Il racconto, ovvero il mondo

“Abbiamo bisogno di grandi romanzi per strapparci alle letture semplificatrici che siamo soliti fare della nostra vita e di quella degli altri.”

A. Finkielkraut

Il senso delle cose non è davvero nelle cose, ma sta nel racconto intorno alle cose. Il mondo in sé è un groviglio inestricabile ed incomprensibile di accadimenti, un intreccio di fatti e persone, di interazioni casuali e non. Dare un senso al mondo è come estrarre un filo di lana dalla matassa e provare a seguirlo, tirarlo piano piano sperando che non si spezzi, provare a dipanare quanto più è possibile quel gomitolo informe.

“Perché questo mondo che ci pare una cosa fatta di pietra, vegetazione e sangue non è affatto una cosa ma è semplicemente una storia. E tutto ciò che esso contiene è una storia e ciascuna storia è la somma di tutte le storie minori, eppure queste sono la medesima storia e contengono in esse tutto il resto.

Quindi tutto è necessario. Ogni minimo particolare. E questa in fondo è la lezione. Non si può fare a meno di nulla. Nulla può venire disprezzato.

Perché, vedi, non sappiamo ove stanno i fili, i collegamenti. Il modo in cui è fatto il mondo. Non abbiamo modo di sapere quali sono le cose di cui possiamo fare a meno. Ciò che può venire omesso. Non abbiamo modo di sapere cosa può stare in piedi e che cosa può cadere.

E quei fili che ci sono ignoti fanno naturalmente anch’ essi parte della storia e  la storia non ha dimora né luogo d’essere se non nel racconto, è lì che vive e quindi non possiamo mai aver finito di raccontare.

Non c’è mai fine al raccontare. (…) tutte le storie sono una cosa sola. Se ascolti come si deve, sono una unica storia.”

 Quale filo tirare, come seguirlo nelle sue involuzioni, è chiaramente una scelta largamente arbitraria. Si può seguire un personaggio, una famiglia, una comunità, si può attraversare un’ epoca oppure una regione. Però, a seconda del filo che si tira, salta fuori una storia diversa, uno sviluppo diverso, un senso diverso, una diversa interpretazione del mondo.

Il compito del narratore non è facile (…) Pare che sia obbligato a scegliere la storia che racconta tra le tante possibili. Ma naturalmente non è così. Al contrario, si tratta di derivarne tante dall’ unica storia (…) poiché non c’è nulla che cada fuori dai suoi confini. Tutto è racconto. Senza alcun dubbio.

Non c’è senso nel mondo ma solo nella sua interpretazione.

Ma allora l’ affermazione, celebre e a prima vista assai sconcertante di Nietzsche, secondo cui non ci sono fatti ma solo interpretazioni, potrebbe essere intesa, io credo, anche così. Non c’è senso nel mondo ma solo nella sua interpretazione, appunto.

Gli atti esistono se esiste un testimone. Senza un testimone, chi ne può parlare ? In ultima analisi si potrebbe perfino dire che l’  atto non è nulla e che il testimone è l’ unica cosa che conta.

Perché se ne possa trarre un senso, è comunque necessario che una storia arrivi alla fine, si concluda, che senso ha una storia rimasta a metà, o un film interrotto ? Il senso di una storia lo si coglie solo quando quella storia è conclusa, finché non si arriva alla fine potrebbero ancora esserci colpi di scena, svolte narrative in grado di capovolgere tutto il racconto precedente.

Questo costringe dunque il narratore a ritagliare una porzione dal cuore delle cose, isolarne una parte che possa stare in piedi da sola, che possa essere osservata da tutte gli angoli come una scultura, un oggetto. Una storia. Anche chi voglia dare il senso della propria esistenza, in realtà lo fa narrandola, raccontandola come se avesse uno sviluppo coerente dall’ inizio alla fine. Autobiografia.

(…)nessuno può comprendere la propria vita finché questa non è terminata, ma a quel punto com’ è possibile fare ammenda ? (…) la lezione di una vita non può mai appartenere a quella vita. Solo il testimone ha il potere di valutarla. E’ vissuta per l’ altro soltanto.

In principio fu il racconto. E pure alla fine.

 

Nota: tutte le citazioni all’ interno del post sono tratte da Cormac McCarthy – Oltre il confine.

 

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Stupido è chi lo stupido fa

(e dopo con internet la smetto, promesso…)

“Ogni medium che si affaccia rappresenta un’ estensione della nostra sensibilità, ma la sua diffusione finisce per mutarci anche nel modo di ragionare.”

C. Freccero, Espresso 7/2/13

Dunque, l’ argomento principale usato dai sostenitori dell “stupidità indotta da internet” è la perdita della capacità di concentrazione dovuta al tasso di distrazione continua prevalente nell’ ambiente della Rete.

Bisogna riconoscere che questo argomento ha qualche fondamento. Confesso di aver subito io per primo l’ invasiva prepotenza della posta elettronica, la “dipendenza da smartphone”, la consultazione compulsiva ad ogni accenno di vibrazione, prima cosa al mattina appena svegli, ultima cosa alla sera prima di andare a dormire. Col tempo si impara a conviverci, ci si autocensura, si esercita una disciplina, tutto quello che volete, ma la tentazione resta, ed il numero di volte in cui si interrompe ciò che si sta facendo per controllare la mailbox resta preoccupante. Diciamo che si registra un abbassamento del tempo di attenzione, che comunque (va detto) anche in condizioni ottimali e senza distrazioni non supera in media i 15-20 minuti.

Ma non è solo questo. La navigazione attraverso la Rete è di per se un elemento di distrazione, ogni pagina è zeppa di link ad altre pagine, e di curiosità in curiosità ci si trova a passare ore davanti allo schermo rimbalzando senza troppo costrutto da un sito all’ altro, del tutto ignari del motivo iniziale della ricerca. Alla deriva, verrebbe da dire.

A me, questa forma di surfing casuale attraverso la Rete ricorda tanto lo zapping compulsivo tra i canali televisivi, e questa osservazione secondo me rappresenta un indizio importante.  Infatti, benché il navigare a casaccio tra i siti web possa apparire una degenerazione, credo sia utile chiedersi che cosa abbia realmente sostituito: ore di applicazione allo studio della metafisica kantiana oppure ore di telecomando selvaggio e di esplorazione, per di più del tutto passiva, tra i canali tv ? Solo rispondendo in modo onesto, ciascuno per se, a questa domanda si potrà valutare se e quanto si sia realmente perduto.

Considerazioni analoghe valgono riguardo alla frequentazione dei social networks. Luoghi di cazzeggio, è vero,  dove non circolano idee, dove non c’è tempo per leggere né spazio per scrivere, per quello semmai restano (e faticosamente resistono) i blog; ma forse che il cazzeggio non esisteva prima di facebook ? Il termine “chiacchiere da bar” non dice niente ?

Intendiamoci. Non sto qui negando gli effetti deleteri prodotti dalla Rete, perché è ovvio che questi effetti ci sono; sto solo cercando di metterli nella giusta prospettiva.

Nel valutare il mezzo, in definitiva, dobbiamo anzitutto decidere rispetto a che cosa lo valutiamo, da quale punto di vista lo osserviamo: quello del sapere, per dirne una, o quello dell’ intrattenimento ? Perché non c’è dubbio che la Rete abbia entrambe le valenze. E magari, prima di interrogarci su come in cui la Rete abbia cambiato il nostro modo di pensare, chiederci se questo modo di pensare non sia già stato cambiato altre volte, prima che la Rete arrivasse. A questo proposito ridò la parola a Freccero, la cui conoscenza, peraltro unanimemente riconosciutagli, del mezzo televisivo non ha probabilmente eguali in Italia:

“Come la stampa aveva creato l’ uomo rinascimentale, legato alla scrittura, la tv ha disgregato quel mondo, traghettandoci dal mondo moderno al postmoderno: con la televisione i fondamenti del discorso pubblico, esperienza, argomentazione, contraddittorio, sono mutati in intrattenimento. Le neuroscienze dovrebbero verificare quanto siamo cambiati. Forse avremmo delle sorprese.” (ibidem)

Insomma, tranne che nei casi conclamati di dipendenza patologica (esiste persino un nome scientifico, la IAD; ovvero Internet Addiction Disorder) , mi sembra che l’ uso della Rete non meriti tutta la demonizzazione di cui è oggetto da parte dei catastrofisti. E penso che gli aspetti negativi visti prima non debbano oscurare quanto di buono sia portato da internet in termini, appunto, di “mente accresciuta”.

Personalmente, uso internet in modo massiccio per trovare informazioni, per controllare nozioni, per soddisfare curiosità. È come avere un oracolo a disposizione, 24 ore su 24, e per di più in forma gratuita, a parte i costi di connessione, un oracolo in grado di rispondere in tempo reale praticamente a qualunque domanda che abbia una risposta. Ora, mentre dal punto di vista dell’ intrattenimento il parallelo tra internet e tv regge, dal punto di vista del sapere è facile rendersi conto che internet rappresenta un vero e proprio salto di qualità, forse non ancora del tutto compreso nel pieno delle implicazioni.

Il sapere dell’ umanità a portata di clic. Non solamente disponibile, ma accessibile con facilità. La biblioteca di Alessandria. I Sette Savi. Il sogno antico dell’ Uomo: sapere. Come si può pensare che un’ innovazione di tale portata, e di tanta potenza dirompente, abbia come effetto secondario quello di renderci più stupidi ?

Lo so, l’ obiezione più comune è che il fatto di avere a disposizione ogni sorta di nozioni senza fatica comprometta alle basi la capacità di ricordare, rendendo la memoria una facoltà irrilevante, quasi superflua. Ma questa non è affatto un’ obiezione nuova. È esattamente l’ obiezione che gli antichi muovevano alla scrittura, e che Platone nel Fedro sintetizza così:

“(…) essa produrrà oblio nelle anime di coloro che la imparano: essi fidandosi dello scritto senza cura della memoria, richiameranno alla memoria  dall’esterno, attraverso segni estranei, e non più dall’interno, da se stessi: tu non hai scoperto un farmaco per la memoria  ma per far ricordare . A coloro che imparano dai una apparenza  di sapienza e non la verità; grazie a te essi, avendo udito molto senza insegnamento, crederanno di essere molto dotti senza per lo più esserlo; sarà difficile discorrere con  loro, presuntuosi di sapienza piuttosto che sapienti.”

Ora, quello che io cerco (e quasi sempre trovo) si Google sono nozioni, informazioni, dati e date, non ragionamenti. Quelli continuo a metterceli io, per quello che posso, confrontandomi eventualmente in modo molto più efficace di quanto potessi pensare fare nel mio piccolo ambiente “offline”. Quello che trovo su Google sono precisamente la cose che un tempo avrei trovato, con molta più fatica, sull’ enciclopedia o sul dizionario. Oggi le recupero con un clic.

È davvero un problema, o non è invece una straordinaria opportunità ?

 

La Grazia e la Rete

A volte mi sembra che ci sia stata una specie di corrispondenza diretta – per opposizione – tra quanto avveniva nella società e quanto avveniva  nella Rete. Proprio mentre nel mondo trionfava il liberismo, il dio mercato, al punto da fare assurgere l’ economia allo status di “sommo bene”, divinità suprema alla quale sacrificare vite umane, contemporaneamente nella Rete si svolgeva un processo direttamente opposto.

Non è necessario scomodare qualche sociologo di grido per constatare che gli ultimi decenni, diciamo dagli anni Ottanta in avanti, hanno segnato una rivincita del capitale sul lavoro. Le conquiste sociali ed economiche degli anni ’60 e ’70 sono state gradualmente erose, l’ opinione pubblica è stata gradualmente indotta a capovolgere la sua visione delle cose. Dalla consapevolezza diffusa che il “welfare” fosse l’ apice della civiltà, la conquista da estendere a tutti coloro che ancora ne erano esclusi, l’ ideale a cui tendere da parte di tutti i Paesi che riuscivano ad affrancarsi dal sottosviluppo, anzi, il metro stesso su cui misurare i progressi, siamo passati alla visione diametralmente opposta: altroché estenderlo, il welfare va smantellato. È una zavorra che non possiamo più permetterci.

Chiave di volta della rivoluzione copernicana, boa attorno alla quale si è effettuata la virata, è il tema della globalizzazione. Ne abbiamo parlato qui, tempo fa, non è necessario ripetere. E dunque, tutto gira attorno a questo principio ?

No, non tutto.

A partire dagli anni 90 si andava affermando, per poi consolidarsi e radicarsi nella Rete una cultura esattamente opposta, la cultura della gratuità, della libera condivisione, del freeware, del copyleft.

Oggi siamo così abituati  a cercare – e trovare – nella Rete qualunque informazione, nozione, dato di cui possiamo avere bisogno, dalla data di nascita di Napoleone alla ricetta delle melanzane alla parmigiana, da non renderci neanche più conto di che genere di miracolo sia in realtà avvenuto. Tutto ciò che si trova in Rete è lì perché qualcuno ce l’ ha messo, e siccome quasi tutto ciò che troviamo lo troviamo gratis,  non dobbiamo pagare per averlo, al massimo registrarci, questo semplicemente significa che chi ce l’ ha messo ha lavorato gratis.

Non sempre uno si ferma a riflettere sul significato di un’ impresa come  Wikipedia, per citare la più visibile ed eclatante. Buona parte del sapere umano in Rete e condiviso liberamente grazie al lavoro anonimo, gratuito e spontaneo di, immagino, centinaia di migliaia di persone (nessuno sa esattamente quanti siano, ma si sa che su Wikipedia sono presenti 30 milioni di voci e ne compaiono complessivamente oltre mille nuove ogni giorno). Ci sono lingue in cui, prima di Wikipedia, non era mai stata pubblicata un’ enciclopedia.

E non esiste solo Wikipedia, naturalmente.

Non mi sembra inferiore il miracolo del software “open source”, a partire da linux, per finire con gli infiniti programmi ed utilità disponibili da scaricare gratuitamente. Tanta gente che lavora gratis , e lavora sodo, e per lo più anonimamente, su progetti collettivi.

Tanto è il sapere disponibile gratuitamente online che l’ accesso ad internet comincia ad essere visto sotto il profilo di un “diritto”, naturale estensione del diritto di ogni uomo all’ istruzione e all’ informazione. Internet  come le biblioteche comunali.

Oggi la Rete è una specie di oracolo sempre sotto mano, dove controllare, integrare, confrontare, esaudire semplici curiosità o innescarne di nuove.  C’è un sacco di gente disposta a mettere in Rete e condividere il proprio lavoro, non esclusi, nel nostro piccolo, noi bloggers. Molti post sono originati da informazioni trovate in gran parte online, rielaborate e rimesse online.

Non sono mancati naturalmente i tentativi di recintare la Rete così come furono recintati i commons nell’ Inghilterra del ‘600, ed usando più o meno le stesse giustificazioni: ci sono i vandali, i ladri, gli untori, quelli che devastano. E’ pericoloso. Meglio chiudere, recintare, limitare gli accessi, far pagare l’ ingresso. Ma finora tutti i tentativi hanno trovato la ferma opposizione di un popolo del web che difende coi denti il principio fondamentale della gratuità. Creative Commons, questo siamo.

Non è tutto oro quel che riluce, naturalmente, qualche aspetto da Far West esiste davvero nella Rete, girano hackers, pirati e pescatori di frodo, si scaricano gratuitamente, se non si sta attenti, anche virus e malware vario. Ma soprattutto, secondo me, le informazioni che vi si trovano hanno il grande problema della validazione. Non sempre possono essere prese per buone. C’è chi mette in Rete informazioni sbagliate in buona fede e chi ce le mette in malafede. E tuttavia, per tentativi successivi ed in mezzo a mille errori si impara a nuotare anche in acque torbide, alcuni punti di riferimento piano piano emergono, anche nel caotico mondo virtuale, ognuno trova i suoi, impara a riconoscere i siti di cui ci si può (sempre fino ad un certo punto) a cominciare appunto da Wikipedia.

Finché sarà così, mi sembra nonostante tutto, un buon motivo per sperare nel futuro.

Un altro, me l’ ha dato recentemente Stefano Bartezzaghi, che sull’ Espresso ha fatto notare (io non ci avevo mai fatto caso) che la parola “blogosfera” contiene dentro di sé il termine “logos”, addirittura…

ModestaMente.

L’ isola che non c’è più

Un momento, l’equipaggio della lancia rimase impietrito. Poi si voltarono.

«La nave, gran Dio, dov’è la nave?»

Presto, attraverso veli d’acqua foschi e confusi, ne videro il fantasma obliquo che svaniva, come tra i vapori della Fata Morgana, solo le vette degli alberi fuori dell’acqua; e inchiodati ai posatoi un tempo così alti, per pazzia, fedeltà o destino, i ramponieri pagani affondavano sempre scrutando sul mare.

E ora cerchi concentrici afferrarono anche la lancia solitaria, e tutti quegli uomini, e ogni remo galleggiante, e ogni palo di lancia, e torcendo in giro in un solo vortice ogni cosa viva o senz’anima, trascinarono a fondo anche il più piccolo avanzo del Pequod.

H. Melville – Moby Dick


Il bianco che copre il paesaggio in questi giorni di merla differita sembra stendere un silenzio arcigno sui pensieri oltre che sulle strade attutite e sospese. È un silenzio da cerimonia religiosa, un silenzio da camposanto d’ inverno.

È metafora logora, quella del naufragio, lo so, per forza, sfruttata com’è fin dall’ origine stessa del nostro narrare d’ occidente, il naufragio sta per altro, sta sempre per qualcos’ altro, d’accordo. Eppure, la potenza di questa metafora non tramonta e neppure si attenua nel tempo, rimane intatta secoli dopo la fine dell’ epoca dei viaggi coi velieri, e dei grandi romanzi di mare. Cento Schettini non possono cancellare Achab.

E allora indulgiamo anche noi, per una volta, in questa logora metafora, concediamoci la celebrazione del ricordo di quest’ isola che non c’è più, di quest’ isola che non sarà più trovata.

Siamo qui, naufraghi consapevoli, su provvidenziali piattaforme alternative, in salvo con tutti o quasi i nostri beni, di nessun valore commerciale, d’ accordo, ma come si fa a dare un valore a ciò che non può essere sostituito ?  Ci siamo salvati, questo è ciò che conta, noi amici e compari, compagni d’ avventura, ci riconosciamo e ci contiamo, ci abbracciamo, ci salutiamo a distanza, da una piattaforma all’ altra, chi blogga e chi alzalavista, chi blogspotta e che si wordpressa. Siamo in tanti, però, hai visto chi c’è laggiù ?

Nulla è più efficace per farti apprezzare le cose che l’ aver rischiato di perderle, e allora c’è come un ripensare che quell’ isola non era poi così scontata, era socialità e riflessione insieme, cinguettare va bene ma pensare prima a qualcosa da dire è meglio, no ? Si sono persino improvvisamente rivitalizzati, nell’ imminenza del naufragio, udito il segnale di abbandonare la nave, siti polverosi inattivi da anni, via le ragnatele e template nuovo vita nuova. Bello e salutare scossone.

Non tutto si è salvato, si capisce, moltissimo è andato perduto. Tanti luoghi non più abitati che pure era bello frequentare, forse proprio per quell’ aria disabitata. Luoghi amici persi per noncuranza, luoghi spiati alla cui porta si sarebbe voluto bussare e non lo si è mai fatto, e adesso ci si chiede perché, ma è inutile, che tanto oramai è tardi, luoghi di cazzeggio e luoghi di scontro, luoghi di pensiero e luoghi di sfoghi, di adolescenze ingenue, luoghi di seduzione o di sfacciata provocazione, luoghi d’ invettive e luoghi d’ introversione.

Perdere è prodere, la perdita è tradimento, la mancanza è essere monchi.  Chi avrebbe mai pensato di sentire tante mancanze ? Chi immaginava di avere bisogno di così tanti luoghi ?

Nessun uomo è un’ isola, sì, ma eravamo in tanti su quell’ isola che s’ è inabissata come una balena, come una balena bianca, a voler essere precisi,  una balena bianca come questa neve che continua a non lasciare respiro tutto intorno.

Bianco l’inverno bianco, la neve bianca,
bianca la notte
Bianca l’insonnia bianca, la morte bianca e bianca la paura è bianca
L’universo vacuo e senza colore
Ci sta davanti come un lebbroso
Anche questo è la bianchezza della balena.

V. Capossela – La bianchezza della balena

Il club dei salvati


Ho letto recentemente, e con una certa sorpresa, che le iscrizioni universitarie in Italia sono in calo (-10 % negli ultimo quattro anni, addirittura -5% nel solo ultimo anno). La sorpresa deriva principalmente dal fatto che di questo fenomeno non avevo mai sentito parlare in nessuna sede, come se non fosse argomento degno di attenzione.

Mi è venuto in mente che qualche tempo fa da queste parti ragionavamo sul fatto che:
 
Il mondo di oggi sta polarizzandosi fra questi due attrattori, il Nord del mondo ricco, con una struttura tecnologico-scientifica avanzata ed una struttura sociale liberale ed un Sud del mondo povero, con una struttura economica arretrata che trova nella religione il contenitore del proprio risentimento. Un contenitore che è al tempo stesso un ostacolo alla liberazione delle energie intellettuali, un freno allo sviluppo della conoscenza ed un impedimento forte a che il fossato venga colmato.”
 
Perchè le cose stanno così ? Esistono Paesi "predestinati" alla supremazia scientifico-tecnologica ed altri invece condannati ad un eterna arretratezza imbevuta di rancore ?
 
Di sicuro un ambiente intellettuale aperto alla curiosità intellettuale è un elemento a favore dello sviluppo scientifico di una società, un ambiente fortemente negativo rispetto a questo come è quello tipico del fondamentalismo religioso, altrettanto certamente non crea terreno fertile.

In questo ambito il protestantesimo, che ha fondato la sua protesta, fra l’ altro, proprio sul cardine del libero esame, cioè sul diritto di leggere ed interpretare individualmente le Sacre Scritture, si pone in modo più aperto e favorevole rispetto a quello cattolico dalla Controriforma in avanti, che ancora impone l’ osservanza di una dottrina ufficiale e di una interpretazione univoca, “comandata”, delle Sacre Scritture.
Ancor meno favorevole appare l’ ambiente islamico, sia per le caratteristiche di fatalismo ed obbedienza tipiche di quella religione, sia per l’ invadenza nelle strutture sociali derivate dalla concezione integralista che sta alla base del Corano. Difficile in un tale contesto praticare la libera indagine alla luce della sola ragione.
Al confronto, assai più “laico” e meno invasivo appare il confucianesimo orientale, che non sembra ostacolare la curiosità e la libertà intellettuale.
 
Tutto ciò premesso, torniamo all’ argomento.
Esistono barriere insormontabili che inibiscono l’ ingresso di un Paese nel club di quelli tecnologicamente avanzati ? E, viceversa, esiste la possibilità che un Paese tecnologicamente avanzato un giorno esca dal Club ? Quali sono le condizioni di appartenenza ?

Viene subito da pensare a parametri quali il tasso di libertà economica di un Paese, o il grado di maturità delle sue istituzioni democratiche, ma ci si rende subito conto che nessuno di questi parametri sembra davvero discriminante.
 
Il Paese guida, da quasi un secolo, del progresso scientifico e tecnologico, gli Stati Uniti, sono solo quinti nella classifica della libertà economica, che vede ai primissimi posti Hong Kong, Singapore, Irlanda ed Australia e vede il Cile davanti alla maggior parte dei Paesi occidentali più sviluppati (L’ Italia però è sessantaquattresima…).
 
A guardare la classifica del tasso di democrazia è peggio che andar di notte, con gli Stati Uniti addirittura diciassettesimi, preceduti da quasi tutte le nazioni europee (ma non dall’ Italia, trentacinquesima), nonché da Australia, Nuova Zelanda e Malta. Primi in classifica i paesi scandinavi.
Non ci siamo.
 
Eppure, il club dei paesi tecnologicamente avanzati non è un circolo chiuso. Questo è evidente.
Un secolo fa la Gran Bretagna stava in testa alla classifica, seguita da Germania, Stati Uniti, Francia. Nel secondo dopoguerra non solo gli Stati Uniti sono balzati in testa, ma un paese che la guerra l’ aveva catastroficamente persa come il Giappone è riuscito ad emergere addirittura minacciando ad un certo punto la stessa supremazia americana.
E dopo il Giappone abbiamo visto emergere la Corea del Sud, che certo non proviene da una cultura illuministica o da una tradizione industriale.
Basso costo della manodopera ?
All’ inizio certamente conta, aiuto l’ impiantarsi di un’ industria in un paese.
Ma è un vantaggio che non dura.
 
È abbastanza sconcertante leggere la statistiche OCSE dei salari medi netti riportati a parità di potere d’ acquisto. Nella graduatoria del 2008 (quella ho trovato…) il paese in testa alla classifica dei salari era proprio la Corea del Sud, davanti a Gran Bretagna, e Svizzera, il Giappone era quinto e gli Stati Uniti solo decimi ! 
Nessuno o quasi in Europa guadagna in termini reali, e cioè in rapporto al costo della vita, così poco come un italiano, compresi spagnoli, irlandesi e greci, che dovremmo abituarci  a guardare dal basso in alto e non viceversa.
Ci resta la soddisfazione di battere i portoghesi ed i Paesi dell’ Europa dell’ Est, ma per quanto ancora ?

Non che sia questa gran scoperta, in fondo, a pensarci bene, lo sviluppo economico produce un innalzamento del tenore di vita per cui il basso costo della manodopera può al massimo favorire il decollo di un paese, ma di sicuro non garantisce il mantenimento del volo ad alta quota.
La stessa situazione si verifica osservando gli ultimi arrivati nel club della tecnologia, India e Cina, o come ormai si usa collettivamente indicarli, Cindia. Manodopera abbondante ed a buon mercato ha permesso a questi paesi di invadere i mercati occidentali con merci a basso prezzo, ma oggi entrambi i paesi mostrano ben altre ambizioni, non più esportatori di scarpe ed abiti dozzinali ma di prodotti a tecnologia avanzata. 
Per di più, la Cina ha deciso che i suoi salari medi dovranno raddoppiare nei prossimi cinque anni.

Si tratta di Paesi ad alto grado di maturità democratica, e con sistemi economici particolarmente liberali ? Certamente no, in particolar modo la Cina, com’ è noto.
E allora ?
 
Esiste in America un’ associazione, la National Science Foundation (NSF), che pubblica annualmente un corposo dossier sugli indicatori principali relativi alla scienza ed alla tecnologia. Fra questi, la classifica dei paesi che investono di più in educazione e ricerca scientifica. Scorrendo la classifica (quella che ho trovato io è del 2006) troviamo al primo posto gli USA, con un investimento annuo di oltre 300 miliardi di dollari.
Al secondo ?
La Cina, seguita da Giappone, Germania, Francia, India, Gran Bretagna.
Quest’ ultima, paragonabile all’ Italia per popolazione, investe in educazione e ricerca tre volte di più, ed anche la Corea del Sud, che non supera i 50 milioni di abitanti, investe in questo campo più del doppio dell’ Italia.
Insomma, la classifica vede nell’ ordine USA, Cina, Giappone, Europa (o parte di essa), India e Corea. È chiaro il trend ?

Per essere accolti nel club dei paesi tecnologicamente avanzati si paga il biglietto. E la quota associativa è l’ investimento in educazione e ricerca.
Non dico che questo è l’ unico parametro rilevante, ma di certo mostra un grado di correlazione fortissimo.
 
E allora perché non lo fanno tutti ?
L’ investimento in educazione e ricerca paga nel medio e lungo termine, non nell’ immediato, questo si capisce. Non è peraltro diverso sotto questo aspetto dall’ impiantare un frutteto, una vigna, un oliveto. Si sa che occorrerà attendere degli anni, talvolta molti anni prima di vedere i frutti, ma è da quando l’ uomo è diventato stanziale che dovrebbe avere imparato ad investire sul futuro, no ?

Questo tipo di investimento, piuttosto, è capace di innescare un circolo virtuoso.
Chi non investe in ricerca e sviluppo deve rassegnarsi a subire la cosiddetta fuga dei cervelli. I più brillanti giovani emigreranno laddove avranno maggiori possibilità di vedere valorizzate le proprie capacità.
Ora, l’ educazione di un giovane per tutto il periodo dell’ obbligo e delle superiori è comunque un costo non indifferente per la comunità, che investirà magari meno di altri, ma comunque spende parecchio per le scuole. Se il giovane talento emigra proprio al culmine dei propri studi, è chiaro che l’ investimento fatto per istruirlo sono stati una pura perdita, mentre i frutti del suo talento andranno capitalizzati dal paese che lo accoglie, e che per lui non ha speso nulla.
Insomma, chi investe di più si trova a tempo debito a raccogliere sia i frutti del proprio investimento, che i frutti di chi ha investito poco. A chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quello che ha…
Una regola che funziona in molti campi dell’ attività umana.
 
Oggi gli Stati Uniti possono scegliere il meglio dei talenti di tutto il mondo, possono scremare il fiore di quanto producono i paesi meno avanzati, ed utilizzare i risultati di tutti questi talenti. I paesi poco avveduti spendono (poco, ma spendono) e non capitalizzano proporzionalmente il frutto dei loro sforzi.
Così va il mondo.
 
Dove si posiziona l’ Italia in questo contesto ?
Esistono varie graduatorie delle migliori Università del mondo, ed i risultati variano un po’ dall’ una all’ altra in base ai paramentri che vengono considerati rilevanti.
In tutte però gli Stati Uniti fanno la parte del leone, seguiti dalla Gran Bretagna. Con un gran distacco, seguono i soliti noti: Giappone, Francia, Germania, Olanda, Canada, Svezia, Australia, nonché qualche sorpresa, come Russia, Corea, Singapore, Hong Kong.
Non esistono università italiane fra le prime cento del mondo nel loro complesso, limitatamente alle discipline ingegneristiche il Politecnico di Milano, che è la prima in Italia, occupa solo il 63° posto, in medicina la prima italiana è al 144° posto.
Il resto ve  lo lascio immaginare.
 
Insomma, se un trend si può individuare, è indiscutibilmente un trend al ribasso. Stiamo “scivolando” verso il fondo classifica, verso la zona dei Paesi che non sono più leaders economici ma “mercati” dove le grandi economie si confrontano senza esclusione di colpi  e senza timore di ritorsioni, dumping e cartelli e via dicendo.
E quando sento esponenti del Governo consigliare ai giovani precari in cerca di lavoro di andare a scaricare casse di frutta all’ Ortomercato, mi viene la percezione che è proprio lì, verso quel Mediterraneo da cui tutti gli altri cercano di affrancarsi, che noi invece siamo diretti.
 
 

L’ orizzonte degli eventi

Il poeta osa rendere sensibili idee razionali di esseri invisibili: il regno dei beati, il regno infernale, l'eternità, la creazione, e simili; o anche trasporta ciò di cui trova i modelli nell'esperienza, come per esempio la morte, l'invidia e tutti i vizi, l'amore, la gloria, al di là dei limiti dell'esperienza, con un'immaginazione che gareggia con la ragione nel conseguimento di un massimo, rappresentando tutto ciò ai sensi con una perfezione di cui la natura non dà nessun esempio; ed è propriamente nella poesia che la facoltà delle idee estetiche può mostrarsi in tutto il suo potere.
Immanuel Kant

 

 
Sembra un titolo inventato da un artista, vero ?
Sembra il titolo di un romanzo oppure di un film da cineforum, ed un film da cineforum con quel titolo, esiste davvero.

Ma in realtà il titolo non è un’ invenzione artistica, è un’ invenzione scientifica originata, manco a dirlo, dalla teoria della relatività generale di Einstein. Il quale del resto un po’ artista lo era veramente, nonché curioso ed irrequieto, oltre che un notevole filosofo e, più semplicemente, un genio.
Che cos’ è il genio ?
E’ fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione !
Ok, lasciamo stare Amici miei.
Seriamente.
Un genio, semplicemente, è uno che guardando qualcosa che tutti abbiamo sotto gli occhi da sempre, riesce a vederci qualcosa che nessuno ci aveva mai visto.
Un aspetto, un collegamento, un risvolto che apre una prospettiva interamente nuova.

Un genio si pone, di solito, domande semplici, niente di particolarmente astruso.
Per esempio, sale su un treno e si chiede se, assumendo che il vagone non abbia finestre, che le rotaie siano perfettamente lisce e piane, e che il treno si muova in modo assolutamente uniforme a velocità costante, ecco si chiede se ci possa essere un modo per chi sta sul treno di stabilire che il treno stesso si sta effettivamente muovendo oppure è fermo (no, non c’è).

Oppure immagina di trovarsi su un aereo che precipita e si chiede se essere lì dentro sia la stessa cosa che trovarsi in assenza di gravità oppure se c’è differenza fra le due cose (non c’è, a parte lo schianto finale).

Cose così, insomma, che ad una persona normale possono sembrare rompicapi da settimana enigmistica, e che invece poi si risolvono in vere rivoluzioni scientifiche, nientemeno.
 
Ora, tutti sanno che c’è la gravità, per cui il sasso cade verso la terra, la mela verso la fronte di Newton, eccetera eccetera.
La gravità è il motivo per cui, se tiro un sasso in aria con la fionda, il sasso mi ricade sulla testa, perché la forza di gravità lo fa prima rallentare, poi fermare ed infine tornare indietro a velocità crescente.
Se provo a tirare più forte, cioè ad imprimere una velocità iniziale più elevata, il sasso certamente salirà più in alto ma poi anche lui, inesorabilmente, ricadrà a terra.

Questo però non è un destino ineluttabile, perché la forza di gravità diminuisce rapidamente all’ aumentare della distanza dalla terra, per cui se riesco ad imprimere una velocità sufficientemente alta al mio sasso, in modo da farlo arrivare ad un’ altezza tale da non sentire più gli effetti della gravità, questo sasso continuerà ad allontanarsi per sempre e non ricadrà più. Si perderà nello spazio.

La velocità iniziale che serve per ottenere questo risultato si chiama, per l’ appunto, “velocità di fuga”. L’ unico problema è di carattere pratico: la velocità di fuga dalla Terra è di oltre 40.000 km/h, ben difficilmente raggiungibile con una fionda. Ma nemmeno con un fucile.
Pazienza.
 
Però non è sempre uguale.
La velocità di fuga è tanto più alta quanto più è grande la forza di gravità, che a sua volta è proporzionale alla massa del pianeta o corpo celeste che sia.
È più facile fuggire da un corpo celeste  piccolino che da uno molto grande. Ad esempio, la velocità di fuga dalla Luna è di “soli” 8,600 km/h. sempre troppo per la fionda, ma c’è una bella differenza, no ?

Allo stesso modo, la velocità di fuga da Giove, che è il più grande pianeta del sistema solare, è ben più alta di quella della Terra, circa 200,000 km/h, e la velocità di fuga dal Sole è, addirittura, di 2,3 milioni di km/h, cioè oltre 600 km al secondo, e così via.

O meglio.
“E così via” lo direbbe una persona normale.
Un fisico teorico invece dice: “Aspetta un momento”.

Se la massa continua ad aumentare, anche la velocità necessaria per la fuga aumenta, ovvio. Però la velocità non può aumentare all’ infinito, c’è un limite oltre il quale non si può andare. Niente può superare la velocità della luce, 300,000 km al secondo.
Immaginiamo un corpo celeste con una massa così elevata da avere una velocità di fuga uguale o persino superiore a quella della luce.
Che succederebbe ?
Beh, la cosa è semplice. Nulla potrebbe sfuggire alla gravità di quel corpo celeste, qualunque cosa lanciata verso l’ alto finirebbe inesorabilmente per ricadervi.
Persino un raggio di luce.
 
Ci vogliono nervi saldi, ad immaginare un raggio di luce che parte verso l’ alto, rallenta, si ferma e poi ricade indietro come un sasso lanciato da una fionda. Ma ai fisici teorici il sangue freddo non deve mancare, sennò cambierebbero mestiere.
Questo è un buco nero.

Un corpo celeste talmente grande che nulla, neppure la luce può sfuggirgli. E per luce s’ intende qualsiasi radiazione elettromagnetica assimilabile alla luce, naturalmente, onde radio, raggi x, ecc. Il raggio di luce, o chi per esso, sale, sale, sale, arriva ad una certa distanza e poi, proprio come il sasso scagliato dalla fionda, si ferma e comincia a cadere indietro.

Quella distanza è proprio ciò che si chiama, appunto,  l’ “orizzonte degli eventi”.
Il motivo è semplice: all’ interno di quella distanza si sa cosa succede sul corpo celeste, ma non c’è modo di farlo sapere a quelli fuori. Viceversa, chi si avventurasse a varcare quella soglia ideale, non potrebbe che precipitare, attratto dalla gravità, e di lui non si saprebbe più nulla. Nulla vuol dire nulla, punto e basta. Nessuna informazione potrà mai uscire da quel corpo celeste.

L’ orizzonte degli eventi divide l’ universo in due parti che non comunicano.
Un buco nero è questo.
 
Einstein si limitò a svolgere il suo ragionamento sulla relatività. Furono altri a trarne la conseguenza che potessero esistere i buchi neri e, pensando che il vecchio ne aveva azzeccate così tante, immaginare che probabilmente valeva la pena di prendere sul serio anche questa stravaganza.
E così i buchi neri furono trovati sul serio, fra polemiche e smentite, a partire dagli anni 70, benché Einstein non potesse ormai più rallegrarsene.
 
Ora.
A me pare che, se c’è una cosa in grado di rappresentare in pieno l’ angoscia esistenziale dell’ uomo, è proprio questa dei buchi neri e dell’ orizzonte degli eventi. Immaginare un luogo in cui si arriva, per volontà o destino, ma da cui non si torna indietro. Un luogo del quale nulla si può sapere fino a quando non ci si arriva, fino a quando non si varca quella soglia fatale. Ma dal quale nessuno potrà mai più far avere notizie di sé.
 
Non sembra una metafora della morte ?
La porta dello spavento supremo. La grande consolatrice. Il folle volo. La palude Stigia. Le colonne d' Ercole. L’ Hotel California. Cosa c’è di là ?
Per saperlo bisogna arrivarci, per volontà o destino. Ma dopo esserci arrivati, non c’è più modo di tornare indietro a raccontare. Anzi, non c’è proprio modo di fare mai più avere notizie di sé.
Anche questo fa parte della metafora, neanche a dirlo.
 
Un buco nero, per definizione, non può che accrescersi attirando con forza terribile tutto quello che incontra. Finirà per divorare l’ intero universo ?
Questo credo non lo sappia ancora nessuno.
Ciò che sappiamo è che l’ universo si sta espandendo. Se un giorno questa espansione dovesse cessare e l’ universo cominciare a contrarsi, ci sono buone probabilità che la fine dell’ Universo sarebbe proprio un enorme buco nero.
La Grande Morte Universale.
The end.
Il sipario.
 
Ma è morte eterna, o c’è una speranza di resurrezione ?
Magari un nuovo Big Bang come quello che ha dato origine a questo universo ?
Dopo la morte cosa c’è ?
 
Beh, non pretenderete seriamente che un post sul melogrande vi risolva questioni del genere, vero ?

Persi nella Matrice

 

 
 (L' immagine è un regalo di Emmart, di qualche tempo fa…)
 
Lo confesso, ogni tanto mi ci perdo, come potrebbe perdersi un goloso in una fabbrica di cioccolato.
 
Parlo dei motori di ricerca, naturalmente, di quel piccolo innocente meccanismo che rende l’ uso della Rete più o meno simile ad avere sottomano l’ Oracolo di Delfi, o i Sette Savi in seduta plenaria.
 
Non c’è domanda a cui non si trovi risposta con due – tre tentativi o “googlate” che dir si voglia. E se mai dovesse accadere che la risposta non salti fuori, beh, la conclusione più verosimile dovrebbe essere che quella risposta non c’è, e che ci si è imbattuti in una domanda a cui nessuno ha mai risposto.
È al tempo stesso bellissimo e terrificante.
 
Per chi è curioso e felice di esserlo, le domande hanno questo di brutto, ma anche di bello, il fatto di venire a grappoli e collane, è come mangiare le noccioline, una volta iniziato non c’è modo di smettere, ogni risposta fa nascere nuove ed ulteriori domande in una sequenza potenzialmente infinita. E di domanda in domanda si va alla deriva, allontanandosi inesorabilmente dalla questione iniziale fino a scordarla, naufragando nel mare virtuale, trascinati lungo una rotta non pianificata che ad un certo punto diventa impossibile da riprodurre all’ indietro, neppure ripercorrendo i link.

Mi trovo allora come Ulisse, gettato su una spiaggia sconosciuta, dopo aver toccato mille terre e scoperto mille collegamenti e insospettabili corrispondenze, avendo ficcato il naso in giardini sconosciuti per il tempo necessario ad annusarne i profumi.
Torno a casa chiudendo una dopo l' altra le finestre sullo schermo, il più delle volte non c’è altro modo, stanco ed un po’ frastornato.

Arricchito ?
Un po’ sì ed un po’ no.
Sì per aver scoperto mille cose che non conoscevo, no per non averne approfondita nemmeno una. Allargato ma appiattito, vorrei dire, so più cose o forse meglio ho più informazioni e meno conoscenza, non so se riesco ad esprimere il concetto.
 
Una discussione in casa d’ altri, qualche tempo fa, aveva per oggetto appunto certe affermazioni di Baricco circa il fatto che la profondità non sia più un valore, una fonte di senso del mondo, affermazioni che si prestano ad essere interpretate “tout court” come un elogio della superficialità.
Io non credo che le cose stiano propriamente così, in particolare non credo che il riconoscere che la profondità non è più concetto fondativo del nostro modo di pensare comporti automaticamente che lo sia invece la superficialità.
 
Credo che un buon esempio di ciò che intendo dire lo offra proprio la blogosfera.
Non ci può essere profondità in un blog, lo vieta prima di tutto l’ affaticamento della vista quando affronta i pixels, il che obbliga chiunque scriva online a contenere il più possibile la lunghezza di ciò che scrive.
Ma a questo lo obbliga anche il carattere stesso del blog, che molto di rado costituisce l’ attività centrale del suo autore. Si tratta normalmente di una forma espressiva ludica che costituisce un piacere o realizza un bisogno di espressione libera della propria personalità spesso impossibile da realizzare nella vita di tutti i giorni.
Se si tratta di un’ attività che viene svolta per diletto, ne consegue che il blogger è etimologicamente, in larga misura un dilettante.

Occorre naturalmente recuperare il senso proprio ed arcaico del termine, quel senso in base al quale Aristotele sosteneva la superiorità delle attività che si intraprendono senza un fine pratico, o i Romani significativamente ponevano l’ “otium” come attività più nobile e degna rispetto al pratico “negotium”.
 
Occorre insomma liberarsi del senso deteriore del termine nato quando è parso che l’ unica attività che all’ uomo possa competere sia quella di produrre, salvo poi la necessità di consumare subito ciò che si è prodotto, altrimenti il sistema non si regge in piedi.
 
Il blogger rappresenta dunque un dilettante (talvolta) nel senso migliore, nobile ed originario del termine, uno che scrive con sacrificio di tempo e fatica perché ne ha voglia, non perché costretto a farlo, né per ricavarne un profitto.
Un blog tenuto per diletto, sul quale non è possibile trattare in maniera approfondita un qualsiasi argomento è automaticamente superficiale ?

Io non trovo che sia necessariamente così.
Trovo invece molti di questi luoghi assai ricchi di significato, palestre per la mente, luoghi non banali di confronto in cui ci si trova spesso a ripensare le proprie idee nella luce diversa in cui un commento intelligente riesce a porle.
Luoghi ricchi di significato.
Proprio questo credo che sia il punto.

Il tempo che stiamo vivendo non segna il passaggio dalla profondità alla superficialità, non necessariamente almeno. Nei casi migliori, segna il passaggio dalla profondità alla ricchezza.
Ricchezza di una molteplicità di temi che si intrecciano e si rimandano, link dopo link fino a perdere spesso il filo della ricerca originaria, così come avviene “googlando”.
Un’ esplorazione orizzontale, insomma, che è come un navigare rispetto ad un immergersi, ma un’ esplorazione in cui comunque qualcosa di nuovo ed interessante si incontra sempre e si porta con se.
Qualcosa, spesso, di interessante e non banale.
 
La sapienza sta da qualche altra parte, d’ accordo, ma la saggezza può anche essere più vicina di quanto uno creda.