Strano, la musica non è morta

Confesso, c’ero cascato anch’io.

Ma sì, la storia che la musica è morta, non si vendono più i CD, i negozi di dischi stanno chiudendo, ed anche nei mega Store lo scaffale dei CD si rimpicciolisce sempre più. Quasi tutto vero, intendiamoci. Le vendite di CD sono veramente ridotte al lumicino, un quinto o un sesto di quelle che erano una volta; e basta pensare che un disco d’oro, inventato all’origine per celebrare il milione di copie vendute, oggi in Italia lo si ottiene vendendo 25.000 copie. Che tristezza. C’è un certo ritorno del vinile, è vero, ma si tratta pur sempre di una nicchia irriducibili amatori, musicofili nostalgici.

La verità è che non si vendono più dischi, effettivamente.

E tuttavia.

Tuttavia, l’errore che anch’ io avevo fatto è di trarre la conclusione che la morte del disco segnasse la morte della musica. Un’idea strampalata se uno ci riflette un po’.

I dischi hanno cominciato a circolare circa un secolo fa, agli inizi del Novecento. Forse che prima la musica non c’era? Mozart non ha mai venduto un disco in vita sua, e neppure Beethoven.

C’è stato un tempo, nemmeno troppo lontano, in cui la musica non la si sapeva neppure scrivere, era qualcosa che semplicemente si faceva sul momento, sulla base di ciò che i musicisti più o meno ricordavano, o avevano voglia di fare. Eppure, non esiste cultura umana che non abbia fatto musica, in una forma o nell’altra. Potrei spingermi a dire che non esiste specie umana senza musica, visto che qualche strumento musicale sì è trovato persino negli insediamenti di uomini di Neanderthal, risalenti a 40.000 anni fa.

Pare insomma che la musica la facciamo da sempre, ed ho l’impressione che continueremo a farla nonostante la crisi delle etichette discografiche. Chi se la passa (relativamente) male è probabilmente la popstar, o rockstar, quella che un tempo era in grado di fare soldi vendendo dischi e basta. Il musicista di oggi, per quanto popolare, i soldi li deve fare andando in giro a suonare, Né più nemmeno come gli aedi, i musicanti ed i cantastorie hanno sempre fatto.

Una volta compreso questo, è facile constatare che, probabilmente, non c’è mai stata tanta musica in giro come adesso.

Rivedo il me stesso adolescente che passava le ore alla radio sperando che programmassero quel certo pezzo di quel certo gruppo, il me stesso che risparmiava settimane per comprare un LP, lo portava a casa e lo consumava di ascolti. E che rabbia se deludeva le attese, dal momento che i fondi erano assai limitati. Mi rivedo e provo tenerezza.

Non contento di bazzicare YouTube e Spotify (quest’ ultimo contiene circa 30 milioni di brani, nel caso ve lo chiedeste), mi sono dotato di un “network streamer” di ultima generazione, in grado di ricevere qualche decina di migliaia di radio da tutto il pianeta. Il rischio che corro è semmai opposto, tutta questa abbondanza istiga al mordi e fuggi, all’ ascolto distratto, alla flirt fugace piuttosto che all’ amore duraturo, al surfing, zapping compulsivo o come lo volete chiamare. Troppa grazia per due sole orecchie.

A tanta abbondanza non è detto che corrisponda analoga qualità, è vero, ma questo è un altro discorso, e faccio fatica a pensare che la qualità abbia davvero relazione con la crisi del CD. Ci sono semplicemente periodi più o meno creativi. Le grandi rivoluzioni portano a fiorire molti talenti, e sono seguite da periodi in cui la musica, come altre arti, stenta a trovare originalità.

Certo che, se uno fa un salto indietro di mezzo secolo, si rende conto che nell’anno di grazia 1967 videro la luce un paio di dischi dei Beatles (Magical Mistery Tour e Sgt. Pepper), un paio dei Doors, uno di Bob Dylan, il primo dei Pink Floyd, Are you experienced di Jimi Hendrix, i Velvet Underground con Nico, Surrealistic Pillow dei Jefferson Airplane e mi fermo per non commuovermi. Ma non senza osservare che i Beatles, nei pochi mesi di intervallo tra i suddetti album, per non annoiarsi troppo pubblicarono anche un 45 giri con due inediti, Penny Lane su un lato e Strawberry Fields Forever sull’ altro…

Va bene, va bene, non volevo deprimere nessuno, nel 2017 dovrebbero uscire nuovi dischi di Gorillaz e Arcade Fire che non sono per niente male.

Vi auguro buona musica.

Magari qualcosa di svedese ?

Il giorno dei morti

Il giorno dei morti era sempre un giorno speciale, io questo me lo ricordo.
Ci vestivano bene,noi bambini, con gli abiti della festa, perché bisognava andare a trovare il nonno al cimitero, quelle mattine che sembrava domenica anche se non lo era.
C’era malinconia nell’aria, perché si pensava al nonno, ma anche dolcezza, e persino una forma di trepida attesa perché quella mattina, come ogni anno, il nonno avrebbe mandato dei regali per noi bambini, e li avremmo trovato in sala appena svegli, e chissà come faceva il nonno a indovinare sempre quello che ciascuno desiderava. E più tardi al cimitero, dopo le preghiere, avremmo anche ringraziato il nonno per i giocattoli nuovi.

Al ritorno dal cimitero la tradizione prevedeva una sosta presso il panificio all’angolo, che faceva anche da pasticceria.
Il giorno dei morti aveva i suoi dolci, specifici e dedicati, che non si trovavano in nessun altro periodo dell’anno
C’erano, oltre ai classici dolci novembrini di pasta frolla ripieni di mandorle e fichi secchi, anche dei biscotti bianchi e durissimi che chiamavano ossa dei morti, e c’ erano soprattutto le statuette cave fatte di zucchero e dipinte, cosiddetti “pupi di zucchero”.
Si poteva scegliere il guerriero, la damigella, la contadina, E se ne trovavano di tutte le dimensioni.

Ancora più che per l’ uovo di Pasqua, già a guardarli pregustavamo il piacere sublime di frantumare quella statuetta e far sciogliere lentamente in bocca i frammenti di zucchero.

Il pomeriggio, naturalmente, lo si passava a giocare mostrando agli amici i doni ricevuti e mettendo in comune tutti i giochi.
Dolcetti ne avevamo in abbondanza, di scherzetti non ce ne saremmo mai permessi, ed Halloween non sapevamo cosa fosse.

La relatività e i polli allo spiedo


Eravamo sempre in tre. Carlo e Vittorio, per la verità, si conoscevano già, avevano fatto insieme il liceo scientifico, erano addirittura in classe insieme; io invece avevo fatto il classico. Avevo conosciuto Carlo soltanto perché un mio compagno di classe, ed amico, abitava nel suo palazzo, e lui ogni tanto passava a trovarlo. Quanto a Vittorio, lo conobbi solo all’ Università, dove frequentavamo gli stessi corsi. Carlo gli aveva parlato di me, e fu lui a cercarmi.

Il futuro a vent’ anni è l’ assoluto indeterminato, è fatto di sogni e fantasticherie, un giorno ti vedi a sfrecciare su una Ferrari decappottabile, il giorno dopo a fare volontariato in Africa. Tutto è possibile e niente è certo, per quanto le scelte universitarie un principio di direzione ormai lo diano.

C’è un mondo davanti, da spaccare come una noce, e nessuna idea della sua granitica solidità. Immagino sia così per tutti. Non saremmo riusciti, non dico a spaccarlo, ma neppure a scalfirlo, con i nostri temperini spuntati, ma allora non lo sapevamo, né immaginavamo che ci fossero prezzi da pagare ad ogni piè sospinto.

L’ assoluto indeterminato, l’ àpeiron presocratico, un’ angoscia intollerabile.

Occorre domarlo col lògos, occorre parlarne.

E questo facevamo, noi tre. Parlavamo.

Parlavamo all’ infinito, camminavamo e parlavamo, attraverso notti interminabili, che fin troppo presto si rivelavano invece terminabili. Camminavamo e parlavamo, mangiavamo in pizzerie a buon mercato, perché l’ unica cosa rapidamente determinata a vent’ anni è la somma di denaro che ci si trova in tasca. Spendere a cena significava rinunciare all’ acquisto di un libro, o di un disco in un tempo in cui libri e dischi erano sciamani a cui chiedere auspici per il futuro, nulla meno di questo.

Mangiavamo dunque in certe pizzerie di periferia, coi tavoli di formica,  le tovagliette di carta ed i camerieri sbrigativi, o persino, nei momenti di magra, compravamo per strada un pollo allo spiedo e lo mangiavamo con le mani, seduti su un muretto.

E di che si parlava in quelle notti insonni ?

Si parlava di donne, certo, semioscuri oggetti del desiderio, ma soprattutto di scienza, e di come avrebbe certamente potuto rendere il mondo un posto molto migliore se solo tutti quanti si fossero convinti a lasciarsene guidare.

Si parlava dei quanti, della rivoluzione della fisica negli anni 20, della relatività, di Einstein, e se avesse ragione lui o Bohr. Gli scienziati al potere, la razionalità di un nuovo Illuminismo. L’ idea che si possa plasmare un destino collettivo non è affatto assurda per chi sente di poter dominare il proprio, di destino, in attesa di spaccare facilmente il mondo in due come una noce.

Il piano di Carlo era una lucida follia: dopo la laurea in fisica, una seconda laurea in psicologia, scienza ovviamente da ribaltare dalle fondamenta e ricostruire su basi rigorosamente matematiche. Che ci vuole.

Vittorio era più ironico, a lui piaceva giocare con le idee, portarle all’ estremo, scoprirne i paradossi. Interrompeva le lunghe tirate teoriche con giochi matematici, rompicapi, curiosità, saltava da un argomento all’ altro, un giorno si entusiasmava ll’ idea di costruire un telescopio, il giorno dopo aveva cambiato progetto e si accingeva a realizzare un acquario di mare da quattromila litri come quello di Konrad Lorenz. A quel punto gli si faceva notare che un acquario da quattromila litri pesa appunto quattromila chili ed aveva dunque ottime probabilità di sfondare il pavimento del suo appartamento al decimo piano; da lì la discussione deviava istantaneamente sui carichi ammissibili e sui criteri di progettazione dei palazzi moderni, per divagare subito dopo sul numero di viaggi che sarebbero stati eventualmente necessari per riempire l’ acquario di acqua di mare usando taniche da venti litri e quante ce ne potessero stare su una barca a remi senza farla affondare.

Cose così.

L’ acquario naturalmente non vide mai la luce, così come il telescopio e mille altre stravaganti iniziative, però intanto le ore passavano ed il rumore dei passi sul selciato echeggiava nella strada ormai deserta, gli ultimatum genitoriali si avvicinavano e venivano lasciati scadere, e si cominciava, ciascuno per conto proprio, ad elaborare una spiegazione articolata e credibile del perché stessimo in giro così fino a tardi e che cosa facessimo durante tutto quel tempo e perché ci mettessimo tanto a farlo.

Il rimedio più semplice a quegli scandalosi rientri antelucani era naturalmente la clandestinità.

Rientrare alle quattro del mattino in punta di piedi, girare piano la chiave nella toppa, evitare gli scatti della serratura, accompagnare la maniglia. Ecco fatto.

Adesso il passaggio più difficile, muoversi senza far rumore al buio, che accendere la luce sarebbe stato come suonare una sirena. Ce la posso fare.

Una sedia sul tragitto, non dovrebbe stare qui in mezzo, ma forse nessuno ha sentito il rumore.

Però dalla cucina occorre passare, il pollo ha provocato una sete formidabile ed il vino da poco una certa acidità alla bocca dello stomaco, il bicarbonato sta sullo scaffale della dispensa.

Che cerchi ?

Cerbero era un dilettante al confronto di mia madre, di certo Ercole non l’ avrebbe mai fregata.

Niente.

Stai prendendo il bicarbonato ? Non hai digerito ?

No, è solo…

E allora che stai cercando ?

Il bicarbonato, mamma.

Che hai mangiato ?

Pollo allo spiedo.

Perché l’ hai mangiato, lo sai che ti fa male. E perché arrivi a quest’ ora ?

Va bene. Accendo la luce.

Attimi che salvano la vita


Basta davvero poco, a volte.

Un merlo sul balcone, tra foglie ingiallite e bacche rossastre, una luna piena nel cielo stellato, inatteso regalo di metà inverno, il delicato disegno di piccole stalattiti di ghiaccio che pendono da un tetto.
Momenti che paiono trascendere il loro stesso significato.

Ho visto donne yemenite accosciarsi a pisciare sul ciglio di una strada polverosa, branchi di cammelli attraversare il deserto di sassi, stagliandosi contro un gigantesco sole stratificato, basso sull’ orizzonte.
Ho visto un cielo gremito d’ aerei come sciami di api sull’ aeroporto di Chicago all’ ora di punta.

Istanti perfetti dove tutto era al suo meglio, più vero del vero, e si sapeva che non avrebbe potuto far altro che guastarsi, come uno che si trovi in piedi, esattamente nel punto preciso del polo nord, non può che dirigersi a sud qualunque passo muova in qualunque direzione.

Istanti sulla vetta, sudato ed ansimante, una vetta su cui nulla più si può fare se non ridiscendere, fra un po’, ed il fatto di non poter andare più oltre è esattamente e precisamente il motivo per cui è valsa la pena di penare tanto per arrivare fin qui.

Albe stratificate e tramonti perfetti, condivisioni naturali come respirare, stati di affidamento totale, rendersi intenzionalmente vulnerabili ed offrire questa propria vulnerabilità come un dono. Pentendosi eventualmente dopo, ma non importa, non ci si pente mai davvero.

Momenti intimi e segreti dietro una porta chiusa, annientati in un bacio o persino anche meno, paralizzati da un fuggevole sfiorarsi di pelle, la consapevolezza di un sì nemmeno pronunciato.
Oppure abbracci innocenti di fiducioso abbandono, istanti condivisi in ogni atomo e molecola.

Non sono gli anni o i mesi a salvare la vita, sono gli attimi. Attimi colorati mescolati assieme come in un caleidoscopio o come un sacchetto di coriandoli.

Mi viene la stravagante idea che questo e nient’ altro sia il paradiso, un turbinio costante di queste immagini e di questi attimi ricordati e rivissuti all’ infinito, un videoclip di istanti che salvano la vita.

Per me sarebbe già un ottimo affare.

Maria Testarda

 

 

 

Che peccato che l’ immagine dei nonni nella memoria non possa che essere quella della vecchiaia, che non siano accessibili nella loro energia, nel dispiegarsi della loro potenza, nell’ esprimersi della loro passione. 

Si può solo immaginarli, riavvolgendo il filo, ricostruendo da pochi indizi, da sguardi particolari, reticenze, certe foto mai davvero spiegate, oggetti casualmente rivelatori.
Tracce.

 
Nonna Maria era una vecchietta tutta rinsecchita, magra e nervosa, un volto fatto di corteccia d’ albero centenario, i capelli grigi sempre raccolti in chignon sulla nuca. Capelli lunghissimi e sottilissimi, che una volta soltanto mi capitò di vedere sciolti, entrando nella stanza mentre lei li pettinava. Ebbe un sussulto, come se avessi violato la sua intimità, ed io uscii subito, pieno di un’ inspiegabile vergogna. Per il resto, i capelli della nonna li vidi sempre raccolti e fissati in quello chignon da cui continuavano a sfuggire e che lei continuamente rassettava con le forcine.
 
Era modesta nel vestire, solo abiti lunghi di colori scuri, e quando usciva di casa non mancava mai di sistemare in testa il velo nero, come tutte le donne della sua età in un posto ed in un tempo in cui dell’ islam non si conosceva neppure la parola.
In questa scura composizione di grigio, nero, blu notte, c’ era un’ eccezione, gli occhi più belli che mi sia capitato di vedere, due mandorle perfette, iridi di color verde smeraldo intenso e profondo come mare di scoglio, cangianti con la luce del giorno, contornate da ciglia lunghissime e nerissime. Occhi slavi da donna russa, avrei detto se a quel tempo ne avessi saputo qualcosa, incastonati però fra ciglia inconfondibilmente mediterranee. E se questa è apparente contraddizione, si può ben dire che rappresentasse l’ essenza stessa del carattere di nonna Maria.
 
Modesta e remissiva come si conveniva, negli anni cinquanta, ad un’ anziana donna che abitava in un paesino nell’ interno della Sicilia, questo era il contesto. La sostanza invece era una forza d’ animo ed una determinazione che il nonno fragorosamente contrastava e che poi, alla fine di vocianti e testosteroniche esternazioni, immancabilmente subiva.
 
C’è da dire che da quella donna lui sempre ricavava conforto e sostegno, lei lo aveva assecondato ed incoraggiato, gli aveva dato forza quando da giovane faceva il portalettere in un paese decimato dalla spagnola, e quando, poco dopo, fu tentato dall’ idea di cambiare vita ed aprire un negozio. Non posso aiutarti a fare gli ordini, gli disse, ma di conto so fare e i clienti li posso servire anch’ io.
Nonna Maria era analfabeta, naturalmente, come quasi tutte le sue coetanee. Da vecchia però si mise in testa di seguire le lezioni in televisione del maestro Manzi, voleva imparare almeno a leggere e ci riuscì, aiutata da un voto: avrebbe letto soltanto libri di argomento religioso.
 
A lei sempre si rivolgeva il nonno, silenziosamente, cercando con gli occhi un’ approvazione di cui non avrebbe mai ammesso il bisogno. Lei, abbassando leggermente lo sguardo era come se dicesse – sono qui. E quando infine lei non ci fu più, il nonno si spense come una lampadina, perse la sua innata curiosità, si lasciò andare come se la sua vita fosse diventata un affare d’ altri da concludere al più presto.
“E’ dovuta morire” ripeteva, racchiudendo in un’ espressione dialettale l’ ineluttabilità di un evento illogico al quale si deve sottostare, senza riuscire in fondo a comprenderlo.
 
Ma per adesso eccola lì, la nonna, seduta accanto alla finestra mentre il tardo pomeriggio sfuma nell’ imbrunire. È sulla sua sedia preferita, in nulla diversa da tutte le altre sedie della sala, i piedi poggiati sul bordo del braciere d’ ottone dove arde quietamente una carbonella di gusci di mandorle.
La luce calante ne ritaglia il profilo scavato, il naso prominente, la fronte aggrottata. Dalla tasca del camicione che indossa emerge la punta di un fazzoletto ed i grani neri d’ un rosario. Tra le mani un libro, le vite dei Santi, che sta leggendo lentamente ed attentamente, accompagnando la lettura con le labbra, come in un playback senza sonoro.

La vecchia grande casa in cui abitavano era stata ammodernata.
Così aveva voluto il figlio minore, che era andato in America come parecchi fratelli e sorelle dei nonni, e come gran parte dei compaesani della generazione precedente, ma a differenza di questi era ritornato dopo pochi anni e si era ristabilito in paese, dove svolgeva a tempo pieno la duplice attività di medico condotto e scapolo d’ oro.
Era stato lui a comprare la grande stufa a cherosene che tentava di mitigare il freddo invernale in quelle enormi stanze, pur senza riuscire a rendere superflui i grossi bracieri di ottone.
Aveva comprato anche una moderna cucina, appunto, all’ americana, fatta venire da chissà dove, con i grandi piani di lavoro, la cappa aspirante e, addirittura, un paio di fornelli elettrici che diventavano roventi senza neppure cambiare colore, e che avevano costituito a lungo un’ attrazione del paese,.
 
I nonni però avevano voluto salvare la vecchia cucina a legna nel locale ricavato in un angolo del terrazzo, una monumentale cucina in muratura rivestita di vecchi azulejos. Nel ripiano superiore c’ erano due fori circolari grandi ed uno più piccolo, chiusi con una serie di anelli concentrici di ghisa, rimuovibili, che permettevano di adattare il diametro del foro alla dimensione della pentola di rame da inserirvi. Era il nonno, soprattutto, ad usare questa cucina quando c’ erano molti invitati, per cucinare la pasta che faceva in casa lui stesso, o le bistecche sulla griglia, che così prendevano un delizioso aroma affumicato.
 
Ma questa sera no.
Questa sera ci sono solo loro due, in casa.
 
La nonna ha apparecchiato un angolo del grande tavolo della sala, ha messo lui a capotavola, come sempre, e preparato per se di fianco. La sala è in penombra, ma la nonna non accende il lampadario grande, che consuma tanto.
Ha scaldato il latte nel pentolino, lo ha versato in due grandi scodelle dentro cui adesso stanno entrambi spezzando il pane raffermo. Lo schiacciano bene dentro perché si ammorbidisca e lo mangiano lentamente col cucchiaio, in silenzio.
 
 
 

Il té nel deserto


 

Esistono figure, nei paesi mediorientali, che non trovano equivalente da altre parti. Sono da una parte antiche tradizioni, dall' altra, sospetto, anche un po' usate come reliquie di un passato colonialista, ufficialmente superato, si capisce, ma sotto sotto sopravvivente e resistente a tutto. Ma siccome tutto sommato fa comodo che sia così, e fa comodo da entrambe le parti, intendo, ecco che certe cose non tramontano. 

Esiste ad esempio, in tutti i cantieri, la figura professionale del tea boy. Che come dice la parola, prepara il tè.
 
“E che ci vuole ?” viene subito da dire, in quanto la pedissequa traduzione “ragazzo del te” non rende piena giustizia alla dignità professionale di questo lavoratore, che non si limita a preparare il tè, anzi si può dire che questa nemmeno sia la sua occupazione principale essendo invece la sua principale incombenza quella di preparare piuttosto il caffè, a tutte le ore ed in tutte le sue declinazioni, che a queste latitudini non sono poche.
 
Diciamo subito che se si vuole un caffè come lo intendiamo noi, occorre specificatamente chiedere un “espresso” rivolgendo uno sguardo supplichevole e speranzoso come davanti alla statua di San Gennaro, in quanto non è la cosa più normale del mondo che l’ espresso sia previsto e praticato, a meno che non sia un cantiere italiano, questo va da se.

Lascito del colonialismo passato o egemonia culturale contemporanea che sia, certo è che, chiedendo puramente e semplicemente un caffè, si viene inevitabilmente ed impietosamente serviti di un caffè anglosassone, quello lungo lungo e semitrasparente nella tazzona col manico, il cosiddetto “mug”, quel tipo di caffè che da noi viene affettuosamente soprannominato “beverone” e che se lo bevi in un nostro bar vuole sicuramente dire che sei straniero. Ci sono cose che un italiano non fa e basta, come ordinare un cappuccino a mezzogiorno.

Declinazione alternativa della tecnica caffeinica, e ben più pregiata, è il “turkish coffee”, vero test specialistico del tea boy, in quanto preparazione non alla portata di tutti.
La polvere di caffè, finissima, viene fatta bollire nel pentolino, e poi lasciata sedimentare. Abilità accessoria ma fondamentale del tea boy è di conseguenza quella di riuscire a trasportare le tazzine col caffè senza scuoterle o agitarle nel tragitto. E va da se che l’ indicazione sul tasso zuccherino vada dichiarata senza incertezze all’ atto dell’ ordinazione, il caffè una volta servito non è più in alcun modo mescolabile senza disperdere nuovamente in sospensione la polvere, e se si attende che questa torni a depositarsi, nel frattempo si raffredda tutto. Pertanto occorre mettere contemporaneamente sul fuoco tanti caffé quanti sono i diversi gradi zuccherini desiderati e tenere a mente la distribuzione richiesta.
Insomma, il caffè turco è faccenda de tea boy “senior” e navigato…

 

Ancor più difficile e raro a trovarsi è il vero autentico caffè arabo, preparato con chicchi di caffè verde, non tostato, erbe aromatiche e spezie, in primo luogo zafferano e semi di cardamomo.

La preparazione viene fatta nella tradizionale curcuma araba detta "dallah", ed il “caffè” è in realtà una specie di decotto che si lascia al calore, tipicamente su brace di carbone, per ore.

 Questa bevanda richiede una filtrazione, ottenuta con della rafia inserita bel beccuccio della curcuma, nonché di una breve sedimentazione nella tazzina, che non è quella del caffè, ma una ciotola minuscola che va riempita davanti all’ ospite con una certa eleganza. 


La regola del galateo è che l’ ospite manifesti il suo gradimento facendosi riempire la tazzina due o tre volte prima di restituirla.
Dal momento che il caffè arabo non viene mai zuccherato, lo si serve di solito accompagnato da un piattino di datteri.

Naturalmente, il tea boy prepara anche il tè, se richiesto, ed anche lì c’è qualche variante da osservare, non si pensi che un tea boy professionale si limiti a portare l’ acqua calda e la bustina.
Tutt’ altro.


Un autentico tè arabo viene preparato infatti con il “samavar”, variante (ma non troppo) del samovar russo.  Il tè, un vero e proprio concentrato, denso e quasi sciropposo, imbevibile puro, si lascia a macerare nella piccola teiera in cima al samavar; al momento di servirlo, nella tradizionale tazzina di vetro, ne viene versata una piccolissima quantità, che poi viene allungata con acqua bollente ed anche, talvolta, guarnita con foglioline di menta fresca.
 

 
Che poi, la tradizione mediorientale vorrebbe che la pausa caffè fosse arricchita da un narghilè a disposizione degli ospiti, ma questo è pur sempre un ufficio, e ci siamo già allargati troppo, direi.

 
 
 
 

Verso le nuvole, a piedi

 

al freddo

 

Parto piano da Staffal, lungo un sentiero pigro che serpeggia fra pascoli e boschi.
Il verde è abbagliante in questa giornata di sole, intorno la natura sembra per una volta davvero Madre Natura, madre e non matrigna, divinità benigna e sorridente.
Qui e là mandrie al pascolo, questa è regione di malghe, qui ancora si usa portare in estate il bestiame ad alta quota per riportarlo poi in pianura a settembre.
Un pezzo di storia sopravvissuto fino ai giorni nostri, un modo di vivere antico e lento, una tradizione affascinante. Almeno se non la devi vivere di persona.
 
Prova un po’ tu a stare qui tre mesi senza scendere mai a valle, sabati e domeniche comprese perché le bestie vanno accudite tutti i giorni e non si può staccare per il week end. Prova ad alzarti alle quattro tutte le mattine perché alle sei vengono dalla centrale a ritirare il latte e se non è pronto se ne vanno e quel latte dopo lo puoi buttare via. Prova una volta.
 
Così mi disse una volta uno che nella malga ci lavorava davvero e non era un cittadino col gusto dell’ escursione in quota come me. Aveva ragione, che dire ?
Bella finché si vuole, la montagna, e per me bella forse più di ogni altro ambiente, ma viverci non è la stessa cosa.
È dura e finanche cattiva, avara e prepotente, la montagna, non è un posto buono per gli uomini, altrimenti sarebbe più popolata, no ? Se quasi tutti i montanari si sono trasferiti in città un motivo deve pur esserci, niente da dire.
 
E neppure ho voglia di dire, oggi.
Perché il paesaggio sembra toccato dalla grazia, e c’è solo da camminarci dentro pieni di riconoscenza.
Questo faccio io, dapprima lentamente per non andare subito in affanno.
 


Ho la sensazione di essere osservato, mi guardo intorno, è un asino, che sta tranquillamente brucando quest’ erba scintillante.
Pare se la gusti, pare mi guardi persino con un pizzico di ironia, io lo so che sono un irrecuperabile cittadino senza fondo, uno che deve correre sempre, uno che se lo lasci fare si impone una tabella di marcia pure quando sarebbe il caso di lasciarsi vivere con un sorriso.
Lui invece sta brucando di gusto, con studiata lentezza, quasi scegliendo ad uno ad uno i fiori più gustosi. Quasi pare che me lo faccia apposta. Lavorare come un somaro, si diceva una volta, non è vero, amico ?

Come se percepisse i miei pensieri un po’ rancorosi, solleva nuovamente la testa e mi osserva con aria annoiata.
Vabbè, sorvoliamo.
 
Il paesaggio bucolico non può durare a lungo, sono partito da una quota di quasi 1800 metri, e so che 2000 metri è il limite che fa cambiare le cose, fino lì è montagna, poi diventa “alta montagna”, i boschi si diradano, anche quelli di conifere che sono i più resistenti, e lasciano il posto ad arbusti bassi.
A questa quota la montagna si accende di colori vivissimi e quasi violenti, il blu delle genziane, il rosa antico dell’ erica, il bianco dei crochi a seconda della stagione.
C’è un motivo, dicono, a questa quota gli insetti si fanno più rari e se un fiore vuole essere impollinato, bisogna che cerchi di farsi vedere. E dopotutto, quanti mezzi ha un fiore per rendersi visibile a grande, distanza se non urlare il suo colore ?
 

Riprendo il cammino, e come previsto il bosco si dirada, ma superato un piccolo passo lo spettacolo mi lascia sbalordito.
Sono entrato in una vera e propria valle dei rododendri, ce ne sono a migliaia, coprono tutta la vallata e sono in fiore, tonalità di rosso e di rosa coprono il terreno come un manto di velluto cangiante.
Utopia. Shangri-La. Eden.

Se la fonte dell’ eterna giovinezza esistesse sarebbe proprio in un posto del genere, avrei potuto facilmente convincermi che questo posto è pieno di dei. Invece c’è “solo” la fonte del Lys, da queste parti, ma qui è comunque spontaneo e naturale muoversi con rispetto, come se fosse un modo di ringraziare per il dono di tanta bellezza.

Mi muovo con rispetto sì, ma non abbastanza, a quanto pare.
Un sibilo lacerante. Una marmotta.
Non la vedo, naturalmente, ma lei ha visto me, e ci tiene a farlo sapere in giro. Maledizione.
Adesso non ne incontrerò più una lungo il cammino.
Continuo a salire, ed il paesaggio cambia ancora, il secondo mutamento avviene vicino ai tremila metri.
Lì neppure i fiori d’ alta montagna reggono, lì c’è roccia e basta, non è posto per umani, e la montagna lo fa capire chiaramente, il sole scalda ma l’ aria è dannatamente fredda.
Non è più posto per rododendri, adesso ci sono solo rocce, acqua, chiazze di neve.
 
La salita diventa dura, scoscesa, cattiva, sempre più spesso mi trovo ad aiutarmi con le mani.
Non che mi lamenti, beninteso. Era quello che cercavo.
Ci sarebbe da domandarsi cosa ci vengo a fare qui, ma è una domanda che si fa chi che resta a valle, perché una volta arrivati qui la domanda non c’è più, c’è la risposta, anzi, si è perfino dentro la risposta.
In fondo alla fatica c’ è questo, questo profondo pulsare dentro, come il rombo sommesso di una moto, questo uniforme calore che conforta, questo contrarsi dei muscoli e distendersi dei pensieri, questo alleggerirsi del cuore a mano a mano che fiato e gambe si appesantiscono.
 La qualità dell’ aria, la limpidezza dei colori, la definizione dei contorni, l’ alta montagna è una sorta di iperrealtà dove ti pare di avere ultravista, ultraudito, i superpoteri di un improbabile personaggio a fumetti, più intimidito che sbruffone, però.
Sì, perché ci vuol poco a capire che qui sei appena tollerato, un piccolo essere che la montagna potrebbe scrollarsi di dosso come niente, te lo dice l’ aria stessa, e poi guarda, qualche nuvolone nero è apparso ad occidente, qui attorno non c’è nessuno, il cellulare ha il segnale a zero, c’ era da aspettarselo.
 
Insomma, coi superpoteri ma in punta di piedi, così mi sento; del resto, se la sede degli dei era il monte Olimpo, il più alto della Grecia, e vedi caso proprio l’ altezza a cui mi trovo adesso, ci sarà stato un motivo, qui ci si sente davvero in un luogo sacro, accolti in un’ anima più grande.
L’ Alta Luce, così lo chiamano questo posto, vedi caso.
 
Questa è la mia trascendenza, rispettatela per favore.
Ricordo di aver detto una volta ad un gruppo di seminaristi alquanto rumorosi e caciaroni. Dopo avermi squadrato un po’ straniti, devono avere capito che dicevo sul serio, ed hanno abbassato la voce imbarazzati.
 
I superpoteri mi dicono che non sono più solo, e non ci metto molto a scoprire chi mi sta spiando.

Se non è un fauno poco ci manca, del resto è Pan che regna sulle cime dei monti e sulla natura selvaggia, no ?

 

Non tardo a scoprire il resto della tribù, ci arrivo guidato dal baccano, come di battaglia coi bastoni o con le spade di legno.
Stanno discutendo piuttosto animatamente, un’ assemblea di condominio, si direbbe.

Pan è un dio selvaggio e dal pessimo carattere, dicevamo, e che non sia del tutto contento della mia intrusione lo lascia capire. Le nubi nere si avvicinano più rapidamente di quanto mi aspettassi, le raffiche di vento si fanno più insistenti, si sentono i primi tuoni, ancora in lontananza, per il momento. Il cellulare ostenta disinteresse.

 
È noto che il dio Pan metteva in fuga i nemici spaventandoli, da lui prende nome il panico.
 


 
D’ accordo, d’ accordo, ho capito il messaggio…
Ritorno sui miei passi.

 
 

Bad Luck – Seconda parte

 

“C’è un foro di ispezione alla base del braccio, proviamo ad aprire lì” aveva proposto Sati .
E Shail paziente si era seduto ai comandi, aveva acceso il grosso motore ed aveva cominciato a programmare il computer, perché per utilizzare il foro di ispezione occorre che il braccio della gru sia esteso esattamente del 45 % della lunghezza, né di più né di meno in modo che tutte le guide si corrispondano e la finestra sia scoperta e permetta di guardare dentro.

Questo lo sanno tutti, le gru telescopiche sono fatte così, e quindi Shail programmò il computer, ci vuole un po’ di tempo, un paio di minuti almeno, con questo sole poi non è nemmeno facile vedere lo schermo, quasi erano meglio le gru di prima con le leve ed i bottoni, a quest’ ora avrei già fatto, pensava.

Schiacciò enter, poi di nuovo quando  il computer gli chiese conferma, poi il pulsante rosso e sentì il pistone muoversi, spinto dall’ olio pompato dentro il cilindro ed il braccio muoversi, non lo vedeva direttamente ma lo sentiva, una gru che si muove è come un grosso animale, come un elefante da lavoro, qualcuno ancora li usa in India.
 
Shail uscì dalla cabina e raggiunse Sati  sulla piattaforma di servizio. Sati  aveva tolto le viti ed aperto la portella.
“Fammi vedere” disse Shail, spostandolo di lato.
C’ era poco da vedere. Un intrico di cavi elettrici e schede. E’ una gru moderna questa.
“Il perno è laggiù” disse Sati .
“Lo vedo” rispose Shail, “ma da qui non ci si arriva, è troppo lontano. E poi rischiamo di fare qualche danno, con tutte queste robe elettroniche”. Ci mancava solo che Samir lo rimproverasse per avere rovinato la gru.
“Non rovino niente, se infilo dentro bene il braccio ci arrivo a quel perno, ormai siamo qui, lasciami provare”.
“Lascia perdere, che ci mettiamo nei guai tutti e due. Richiudi la portella che io rimetto la gru in posizione di riposo”. “Ok, come vuoi”.

Ed ecco Shail di nuovo nella sua cabina, eccolo che riprogramma il suo computer, strizzando gli occhi per vedere lo schermo, la sabbia ci si è pure posata sopra, se anche non avesse lasciato la porta aperta sarebbe stato lo stesso, non la ferma nessuno la sabbia qui quando c’è il vento. Ecco Shail che programma, tutto concentrato e a testa bassa, senza mai voltarsi indietro, altrimenti si sarebbe accorto che Sati  non aveva chiuso la portella e non era sceso dalla piattaforma.

Non è un tipo tanto ostinato, Sati , ma certo non gli è piaciuto il tono con cui Shail gli ha detto di lasciar perdere. Non è nato ieri, Sati , questo è il suo mestiere. Ed è perfettamente in grado di arrivare a quel perno, e senza sporcare col rullo le schede elettroniche. Ammesso poi che un po’ di grasso possa fare del male, questa non si è mai sentita.
Si volta indietro a guardare Shail nella sua cabina, tutto preso dal suo computer, certo che tutte le volte ci mette una vita, sarà complicata la gru o sarà lui che non è tanto sveglio quanto crede.
E poi si rimbocca la manica della tuta blu, Sati , rivoltandola fin dove è possibile, fin quasi sulla spalla, è proprio piccola la portella, che ci voleva a farla un po’ più grande, e perché così lontana poi dal perno. Intinge bene il rullo nel grasso ed infila il braccio sinistro nell’ apertura, vediamo se ci arrivo a quel maledetto perno, pensa se lo ingrasso e poi la gru si mette in posizione di riposo e mentre si muove il tic tic non si sente più, vedrai che faccia Shail, lui ed il suo esperto del cazzo.

Ma non ci arriva, e allora ritira il braccio e prova a rimboccare un po’ di più la manica prima di rimettere il braccio dentro, spingendolo più in fondo che può, incastrando la manica nel buco, devo fare in tempo a ritirarlo fuori prima che Shail abbia finito, non vorrai certo rimanere col braccio incastrato dentro, vero?, alzandosi in punta di piedi, che è lì il perno, mancheranno due centimetri, non di più, lo so che ci arrivo.
 
Non si volta indietro Shail, mettere a riposo la gru è un po’ più facile da programmare che allungare il braccio esattamente del 45%, se solo si vedesse un po’ meglio questo schermo, non guarda indietro mentre preme enter la prima e la seconda volta, e nemmeno quando spinge il pulsante, e lì saprà che ha sbagliato, perché non si deve mai muovere la gru se non si è certi che tutti siano scesi, ma chi ci va a pensare, che Sati  possa essere ancora lì, non è nato ieri e rimettere a posto quattro viti non è un lavoro lungo e soprattutto non è pericoloso. Spinge il bottone Sati ,ed il motore della gru fa rumore, ma sente ugualmente il fluire dell’ olio nel cilindro ed il pistone si sta muovendo, ed aspetta solo di sentire il tic tic quando il braccio si abbasserà.

Ma nessun ticchettio potrà sovrastare l’ urlo di Sati  quando la guida telescopica gli trancerà il braccio all’ altezza dell’ avambraccio, la maledetta manica della tuta si è impigliata davvero.

E così l’ urlo di Sati vola, vola sopra il rumore del cilindro e il rumore del motore, vola sopra il cantiere sonnacchioso del venerdì, vola sopra la polvere che forma una cappa dorata, vola più in alto del braccio della gru, vola così in alto e veloce che sembra non volersi fermare prima di trafiggere il cielo lassù, dopo aver trafitto come un ago le orecchie e la testa e le viscere di Shail.

Il quale si volta indietro a guardare, adesso, attraverso il vetro del finestrino, appena in tempo per vedere grosse, gigantesche gocce di sangue denso volare nell’ aria e spiaccicarsi sul vetro con un rumore di pioggia forte, come in India nella stagione dei monsoni, sangue scuro attraverso il quale vede l’ ombra di Sati , un’ ombra monca e sbilenca che passa accanto alla cabina cercando di scendere davanti agli occhi aperti ed ottusi di Shail.

E Shail resterà così, immobile a guardare, col cervello trafitto da quell’ urlo mentre Sati  si calerà giù dalla gru, aiutato dal ragazzo del Bengala, mentre saliranno tutti e due sul pickup dove l’ autista della manutenzione dormicchiava dall’ inizio del pomeriggio, per partire poi tutti e tre, la mano di Sati  serrata sul moncherino, cercando di fermare quella pioggia di sangue.
 
Shail non vedrà il pickup arrivare davanti all’ ospedale, fermarsi davanti alla porta sbarrata, l’ autista non sa che hanno spostato l’ ingresso delle emergenze dall’ altro lato, scende, va dalle guardie, cerca aiuto. Non vedrà arrivare Darshan, Darshan è il supervisore, chissà chi lo ha avvisato, è arrivato sul posto in tempo per vedere il pickup allontanarsi, uno sguardo di sfuggita alla gru imbrattata basta e avanza, è il pickup che bisogna seguire, veloci.

Fa bene Darshan a seguire il pickup, l’ autista è così imbranato che fosse per lui Sati  morirebbe dissanguato, Darshan vede e capisce, scende dalla sua auto e sale sul pickup, dentro è un macello, riparte e gira fino a portarlo davanti all’ ingresso delle emergenze.
Ed allora vede una scena inverosimile.
Vede Sati  scendere dal pickup ed entrare in ospedale camminando con le sue gambe, dove mai s’è udita una cosa simile, non ha più il braccio ma le gambe sì, e cammina, capito, ma come fa, non dovrebbe essere svenuto? Entra in ospedale, Sati e viene afferrato da un infermiere, Darshan è solo un passo dietro.

Il dottore esce dalla stanza sul retro, vede Sati  senza un braccio, vede Darshan e gli fa:
“Dov’ è il braccio ?”
Darshan lo guarda, non capisce, ma quello adesso urla:
“DOV'E' IL BRACCIO ? “
Darshan fa di no con la testa.
“Vallo a prendere, subito”, e Darshan crede di non aver capito, non vuole aver capito, fa ancora di no, ma il dottore lo afferra e lo scuote, adesso.
“Portami subito il braccio, vallo a prendere e portamelo, hai capito ? Bisogna metterlo in ghiaccio”
Darshan ha capito.
“Non viene con me l’ infermiere ?” prova a replicare, ma il dottore appena gli risponde “Ma non lo vedi che ha da fare ?” e si è già voltato, Darshan capisce, si guarda intorno, c’è il ragazzo bengalese in un angolo, ma è più morto che vivo, che aiuto può mai dare quello, finisce che sviene prima lui che il ferito.

Darshan torna alla macchina, rientra in cantiere, trova per strada Siva, un aiutante. Siva è vecchio del mestiere, è uno di cui ci si può fidare, Darshan accosta.
“Vieni con me” gli dice, e ripartono.
 
Shail non si è mosso, è ancora lì con lo sguardo perduto, l’ urlo di Sati  gli sta ancora rimbombando nella testa, perforando l’ intestino, nemmeno si volta quando Darshan gli chiede “Dov’è il braccio ?”.
E nemmeno Darshan aspetta, fa il giro della gru, prova a seguire le tracce di sangue, poi sale su, ma non trova niente, allora torna da Shail e gli urla in faccia, questa volta: “DOV' E' IL BRACCIO ?”. “Dentro lì” risponde Shail, con un gesto che indica il braccio della gru,  ancora fermo a mezz’ aria, com’ era nel momento in cui il destino si è compiuto.

Darshan si gira, vede il foro di ispezione senza coperchio, capisce, adesso sa dove cercare. “Allunga il braccio, scopri la portella” urla, e Shail obbedisce, meno male, non ci avrebbe scommesso, Darshan.
Torna in moto la gru, torna a rombare e pulsare, Darshan è sulla piattaforma adesso, là dove stava Sati , e mentre il braccio della gru si muove sente un rumore all’ interno, come di qualcosa che cade, un tonfo, lui lo sa che cos’è ma non ci vuole pensare.
La gru si ferma, il braccio è al 45 % esatto, adesso, la portella è aperta, basta a Darshan un’ occhiata per vedere ciò che si s’ aspettava di vedere, vede il braccio umano sul fondo del braccio meccanico, c’è un’ apertura sul fondo, passa la luce, non una grande apertura ma quel poco che basta ad infilarci un braccio, oppure tirarne fuori uno.

Questo fanno Darshan e Siva, afferrano e tirano, c’è una mano che affiora, stringe qualcosa, è il rullo, ma nessuno ci bada al rullo, lo sfilano dalle dita rattrappite, lo buttano da una parte. Ecco che esce la mano, le dita richiuse, poi il polso, sembra un braccio vivo, ancora attaccato al corpo, fino a  quando dalla gru esce l’ avambraccio, ed allora si vede che non è più braccio d’ uomo, è un pezzo di carne spappolato da un macellaio maldestro, boccone sputato da uno squalo sazio, l’ osso frantumato, i nervi sfilacciati che pendono biancastri.

Darshan e Siva sentono l’ urto del vomito che sale, ma non è il momento, non è proprio il caso adesso,  distolgono lo sguardo, si scambiano un’ occhiata, ma quello che si deve fare va fatto, perché mai siamo venuti a lavorare stamattina, ed ecco Darshan ripartire per l’ ospedale, con al fianco Siva che porta in mano un braccio umano come se fosse il dono di un alieno.

Un dono vano, si saprà dopo, il braccio è troppo spappolato, il dottore non avrà dubbi, non si può far nulla, non è servito a niente.

“Bad Luck” concluderà il dottore, “Sfortuna”, è un indiano anche lui e gli indiani non si incazzano, non bestemmiano, non fanno storie.
“Bad Luck”, questo è tutto quel che resta da dire.

Amputerà ancora, per ridurre il moncherino, mentre Darshan resta lì seduto su una sedia nella sala d’ attesa, Siva sull’ altra, ma non c’è nulla da aspettare, che fate lì, dirà il dottore, andate via, tornate domani.
Bad luck.
 
I due tornano al cantiere, ma non c’è nulla da fare, e chi avrebbe voglia di fare, del resto.
Shail è ancora nella cabina della sua gru bianca tutta imbrattata di sangue.

Lo farà scendere la polizia, fra qualche minuto.
 

(Fine)