Odisseo, ancora lui..

 

 

È sempre affascinante osservare come l’ Occidente continui a girare e rigirare attorno a certe storie, che per la maggior parte sono state originate nella Grecia antica. È come se, in quel tempo remoto, da quel piccolo popolo fosse stata allestita la scena, una volta per tutte, e per quanta storia sia trascorsa sotto i ponti, tuttora su quella scena ci troviamo tutti quanti, ancora adesso, a recitare. Quelle storie continuiamo a rigirarle, ci accompagnano e seguono, ci ammoniscono e confortano, ci mostrano la strada, dopo millenni. Da lì è cominciato tutto, anzi ancora prima, da un pugno di storie fantastiche tramandate per chissà quante generazioni prima che qualcuno le mettesse per iscritto.

Prendiamo Odisseo – Ulisse. La sua storia era già vecchia di secoli quando Socrate scandalizzava gli ateniesi benpensanti con i suoi discorsi in piazza. Eppure la storia di Odisseo – Ulisse non è mai stata archiviata, ha accompagnato l’ Occidente per tutta la sua storia, da Omero attraverso Dante, fino a Kavafis, Joyce, Walcott, tremila anni ed ancora non va in soffitta.

È chiaro, il personaggio è cambiato nei secoli e continua a cambiare, l’ eroe omerico voleva soprattutto tornarsene a casa sua, è stato Dante a farne il campione di una curiosità addirittura arrogante, che può condurre alla rovina, gli Illuministi invece lo vedevano eroe della volontà di conoscenza, il Novecento lo vide invece inquieto, in preda al male di vivere, insomma ogni età ha avuto un Odisseo diverso. Ma del resto, già in apertura del poema omerico l’ eroe viene definito “polytropos”, multiforme, dai molti aspetti, un camaleonte, e dunque dov’è la sorpresa ?

L’ ennesima reincarnazione del mitico eroe la trovo in un affascinante e raffinato libro di Daniel Mendelsohn, non a caso intitolato “Un’ Odissea”, come a dire un’ altra, ancora una fra tante.

Daniel Mendelsohn, già autore del libro-documento sull’Olocausto “ Gli Scomparsi”, è un docente universitario di lettere classiche. L’ anziano padre, Jay Mendelsohn, è invece un ottantenne matematico-ingegnere in pensione, uomo severo e rigido nei propri principi, con una passione repressa e mai spenta per la cultura classica.

Il professor Mendelsohn viene dunque incaricato di tenere un seminario universitario sull’ Odissea, ed il padre, un po’ a sorpresa, gli chiede di poter assistere.

Sin dal primo incontro, però, appare chiaro che l’ anziano Jay Mendelsohn non si limiterà affatto ad “assistere”, intende partecipare eccome, e dire la sua, coinvolgendo gli studenti, provocando discussioni con le sue idee, polemizzando. Un incubo. Al figlio non resta che fare buon viso a cattivo gioco.

Perché mai dovremmo considerare Odisseo un eroe ? È questo il punto centrale delle questioni che Mendelsohn padre solleva. In fondo Odisseo è un pessimo comandante, perde tutte le navi e tutti i suoi uomini, in parte perché non riesce a farsi ascoltare da loro. Per di più tradisce la moglie, è bugiardo e, parliamoci chiaro, le avventure che racconta sono così incredibili da giustificare il sospetto che se le stia inventando di sana pianta, o quantomeno che ci ricami attorno parecchio. E poi, scusate, che razza di eroe è uno che piange continuamente, che ad ogni passo ha accanto una dea pronta a spiegargli dove andare e cosa fare ? Quale merito ha lui nelle sue imprese se viene sempre aiutato ?

È chiaro che per il vecchio Mendelsohn, Odisseo è l’ antitesi del self-made man, è tutto ciò che un vero uomo non dovrebbe mai essere. L’ opposto di un eroe.

Le domande impertinenti del vecchio padre vivacizzano il seminario, tuttavia, tanto che al termine del semestre padre e figlio decidono di partire insieme per una crociera “sulle tracce di Odisseo”.

L’ Autore alterna con eleganza ed abilità il resoconto degli incontri al college, scanditi dai libri del poema, al racconto delle vicende personali dell’anziano genitore. Ne racconta il passato, il progressivo declino fisico, fino alla graduale (e tardiva) scoperta delle sue debolezze e fragilità, così bene nascoste a tutti, per una vita intera, sotto l’ immagine di uomo tutto d’ un pezzo.

Ma allora, sembra chiedersi l’ Autore, neppure Jay Mendelsohn era un vero eroe ?

Un inciso.

Viene naturale associare l’ eroismo ad una serie di caratteristiche positive quali forza, determinazione, costanza, tenacia, fermezza. Quella che viene chiamata resilienza, cioè la capacità di reggere ai colpi del destino, e rialzarsi ogni volta. E poi la bontà, naturalmente, la generosità e la nobiltà d’ animo. L’eroe è senza macchia e senza paura, ce lo insegnano da piccoli, non è vero ?

Il problema è che gli eroi, così come i santi, non sono affatto così. O almeno, non sono SOLO così.

Jung ha mostrato che tutto ciò che è illuminato non può non avere un’ ombra, solo nella tenebra totale non ci sono ombre.  Quanto più intensa la luce, tanto più scura l’ ombra proiettata, e la luce che investe gli eroi è intensissima. Possiamo rifiutarci di vederlo, naturalmente, ma tutto ciò che rimuoviamo ritorna sempre alla carica, e spesso in forma di malattia.

I Greci questo lo sapevano benissimo. I loro eroi sono uomini, “larger than life”, d’ accordo, ma umani, superano i comuni mortali nel bene così come nel male. Tipi poco raccomandabili, spesso. Forti e coraggiosi, curiosi ed avventurosi, ma anche, al bisogno, perfidi, traditori, cattivi, o persino deboli, come Agamennone ucciso dalla moglie infedele al suo ritorno, o come lo stesso Odisseo, che piange a dirotto davanti al fantasma della madre. Gli eroi classici sono rotondi e non piatti, si stagliano contro la luce e proiettano ombre distinte, ci mettono di fronte a ciò che siamo e talvolta preferiremmo ignorare di essere. E forse è proprio questo il motivo per cui sono modelli universali ed eterni, di cui non riusciamo a fare a meno.

 

Ed ecco infine il cerchio chiudersi, la narrazione farsi circolare, nel poema così come nella famiglia Mendelshon, attraverso il riconoscimento tra padri e figli. Da Telemaco che incontra Odisseo per la prima volta e dunque “ha poco da riconoscere”, come nota uno studente, allo stesso Odisseo che rinuncia ad ingannare il vecchio padre Laerte, perché un figlio, per quanto appartenga a suo padre, non lo conosce mai del tutto, perché il padre lo precede; ha sempre vissuto molto più del figlio, perciò il figlio non può mai mettersi in pari, arrivare a sapere tutto di lui”.

Fino a Daniel Mendelsohn stesso, un po’ Telemaco, un po’ Odisseo, che per la prima volta, attraverso una sorta di viaggio sentimentale, arriva a scoprire davvero l’anziano genitore.

Per finire con il lettore, che si trova a condividere pensieri profondi e riflessioni non banali su cosa significhino realmente i rapporti in una famiglia.

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Di rivalità, invidie e capri espiatori

Gli stimoli a volte arrivano inaspettati. A teatro per esempio.
Mi è capitato recentemente di vedere un curioso ed interessantissimo spettacolo messo in scena al Piccolo Teatro di Milano, intitolato” Ifigenia, liberata”. Così, con la virgola.
Il punto di partenza è l’ Ifigenia in Aulide di Euripide, non so se ricordate la vicenda. La flotta achea che deve attaccare Troia è in Aulide, bloccata da una lunga bonaccia. Il vento favorevole non si leverà, dice l’ indovino Calcante, se Agamennone, capo della spedizione, non sacrificherà ad Artemide la figlia Ifigenia, appunto. Da qui lo spettacolo, organizzato secondo la tecnica del “teatro nel teatro” parte per un viaggio spericolato nella cultura occidentale, riflettendo sul senso del sacrificio, il capro espiatorio, la violenza così radicata nell’ essere umano fin dall’ alba della sua esistenza. Tanta roba, indubbiamente, il testo è molto denso ed un po’ impegnativo da seguire, e tante sarebbero le cose da dire.
Lo stimolo di cui vorrei parlare arriva in un punto chiave dello spettacolo. Ad un certo punto nel testo di Euripide, nel corso di una lite col fratello Menelao, Agamennone esclama: “La Grecia è malata”. Su questa battuta l’attore che interpreta il regista interrompe la scena e suggerisce un affascinante parallelo: “C’è del marcio in Danimarca”.
Di che malattia si tratta ? Qual è questo male sotterraneo, questo vizio oscuro che si propaga dall’ Ellade fino al Rinascimento, questo morbo ineliminabile dell’ umanità o perlomeno di quella parte di umanità che chiamiamo Occidente ? Il nostro morbo senza vaccino ?
L’ invidia, è la risposta che dà lo spettacolo.

Io per la verità avrei detto: la rivalità.
È la rivalità che alla fine convince Agamennone che è meglio sacrificare la figlia piuttosto che rischiare che la sua leadership venga messa in discussione. Odisseo, il più astuto, già comincia a dire in giro che lo hanno trascinato via da casa per niente. E non è l’ unico insofferente.
È la rivalità tra gli eroi greci che deve essere messa a tacere rendendoli tutti complici dell’ indicibile, l’ assassinio di una ragazzina innocente. Dopo aver partecipato ad un atto così crudele, chi di loro potrà più tirarsi indietro dalla missione ? Chi potrà contestare l’ autorità di colui che ha ucciso la propria figlia nell’ interesse comune ? È questo, il meccanismo del capro espiatorio di cui parla René Girard.
È sempre la rivalità il vizio oscuro delle città stato perennemente in lotta fra loro, e delle fazioni dentro la città. Lotta per la supremazia, protagonismo, antagonismo, volontà di potenza, chiamatela come volete, ma è quella cosa lì.
La rivalità non è invidia, anche se un po’ ci somiglia.
L’ invidioso è uno che “guarda male”, così dice la parola stessa, guarda storto chi ha – oppure è – più di lui. Non vuole necessariamente prenderne il posto, l’ invidioso. Si contenterebbe di molto meno, vederlo rovinato, sconfitto, nella polvere. Gioirebbe della disgrazia altrui, semplicemente, senza chiedere altro.
Il rivale no, lui guarda dalla riva opposta, questo significa il termine, compete, cioè chiede la stessa cosa, è antagonista, cioè lotta contro. Ci mette la faccia, vuole vincere, arrivare primo, cioè essere protagonista. Non è necessariamente una cosa sporca, l’ agonismo, la competizione, l’ emulazione, ogni sportivo lo sa.
È questo che lo rende affascinante, ed al tempo stesso così pericoloso. Perché non possiamo farne a meno.
È da qui che veniamo, ci piaccia o no.

P.s.

Resta il fatto, naturalmente, che è Menelao, non Agamennone ad avere subito il doppio affronto, la fuga della moglie con l’ amante che per di più era suo ospite. È lui, dunque, che ci si aspetterebbe di vedere al comando dell’ armata che deve fare giustizia, a lui spetterebbe, eventualmente, rimetterci la  figlia, non al fratello, giusto ?

Ma che Menelao non sia una cima, è da un po’ che lo sospettavamo.

Tarantole, coribanti e rave parties


Non vado pazzo per danze folkloristiche o in generale per la musica tradizionale. Salvo qualche eccezione, ci sento sempre qualcosa che suona falso, un vago odore di attrazione per turisti, una roba stile pizza e mandolini, insomma ci siamo capiti. Tarantella e stereotipi.

Una delle eccezioni è il rebetiko, per esempio, che poi sarebbe il blues dei greci. Quello mi suona sincero. E poi c’è la taranta.

La taranta, che poi sarebbe la pizzica salentina, lo capisci subito che non è una roba addomesticata, e nemmeno addomesticabile, tale e quale il rebetiko. C’è un forte odore di selvatico, che si sente da lontano, un vago, ed anche un po’ inquietante sentore di zolfo, in quella musica ossessiva, frenetica, accelerata, che sembra un’ antesignana dei ritmi da discoteca.

E che ci sia sotto qualcosa, lo rivela il nome stesso, la taranta o tarantola, come tutti sanno, è un ragno, diffuso un tempo nelle campagne del Salento e temutissimo dai contadini in quanto ritenuto velenoso.

La persona morsa dalla tarantola si dice che precipiti in una specie di crisi epilettica o isterica detta appunto “tarantismo”. Gli studi scientifici hanno dimostrato l’ innocenza del povero ragno, che non farebbe male ad una mosca (beh, forse ad una mosca sì, in fondo è pur sempre un ragno…) e semmai indicano come possibile indiziato un’altra specie di ragno, un parente nostrano della vedova nera, chiamata comunemente “malmignatta”. Questo sì che è velenoso, ed il suo morso provoca crampi assai dolorosi.

In ogni caso, la maggior parte degli studiosi tende a pensare che il tarantismo, che peraltro è un fenomeno ben documentato, non abbia nulla a che fare con ragni di qualsiasi specie, e sia invece un disturbo tipicamente psicosomatico. Interpretazione avvalorata dal fatto che spesso le persone “pizzicate” mostravano comportamenti tipicamente isterici. Come che sia, la cura tradizionale dei tarantolati consiste in un rito di musica e danza, appunto centrato sulla “pizzica”.

Ora, è impossibile non vedere il fondo pagano di tutto questo, e come in fondo il rito sia sostanzialmente il tentativo di scacciare una possessione “cattiva” attraverso una possessione “buona”. Altrettanto impossibile, se uno un po’ si diletta di cultura classica, è non ripensare ai rituali di terapia musicale usati nell’ antica Grecia per guarire la follia.

In effetti, mentre tutti ricordano i riti dionisiaci, le Baccanti che danzano sul monte e squartano gli animali, forse non tutti sanno che esistevano anche dei “professionisti” detti Coribanti, che eseguivano (a pagamento) danze rituali accompagnandosi con i tamburelli, in un crescendo ritmico che culminava in uno stato di trance, e che questi riti erano considerati un rimedio efficace contro l’ epilessia.

Una trance provocata attraverso la sovrastimolazione sensoriale, musica, danza, rumore, movimento ritmico, portava insomma ad uno stato di esaltazione, di “follia” collettiva in grado di prendere il sopravvento sulla malattia individuale dell’ epilettico, come se oggi un medico prescrivesse al paziente “si somministri una bella serata in discoteca o un concerto rock al bisogno, e vedrà che le passa. Se proprio proprio si aggrava, torni da me, al massimo la faremo ricoverare presso un rave party”… (che poi, tra parentesi, non è nemmeno escluso che la cosa funzioni davvero, a pensarci bene). 🙂

Il fatto è che tanti fenomeni borderline di catalessi, trance, possessione e simili, dovevano un tempo essere piuttosto comuni, e quasi quasi ben considerati, dal momento che li si riteneva comunque di natura sacra e di origine divina. Una possessione era infatti normalmente attribuita ad una divinità che, appunto, “prendeva possesso” della persona, ed i riti avevano lo scopo di placare questa entità soprannaturale.

Con l’ avvento del Cristianesimo, si capisce come ogni forma di possessione sia stata vista con sospetto, potenziale opera del demonio, ed i riti purificatori si siano trasformati in esorcismi volti a scacciare il demone dall’ invasato. La possessione, insomma, per quanto abbia invano cercato l’ intercessione di San Vito patrono dei danzatori, non aveva più nulla di sacro, e non era certo segno di una particolare grazia divina, l’ esserne presi…

Diverso, naturalmente, fu il caso dell’ estasi, perché nell’ estasi, come dice l’ origine del termine, non c’ è un dio che entra masemmai  una parte del sé che fuoriesce e s’ innalza, in un’ esperienza mistica (per di più solitaria e poco chiassosa…) che risulta del tutto tranquillizzante dal punto di vista religioso.

Così, a poco a poco, tutte le forme di possessione e le loro relative terapie scomparvero dalla scena, o si dovettero nascondere in modo da diventare quasi irriconoscibili. Quasi, ma non del tutto…

Ed in effetti, senza quel vago odor di zolfo di cui parlavo all’ inizio, ben difficilmente avrei fatto caso alla pizzica salentina al punto da risalirne i possibili legami genealogici fino all’ antica Grecia.

 

Un destino dopo l’ altro

“Anime effimere, ecco l’ inizio di un altro ciclo di nascite apportatrici di morte. Non un demone sceglierà voi, ma voi il vostro demone ! (…)

L’ eccellenza non ha padroni: ognuno la possiederà di più o di meno a seconda che l’ abbia onorata o trascurata. La responsabilità è di chi fa la scelta; la divinità è innocente”

Platone – Repubblica X, 617e

Molte antiche storie si raccontano, in ogni parte del mondo, a proposito della reincarnazione, della trasmigrazione delle anime, della metempsicosi e simili. Molte religioni, dal canto loro, si fondano su idee simili. E tutte queste storie, mitiche o religiose che siano, in un modo o nell’ altro, concordano nel suggerire che non siamo venuti al mondo per la prima volta. Ci siamo già stati in passato, più e più volte, addirittura, secondo alcune di queste storie, un numero infinito di volte.

E benché tutti ammettano che di queste vite passate non abbiamo memoria alcuna, ciò non di meno, queste vite precedenti producono effetti sulla nostra vita attuale, su quello che siamo, persino su ciò che ci accade. Secondo molti di questi miti, colpe e meriti accumulati in una vita si scontano nella vita successiva; questa è la base del “karma” indiano; addirittura, nei casi gravi, la pena può essere quella di reincarnarsi in una specie inferiore, un animale più o meno abietto. In qualche caso, involontariamente, il nostro comportamento o i nostri sogni lascerebbere affiorare qualche traccia di ciò che siamo stati nelle vite precedenti.

Favole, naturalmente, prive di qualsiasi fondamento, e tuttavia abbiamo imparato ormai che i miti contengono quanto meno un sapere psicologico profondo, e dunque, anche solo per questo, sono da prendere con una certa serietà.

Cosa c’è al fondo di questo genere di idee è abbastanza chiaro. C’è è il fatto che proprio non ci riesce di rassegnarci all’ idea di essere stati gettati nel mondo senza alcun piano, che il nostro essere qui adesso, piuttosto che altrove in un altro tempo, o anche da nessuna parte, sia il puro frutto del caso, combinazione di eventi fortuiti. Non ci va giù che dietro la nostra esistenza terrena possa non esserci un progetto, un disegno, un fine e, di conseguenza, un senso.

Ancora più difficile è rassegnarsi al pensiero che torti e ragioni, colpe e meriti possano essere cancellati da un colpo di spugna, chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto, senza un bilancio, senza un riequilibrio, senza una resa dei conti, e senza redenzione.

“Ogni cosa sarà dimenticata, e a nulla sarà posto rimedio. Il ruolo della riparazione (della vendetta come del perdono) sarà assunto dall’ oblio. Nessuno rimedierà alle ingiustizie commesse, ma tutte le ingiustizie saranno dimenticate.”

M. Kundera – Lo scherzo

Piace a tutti, invece, pensare alla propria vita come ad una storia, una narrazione con una trama precisa che si sviluppa in modo più o meno lineare o contorto, una narrazione con un senso compiuto se non addirittura con una morale, come se fosse un telefilm, uno sceneggiato o, come si dice adesso, un “biopic”.

E dunque, sotto a cercare i segni di questa trama, le evidenze del filo narrativo, la predestinazione, la vocazione, la chiamata, la traiettoria perfetta di un disegno tracciato con mano ferma.

Fra tutte le versioni dell’ archetipo della reincarnazione, la più raffinata (come poteva essere altrimenti ?) viene dal mondo greco, ed è il mito di Er, posto a chiusura della Repubblica, uno dei più grandiosi miti di tutti i tempi, a mio modesto parere. Non a caso Hillman usa il mito di Er come paradigma del suo “Codice dell’ anima”.

Er è un guerriero, morto in battaglia. Il suo corpo viene portato sulla pira funebre, ma in quel momento si risveglia affermando che gli dei gli hanno concesso di ritornare sulla terra reincarnato in se stesso, per raccontare ciò che ha visto nell’aldilà.

Racconta dunque che le anime dopo la morte ricevono un premio o un castigo, ma siccome le anime stesse sono in numero limitato, premi e castighi non sono eterni, durano “10 volte 100 anni”. Al termine dei 100 anni, le anime si radunano  in una grande pianura, al cospetto delle Moire, le quali tengono in grembo un gran numero di destini.  Il ministro di Lachesi getta fra le anime dei numeri, come in una specie di sorteggio, ed ogni anima prende quello che le è caduto più vicino. Il numero decide l’ ordine in cui le anime potranno scegliere il prossimo destino; tuttavia i destini sono più numerosi delle anime, per cui anche l’ ultima avrà la possibilità di scegliere.

Er racconta dunque che il primo ad essere chiamato sceglie, per ignoranza ed avidità, il destino di un tiranno, accorgendosi troppo tardi che in quel destino si troverà ad uccidere i propri figli. Invano si dispera, viene preso, immerso nel fiume Lete perché dimentichi e lanciato nel mondo. Molti altri fanno scelte infelici, in particolare coloro che non hanno, nella vita precedente, avuto esperienza del dolore; chi ha sofferto è invece assai più cauto. L’ anima di Orfeo non vuole nascere da una donna (ha i suoi motivi…) e sceglie di reincarnarsi in un cigno. Aiace sceglie di rinascere leone, Agamennone aquila, entrambi in odio per il genere umano. Per ultima arriva l’anima di Ulisse che “molto patì nell’ animo suo”. Ulisse sceglie la vita di un uomo comune, senza avventure e preoccupazioni. La stessa vita – assicura – l’ avrebbe scelta anche se fosse stato il primo ad essere chiamato.

In questa versione platonica della reincarnazione, dunque, le anime sono del tutto consapevoli della vita precedente, per quanto il ricordo possa essere un po’ offuscato per via del 1000 anni di purgatorio o paradiso. E la scelta che operano del nuovo destino, avviene proprio sulla base dell’ esperienza di vita precedente.

E l’ aspetto più interessante è che il destino successivo non viene dato a compensazione di colpe e meriti precedenti, allo scopo di riequilibrare la bilancia della giustizia, niente affatto. Colpe e meriti sono stati regolati, semmai con i 1000 anni di cui si parlava prima. Il destino successivo viene liberamente scelto da ciascuno. “La responsabilità è di chi fa la scelta; la divinità è innocente”.

Hillman usa il mito di Er come paradigma del suo “Codice dell’ anima”, dunque. E qui (come spesso accade con Hillman) le cose si fanno un po’ più intriganti. Perché l’ idea che ognuno scelga il suo destino ci lascia sanamente e razionalmente scettici. Risibile, lo ammetto.

Ma l’ idea che ciascuno venga al mondo con una “vocazione”, quella siamo davvero disposta a scartarla ?

E cos’è la vocazione se non un modo diverso di ritornare al punto, di riproporre l’ idea testarda che dietro la nostra vita, a dispetto di tutto e di tutti, ci sia davvero un progetto, addirittura un progetto che ci precede e ci trascende, e finanche, a volte, ci travolge ?

Bellezza, la Grande

mocheni

“La bellezza è dunque la percettibilità stessa del cosmo, è il suo avere qualità tattili, tonalità, sapori e forza di attrazione”

J. Hillman – L’anima del mondo e il pensiero del cuore

 

No, qui Sorrentino non c’ entra. C’ entra questa parola chiave, bellezza, che spesso mi viene istintivamente da scrivere con la maiuscola, Bellezza.

Ancora non riesco, sinceramente, a capacitarmi del come, quando e perché la Bellezza abbia perso il suo ruolo nella nostra mentalità occidentale. Come, quando e perché sia diventata una sorta di accessorio, un aggettivo, il predicato di una sostanza che da essa prescinde. Perché mai ci si sia abituati a pensare che SE qualcosa, oltre a funzionare, essere pratico, utile, ecc. è ANCHE bello, bene, altrimenti pazienza, ci accontenteremo del fatto che quella cosa sia comunque adatta allo scopo per cui esiste. Un oggetto, un edificio, un indumento, un’ automobile ha da essere un “buon” oggetto, edificio, indumento, o una “buona” automobile, deve essere funzionale, di qualità. Se è anche un bell’ oggetto, meglio.

Non è sempre stato così. C’è stato un tempo, e non un tempo qualunque, il tempo della civiltà classica in cui ha avuto origine quasi tutto quello che siamo, il nostro modo di porsi verso il mondo ed affrontare l’ esistenza, in cui la visione dominante era alquanto diversa. All’ origine del nostro modo di pensare c’era l’ idea che una cosa non possa essere davvero “buona” se non è anche bella, e reciprocamente niente possa essere davvero bello se non è anche “buono”. Perché nulla, in realtà, può essere “buono” se non è in armonia col Mondo, che è o dovrebbe essere “mundus”, pulito, se non fa parte del Cosmo che è il Tutto, ma il Tutto armonico e “bello” (l’ originaria valenza estetica del “Cosmo” riecheggia ancora oggi nel termine “cosmetico”).

«Le risposte estetiche sono risposte morali» scrive Hillman nel suo saggio «Anima mundi» (in “L’anima del mondo e il pensiero del cuore” – Adelphi), ed è un pensiero che a prima vista appare sconcertante, a rifletterci sopra. Come sarebbe a dire ? Che il brutto è immorale ? Eppure, più ci si gira attorno, a questo pensiero, e più ci si convince che c’è un fondamento, anche se per trovarlo, occorre scavare un po’ in se stessi.

Ricordo ancora la fatica che ho fatto, anni fa, per giustificare a me stesso la scelta di un’ auto nuova rispetto ad un altro modello, una “giustificazione” fatta di stiracchiate argomentazioni tecniche portate all’ estremo perché, semplicemente, facevo fatica ad ammettere che l’ auto che volevo, semplicemente, era più bella dell’ altra. Mi sembrava una motivazione poco seria, ecco. Quasi da vergognarsene un po’. Così come (ne sono convinto) parecchi si arrampicano sugli specchi per giustificare la superiorità di certi prodotti mentre farebbero prima a dire che, semplicemente, sono più belli.

Secondo lo psicanalista Luigi Zoja (Giustizia e Bellezza – Bollati Boringhieri) , la scissione si verifica nella mente occidentale dopo la Riforma protestante, come reazione ad una Chiesa di Roma che raggiunse contemporaneamente l’ apice della Bellezza con i capolavori del Rinascimento, e l’ apice della corruzione e del degrado morale. Ciò che era bello non era più affatto buono. La conseguenza fu una religione protestante austera, che diffidava dell’ arte e di ogni forma di bellezza.

Può darsi che le cose stiano effettivamente così. Certo è che da quel tempo in avanti la bellezza ha perso la maiuscola, è diventata una faccenda privata, tendenzialmente frivola e “poco seria”, niente a che fare con la sfera pubblica. L’ arte stessa si ritrova non più nelle piazze ma rinchiusa nei musei, nelle collezioni private, la bellezza è ridotta a “lusso, parola affine (anche se l’ etimologia è incerta) a “lussazione”, il che suggerisce qualcosa di fuori posto, non del tutto normale, così come la “lussuria” è un’ esagerazione, un andare oltre il limite dell’ armonia, un trasgredire la misura delle cose.

A me viene però da pensare che, più o meno nello stesso tempo, e forse non a caso, si affermava un’ altra grande scissione, quella cartesiana tra anime e materia, tra “res cogitans” nobile e pergata e “res extensa”, mondo meccanico e privo di anima.

Ora, nessuno mi toglie dalla testa che le mie camminate in montagna, così amate da sentirne sempre la mancanza, proprio da lì traggano origine, dall’ impossibilità percepita di accettare davvero questa scissione, dalla necessità di “sentire”, come una vitale conferma, che invece no, c’è un’ anima anche lì fuori, nella Bellezza della natura, e dalla necessità di mantenere un contatto. E credo che molti come me abbiano questa percezione inconscia, che nulla può essere davvero buono se si risolve in una distruzione di Bellezza.

A volte questa consapevolezza assume forme ingenue, persino vagamente irritanti, superstizioni, New Age, credenze arcane, mitologie che nulla hanno a che vedere con ciò che siamo, altre volte, più ragionevolmente alimenta invece una sana coscienza ecologica. Fatto sta che in ogni caso quella mi sembra sia l’ origine comune, la percezione che non si possa andare avanti senza ridare un qualche spazio all’ idea di Bellezza con la maiuscola, senza recuperare un rapporto armonico e meno violento con il mondo.

Sì, lo so che queste cose le ho scritte altre volte, ma nessuno mi toglie dalla testa che questa consapevolezza sia la migliore speranza per il futuro su cui al momento possiamo contare.

E perciò permettetemi di insistere, tanto per cominciare l’ anno sotto un buon auspicio …

Il mondo è un’ esperienza estetica, anche se non tutti gli esseri umani ne sono coscienti.”

J. Hillman- ibid.

Naturalismo fisio-logico…

Non sono sicuro che questa specie di delirio si possa definire “mens sana”, ma comunque, ormai è fatta…

filosofiainsieme


Questo lógos (…) gli uomini non lo capiscono,  né prima né dopo averlo ascoltato;

benché (…) tutte le cose accadano secondo lo stesso lógos.

Eraclito

Siete proprio fissati con questa storia della Creazione, vero ?

Se qualcosa c’è, allora deve essere stato creato. E se c’è la Creazione, allora deve esserci per forza un Creatore, giusto ?

E allora, tutti a fare i salti mortali per salvare capra e cavoli, compresi gli scienziati, anche se da loro mi sarei aspettato un po’ più di criterio…

Cosa c’è all’ origine dell’ universo ? Il big bang. E prima, cosa c’ era ? Vedete, è più forte di voi. Se c’è un big bang, se da un fagiolo cosmico è venuto fuori il Tutto, allora quel fagiolo qualcuno deve pur averlo creato, ed allora tutti ad impazzire per cercare che cosa c’ era prima del big bang, come se non fosse stato…

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Un mitico energumeno

 

A parziale discolpa di Eracle possiamo dire che ebbe una nascita a dir poco travagliata. Anzi, che dico la nascita, finanche il concepimento.

La mamma di Eracle si chiamava Alcmena, era figlia di Euridice (sì, proprio la sposa cadavere di Orfeo), e moglie di un brav’ uomo ed ottimo soldato, di nome Anfitrione.

Ora, il fatto è che Alcmena doveva essere davvero una gran bella donna, ma proprio bella bella, talmente bella da destare le speciali attenzioni di Zeus. Lo so, obietterete che non ci voleva molto a destare le attenzioni di Zeus, che a certe cose era attentissimo e non se ne faceva scappare mezza, ma apposta io ho parlato di attenzioni “speciali”. Probabilmente stufo di travestirsi da cigno, toro, pioggia dorata o chissà che altro per rimorchiare, padre Zeus decise che per una volta voleva fare l’ amore proprio come un uomo. E, per evitare spiacevoli discussioni e fastidiose lungaggini prima di arrivare al sodo, attese pazientemente che Anfitrione partisse per una guerra (a quei tempi non si doveva mai aspettare molto), e semplicemente ne prese le sembianze.

Ora, immagino che Alcmena si possa essere sorpresa nel vedersi presentare dinanzi il marito lindo e profumato di ritorno da una guerra-lampo. Come che sia, decise che non era il caso di discutere, con Anfitrione-Zeus che la sospingeva verso il talamo intanto che cercava di togliersi l’ armatura.

Che Alcmena dovesse essere assai bella l’ abbiamo già detto, ma a questo punto della storia occorre darle atto anche di una certa prestanza fisica. Zeus infatti, quella volta aveva deciso di fare le cose in grande, e sapendo di poter disporre di energie sovrumane, aveva chiamato il fido Ermes (fido per lui, assai meno per gli altri) e gli aveva ordinato di fermare il Tempo, nientemeno. Sì, fermare il tempo, arrestare il moto delle sfere celesti, dire al Sole di non muoversi dalle scuderie fino a nuovo ordine, avvisare Eos l’ alba di nascondere il vestito rosa bello, e alla Luna di tenere la posizione di tre quarti, così romantica da vedere attraverso la finestra della camera di Alcmena.

Insomma, innamorato come un ragazzino e con lo stesso ardore, Zeus impegnò la ragazza in una cavalcata di tre giorni e tre notti, settantadue ore e scusate se è poco.

Ma non era finita lì.

Infatti, terminata l’ interminabile seduta, e saziato l’ insaziabile amante, Alcmena ha giusto il tempo di rassettarsi un po’ e darsi una pettinata, che sente bussare alla porta, apre e si trova davanti il marito reduce dalla guerra e desideroso quanto mai di dolci baci e languide carezze.

Ora, io non posso credere che Alcmena non abbia avuto almeno un attimo di smarrimento. Ancora qui, e come se niente fosse stato ? Di sicuro deve aver pensato che qualcosa in questa storia non quadrava. Reagì comunque da donna di classe, sorrise al marito che rientrava e si rimise di buona lena a fare quello che aveva appena smesso di fare. E qui viene il dubbio che Alcmena, oltre che bella e atletica, potesse pure essere insaziabile quasi quanto padre Zeus. Ma sorvoliamo…

Il risultato comunque fu che quella notte (ma sarebbe più appropriato dire quella settimana, o quasi), Alcmena rimase doppiamente incinta, mettendo al mondo nove mesi dopo due gemelli diversi, figli di padri diversi, una prestazione da Guinness. Uno dei pargoli si chiamava Ificle ed era figlio di Anfitrione, l’ altro, il figlio di Zeus, era per l’ appunto Eracle.

Naturalmente, una scappatella di tre giorni e tre notti è difficile che passi inosservata, e fu così che il piccolo Eracle fu subito preso di mira dalla solita Era, legittima e (comprensibilmente) incazzatissima consorte di Zeus. La quale Era tanto per cominciare ficcò due enormi serpenti nella culla del piccolo Eracle. Qualcuno per la verità insinua che la trovata fosse di Anfitrione, che aveva non si sa come scoperto l’ intrigo e non l’ aveva presa bene. Altri ancora invece raccontano che Anfitrione, venuto a conoscenza di tutto, si fosse detto onorato che il padre degli dei avesse voluto prendere le sue sembianze per omaggiare la sua sposa, e renderlo addirittura patrigno di un semidio. A me onestamente pare che un simile aplomb superi finanche le capacità di un Lord inglese dell’ Ottocento, altro che eroe della Grecia arcaica. Comunque, riferisco.

Come che sia, Eracle impugnò i due serpenti con le sue manine paffutelle, li strangolò e li scaraventò fuori dalla culla, chiarendo così da subito il tipo di rapporto che intendeva intrattenere con il mondo.

C’è da dire che Anfitrione cercò in ogni caso di fare buon viso a cattivo gioco, e si mise anche d’ impegno per tirare su quel ragazzone dandogli almeno una sgrossata. Lo mandò persino a scuola di musica da Lino, il fratello di Orfeo addirittura, perché imparasse a suonare, ma le manone di Eracle non si prestavano a trarre melodie dalle corde della cetra, e di fronte ai rimproveri del maestro Eracle finì col reagire a modo suo. Gli spaccò la cetra in testa, uccidendolo.

Anfitrione non si diede per vinto, ed insistette nel disperato tentativo di dare al giovane una qualche forma di educazione; decise però anche di aumentare la distanza di sicurezza tra Eracle e le suppellettili della casa reale mandandolo in campagna a fare il mandriano. Qui, all’ età di 18 anni, Eracle ebbe modo di manifestare i suoi talenti andando a caccia di un leone che depredava le mandrie. Dopo 50 giorni Eracle lo scovò e lo uccise strangolandolo a mani nude, dopo di che lo scuoiò ed utilizzò l’ intera pelle per coprirsi, aggiustandosi la testa del leone sul capo come se fosse un elmo.

I cinquanta giorni non furono però interamente inoperosi. Eracle era infatti ospite del re Tespi, il quale aveva giusto cinquanta figlie dalle quali in nostro eroe trasse conforto, una per notte. E che scovasse il leone giusto alla scadenza dell’ultima fanciulla, io la trovo una coincidenza un po’ sospetta.

Del resto, che il giovane Eracle fosse di natura alquanto smodata, ce lo conferma anche Euripide nell’ Alcesti:

“Ospiti arrivati alla reggia di Admeto ne ho conosciuti e serviti a tavola tanti, ma sinora non me n’era capitato nessuno peggiore di questo. Aveva ben visto la tristezza del mio padrone, ma ha avuto lo stesso la faccia tosta di entrare, di oltrepassare le soglie del palazzo. E poi, pur conoscendo la situazione, non si è accontentato dei cibi che gli venivano imbanditi, no, quello zotico se qualcosa mancava ce la chiedeva con insistenza. Agguantata con le mani una coppa di edera, tracanna vino puro, così com’è prodotto dalla nera terra, ne tracanna finché il calore fiammeggiante del vino non gli si diffonde per tutte le vene. E poi si ficca in testa una corona di mirto, ululando canzoni stonate.”

Che Eracle avesse modi sbrigativi col prossimo, era dunque cosa risaputa. Dovete sapere che, per motivi che non sto a rivangare, Tebe era tenuta a versare annualmente un tributo di cento vacche ad una città di nome Ergino. Bene, Eracle accoglie i messi venuti a ritirare il tributo, li aggredisce a freddo, taglia loro nasi ed orecchie, gli lega le mani al collo e li rimanda indietro col consiglio di non farlo ulteriormente arrabbiare. Mi spiego ?

Le dodici fatiche sono troppo note e troppo lunghe da raccontare qui. Citiamo solo un dettaglio.

Eracle si sta dirigendo verso l’ isola dove regna Gerione, al quale deve sottrarre la mandria di vacche (in fondo, mandriano era, Ercole, no ?). Ad un certo punto si rende conto che il Sole è troppo caldo, fastidiosamente caldo, e dopo averlo guardato male, prende arco e freccia e mira, minacciando di trafiggerlo se non la smette. Stranamente, in quella occasione il Sole, cioè Apollo, discreto arciere anche lui, la prende bene, ci fa una risata e regala ad Eracle una coppa d’ oro. Inutile aggiungere che l’ abigeato riuscì alla perfezione, nonostante la resistenza del mandriano e del suo cane, che vengono abbattuti a colpi di clava…

Era un tipo così, Eracle, ma non era il solo.

Infatti, il profilo psicologico (si fa per dire) di questo eroe, riporta alla memoria immediatamente un altro mitico forzuto dell’ antichità, il famoso Sansone.

Una bella gara, fra i due. Ma di Sansone parliamo un’ altra volta.