Caleidoscopio  

 

 

 

Intrecci di tempo, passato, futuro.

Caleidoscopio.

 

La vista dall’ alto rivela un disegno

o schegge di vetro spezzato,

coralli di collane rotte,

ciò che sei e ciò che non sarai.

 

Labili tracce, foglie calpestate,

risacca, e voci lontane.

Presenze, invisibili presenze,

tutti coloro che non fosti.

 

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Nostos

Notturno

Ritorna, è vero, ecco che ritorna, 

la vita circolare, dove sempre  

rivolgi il tuo cammino ad Occidente,  

convinto di raggiungere il tramonto  

all’ orizzonte, e infine riconosci

le luci familiari di anni ingenui. 

 

La fonte dell’eterna giovinezza  

compare come un tenue arcobaleno  

nell’ aria dirimente di un mattino. 

Rapido movimento tra le foglie, 

fugace balenare d’ un sorriso, 

effimera l’essenza dei fantasmi. 

 

La fine che è principio è più fatale 

che perdersi nei boschi a tarda sera. 

Distonie temporali

Rileggo post da un altro tempo, da un’altra vita, da un altro me. Rileggo e sono io, indiscutibilmente, carta canta e cronologia pure. Eppure, allo stesso tempo non sono io, chiaramente.

Faccio esperienza della quarta dimensione, essere se stessi nello stesso spazio della stessa camera, ed allo stesso tempo non esserlo, perché la posizione sull’asse del tempo è diversa. Per certi versi e c’è invidia, per altri indulgenza.

Ma che cosa accade per chi legge le stesse cose in tempi diversi?
Rileggo libri del passato, per mettere alla prova quest’altra prospettiva, e trovo riscontro, sembra diverso lui, il libro, ma è ovvio che quello diverso sono io, slittato di nuovo sull’asse temporale. Se è così mi aspetta un lungo lavoro.

E allora mi domando che effetto può fare lo stesso post a chi lo legge, a seconda dell’età di chi legge. Mai scritto per adolescenti – credo – ed i viandanti che mi hanno fatto l’onore di frequentarmi in genere non lo erano, e tuttavia 10 anni sono passati, e non invano vorrei dire. Passati per me e per loro.

Pensieri oziosi lo ammetto, ma tre voli in una sola notte sono tanti.

Il giorno dei morti

Il giorno dei morti era sempre un giorno speciale, io questo me lo ricordo.
Ci vestivano bene,noi bambini, con gli abiti della festa, perché bisognava andare a trovare il nonno al cimitero, quelle mattine che sembrava domenica anche se non lo era.
C’era malinconia nell’aria, perché si pensava al nonno, ma anche dolcezza, e persino una forma di trepida attesa perché quella mattina, come ogni anno, il nonno avrebbe mandato dei regali per noi bambini, e li avremmo trovato in sala appena svegli, e chissà come faceva il nonno a indovinare sempre quello che ciascuno desiderava. E più tardi al cimitero, dopo le preghiere, avremmo anche ringraziato il nonno per i giocattoli nuovi.

Al ritorno dal cimitero la tradizione prevedeva una sosta presso il panificio all’angolo, che faceva anche da pasticceria.
Il giorno dei morti aveva i suoi dolci, specifici e dedicati, che non si trovavano in nessun altro periodo dell’anno
C’erano, oltre ai classici dolci novembrini di pasta frolla ripieni di mandorle e fichi secchi, anche dei biscotti bianchi e durissimi che chiamavano ossa dei morti, e c’ erano soprattutto le statuette cave fatte di zucchero e dipinte, cosiddetti “pupi di zucchero”.
Si poteva scegliere il guerriero, la damigella, la contadina, E se ne trovavano di tutte le dimensioni.

Ancora più che per l’ uovo di Pasqua, già a guardarli pregustavamo il piacere sublime di frantumare quella statuetta e far sciogliere lentamente in bocca i frammenti di zucchero.

Il pomeriggio, naturalmente, lo si passava a giocare mostrando agli amici i doni ricevuti e mettendo in comune tutti i giochi.
Dolcetti ne avevamo in abbondanza, di scherzetti non ce ne saremmo mai permessi, ed Halloween non sapevamo cosa fosse.

Il tempo, la perdita


“Amare il mondo sapendo quanto esso sia sempre precario e irrecuperabile, e sapendo che si può comprenderlo soltanto nella perdita, non è terribile.” W. Berry – Jayber Crow

“Che cos’è dunque il tempo? Quando nessuno me lo chiede, lo so; ma se qualcuno me lo chiede e voglio spiegarglielo, non lo so”. Così esprimeva Agostino tutta la sua frustrazione nei confronti di questo inafferrabile elemento. Qual’ è l’ essenza del tempo, la sua qualità distintiva ? Personalmente, non trovo altra risposta che l’ irreversibilità, il fatto ineluttabile che esso, il tempo, solo in una direzione va, e non nell’ altra.Non è forse questo, il vero punto ?

Lo spazio non ha questa qualità, lo spazio noi lo percepiamo simmetrico ed indifferente, una strada la si può percorrere in un verso oppure nell’ altro, ci si può muovere in avanti oppure indietro, verso l’ alto o verso il basso, non c’è alcuna differenza. Lo spazio è isotropo, dicono i dotti, ha le medesime proprietà in ogni direzione.

Il tempo no, non è così, chiunque osservi un filmato fatto scorrere all’ indietro si accorge subito che qualcosa non va, nella realtà certe cose non succedono, non perché siano impossibili ma perché, semplicemente, non è così che va il mondo. La freccia del tempo si muove in una direzione soltanto, sempre e solo in avanti, ed è proprio questo ciò che contraddistingue il tempo. Ma perché è così ?

Il motivo sta nella irreversibilità dei fenomeni reali. La meccanica classica, quella che si studia alle scuole medie è fatta di palle di biliardo e pendoli perfetti, basta colpire la biglia e questa prende a muoversi, di moto rettilineo uniforme per tutti i secoli a venire, in una direzione piuttosto che l’ altra poco importa. Il pendolo pendolerà in eterno, oscillazioni sempre uguali a se stesse, in un verso o nell’ altro, non c’è trucco e non c’è inganno, nulla si crea e nulla si distrugge in eterno. Non c’è modo di stabilire se il film è proiettato al contrario.

Ma nella vita reale le biglie rallentano ed i pendoli si smorzano, questa è la triste verità, nemmeno poi tanto triste quando capita di dover inchiodare l’ auto in autostrada… Il mondo funziona così perché nel mondo reale intervengono fenomeni che reversibili non sono, e simmetrici nemmeno, la resistenza dell’ aria sempre si oppone al moto, sia in una direzione che nell’ altra, e così fa l’ attrito, ci sono cose nel mondo reale che si oppongono sempre e non aiutano mai, ed anche persone, direte voi, ecco perché il moto perpetuo non esiste, benché qualche entusiasta inventore dilettante continui di tanto in tanto a pretendere il contrario.

Non c’è nulla di perfetto a questo mondo, in tutte le trasformazioni si perde qualcosa, ed è proprio l’ irrevocabilità di questa perdita a generare il senso del tempo, la percezione che la sua freccia vada sempre e solo in avanti, che il film ha un verso giusto e uno sbagliato.

Lo so, lo so, il tempo è anche nascita, crescita, gioia, fioritura, il tempo è vita insomma, vita nel suo senso più pieno. Guadagno dunque, e non solo perdita. E allora come la mettiamo ?

La mettiamo che la vita, se proprio devo dirlo, è contraddizione apparente, e soltanto apparente, al principio universale della perdita, falsa eccezione che conferma la regola, ecco cos’è. La vita è materia che si organizza, va bene, è materia che passa dal caos alla struttura, dal disordine all’ ordine, non è forse questo ? E dunque non si potrebbe altrettanto sostenere che il tempo è guadagno, acquisizione di qualcosa che prima non c’ era, crescita, fertilità, progresso in tutti i sensi ? Sarebbe davvero bello poterlo dire.

La realtà tuttavia è che gli esseri viventi sono ciò che i termodinamici chiamano “strutture dissipative”, sistemi che possono esistere solo attraverso un continuo scambio di materia ed energia con l’ ambiente circostante, scambio che per un essere vivente significa sostanzialmente metabolismo, mangiare e respirare, respirare e mangiare. Due attività attraverso le quali, lo si capisce facilmente, gli esseri viventi introducono nell’ ambiente circostante un certo disordine, o meglio, distruggono ordine, a cominciare dall’ ordine delle strutture di cui si cibano…

È questo il prezzo da pagare, ogni costruzione di ordine è costruzione locale ottenuta al prezzo di un maggior disordine circostante, il prezzo della vita è la morte inflitta, di modo che l’ insieme dell’ essere vivente e del suo ambiente si muova complessivamente nella direzione del maggior disordine, della perdita complessiva, secondo la freccia immutabile del tempo. così va il mondo.

L’ essenza del tempo è la perdita, è questa la dura lezione del mondo, e questa percezione più o meno chiara e distinta è quella che genera, in chi la percepisce, la profonda e dolcissima malinconia del vivere.

Scintille.

 

Storie di un lontano sapere

 

“Prima di noi vennero le nuvole.

C’era un cuore di fango prima del respiro.

C’era il mito prima dell’inizio del mito,

Venerabile e articolato e perfetto”

Wallace Stevens

I miti contengono un sapere, una conoscenza, su questo sono tutti d’ accordo. È sulla natura di questo sapere che sono state avanzate le ipotesi più varie, e talvolta fantasiose. Molti hanno sostenuto (ed alcuni ancora sostengono…) che il mito sia il contenitore di una scienza segreta, di un sapere esoterico, dottrine misteriche che un tempo potevano essere condivise solo dagli iniziati. può darsi, o almeno è possibile che i miti fossero per certa parte suscettibili di doppia lettura, o qualcosa del genere. Persino la Divina Commedia lo è (“il velame dei versi oscuri“). Io non vedo in realtà ragioni convincenti a favore di queste teorie, ma in ogni caso queste dottrine per iniziati sono rimaste sepolte con gli stessi, ed abbiamo ben poche possibilità di comprendere oggi quei significati, religiosi, cosmologici, misterici che fossero. Non ne sappiamo abbastanza per comprendere come quegli iniziati vedessero il mondo. L’ interesse semmai sta da tutt’ altra parte.

Il Mito, com’ è noto, affonda le radici in epoche remote, prima che nascesse la scienza, prima che nascesse la filosofia, e non solo. Il Mito c’era prima che fosse inventata la scrittura, ed è questo il punto interessante.

La scrittura, si sa, viene convenzionalmente fatta iniziare in Mesopotamia intorno al 3.000, 3.500 a.C., benché ovviamente sia il risultato di un lungo e graduale processo di simbolizzazione cominciato chissà quando. Con la scrittura inizia comunque la conoscenza storica del passato, la possibilità di ricostruire date, eventi, dinastie regnanti, guerre, mutamenti politici e sociali. Ma il fatto che da quel momento sia possibile ricostruirli e tracciarli non vuol certo dire che in quel momento siano iniziati. Tutte queste cose c’ erano già prima, molto prima.

Per quello che oggi ne sappiamo, l’ Homo sapiens si è avviato alla conquista del mondo, partendo dalla sua culla nella Rift Valley, approssimativamente 200.000 anni fa, ed ha raggiunto la condizione di specie dominante, dopo avere visto (o causato…) l’ estinzione di tutte le altre specie precedenti  di Homo, circa 40.000 anni fa, epoca in cui si era diffuso in buona parte dell’ Eurasia e forse alche oltre.

Ed è approssimativamente a questo punto della sua storia che l’ Homo Sapiens comincia a manifestare caratteristiche a dir poco anomale: sviluppa capacità di pensiero, abilità creative, senso artistico, tensione spirituale e religiosa insospettabili in uno scimmione. Uno sviluppo esplosivo, attribuito principalmente alla conquista del linguaggio articolato, non il linguaggio semplice nato per accompagnare i gesti, ma un vero linguaggio, capace di esprimere concetti astratti.

Sta di fatto che in questa fase l’ uomo comincia a fare meraviglie: le famose pitture rupestri di Chauvet, Lascaux, Altamira, che hanno tutta l’ aria di essere delle vere e proprie cattedrali paleolitiche, e poi sculture d’ osso, monili complessi, sepolture sofisticate, persino strumenti musicali, e, forse, calendari. Tutto lascia pensare che a questo punto della sua storia conoscesse già le stelle fisse e le costellazioni, i solstizi e gli equinozi, che avesse un calendario. Da questo  momento, l’ Homo Sapiens è davvero umano a tutti gli effetti, intelligente e creativo non meno di noi.

Questo vuol dire che, prima di cominciare a registrare gli eventi, prima dei cinquanta secoli di cui più o meno abbiamo qualche conoscenza, l’ uomo aveva sviluppato cultura per ben quattrocento secoli almeno. Quattrocento secoli.

Di questa lunghissima fase, che inizia ancora nel Paleolitico, non ci rimangono documenti scritti, ma ciò non vuol dire che non ci fosse una conoscenza e dei saperi organizzati. Insomma, non bisogna cadere nell’ errore di pensare che prima della scrittura non ci fosse nulla. Prima della scrittura c’ erano società strutturate e complesse, una tecnologia consolidata ed espressioni artistiche raffinate. Gli uomini erano pienamente umani assai prima di poterlo certificare per iscritto…

Cosa ci fosse di preciso prima della storia nessuno lo sa, ovviamente ma a me piace pensare che ci fossero le storie. Storie che spesso riguardavano il mondo circostante, spiegazioni del perché di tutto ciò che esiste, dei fenomeni naturali, del movimento degli astri, della buona e della cattiva sorte. Spiegazioni che smorzavano l’ angoscia e la solitudine di fronte al sovrastare della Natura.

Raccontare è un’ attività primaria, verrebbe da dire che è una pulsione dell’ essere umano. Raccontare storie la sera attorno al fuoco, oppure per far dormire i bimbi. Raccontare storie anche per insegnare. Raccontare storie soprattutto per dare una spiegazione all’ assurdo. Perché il mondo esiste ? Che ci facciamo noi qui ? Che cosa sono le stelle, il sole, la luna ? Perché esiste il male ? Cosa c’è dopo la morte ? Quattrocento secoli di storie per cercare di mettere ordine nel mondo. Questo è il retroterra del Mito. Da questi millenni, o decine di millenni di civiltà muta, da questo substrato ricco e fertile di umanità primordiale, da tutto ciò provengono le storie che noi chiamiamo Miti.

I miti sono fossili, reperti archeologici di un tempo remotissimo in cui il sapere umano era organizzato in modo diverso, in forme che oggi facciamo fatica a comprendere. Eppure, questo sapere esisteva in quanto si era accumulato per decine di millenni.

Questo sapere era codificato, appunto, in forma di storie, e spesso in forma di storie eroiche, fantastiche, sorprendenti e proprio per questo, facili da ricordare. Nei miti, e nelle forme di sopravvivenza del mito attraverso i racconti popolari, ed in particolare nelle storie più stravaganti ed apparentemente incomprensibili, proprio lì potrebbero essere fossilizzate tracce di un sapere preistorico, echi delle storie che madri paleolitiche raccontavano ai bambini, o tribù di migranti si narravano fra loro attorno al fuoco.

Non sapremo mai quando esattamente sono nate le storie del mito, ma la mia sensazione è che alcune di queste  potrebbero essere più antiche di quanto si pensi. Molto ma molto più antiche.

Molti studiosi hanno messo in rilievo le sorprendenti somiglianze tra miti di popoli lontanissimi vissuti su continenti diversi. J. Campbell parla addirittura di “monomito”, Santillana nel Mulino di Amleto mostra coincidenze dettagliatissime tra miti europei e miti precolombiani, o delle isole del Pacifico. Gli uomini della rivoluzione paleolitica di 40-45.000 anni fa giunsero nel Sudest asiatico 30.000 anni fa, in Sudamerica 10-15.000 anni fa. Mi domando se non potrebbero già loro aver portato con sé un sapere codificato in un piccolo nucleo di storie. Il monomito, appunto.

Ma perché proprio le storie, poi ?

Prima della scrittura c’ era (ovviamente) un enorme problema di trasmissione del sapere, che poteva solo essere affidato alla memoria. La vita dell’ uomo ha una durata effimera, pochi decenni, ed ogni nuovo nato nasce “vuoto”, con la necessità di reimparare tutto daccapo. Ora, credo sia esperienza universale che è molto più facile ricordare una storia, una narrazione piuttosto che un testo di saggistica. Raccontare una storia è un modo molto potente per trasmettere conoscenza. Ancora meglio se la storia è narrata in versi, tutti sanno che è più facile imparare a memoria una poesia piuttosto che un testo in prosa. Ed ancora di più se la narrazione in versi è scandita da una musica, ciascuno di noi, anche il più duro di cuore avrà pure in vita sua memorizzato il testo di qualche canzone particolarmente amata….

È questo il motivo per cui la letteratura nasce coi poemi, ed in particolare con i poemi epici. Ed è anche il motivo per cui, all’ interno di questi poemi, lunghe parti apparentemente incongrue riguardano ad esempio il modo esatto di eseguire un sacrificio, o le istruzioni dettagliate per costruire una nave, o addirittura un’ interminabile genealogia. Trasmissione del sapere, appunto…

Tutto il sapere veniva veicolato in questo modo, in un mondo senza scrittura, ed era importante memorizzare bene il proprio albero genealogico così come i fondamenti del proprio mestiere.

Anche così dovremmo leggere certe curiose storie mitiche e certi incongrui racconti popolari, come reliquie di un antico sapere, reperti archeologici di epoche lontanissime e per molti altri versi mute.

 

C’è un tempo, adesso


“I beni più grandi ci provengono mediante una mania che ci viene data per concessione divina (…), la mania che proviene da un dio è migliore dell’ assennatezza che proviene dagli uomini.”

Platone, Fedro

C’è un tempo per seminare ed uno per raccogliere, dice l’ Ecclesiaste.

C’è un tempo per l’ on line ed uno per l’ offline, si direbbe forse oggi.

C’è un tempo per descrivere ed un tempo per vivere, un tempo fatto di sensazioni, vissuto sulla pelle più che nella testa, odori e sapori molto più che pensieri.

C’ è un tempo per stare con la vita addosso, un tempo senza fiato, esagerato e commosso.

Un tempo in cui l’ anima si gonfia come una zampogna, e la zampogna, si sa, bisogna riempirla bene se si vuol suonare qualcosa che abbia senso e respiro, qualcosa che non si spezzi a metà senza fiato.

Tempo di vivere e di riempirsi, tempo di raccogliere immagini e sogni e forse illusioni, tempo disordinato e segreto, tempo complice e sudato.

Tempo che riempie il cuore e lo fa battere forte, prima ancora di filtrare per raggiungere la mente. Solo allora diventerà parola, solo allora. Dopo. E forse.

Dal mondo al cuore, dal cuore alla mente, è questo il tragitto, non ci sono scorciatoie.

C’è bisogno, di tanto in tanto, di riprendere il cammino, reimmergersi nel reale, catturare vita da restituire ancora in forma di parole, finché c’è tempo e finché ci sono forze.

La sera è difficile fare  i conti con se stessi, quando ci trova a guardare il sole che si scolora. Dovunque e comunque manca un pezzo, oppure il pezzo che c’è non combacia. La testa da un’ altra parte rispetto al corpo.

Un vivere assente, un vivere altrove, un perenne sforzarsi di ricondursi al qui ed ora, al reale immediato, a ciò che si sta facendo ADESSO. Un’ operazione faticosa, riconcentrarsi continuamente, perché quello che si sta facendo continua a sfocarsi, a perdere importanza e presenza, a mancare di definizione rispetto al tendersi verso un altrove, un altro tempo ed un altro luogo ed un altro dove ed un altro con.

Giornate tese ad aspettare l’ imprevisto, l’ imprevedibile, il dono del caso e del destino,o di qualche dio generoso ed indulgente.

L’ imprevisto accade ogni tanto, e sono piccole gemme.

La vita si stringe ad imbuto, e le mille possibilità diventano cento e poi dieci e poi si fa fatica a trovarne, e però c’ è ancora un bel pezzo di strada davanti ed occorrerà pure dargli un senso, e del resto è sul finale che gli spettacoli pirotecnici danno il meglio di sé, no ? , in modo che lo spettatore vada via con gli occhi le orecchie ed il cuore colmi di gioia e di stupore, avendo visto ciò che mai si era visto prima.

Il bilancio di ciò che si ha o si potrebbe avere è quello che è, e non ci sono garanzie, né la soluzione perfetta che tolga di mezzo i dubbi. Nell’ incertezza si vive e nell’ incertezza bisogna agire, scegliere per il meglio senza aspettarsi miracoli, partendo da ciò che non si vuole.

C’è bisogno di entusiasmo per fare le follie, c’è bisogno di follia, quella che proviene direttamente dall’ essere invasi da un dio, almeno qualche volta.