Il bosco s’è desto

A dispetto del tempo, oggi ostinatamente nuvolo e monocromo, il bosco sembra ormai deciso a cambiare abbigliamento. Moltitudini di primule e di viole non temono di sfidare, quasi provocare, con sapienti e colorati sberleffi il grigio malmostoso di questo cielo che incombe, quaresimale, penitenziale, punitivo.

Il giallo sfacciato è orgogliosa rinascita, non c’è dubbio, l’azzurro violaceo guarda invece più lontano, oltremare, che uno si domanda che ne saprà una viola, di cos’è l’oltremare. Non importa, sono qui entrambi, ed insieme provano a negare i colori caldi delle foglie secche tra cui si fanno spazio. Sgomitano tra loro pure i bianchi ed orgogliosi bucaneve, quasi sorpresi di non aver trovato niente da bucare.

Si preparano, lo senti che si preparano, per l’ arrivo ormai prossimo del mese più crudele, quello senza misericordia nel far nascere lillà dalla terra morta, nel mischiare ricordo e desiderio, nel ridar vita a disseccate radici con la pioggia di primavera, come dice il poeta. Quasi a ricordarci che com’ è la stirpe delle foglie, così è anche quella degli uomini, che le foglie, alcune il vento ne versa a terra, altre il bosco in rigoglio ne genera, quando giunge la stagione della primavera: così una stirpe di uomini nasce, un’altra s’estingue, come diceva molto tempo prima un altro poeta. Ma a me non importa, stare al caldo d’ inverno non è il mio forte, e dunque ricominci presto a scorrere, l’ acqua di primavera, e smuova pure ricordi e desideri.

Bravi del resto i poeti a vantare similitudini analogie e metafore, bravi davvero, ma chi di loro si sente in grado di descrivere questo odore, l’ odore particolare del bosco in una umida mattina di inizio primavera ?

L’ elleboro si guarda intorno un po’ perplesso, è stata la primadonna nei mesi di pieno inverno, pressoché senza rivali, e adesso sembra percepire che è tempo di lasciare la scena, quasi che il bosco non abbia più bisogno di lui. È dura da digerire, si capisce, e lui, l’elleboro, c’è rimasto male ed ha la faccia un poco smarrita dell’attore sul viale del tramonto. Chissà se gli hanno spiegato che qui nel bosco il tempo è circolare, mica quella fesseria a forma di freccia che si sono inventati gli umani, per forza che poi gli viene l’ansia. Chissà se immagina che la sua stagione tornerà, ancora e ancora e ancora. L’agrifoglio invece no, lui non ci pensa, sembra essersi rassegnato senza problemi, tanto  è sempreverde e che volete che gli freghi, ad un sempreverde, del tempo circolare e delle stagioni ?

Più in alto ancora c’è la neve, ed attutisce il mondo intero, colori, odori e rumori si attenuano fin quasi a scomparire, ma si capisce che è solo un trattenere il respiro prima che inizi il nuovo spettacolo.

Sì, nel bosco certe volte si ha la sensazione che la natura in fondo non possa che fregarsene di noi sciagurati umani, e se ne vada  più o meno per la sua strada, chi c’è, c’è.

E a volte mi trovo a sperare che sia davvero così.

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Vista aerea

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Come se fossi un drone ora veleggio
m’alzo, volteggio, volo, scatto foto.
Osservo, dall’ alto e più distante,
panorami di vita squadernati.

Ruderi del passato ingentiliti
dal fitto rampicante del ricordo,
linee di faglia là, dove una volta
cambiò di colpo il corso d’un gran fiume,

i monti, i boschi, i fitti luoghi d’ombre
dove un tempo s’udivano i sospiri ,
e i campi desolati, inariditi,
ingenui nell’attender temporali.

Sottile, evanescente  all’orizzonte
l’ incanto d’una terra da scoprire.

Motivi, valori, doveri, cose grosse…

 

 

Di tanto in tanto infliggo ai miei pochi e pazienti lettori somministrazioni ad alto dosaggio di etimologia non richiesta, lo so. Non so che farci, il fatto è che la curiosità non mi abbandona ed è diventato quasi un riflesso condizionato quello di andare a cercare l’ origine delle parole su cui mi capita di imbattermi per i motivi più diversi. E spesso, devo dire, lo sforzo è ricompensato da qualche piccola illuminazione.
E dunque, richiesto di intrattenere, non sto a spiegare perché, classi di liceali su paroloni ad alto peso specifico quali motivazione, valore, dovere, carichi da undici si direbbe a briscola, e volendo al tempo stesso evitare di perdere subito  l’attenzione dell’irrequieto uditorio, mi rivolgo in cerca di aiuto alla fidata amica etimologia, che mi fornisca qualche utile scintilla.

La motivazione fila via liscia: è una parola che ne contiene un’altra, il motivo, che a sua volta contiene il moto. E dunque la motivazione è semplicemente ciò che smuove, che fa alzare dal letto o dal divano, e mette in movimento. Fa muovere, la motivazione, verso qualcosa che è sempre una mancanza, che sia la ricerca di cibo se si è affamati o la composizione di una poesia. Ci si muove sempre spinti da un bisogno, ma è difficile rendersene conto perché “bisogno” è termine a sua volta ambiguo e traditore, si può essere bisognosi, e quindi poveri e senza soldi, ma si può avere bisogno della persona amata, non in senso economico si spera, si può avere bisogno di correre, danzare o dipingere, ed è un bisogno ancora diverso ma non meno reale, che riguarda la propria realizzazione, il “diventare ciò che si è” per dirla col buon vecchio Nietzsche.

Il valore è più evanescente, ma neanche troppo. Valore si collega a valere, e valere viene dal latino “vale”, un saluto che potremmo rendere con “statti bene”, grosso modo. Si augurava salute, dicendo “vale”, e ciò che ha salute e sta bene vale, per l’appunto, ovvero è valido. Ma se il valore è collegato alla salute, potremmo dire che i valori sono cose che “fanno stare bene”. Si sta meglio ad avere amici che a stare sempre da soli, si sa, e si sta bene se gli amici sono generosi piuttosto che egoisti, buoni piuttosto che malvagi, leali piuttosto che traditori. Il che equivale a dire che amicizia, generosità, bontà, lealtà sono valore, cioè cose che fanno stare bene. Semplice ed un tantino ovvio.

Il dovere è invece un verbo che si fa sostantivo, un verbo che viene dritto dal latino “debere” il cui participio passato è “debitus”. E che i doveri siano debiti ce lo ricorda il linguaggio comune, tutte le volte che paghiamo un debito o paghiamo il dovuto, quando rimaniamo in debito o dobbiamo un favore a qualcuno, tutte le volte insomma che usiamo i due termini in modo quasi intercambiabile.
I doveri sono debiti nei confronti di qualcuno o qualcosa che si prende cura di noi, o dovrebbe farlo, assicura protezione, sostentamento, crescita, che siano i genitori, la scuola, la società.

Viene in mente il solito Socrate, che risponde a chi lo esorta ad evadere per sottrarsi all’ingiusta condanna facendo presente che è troppo comodo approfittare delle leggi quando fa comodo e sottrarsi quando non conviene più. Ad esempio, mi viene da dire, usare servizi pubblici ed evadere le tasse.
I doveri non vengono compiuti per amore del dovere, ma perché l’evitarli metterebbe l’uomo a disagio, scrisse da qualche parte Mark Twain. I doveri sono debiti che vanno pagati, dice l’ etimologia.

Verso una nuova modernità ?

Biblioscalo

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A quanto pare, lo spirito del tempo sta cambiando verso, ed il barometro del pensiero, dopo decenni di pessimismo, disfattismo, nichilismo sembra spostarsi adesso verso un timido, moderato sereno.
Ci siamo qui occupati, alcuni mesi fa, di un testo di Yuval Harari, “Sapiens”, mettendone in luce l’approccio positivo (“viviamo nell’epoca più pacifica e sicura della storia”), e la visione del futuro, forse fin troppo ottimista, dell’Autore.
Ma anche sul piano più strettamente filosofico, a quanto pare, comincia a vedersi qualche sprazzo di sereno.

Gli ultimi decenni trascorsi sono stati quelli della cosiddetta “postmodernità”, anche se, ad onor del vero, le origini filosofiche del termine risalgono ad un testo di Lyotard del 1979 (“La condizione postmoderna”, appunto) ed il termine era già stato introdotto nell’ambito della critica letteraria addirittura negli anni 30 del secolo scorso.
Il postmodernismo vede una linea continua di pensiero che, a partire dal “cogito” cartesiano, sviluppa nel…

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Sul calesse

 

“Felice d’essere saggio e non altro,
Perché gli uomini migliorano con gli anni”

William Butler Yeats

 

Questo blog è parte di me.

L’ho aperto più di dieci anni fa, un tempo che equivale ad un’era geologica per i ritmi di cambiamento del web. I social, per dire non erano ancora tanto diffusi, ed era giusto l’anno in cui Steve Jobs presentava il primo iPhone.

Io stavo in un cantiere nel Medio Oriente, e lì il venerdì c’era poco da fare, troppo caldo per andare in giro, troppo lontani i centri commerciali, conveniva starsene rintanati nella propria baracca per la maggior parte della giornata. Il blog nacque così, un po’ per vedere com’era, un po’ per bisogno di comunicare.

In effetti, la cosa funzionò, piano piano mi trovai in contatto con persone affini, gente col mio stesso sentire, perché in questo mondo ci si sceglieva e, insomma, mi aiutò a confrontarmi e sentirmi meno solo.

Il melogrande mi ha fatto compagnia negli anni successivi, i più inquieti della mia inquieta vita, e non si è limitato ad accompagnarmi, è stato una specie di strumento di autoanalisi, uno specchio ed un mezzo per lavorare su me stesso. Scrivendo le cose le capivo meglio, ed i commenti mi aiutavano a chiarire le idee, fare i conti con pregiudizi e le idiosincrasie che nemmeno pensavo di avere. Ma sì, diciamolo, questo blog un po’ mi ha fatto crescere.

Mentre crescevo io, invecchiava lui. Facebook si espandeva ed inghiottiva tutto, Splinder, la piattaforma su cui avevo iniziato, chiudeva bottega costringendo me ed i miei compagni di viaggio alla migrazione. Le visite giornaliere calavano inesorabilmente. Eravamo diventati fuori moda.

Piano piano il melogrande è diventato altro, è diventato per lo più un posto dove mettere le cose che scrivo, e peraltro ne scrivo sempre meno. Ho aperto nel frattempo qualche altro blog “a tema”, per le escursioni o per i racconti sulla sicurezza, o per gioco, ma quelle sono cose diverse e non mette conto parlarne.

Insomma, mi sento un po’ come se andassi in giro in calesse per le vie di una metropoli moderna. Superato, un anziano un po’ bislacco che pare uscito da una cartolina vintage. E però i calessi sono belli, e non è scritto da nessuna parte che ciò che non è funzionale non ha diritto di esistere.

A rendere le cose più difficili, WordPress mi deve avere catalogato come un pericoloso “spammer”, per cui la maggior parte dei commenti che tento di fare sui pochi blog che resistono nel tempo finiscono nelle loro code di spam o chissà dove, ma, insomma, non compaiono. (amici, sappiatelo…). Ho tentato più volte, naturalmente, di segnalare il problema alla piattaforma, che tutte le volte mi ringrazia e mi assicura attenzione. E niente altro.

E dunque qui rimango, con le cose scritte un tempo, in cui non mi riconosco più, altre che rileggo con indulgenza, quelle che rievocano anni tormentati e bellissimi, i frammenti mai pubblicati e certi post che mi fanno constatare che un tempo ero più bravo a scrivere. Qui rimango, acciaccato dagli anni e dalle circostanze, “logoro di sogni; un tritone di marmo, roso dalle intemperie” tanto per citare ancora l’amato Yeats, nell’improbabile attesa di un nuovo sprone.

Un inizio d’anno ormai lontano un caro amico scomparso troppo presto mi augurò “un anno pieno di piacevoli imprevisti”. Ecco, non ho mai trovato un augurio migliore.

Buon 2018 a tutti.

 

Tempo verrà

Io ho pazienza, molta pazienza. E tempo, molto tempo.
Ero qui tanto tempo prima di voi, e ne ho viste di cose.
Ho visto sconvolgimenti al di là dell’immaginabile, eruzioni vulcaniche oscurare il Sole, colonne di fumo grandi come montagne, orizzonti di anidride carbonica a saturare l’atmosfera. Ho visto continenti spezzarsi, frantumarsi e scorrere via come immani zattere di roccia, i bordi che si sbriciolavano in isole ed arcipelaghi, il magma fuoriuscire dalle fratture oceaniche profonde, colonne di vapore salire dagli abissi ed esplodere alla superficie. Con tutte le vostre immagini infernali, non vi potete neppure avvicinare. Ho visto terre emergere e terre sprofondare, ghiacci avanzare e ritirarsi, più e più volte.
Ho visto molecole evolversi, imparare con infinita pazienza a replicarsi, ho visto la complessità prendere forma viva. Ho visto la vita, fragile, indifesa, avrei potuto spazzarla via con un alito, ma non l’ho fatto, perché mi parve cosa buona. Ho visto altre molecole diventare cellule, e poi batteri, amebe, vaganti alla deriva nelle correnti oceaniche, le ho viste aggregarsi, collaborare, organizzarsi, strisciare fuori dalle acque, e me ne sono compiaciuta. Ho visto poi esseri nutrirsi di altri esseri, li ho visti nascere e morire, vagare e nuotare, riprodursi e moltiplicarsi, così li ho visti nel lento volgere delle ere.
Esseri emergevano, diventavano piante, si nutrivano e fortificavano, si cibavano di anidride carbonica, producevano ossigeno che li intossicava e invadeva la loro atmosfera, li consumava in roghi immensi.
Ho visto poi giungere il tempo di altri esseri, che di quell’ossigeno imparavano a vivere, e si muovevano ed erano veloci, e diventavano prede e predatori, grandi, sempre più grandi e sempre più feroci, così li ho visti diventare. Crescere e inorgoglirsi li ho visti, e poi essere spazzati via per ricominciare ancora e sempre.
Per milioni di volte ho compiuto giri attorno al Sole, ho osservato ed atteso, paziente.

È stato un battito d’ali di farfalla, per me, da quando siete arrivati voi, i figli prediletti e maledetti, i più scaltri e veloci e creativi, i figli in cui compiacersi. Avete assunto il dominio di tutto ciò che vola, nuota o si muove, del mondo vivente, siete cresciuti e moltiplicati, avete popolato fino ai più remoti angoli. Mi avete chiamato Madre.

Voi, primi fra tutti ad avere gli strumenti per capire. E mentre capivate, avete continuato a crescere, moltiplicarvi, sfruttare e saccheggiare. Potenti, sempre più potenti. Capaci di modificare il mondo intorno, l’intero mondo, dominare ed estinguere, distruggere, persino voi stessi.

Io non ho paura di voi. Sono antica ed ho pazienza.
Solo la vostra arroganza può farvi immaginare di poter distruggere la Terra. Voi non mi distruggerete, non pensateci nemmeno, ogni vostra ferita non è che una puntura di spillo. Ben altro ho visto, in un passato che oltrepassa la vostra immaginazione. Io ci sarò, diversa forse dal mio aspetto attuale.

Forse inadatta alla vita umana.

Tempo verrà. Io ho molta pazienza.