Quelli che scrivono


Quelli che scrivono anche a occhi chiusi.

Quelli che quando si sentono vivi la prima cosa è trovare parole nuove per raccontare.

Quelli che scrivono quando sono disperati, distillando le parole con l’alambicco del dolore.

Quelli che scrivono le nostalgie come se stessero facendo l’amore.

Quelli che quando non scrivono non è perché basta fare piovere parole per raccontare la pioggia.

Quelli che scrivono sono un po’ come i ragazzi che si amano, non ci sono per nessuno.

Quelli che scrivono, quando si scrivono, vivono le pagine non scritte dei libri.

 Sono tutto quello che succede dopo l’ultima pagina.

(by La Poetessa Rossa)

 

Quelli che scrivono non lo fanno per convenienza, spendono tempo e fatica, a fondo perduto.

Quelli che scrivono non sono narcisi e non adorano se stessi, benché, ammettiamolo, siano talvolta un po’ autocentrati.

Quelli che scrivono sono spesso in equilibrio, precario e traballante, troppe chiusure e poche aperture. Costruiscono mondi dalle fondamenta piccolissime, inadatte a sostenere tanto peso, fondamenta che sembrano persino restringersi col tempo, ritirarsi mentre la costruzione procede. Quelli che scrivono fanno torri sbilenche.

Quelli che scrivono sono abituati a silenzi prolungati, si commuovono alla dolcezza, sono abbagliati come chi è stato a lungo nell’ oscurità. Quelli che scrivono hanno menti surriscaldate e gole disseccate, vedono talvolta miraggi nel deserto.

Ogni cosa va verso il basso, affetta da una “gravitas” che la trascina verso il centro della Terra, è questa la natura del mondo. Le parole invece no, quelle non cadono, vanno verso l’ alto, si irradiano dal centro, si oppongono al mondo, è questa la natura delle parole.

Quelli che scrivono secernono parole che vanno verso l’ alto e verso l’ esterno, tentacoli, o mani protese.

Quelli che scrivono cercano di non implodere.

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Un blogger di nome Giacomo

 

Nominando i nostri antenati, sogliamo dire, i buoni antichi, i nostri buoni antichi. Tutto il mondo ha opinione che gli antichi fossero migliori di noi, tanto i vecchi che perciò gli lodano, quanto i giovani che perciò li disprezzano. Il certo è che il mondo in questo non s’inganna: il certo è che, senza però pensarvi, egli riconosce e confessa tutto giorno il suo deterioramento. E ciò non solamente con questa frase, ma in cento altri modi; e tuttavia neppur gli viene in pensiero di tornare indietro, anzi non crede onorevole se non l’andare sempre più avanti, e per una delle solite contraddizioni, si persuade e tiene per indubitato, che avanzando migliorerà, e non potrà migliorare se non avanzando; e stimerebbe di esser perduto retrocedendo.

Si parlava, nel post precedente, delle opportunità nuove offerte dalla Rete, e dell’ eventuale influenza, fertile o nefasta, che la Rete esercita, o potrebbe esercitare, sull’ intelligenza umana.

Ora, un esempio assai concreto di opportunità di questo genere, un esempio fra i tanti, a me pare sia il facile accesso online a certi testi, o documenti, non facili da trovare in libreria o anche in biblioteca.

Giacomo Leopardi tenne per molti anni, ma in particolare tra il 1817 ed il 1823, una sorta di diario, o quaderno di appunti, su cui fissava pensieri, riflessioni, ipocondrie, fissazioni ovvero annotazioni sui testi che egli aveva di volta in volta fatto oggetto di studio, o che stava semplicemente leggendo. Si trattava di uno Zibaldone, ovvero uno “zabaglione”, ovvero un miscuglio, un caos messo per iscritto, senza pretese sistematiche, così come viene, benché contenga anche alcuni “saggi brevi” di varia natura.

“Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura”, li aveva definiti lo stesso autore, ma data la sua bulimia di sapere e la spaventosa energia intellettuale, ne vengono fuori circa 4.500 pagine, in cui quotidianamente si salta, e più volte, da un argomento all’ altro. Benché lo stesso Leopardi pensasse che da quel magma si potessero ricavare almeno sei o sette saggi, ed abbia ad un certo punto cominciato ad organizzare un indice, non ne fece nulla, e si è dovuto attendere gli anni ’90 per una vera edizione critica. Insomma, ancora adesso, un’ edizione completa dello Zibaldone non è facilissima da reperire. Però online c’è, sia da scaricare che da consultare, magari saltando da una pagina all’ altra in perfetto “internet style“.

Sulla natura dello Zibaldone, lascio la parola a Pietro Citati, autorità indiscussa, direi.

“C’è il rifiuto della costruzione logica, l’ onda, la scorrevolezza e la liquidità del parlato, (…) la velocità del pensiero che sopravanza quella della scrittura.

(…) Leopardi parlava di ‘pensieri scritti a penna corrente’, cioè obbedendo agli impulsi della penna e della mano”.

Mmmm.

Adesso, non vi suonano come già sentite, queste parole ? Non descrivono qualcosa che vi sembra di conoscere bene ? Qualcosa di assai familiare, una scrittura scorrevole, veloce, “parlata”, usata per mettere a fuoco considerazioni su argomenti eterogenei ? Insomma, diciamola, la parola, e se fosse una specie di blog ?

Ora lo so, posso sembrare sacrilego, va bene. Leopardi su WordPress ? Andiamo ! Però il fatto è che aprendo a caso lo Zibaldone, capita spesso di imbattersi in ciò che mi verrebbe da definire dei “post” ante litteram, qualcuno breve e fulminante, poco più di un aforisma:

La corruttela de’ costumi è mortale alle repubbliche, e utile alle tirannie, e monarchie assolute. Questo solo basta a giudicare della natura e differenza di queste due sorte di governi.

Quegli stessi che credono grave, o maggiore che non è, ogni leggera malattia che loro sopravviene, caduti in qualche malattia grave o mortale, la credono leggera, o minore che non è. E la cagione d’ambedue le cose è la codardia che gli sforza a temere dove non è timore, e a sperare dove non è speranza.

altri più lunghi e concettosi, ma insomma, quasi sempre a misura di pagina web.

Si suol dire che la monotonia fa parere i giorni più lunghi. Così è quanto alle parti del tempo considerate separatamente. Ma quanto al complesso è tutto l’opposto, perché un giorno pieno di varietà, terminato che sia ti parrà lunghissimo, anzi spesso ti avverrà di credere a prima giunta che una cosa fatta, accaduta, veduta, ec. oggi, appartenga al giorno di ier o ier l’altro, perché la moltiplicità delle cose allunga nella tua memora lo spazio, e il maggior numero degli accidenti, accresce l’apparenza del tempo. All’opposto in una vita tutta uniforme, spesso ti avverrà (e m’è avvenuto) di credere che l’accaduto ieri o ier l’altro appartenga al giorno d’oggi, o quello di più giorni fa, al giorno di ieri. E ciò per la ragione contraria, e perché l’uniformità impiccolisce l’immagine delle distanze. Così la monotonia prolunga la vita in quanto la lunghezza è penosa, e l’abbrevia in quanto la lunghezza è piacevole e desiderata; e la tua vita passata nell’uniformità ti par brevissima e momentanea, quando ne sei giunto al fine.

 

Le osservazioni sono acute, lo stile, nonostante la “penna corrente” è conciso ed elegante. Insomma, un blogger di talento, malgrado talvolta (bisogna pur dirlo) difetti un po’ in leggerezza. Ma del resto, la maggior parte dei blogger è piuttosto introversa, non vi pare ?

Insomma, io sono convinto che G.L. sarebbe stato uno da linkare subito …

Va, bene, va bene, scherzavo. Non lo faccio più !

La Rete, la stupidità, l’ intelligenza

 

“Ogni medium che si affaccia rappresenta un’ estensione della nostra sensibilità, ma la sua diffusione finisce per mutarci anche nel modo di ragionare.”

C. Freccero, Espresso 7/2/13

Spesso, sempre più spesso capita di imbattersi in articoli, inchieste giornalistiche, recensioni di saggi e pubblicazioni che ruotano attorno ad un tema: come la Rete cambia il nostro modo di pensare. Le risposte sono naturalmente le più varie; ad un estremo ci sono quelli che potremmo chiamare “catastrofisti”, la cui opinione si può sintetizzare togliendo il punto interrogativo finale al titolo di un libro celebre e discusso: “Internet ci rende stupidi ?”. dall’ altra parte ci sono quelli che potremmo chiamare “utopisti”, che parlano, sempre per usare il titolo di un libro, della “Mente accresciuta”.

 Chi ha ragione ?

Non ho competenze specifiche, non sono sociologo né un esperto di scienze della comunicazione, però in qualità di blogger di (troppo ?) lungo corso qualche idea me la sono fatta, e mi piacerebbe condividerla.

Dunque, l’ argomento principale usato dai sostenitori della “sindrome da stupidità indotta da internet” (IISS, Internet Induced Stupidity Syndrome, questa me la brevetto !) è la perdita della capacità di concentrazione, per via del tasso di distrazione continua prevalente nell’ ambiente della Rete.

Bisogna riconoscere che questo argomento ha qualche fondamento. Confesso di avere subito io stesso l’ invasiva prepotenza della posta elettronica, la “dipendenza da Blackberry”, la consultazione compulsiva ad ogni accenno di vibrazione, prima cosa al mattina appena svegli, ultima cosa alla sera prima di andare a dormire. Col tempo si impara a conviverci, ci si autocensura, si esercita una disciplina, tutto quello che volete, ma la tentazione resta, ed il numero di volte in cui si interrompe ciò che si sta facendo per controllare la mailbox resta preoccupante. Diciamo che si registra un abbassamento del tempo di attenzione, che comunque (va ricordato) anche in condizioni ottimali e senza distrazioni non supera in media i 15-20 minuti. Bisogna esser monaci tibetani per restare concentrati per delle ore…

Ma non è solo questo. La navigazione attraverso la Rete è di per se un elemento di distrazione, ogni pagina è zeppa di link ad altre pagine, e di curiosità in curiosità ci si trova a passare ore davanti allo schermo rimbalzando senza troppo costrutto da un sito all’ altro. Più che navigando, andando alla deriva, verrebbe da dire.

A me, questa forma di surfing casuale attraverso la Rete ricorda tanto lo zapping compulsivo tra i canali televisivi, e questa osservazione mi pare che rappresenti un indizio importante.  Infatti, benché il navigare a casaccio tra i siti web possa apparire una “degenerazione”, credo sia utile chiedersi che cosa abbia realmente sostituito: ore di applicazione allo studio della metafisica kantiana oppure ore di telecomando selvaggio e di esplorazione, per di più del tutto passiva, tra i canali tv ? Solo rispondendo in modo onesto, ciascuno per se, a questa domanda si potrà valutare se e quanto si sia realmente perduto.

Considerazioni analoghe valgono riguardo alla frequentazione dei social networks. Sono luoghi di cazzeggio, è vero,  dove non circolano idee, dove non c’è tempo per leggere né spazio per scrivere, per quello semmai restano (e resistono) i blog; ma forse che il cazzeggio non esisteva prima di facebook ?  Nel Meridione un tempo si andava al circolo, al Nord si andava all’ osteria, ancora adesso ci si vede al bar dello sport, giusto ?

Intendiamoci. Non sto qui negando gli effetti deleteri prodotti dalla Rete, perché è ovvio che questi effetti ci sono; sto solo cercando di metterli nella giusta prospettiva. Nel valutare il mezzo, in definitiva, dobbiamo anzitutto decidere rispetto a che cosa lo valutiamo, da quale punto di vista lo osserviamo: quello del sapere, per dirne una, o quello dell’ intrattenimento ? Perché non c’è dubbio che la Rete abbia entrambe le valenze. E magari, prima di interrogarci su come la Rete abbia cambiato il nostro modo di pensare, chiederci se questo modo di pensare non sia già stato cambiato altre volte, prima che la Rete arrivasse. A questo proposito vorrei ridare la parola a Freccero, la cui conoscenza, unanimemente riconosciutagli, del mezzo televisivo non ha probabilmente eguali in Italia:

“Come la stampa aveva creato l’ uomo rinascimentale, legato alla scrittura, la tv ha disgregato quel mondo, traghettandoci dal mondo moderno al postmoderno: Con la televisione i fondamenti del discorso pubblico, esperienza, argomentazione, contraddittorio, sono mutati in intrattenimento. Le neuroscienze dovrebbero verificare quanto siamo cambiati. Forse avremmo delle sorprese.” (ibidem)

Insomma, niente di nuovo sotto il sole, già la tv ci aveva cambiato la mente, e la stampa ancora prima !

Ora, tranne che nei casi conclamati di dipendenza patologica, mi sembra che l’ uso della Rete non meriti affatto la demonizzazione di cui è oggetto da parte dei catastrofisti. E penso che gli aspetti negativi visti prima non debbano oscurare quanto di buono sia stato portato da internet in termini, appunto, di “mente accresciuta”.

Personalmente, uso la rete in modo massiccio per trovare informazioni, per controllare nozioni, per soddisfare piccole e grandi curiosità. È come avere un oracolo a disposizione, 24 ore su 24, e per di più in forma gratuita, a parte i costi di connessione, un oracolo in grado di rispondere in tempo reale praticamente a qualunque domanda che abbia una risposta.

Ora, mentre dal punto di vista dell’ intrattenimento il parallelo tra rete e tv regge, dal punto di vista del sapere è facile rendersi conto che internet rappresenta un vero e proprio salto di qualità, forse non ancora del tutto compreso nel pieno delle implicazioni.

Il sapere dell’ umanità a portata di clic. Non solamente disponibile, ma accessibile con facilità. La biblioteca di Alessandria. I Sette Savi. Il sogno antico dell’ Uomo: sapere tutto, tutto quello che c’è da sapere. Come si può pensare che un’ innovazione di tale portata, e di tanta potenza dirompente, abbia come effetto secondario quello di renderci più stupidi ?

Lo so, l’ obiezione più comune è che il fatto di avere a disposizione ogni sorta di nozioni senza fatica mina alle basi la capacità di ricordare, rendendo la memoria una facoltà irrilevante, quasi superflua. Ma questa non è affatto un’ obiezione nuova. È esattamente l’ obiezione che gli antichi muovevano alla scrittura, e che Platone sintetizza così:

(…) perché esso (l’ alfabeto) ingenererà oblio nelle anime di chi lo imparerà: essi cesseranno di esercitarsi la memoria perché fidandosi dello scritto richiameranno le cose alla mente non più dall’interno di se stessi, ma dal di fuori, attraverso segni estranei: ciò che tu hai trovato non è una ricetta per la memoria ma per richiamare alla mente. Né tu offri vera sapienza ai tuoi scolari, ma ne dai solo l’apparenza perché essi, grazie a te, potendo avere notizie di molte cose senza insegnamento, si crederanno d’essere dottissimi, mentre per la maggior parte non sapranno nulla; con loro sarà  una sofferenza discorrere, imbottiti di opinioni invece che sapienti”

Platone – Fedro, 274-275

Ora, quello che io cerco (e quasi sempre trovo) si Google sono nozioni, informazioni, dati e date, non ragionamenti. Quelli continuo a metterceli io, confrontandomi eventualmente con i miei frequentatori e coi viandanti  in modo molto più efficace di quanto potessi pensare fare nel mio piccolo ambiente “offline”. Quello che trovo su Google sono precisamente la cose che un tempo avrei trovato, con molta più fatica, sull’ enciclopedia o sul dizionario. Oggi le recupero con un clic. Questo stesso articolo sarebbe stato (ancora) più stupido, senza google.

È davvero un problema, allora,o non è invece una straordinaria opportunità ?

Sopra di noi solo il cielo

 
 "Sono sempre stato un ribelle…ma d’ altra parte volevo essere amato ed accettato…e non semplicemente un chiaccherone lunatico poeta musicista.
Ma non posso essere ciò che non sono. "
 
John Lennon

 

 
Certe volte mi piace pensare che la poesia potrebbe legittimamente porsi come una specie di “continuazione della filosofia con altri mezzi”, un modo per fare un passo avanti, non un passo indietro, sulla via dell’ esperienza, un modo per attingere ad un’ area della conoscenza non formalizzabile secondo le convenzioni della logica e della ragione.
Esprimere l’ inesprimibile.

 
Kant non era un poeta, ma sapeva bene che:
 
“Il poeta osa rendere sensibili idee razionali di esseri invisibili: il regno dei beati, il regno infernale, l'eternità, la creazione, e simili; o anche trasporta ciò di cui trova i modelli nell'esperienza, come per esempio la morte, l'invidia e tutti i vizi, l'amore, la gloria, al di là dei limiti dell'esperienza, con un'immaginazione che gareggia con la ragione nel conseguimento di un massimo, rappresentando tutto ciò ai sensi con una perfezione di cui la natura non dà nessun esempio; ed è propriamente nella poesia che la facoltà delle idee estetiche può mostrarsi in tutto il suo potere (…)”(Critica del Giudizio)
 
In una celebre frase Kant definiva il territorio dell’ intelletto come un’ isola circondata da “un ampio e tempestoso oceano di parvenze”. E tuttavia, Kant era ben consapevole che “il navigante avido di nuove scoperte” in quell’ oceano si sarebbe comunque avventurato, impegnandosi in imprese “che non potrà né condurre a buon fine né abbandonare una volta per tutte”, perché questa è la natura umana.
 
“E il naufragar m’ è dolce in questo mare”, sembra quasi rispondergli, non molti anni dopo, colui che a me pare l’ esempio più chiaro di questo doppio binario, Giacomo Leopardi, filosofo quotidiano e poeta dell’ infinito.

Ma non è di Kant e Leopardi che vorrei parlare qui, come avrete intuito.

 
“Quando la vera musica mi arriva, la musica delle sfere, la musica che supera la comprensione, non ha niente a che fare con me, perché io sono solo il tramite. La mia unica gioia è che sia dato a me trascriverla come un medium… quelli sono i momenti per i quali vivo.”
 
“Scrivere canzoni è esorcizzare il demone in me. È come essere posseduti. Cerchi di dormire, ma la canzone non te lo permette. Devi alzarti e dargli forma, e poi ti è concesso dormire. Sempre nel cuore della notte, o mezzo addormentato, o stanco morto, quando le facoltà critiche sono spente. Tutto sta a lasciarla andare, se cerchi di afferrarla, scivola via. Accendi la luce, e gli scarafaggi scappano via. Non puoi afferrarli." J. Lennon
 
Kant e Leopardi vivevano in un mondo in cui ancora si potevano ritenere possibili sistemi di pensiero onnicomprensivi, e verità assolute. Oggi non è più così. Come afferma S. Natoli,

“Modernità vuol dire emancipazione, libertà. Ciò che in larga parte coincide con l’ emersione progressiva della soggettività e, con essa, del diritto di richiedere ad ogni potere – religioso o politico – di dar conto della sua legittimità.” (S. Natoli, Il buon uso del mondo).

Nel giro di un paio di secoli, la contemporaneità ha segnato la fine di ogni pretesa di verità incontrovertibile e, con essa, la fine del concetto stesso di “maestro del pensiero”.
 
“E’ la paura dell’ ignoto. L’ ignoto è quello che è. È questa paura che ci manda freneticamente in giro e a caccia di sogni, illusioni, guerre, pace, amore, odio, tutto – è tutto illusione. L’ ignoto è quello che è. Accetta che sia ignoto e vivrai tranquillo. Tutto è ignoto – e tu vinci la partita.”
“Non hai bisogno di nessuno che ti dica chi sei o che cosa sei. Tu sei quel che sei !”.

“Dimentica il maestro. (…) Non hai bisogno della confezione (…)per raggiungere il messaggio. (…) perché la gente spesso viene attirata dal maestro e si perde il messaggio.”

“Rimani sempre con te stesso, qualunque cosa tu faccia e comunque la faccia. Devi raggiungere il tuo Dio nel tuo tempio. Tutto sta a te.”

C’è qualcosa di toccante in questo.  Lennon, com’ è noto, dietro la maschera aggressiva era una persona assai fragile, tormentata fin dall’ infanzia, cresciuto senza il padre, che non conobbe mai, abbandonato dalla madre Julia,  immatura ed irrequieta, che comunque morì quando lui aveva solo 17 anni.
 
Non ne parla, ha pudore, ne accenna però, qualche volta, nelle canzoni.
 
“Madre, tu mi hai avuto, ma io non ti ho avuto mai
Ti volevo, tu non mi hai voluto
Ed ho dovuto dirti addio
Padre, tu mi hai lasciato, io non ti ho mai lasciato
Io avevo bisogno di te, tu non avevi bisogno di me”

(Mother)
 
“Metà di ciò che dico non ha senso,
ma lo dico per raggiungerti, Julia.”
(Julia)
 
“Ti feriscono a casa, ti colpiscono a scuola 
Ti odiano se sei intelligente, ti disprezzano se sei stupido 
Così impazzisci totalmente 
E non puoi seguire le regole

(Working Class Hero)
 
Su questo, Lennon non poteva avere dubbi, avendolo sperimentato di persona.
 
“In un certo senso, sono sempre stato strambo, lo ero già all’ asilo, diverso dagli altri. Avevo qualcosa di sbagliato, pensavo, perché apparentemente vedevo cose che gli altri non vedevano. Ho sempre visto le cose in modo allucinato. “
 
Una situazione davvero difficile.
Il confine fra arte e follia è notoriamente sottile, e passa attraverso la presenza, o l’ assenza, di una disciplina formale che riesca a fare da punto di aggancio alla realtà impedendo la deriva e la disgregazione autodistruttiva.

John trova nel surrealismo la sua disciplina, la chiave che gli consente di far diventare arte le sue allucinazioni.

"Io sogno a colori, ed è sempre molto surreale. Il mio mondo onirico è totalmente Hyeronimous Bosh e Dali. Lo adoro, lo cerco tutte le notti".

“Il surrealismo ha avuto un grande impatto su di me perché è allora che ho capito che le immagini che avevo in testa non erano follia. Il surrealismo per me è realtà”.

E questa chiave è quella che gli consente l’ accesso al “doppio binario” di cui parlavamo all’ inizio.
 
“Credo in qualsiasi cosa, fino a prova contraria. Quindi credo nelle fate, nei miti, nei draghi. Tutto ciò esiste, anche solo nella mente. Chi può dire che sogni ed incubi siano meno reali del “qui” e “adesso” ? La realtà lascia molto spazio all’ immaginazione.”
 
Non sembra quasi di risentire Kant “Il poeta osa rendere sensibili idee razionali di esseri invisibili” ?

Osa, John Lennon, ed osa consapevolmente, e proprio questo suo osare gli dà autorità e forza, nonostante tutto.
 
“Se essere autocentrato significa che credo in ciò che faccio, e nella mia arte, e nella musica, allora posso essere definito così…. Credo in ciò che faccio, e lo dico.”
 
Una fiducia in se stessi che si apre e si estende a diventare fiducia di fondo nelle possibilità umane, di ciascun essere umano a modo suo come si è visto prima. A ciascuno è dato sognare, e sono dati gli strumenti per realizzare il sogno.
 
“Piagnucolare non basta. Ciò che i ’60 hanno fatto è stato mostrarci le possibilità e la responsabilità che ciascuno di noi aveva. Non era la risposta. Ci ha fatto solo intravedere la possibilità. (…) Impara a nuotare. E quando hai imparato, nuota”.
 
 “Tu crei il tuo stesso sogno. (…) Produci il tuo sogno; Se vuoi salvare il Perù, vai a salvarlo. (…) Devi farlo da solo. Questo è quello che i grandi maestri hanno detto dall’ inizio dei tempi. Possono mostrarti la strada, lasciare segnavia e piccole istruzioni in vari libri che oggi sono chiamati sacri e venerati per la copertina e non per quello che dicono, ma le istruzioni sono lì e tutti possono vederle, sono sempre state lì e ci rimarranno sempre. Non c’è niente di nuovo sotto il sole. (…) E la gente non può provvedere per te. Io non posso svegliarti. Non posso curarti. Tu puoi curarti.”
 
Sembra quasi un ruolo socratico, quello che Lennon attribuisce a se stesso ed in generale ai poeti nella società contemporanea.
Lo afferma talvolta in modo esplicito:

 
“Il mio ruolo nella società, il ruolo di ogni artista o poeta, è tentare di esprimere ciò che noi tutti sentiamo. Non dire alla gente come sentire. Non come un predicatore, non come un leader, ma come un riflesso di tutti noi.”
 
Che cosa riflette questo specchio ? Che cosa esprime questo amplificatore ? Che cosa capta, che cosa vede o crede di vedere John nella gente intorno ?
 
I punti fissi della sua visione del mondo sono noti, e non necessitano di essere illustrati qui. Sono quasi tutti espressi nella famosissima quanto radicale “Imagine”, pace, amore, insofferenza per ogni potere politico e religioso, quasi un inno ingenuamente anarchico che non fu veramente compreso subito per quello che era (“grazie a tutto lo zucchero che ci sparso sopra”, ironizzerà John).
 
“Abbiamo tutti Hitler dentro, ma abbiamo anche pace, e amore. E allora perché non dare una possibilità alla pace, per una volta ? (…) Se ciascuno chiedesse la pace anziché un televisore nuovo, ci sarebbe pace. Uscite allo scoperto, fate pace, pensate la pace, vivete in pace, respirate la pace e ci sarà pace”
 
E’ il Lennon più risaputo.
Ma andando un po’ più in profondità si incontrano altri temi, forse meno appariscenti, ma molto presenti soprattutto nell’ ultima fase della sua vita. Temi forse meno comunicabili, forse, semplicemente troppo in anticipo sui tempi, come accadrà anche a Pasolini.

 
Uno è il tema della cura, del prendersi cura di qualcosa o qualcuno, nutrire quel sentimento che non può mai essere dato per scontato ma va protetto e rinnovato sempre, un impegno che non cessa mai.
 
“Abbiamo questo dono dell’ amore, ma l’ amore è come una piantina pregiata. Non puoi limitarti ad accettarlo e lasciarlo in un armadio o pensare che se la caverà da solo. Devi continuare ad innaffiarlo. Devi davvero averne cura e nutrirlo.”
 
Lennon esprime l’ idea di cura come esercizio costante con la più semplice ed antica delle metafore: la preparazione del pane quotidiano.
 
“Facevo il pane (…) E dopo aver impastato ed infornato le pagnotte, mi sentivo come se avessi realizzato una conquista. Ma era nel vedere mangiare quel pane che pensavo, Beh, Gesù, non merito un disco d’oro, o di essere fatto cavaliere, niente ?”
 
L’ oggetto principale di questa cura sono i bambini. Non sorprende che nell’ ultima fase della sua vita John Lennon,  allontanatosi dal clamore delle scene e disintossicato dalla droga, abbia preso molto sul serio il suo ruolo di padre ed il rapporto con il figlio Sean, avuto da Yoko Ono.
 
“La pressione che deriva dall’ essere genitori è la più alta del mondo. Essere un genitore consapevole e prendersi cura della salute fisica e mentale di un piccolo essere è una responsabilità che la maggior parte di noi, me compreso, per lo più evita, perché è troppo pesante. Per farla breve, il motivo per cui i ragazzi diventano matti è perché nessuno può fare fronte alla responsabilità di farli crescere.”
 
“Non puoi ingannare i bambini. Se li inganni quando sono piccoli, te la faranno pagare a sedici o diciassette anni ribellandosi, odiandoti o con tutti i cosiddetti problemi adolescenziali. Finché alla fine sono abbastanza grandi da affrontarti e dire: ‘che ipocrita sei stato per tutto questo tempo. Non mi hai mai dato quello che volevo davvero, che eri tu’“.
 
Era troppo presto perchè una figura paterna potesse esprimere questi concetti, e fare il pane ed accudire un bambino, e forse è ancora 
oggi troppo presto.

Ma non sarebbe stato da lui preoccuparsene.
 
“Gli altri giudichino. Io sto facendo. Io faccio. Non indietreggio per giudicare. Faccio.”

 

Persi nella Matrice

 

 
 (L' immagine è un regalo di Emmart, di qualche tempo fa…)
 
Lo confesso, ogni tanto mi ci perdo, come potrebbe perdersi un goloso in una fabbrica di cioccolato.
 
Parlo dei motori di ricerca, naturalmente, di quel piccolo innocente meccanismo che rende l’ uso della Rete più o meno simile ad avere sottomano l’ Oracolo di Delfi, o i Sette Savi in seduta plenaria.
 
Non c’è domanda a cui non si trovi risposta con due – tre tentativi o “googlate” che dir si voglia. E se mai dovesse accadere che la risposta non salti fuori, beh, la conclusione più verosimile dovrebbe essere che quella risposta non c’è, e che ci si è imbattuti in una domanda a cui nessuno ha mai risposto.
È al tempo stesso bellissimo e terrificante.
 
Per chi è curioso e felice di esserlo, le domande hanno questo di brutto, ma anche di bello, il fatto di venire a grappoli e collane, è come mangiare le noccioline, una volta iniziato non c’è modo di smettere, ogni risposta fa nascere nuove ed ulteriori domande in una sequenza potenzialmente infinita. E di domanda in domanda si va alla deriva, allontanandosi inesorabilmente dalla questione iniziale fino a scordarla, naufragando nel mare virtuale, trascinati lungo una rotta non pianificata che ad un certo punto diventa impossibile da riprodurre all’ indietro, neppure ripercorrendo i link.

Mi trovo allora come Ulisse, gettato su una spiaggia sconosciuta, dopo aver toccato mille terre e scoperto mille collegamenti e insospettabili corrispondenze, avendo ficcato il naso in giardini sconosciuti per il tempo necessario ad annusarne i profumi.
Torno a casa chiudendo una dopo l' altra le finestre sullo schermo, il più delle volte non c’è altro modo, stanco ed un po’ frastornato.

Arricchito ?
Un po’ sì ed un po’ no.
Sì per aver scoperto mille cose che non conoscevo, no per non averne approfondita nemmeno una. Allargato ma appiattito, vorrei dire, so più cose o forse meglio ho più informazioni e meno conoscenza, non so se riesco ad esprimere il concetto.
 
Una discussione in casa d’ altri, qualche tempo fa, aveva per oggetto appunto certe affermazioni di Baricco circa il fatto che la profondità non sia più un valore, una fonte di senso del mondo, affermazioni che si prestano ad essere interpretate “tout court” come un elogio della superficialità.
Io non credo che le cose stiano propriamente così, in particolare non credo che il riconoscere che la profondità non è più concetto fondativo del nostro modo di pensare comporti automaticamente che lo sia invece la superficialità.
 
Credo che un buon esempio di ciò che intendo dire lo offra proprio la blogosfera.
Non ci può essere profondità in un blog, lo vieta prima di tutto l’ affaticamento della vista quando affronta i pixels, il che obbliga chiunque scriva online a contenere il più possibile la lunghezza di ciò che scrive.
Ma a questo lo obbliga anche il carattere stesso del blog, che molto di rado costituisce l’ attività centrale del suo autore. Si tratta normalmente di una forma espressiva ludica che costituisce un piacere o realizza un bisogno di espressione libera della propria personalità spesso impossibile da realizzare nella vita di tutti i giorni.
Se si tratta di un’ attività che viene svolta per diletto, ne consegue che il blogger è etimologicamente, in larga misura un dilettante.

Occorre naturalmente recuperare il senso proprio ed arcaico del termine, quel senso in base al quale Aristotele sosteneva la superiorità delle attività che si intraprendono senza un fine pratico, o i Romani significativamente ponevano l’ “otium” come attività più nobile e degna rispetto al pratico “negotium”.
 
Occorre insomma liberarsi del senso deteriore del termine nato quando è parso che l’ unica attività che all’ uomo possa competere sia quella di produrre, salvo poi la necessità di consumare subito ciò che si è prodotto, altrimenti il sistema non si regge in piedi.
 
Il blogger rappresenta dunque un dilettante (talvolta) nel senso migliore, nobile ed originario del termine, uno che scrive con sacrificio di tempo e fatica perché ne ha voglia, non perché costretto a farlo, né per ricavarne un profitto.
Un blog tenuto per diletto, sul quale non è possibile trattare in maniera approfondita un qualsiasi argomento è automaticamente superficiale ?

Io non trovo che sia necessariamente così.
Trovo invece molti di questi luoghi assai ricchi di significato, palestre per la mente, luoghi non banali di confronto in cui ci si trova spesso a ripensare le proprie idee nella luce diversa in cui un commento intelligente riesce a porle.
Luoghi ricchi di significato.
Proprio questo credo che sia il punto.

Il tempo che stiamo vivendo non segna il passaggio dalla profondità alla superficialità, non necessariamente almeno. Nei casi migliori, segna il passaggio dalla profondità alla ricchezza.
Ricchezza di una molteplicità di temi che si intrecciano e si rimandano, link dopo link fino a perdere spesso il filo della ricerca originaria, così come avviene “googlando”.
Un’ esplorazione orizzontale, insomma, che è come un navigare rispetto ad un immergersi, ma un’ esplorazione in cui comunque qualcosa di nuovo ed interessante si incontra sempre e si porta con se.
Qualcosa, spesso, di interessante e non banale.
 
La sapienza sta da qualche altra parte, d’ accordo, ma la saggezza può anche essere più vicina di quanto uno creda.
 

 

Fa sempre piacere …

 
L’ amico
capehorn ha voluto condividere con me un piccolo premio a sua volta ricevuto.  
Mi fa un grande piacere, lo ringrazio di cuore.
Dovrei a mia volta distribuire, la cosa mi crea un po’ di imbarazzo. Proverò ad elencare i blog che più volentieri visito, lasciando ai rispettivi proprietari (gente talvolta un po’ difficile…) la libertà di cogliere o meno questo mio apprezzamento.

Dunque:

La Poetessa Rossa perchè è una vera amica e per il suono delle sue parole
Red Pasion
, direi, perchè sa sempre mantenersi donna di classe in un contesto che talvolta…
Carlo che sogna perchè è un poeta
Ferite invisibili per il valore di ciò che testimonia
Orsarossa : non potremmo essere più diversi eppure…
Lefty : idem
Peer Gynt nonostante il pessimismo cosmico..
Melpunk perchè è inimitabile
Lightofyoureyes perchè sempre scrive da dio
Larpaderba per i temi e la sensibilità

 
 

…BiPremio Blog…

L’ amico Astrogigi, giustamente premiato per il suo blog sospeso fra scienza e poesia  "Il Signore delle Stelle" http://astrogigi.splinder.com, con il premio Arte y Pico Award, ha voluto condividerlo con me.

La Poetessa Rossa, a cui lo avevo volentieri passato, me lo restituisce con un passaggio all’ indietro. Non so se il Regolamento lo consente, ma io intanto me lo prendo e ringrazio.. :-))))

Questo è il regolamento per chi lo riceve :

1) scegliere 5 blog che si considerano meritevoli di questo premio, per creatività, design e materiali particolari utilizzati, e che diano un contributo alla comunità dei blogger, indipendentemente dalla lingua!

2) ogni premio assegnato,deve avere il nome dell’autore e il collegamento al suo blog, così che tutti lo possano visitare;

3) ogni premiato deve esibire il premio e mettere il nome e il collegamento al blog di colui che ti ha premiato;

4) Il premiato deve mostrare il collegamento con il blog ARTE Y PICO  dove nasce l’iniziativa http://arteypico.blogspot.com/

5)  pubblicare le regole.

Io segnalo quindi questi 5 blog:

http://lapoetessarossa.splinder.com/

http://lefty333boy.splinder.com/

http://lascatolina.blogspot.com/

http://lacurandera.splinder.com/

http://dilia.splinder.com/

Sono blog molto diversi fra  di loro, ma hanno in comune, oltre al fatto di essere amici miei, una profonda sincerità di espressione.