Debiti, colpe, peccati e altro ancora

 

Ai tempi della crisi finanziaria greca abbiamo tutti più o meno a forza imparato che esiste una parola tedesca dal doppio significato. La parola in questione è “schuld” che in tedesco può voler dire sia “debito” che “colpa”. Ecco dunque svelato il motivo dell’ intransigenza tedesca: se hai fatto debiti è tutta colpa tua, e dunque cosa pretendi ? Le colpe si pagano, e così i debiti. Il debitore è per definizione anche peccatore, ed il legame tra peccato e debito è – appunto – la colpa.

A dire la verità, però, questa storia del legame tra debito e colpa non è affatto un’ invenzione tedesca.

Chiunque abbia letto Dickens sa che nella Londra vittoriana si poteva finire in carcere per i debiti non onorati; e dal momento che il debitore incarcerato ha verosimilmente ancora meno possibilità di saldare, è evidente come prevalga il desiderio di punire la colpa del debitore rispetto a quello di risarcire il creditore. A quest’ ultimo rimane la soddisfazione, discutibile ma a quanto pare assai apprezzata, di vedere il debitore dietro le sbarre.

Ma neppure gli inglesi avevano inventato questa identificazione tra debito e colpa, tra debitore e colpevole. La faccenda è assai più antica. Risale addirittura all’ Antico Testamento, nella parola di origine aramaica “hôb, hôbot” che avrebbe avuto già, appunto, i due significati in questione. Almeno così sostiene Silvia Ronchey in un articolo su Repubblica dell’ 8/7/2015. Altrove ho trovato il riferimento ad un termine simile “ehoba”. Mi fido.

Se dunque il debito è peccato, gli ebrei avevano tuttavia introdotto anche qualche rimedio. Anzitutto il divieto di esigere interessi, almeno dai più bisognosi (Levitico 25):

“35 Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria ed è inadempiente verso di te, sostenilo come un forestiero o un ospite, perché possa vivere presso di te. 36 Non prendere da lui interessi né utili, ma temi il tuo Dio e fa’ vivere il tuo fratello presso di te. 37 Non gli presterai il denaro a interesse, né gli darai il vitto a usura.”

Inoltre , una grande sanatoria da tenersi ogni sette anni (Deuteronomio 15):

“1  Alla fine di ogni sette anni celebrerete l’anno di remissione. 2  Ecco la norma di questa remissione: ogni creditore che abbia diritto a una prestazione personale in pegno per un prestito fatto al suo prossimo, lascerà cadere il suo diritto: non lo esigerà dal suo prossimo, dal suo fratello, quando si sarà proclamato l’anno di remissione per il Signore. 3  Potrai esigerlo dallo straniero; ma quanto al tuo diritto nei confronti di tuo fratello, lo lascerai cadere.”

Con l’ ulteriore esplicito invito, giacché la natura umana è quella che è,  a non fare i furbi:

“9  Bada bene che non ti entri in cuore questo pensiero iniquo: È vicino il settimo anno, l’anno della remissione; e il tuo occhio sia cattivo verso il tuo fratello bisognoso e tu non gli dia nulla; egli griderebbe al Signore contro di te e un peccato sarebbe su di te.”

Proprio a questo precetto si riferisce chiaramente il Padre Nostro nel versetto che viene riportato da Matteo 6 come “12  e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori” e da Luca 11 invece come “4 e perdonaci i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore”. Debito uguale peccato, per l’ appunto.

Insomma, questa identificazione tra debito è colpa ce la portiamo dentro dai tempi più remoti. Quello che si è perso per strada, invece, è il correttivo di questa legge ferrea, il periodico condono dei debiti o almeno degli interessi per i debitori più deboli e bisognosi. Il capitalismo, diceva Walter Benjamin (combinazione, era un ebreo tedesco…) è una religione senza redenzione.

Da tutt’ altra parte sta il concetto greco di debito, espresso dal termine chreos che non ha nulla a che vedere col peccato. Il termine indica semmai una mancanza, uno stato di bisogno, come nell’ espressione: “essere in debito di ossigeno“ e simili. A tal punto che Matteo usa un termine diverso (ophèilema) per indicare il debito/peccato, come fa notare ancora la Ronchey,

La colpa per i greci (antichi, si capisce…) è tutt’ altro, è uno stato in cui ci si trova per avere commesso un’ ingiustizia, anche senza intenzione, sapendolo oppure anche no, per puro volere del Fato. Un significato che un po’ sopravvive nel linguaggio giuridico.

Ma questo è tutto un altro discorso, e porterebbe lontano. Per oggi vi ho annoiato abbastanza.

Di mussole, assiri e mesopotami moderni

 

Forse non tutti sanno  (io ad esempio non lo sapevo) che la mussola, quel tessuto leggero come una garza, le gentili viandanti ne sapranno assai più di me, e l’ affine mussolina, devono il loro nome – nientemeno – alla città irachena di Mosul.

Sì, proprio Mosul, la roccaforte dello Stato Islamico che l’ esercito iracheno sta da un po’ tentando di riconquistare.

Da lì, nel XVII secolo, arrivò in Europa questo tessuto prezioso e raffinato che ebbe un gran successo. Pare che Maria Antonietta ne fosse entusiasta.

Arrivò dunque in Europa da Mosul, dicevamo, anche se pare che a Mosul fosse arrivata dall’ India o da più lontano ancora. Così come il tessuto che noi chiamiamo “damasco” era arrivato assai prima dalla Siria, ma era in realtà originario della Cina. Già, la via della seta…

Il fatto è che il Medio Oriente è stato per tanti secoli il punto di passaggio del commercio con l’ Occidente, ed i veneziani ne sanno qualcosa.

Stiamo parlando del Seicento, per quanto riguarda la mussola, ma a quei tempi Mosul era già una città millenaria, che aveva già manifestato una certa propensione a mettersi nei guai per motivi religiosi, essendo nota nel VI secolo come roccaforte degli eretici nestoriani.

Ora, se mille anni vi sembrano pochi, sarà utile ricordare che Mosul sorge sul territorio della biblica Ninive, che fu capitale del regno assiro più o meno al tempo della fondazione di Roma. Una città superba, bellissima, la residenza di Assurbanipal, tanto per farsi un’ idea. In quanto capitale assira ovviamente non stava tanto simpatica agli Ebrei, ragione per cui la Bibbia contiene profezie assai malevole sul suo conto.

Ninive è come una vasca d’acqua agitata

da cui sfuggono le acque.

“Fermatevi! Fermatevi!” ma nessuno si volta.

Saccheggiate l’argento, saccheggiate l’oro,

ci sono tesori infiniti, ammassi d’oggetti preziosi.

(…)

Allora chiunque ti vedrà, fuggirà da te

e dirà: “Ninive è distrutta!”. Chi la compiangerà?

Dove cercherò chi la consoli? 

(dal Libro di Naum)

Il profeta è stato preso assai in parola, temo.

Insomma, Mosul ha avuto un passato storico più che ragguardevole. Ma, per gli incontentabili, si può tranquillamente aggiungere un’altra manciata di millenni. Dal sito di Ninive si sono tratti reperti che risalgono al 6.500 a. C., una vertigine temporale. Del resto, questa è la Mesopotamia, no ? (E del resto, cos’ altro vuole dire Siria se non “Assiria” ?)

La Mesopotamia in senso stretto, cioè l’ odierno Iraq, io l’ho girata in lungo e in largo, un po’ di anni fa, e ne avevo dato conto. Avevo visitato Erbil, la città sumera non meno antica di Ninive, che è riuscita più o meno a tenersi fuori dai guai, ed avevo visitato Baghdad, la “città della pace”, come era chiamata una volta, che invece la pace non riesce proprio a trovarla.

Avevo visto Bassora, nel sud del Paese, e Baiji, dove si è combattuto fin dentro la raffineria, e parecchi altri posti di questa terra tormentata. Ma Mosul no. A Mosul, che sta ad ottanta chilometri dalla pacifica Erbil, non osa entrare nemmeno la polizia, mi dicevano a bassa voce i miei interlocutori locali, lì è pieno di terroristi, è peggio che a Falluja. E pensare che a quel tempo non era ancora arrivata l’ Isis, il cui fondatore debutterà appunto tenendo indisturbato un sermone nella moschea principale di Mosul.

Cosa sopravvive di tanto passato ? Non è dato saperlo, lo scopriremo solo quando la città sarà liberata. Il che sembra da un po’di tempo imminente, ma non accade ancora.

Il fatto è che adesso la vittoria pare vicina, e allora i potenziali vincitori hanno ricominciato a guardarsi fisso negli occhi. È l’ esercito iracheno che sta vincendo, o sono piuttosto le milizie sciite? E i curdi, non sono forse stati loro il fattore decisivo di questa lunga guerra? O non è forse merito del sostegno russo? O di quello americano? O turco ? Insomma, chi intascherà la vittoria, quando ci sarà ? Cui proderit?

Ma questa è un’altra storia.

O forse no, mi sa che questa invece è proprio la solita, vecchia storia.

Strano, la musica non è morta

Confesso, c’ero cascato anch’io.

Ma sì, la storia che la musica è morta, non si vendono più i CD, i negozi di dischi stanno chiudendo, ed anche nei mega Store lo scaffale dei CD si rimpicciolisce sempre più. Quasi tutto vero, intendiamoci. Le vendite di CD sono veramente ridotte al lumicino, un quinto o un sesto di quelle che erano una volta; e basta pensare che un disco d’oro, inventato all’origine per celebrare il milione di copie vendute, oggi in Italia lo si ottiene vendendo 25.000 copie. Che tristezza. C’è un certo ritorno del vinile, è vero, ma si tratta pur sempre di una nicchia irriducibili amatori, musicofili nostalgici.

La verità è che non si vendono più dischi, effettivamente.

E tuttavia.

Tuttavia, l’errore che anch’ io avevo fatto è di trarre la conclusione che la morte del disco segnasse la morte della musica. Un’idea strampalata se uno ci riflette un po’.

I dischi hanno cominciato a circolare circa un secolo fa, agli inizi del Novecento. Forse che prima la musica non c’era? Mozart non ha mai venduto un disco in vita sua, e neppure Beethoven.

C’è stato un tempo, nemmeno troppo lontano, in cui la musica non la si sapeva neppure scrivere, era qualcosa che semplicemente si faceva sul momento, sulla base di ciò che i musicisti più o meno ricordavano, o avevano voglia di fare. Eppure, non esiste cultura umana che non abbia fatto musica, in una forma o nell’altra. Potrei spingermi a dire che non esiste specie umana senza musica, visto che qualche strumento musicale sì è trovato persino negli insediamenti di uomini di Neanderthal, risalenti a 40.000 anni fa.

Pare insomma che la musica la facciamo da sempre, ed ho l’impressione che continueremo a farla nonostante la crisi delle etichette discografiche. Chi se la passa (relativamente) male è probabilmente la popstar, o rockstar, quella che un tempo era in grado di fare soldi vendendo dischi e basta. Il musicista di oggi, per quanto popolare, i soldi li deve fare andando in giro a suonare, Né più nemmeno come gli aedi, i musicanti ed i cantastorie hanno sempre fatto.

Una volta compreso questo, è facile constatare che, probabilmente, non c’è mai stata tanta musica in giro come adesso.

Rivedo il me stesso adolescente che passava le ore alla radio sperando che programmassero quel certo pezzo di quel certo gruppo, il me stesso che risparmiava settimane per comprare un LP, lo portava a casa e lo consumava di ascolti. E che rabbia se deludeva le attese, dal momento che i fondi erano assai limitati. Mi rivedo e provo tenerezza.

Non contento di bazzicare YouTube e Spotify (quest’ ultimo contiene circa 30 milioni di brani, nel caso ve lo chiedeste), mi sono dotato di un “network streamer” di ultima generazione, in grado di ricevere qualche decina di migliaia di radio da tutto il pianeta. Il rischio che corro è semmai opposto, tutta questa abbondanza istiga al mordi e fuggi, all’ ascolto distratto, alla flirt fugace piuttosto che all’ amore duraturo, al surfing, zapping compulsivo o come lo volete chiamare. Troppa grazia per due sole orecchie.

A tanta abbondanza non è detto che corrisponda analoga qualità, è vero, ma questo è un altro discorso, e faccio fatica a pensare che la qualità abbia davvero relazione con la crisi del CD. Ci sono semplicemente periodi più o meno creativi. Le grandi rivoluzioni portano a fiorire molti talenti, e sono seguite da periodi in cui la musica, come altre arti, stenta a trovare originalità.

Certo che, se uno fa un salto indietro di mezzo secolo, si rende conto che nell’anno di grazia 1967 videro la luce un paio di dischi dei Beatles (Magical Mistery Tour e Sgt. Pepper), un paio dei Doors, uno di Bob Dylan, il primo dei Pink Floyd, Are you experienced di Jimi Hendrix, i Velvet Underground con Nico, Surrealistic Pillow dei Jefferson Airplane e mi fermo per non commuovermi. Ma non senza osservare che i Beatles, nei pochi mesi di intervallo tra i suddetti album, per non annoiarsi troppo pubblicarono anche un 45 giri con due inediti, Penny Lane su un lato e Strawberry Fields Forever sull’ altro…

Va bene, va bene, non volevo deprimere nessuno, nel 2017 dovrebbero uscire nuovi dischi di Gorillaz e Arcade Fire che non sono per niente male.

Vi auguro buona musica.

Magari qualcosa di svedese ?

Vero, falso, o post moderno ?

 

L’indebolimento del concetto di verità è la principale caratteristica del postmoderno.

Il fallimento delle ideologie nate dall’ Illuminismo e positivismo ha fatto venire meno la fiducia nella scienza e nella possibilità stessa di pervenire ad una “verità”.

Benché la scienza non abbia mai davvero preteso di poter raggiungere la verità, ma semmai di avvicinarsi progressivamente attraverso teorie capaci di spiegare sempre meglio il funzionamento del mondo, tuttavia il successo stesso della tecnologia ha fatto nascere l’ illusione che lo stesso approccio “scientifico” potesse essere usato per interpretare la psiche umana o per progettare una società perfetta.

Non è così, naturalmente, si tratta di ambiti il cui grado di complessità è talmente elevato da rendere impossibile un calcolo matematico e le elaborazioni quantitative, senza considerare poi che precluso il ricorso all’ esperimento, cioè al cardine del metodo scientifico.

Il tramonto di un’illusione trascina con sé il concetto di verità ?

Sta di fatto che nella concezione postmoderna la verità  non sta nella corrispondenza alla realtà, ma in una narrazione accettata; vale a dire che è vero ciò che la gente pensa che sia vero. Nella polemica post moderna contro lo scientismo viene spesso fatto uso di una famosa frase di Niezsche: “ Non ci sono fatti, ma solo interpretazioni”.

Ora, questa osservazione, che si trova in uno dei frammenti postumi, nella sua interezza suona come segue: “Contro il positivismo che si ferma ai fenomeni: ‘ci sono soltanto i fatti’, direi: no, proprio i fatti non ci sono, bensì solo interpretazioni. Noi non possiamo constatare nessun fatto in sé”.

Per un singolare paradosso, la maggior parte degli scienziati contemporanei sarebbe abbastanza d’accordo con questa affermazione, per almeno un paio di ragioni.

La prima è che, fin dagli albori della meccanica quantistica, abbiamo imparato che qualunque osservazione perturba il sistema osservato. È questo il fondamento del principio di indeterminazione di Heisenberg, secondo cui una conoscenza “esatta“ del mondo fisico non può darsi. Certo, non è che si possa mai pensare di spostare un autocarro solo per il fatto di guardarlo, certamente no. Però, a livello subatomico, l’effetto dell’osservatore si fa notare.

Il secondo motivo è più diretto. Le scienze cognitive ormai confermato quello che Kant aveva intuito: ciò che percepiamo non è “la cosa in sé”, ma una rappresentazione della cosa.

Ciò che arriva alla coscienza è già stato processato, selezionato, interpretato dagli organi di senso, messo in forma intellegibile, insomma filtrato. Vediamo gli oggetti in prospettiva nello spazio, sappiamo come varia la loro dimensione apparente con la distanza, selezioniamo forme rispetto ad uno sfondo, isoliamo certi suoni in mezzo al rumore. Insomma quello che percepiamo con i sensi è già un’interpretazione del mondo. I fatti esistono, con buona pace di Nietzsche, ma quello che percepiamo è già un’ interpretazione di quei fatti.

Da qui in avanti però quasi nessuno scienziato seguirebbe Nietzsche negli abissi del nichilismo, né tanto meno ne ricaverebbe la conclusione che tutto è indifferente, un’interpretazione della realtà è buona come un’ altra. Perché le teorie che ricaviamo dai fatti (o dall’ interpretazione dei fatti ad opera dei nostri sensi) possono essere disposte secondo una gerarchia, sulla base della maggiore o minore potere esplicativo dei risultati sperimentali, e più ancora, in base al potere che può essere dimostrato mediante esperimenti successivi.

Una teoria soppianta un’altra non in base a un gusto personale, ma perché dimostra di avere un maggiore potere di descrizione della realtà. Non è vera in assoluto, insomma, ma è “più vera” della precedente. C’è un movimento ascendente, ancorché asintotico. Nulla che giustifichi un relativismo radicale (e post moderno) del genere” vale tutto”, né tantomeno che l’ idea che è vero ciò che un certo numero di persone ritiene vero.

Poco dopo l’esito del referendum sulla Brexit, la direttrice del Guardian  Katharine Viner ha scritto un lungo articolo per evidenziare come la tecnologia abbia demolito la verità. Qualunque bufala circoli sui socia al media viene ormai regolarmente ripresa e rilasciata dalla stampa “ufficiale” senza un vero controllo. Tra queste bufale la Viner cita i presunti vantaggi economici della Brexit, prontamente negati dopo il voto persino da coloro che li sostenevano durante la campagna.

“Quando un fatto comincia a somigliare a qualcosa che vi sembra vero, diventa difficile distinguere tra fatti che sono veri e ‘fatti’ che non lo sono. (…) Non significa che non ci sia più la verità, ma che non siamo più in grado di metterci d’accordo su quale sia. (…) Sempre più spesso, un fatto è qualcosa che qualcuno ritiene vero: oggi la tecnologia consente a questi ‘fatti’ di circolare a una velocità e con una diffusione che sarebbero stati impensabili nell’ era Gutenberg o anche solo una decina di anni fa”.

Fino a qui l’ analisi della signora Viner non mi entusiasma. La storia è piena di bufale – dalla donazione di Costantino ai protocolli dei Savi di Sion– prese per verità fino alle più tragiche conseguenze. Non c’era bisogno di aspettare Internet, che semmai ha reso più difficile tenere nascosti certi imbrogli.  Il punto più interessante è invece un altro.

Gli algoritmi come quello che alimenta il news feed di Facebook sono costruiti per suggerire altri contenuti compatibili con i nostri gusti: questo significa che la versione del mondo che incontriamo ogni giorno nel nostro flusso di notizie è stata modificata per rafforzare le nostre convinzioni preesistenti.”

Questo è effettivamente qualcosa di nuovo e, se devo dire la mia, è il pericolo principale che vedo in questo strano mondo virtuale.

Non solo, o non tanto, il fatto di ritenere vero ciò che noi e la nostra cerchia riteniamo vero, ma il fatto che ciò che il social network quotidianamente ci propone è selezionato proprio per confortare questa convinzione. Come gli antichi sovrani, siamo immersi in un ambiente che tende a darci sempre ragione, pur di indurci alla benevolenza di cliccare sempre più post.

Che ci tocchi prima o poi rimpiangere persino i troll ?

Mostrami, o Diva

Sappiamo tutti ormai (più o meno) che “il mezzo è il messaggio”, che nessun mezzo di comunicazione è neutrale e che qualunque forma di trasmissione di un messaggio, da un discorso pubblico ad un tweet, veicola sempre assai più delle sole parole. C’è tutto un modo di predisporre il contesto, di costruire la modalità di ricezione, diversa per ciascun mezzo.

C’è però anche una sorta di interazione reciproca, per cui non solo il mezzo condiziona il pubblico, ma il pubblico a sua volta orienta il mezzo, privilegia quelli che percepisce di volta in volta più affini, e questa affinità varia nel tempo.

Pensiamo ad esempio alla narrazione.

Il raccontare storie risale probabilmente all’ origine della cultura umana, sicuramente precede di molto l’ invenzione della scrittura. Raccontare storie serve. Serve a dare alla comunità un’ identità, attraversi i miti fondativi, serve a dargli regole attraverso il racconto degli dei, serve a garantirne la compattezza attraverso il ricordo delle gesta dei padri e degli eroi, serve a facilitare la socializzazione, serve persino a tramandare il sapere artigianale attraverso la descrizione rituale delle procedure di esecuzione. Si può dire che è il racconto a fare la cultura, piuttosto che il contrario.

E poiché il racconto va tramandato a memoria, la forma che assume alle origini è quella di un canto, accompagnato dalla musica, la cosa più facile da memorizzare che esista.

La narrazione dunque inizia in versi, versi a dire il vero più ritmati che rimati, versi scanditi dagli accenti e regolati nel numero di sillabe. I grandi poemi omerici sono fatti così (“Cantami o Diva…”), e la forma poetica continuerà a dominare la narrazione per molto, molto tempo anche dopo l’ introduzione della scrittura, come sappiamo.

Non che non si scriva in prosa, ma questa rimane a lungo in un ruolo minoritario, in prosa si scrivono fiabe, novelle, racconti, spesso inquadrati in una cornice che li raccolga come nelle Mille e una notte o nel Decamerone.

È solo in tempi relativamente recenti che la narrazione in prosa diventa la forma dominante, attraverso la forma romanzo. Nell’ Ottocento, “Raccontami o Diva” sembra diventare la modalità standard della trasmissione di storie e sempre meno sono coloro che si cimentano nella scrittura di poemi.

Nel Novecento, diventa sempre più importante la forma visuale della trasmissione di storie, una forma per la verità assai antica e mai tramontata, attraverso il il teatro. Nel Novecento però arriva il cinema, che spinge le possibilità di racconto visuale a livelli irraggiungibili nel teatro. Il cinema si presta a raccontare storie come nessun altro mezzo precedente.

All’ ascesa del cinema si affianca gradualmente quella della televisione, e questo sposta ancora di più verso il visuale la forma del raccontare. “Mostrami o Diva” diventa il nuovo verbo.

Sono cresciuto nell’ epoca d’ oro degli sceneggiati televisivi, gli “adattamenti televisivi” dei classici della letteratura, e già il termine “adattamento” fa capire quale fosse ai tempi il rapporto di forze: la letteratura è sovrana, cinema e televisione la “adattano” alle loro possibilità espressive.

Mi sembra che oggi il rapporto di forze stia rapidamente cambiando.

Non mancano, come un tempo, i film – o i telefilm – che si basano sui romanzi di successo, ma il cinema, e la televisione, usano sempre di più soggetti originali, e cominciano a vedersi pubblicati romanzi tratti dalla sceneggiatura di film di successo, un capovolgimento completo rispetto a tempi non troppo lontani. Hunger Games, Twiligt, Game of Thrones, sono tutti esempi di un’ area ibrida i cui non è facile capire da dove si è partiti e dove si è giunti, se dalla narrativa allo schermo o viceversa.

Difficile dire se questa è davvero la modalità del futuro, ma è curioso vedere che scrittori famosi (a partire da Stephen King) abbiano progressivamente spostato il loro interesse verso la produzione di soggetti originali per il cinema o per le serie televisive, piuttosto che adattare le loro opere letterarie preesistenti. Ed è evidente che molti giovani scrittori di talento sono attratti dal mestiere di sceneggiatore.

Questione (anche) di soldi, si capisce, ma questa non è una novità, anche i romanzieri dell’ Ottocento, forti del favore popolare, misero insieme fortune considerevoli.

Ovviamente c’è anche qualche aspetto negativo: mentre il nome dell’ autore di un libro campeggia sulla copertina in dimensiono proporzionali alla sua fama, talvolta maggiori del titolo dell’ opera, raramente il film o la serie televisiva danno lo stesso risalto all’ autore della sceneggiatura, a meno che non si tratti dello stesso regista come (ad esempio) nel caso di Sorrentino.

Ma anche qui, niente di nuovo, o piuttosto trattasi di ritorno alle origini.

Nessuno sa chi abbia scritto i miti, l’ epopea di Gilgamesh o i racconti delle Mille e una notte. E quanto ai grandi poemi omerici, non crederemo davvero che li abbia scritti Omero, tutto da solo, vero ?

La morte è troppo poco

Il periodo festivo ha fatto passare quasi sotto silenzio una notizia che secondo me avrebbe meritato una visibilità ed un dibattito maggiori, per diversi aspetti alquanto particolari.

Cominciamo col dire che il belga Frank Van den Bleeken, per sua stessa ammissione, non è una bella persona. Ho provato a ricostruirne la storia attraverso le notizie apparse in Rete, non posso garantire che sia corretta al cento per cento, ma più o meno è la seguente.

Finito in carcere all’ età di 22 anni per una serie di stupri, cinque anni dopo Frank  viene rimesso in libertà vigilata per buona condotta, e ne approfitta subito per aggredire altre vittime, finendo per violentare e strangolare una ragazza di 19 anni. Se avesse una coscienza, ci si troverebbe sopra anche la madre della ragazza stessa, morta poco dopo per il dolore. Ergastolo stavolta, peraltro più che giustificato. Da allora, e per i successivi 25 anni, Frank è rimasto in carcere ma, secondo quanto lui stesso dichiara, senza perdere affatto il vizio: “Se sarò rimesso in libertà mi comporterò allo stesso modo, sono un pericolo pubblico”. Psicopatologia criminale conclamata e riconosciuta. A tal punto che lui stesso ha chiesto di essere ricoverato presso una clinica specializzata per essere curato. Permesso negato, apparentemente il detenuto è stato classificato “incurabile”, o forse nessuno aveva voglia di accollarsi un simile elemento.

In subordine, Frank ha allora chiesto di poter accedere all’ eutanasia, che in Belgio è legale. “La mia vita qui non ha nessun significato, potrebbero allo stesso modo mettere al mio posto un vaso di fiori. Preferisco morire subito.”.

Polemiche infuocate, naturalmente. Frank non è un malato terminale, e le “intollerabili sofferenze” che dichiara non sono di natura fisica. Si tratta insomma di un caso alquanto estremo di autodeterminazione, al limite dell’ applicabilità di una legge concepita per ben altri motivi, tanto che, a seguito dell’ iniziativa di Frank, pare che altri detenuti abbiano presentato analoga richiesta. Alla fine comunque, dopo una battaglia legale durata due anni, il permesso è accordato, l’ eutanasia fissata per l’ 11 gennaio 2015. (Nemmeno il tempo di finire il post, ed il ministro della giustizia belga annulla tutto e concede il ricovero in una struttura psichiatrica statale).

Ma l’ aspetto più interessante della questione, a mio avviso, è l’ atteggiamento dei parenti, nella fattispecie le sorelle, della ragazza assassinata. Si potrebbe immaginare che abbiano tirato un sospiro di sollievo all’ idea che lo stupratore assassino tolga finalmente il disturbo e liberi il mondo dalla sua nefasta presenza. E invece no. Le sorelle si sono tenacemente opposte alla concessione dell’ eutanasia con la motivazione che si tratterebbe di una via d’ uscita troppo comoda e confortevole per una persona che merita di “marcire in carcere fino alla fine dei suoi giorni”. (Difficile che adesso prendano bene il ricovero in clinica, ma non importa).

Lungi da me il voler fare moralismo o retorica sulla pietà cristiana, ecc., non è questo il punto. Il punto (secondo me) è che da che mondo è mondo la pena di morte è sempre stata considerata il non plus ultra del rigore giudiziario e, per i suoi sostenitori, è semmai il carcere, sia pure il carcere a vita, una scappatoia troppo comoda, un castigo troppo blando di fronte a certi delitti. Occhio per occhio, dente per dente, una vita per una vita, in qualche Paese non proprio all’ avanguardia dei diritti umani è persino riconosciuto ai parenti delle vittime il diritto di eseguire personalmente la sentenza giustiziando il reo con le proprie mani.

In questo caso invece no, l’ eutanasia/esecuzione del condannato viene contestata dai parenti delle vittime, ed il motivo vero della contestazione è palesemente il fatto che Frank l’ abbia scelta e perseguita. Se intendo bene questo approccio contorto, insomma, mi pare che qui superi persino il principio dell’ occhio per occhio. Una vita per una vita non è abbastanza. Quello che conta è infliggere la maggior sofferenza possibile e dunque, se il colpevole veramente la desidera, allora la morte è troppo poco.

Etologia del furbo

 

La notizia che l’ Italia aggiunge ai non pochi primati negativi che già detiene anche quello del monopolio mondiale di fatto della produzione di banconote false (quota di mercato stimata fra l’ ottanta ed il novanta per cento) porta di per sé a qualche riflessione. Senza contare l’ asserita finezza dell’ aver spacciato in Germania una banconota da 300 €. Suona di bufala e spero tanto che lo sia.

Siamo il Paese dei furbi, verrebbe da dire, record atavico da cui ne derivano, come corollari d’ un teorema, molti di quei primati di cui preferiremmo non vantarci. Record che viene da lontano, peraltro,i padri dei padri dei nostri padri onoravano l’ astuto Ulisse come un “eroe dal multiforme ingegno”,e sull’ Odissea modelliamo da millenni ogni romanzo “on the road”.

Una vera condanna sociale della furbizia, insomma, non c’è mai stata, è rimasta un po’ nel limbo, una di quelle doti che – nel giudizio comune – un po’ è meglio avere. Questione di misura, più che altro, non tanto di principio, il vero problema semmai sono i “troppo furbi”. Un po’ di condiscendenza c’è, ammettiamolo.

Ora, la parola “furbo” ha un’ origine un po’ incerta. Per molto tempo è stata fatta risalire al francese “fourbir”, che significa “ripulire”, da cui proviene l’ italiano “forbito”. Ripulire cosa ? Le tasche del prossimo, dicevano i linguisti. Più recentemente pare trovare favore la tesi che la parola venga in realtà dal latino “fur” attraverso un italiano antico “furvus” che significava “oscuro”. Ma “fur” in latino vuol dire “ladro”, ha un evidente legame con la parola “furto” (cosa che certamente riesce meglio nell’ oscurità), per cui, da qualunque lato lo si guardi, quello che emerge è che il furbo è sostanzialmente un ladro, uno che si appropria di ciò che non gli spetta, l’ etimologia non mente mai.

Altro che condiscendenza !

Molti anni fa un serissimo economista, il prof. Carlo Cipolla pubblicò in un piccolo libro di tono scherzoso (“Allegro ma non troppo”) una Teoria Generale della Stupidità Umana che in realtà a me pare una geniale analisi sociologica. Nell’ elaborare la sua teoria, il prof. Cipolla parte dall’ analisi delle interazioni umane dal punto di vista del vantaggio o svantaggio che ogni individuo arreca a sé e agli altri attraverso quella interazione. Il piano cartesiano delle interazioni mostra dunque quattro settori. Il primo (+,+) in alto a destra contiene le interazioni in cui un individuo consegue il proprio utile senza danneggiare, o addirittura avvantaggiando gli altri. E’ il quadrante dei comportamenti (e delle persone) Intelligenti. Nel quadrante adiacente (-,+) in alto a sinistra l’ individuo fa del bene agli altri ma ci rimette. È il quadrante degli sprovveduti, altrimenti detti sfigati, ingenui, i senza-speranze. Ci metterei “ad honorem” il fortunato possessore della banconota da 300 euro di prima.

Il terzo quadrante (+,-) è il campo d’ azione di chi pur di perseguire il proprio utile danneggia il prossimo. Qui ricade il delinquente, il bandito, ma anche, naturalmente, il furbo. Non c’è modo di distinguerli, se ci pensiamo bene. E’ il regno dei malviventi,ma anche degli evasori, per esempio, nonché (menzione d’ onore della giuria) dello spacciatore del mitico biglietto da 300 €. Infine il quarto quadrante (-,-) in basso a sinistra è quello di chi, secondo l’ immortale definizione del prof. Cipolla, “causa un danno ad un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé od addirittura subendo una perdita”, cioè dello stupido. Ora, dal momento che “La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della persona stessa”, si capisce bene sia la pericolosità della categoria sia che dagli stupidi è davvero difficile difendersi.

Ma che dire dei furbi ?

Qui entra in gioco l’ etologia. Immaginiamo una comunità umana inizialmente priva, completamente priva di malintenzionati. Conterrà un mix di persone intelligenti, sprovveduti e stupidi, ma nessun bandito. In una comunità del genere, un furbo avrebbe moltissimo da guadagnare. Essendo la furbizia sconosciuta, nessuno di fatto predispone difese e di conseguenza, in quel tipo di comunità, fregare il prossimo è facile ed essere furbi conviene assai; non passerà molto tempo prima che i furbi comincino ad affiorare.

Il successo genera emulazione, ed ecco che la furbizia si diffonde come un virus. Ma, si sa, ogni virus innesca la produzione di anticorpi, e così gli intelligenti per primi cominciano a predisporre contromisure, controlli, leggi, procedure atte a rendere la vita difficile ai banditi. Ma c’è di più. All’ aumentare del numero cresce anche la probabilità che, nelle sue interazioni quotidiane, un furbo si imbatta in un altro furbo, e la loro interazione, nel nobile tentativo di fregarsi a vicenda, facilmente precipita verso il quarto quadrante…

Insomma, è normale che nelle nostre imperfette comunità umane ci siano anche furbi e banditi, ma ogni comunità tende a raggiungere un equilibrio, più o meno stabile, tra le varie componenti. Ma dove è collocato, questo punto di equilibrio, quanti furbi contiene il “giusto mix” ?

Questo dipende. Dipende sostanzialmente dal grado di accettazione, di tolleranza, di condiscendenza che la furbizia riscuote in quella particolare comunità. E da questo punto di vista, come dicevamo all’ inizio, noi non siamo messi benissimo…

Se in America un evasore fiscale va in galera senza se e senza ma, se in Gran Bretagna un ministro si dimette per aver raccomandato il permesso di soggiorno della propria colf, o addirittura in carcere per aver detto che una multa per eccesso di velocità l’ aveva presa la moglie e non lui, qui da noi è tutto un distinguere, un gridare alla persecuzione, un giustificarsi, un invocare la necessità, insomma… ci siamo capiti.

E dunque, dovendo convivere con un alto tasso di furbizia “tollerata”, eccoci alle rese con normative stringenti, adempimenti deliranti, cavilli cervellotici, cartelle pazze, redditometri improbabili, leggi su leggi che servirebbero – in teoria – a proteggere gli onesti ma che, spesso redatte dai furbi a proprio vantaggio, riescono solo a rendere la vita impossibile a tutti gli altri. La condiscendenza verso la furbizia trascina l’ intera società verso la Stupidità.

Il furbo danneggia anche te. Digli di smettere.