La strada

L’ amico Guido, sul suo nuovo sito Biblioscalo mi stuzzica con una recensione della Strada di Cormac McCarthy forse un po’ severa. Essendo invece io un fan senza se e senza ma del malmostoso texano, provo a bilanciare con qualche considerazione personale.

Cormac McCarthy non ha una grande opinione del genere umano.

Per arrivare a questa conclusione non serve neppure scavare nella sua biografia, venire a conoscenza della sua riservatezza, specie quando si tratta di giornalisti. È sufficiente leggere uno qualsiasi dei suoi libri, magari cominciando dai western, Meridiano di Sangue o la Trilogia della Frontiera.

Al contrario, Cormac McCarthy ama la natura, tanto quanto detesta gli umani. I suoi grandi romanzi su questo ruotano, la bellezza struggente del mondo, magistralmente resa da una prosa solo apparentemente povera e spoglia, ed il male assoluto costituito dall’ uomo.

Pochi personaggi si salvano, nei suoi libri, nessuno può dirsi innocente. Viene da pensare a quanto sarebbe bello il mondo se non ci fossero gli uomini a guastarlo.

In questa concezione un po’ manichea che fa da sfondo a tutta l’ opera di McCarthy, La Strada rappresenta una specie di punto di non ritorno. Il Male alla fine ha prevalso, l’ Uomo è riuscito ad uccidere la Natura, oscurare il cielo, sporcare irrimediabilmente le acque, sterminare ogni essere vivente in grado di correre, volare o nuotare. Non è rimasto più nulla.

Come sia riuscito a compiere questo miracolo all’ incontrario, McCarthy non lo dice, da qualche labile indizio si può immaginare una guerra nucleare, una catastrofe planetaria di qualche genere, non importa. Quello che importa è che uccidendo la natura l’ uomo ha condannato a morte anche se stesso.

Pochi sono sopravvissuti, e quei pochi devono dedicare tutte le energie residue ad un’unica occupazione, la più basilare di tutte: procurarsi da mangiare. Un compito tutt’ altro che semplice.

Per riuscirci, vale tutto: depredare, saccheggiare i pochi negozi abbandonati che non siano già stati saccheggiati, rapinare o uccidere gli altri sopravvissuti. Fino alla suprema empietà: fare prigionieri altri esseri umani per cibarsene, come se la furia distruttrice del genere umano non potesse che giungere all’ autofagia.

In questo scenario più che apocalittico, si aggira un uomo, anzi, visto che non ne sappiamo neppure il nome, l’ Uomo. Spingendo – sarcastica immagine – i suoi pochi averi in un carrello da supermercato, tenta di portare in salvo un bambino, il Figlio dell’ Uomo.

Una salvezza niente affatto garantita, che si può cercare nell’ unico modo possibile, con l’ attività primordiale dell’uomo, da quando esiste sulla Terra: mettersi in cammino.

Una metafora spietata e crudele della condizione umana, così leggo questa storia, sostenuta da una scrittura che più potente non potrebbe essere, ancora più asciutta e tagliente di quella a cui McCarthy ci ha abituato. Non è affatto poco, per me.

Ma lascio la parola a Guido…

Biblioscalo

In un mondo sconvolto da una catastrofe che ha cancellato la vita animale e vegetale, un uomo e un bambino, padre e figlio, si spostano verso il sud, per sfuggire al gelo di un nuovo inverno. Per sopravvivere è necessario trovare cibo, in qualche locale o abitazione non ancora saccheggiata, e soprattutto difendersi dalle bande di esseri disperati che, per sostentarsi, uccidono altri uomini e se ne cibano. Nel loro lungo viaggio verso il sud e il mare i due sperano di incontrare i sopravvissuti “buoni” e di unirsi a loro.

La narrazione è tenuta da McCarthy a un livello stilistico alto. Il tono è elegiaco. Il discorso intende essere emotivamente coinvolgente. Eppure il libro non convince del tutto.

La presenza del bambino è un troppo evidente ammiccare, anzi un giocare sporco, al patetico. In teoria il personaggio del bambino avrebbe una sua precisa funzione: rappresenta il futuro, la speranza…

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Di mussole, assiri e mesopotami moderni

 

Forse non tutti sanno  (io ad esempio non lo sapevo) che la mussola, quel tessuto leggero come una garza, le gentili viandanti ne sapranno assai più di me, e l’ affine mussolina, devono il loro nome – nientemeno – alla città irachena di Mosul.

Sì, proprio Mosul, la roccaforte dello Stato Islamico che l’ esercito iracheno sta da un po’ tentando di riconquistare.

Da lì, nel XVII secolo, arrivò in Europa questo tessuto prezioso e raffinato che ebbe un gran successo. Pare che Maria Antonietta ne fosse entusiasta.

Arrivò dunque in Europa da Mosul, dicevamo, anche se pare che a Mosul fosse arrivata dall’ India o da più lontano ancora. Così come il tessuto che noi chiamiamo “damasco” era arrivato assai prima dalla Siria, ma era in realtà originario della Cina. Già, la via della seta…

Il fatto è che il Medio Oriente è stato per tanti secoli il punto di passaggio del commercio con l’ Occidente, ed i veneziani ne sanno qualcosa.

Stiamo parlando del Seicento, per quanto riguarda la mussola, ma a quei tempi Mosul era già una città millenaria, che aveva già manifestato una certa propensione a mettersi nei guai per motivi religiosi, essendo nota nel VI secolo come roccaforte degli eretici nestoriani.

Ora, se mille anni vi sembrano pochi, sarà utile ricordare che Mosul sorge sul territorio della biblica Ninive, che fu capitale del regno assiro più o meno al tempo della fondazione di Roma. Una città superba, bellissima, la residenza di Assurbanipal, tanto per farsi un’ idea. In quanto capitale assira ovviamente non stava tanto simpatica agli Ebrei, ragione per cui la Bibbia contiene profezie assai malevole sul suo conto.

Ninive è come una vasca d’acqua agitata

da cui sfuggono le acque.

“Fermatevi! Fermatevi!” ma nessuno si volta.

Saccheggiate l’argento, saccheggiate l’oro,

ci sono tesori infiniti, ammassi d’oggetti preziosi.

(…)

Allora chiunque ti vedrà, fuggirà da te

e dirà: “Ninive è distrutta!”. Chi la compiangerà?

Dove cercherò chi la consoli? 

(dal Libro di Naum)

Il profeta è stato preso assai in parola, temo.

Insomma, Mosul ha avuto un passato storico più che ragguardevole. Ma, per gli incontentabili, si può tranquillamente aggiungere un’altra manciata di millenni. Dal sito di Ninive si sono tratti reperti che risalgono al 6.500 a. C., una vertigine temporale. Del resto, questa è la Mesopotamia, no ? (E del resto, cos’ altro vuole dire Siria se non “Assiria” ?)

La Mesopotamia in senso stretto, cioè l’ odierno Iraq, io l’ho girata in lungo e in largo, un po’ di anni fa, e ne avevo dato conto. Avevo visitato Erbil, la città sumera non meno antica di Ninive, che è riuscita più o meno a tenersi fuori dai guai, ed avevo visitato Baghdad, la “città della pace”, come era chiamata una volta, che invece la pace non riesce proprio a trovarla.

Avevo visto Bassora, nel sud del Paese, e Baiji, dove si è combattuto fin dentro la raffineria, e parecchi altri posti di questa terra tormentata. Ma Mosul no. A Mosul, che sta ad ottanta chilometri dalla pacifica Erbil, non osa entrare nemmeno la polizia, mi dicevano a bassa voce i miei interlocutori locali, lì è pieno di terroristi, è peggio che a Falluja. E pensare che a quel tempo non era ancora arrivata l’ Isis, il cui fondatore debutterà appunto tenendo indisturbato un sermone nella moschea principale di Mosul.

Cosa sopravvive di tanto passato ? Non è dato saperlo, lo scopriremo solo quando la città sarà liberata. Il che sembra da un po’di tempo imminente, ma non accade ancora.

Il fatto è che adesso la vittoria pare vicina, e allora i potenziali vincitori hanno ricominciato a guardarsi fisso negli occhi. È l’ esercito iracheno che sta vincendo, o sono piuttosto le milizie sciite? E i curdi, non sono forse stati loro il fattore decisivo di questa lunga guerra? O non è forse merito del sostegno russo? O di quello americano? O turco ? Insomma, chi intascherà la vittoria, quando ci sarà ? Cui proderit?

Ma questa è un’altra storia.

O forse no, mi sa che questa invece è proprio la solita, vecchia storia.

Dio della Fantasia

“Mai io ebbi
Più eccitata, più appassionata, più immaginosa
Fantasia, né orecchio, né occhio
Che più si aspettassero l’impossibile”

W.B. Yeats – La torre

Il bello del mondo classico era che ti metteva a disposizione un dio per ogni evenienza. Ti senti aggressivo ? Sei posseduto da Ares. Sei languido ? Eh, c’è di mezzo Afrodite… Ti senti persino un po’ imbroglione ? C’è un dio pure per quello, il poco di buono Ermes.
Un dio a cui raccomandarsi o, se dovesse andare male, un dio a cui dare la colpa.
C’è il mare in burrasca, evidentemente Poseidone non è contento, corriamo al tempio ed offriamo un bel sacrificio, prima che si arrabbi veramente con noi. Non abbiamo preso nulla a caccia, dobbiamo avere offeso Artemide, corriamo a rimediare.

Che la cosa funzionasse non lo posso garantire, però l’ importante è essere convinti, in fondo funziona così pure coi placebo, no ? Uno prende qualcosa convinto che gli faccia bene, e va a finire, incredibilmente, che quella cosa gli fa bene davvero, fossero anche solo due gocce d’acqua distillata. Tanto può la mente umana.

Ecco, questo per dire che ora come ora io un sacrificio al tempio della Fantasia lo andrei a fare di corsa.

La fantasia è una cosa seria, credetemi, non lo dico solo io, posso portare a testimoniare non solo artisti ma la quintessenza dello spirito scientifico, nientemeno:

“Quando rifletto su di me e sui miei metodi intellettuali, mi sembra quasi che il dono della fantasia mi sia servito più della capacità di impadronirmi della conoscenza assoluta.”  Albert Einstein

Il termine viene dal greco, tanto per cambiare, “phantazo” che voleva dire più o meno “faccio apparire”, verbo da prestigiatori e illusionisti, si direbbe. E che comunque, come tanti altri termini più o meno insospettabili, si porta dietro la radice di “phaós” la luce. La fantasia è qualcosa che si mette in luce, si presenta alla vista, è un’ immagine insomma.
Ma allora fantasia è lo stesso che immaginazione ?
Parenti stretti lo sono di sicuro, ma volendo fare i pignoli, la distinzione classica dice che l’ immaginazione produce o combina immagini di cose reali, mentre la fantasia è una roba più libera rispetto alla percezione, più selvatica e sfrenata, si può permettere per l’ appunto i fantasmi, nonché draghi, chimere, sortilegi, tutto quanto attiene al mondo “fantasy” e non solo.
Sulla distinzione tra fantasia e immaginazione filosofi, critici, psicologi hanno versato fiumi di inchiostro e valanghe di bites, il che forse dimostra che proprio così netta non è, a me pare che se l’ immaginazione è un po’ una cosa da ingegneri, la fantasia invece sta un pezzo avanti sulla strada della follia, se proprio vogliamo, e perciò va maneggiata con precauzione e governata con la disciplina.

Del resto Einstein faceva l’ elogio anche della immaginazione, tanto per non sbagliare:

“L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata, l’immaginazione racchiude il mondo.” – Albert Einstein

Ecco.
Chiamatela come volete, però ci vuole. Ci vuole perché, per dirla con Henry Laborit:

“(…) perseguire un obiettivo che cambia continuamente e che non è mai raggiunto è forse l’ unico rimedio all’ abitudine, all’ indifferenza, alla sazietà. (…) È l’ elogio dell’ immaginazione mai attuata e mai soddisfacente.”

Ecco perché, dicevo prima, ci sono momenti in cui uno vorrebbe correre al tempio e sacrificare al dio della fantasia.

L’ unico problema semmai è trovarlo, il tempio, visto che, a dire il vero, io non ho mai sentito parlare di templi dedicati al dio della Fantasia, anzi, non ho nemmeno mai sentito parlare di un dio simile. E questo può stupire, se uno solo pensa alla ricchezza fantastica della mitologia classica.
Certo, uno se lo spiega pensando che a quei tempi i miti erano cose da prendere estremamente sul serio. La fantasia semmai era la materia prima, diciamo, come il marmo delle statue, mentre il prodotto finito era il Mito.
E nessuno certo divinizza una materia prima, soprattutto là dove abbonda…

Niente dio della fantasia, dunque, né tempio né sacrifici.
Tocca scavare.

Fine della rappresentazione

In fondo un po’ ce la siamo cercata.
Non ci è parso vero di poter fare le cose direttamente, saltare gli intermediari, andare alla fonte.
Il viaggio me lo organizzo da solo, altro che farmi prendere per il naso dalle agenzie, compro il biglietto, prenoto l’ albergo e risparmio pure.
Già che ci sono, compro da casa anche il biglietto del concerto, faccio la spesa e pago il bollo dell’auto. Quasi non ho nemmeno bisogno di passare dalla banca.
Abbiamo fatto piazza pulita degli intermediari, nessun filtro, nessuno che ci faccia da interprete. Siamo soli. Ecco.

Al di là del facile slogan della “società liquida”, il vero contributo di Bauman è stato quello di mostrare, con amara chiarezza, la solitudine dell’ individuo nella società contemporanea. Non più una solitudine esistenziale, quella di Sartre o di Pirandello, no. Bauman parla di solitudine sociale.

Niente più appartenenze, comunità di mestiere, clan familiari, gruppi sociali, no. Ognuno sta solo nel cuore della terra, come diceva il poeta, ma al tempo stesso compete con tutti.
Altro che rappresentanza, ognuno cerca di galleggiare, di sopravvivere meglio che può. Tutto qui.

Era logico che di questo passo dovessimo arrivare al problema finale: la rappresentanza politica. Certo, perché i politici sono anch’ essi intermediari, e per di più intermediari di cui abbiamo una pessima opinione.
In buona misura si tratta di una disistima più che meritata, naturalmente, ma occorre anche tenere presente che in un mondo globalizzato la politica, inevitabilmente legata al territorio ed alla dimensione locale, ha un po’ perso la sua centralità. Logica vorrebbe che i politici si muovessero verso una dimensione sovranazionale, ma tant’è, non divaghiamo.
E dunque via anche questa intermediazione, che bisogno ho di questa casta, di questi parassiti ? Mi rappresento da solo, al massimo mi faccio rappresentare da gente come me, gente comune senza la puzza sotto il naso. Giusto ?
Il problema è che non funziona.

Non funziona perché, molto semplicemente, ci sono cose che, con l’aiuto della tecnologia, posso fare da solo e cose che, nonostante o addirittura proprio per via della tecnologia, semplicemente non sono in grado di fare.
Quelle destinate a scomparire sono le intermediazioni semplici, posso fare a meno del cassiere del supermercato e, con l’ aiuto della tecnologia del codice a barre, passarmi la spesa da solo. Ma se ho bisogno di costruire una casa o fare un esame clinico complesso, allora è un po’ più difficile saltare il medico o l’ ingegnere, perché le loro intermediazioni implicano competenze e conoscenze che non sono in grado di rimpiazzare da solo, nemmeno con l’ aiuto di un algoritmo….
È questo probabilmente il vero discrimine tra i sommersi e i salvati in questo mondo liquido e turbolento, il possesso di una competenza sofisticata.

In questo quadro, il politico dove lo mettiamo ?
Nell’ ultimo sciagurato venticinquennio, diciamo dall’ avvento della cosiddetta Seconda Repubblica, ci siamo abituati a sentire denigrare i cosiddetti “professionisti della politica”, gente che non ha mai lavorato in vita sua, mangiapane a tradimento, per limitarci al linguaggio forbito. Insulti spesso più che meritati, come dicevamo prima.
Ma qual’è il contrario di un professionista ? Un dilettante.
E questo spiega molte cose.
Fare le leggi o governare un Paese non è come passare gli articoli della spesa, è una cosa complessa e difficile, richiede conoscenze e competenze specifiche che non si improvvisano.
Bisogna studiare, e non solo i congiuntivi.

Ecco, ho la sensazione che alla base di tutto ci sia un fraintendimento del cosiddetto relativismo.
È vero che col tramonto delle grandi ideologie abbiamo perso fiducia nelle verità assolute, ma da questo non ne deriva necessariamente che tutto si equivalga.
In campo scientifico questo è molto chiaro: non esiste verità assoluta, ogni teoria vale fino a prova contraria, cioè fino a quando un esperimento non ne dimostri la fallacia. E tuttavia ogni nuova teoria che pretenda di prendere il posto della vecchia deve dimostrare di sapere spiegare tutto ciò che spiegava la vecchia, più quello che la vecchia non era in grado di spiegare. Può non essere vera in assoluto, ma è “più vera” della precedente. Ci vuole Einstein per spodestare Newton, ed astronomia o astrologia non sono la stessa cosa.

Fuori dal campo scientifico il discorso si fa più sfumato, la discrezionalità ha un certo spazio, è innegabile, ma neanche qui vale tutto. In ogni civiltà ed in ogni campo si sono affermati dei canoni condivisi, dei criteri estetici, nessuno ragionevolmente contesta la grandezza di Shakespeare o di Michelangelo o di Mozart, o sostiene che le antologie scolastiche dovrebbero essere composte da brani estratti a sorte e scaricati dalla Rete.

Il relativismo non è il passaporto per l’ arbitrarietà, piuttosto, per usare le parole di Franco Cordero, :significa patrimonio di idee, dubbio intelligente, cautela, ricerca onesta, umile riconoscimento dei limiti umani”. 

Il presepe postmoderno

Ora li posso vedere, come sempre, con l’occhio della mente,

in quelle vesti rigide e dipinte, i pallidi

insoddisfatti apparire e scomparire nell’azzurra

profondità del cielo, i loro volti antichi come pietre

battute dalla pioggia, e tutti gli elmi d’argento, che ondeggiano

l’uno vicino all’altro, e gli occhi sempre fissi, sperando

di ritrovare ancora, insoddisfatti dal tumulto del Calvario,

sul pavimento bestiale il mistero

del tutto incontrollabile.

William Butler Yeats

Qualche tempo fa si parlava di una caratteristica fondamentale del tempo in cui viviamo, spesso definito “postmoderno”, cioè l’indebolimento del concetto di verità. Non è vero ciò che è vero ma è vero ciò che un certo numero di persone ritiene vero e diffonde come tale. La buona vecchia  leggenda, favola, bufala, quel che volete insomma, nobilitata a “post verità”, un termine che mi pare già avviato a diventare la parola dell’ anno.
Facevo notare appunto a questo proposito che, per quanto la parola sia nuova, la cosa in sé non lo è affatto.

A proposito. Passate le feste ed arrivati i Re Magi, è tempo di smontare e riporre in cantina il Presepe, giusto ?

Ecco, appunto.

Le poche notizie in merito alla nascita di Gesù provengono principalmente dal Vangelo di Matteo, scritto presumibilmente una quarantina d’anni dopo la morte di Cristo, e non vi si trova traccia di stalla, né grotta, né bue ed asinello o adorazione dei pastori. Nel Vangelo di Luca, ancora più tardo, si fa effettivamente cenno ad una mangiatoia, il che autorizza a pensare che la scena fosse un ricovero per animali. Il bue e l’ asinello, invece, sono molto addirittura frutto di un errore di traduzione…
Matteo ad un certo punto afferma che “alcuni maghi giunsero da Oriente“ guidati da una stella. Maghi, vale a dire sacerdoti astronomi persiani. Non dice re e neppure Magi, termine che deve essere stato introdotto più tardi nella convinzione che fosse sconveniente per il Bambino Gesù essere adorato da un gruppo di astrologi… Neppure afferma che fossero tre, usa il plurale (“alcuni maghi”) e dice soltanto che portarono tre doni. Meno che mai ne fa i nomi, che si chiamassero Gaspare, Baldassarre e Melchiorre ce lo siamo inventati un po’ di secoli dopo, mentre addirittura un millennio dopo i fatti ci siamo inventati che la stella che li guidava fosse una cometa. E cometa fu.

Sorprendentemente, o forse no, dei Magi possediamo tuttora le reliquie, ed anche questa è una storia interessante. Ne è protagonista Sant’ Elena Imperatrice, la madre di Costantino, vissuta fra il III ed il IV secolo. Viene considerata patrona degli archeologi, il che non sorprende dal momento che nel corso di una spedizione a Gerusalemme asserì di avere ritrovato la vera Croce di Cristo insieme a quelle dei ladroni, nonché le spine della corona, i chiodi, il cartiglio e persino la spugna imbevuta di aceto usata tre secoli prima dai soldati romani. Roba che nemmeno Schliemann.
Naturalmente, trattandosi dell’ imperatrice, a Costantinopoli nessuno sollevò obiezioni, per cui l’ anziana donna ci riprovò, e nel corso di un’altra fortunata spedizione ritenne di avere individuato le spoglie appunto dei Magi. Le portò anche queste a Costantinopoli, per donarle poco dopo all’ appena nominato Vescovo di Milano, Eustorgio, o almeno così riferì lui. Come che sia, le spoglie arrivarono a Milano in un grande sarcofago che si impantanò alle porte della città, e lì il vescovo fece costruire la Chiesa che porta il suo nome, destinata a custodirle.

Le spoglie non avevano finito di tribolare, qualche decennio dopo Ambrogio ne donò una parte alla sorella, monaca a Brugherio dove tuttora si conservano, il resto fu portato via dal Barbarossa a Colonia e solo di recente in piccola parte restituito, ma questa è un’altra storia.

Tutto questo si racconta da secoli come vero e tanto, in pieno spirito postmoderno, riferisco.

Quanto al Presepe, il termine letteralmente significa “davanti alla siepe”. Siepe ?

Questione di generi

Applicandosi un po’, non è così difficile.

Un soldato è qualcuno pagato (“assoldato”) per combattere. Se è una lei, è stata assoldata, e dunque è una soldata.

Un ministro è il contrario di un maestro. Il maestro (dal latino magis) è qualcuno che è “di più” rispetto allo studente, il ministro è “di meno” in quanto al servizio dei cittadini (astenersi dai commenti sarcastici). Dunque se c’è la maestra c’e anche la ministra e stop.

Sindaco è un po’ un casino, in greco starebbe per “congiudice” o qualcosa del genere. Secondo me sindaca ci sta, ma non ci allarghiamo troppo. Se è una donna che giudica, resta giudice.

Un avvocato invece è ad-vocatus, chiamato in soccorso, al femminile farebbe ad-vocata. Avvocata.

Dal momento che colui che agisce può essere un attore o un’ attrice, abbiamo risolto il direttore, il tutore, il fattore e persino il marcatore.

Il presidente invece è colui che siede avanti come il previdente è colui che vede avanti. Se è una lei resta previdente e non diventa previdenta, come del resto usano fare i verbi. Dunque la presidente.

Accettabili ma datate (ed anche un po’ sessiste), le forme “soldatessa”, “studentessa”, “presidentessa”, ecc.

Salverei però la principessa per motivi romantici.

Tutto chiaro?

Strano, la musica non è morta

Confesso, c’ero cascato anch’io.

Ma sì, la storia che la musica è morta, non si vendono più i CD, i negozi di dischi stanno chiudendo, ed anche nei mega Store lo scaffale dei CD si rimpicciolisce sempre più. Quasi tutto vero, intendiamoci. Le vendite di CD sono veramente ridotte al lumicino, un quinto o un sesto di quelle che erano una volta; e basta pensare che un disco d’oro, inventato all’origine per celebrare il milione di copie vendute, oggi in Italia lo si ottiene vendendo 25.000 copie. Che tristezza. C’è un certo ritorno del vinile, è vero, ma si tratta pur sempre di una nicchia irriducibili amatori, musicofili nostalgici.

La verità è che non si vendono più dischi, effettivamente.

E tuttavia.

Tuttavia, l’errore che anch’ io avevo fatto è di trarre la conclusione che la morte del disco segnasse la morte della musica. Un’idea strampalata se uno ci riflette un po’.

I dischi hanno cominciato a circolare circa un secolo fa, agli inizi del Novecento. Forse che prima la musica non c’era? Mozart non ha mai venduto un disco in vita sua, e neppure Beethoven.

C’è stato un tempo, nemmeno troppo lontano, in cui la musica non la si sapeva neppure scrivere, era qualcosa che semplicemente si faceva sul momento, sulla base di ciò che i musicisti più o meno ricordavano, o avevano voglia di fare. Eppure, non esiste cultura umana che non abbia fatto musica, in una forma o nell’altra. Potrei spingermi a dire che non esiste specie umana senza musica, visto che qualche strumento musicale sì è trovato persino negli insediamenti di uomini di Neanderthal, risalenti a 40.000 anni fa.

Pare insomma che la musica la facciamo da sempre, ed ho l’impressione che continueremo a farla nonostante la crisi delle etichette discografiche. Chi se la passa (relativamente) male è probabilmente la popstar, o rockstar, quella che un tempo era in grado di fare soldi vendendo dischi e basta. Il musicista di oggi, per quanto popolare, i soldi li deve fare andando in giro a suonare, Né più nemmeno come gli aedi, i musicanti ed i cantastorie hanno sempre fatto.

Una volta compreso questo, è facile constatare che, probabilmente, non c’è mai stata tanta musica in giro come adesso.

Rivedo il me stesso adolescente che passava le ore alla radio sperando che programmassero quel certo pezzo di quel certo gruppo, il me stesso che risparmiava settimane per comprare un LP, lo portava a casa e lo consumava di ascolti. E che rabbia se deludeva le attese, dal momento che i fondi erano assai limitati. Mi rivedo e provo tenerezza.

Non contento di bazzicare YouTube e Spotify (quest’ ultimo contiene circa 30 milioni di brani, nel caso ve lo chiedeste), mi sono dotato di un “network streamer” di ultima generazione, in grado di ricevere qualche decina di migliaia di radio da tutto il pianeta. Il rischio che corro è semmai opposto, tutta questa abbondanza istiga al mordi e fuggi, all’ ascolto distratto, alla flirt fugace piuttosto che all’ amore duraturo, al surfing, zapping compulsivo o come lo volete chiamare. Troppa grazia per due sole orecchie.

A tanta abbondanza non è detto che corrisponda analoga qualità, è vero, ma questo è un altro discorso, e faccio fatica a pensare che la qualità abbia davvero relazione con la crisi del CD. Ci sono semplicemente periodi più o meno creativi. Le grandi rivoluzioni portano a fiorire molti talenti, e sono seguite da periodi in cui la musica, come altre arti, stenta a trovare originalità.

Certo che, se uno fa un salto indietro di mezzo secolo, si rende conto che nell’anno di grazia 1967 videro la luce un paio di dischi dei Beatles (Magical Mistery Tour e Sgt. Pepper), un paio dei Doors, uno di Bob Dylan, il primo dei Pink Floyd, Are you experienced di Jimi Hendrix, i Velvet Underground con Nico, Surrealistic Pillow dei Jefferson Airplane e mi fermo per non commuovermi. Ma non senza osservare che i Beatles, nei pochi mesi di intervallo tra i suddetti album, per non annoiarsi troppo pubblicarono anche un 45 giri con due inediti, Penny Lane su un lato e Strawberry Fields Forever sull’ altro…

Va bene, va bene, non volevo deprimere nessuno, nel 2017 dovrebbero uscire nuovi dischi di Gorillaz e Arcade Fire che non sono per niente male.

Vi auguro buona musica.

Magari qualcosa di svedese ?