Speranza ultima dea (in classifica)

Qualcuno forse si arrabbierà ma io, inutile negarlo, ho un rapporto un po’ conflittuale col concetto di speranza e con tutto il retroterra che si porta dietro.

Da buon cultore della classicità, setaccio il mondo greco-romano alla ricerca di tracce di questa “ultima dea”, ma in realtà ne trovo pochissime. La speranza non era del tutto estranea agli antichi, ma giocava un ruolo assai modesto. I Greci la chiamavano Elpis, ma qualcuno si è mai imbattuto in un tempio di Elpis ?

I Greci conoscevano bene il Fato, la Necessità a cui anche gli dei devono sottomettersi. Al destino occorre adattarsi, cercare di trarne il meglio, ma contrastarlo non si può, sarebbe atto di arrogante superbia, e meriterebbe grande castigo. Si possono certo pregare gli dei perché ci accontentino, si possono fare sacrifici, tutto quel che si vuole, ma dato il carattere imprevedibile e squilibrato della maggior parte delle divinità olimpiche, va da se che ci si può aspettare di tutto.

Sulla speranza esiste tuttavia un dettaglio, piccolo ma significativo.

Qualcuno ricorderà la storia di Prometeo, e di come abbia suscitato la furia di Zeus per aver donato il fuoco agli uomini. Ci abbiamo giocato qui, con quel mito. Qualcuno ricorderà anche che la vendetta di Zeus prese la forma di una donna bellissima. Pandora (“Tutti i doni”), costruita dal fabbro di fiducia, Efesto in persona, col contributo di altri dei (e soprattutto dee).

Come una polpetta avvelenata Pandora fu dunque recapitata, non direttamente a Prometeo ma al suo fratello meno furbo, Epimeteo, con tanto di dono a corredo, un vaso contenente tutte le sciagure, le malattie ed i mali del mondo, il famoso vaso di Pandora. E, come racconta Esiodo, Epimeteo non esitò a fare accomodare in casa Pandora, quest’ ultima non resistette alla tentazione di sbirciare nel vaso, ed ecco che tutti i mali del mondo, le malattie e le sciagure volarono via e cominciarono ad affliggere il genere umano. Al fondo del vaso rimase unicamente la Speranza, dal momento che Pandora, non certo dotata di riflessi fulminei, era finalmente riuscita a richiudere il vaso col suo coperchio.

Esiodo non spiega perché mai proprio la speranza sia rimasta chiusa nel vaso, ma a me sembra che il punto interessante  sia piuttosto un altro. Perché mai la speranza stava lì ? Cosa ci faceva in mezzo a tutti i mali, le malattie, le sciagure  del mondo ? Sembrerebbe che Esiodo non ne avesse un’ opinione particolarmente elevata.

C’è da dire che tutto il mondo classico in generale non trasuda ottimismo, in particolare nei confronti del futuro.era assai diffusa l’ idea che il meglio si trovasse alle spalle, nella favoleggiata “Età dell’ Oro” in cui le cose andavano infinitamente meglio. Per chi vede la storia umana come un lungo declino, la speranza non è di molta utilità.

Le cose cambiarono radicalmente, ovvio a dirsi, con l’ avvento del Cristianesimo, che sulla speranza addirittura si fonda. Speranza nella vita eterna, si capisce, ma anche speranza nella giustizia divina, nella compensazione di tutti i mali nell’ altro mondo.. è con il Cristianesimo che la prospettiva si inverte: L’ Età dell’ Oro non è affatto alle spalle, è davanti a noi, nel futuro, ancorché un tale futuro non sia su questa terra. Il credente ha fede, e questa fede porta con sé la speranza.

La scienza e l’ Illuminismo hanno fatto il resto, riportando il mito dell’ Età dell’ Oro su questa terra, convincendoci che il futuro è progresso, che l’ umanità si muove dalle tenebre verso la luce. La speranza ha dominato il mondo, dalla venuta di Cristo al Novecento, benché non sia mancata, di tanto in tanto, qualche voce dissonante.

Non esiste nessuna immortalità della persona;” si azzarda a dire, seppure in incognito, Spinoza nel Trattato teologico-politico del 1670, “è soltanto un’ invenzione usata da un clero manipolatore per costringerci ad un eterno stato di paura e di speranza, ed in tal modo controllarci”.

Quasi due secoli dopo gli fa eco Kiekegaard: “La speranza è un astuto traditore, più perseverante persino dell’ onestà”. E poco dopo Nietzsche proclamerà la morte di Dio e, di conseguenza, della speranza ultraterrena: “La speranza è il peggiore dei mali, poiché prolunga i tormenti degli uomini”.

Se questo discorso riguarda la speranza ultraterrena, non avrà fortuna molto migliore quella terrena. Il sogno illuminista del progresso, piegato dalle ideologia in speranza “sociologica”, fede nel cammino ascendente della Storia, uscirà distrutto dagli orrori dei totalitarismi e dai massacri dei due conflitti mondiali del Novecento. La stessa idea di progresso fa i conti oggi con l’ ansia crescente per la pura sopravvivenza del pianeta, soffocata dal successo del progresso medesimo, e da un impatto antropico ormai visibilmente insostenibile.

Il mondo contemporaneo, insomma, non lascia troppo spazio all’ ottimismo, quasi nessuno oggi ragionevolmente ritiene che il futuro che ci attende sarà migliore del passato. Non riconosciamo alcuna età dell’ oro nel nostro passato, nessuna epoca di cui razionalmente si possa avere nostalgia, ma allo stesso modo ben pochi oggi pensano che l’ età dell’ oro sia dinanzi a noi, nel futuro.

Nessun assoluto e nessuna certezza, nulla per cui vivere o morire, o, per citare Norberto Bobbio “In quanto laico, vivo in un mondo in cui è sconosciuta la dimensione della speranza”.

Cosa resta allora, se non coltivare le proprie piccole speranze individuali e private, provare a forgiarsi al meglio una sorte personale, rinchiudersi nel particolare. È quello che in fondo è accaduto.

Ma ha senso parlare di speranza se questa on è condivisa ed universale, se non riguarda un futuro migliore non per uno ma per tutti ? Se non è basata, come dice il filosofo Rorty, su una “metanarrazione”, che sarebbe come dire una ideologia, una visione del divenire del mondo, un quadro complessivo della storia ? In un mondo in cui pare preclusa la dimensione della speranza, è difficile trarre un senso esistenziale se non si riesce almeno a trascendere la dimensione individuale, privata, particolare. Se non si recupera un valore, almeno uno, che possa essere condiviso e dare ordine al mondo.

Troppo presi dalla speranza, inseguendo chimere religiose, ideologie politiche, infondati sogni scientisti abbiamo forse trascurato altre dimensioni, ad esempio quella, profonda, della bellezza, e rinunciato a farne il centro di una nuova, o rinnovata  visione del mondo. La bellezza magari non salverà il mondo, come pensava il principe Miškin, ma potrebbe salvare noi nel mondo.

Questo però è un altro discorso.

Qualcosa di nuovo, anzi d’ antico ?

(…) è da molti anni che la voce degli ultimi non trova la maniera di farsi ascoltare.

I sindacati faticano a drenare gli umori e le esigenze dei non rappresentati, dei precari e dei ragazzi senza lavoro.

La fabbrica, da tempo, non è più il teatro che possa mettere in scena in modo rappresentativo e solenne l’ incontro-scontro tra capitale e lavoro. 

La sinistra, che è il vettore storico (bisecolare) della protesta sociale, è semiparalizzata dal carico di responsabilità anche istituzionali) che la crisi finanziaria le scarica sulle spalle.

Siamo, in un certo senso, all’ anno zero del conflitto sociale “new age”.
Largo spazio a chi inventerà qualcosa di nuovo: forme organizzative, parole, azione politica.

Michele Serra, Repubblica, 3/1/12


È una condizione alquanto disperata, quella che emerge da questa righe di Michele Serra, tratte dalla sua rubrica quotidiana su “Repubblica”. Come se non si sapesse più dove sbattere la testa, come se si fosse smarrito il senso e la direzione. Un ciclo storico si chiude, un ruolo che ha dominato il pensiero e la società pare non avere più nulla da dire, o quantomeno pare non riuscire a dire più nulla.
Datemi un punto di appoggio, una nuova pietra d’ angolo, datemi un terreno buono e solido, sgombro dalle macerie dell’ ideologia, un terreno su cui si possa nuovamente pensare di costruire qualcosa.
Non che abbia tutti i torti, naturalmente. Oggi i valori sono talmente confusi e mischiati, talmente frantumati e centrifugati da rendere oggettivamente difficile raccapezzarsi, la sinistra da anni vene percepita come conservatrice, immobilista, quasi oscurantista di fronte ad una destra che si presenta come moderna ed autenticamente riformatrice. Dal lato opposto, una destra populista, con elementi separatisti e tratti istituzionalmente destabilizzante ha sollecitato la sinistra ad una insolita difesa della legalità, dell’ ordine costituito, della Patria persino.
Il paradosso dei radicali arenati fra battaglie libertarie e posizioni ambiguamente liberiste è paradigma di una oggettiva perdita di riferimenti.
L’ ideologia è la degenerazione sclerotica di ideali mummificati. Ma morte le ideologie sono necessariamente morti anche gli ideali ?

Quali sono stati i momenti migliori nella storia della civiltà occidentale, a quali circostanze viene spontaneo riferirsi quando si vuole convincere se stessi che l’ uomo sulla Terra non è solo una patologia infestante ? Quali periodi storici hanno riscattato la nostra specie ? E’ spontaneo riferirsi ai momenti storici nei quali i valori riconosciuti, seppure non sempre o non del tutto messi in pratica, erano quelli classici dell’ umanesimo.
La centralità dell’ uomo, certo. Ma non solo quello. La centralità dell’ uomo non basta; mettere l’ accento esclusivamente su quello porte certamente ad esaltare la libertà, ma può facilmente condurre all’ individualismo arrogante, alla volontà di dominio, all’ autoritarismo, come pure sul versante opposto alla disgregazione sociale.
Vorrei prendere spunto da alcune considerazioni di Tzvetan Todorov, filosofo e a suo modo sociologo certamente meno popolare di Bauman, ma non meno acuto, a mio avviso.
Todorov identifica il cuore dell’ umanesimo nella coesistenza equilbrata di tre valori, tre elementi potenzialmente conflittuali:

  • autonomia
  • finalità umana
  • universalità

L’ autonomia, naturalmente, trova la sua radice nella autocoscienza dell’ essere umano, animale che riflette su se stesso, che si ri-conosce. Ma l’ uomo, appunto, può riconoscersi, può costruire la propria identità solo di fronte agli altri, confrontandosi con individui simili ma non identici a se. Non avremmo il linguaggio se non avessimo nessuno con cui comunicare; d’ altra parte nel momento stesso in cui qualcuno che identifichiamo come “speculare” compare all’ orizzonte, la nozione di libertà “assoluta” tramonta.
È proprio il riconoscere l’ uomo come fine, ogni uomo singolarmente preso, che permette secondo Todorov all’ umanesimo di sfuggire alla deriva dell’ individualismo così come a quella dello scientismo inteso come pretesa di costruire a tavolino una società “ottimizzata”. Nessuna finalità collettiva può mai giustificare il sacrificio di singoli individui né, a maggior ragione, di interi gruppi.
I principi umanistici teorizzati da Todorov ricompaiono, naturalmente, sia pure sotto una veste un po’ diversa, come valori fondativi dell’ Illuminismo per diventare successivamente parole d’ ordine della Rivoluzione Francese e quindi di tutta la tradizione di sinistra.
Libertà, fraternità, uguaglianza segnano, secondo la ricostruzione di Todorov, la riemersione in veste moderna di quei principi di autonomia, finalità ed universalità che l’ umanesimo aveva sviluppato.
La storia moderna, e quella del Novecento in particolare, ha reso ancora più evidente la necessità assoluta che i tre principi vengano declinati insieme e collegati l’uno all’ altro, per non ripetere gli eccessi sia dell’ individualismo egoistico sia dell’ anti-individualismo comunitario.
Libertà, solidarietà, uguaglianza sono ancora una buona base di valori ? Vale la pena tentare, ancora una volta, di ripartire da qui ?

(continua qui)