Strano, la musica non è morta

Confesso, c’ero cascato anch’io.

Ma sì, la storia che la musica è morta, non si vendono più i CD, i negozi di dischi stanno chiudendo, ed anche nei mega Store lo scaffale dei CD si rimpicciolisce sempre più. Quasi tutto vero, intendiamoci. Le vendite di CD sono veramente ridotte al lumicino, un quinto o un sesto di quelle che erano una volta; e basta pensare che un disco d’oro, inventato all’origine per celebrare il milione di copie vendute, oggi in Italia lo si ottiene vendendo 25.000 copie. Che tristezza. C’è un certo ritorno del vinile, è vero, ma si tratta pur sempre di una nicchia irriducibili amatori, musicofili nostalgici.

La verità è che non si vendono più dischi, effettivamente.

E tuttavia.

Tuttavia, l’errore che anch’ io avevo fatto è di trarre la conclusione che la morte del disco segnasse la morte della musica. Un’idea strampalata se uno ci riflette un po’.

I dischi hanno cominciato a circolare circa un secolo fa, agli inizi del Novecento. Forse che prima la musica non c’era? Mozart non ha mai venduto un disco in vita sua, e neppure Beethoven.

C’è stato un tempo, nemmeno troppo lontano, in cui la musica non la si sapeva neppure scrivere, era qualcosa che semplicemente si faceva sul momento, sulla base di ciò che i musicisti più o meno ricordavano, o avevano voglia di fare. Eppure, non esiste cultura umana che non abbia fatto musica, in una forma o nell’altra. Potrei spingermi a dire che non esiste specie umana senza musica, visto che qualche strumento musicale sì è trovato persino negli insediamenti di uomini di Neanderthal, risalenti a 40.000 anni fa.

Pare insomma che la musica la facciamo da sempre, ed ho l’impressione che continueremo a farla nonostante la crisi delle etichette discografiche. Chi se la passa (relativamente) male è probabilmente la popstar, o rockstar, quella che un tempo era in grado di fare soldi vendendo dischi e basta. Il musicista di oggi, per quanto popolare, i soldi li deve fare andando in giro a suonare, Né più nemmeno come gli aedi, i musicanti ed i cantastorie hanno sempre fatto.

Una volta compreso questo, è facile constatare che, probabilmente, non c’è mai stata tanta musica in giro come adesso.

Rivedo il me stesso adolescente che passava le ore alla radio sperando che programmassero quel certo pezzo di quel certo gruppo, il me stesso che risparmiava settimane per comprare un LP, lo portava a casa e lo consumava di ascolti. E che rabbia se deludeva le attese, dal momento che i fondi erano assai limitati. Mi rivedo e provo tenerezza.

Non contento di bazzicare YouTube e Spotify (quest’ ultimo contiene circa 30 milioni di brani, nel caso ve lo chiedeste), mi sono dotato di un “network streamer” di ultima generazione, in grado di ricevere qualche decina di migliaia di radio da tutto il pianeta. Il rischio che corro è semmai opposto, tutta questa abbondanza istiga al mordi e fuggi, all’ ascolto distratto, alla flirt fugace piuttosto che all’ amore duraturo, al surfing, zapping compulsivo o come lo volete chiamare. Troppa grazia per due sole orecchie.

A tanta abbondanza non è detto che corrisponda analoga qualità, è vero, ma questo è un altro discorso, e faccio fatica a pensare che la qualità abbia davvero relazione con la crisi del CD. Ci sono semplicemente periodi più o meno creativi. Le grandi rivoluzioni portano a fiorire molti talenti, e sono seguite da periodi in cui la musica, come altre arti, stenta a trovare originalità.

Certo che, se uno fa un salto indietro di mezzo secolo, si rende conto che nell’anno di grazia 1967 videro la luce un paio di dischi dei Beatles (Magical Mistery Tour e Sgt. Pepper), un paio dei Doors, uno di Bob Dylan, il primo dei Pink Floyd, Are you experienced di Jimi Hendrix, i Velvet Underground con Nico, Surrealistic Pillow dei Jefferson Airplane e mi fermo per non commuovermi. Ma non senza osservare che i Beatles, nei pochi mesi di intervallo tra i suddetti album, per non annoiarsi troppo pubblicarono anche un 45 giri con due inediti, Penny Lane su un lato e Strawberry Fields Forever sull’ altro…

Va bene, va bene, non volevo deprimere nessuno, nel 2017 dovrebbero uscire nuovi dischi di Gorillaz e Arcade Fire che non sono per niente male.

Vi auguro buona musica.

Magari qualcosa di svedese ?

Il giorno dei morti

Il giorno dei morti era sempre un giorno speciale, io questo me lo ricordo.
Ci vestivano bene,noi bambini, con gli abiti della festa, perché bisognava andare a trovare il nonno al cimitero, quelle mattine che sembrava domenica anche se non lo era.
C’era malinconia nell’aria, perché si pensava al nonno, ma anche dolcezza, e persino una forma di trepida attesa perché quella mattina, come ogni anno, il nonno avrebbe mandato dei regali per noi bambini, e li avremmo trovato in sala appena svegli, e chissà come faceva il nonno a indovinare sempre quello che ciascuno desiderava. E più tardi al cimitero, dopo le preghiere, avremmo anche ringraziato il nonno per i giocattoli nuovi.

Al ritorno dal cimitero la tradizione prevedeva una sosta presso il panificio all’angolo, che faceva anche da pasticceria.
Il giorno dei morti aveva i suoi dolci, specifici e dedicati, che non si trovavano in nessun altro periodo dell’anno
C’erano, oltre ai classici dolci novembrini di pasta frolla ripieni di mandorle e fichi secchi, anche dei biscotti bianchi e durissimi che chiamavano ossa dei morti, e c’ erano soprattutto le statuette cave fatte di zucchero e dipinte, cosiddetti “pupi di zucchero”.
Si poteva scegliere il guerriero, la damigella, la contadina, E se ne trovavano di tutte le dimensioni.

Ancora più che per l’ uovo di Pasqua, già a guardarli pregustavamo il piacere sublime di frantumare quella statuetta e far sciogliere lentamente in bocca i frammenti di zucchero.

Il pomeriggio, naturalmente, lo si passava a giocare mostrando agli amici i doni ricevuti e mettendo in comune tutti i giochi.
Dolcetti ne avevamo in abbondanza, di scherzetti non ce ne saremmo mai permessi, ed Halloween non sapevamo cosa fosse.

La relatività e i polli allo spiedo


Eravamo sempre in tre. Carlo e Vittorio, per la verità, si conoscevano già, avevano fatto insieme il liceo scientifico, erano addirittura in classe insieme; io invece avevo fatto il classico. Avevo conosciuto Carlo soltanto perché un mio compagno di classe, ed amico, abitava nel suo palazzo, e lui ogni tanto passava a trovarlo. Quanto a Vittorio, lo conobbi solo all’ Università, dove frequentavamo gli stessi corsi. Carlo gli aveva parlato di me, e fu lui a cercarmi.

Il futuro a vent’ anni è l’ assoluto indeterminato, è fatto di sogni e fantasticherie, un giorno ti vedi a sfrecciare su una Ferrari decappottabile, il giorno dopo a fare volontariato in Africa. Tutto è possibile e niente è certo, per quanto le scelte universitarie un principio di direzione ormai lo diano.

C’è un mondo davanti, da spaccare come una noce, e nessuna idea della sua granitica solidità. Immagino sia così per tutti. Non saremmo riusciti, non dico a spaccarlo, ma neppure a scalfirlo, con i nostri temperini spuntati, ma allora non lo sapevamo, né immaginavamo che ci fossero prezzi da pagare ad ogni piè sospinto.

L’ assoluto indeterminato, l’ àpeiron presocratico, un’ angoscia intollerabile.

Occorre domarlo col lògos, occorre parlarne.

E questo facevamo, noi tre. Parlavamo.

Parlavamo all’ infinito, camminavamo e parlavamo, attraverso notti interminabili, che fin troppo presto si rivelavano invece terminabili. Camminavamo e parlavamo, mangiavamo in pizzerie a buon mercato, perché l’ unica cosa rapidamente determinata a vent’ anni è la somma di denaro che ci si trova in tasca. Spendere a cena significava rinunciare all’ acquisto di un libro, o di un disco in un tempo in cui libri e dischi erano sciamani a cui chiedere auspici per il futuro, nulla meno di questo.

Mangiavamo dunque in certe pizzerie di periferia, coi tavoli di formica,  le tovagliette di carta ed i camerieri sbrigativi, o persino, nei momenti di magra, compravamo per strada un pollo allo spiedo e lo mangiavamo con le mani, seduti su un muretto.

E di che si parlava in quelle notti insonni ?

Si parlava di donne, certo, semioscuri oggetti del desiderio, ma soprattutto di scienza, e di come avrebbe certamente potuto rendere il mondo un posto molto migliore se solo tutti quanti si fossero convinti a lasciarsene guidare.

Si parlava dei quanti, della rivoluzione della fisica negli anni 20, della relatività, di Einstein, e se avesse ragione lui o Bohr. Gli scienziati al potere, la razionalità di un nuovo Illuminismo. L’ idea che si possa plasmare un destino collettivo non è affatto assurda per chi sente di poter dominare il proprio, di destino, in attesa di spaccare facilmente il mondo in due come una noce.

Il piano di Carlo era una lucida follia: dopo la laurea in fisica, una seconda laurea in psicologia, scienza ovviamente da ribaltare dalle fondamenta e ricostruire su basi rigorosamente matematiche. Che ci vuole.

Vittorio era più ironico, a lui piaceva giocare con le idee, portarle all’ estremo, scoprirne i paradossi. Interrompeva le lunghe tirate teoriche con giochi matematici, rompicapi, curiosità, saltava da un argomento all’ altro, un giorno si entusiasmava ll’ idea di costruire un telescopio, il giorno dopo aveva cambiato progetto e si accingeva a realizzare un acquario di mare da quattromila litri come quello di Konrad Lorenz. A quel punto gli si faceva notare che un acquario da quattromila litri pesa appunto quattromila chili ed aveva dunque ottime probabilità di sfondare il pavimento del suo appartamento al decimo piano; da lì la discussione deviava istantaneamente sui carichi ammissibili e sui criteri di progettazione dei palazzi moderni, per divagare subito dopo sul numero di viaggi che sarebbero stati eventualmente necessari per riempire l’ acquario di acqua di mare usando taniche da venti litri e quante ce ne potessero stare su una barca a remi senza farla affondare.

Cose così.

L’ acquario naturalmente non vide mai la luce, così come il telescopio e mille altre stravaganti iniziative, però intanto le ore passavano ed il rumore dei passi sul selciato echeggiava nella strada ormai deserta, gli ultimatum genitoriali si avvicinavano e venivano lasciati scadere, e si cominciava, ciascuno per conto proprio, ad elaborare una spiegazione articolata e credibile del perché stessimo in giro così fino a tardi e che cosa facessimo durante tutto quel tempo e perché ci mettessimo tanto a farlo.

Il rimedio più semplice a quegli scandalosi rientri antelucani era naturalmente la clandestinità.

Rientrare alle quattro del mattino in punta di piedi, girare piano la chiave nella toppa, evitare gli scatti della serratura, accompagnare la maniglia. Ecco fatto.

Adesso il passaggio più difficile, muoversi senza far rumore al buio, che accendere la luce sarebbe stato come suonare una sirena. Ce la posso fare.

Una sedia sul tragitto, non dovrebbe stare qui in mezzo, ma forse nessuno ha sentito il rumore.

Però dalla cucina occorre passare, il pollo ha provocato una sete formidabile ed il vino da poco una certa acidità alla bocca dello stomaco, il bicarbonato sta sullo scaffale della dispensa.

Che cerchi ?

Cerbero era un dilettante al confronto di mia madre, di certo Ercole non l’ avrebbe mai fregata.

Niente.

Stai prendendo il bicarbonato ? Non hai digerito ?

No, è solo…

E allora che stai cercando ?

Il bicarbonato, mamma.

Che hai mangiato ?

Pollo allo spiedo.

Perché l’ hai mangiato, lo sai che ti fa male. E perché arrivi a quest’ ora ?

Va bene. Accendo la luce.

Attimi che salvano la vita


Basta davvero poco, a volte.

Un merlo sul balcone, tra foglie ingiallite e bacche rossastre, una luna piena nel cielo stellato, inatteso regalo di metà inverno, il delicato disegno di piccole stalattiti di ghiaccio che pendono da un tetto.
Momenti che paiono trascendere il loro stesso significato.

Ho visto donne yemenite accosciarsi a pisciare sul ciglio di una strada polverosa, branchi di cammelli attraversare il deserto di sassi, stagliandosi contro un gigantesco sole stratificato, basso sull’ orizzonte.
Ho visto un cielo gremito d’ aerei come sciami di api sull’ aeroporto di Chicago all’ ora di punta.

Istanti perfetti dove tutto era al suo meglio, più vero del vero, e si sapeva che non avrebbe potuto far altro che guastarsi, come uno che si trovi in piedi, esattamente nel punto preciso del polo nord, non può che dirigersi a sud qualunque passo muova in qualunque direzione.

Istanti sulla vetta, sudato ed ansimante, una vetta su cui nulla più si può fare se non ridiscendere, fra un po’, ed il fatto di non poter andare più oltre è esattamente e precisamente il motivo per cui è valsa la pena di penare tanto per arrivare fin qui.

Albe stratificate e tramonti perfetti, condivisioni naturali come respirare, stati di affidamento totale, rendersi intenzionalmente vulnerabili ed offrire questa propria vulnerabilità come un dono. Pentendosi eventualmente dopo, ma non importa, non ci si pente mai davvero.

Momenti intimi e segreti dietro una porta chiusa, annientati in un bacio o persino anche meno, paralizzati da un fuggevole sfiorarsi di pelle, la consapevolezza di un sì nemmeno pronunciato.
Oppure abbracci innocenti di fiducioso abbandono, istanti condivisi in ogni atomo e molecola.

Non sono gli anni o i mesi a salvare la vita, sono gli attimi. Attimi colorati mescolati assieme come in un caleidoscopio o come un sacchetto di coriandoli.

Mi viene la stravagante idea che questo e nient’ altro sia il paradiso, un turbinio costante di queste immagini e di questi attimi ricordati e rivissuti all’ infinito, un videoclip di istanti che salvano la vita.

Per me sarebbe già un ottimo affare.

Maria Testarda

 

 

 

Che peccato che l’ immagine dei nonni nella memoria non possa che essere quella della vecchiaia, che non siano accessibili nella loro energia, nel dispiegarsi della loro potenza, nell’ esprimersi della loro passione. 

Si può solo immaginarli, riavvolgendo il filo, ricostruendo da pochi indizi, da sguardi particolari, reticenze, certe foto mai davvero spiegate, oggetti casualmente rivelatori.
Tracce.

 
Nonna Maria era una vecchietta tutta rinsecchita, magra e nervosa, un volto fatto di corteccia d’ albero centenario, i capelli grigi sempre raccolti in chignon sulla nuca. Capelli lunghissimi e sottilissimi, che una volta soltanto mi capitò di vedere sciolti, entrando nella stanza mentre lei li pettinava. Ebbe un sussulto, come se avessi violato la sua intimità, ed io uscii subito, pieno di un’ inspiegabile vergogna. Per il resto, i capelli della nonna li vidi sempre raccolti e fissati in quello chignon da cui continuavano a sfuggire e che lei continuamente rassettava con le forcine.
 
Era modesta nel vestire, solo abiti lunghi di colori scuri, e quando usciva di casa non mancava mai di sistemare in testa il velo nero, come tutte le donne della sua età in un posto ed in un tempo in cui dell’ islam non si conosceva neppure la parola.
In questa scura composizione di grigio, nero, blu notte, c’ era un’ eccezione, gli occhi più belli che mi sia capitato di vedere, due mandorle perfette, iridi di color verde smeraldo intenso e profondo come mare di scoglio, cangianti con la luce del giorno, contornate da ciglia lunghissime e nerissime. Occhi slavi da donna russa, avrei detto se a quel tempo ne avessi saputo qualcosa, incastonati però fra ciglia inconfondibilmente mediterranee. E se questa è apparente contraddizione, si può ben dire che rappresentasse l’ essenza stessa del carattere di nonna Maria.
 
Modesta e remissiva come si conveniva, negli anni cinquanta, ad un’ anziana donna che abitava in un paesino nell’ interno della Sicilia, questo era il contesto. La sostanza invece era una forza d’ animo ed una determinazione che il nonno fragorosamente contrastava e che poi, alla fine di vocianti e testosteroniche esternazioni, immancabilmente subiva.
 
C’è da dire che da quella donna lui sempre ricavava conforto e sostegno, lei lo aveva assecondato ed incoraggiato, gli aveva dato forza quando da giovane faceva il portalettere in un paese decimato dalla spagnola, e quando, poco dopo, fu tentato dall’ idea di cambiare vita ed aprire un negozio. Non posso aiutarti a fare gli ordini, gli disse, ma di conto so fare e i clienti li posso servire anch’ io.
Nonna Maria era analfabeta, naturalmente, come quasi tutte le sue coetanee. Da vecchia però si mise in testa di seguire le lezioni in televisione del maestro Manzi, voleva imparare almeno a leggere e ci riuscì, aiutata da un voto: avrebbe letto soltanto libri di argomento religioso.
 
A lei sempre si rivolgeva il nonno, silenziosamente, cercando con gli occhi un’ approvazione di cui non avrebbe mai ammesso il bisogno. Lei, abbassando leggermente lo sguardo era come se dicesse – sono qui. E quando infine lei non ci fu più, il nonno si spense come una lampadina, perse la sua innata curiosità, si lasciò andare come se la sua vita fosse diventata un affare d’ altri da concludere al più presto.
“E’ dovuta morire” ripeteva, racchiudendo in un’ espressione dialettale l’ ineluttabilità di un evento illogico al quale si deve sottostare, senza riuscire in fondo a comprenderlo.
 
Ma per adesso eccola lì, la nonna, seduta accanto alla finestra mentre il tardo pomeriggio sfuma nell’ imbrunire. È sulla sua sedia preferita, in nulla diversa da tutte le altre sedie della sala, i piedi poggiati sul bordo del braciere d’ ottone dove arde quietamente una carbonella di gusci di mandorle.
La luce calante ne ritaglia il profilo scavato, il naso prominente, la fronte aggrottata. Dalla tasca del camicione che indossa emerge la punta di un fazzoletto ed i grani neri d’ un rosario. Tra le mani un libro, le vite dei Santi, che sta leggendo lentamente ed attentamente, accompagnando la lettura con le labbra, come in un playback senza sonoro.

La vecchia grande casa in cui abitavano era stata ammodernata.
Così aveva voluto il figlio minore, che era andato in America come parecchi fratelli e sorelle dei nonni, e come gran parte dei compaesani della generazione precedente, ma a differenza di questi era ritornato dopo pochi anni e si era ristabilito in paese, dove svolgeva a tempo pieno la duplice attività di medico condotto e scapolo d’ oro.
Era stato lui a comprare la grande stufa a cherosene che tentava di mitigare il freddo invernale in quelle enormi stanze, pur senza riuscire a rendere superflui i grossi bracieri di ottone.
Aveva comprato anche una moderna cucina, appunto, all’ americana, fatta venire da chissà dove, con i grandi piani di lavoro, la cappa aspirante e, addirittura, un paio di fornelli elettrici che diventavano roventi senza neppure cambiare colore, e che avevano costituito a lungo un’ attrazione del paese,.
 
I nonni però avevano voluto salvare la vecchia cucina a legna nel locale ricavato in un angolo del terrazzo, una monumentale cucina in muratura rivestita di vecchi azulejos. Nel ripiano superiore c’ erano due fori circolari grandi ed uno più piccolo, chiusi con una serie di anelli concentrici di ghisa, rimuovibili, che permettevano di adattare il diametro del foro alla dimensione della pentola di rame da inserirvi. Era il nonno, soprattutto, ad usare questa cucina quando c’ erano molti invitati, per cucinare la pasta che faceva in casa lui stesso, o le bistecche sulla griglia, che così prendevano un delizioso aroma affumicato.
 
Ma questa sera no.
Questa sera ci sono solo loro due, in casa.
 
La nonna ha apparecchiato un angolo del grande tavolo della sala, ha messo lui a capotavola, come sempre, e preparato per se di fianco. La sala è in penombra, ma la nonna non accende il lampadario grande, che consuma tanto.
Ha scaldato il latte nel pentolino, lo ha versato in due grandi scodelle dentro cui adesso stanno entrambi spezzando il pane raffermo. Lo schiacciano bene dentro perché si ammorbidisca e lo mangiano lentamente col cucchiaio, in silenzio.
 
 
 

Il té nel deserto


 

Esistono figure, nei paesi mediorientali, che non trovano equivalente da altre parti. Sono da una parte antiche tradizioni, dall' altra, sospetto, anche un po' usate come reliquie di un passato colonialista, ufficialmente superato, si capisce, ma sotto sotto sopravvivente e resistente a tutto. Ma siccome tutto sommato fa comodo che sia così, e fa comodo da entrambe le parti, intendo, ecco che certe cose non tramontano. 

Esiste ad esempio, in tutti i cantieri, la figura professionale del tea boy. Che come dice la parola, prepara il tè.
 
“E che ci vuole ?” viene subito da dire, in quanto la pedissequa traduzione “ragazzo del te” non rende piena giustizia alla dignità professionale di questo lavoratore, che non si limita a preparare il tè, anzi si può dire che questa nemmeno sia la sua occupazione principale essendo invece la sua principale incombenza quella di preparare piuttosto il caffè, a tutte le ore ed in tutte le sue declinazioni, che a queste latitudini non sono poche.
 
Diciamo subito che se si vuole un caffè come lo intendiamo noi, occorre specificatamente chiedere un “espresso” rivolgendo uno sguardo supplichevole e speranzoso come davanti alla statua di San Gennaro, in quanto non è la cosa più normale del mondo che l’ espresso sia previsto e praticato, a meno che non sia un cantiere italiano, questo va da se.

Lascito del colonialismo passato o egemonia culturale contemporanea che sia, certo è che, chiedendo puramente e semplicemente un caffè, si viene inevitabilmente ed impietosamente serviti di un caffè anglosassone, quello lungo lungo e semitrasparente nella tazzona col manico, il cosiddetto “mug”, quel tipo di caffè che da noi viene affettuosamente soprannominato “beverone” e che se lo bevi in un nostro bar vuole sicuramente dire che sei straniero. Ci sono cose che un italiano non fa e basta, come ordinare un cappuccino a mezzogiorno.

Declinazione alternativa della tecnica caffeinica, e ben più pregiata, è il “turkish coffee”, vero test specialistico del tea boy, in quanto preparazione non alla portata di tutti.
La polvere di caffè, finissima, viene fatta bollire nel pentolino, e poi lasciata sedimentare. Abilità accessoria ma fondamentale del tea boy è di conseguenza quella di riuscire a trasportare le tazzine col caffè senza scuoterle o agitarle nel tragitto. E va da se che l’ indicazione sul tasso zuccherino vada dichiarata senza incertezze all’ atto dell’ ordinazione, il caffè una volta servito non è più in alcun modo mescolabile senza disperdere nuovamente in sospensione la polvere, e se si attende che questa torni a depositarsi, nel frattempo si raffredda tutto. Pertanto occorre mettere contemporaneamente sul fuoco tanti caffé quanti sono i diversi gradi zuccherini desiderati e tenere a mente la distribuzione richiesta.
Insomma, il caffè turco è faccenda de tea boy “senior” e navigato…

 

Ancor più difficile e raro a trovarsi è il vero autentico caffè arabo, preparato con chicchi di caffè verde, non tostato, erbe aromatiche e spezie, in primo luogo zafferano e semi di cardamomo.

La preparazione viene fatta nella tradizionale curcuma araba detta "dallah", ed il “caffè” è in realtà una specie di decotto che si lascia al calore, tipicamente su brace di carbone, per ore.

 Questa bevanda richiede una filtrazione, ottenuta con della rafia inserita bel beccuccio della curcuma, nonché di una breve sedimentazione nella tazzina, che non è quella del caffè, ma una ciotola minuscola che va riempita davanti all’ ospite con una certa eleganza. 


La regola del galateo è che l’ ospite manifesti il suo gradimento facendosi riempire la tazzina due o tre volte prima di restituirla.
Dal momento che il caffè arabo non viene mai zuccherato, lo si serve di solito accompagnato da un piattino di datteri.

Naturalmente, il tea boy prepara anche il tè, se richiesto, ed anche lì c’è qualche variante da osservare, non si pensi che un tea boy professionale si limiti a portare l’ acqua calda e la bustina.
Tutt’ altro.


Un autentico tè arabo viene preparato infatti con il “samavar”, variante (ma non troppo) del samovar russo.  Il tè, un vero e proprio concentrato, denso e quasi sciropposo, imbevibile puro, si lascia a macerare nella piccola teiera in cima al samavar; al momento di servirlo, nella tradizionale tazzina di vetro, ne viene versata una piccolissima quantità, che poi viene allungata con acqua bollente ed anche, talvolta, guarnita con foglioline di menta fresca.
 

 
Che poi, la tradizione mediorientale vorrebbe che la pausa caffè fosse arricchita da un narghilè a disposizione degli ospiti, ma questo è pur sempre un ufficio, e ci siamo già allargati troppo, direi.