Fondamentalisti e riluttanti

“(…) parlare di guerra è puro nonsenso. Serve solo a mobilitare irrazionalmente l’ opinione pubblica interna per ragioni di lotta politica (…)

La campagna per la guerra è una formidabile propaganda per l’ arruolamento all’Islam violento, un regalo ai nostri nemici, il cui obiettivo è il compattamento integralista di tutto l’ Islam”

G. Zagrebelski – Repubblica 12/1/14

Non mi piacevano le vignette di Charlie Hebdo, così come non mi piaceva l’ Ultima Tentazione di Cristo, pur da ateo ho sempre provato fastidio per la blasfemia, credo che ciascuno di noi abbia qualcosa che considera sacro e che non vuole vedere profanato. Per me, forse, è il silenzio di certe vette.

Scherza coi fanti e lascia stare i santi, amava ripetere la mia religiosissima nonna, buonanima. Io da parte mia provo persino fastidio se  mi capita di ascoltare una bestemmia, ma forse quella è più che altro una questione di logica. Se credi in Dio (vorrei dire al bestemmiatore) forse non è cosa buona per te insultarlo, e se non ci credi, chi stai insultando ? E’ illogico, ecco tutto.

Detto questo, le convinzioni di ciascuno e l’ apprezzamento o meno di quelle vignette sono elementi del tutto irrilevanti. Non è questo il punto, semplicemente, e “Je suis Charlie” non significa affatto “mi piace quello che fanno”. Il punto è che , semplicemente, al fanatismo si risponde solo con la difesa, pacifica e ferma, della libertà. I morti li fanno i kalashnikov, non le vignette.

Se cominciamo a disquisire sull’ opportunità o meno di pubblicare una vignetta finiamo dritti dritti a parlare di una cosa che ha sempre avuto un nome preciso: censura, e purtroppo non ci sono vie di mezzo. Chi decide cosa va bene e cosa no, qual’ è il criterio, qual’ è la misura ? Il rispetto ?

In Arabia Saudita in nome del “rispetto per l’ Islam” non puoi mangiare o bere in pubblico durante il Ramadan, portare un crocifisso, entrare in una moschea, dire la messa, andare in giro a testa scoperta se sei donna, mangiare una salsiccia o bere una birra. L’ ideale sarebbe che diventassi musulmano anche tu, e ancorché musulmano, che ti astenessi dall’ aprire un blog. Di vignette poi, non ne parliamo proprio. Qualunque cosa è un’ offesa.

A quel punto, sempre in nome del “rispetto” dovremmo astenerci anche dal fare battute sulla calvizie di Berlusconi, sulla statura di Brunetta o sui dentoni di Renzi, dovremmo evitare le vignette su meridionali, neri, gay, ebrei, immigrati, carabinieri, matti, anziani, disoccupati. Facciamo prima ad abolire la satira, visto che quando si ride, si ride sempre alle spalle di qualcuno.

I sovrani di un tempo non erano certo modelli di illuminata tolleranza, eppure il giullare lo tolleravano, anzi lo incoraggiavano, così come durante il Carnevale era tradizione accettata che si eleggesse il re dei Pazzi a cui era concesso dire impunemente qualsiasi enormità. Perché quei sovrani avevano pur bisogno che qualcuno gli dicesse la verità anche su loro stessi, e sapevano che al fondo di ogni satira un granello di verità c’è, ed il giullare è l’ unico che può permettersi di dirla pubblicamente, quella verità, mentre a tutti gli altri tocca assecondare il sovrano, se non vogliono finire male. I truci tagliagole del fondamentalismo invece no, loro non tollerano la satira. Del resto, non la tollera nessuno che si sia convinto di fare la volontà di Dio, perché  nella loro convinzione non possono e non devono esserci crepe, niente che possa incrinare quella granitica convinzione, neppure l’ ombra del dubbio che quella iperbolica pretesa (fare la Volontà di Dio !) possa in fondo essere un’ enorme fesseria.

Chi è forte tollera la satira e lo sberleffo del giullare, chi lo uccide lo fa perché, in fondo in fondo, qualche senso di inferiorità lo nutre. Una lugubre ferocia non è affatto una dimostrazione di forza.

“Oggi sarebbe necessario che le autorità dell’ Islam francese avessero il coraggio di prendere posizione con forza e senza ambiguità non solo contro la violenza in generale, come hanno già fatto molte volte, ma ance contro la violenza interna alla loro religione, denunciando la parte di oscurantismo presente nel mondo musulmano”

Marc Augé – Repubblica 10/1/14

Quello che c’è di particolare in episodi come questi non è il fatto di essere compiuti da musulmani ma di essere compiuti dichiaratamente in nome dell’ Islam. È proprio per questo che la faccenda non è più un fatto personale o “un’ azione di folli”. Viene generalizzata perché chi lo compie vuole che lo sia. Uccide per dare una lezione, per manifestare qualcosa, e ciò che vuole manifestare in questo caso è appunto l’ Islam. Ora, se qualcuno compie un massacro in mio nome o in nome dei valori in cui credo, trovo naturale alzare la voce per dichiarare, nel modo più netto possibile, “not in my name”. In questo caso molti musulmani l’ hanno fatto, e dovrebbero farlo anche quelle autorità che ancora si nascondono dietro ai distinguo. Qui non c’è niente da distinguere.

Quello che penso io dopo avere valutato i fatti è che è sbagliato saltare alla conclusione populista che “questo è l’ Islam”. Però mi sono convinto che è altrettanto sbagliato concludere nel modo più politically correct che “l’ Islam non ha niente a che vedere con queste cose”. La storia degli attentatori di Parigi raccontata nel post precedente penso che parli da sè.

C’è una componente di rabbia, certamente, e di ribellione ad una emarginazione che appare senza speranza di redenzione. E c’ è persino una componente di narcisismo, nell’ azione eclatante che assicura al suo autore ben più di un quarto d’ora di notorietà: oggi un terrorista può persino farsi intervistare in diretta nel corso della sua azione, come abbiamo visto.

Ma questo non è tutto, e sottovalutare l’Islam radicale è un errore. Gente disposta a sacrificare la propria vita e quella dei propri figli pur di uccidere quanti più infedeli possibile non va presa alla leggera. E di certo, la trovata della Le Pen di reintrodurre la pena di morte per scoraggiare degli aspiranti martiri farebbe sorridere se non denotasse una assoluta incomprensione dell’ intera faccenda.

La verità è che c’è un’ area grigia, una zona torbida dove l’ Islam più fondamentalista (ma non di per se violento) e quello integralista (per sua natura politicizzato) possono facilmente sconfinare nella lotta armata.

Noi italiani di “zone grigie “ ce ne intendiamo. Sarebbe facile citare la collusione o contiguità con la mafia e la camorra, ma io credo che il parallelo più illuminante sia un altro, quello con gli anni di piombo. In quegli anni le Brigate Rosse e le altre formazioni armate rivoluzionarie si resero responsabili di atti di terrorismo che comprendevano rapine, ferimenti, omicidi. Un’ escalation culminata col rapimento e l’ uccisione di Moro. Riguardate le immagini di quei tempi e dite se non trovate analogie, persino nel tono del comunicati. Erano di sinistra le BR ?

Alla gente di destra era persino inutile chiederlo: non sono solo di sinistra, quello è il comunismo, quello vero duro e puro, Lenin in persona applaudirebbe.

Dalla parte opposta si faceva notare che la stragrande maggioranza delle persone di sinistra aborrono la violenza, che le parole d’o della sinistra sono la solidarietà e l’ uguaglianza, che molte vittime delle BR erano di sinistra, ecc. e che, in ultima analisi, quegli atti di violenza danneggiavano proprio la sinistra. Chiaro, no ?

No.

No perché anche lì vegetava l’ area grigia, quella dei distinguo, quella che se si spinge la gente alla disperazione poi non ci si deve meravigliare delle conseguenze. Che, certo, l’ esercizio della violenza è sempre da condannare, ma che dire allora della violenza dello Stato? Compagni che sbagliano, ecco chi erano i brigatisti. Vale a dire che, sbagliando, restano pur sempre compagni. Ed è difficile, pur condannandoli, non comprenderne le ragioni. E se così è, sarebbe davvero da infami denunciarli. Mi spiego ?

«Vidi crollare prima una e poi l’altra delle torri gemelle del World Trade Center. E allora sorrisi».

«Riflettevo su quanto mi avesse sempre urtato il modo in cui gli Stati Uniti si comportano nel mondo; la continua intromissione del vostro Paese negli affari degli altri è insopportabile. Vietnam, Corea, Taiwan, il Medio Oriente, e adesso l’ Afghanistan: in ognuno dei grossi conflitti e delle prove di forza che hanno dilaniato l’ Asia, il mio continente natale, gli Stati Uniti hanno giocato un ruolo centrale»

M. Hamid – Il fondamentalista riluttante

Non si può ignorare il ruolo prominente che in questa brutta storia svolgono gli Stati Uniti.

La radicalizzazione dei musulmani moderati nelle moschee europee, come dimostra la storia dei fratelli parigini, è stata alimentata dalla pubblicazione delle vergognose foto provenienti dal campo di detenzione di Abu Graib , in Iraq. E tutti hanno notato come nei cruenti video dell’ IS, gli ostaggi occidentali appaiano sempre con una tuta arancione molto, molto simile alle uniformi dei prigionieri di Guantanamo, una macabra rivincita.

Non basta. Lo stesso califfo Al Baghdadi ha iniziato il suo proselitismo politico , dapprima come affiliato ad Al Qaeda, poi in forma autonoma, in un altro campo di prigionia americano in Iraq, del tutto simile ad Abu Graib, chiamato Camp Bucca. Frutti avvelenati della “guerra al terrore “ che George Bush jr dichiarò nel 2001, insomma, e che fu percepita dagli arabi come una una mostruosa ingiustizia.

La storia di Al Qaedanon era stata molto diversa. Avendo avuto una frequentazione costante, per molti anni, del Medio Oriente, sono stato testimone del progressivo inasprimento del sentimento antiamericano, e successivamente antioccidentale, sin dai tempi della prima Guerra del Golfo, quella di Bush padre nel 1990 a seguito dell’ invasione irachena del Kuwait, una guerra che pure aveva motivazioni ben più solide delle fantomatiche armi di distruzione di massa usate a pretesto per la seconda e mai trovate.

“Il primo effetto di una guerra dichiarata genericamente contro l’ Islam sarebbe di combinare in un unico fronte nemico gli islamici che vivono nei nostri Paesi e che, bene o male, vi si sono integrati. (…) Se ci si vuole imbarbarire e dare argomenti all’ Islamismo presso persone che ne sarebbero immuni, questa è la strada sicura (…) come crederemmo che si schiererebbero? Con noi contro l’ Islam o con l’ Islam contro di noi ?”

G. Zagrebelski – Repubblica 12/1/14

Educazione sentimentale del Nemico

Certi eventi lasciano sbalorditi, e le reazioni, quando arrivano, arrivano dalla pancia assai prima che dalla testa. E così, sulla vicenda Charlie Hebdo ne ho sentite di tutti i colori, e non sempre i colori erano belli. Tanti giudizi, non sempre meditati, tante opinioni non sempre argomentate e condivisibili, e pochi dati di fatto, per dire le cose come stanno. Mentre io resto cocciutamente ed ostinatamente convinto che è meglio prima cercare di capire, e che per capire è assai utile semplicemente sapere. Il primo vero aiuto in questa direzione l’ ho trovato solo il 17 gennaio, nel lungo articolo di fondo dell’ International New York Times recuperato per caso su un volo internazionale, opera assai meritoria e documentata di due veri giornalisti, Rukmini Callimachi e Jim Yardley, la prima dei due ha sfiorato il Pulitzer nel 2009, mentre il secondo l’ ha ottenuto nel 2006, tanto per dire. L’ articolo lo si trova anche online, non so fino a quando. Ne dò conto come posso, ai viandanti desiderosi come me di saperne un po’ di più prima di farsi un’ idea.

Per capire come nasce questa brutta storia dobbiamo fare un passo indietro, direbbe Lucarelli, indietro fino al 1994. In quell’ anno i fratelli Said e Cherif Kouachi, di 14 e 12 anni rispettivamente, rimasti orfani di padre e di madre, vengono assegnati dal tribunale dei minori ad un orfanotrofio, dove crescono come adolescenti qualunque, tra partite di pallone e qualche spinello di nascosto. Lì rimangono fino a quando Said raggiunge la maggiore età e decide di trasferirsi a Parigi con fratello più piccolo. Vanno ad abitare in un quartiere di quelli a forte concentrazione di immigrati nordafricani, non lontano da Belleville, per intenderci, e cercano qualche lavoro. Cherif si impiega come fattorino presso una catena di pizzerie a domicilio. Nulla da segnalare.

Facciamo un salto in avanti fino al 2003, quando i due fratelli cominciano a frequentare una certa moschea in Rue de Tanger. Qui incontrano la prima delle persone “importanti” di questa storia. Si tratta di un quasi coetaneo, Farid Benyettou, un musulmano molto osservante e studioso autodidatta, come spesso accade nell’ Islam  dove non esiste un clero “ufficiale”. Oltre alle chiacchierate in moschea, Farid offre “lezioni private” nel suo domicilio parigino, i fratelli Kouachi ne diventano frequentatori abituali ed il fondamentalismo religioso del loro amico li spinge rapidamente verso una pratica dell’ Islam sempre più rigorosa.

Il 2003 è però anche l’ anno in cui, a seguito dell’ invasione americana in Iraq, emergono e circolano le immagini dei terribili abusi sui prigionieri di Abu Graib. Di questo ovviamente si discute, a casa di Benyettou, di questo e della vendetta, dell’ offesa intollerabile per tutti i musulmani, e della necessità di “fare qualcosa”, dell’ accettabilità secondo il Corano degli attacchi suicidi, della guerra santa insomma. La jihad.

Per effetto di questi discorsi, nel 2004, Cherif Kouachi comincia ad accarezzare l’ idea di un’ azione eclatante proprio lì, a Parigi, in centro, qualcosa che uccida un bel numero di ebrei sionisti, per esempio. Ne parla con Benyettou che lo dissuade, gli nega il permesso, ma gli offre un’ alternativa. Lo mette al corrente di un certo canale segreto per entrare in Iraq ed unirsi ai guerriglieri che a Falluja combattono contro gli americani. Cherif è un ventenne balordo, non ha nessuna preparazione, quel poco che sa di armi l’ ha imparato dalla rete navigando sui siti specializzati, nondimeno decide che non può e non vuole tirarsi indietro, accetta la proposta. Il 20 gennaio 2005 viene arrestato mentre sta per imbarcarsi su un volo che lo avrebbe portato prima in Italia e successivamente lì dove il dovere lo chiama. I poliziotti che lo arrestano lo descrivono come un ragazzo timido, impaurito, quasi sollevato all’ idea del fallimento del suo stesso piano.

In attesa di processo (evidentemente non siamo gli unici al mondo con la giustizia lenta), Cherif trascorre ben 20 mesi nel carcere di Fleury-Mérogis, una delle prigioni più famigerate di Francia. Pullula di musulmani, neanche a dirlo, e di musulmani radicali, e tra questi si trova addirittura una “star”: Jamal Beghal, la seconda persona importante in questa storia di formazione.

Jamal è un jihadista esperto, è membro di Al Qaeda, si è addestrato in Afghanistan, ed è giunto in Francia per una ragione precisa, è stato incaricato di creare una cellula locale che organizzi e metta in atto attentati contro obiettivi americani in Francia. Si trova a Fleury-Mérogis appunto per aver progettato un attentato all’ Ambasciata americana di Parigi, nel 2001.

Il regolamento carcerario prevede l’ isolamento dei detenuti per 22 ore al giorno, ma il carcere è sovraffollato, c’è una guardia ogni 100 detenuti, ed uno come Jamal i modi per comunicare li trova, eccome. Jamal ha una mente sveglia, è carismatico, non è difficile immaginare come il giovane Cherif ne resti subito affascinato, così come pure un altro detenuto, uno che ha la cella proprio sotto a quella di Jamal, un 23enne in carcere per rapina a mano armata. Il suo nome è Amedi Coulibaly.

Cherif esce di galera nel 2006, la condanna è stata mite, il tribunale lo ha giudicato un “pesce piccolo” nella rete di Farid Benyettou,  e di certo lo era, quello che il tribunale non sa è che Cherif non è più l’ adolescente impaurito descritto nei rapporti della polizia, benché un qualche indizio della sua “maturazione” lo dia ad esempio rifiutando di alzarsi in piedi all’ ingresso del giudice, che è una donna.

Uscito dal carcere ritrova il fratello Said, rimasto lontano dai guai ma anche lui sempre più radicale nelle sue convinzioni. Tra un lavoretto precario e l’ altro, è diventato addetto municipale, ma rifiuta di  dare la mano alle donne, pretende di portarsi al lavoro il tappeto da preghiera, insomma tanto fa che si fa licenziare. Cherif intanto cambia casa, nel 2008 si sposa, parte per il viaggio di nozze, in pellegrinaggio alla Mecca.

Nel 2009 escono dal carcere anche Amedi Coulibali ed il boss, Jamal Beghal. Quest’ ultimo si stabilisce a Murat, un minuscolo paesino di montagna a 500 km da Parigi. La polizia lo tiene d’ occhio, naturalmente, e non senza ragione: Jamal infatti riprende presto i contatti con i suoi amici in carcere e fuori, compresi Coulibaly e Khoudy. Prima missione, un’ azione militare per liberare un certo Ali Belkasim, un terrorista di origine algerina condannato all’ ergastolo per un attentato al metrò. Il piano viene sventato, Coulibali e Beghal tornano in carcere, Cherif la scampa, non ci sono prove a sufficienza e lui fa scena muta in tribunale, non una parola per tutta la durata del processo.

Siamo ormai nel 2011, e Cherif (verosimilmente è proprio lui e non Said) parte per lo Yemen usando il passaporto del fratello incensurato, allo scopo di completare la propria formazione in un campo di addestramento della sezione yemenita di Al Qaeda, quella stessa che rivendicherà l’ attacco a Charlie Hebdo. Riesce anche ad ottenere fondi per le azioni che ha in mente, è un terrorista adulto, ormai, il Nemico è pienamente formato, sa come procurarsi le armi, qualcuna gliela trova il suo vecchio amico Coulibaly, che a sua volta si avvicinerà all’ ISIS. Insomma adesso Cherif sa come organizzare un’ azione in proprio, deve solo prepararsi e individuare l’ occasione giusta.

In un documento trovato nel suo PC già l’ anno prima si dice: “Un martire si apre la strada nella base nemica, o si dirige verso un guppo sparando a distanza ravvicinata senza aver preparato una via di fuga. L’ obiettivo è quello di uccidere quanti più nemici possibile. L’ autore dell’ azione rimarrà probabilmente ucciso egli stesso”. Il linguaggio è da commando militare, come a Falluja, il fatto che il “nemico” nel suo caso sia armato solo di matite deve essere parso a Cherif un dettaglio poco rilevante.

Questi sono i fatti, questa è la storia, la storia di una formazione, dell’ educazione di un Nemico. Di inquinarla con le mie opinioni non mi va, ve la lascio così com’è.

Il resto è cronaca, che è inutile ripetere qui, ancora riempie i giornali, è cronaca di un massacro anzi di due, l’ azione contemporanea di Coulibaly, secondo il portavoce di Al Qaeda non era stata programmata, la coincidenza è stata semplicemente “una grazia di Dio”.

La morte è troppo poco

Il periodo festivo ha fatto passare quasi sotto silenzio una notizia che secondo me avrebbe meritato una visibilità ed un dibattito maggiori, per diversi aspetti alquanto particolari.

Cominciamo col dire che il belga Frank Van den Bleeken, per sua stessa ammissione, non è una bella persona. Ho provato a ricostruirne la storia attraverso le notizie apparse in Rete, non posso garantire che sia corretta al cento per cento, ma più o meno è la seguente.

Finito in carcere all’ età di 22 anni per una serie di stupri, cinque anni dopo Frank  viene rimesso in libertà vigilata per buona condotta, e ne approfitta subito per aggredire altre vittime, finendo per violentare e strangolare una ragazza di 19 anni. Se avesse una coscienza, ci si troverebbe sopra anche la madre della ragazza stessa, morta poco dopo per il dolore. Ergastolo stavolta, peraltro più che giustificato. Da allora, e per i successivi 25 anni, Frank è rimasto in carcere ma, secondo quanto lui stesso dichiara, senza perdere affatto il vizio: “Se sarò rimesso in libertà mi comporterò allo stesso modo, sono un pericolo pubblico”. Psicopatologia criminale conclamata e riconosciuta. A tal punto che lui stesso ha chiesto di essere ricoverato presso una clinica specializzata per essere curato. Permesso negato, apparentemente il detenuto è stato classificato “incurabile”, o forse nessuno aveva voglia di accollarsi un simile elemento.

In subordine, Frank ha allora chiesto di poter accedere all’ eutanasia, che in Belgio è legale. “La mia vita qui non ha nessun significato, potrebbero allo stesso modo mettere al mio posto un vaso di fiori. Preferisco morire subito.”.

Polemiche infuocate, naturalmente. Frank non è un malato terminale, e le “intollerabili sofferenze” che dichiara non sono di natura fisica. Si tratta insomma di un caso alquanto estremo di autodeterminazione, al limite dell’ applicabilità di una legge concepita per ben altri motivi, tanto che, a seguito dell’ iniziativa di Frank, pare che altri detenuti abbiano presentato analoga richiesta. Alla fine comunque, dopo una battaglia legale durata due anni, il permesso è accordato, l’ eutanasia fissata per l’ 11 gennaio 2015. (Nemmeno il tempo di finire il post, ed il ministro della giustizia belga annulla tutto e concede il ricovero in una struttura psichiatrica statale).

Ma l’ aspetto più interessante della questione, a mio avviso, è l’ atteggiamento dei parenti, nella fattispecie le sorelle, della ragazza assassinata. Si potrebbe immaginare che abbiano tirato un sospiro di sollievo all’ idea che lo stupratore assassino tolga finalmente il disturbo e liberi il mondo dalla sua nefasta presenza. E invece no. Le sorelle si sono tenacemente opposte alla concessione dell’ eutanasia con la motivazione che si tratterebbe di una via d’ uscita troppo comoda e confortevole per una persona che merita di “marcire in carcere fino alla fine dei suoi giorni”. (Difficile che adesso prendano bene il ricovero in clinica, ma non importa).

Lungi da me il voler fare moralismo o retorica sulla pietà cristiana, ecc., non è questo il punto. Il punto (secondo me) è che da che mondo è mondo la pena di morte è sempre stata considerata il non plus ultra del rigore giudiziario e, per i suoi sostenitori, è semmai il carcere, sia pure il carcere a vita, una scappatoia troppo comoda, un castigo troppo blando di fronte a certi delitti. Occhio per occhio, dente per dente, una vita per una vita, in qualche Paese non proprio all’ avanguardia dei diritti umani è persino riconosciuto ai parenti delle vittime il diritto di eseguire personalmente la sentenza giustiziando il reo con le proprie mani.

In questo caso invece no, l’ eutanasia/esecuzione del condannato viene contestata dai parenti delle vittime, ed il motivo vero della contestazione è palesemente il fatto che Frank l’ abbia scelta e perseguita. Se intendo bene questo approccio contorto, insomma, mi pare che qui superi persino il principio dell’ occhio per occhio. Una vita per una vita non è abbastanza. Quello che conta è infliggere la maggior sofferenza possibile e dunque, se il colpevole veramente la desidera, allora la morte è troppo poco.

Umano, troppo umano. Androide

 

 

« La mia mente sta svanendo. Non c’è alcun dubbio. Lo sento. Lo sento. Lo sento.

Ho paura. »

Così diceva il computer HAL 9000 in una scena famosa di 2001 Odissea nello spazio, mentre il protagonista, Dave lo disinstalla, per non essere ucciso da lui. La mia mente sta svanendo.

Le scene più celebri dei film, quelle che rimangono icone dell’ immaginario collettivo sono spesso quelle che alludono in modo più o meno indiretto e mediato, alle angosce profonde della condizione umana.

La mia mente sta svanendo. Dimenticare i nomi, incepparsi talvolta nel parlare, fare una pausa perché manca una parola. Capita a tutti, è cosa normale.

Con il passare degli anni i meccanismi si affinano, la memoria a lungo termine si rafforza, persino, ma l’ archivio è pieno, è come un hard disk zeppo di files, me lo immagino, così il processore rallenta un po’ e l’ accesso ai dati diventa più faticoso. Servirebbe una deframmentazione, o persino una bella formattazione con relativo back up dei dati per avere di nuovo la memoria bella lucida e tagliente, con un “random access” fulmineo. Non si può, e non sono nemmeno sicuro che sarebbe piacevole sottoporcisi, se pure si potesse, e dunque teniamoci il processore zoppicante e l’ accesso qualche volta incerto.

La mia mente sta svanendo, lo sento. D’ accordo, è tutto regolare, prevedibile e previsto, non c’è niente di strano, eppure quel pensiero sottile come un foglio di carta è capace d’ infilarsi anche sotto una porta blindata.

Che cos’è dunque la disinstallazione di HAL 9000 supercomputer capace di tutto, controllare l’ astronave, parlare, giocare a scacchi e leggere i labiali, che cos’è se non una metafora dell’ Alzheimer o della demenza ? Una parabola della progressiva perdita di se stessi, perché questo è la perdita della mente, il sentirsi espropriati di se stessi e ricacciati alla prima infanzia, oppure rimanere chiusi in casa, di notte, con le luci che inesorabilmente, una alla volta, si spengono fino a lasciarci nel buio più totale.  David, ho paura.

« Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire. »

Dice un celebre androide in un altro celebre film.

Esperienze di vita, istanti perfetti, percezioni indimenticabili, passaggi di tempo e istanti di pienezza, andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia.

Mutato nomine, fabula de te narratur”, la favola parla di te sotto altro nome, diceva Orazio nelle Satire. parla di te tutte le volte che qualcosa ti scuote e commuove. Vibrazione per risonanza, a questo serve l’ arte. E dunque siamo noi quell’ androide che ha paura di morire, e sono i nostri ricordi, gioie dolori e istanti di pienezza che andranno perduti come lacrime nella pioggia. La nostra vita con tutto quello che contiene.

Umano, troppo umano, quell’ androide.

Ma per fortuna c’è tempo, c’ è tempo, c’è tempo.

 

Il diavolo, probabilmente

« Un perfetto organismo, la sua perfezione strutturale è pari solo alla sua ostilità… un superstite, non offuscato da coscienza, rimorsi, o illusioni di moralità »

Devo qualche spiegazione, mi sa. Per parecchio tempo questo blog, pur non avendo mai tenuto cadenze regolari (non è un prodotto editoriale !) è stato aggiornato mediamente una volta la settimana, negli ultimi due mesi e mezzo invece solo tre post. E’ tempo di raccontare che cosa è successo, cercando di stare sul limite sottile fra giusta condivisione ed inutile esibizione.  Cominciamo dall’ inizio.

Ho sempre avuto in orrore gli ospedali. Bella scoperta, come se qualcuno invece li amasse. Questo non lo so, c’è gente che adora i cimiteri, sente il fascino delle rovine o dei luoghi desolati, per cui mi aspetto un po’ di tutto dai miei simili. Ad onor del vero, però, un patito di ospedali non l’ ho mai conosciuto. In me l’ ospedale causa una vera repulsione, sento una voce dentro che mi dice di scappare, devo farmi forza per varcare la soglia. Del resto, è  così anche se mi tocca andare al catasto o in qualsiasi ufficio pubblico, per cui al fondo di questa repulsione sospetto che ci sia la percezione che in certi luoghi ci si trova per così dire spossessati di se stessi ed assoggettati ad un potere esterno indifferente, anzi potenzialmente ostile. Chi è nato nel meridione, poi, difficilmente riesce a concepire un potere che non sia ostile, che ci volete fare ? Ma non divaghiamo.

Pur nutrendo questa viscerale repulsione, negli ospedali sono entrato ripetutamente in questi anni, per via dei controlli medici previsti dall’ azienda per cui lavoro. Check-up, insomma, necessario al mantenimento del Medical Fitness Certificate. Certificato di buona salute, ma se vuoi fare il figo parli inglese.

Il check-up però, pur richiedendo di frequentare l’ ospedale,  è tuttavia un’ esperienza di natura diversa.  È una conferma che stai bene, che sei in buona salute, che dell’ ospedale non hai affatto bisogno, tu. Ed è proprio lui, l’ ospedale, a dirtelo, negando in qualche modo se stesso. L’ animo umano è complicato, lo so, ma il check up ha il sapore della sfida, e ne esci pensando “tiè”. Una specie di rito scaramantico, insomma, anche se in fondo sai che una sfida non si può vincere in eterno, puoi fuggire come il cavaliere a Samarcanda, ma non per sempre. Specie se il menu del check-up varia e si aggiungono nuovi esami mai fatti prima.

Necessita approfondimento, stavolta dice il referto, nero su bianco. Si consiglia biopsia.

Il mio medico curante è una dottoressa di mezza età, molto pratica e diretta. Pane al pane. E poi è una che ama la montagna, e questo è già di per se titolo di merito. Rifacciamo gli esami, tanto per cominciare, ed aggiungiamone qualcuno non invasivo, prima di precipitarci. Lo dicevo io, che è in gamba.

E dunque, ancora ospedali, come se fosse il match di ritorno. Concentrati sulla partita. Risultato confermato. Due a zero. Torno dalla dottoressa. E allora ? Allora abbiamo un problemino. Cioè ? Le è toccata.

Gli esami invasivi fanno paura, inutile negarlo, ma a questo punto Alien ne fa di più.

Sì, proprio Alien.

Io non so se gli sceneggiatori del film ne fossero consapevoli, personalmente tenderei a pensare di sì, ma la nascita del mostriciattolo, o più precisamente dello xenomorfo (Linguafoeda acheronsis secondo Wikipedia), è la metafora perfetta del granchio tumescente, insomma, del male del secolo. Proprio lui.

Una creatura vivente, eppure aliena, che cresce dentro un corpo umano nutrendosene. Insospettabile e silente all’ inizio, attende pazientemente di essere grande abbastanza da dilaniare il suo ospite. Un parassita, ma un parassita grande abbastanza da essere visto e toccato con mano.

La biopsia in fondo non fa più male di una seduta dal dentista, scopro, e quella che segue è l’ attesa del verdetto, la sentenza del terzo grado di giudizio, la Cassazione medica. Ed il verdetto è ancora a favore di Alien, per la terza volta. Sentenza definitiva, passata in giudicato. Non c’è corte ulteriore, occorre intervenire, una fortuna essersi accorti, anche se avevo sempre pensato che “fortuna” fosse qualcos’ altro. Prima però c’è una ulteriore raffica di esami preparatori. Comincio ad essere un habitué, dell’ ospedale, e mi figuro il bieco edificio che ad ogni mio passaggio borbotta un “tié” alle mie spalle. Fervida immaginazione, lo so, o forse un po’ di coda di paglia. Certo è che ormai entro ed esco con le orecchie basse.

Gli esami di contorno sembrano confortanti, il mostriciattolo non pare avere figliato e si può procedere all’ esorcismo, una specie di interruzione della diabolica gestazione che ospito mio malgrado.

Il diavolo, probabilmente, perché la domanda spontanea è sempre la stessa, perché capita a me, e la risposta alla domanda non c’è mai, perché se ci fosse vorrebbe dire che il mondo è razionale e giusto e tutto sarebbe assai più semplice. Il diavolo, probabilmente.

Facciamola breve.

Il piccolo xenomorfo è stato fatto a fette e rimosso pochi giorni fa ad opera di una specie di Transformer, se vogliamo continuare con le metafore cinefile, e peccato soltanto aver dormito per tutto il tempo durante la battaglia finale. Nella quiete conseguente mi curo le cicatrici, quelle al corpo e quelle all’ orgoglio, e recupero le energie sfruttando gli “arresti domiciliari”.

Gli xenoformi sono infidi, come l’ equipaggio dell’ astronave Nostromo aveva imparato, e perciò serve ancora un po’ di tempo per essere del tutto certi che l’ immondo essere non abbia lasciato tracce, ma è lecito essere ottimisti.

Del resto, come i cinefili sanno, i sequel sono sempre stati delle ciofeche.

Speranza ultima dea (in classifica)

Qualcuno forse si arrabbierà ma io, inutile negarlo, ho un rapporto un po’ conflittuale col concetto di speranza e con tutto il retroterra che si porta dietro.

Da buon cultore della classicità, setaccio il mondo greco-romano alla ricerca di tracce di questa “ultima dea”, ma in realtà ne trovo pochissime. La speranza non era del tutto estranea agli antichi, ma giocava un ruolo assai modesto. I Greci la chiamavano Elpis, ma qualcuno si è mai imbattuto in un tempio di Elpis ?

I Greci conoscevano bene il Fato, la Necessità a cui anche gli dei devono sottomettersi. Al destino occorre adattarsi, cercare di trarne il meglio, ma contrastarlo non si può, sarebbe atto di arrogante superbia, e meriterebbe grande castigo. Si possono certo pregare gli dei perché ci accontentino, si possono fare sacrifici, tutto quel che si vuole, ma dato il carattere imprevedibile e squilibrato della maggior parte delle divinità olimpiche, va da se che ci si può aspettare di tutto.

Sulla speranza esiste tuttavia un dettaglio, piccolo ma significativo.

Qualcuno ricorderà la storia di Prometeo, e di come abbia suscitato la furia di Zeus per aver donato il fuoco agli uomini. Ci abbiamo giocato qui, con quel mito. Qualcuno ricorderà anche che la vendetta di Zeus prese la forma di una donna bellissima. Pandora (“Tutti i doni”), costruita dal fabbro di fiducia, Efesto in persona, col contributo di altri dei (e soprattutto dee).

Come una polpetta avvelenata Pandora fu dunque recapitata, non direttamente a Prometeo ma al suo fratello meno furbo, Epimeteo, con tanto di dono a corredo, un vaso contenente tutte le sciagure, le malattie ed i mali del mondo, il famoso vaso di Pandora. E, come racconta Esiodo, Epimeteo non esitò a fare accomodare in casa Pandora, quest’ ultima non resistette alla tentazione di sbirciare nel vaso, ed ecco che tutti i mali del mondo, le malattie e le sciagure volarono via e cominciarono ad affliggere il genere umano. Al fondo del vaso rimase unicamente la Speranza, dal momento che Pandora, non certo dotata di riflessi fulminei, era finalmente riuscita a richiudere il vaso col suo coperchio.

Esiodo non spiega perché mai proprio la speranza sia rimasta chiusa nel vaso, ma a me sembra che il punto interessante  sia piuttosto un altro. Perché mai la speranza stava lì ? Cosa ci faceva in mezzo a tutti i mali, le malattie, le sciagure  del mondo ? Sembrerebbe che Esiodo non ne avesse un’ opinione particolarmente elevata.

C’è da dire che tutto il mondo classico in generale non trasuda ottimismo, in particolare nei confronti del futuro.era assai diffusa l’ idea che il meglio si trovasse alle spalle, nella favoleggiata “Età dell’ Oro” in cui le cose andavano infinitamente meglio. Per chi vede la storia umana come un lungo declino, la speranza non è di molta utilità.

Le cose cambiarono radicalmente, ovvio a dirsi, con l’ avvento del Cristianesimo, che sulla speranza addirittura si fonda. Speranza nella vita eterna, si capisce, ma anche speranza nella giustizia divina, nella compensazione di tutti i mali nell’ altro mondo.. è con il Cristianesimo che la prospettiva si inverte: L’ Età dell’ Oro non è affatto alle spalle, è davanti a noi, nel futuro, ancorché un tale futuro non sia su questa terra. Il credente ha fede, e questa fede porta con sé la speranza.

La scienza e l’ Illuminismo hanno fatto il resto, riportando il mito dell’ Età dell’ Oro su questa terra, convincendoci che il futuro è progresso, che l’ umanità si muove dalle tenebre verso la luce. La speranza ha dominato il mondo, dalla venuta di Cristo al Novecento, benché non sia mancata, di tanto in tanto, qualche voce dissonante.

Non esiste nessuna immortalità della persona;” si azzarda a dire, seppure in incognito, Spinoza nel Trattato teologico-politico del 1670, “è soltanto un’ invenzione usata da un clero manipolatore per costringerci ad un eterno stato di paura e di speranza, ed in tal modo controllarci”.

Quasi due secoli dopo gli fa eco Kiekegaard: “La speranza è un astuto traditore, più perseverante persino dell’ onestà”. E poco dopo Nietzsche proclamerà la morte di Dio e, di conseguenza, della speranza ultraterrena: “La speranza è il peggiore dei mali, poiché prolunga i tormenti degli uomini”.

Se questo discorso riguarda la speranza ultraterrena, non avrà fortuna molto migliore quella terrena. Il sogno illuminista del progresso, piegato dalle ideologia in speranza “sociologica”, fede nel cammino ascendente della Storia, uscirà distrutto dagli orrori dei totalitarismi e dai massacri dei due conflitti mondiali del Novecento. La stessa idea di progresso fa i conti oggi con l’ ansia crescente per la pura sopravvivenza del pianeta, soffocata dal successo del progresso medesimo, e da un impatto antropico ormai visibilmente insostenibile.

Il mondo contemporaneo, insomma, non lascia troppo spazio all’ ottimismo, quasi nessuno oggi ragionevolmente ritiene che il futuro che ci attende sarà migliore del passato. Non riconosciamo alcuna età dell’ oro nel nostro passato, nessuna epoca di cui razionalmente si possa avere nostalgia, ma allo stesso modo ben pochi oggi pensano che l’ età dell’ oro sia dinanzi a noi, nel futuro.

Nessun assoluto e nessuna certezza, nulla per cui vivere o morire, o, per citare Norberto Bobbio “In quanto laico, vivo in un mondo in cui è sconosciuta la dimensione della speranza”.

Cosa resta allora, se non coltivare le proprie piccole speranze individuali e private, provare a forgiarsi al meglio una sorte personale, rinchiudersi nel particolare. È quello che in fondo è accaduto.

Ma ha senso parlare di speranza se questa on è condivisa ed universale, se non riguarda un futuro migliore non per uno ma per tutti ? Se non è basata, come dice il filosofo Rorty, su una “metanarrazione”, che sarebbe come dire una ideologia, una visione del divenire del mondo, un quadro complessivo della storia ? In un mondo in cui pare preclusa la dimensione della speranza, è difficile trarre un senso esistenziale se non si riesce almeno a trascendere la dimensione individuale, privata, particolare. Se non si recupera un valore, almeno uno, che possa essere condiviso e dare ordine al mondo.

Troppo presi dalla speranza, inseguendo chimere religiose, ideologie politiche, infondati sogni scientisti abbiamo forse trascurato altre dimensioni, ad esempio quella, profonda, della bellezza, e rinunciato a farne il centro di una nuova, o rinnovata  visione del mondo. La bellezza magari non salverà il mondo, come pensava il principe Miškin, ma potrebbe salvare noi nel mondo.

Questo però è un altro discorso.

Il/limitato

illimite

Volevo provare i confini della realtà, volevo vedere a che punto potevo arrivare. Tutto qui, solo curiosità.

Jim Morrison

 

Il limite non è chiusura, ma apertura, esiste più che altro come stimolo intellettuale, o fisico. Il limite è una provocazione, un punto di sfida alla curiosità. Ogni porta chiusa rappresenta un invito ad aprirla.

Eccoti in riva al mare, sul bagnasciuga. Hic sunt leones. Nec plus ultra. Non proseguire oltre, fermati, questo è il tuo limite. Cosa rappresenta questo se non uno stimolo irresistibile a proseguire ? Cosa c’è dall’ altra parte ? E perché mai non dovrei andarci ?

Come dinanzi ad ogni porta chiusa, la sfida consiste nel trovare la chiave, oppure il modo di scardinare, e la motivazione, semplicemente, nel cercare di sapere cosa c’è dall’ altra parte.

Non siamo animali stanziali, non lo siamo mai stati se non nell’ ultimo, brevissimo insignificante periodo della cosiddetta civiltà, un battito di ciglia nella storia di una specie umana che invece ha sempre trovato il senso del proprio destino nell’ esplorazione, cioè nel viaggio. Animali migratori che si fanno domande, bestie curiose in cerca di scoperte, tastando il limite giusto per avere un motivo, qualcosa da superare, uno stimolo ad escogitare, a produrre, a creare.

Creare è produrre qualcosa dal nulla, giusto, ma allora per fare questo prima occorre sentire che ciò che c’è non basta, occorre una mancanza ed un desiderio. Ci vuole una porta chiusa, insomma, che è la domanda perfetta. La curiosità è mancanza, desiderio e stimolo, frusta e sperone.

Può diventare ossessione ?

È questo, proprio questo, il punto. Superare un limite per il gusto di superarlo, per la gioia dell’appagamento, per vedere cosa c’è di là, produce assuefazione, e dipendenza. Superata una porta chiusa subito si va alla ricerca di un’ altra, e poi un’ altra ancora, è questa la dipendenza. E la nuova sfida deve rilanciare, alzare il livello, essere più impegnativa e temeraria, comportare maggiori difficoltà e rischi. È questa l’ assuefazione.

Qualunque cosa arricchisca la vita può degenerare, diventa tossica nel momento esatto in cui ribalta il mezzo col fine e diventa essa stessa, da mezzo, fine. La ricerca fine a se stessa del limite sempre nuovo è una droga, e, come ogni droga, anche un anestetico. Nasconde e copre il dolore. Stimolare certe sensazioni può essere un modo ingegnoso per attutirne altre. La musica a volume eccessivo serve a non ascoltare, il sonnifero serve a non sognare, se i sogni rischiano di essere incubi.

Cosa c’è  dunque dietro a questa ossessione per il limite ? Quale sofferenza si nasconde per non farsi vedere ? La ricerca di limiti esterni non può essere forse un diversivo che distoglie l’ attenzione dal limite interno, da una mancata accettazione di se e della propria finitezza, dei propri stessi confini, che si può cercare di espandere, come gonfiare un palloncino, ma che non si possono davvero rimuovere ?

L’ insoddisfazione profonda, il rifiuto di specchiarsi e riconoscersi si proietta all’ esterno in sfide e tentazioni, irrequietezza e curiosità. Il blocco è una vita non condivisa, un peso sempre addosso, una colpa di vivere irredimibile ed angosciante, un dovere di riscatto ancora più terribile in quanto privo di vere motivazioni.

Non c’è maggior colpa che l’ esser nati, diceva Calderòn, e questo peso, questo carico richiedono una risposta nella forma di un’ assunzione di responsabilità rispetto a cui il limite esterno è una sfida assai più oggettivabile, e dunque, paradossalmente, più gestibile, maneggiabile, dominabile.

Utilizzabile forse, addirittura.