Il suono del silenzio – Reloaded

erna 17-11-13

“Hello darkness, my old friend, I’ ve come to talk with you again”

Così cantavano Simon & Garfunkel un’ era geologica fa, quando i dinosauri si credevano giovani e lo sticker orgogliosamente proclamava “Underground Music !”. Figuriamoci, buona per fare il remake di “Cocoon”, quella “underground music” oggi.  Ma la radio stamattina la passa e dunque sorvoliamo.

“I’ ve come to talk with you again” mi piacerebbe dirlo oggi a questa testarda e paziente montagna, così vicina, così accessibile, nemmeno tanto alta, quasi banale, quella che normalmente sarebbe solo una camminata di due ore ma per vari motivi invece è un ritorno.

“I’ ve come to talk with you again” perché salire è sempre un parlare, anche se sei da solo, e spesso da soli anche di più, perché parlare non è necessariamente pronunciare parole a voce alta, quello serve soprattutto quando non ci si capisce, e non è questo il caso. E neppure “darkness” è tanto il caso, anzi, è tutto il contrario, qui oggi la luce è nitida e trasparente come certe giornate novembrine sanno regalare a sorpresa, e sarà merito di San Martino o dell’ estate indiana, in fondo non importa.

ciclaminiÈ tutto luce, qui oggi, ombre e chiaroscuri ed improvvisi scoppi di colore, vuoi un agrifoglio prenatalizio oppure un ciclamino nascosto negli anfratti umidi ed ombrosi vicino a una sorgente. È tutto tranne che buio, il buio è rimasto a valle, nel cuore della notte o nella notte del cuore, quella a cui tento di porre un precario rimedio.

“Silence like a cancer grows” . Laggiù, forse, nel buio della note e del cuore da cui provengo. Li’, forse il silenzio cresce come un cancro, o un cancro cresce nel silenzio. Qui no. Qui il silenzio non è malattia, niente affatto, qui il silenzio semmai è cura. E non è nemmeno silenzio, a volerla dire tutta, perché se ti fermi ad ascoltare senti l’ acqua che scorre, l’ aria che si muove, le foglie che si agitano, piccole creature che zampettano o sfrecciano. Lo star bene non è mai un vero silenzio.

No one dares / disturb the sound of silence”. Nessuno osa disturbare il silenzio, chi arriva, parla poco oppure tace e ascolta, qui. È un silenzio luminoso contro il silenzio buio e cattivo della notte, degli uomini, il silenzio di una natura che è e che sarà, al di là del bene e del male perché, semplicemente, prima del bene e del male, e di ogni concetto. Inconsapevole, senza passato e futuro che non siano il ritmo ciclico delle stagioni. Natura che è, e tanto gli basta, e per una volta vorrei che bastasse anche a me, seduto al sole gentile di questa stagione, vorrei che mi bastasse questo essere inconsapevole, prima dei concetti, come un elisir salvifico.

Da quassù, la città è possibile vederla, volendo, e persino, a concentrarsi, ascoltarne l’ eco lontanissima. È il luogo del buio, da qui lo capisci bene, della notte e del desiderio. La natura è eterno presente, invece, e così anche eterno passato ed eterno futuro, sì, futuro, l’ etimologia non mente e “natura” viene dal participio futuro di “nascere”, è promessa di generazione a dispetto di tutto, per quanto infestanti e devastanti noi uomini non riusciremo a togliere il futuro dal participio, ma semmai a togliere noi da quel futuro participio, rendendo l’ ambiente inadatto a sostenerci. Lei, la natura sopravvivrà persino alla nostra follia, statene pur certi.

Ma noi  non ci saremo”.

Questa però è un’ altra canzone.

Un po’ di bianco trascendente

Passo Manina

Il sudore, ci vuole. È la fatica, la misura del valore di tutte le cose, la manifestazione oggettiva del nostro tenerci. Ci vuole il sacrificio, che è poi ciò che serve a “rendere sacro” qualcosa. Attraverso il sacrificio si arriva a ciò che è sacro, e che va trattato con rispetto, il sacro ci mette un attimo a diventare esecrabile, l’ etimologia non tradisce mai. Fatica, cura, dedizione, passione, sacrificio, parole che si compongono assieme.

Questo penso, mentre avanzo piano, un passo alla volta, il piè fermo sempre il più basso.

La valle è in ombra, il freddo intenso, ma il maglione di pile e la giacca a vento fanno un buon lavoro, e la fatica ci mette il resto. Il sudore mi cola dalla fronte, insomma, mentre avanzo a fatica su per la salita. Il bosco di conifere è fitto, persino la luce fatica a filtrare, in questo sottobosco umido e ricoperto di aghi non cresce praticamente nulla, neppure gli alberi stessi riescono a rinnovarsi. Il taglio del bosco è utile al bosco stesso, questa è una cosa che un cittadino, sia pure cresciuto a pane ed ecologia, difficilmente riesce a comprendere.

Freddo, ombra e fatica, dunque. E silenzio, naturalmente, perché le valli in ombra sono le meno frequentate, e qui non ci viene proprio nessuno. Ma la montagna quasi mai delude, ed ecco che dopo un ultimo e faticoso strappo il bosco si apre, o fu aperto dai taglialegna molto tempo fa e mi trovo in una radura dolcemente ondulata.

Al centro della radura, una piccola baita di legno, chiusa ed evidentemente disabitata. Sopra ed intorno, la neve ha coperto tutto assecondando con morbidezza le curve del terreno, nascondendo le asperità rocciose, quasi come se fosse stata la montagna stessa a volersi addolcire, in un incongruo moto di empatia.

Sulla neve, nessuna traccia, solo neve primitiva, ignara, persino rozza nella sua ingenua innocenza. Né uomini né animali hanno violato questa bianchezza su cui solo adesso, proprio adesso, il sole arriva a battere.

Le gocce di sudore salato raggiungono le palpebre, entrano negli occhi, costringono a strizzarli, bruciano, il sudore genera lacrime, sembra quasi una metafora, e mentre mi sforzo per mantenere lo sguardo limpido, i raggi del sole sembrano superare le esitazioni iniziali, e trionfalmente inondano la radura innevata, scovano ad uno ad uno i milioni di cristalli di ghiaccio e ad uno ad uno li fanno scintillare come diamanti, o come milioni di microscopiche stelle adagiate sulla neve. Uno sfarfallio, un caleidoscopio di luci, un accendersi e spegnersi fulmineo di minuscoli abbaglianti puntini luminosi, rendono la radura uno scenario magico ed irreale.

La bellezza toglie il fiato, sospende il respiro, e proprio questo è il senso della parola “estetica” questa bellezza pura ed assoluta, bellezza che è il punto di contatto fra l’ umano e il divino. Per incontrare il divino, bisogna venire dove gli dei dimorano, e bisogna arrivarci attraverso un percorso, parlare di pellegrinaggio può sembrare blasfemo, ma insomma serve il sudore e la purificazione, la rigenerazione attravesrso la traspirazione, che allontana le tossine, ma anche rabbie e risentimenti, miserie e gelosie. Tutto resta a fondo valle, la saluta è come la muta di un serpente, e forse proprio per questo qui, proprio qui, davanti ai miei occhi, la trascendenza si manifesta.

Gli Elfi del bosco gelato

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Non c’è niente di più vero del bosco gelato nel cuore dell’ inverno. Il freddo intenso impedisce alle cose di mostrarsi diverse da come sono, non avanzano energie da sprecare in dissimulazioni e travestimenti, tutto è esattamente come è, a partire dagli alberi senza il velo del fogliame. La neve ghiacciata si spezza sotto la pressione degli scarponi con un crepitio da patatine, mentre la vita del bosco intorno sembra trattenuta, anch’ essa, nel minimo sforzo vitale. Eppure, qualcosa si avverte, una cincia sfreccia tra i rami e tracce, molte tracce dimostrano che il bosco è abitato.

E’ come se ci fossero due popolazioni sovrapposte e parallele, qui, destinate a non incontrarsi facilmente. Adesso ci siamo noi, goffi bipedi alla luce del giorno, infagottati in materiali più o meno tecnici e protettivi, traspiranti ed idrorepellenti, quasi fossimo palombari, oppure  astronauti alieni. Ci siamo noi, e non ci sono loro.

Loro, i veri e legittimi abitatori del bosco, quelli che non hanno scarponi né giacche a vento, quelli che non si cambiano mai, quelli senza zaino e senza pranzo al sacco, quelli che se non trovano da mangiare muoiono.

Cervi e caprioli, le tracce sono diverse per chi le sa distinguere, e fra i caprioli c’è anche qualche piccolo, perché la vita non si ferma certo per un inverno, che non è neppure dei peggiori, poi. Alberi scortecciati mostrano che la fame non dorme e qualche volta morde, ed i  morsi della fame sono diventati morsi veri, al legno dov’è più tenero, che almeno dia la sensazione della pancia piena. Mors tua vita mea, questa e non altro è la legge di natura, e chiunque pensi il contrario non sa, o non vuol vedere.

Altre tracce  incrociano le prime, creature più piccole e cattive, si intuisce, e non meno affamate. Una volpe rossa, probabilmente, e qualche martora, o faina. Sarebbe un vero regalo per loro se uno di quei piccoli caprioli precipitasse da una cengia, un cenone da leccarsi i baffi fino all’ alba. Ma non sempre è festa, e bisogna accontentarsi di quello che c’è, qualche uccello incauto, un rospo, una salamandra, un serpentello dalla vista corta.

Più in alto, dove il bosco finisce e la montagna si fa più cattiva, lassù ci sono i camosci e le pernici bianche, più in basso ed a portata di fameliche zanne ci sono i galli cedroni ed i forcelli, ma loro lo sanno, e se ne stanno bene acquattati. Dovranno per forza esporsi più avanti, nella stagione degli amori, ma non è adesso, è all’ inizio dell’ estate quando il bosco è un po’ più generoso e la fame dei predatori, si spera, un po’ meno acuta. Mors tua vita mea è una legge che imparano tuttiin fretta, quassù.

Creature che corrono, volano, strisciano e si arrampicano sono come gli Elfi delle fiabe, escono e popolano il bosco soprattutto di notte, e quando non c’è nessuno che possa vederli, e svaniscono nel nulla non appena i goffi bipedi infagottati avanzano con quello che a loro deve sembrare un frastuono da banda di paese. Per questo tanti bipedi non credono alla loro esistenza. Ma hanno torto.

Si dovrebbe essere più umili e rispettosi, ecco tutto, arrivare quassù in punta di piedi, chiedere il permesso magari, e poi accomodarsi, diventare abitanti del bosco, anzi diventare bosco fino a scomparire, assumere il colore l’ odore il respiro del bosco, farsi dimenticare, rendersi invisibili come le creature fatate. Solo allora gli elfi, distratti o rassicurati, usciranno nuovamente dai loro nascondigli per mostrarsi ai bipedi non più estranei.

Per i quali sarà difficile tornare indietro, dopo.

Colpa di chi ?

Ciò che produce tutto questo non è più l’ uomo in quanto uomo, bensì una reazione a catena da lui provocata. Nella misura in cui oltrepassa i limiti della physis umana, essa trascende anche qualsiasi dimensione interumana di ogni possibile potere di uomini su uomini.

Carl Schmitt, Dialogo sul potere

Il l male nasce nel rapporto con la libertà, con la scelta volontaria e la responsabilità che questa possibilità di scegliere comporta.

L’ animale è solo istinto, non sceglie, fa quel che deve, e questo lo pone al riparo dalle domande sul bene e sul male. L’ animale caccia, uccide, divora, ma in tutto questo non c’è coscienza, è un seguire istinti meccanici: fame = caccia.

L’ uomo può scegliere.

Non sempre, naturalmente. Ma proprio nei casi in cui scegliere non può (ad esempio la reazione di un individuo aggredito, allo scopo di salvarsi la vita) la questione del male non si pone proprio.

Quindi il problema del male nella natura umana, senza scomodare divinità o demoni, si riduce alla scelta del male, il nuocere deliberatamente quando si avrebbe la possibilità di scegliere diversamente. Il male intenzionale e volontario.

Il male gratuito è solo umano perché solo umana è la scelta di esercitarlo oppure no. Ed il male è tanto più umano quanto più è estremo, perché proprio nella mancanza di ragionevolezza, di misura, di motivazione, di giustificazione, proprio in questo manifesta la sua origine arbitraria, cioè letteralmente radicata nel libero arbitrio.

Al pari della bontà senza compromessi e della generosità senza tornaconto, si capisce.

Benché a tutti capiti ogni tanto di agire in funzione di capricci passeggeri, almeno le decisioni importanti si tende a prenderle a ragion veduta, cioè dopo aver analizzato le ragioni a favore e contro.

Qui la faccenda si complica.

Perché spesso le ragioni ci sono sia a favore che contro ed allora la questione è quella di selezionarle in un certo ordine, di attribuire maggiore o minore peso a ciascuna, e l’ uomo ha un’ abilità veramente suprema nel trovare giustificazioni razionali al suo comportamento.

Prendiamo ad esempio l’ ubbidire all’ autorità. Chi potrebbe biasimarmi se compio un’ azione in funzione di un ordine ricevuto da un genitore, o da un superiore, o da un datore di lavoro, o da un cliente, o da un’ autorità comunque legittimata a dare disposizioni ? La disciplina, la lealtà non sono forse valori ?

L’ operaio:

–          se il mio caposquadra mi ordina di tagliare un albero io lo taglio, no ? chiedete a lui.

Il caposquadra:

–          se l’ ingegnere mi ordina di spianare questo tratto io devo far abbattere gli alberi, no ? chiedete a lui.

L’ ingegnere:

–          se il mio capo mi ordina di costruire la strada io devo far spianare, no ? chiedete a lui.

Il capo:

–          se il mio padrone prende l’ appalto per fare la strada io poi devo farla fare, no ? chiedete a lui.

Il padrone:

–          se l’ Amministrazione Pubblica bandisce un concorso io partecipo, no ? chiedete a loro.

L’ Amministrazione:

–          se il Governo decide di fare nuove infrastrutture io devo farle fare, no ? chiedete a loro.

Il Governo:

–          per lo sviluppo ed il benessere del Paese sono necessarie nuove infrastrutture. Il popolo ci ha votato per questo., no ? chiedete a loro.

Già.

Che c’è di male ?

O meglio, dov’è che il male si infila dentro, in questo rosario di scaricabarili in cui sempre sembra di tornare al punto di partenza ? Chi ha la responsabilità di aver tagliato l’ albero, alla fine ? Chi ha la responsabilità della distruzione delle foreste ?

Perché si cerca petrolio nell’ Artico o in fondo al mare ? Per una passione devastatrice o perché noi, proprio tutti noi, abbiamo uno stile di vita che lo pretende ?

Chi ha la responsabilità dell’ effetto serra ? Della scomparsa dell’ ozono ? Del riscaldamento globale ?

Nessuno o tutti.

Forse è l’ idea di responsabilità a metterci fuori strada, forse è un’ idea troppo ristretta per rendere conto di quello che cerchiamo di dire.

Gli antichi avevano un’ idea più ampia di queste cose, un’ idea che si è mantenuta nella giurisprudenza e forse solo lì, l’ idea che si possa essere colpevoli senza essere responsabili. Colpevoli, a volte consapevoli, pur senza intenzione, credendo di far bene, non volendo nuocere, a volte stretti in un’ alternativa del diavolo.

La tragedia classica ne è piena, del senso della colpa.

Consideriamo Oreste, preso fra la necessità, il dovere di vendicare l’ omicidio del padre, ed il vincolo di sangue nei confronti della madre assassina. Oreste decide di uccidere la madre, è vero, perché così vuole la consuetudine, ma subito dopo è costretto alla fuga, inseguito dalle Erinni. Ha versato il sangue della madre, è colpevole, ed il fatto di essere stato costretto a farlo da un altro dovere non eludibile non fa venir meno la sua colpa. La vita è tragica, e certe volte non si può vincere.

Consideriamo Amleto, anche lui deve vendicare il padre, uccidendo gli assassini, che sono sua madre e lo zio. La situazione è assai simile a quella di Oreste, ma Amleto è un personaggio moderno, il peso della responsabilità gli piomba addosso prima ancora che levi la mano per compiere il suo delitto riparatore. Vacilla, esita, perde il senno, o forse no. Cerca disperatamente un pretesto, un motivo per venirne fuori innocente, per non macchiarsi dei delitti, per sfuggire al destino. Ma il modo non c’è. Si dovrà sporcare le mani, rendersi colpevole, non c’è via di scampo. Si è colpevoli, persino quando è il destino a barare.

Consideriamo Edipo, infine, neonato abbandonato dal padre, ritorna a Tebe da adulto e lo uccide, senza riconoscerlo, per un banale diverbio, poi sposa la madre, senza sospettare che sia la propria madre, e con lei genera figli. Come può essere responsabile di ciò che non sa ? Beh, responsabile forse no, ma colpevole sì, colpevole di fronte a se stesso, e per non vedere più se stesso Edipo si acceca, fugge alla ricerca di un’ impossibile redenzione. Impossibile perché non c’è redenzione nel mondo tragico, e la colpa, quale che sia, ricade persino sui figli dell’ unione incestuosa, Eteocle e Polinice si uccideranno a vicenda.

La colpa è predisposizione, occasione di danno, non atto d’ intenzione, ma semmai difetto di attenzione, omessa vigilanza, incauta attitudine, mancata prevenzione, semplice disdetta. La colpa è destino, ed in qualche misura è anche predestinazione o fato. Esclude l’ intento, ma non ripara dalle conseguenze.

Siamo colpevoli anche oggi, tutti e ciascuno. Colpevoli di vivere in un mondo sovraffollato dove la specie umana ha assunto un carattere infestante. Colpevoli di consumare il mondo, ognuno per la sua parte, lasciando un po’ di meno a chi verrà dopo. Colpevoli di sopravvivere, dove la sopravvivenza è un lusso o privilegio non a tutti concesso. Colpevoli di essere nati dalla parte giusta del mondo, per di più, senza averne merito o ruolo. E per questo, doppiamente ingiusti verso chi è nato dalla parte sbagliata. Non si è responsabili di essere nati in un posto invece che in un altro, d’ accordo, ma del destino occorre farsi carico.

La redenzione passa attraverso la responsabilità, chi più ha più risponde, il destino è un carico sulle spalle, un bagaglio da portare con se, una forzatura da assecondare. La colpa va riscattata, il destino va redento, vale a dire, letteralmente “ricomprato”, proprio come uno schiavo ricompra la sua libertà diventando liberto.

Sarà il senso della colpa a salvare il mondo ?

Vedendo e disvedendo


Il tempo cambia il rapporto col mondo e con le cose, rende lo sguardo più attento ed al tempo stesso più distratto, paradosso solo apparente, questo.

Ho attraversato mille volte le Alpi in aereo, mille volte ho poggiato lo sguardo su questo mondo di barbara bellezza, questo grigio di rocce dai bordi affilati e taglienti come selci paleolitiche che si alterna ad un bianco stupore al di là del bene e del male. Troppo grande per la natura umana, intuisci che potrebbe ucciderti senza cattiveria, distrattamente, senza accorgersi. Mille volte ho visto accendersi e spegnersi spilli di luce mutevoli, all’ avanzare apparentemente lentissimo dell’ aereo rispetto alla terra. Mille volte.

Ma quello sguardo si è fatto diverso e più profondo adesso, io credo, nel tentativo di trattenere l’ immagine con la più alta definizione possibile, archiviarla in una memoria affidabile ed incorruttibile, da cui poterla in futuro recuperare, intatta, a piacimento.

L’ idea che non mancheranno altre occasioni per rivedere ancora e meglio vacilla nella coscienza che sì, di occasioni ce ne saranno, ma il futuro non è sconfinato, e conviene immagazzinare, scolpire, incidere dentro di sé steli a futura memoria.

È uno sguardo più compassionevole e, esito a dirlo nel timore del ridicolo, amorevole, quello che adesso poggio su immagini straordinarie divenute familiari. Amore sì, per ciò che ho avuto il privilegio di vedere, e che ancora vedrò, ma non per sempre. E al tempo stesso, questo sguardo amorevole è sempre più consapevole del “non per sempre” che lo accompagna e dunque della dolorosa necessità di mantenere un distacco fra l’ occhio e la cosa veduta, un distacco che nutre il presagio dell’ inesorabile separazione a venire.

Tutto si fa più vicino nella “pietas” dello sguardo adulto, ed insieme si fa più lontano nella consapevole rivelazione dell’ impermanenza di quello stesso sguardo e nel presagio della perdita.

Natura morta con paesaggio


L’ ambiente è ciò che gira intorno.

La parola “ambiente” ha la radice “ambi” che vuol dire “di qua e di là”, come in “ambivalente”, “ambiguo”, “ambidestro”. L’ ambiente dunque sta “di qua e di là”, “tutto intorno a te” come una vecchia pubblicità che avrei preferito non avere così tanto  intorno a me, nonostante Megan Gale.

Che cosa c’è, tutto intorno a noi ?

C’è l’ aria, anzitutto, quella che respiriamo, poi c’è quello che sentiamo, suoni o rumori a seconda dei casi, ci sono gli odori, buoni e cattivi, e poi c’è il panorama, cioè “pan-orao”, vedo tutto. Ciò che si respira, si sente, si odora, si percepisce, e ciò che si vede intorno, quello è l’ ambiente.

Ora, ciò che si osserva quando ci si trova in una posizione favorevole, con una vista aperta non impedita da ostacoli, è il paesaggio, e paesaggio è un’ altra parola che ha parecchie cose da dire. “Paesaggio” infatti viene dal latino “pagus ager”, dove “ager” è ovviamente la campagna, mentre “pagus” deriva a sua volta dal termine greco “pagos”, che indicava il luogo elevato su cui si insedia la comunità. L’ Areopago di Atene, sede del primo tribunale della storia, è letteralmente, la “collina di Ares”. Pagus è per estensione il paese, che sta in alto, e paesaggio è la campagna, il territorio attorno al paese.

Ma c’ è un altro termine deriva da “pagus”, ed è “pagano”. Pagano è letteralmente l’ abitante del villaggio, il “non-cittadino”. E pagano è colui che si ostina, di fronte al Cristianesimo che si afferma, a credere ancora negli dei, fino all’ ultimo. Era un termine dispregiativo, per i primi cristiani. Villici. Buzzurri. Pagani.

Va bene, d’ accordo, la campagna è arretrata per antonomasia, lì tutto arriva in ritardo, si capisce, le novità vengono sempre dalla metropoli. Però io ci trovo una forma di bellezza, in questa condizione. Mi spiego.

Gli dei dell’ antichità classica erano “tutto intorno a noi”, vivevano nella natura quando non addirittura, come Pan, erano la natura.

Dice Hillman:

Le potenze appaiono in luoghi specifici: sotto un albero, presso una sorgente, un pozzo, su una montagna, in un pianoro, all’ ingresso della tana di un serpente, o in linea con il sole, la luna e le stelle. Gli uomini segnano questi luoghi speciali con altari, fossati, pietre disposte in cerchio”.

(L’ anima dei luoghi, Rizzoli 2004, p. 22)

 Il problema del pagano era che poteva pure avere una divinità preferita, a cui rivolgersi per avere favori e protezione, però non poteva trascurare le altre, perché le divinità dell’ Olimpo erano assai invidiose le une delle altre, si compiacevano dei sacrifici dei mortali e si vendicavano con ferocia da psicopatici su chi li trascurava o recava loro offesa. E dunque il povero pagano campagnolo, devoto (mettiamo) di Ares, doveva comunque un minimo blandire anche Zeus, Era, Apollo, Atena, Artemide, Afrodite, Dioniso, Pan e chi più ne ha più ne metta per evitare grossi guai. E doveva altresì rispettare tutti i luoghi in cui queste divinità dimoravano o avrebbero potuto dimorare (non si sa mai).

Cioè doveva rispettare tutti i luoghi belli.

Se gli dei sono tutto intorno a noi, nei monti, nelle foreste, nelle sorgenti, ebbene è necessario rispettare tutto ciò che d bello esiste intorno a noi. È una questione non solo estetica, ma morale. Rispettare l’ ambiente diventa una questione religiosa, anzi diventa LA questione religiosa per eccellenza. Un misto di devozione e timore reverenziale.

Per noi, ovviamente non è così, non è più così da molto tempo, per noi solo l’ uomo è dotato di anima, non gli animali e meno che meno i luoghi.

La natura è oggetto di dominio, “res nullius”, cosa di nessuno a disposizione di chi la prende, l’ aria, l’ acqua sono libere, gratuite ed inesauribili. Le risorse naturali sono a disposizione senza alcun riguardo, sono mezzi di produzione. Come dice Heidegger, per l’ uomo moderno “la foresta è legname, la montagna è cava di pietra, il vento è vento in poppa”. Il mondo è “utilizzabile”.

Per certi versi la cosa si può capire. Mai nella storia abbiamo avuto il dubbio che il mondo potesse esaurirsi. Finire sì, nella collera divina, travolto dai cavalieri dell’ Apocalisse, finanche nella guerra termonucleare globale, ma esaurirsi no. Madre Natura che non allatta più, come una tata con le mammelle avvizzite ? Impensabile.

Ed invece, è proprio l’ impensabile che oggi tocca pensare, che il mondo possa finire per consunsione, per logoramento, per esaurimento. Per sfinimento.

Lo “sterminio dei campi” di cui parlava Andrea Zanzotto fa parte di questa usura. Ogni volta che un ettaro di campi viene edificato, quei campi sono perduti per sempre e non torneranno mai più ad essere campi.

Pochi numeri bastano a dare l’ immagine di questo sterminio, questi e molti altri sono reperibili nel libro di Salvatore Settis “Paesaggio, Costituzione, Cemento” (Einaudi). Dagli anni ’50 ad oggi la superficie urbanizzata in Italia è cresciuta del 500%, ogni giorno vengono cementificati 161 ettari di terreno, in massima parte terreni fertili di pianura, per costruire 33 vani per ciascun nuovo nato, quasi che dovessimo arrivare a mezzo miliardo di abitanti. Il 17% del territorio è degradato, solo tra il 1990 ed il 2005 si sono persi complessivamente 3,7 milioni di ettari, pari alla superficie totale di Lazio ed Abruzzo messi insieme. Vero è che di regioni ne abbiamo 20, ma forse è il caso di darsi una regolata.

Se il rapporto classico con il paesaggio era al tempo stesso estetico e morale, lo sterminio del paesaggio non può che avere conseguenza sia estetiche che morali. Le due cose procedono insieme.

Non si può attraversare una qualsiasi periferia urbana tra palazzoni fatiscenti e squallidi capannoni industriali senza sentire un’ angoscia opprimente, un desiderio di allontanarsi, andare via, quasi un istinto di conservazione che ci spinge a fuggire via da ciò che ci appare malsano, mortifero, corrotto, putrido. La sensazione che rimanendo lì finiremo con l’ ammalarci. L’ esatto opposto della risposta istintiva del “pagano” che osservando un luogo speciale per qualità e bellezza, ne attribuisce l’ origine al fatto di essere, quel luogo, dimora di un dio o di una ninfa.

“Si diventa pagani (…) perché ci si accorge che tutto è vivo”

J. Hillman, ibid., p104.

Nel momento in cui il mondo si consuma, ci si può salvare solo recuperando, in forma meno ingenua e “magica” proprio questa forma di rispetto.

Il mondo non può più essere “res nullius”, deve tornare ad essere proprietà, se non degli dei, almeno degli uomini, tutti gli uomini, deve diventare “res omnium” ovvero, in termini moderni, bene comune.

Regolato, disciplinato, e soprattutto tutelato come bene comune, prima che scompaia per tutti, e per sempre.