vivrà per sempre felici e contenti. E invece no, è piuttosto evidente che le cose non vanno affatto in questo modo, non sempre il bene vince e il male perde, non sempre la giustizia trionfa è la virtù è premiata, tutt’ altro. Come mai ?

Il monoteismo fatica a trovare una risposta.

Dio che si ritira dal mondo dopo averlo creato, Dio che rispetta il libero arbitrio delle sue creature, Dio che ha disegni imperscrutabili, la sofferenza che verrà ripagata nell’ aldilà. Nessuna risposta è davvero convincente.

 Una particolare forma di risposta è l’ idea che esistano due principi divini, uno buono e l’ altro cattivo. Luce e Tenebre, Bene e Male, Ordine e Caos. Il primo a proporre questa soluzione fu Zarathustra, o Zoroastro, vissuto nel VII secolo a.C., forse prima. È l’ inizio di una lunga tradizione, che ha diverse sfaccettature. Una versione è più vicina alla concezione greca: sullo sfondo di un cosmo indifferente, i due princìpi lottano per il predominio. Un’ altra versione è più vicina alla tradizione ebraica: il Dio cattivo è in realtà un angelo ribelle, ed in qualche caso si attribuisce a lui la Creazione. Questo naturalmente spiega il male nel mondo, ma non spiega perché il Dio buono lo lasci fare.

 Come che sia, la tradizione dualista sopravvisse per oltre duemila anni. Lo zoroastrismo fu la religione ufficiale dell’ impero persiano da Ciro il Grande fino alla conquista araba, sopravvisse sotto l’ impero bizantino come religione bogumil, si diffuse in Occidente, soprattutto nella forma del manicheismo, fiorì in Provenza e nel nord Italia come tradizione catara finché fu sradicata con la violenza, più o meno al tempo di San Francesco. Ed è una storia che vale la pena conoscere.

Di serie TV, senso della vita, e altro…

“La vita è un’ombra che cammina, un povero attore che si agita e pavoneggia la sua ora sul palco e poi non se ne sa più niente. È un racconto narrato da un idiota, pieno di strepiti e furore, che non significa niente.”
W. Shakespeare, Macbeth Atto V, scena 5^

Riflettevo qualche tempo fa (molto tempo fa se devo essere sincero) sul fatto che, mentre la narrazione accompagna l’ Uomo fin dall’ inizio della sua storia, la forma di questa narrazione è andata cambiando nel tempo. In principio fu il canto, in età moderna il racconto, nell’ ultimo secolo la narrazione visiva, cinema e poi televisione. Negli ultimi anni, in particolare, la forma narrativa di maggior successo è la serie televisiva.
Va detto che il racconto a puntate non è certo una novità, il romanzo d’ appendice era popolarissimo nell’ Ottocento e sono stati pubblicati a puntate pilastri della letteratura del calibro di Madame Bovary, i fratelli Karamazov, Guerra e Pace, e persino Pinocchio. Balzac e Dickens pubblicavano a puntate, e quest’ ultimo teorizzava addirittura la superiorità di questa forma rispetto al volume. Nessuno scandalo dunque, il punto semmai è un altro.

Pur nella serialità originaria, I tre moschettieri o Delitto e castigo sono romanzi “chiusi”, dove la trama si sviluppa secondo un piano coerente che l’ autore ha fissato fin dal primo momento. Non mancano naturalmente divagazioni, intrecci, sottotrame che possono essere diluite in funzione dei favori del pubblico, ma alla fine i conti tornano, tutto si tiene e le linee narrative convergono in una conclusione che “scioglie tutti i nodi”.

La narrazione televisiva odierna è costituita da serie che si dispiegano su un’ estensione temporale che non è nota all’ inizio. Nessuno sa in anticipo quante stagioni saranno prodotte, in quanto dipende dall’ audience, e gli sceneggiatori devono essere pronti, all’ occorrenza, a prolungare o troncare le vicende narrate a seconda delle esigenze della produzione. Spesso, persino alla conclusione di un ciclo (il “finale di stagione”) gli autori non sanno se ci sarà o meno una stagione successiva, e sono costretti a chiudere solo alcuni dei nodi narrativi ma non tutti, in modo che si possa trovare qualche aggancio per riprendere il filo (se e quando servirà…).
Il risultato mi ricorda quelle costruzioni lasciate a metà, con i ferri di armatura che sporgono dai pilastri, per dare modo di riprendere (forse…) la costruzione e fare il secondo piano in futuro.

Non è un aspetto secondario questo, niente affatto.

Da sempre, infatti, il ruolo principale della narrazione è sempre stato quello di “dare senso al mondo“, offrire letture coerenti della realtà, magari fittizie ma significative. Le avventure di Ulisse o le peripezie di David Copperfield ci dicono qualcosa di sensato sulle nostre stesse vite, offrono illuminazioni, riferimenti, propongono significati. E, soprattutto, fanno vedere che un significato può esserci, che il mondo ed il destino individuale possono avere un senso, una vita può andare da qualche parte, verso la gloria o il disastro, verso l’ amore o la morte, non importa. Ciò che importa è che nella storia un senso c’è e viene mostrato, può essere condiviso o contestato, ma non negato.

Ma quale senso può mai emergere da una serie televisiva che si interrompe senza preavviso dopo 40 o 50 puntate, senza che la trama principale sia stata portata a conclusione, senza che le domande iniziali abbiano trovato risposte, senza che si sia capito il ruolo di certi personaggi ?

Così è la vita, si potrebbe rispondere, citando non a sproposito il monologo finale di Macbeth.
E tuttavia la tragedia di Shakespeare, maestro nel mostrare ambiguità e complessità della condizione umana, una trama ce l’ha eccome, ed una conclusione pure.

L’ epoca in cui viviamo ha perso la fiducia nelle grandi narrazioni mitiche, religiose, politiche, ideologiche. Oggi sono pochi, almeno in Occidente, a riconoscersi in grandi cause, a credere fino al sacrificio di se. Il sole dell’ avvenire non ci illumina più, le magnifiche sorti e progressive sono evocate a scopo sarcastico, le utopie sono state sostituite dalle distopie e la felicità oltremondana è, per molti di noi, assai dubbia. Il mondo in cui ci tocca vivere ha perso senso e direzione, lasciando dietro un senso di precarietà e solitudine.

Per questo, forse, la perdita di senso della narrazione è un segno dei tempi, una manifestazione genuina dello spirito dell’ epoca, e forse per questo viene accettata dal pubblico senza troppe difficoltà.

E dunque, in attesa della seconda stagione di Westworld, posso solo confessare la mia personale nostalgia per le narrazioni chiuse; sarei disposto persino a rischiare che i personaggi vivano tutti felici e contenti…