La fine del mondo conosciuto?

 

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Prendo spunto dal titolo del celebre brano del R.E.M. “It’s the end of the world as we know it (and I feel fine)” per provare a capire se questa pandemia è davvero “la fine del mondo come lo conosciamo”, e soprattutto se c’è qualche motivo per “sentirsi bene”.

È probabile che la stagione estiva offrirà una pausa, un allentamento della ferocia dei contagi, i virus sono sensibili alla temperatura e la loro resistenza fuori dal corpo umano cala drasticamente col caldo. Questo dovrebbe darci respiro fino al prossimo autunno, ed è possibile che per quel tempo sia a buon punto la sperimentazione dei vaccini, o che siano stati messi a punto dei farmaci efficaci. Anche in questo caso però rimarrebbero delle incognite: nessuno sa se l’aver sviluppato anticorpi protegga realmente da un secondo contagio, nessuno sa quanto il virus muti nel corso del tempo, e quindi se il vaccino stesso possa offrire una protezione permanente o solo stagionale, come nel caso del vaccino per l’influenza, che peraltro non garantisce neppure la certezza di non ammalarsi. E dunque andrebbe messa in conto la possibilità concreta di una lunga fase davanti a noi di convivenza col virus, una fase che richiederà adattamenti profondi del nostro modo di vivere, “la fine del mondo conosciuto”, appunto.

La prospettiva della fine del mondo comporta certamente aspetti angoscianti, primo fra tutti l’accresciuta consapevolezza della propria fragilità, precarietà, mortalità. La paura del dolore e della morte ha spesso spinto l’uomo verso la superstizione, la magia, la scaramanzia. Ma può anche spingerlo verso forme estreme di chiusura, verso la xenofobia, può comportare una minaccia molto concreta, il rafforzamento di nazionalismi e populismi basati appunto su reazioni emotive, istintive.

Si tratta di rifiuto della realtà puro e semplice.

Un virus non conosce confini, e le epidemie circolavano tranquillamente sia quando il mondo era unito sotto l’impero di Roma, sia nella caotica frammentazione medievale, sia all’epoca d’oro degli Stati sovrani. Chiudere una zona rossa per evitare il diffondersi del contagio ha senso, chiudere genericamente i confini di uno Stato ne ha molto meno, come la pandemia ha appunto dimostrato.

La sensazione di angoscia viene ovviamente esaltata dalla crisi economica, la prospettiva di non guadagnare, di perdere il lavoro, di non riuscire a mantenersi si somma alla pura e semplice paura di ammalarsi, e questo può indurre ancora di più alla chiusura, all’isolamento, persino alla depressione.

Alcune difficoltà saranno oggettive, viaggiare sarà presumibilmente più complicato, difficile e costoso di prima, sia per quanto riguarda le lunghe percorrenze, sia per i trasporti urbani. Se un autobus deve limitare la sua capacità ad un quarto o meno di quella precedente, si capisce bene quanto le città dovranno riorganizzarsi, attraverso orari flessibili, ingressi scaglionati, uso estensivo del lavoro da casa, ampliamento della mobilità individuale sostenibile, che poi significa principalmente biciclette, monopattini, bike e car sharing.

Ma l’uso estensivo e permanente dello smartworking implicherà anche una riorganizzazione delle case private, con una preziosa porzione di spazio privato (per chi ne dispone) da dedicare in modo non occasionale alle funzioni di ufficio; il re-design domestico andrà insomma di pari passo col re-design urbano, nella faticosa creazione di una nuova normalità.

Ci si può anche attendere l’esplosione di un conflitto tra libertà personale salute pubblica. Questo conflitto è rimasto sotto traccia nel periodo del lock down, perché si era tutti in una condizione di paralisi da panico. Ma cosa succederà quando saranno disponibili le app di tracciamento? La gente accetterà di sottoporsi alla localizzazione?

La questione di fondo è il grado di fiducia nelle istituzioni. Sappiamo bene che moltissime app già ci tracciano, ad esempio Google, Tripadvisor, tutti i navigatori, i programmi meteo e in generale tutte quelle app a cui abbiamo consentito l’accesso alla nostra posizione (WhatsApp, Facebook, Instagram, Telepass, Stocard, ecc.). Sappiamo bene che la geolocalizzazione è uno dei tanti dati personali di cui con una certa liberalità autorizziamo l’uso a scopi commerciali, ma per qualche motivo il fatto che l’Autorità possa accedere alla nostra posizione, nonostante tutte le rassicurazioni sull’anonimato dei dati, ci preoccupa molto di più, e tanto di più quanto di meno ci fidiamo del Governo. C’è evidentemente la percezione di un rischio di controllo autoritario, che temiamo possa rimanere anche dopo la fine dell’emergenza. Paradossalmente, l’eventualità di restrizioni molto più violente della libertà, come zone rosse e lockdown locali nel caso di ritorno dell’epidemia, sembrano preoccupare di meno, proprio per il loro carattere chiaramente emergenziale e quindi più sicuramente temporaneo.

Non va dimenticato che controlli sierologici, certificati di immunità e simili rischiano di innescare deviazioni e discriminazioni assai pericolose in un momento gravissimo di crisi economica ed occupazionale, come si può intuire: ad esempio, la tentazione di favorire per l’assunzione chi possieda un “passaporto d’immunità” rispetto a chi non lo possiede sarà forte.

Nonostante tutti questi rischi potenziali, la crisi innescata da una pandemia potrebbe tuttavia presentare persino delle opportunità di sviluppo positivo, delle occasioni perché la “fine del mondo conosciuto” favorisca la nascita di un mondo almeno un po’ migliore del precedente.

  1. La prima opportunità è legata al fatto che questa pandemia rappresenta la prima sfida globale in cui l’umanità intera si trova veramente ingaggiata. Da parecchio tempo sentiamo dire che il mondo contemporaneo ha abolito le distanze, compattato l’umanità, ma di fatto quando gli interessi divergono questo mitico “fronte unitario” si sgretola come un castello di sabbia. In questo caso invece la sfida è davvero globale, collettiva, l’umanità da una parte contro il virus dall’altra; ed è la prima volta che l’umanità sembra prendere atto di un’identità comune. La comunità scientifica lavora alla ricerca di farmaci efficaci, o di un vaccino, con un’intensità che non si era mai vista, scienziati di tutti i continenti mettono in comune informazioni, risultati e teorie letteralmente a ritmo quotidiano, e questo è un fenomeno estremamente importante.
  2. La creazione di un’identità comune è il primo passo perché possano essere affrontati appunto con spirito unitario e non ciascuno secondo il proprio tornaconto particolare i problemi della sostenibilità e del cambiamento climatico, che sono in assoluto le minacce maggiori che abbiamo di fronte. Al tempo stesso, abbiamo imparato che è possibile uno stile di vita con un impatto sul pianeta decisamente inferiore rispetto al recente passato e questo, se non altro, farà cadere parecchi alibi.
  1. Un altro elemento positivo piuttosto importante è la constatazione che le grandi reti infrastrutturali hanno retto l’impatto di uno “stress test” imprevisto e violento. Questo non era affatto scontato, a cominciare da internet. Pare che l’effetto del lock down sia stato un incremento praticamente istantaneo dell’ordine del 30% del traffico in rete. Ma ha retto bene anche la rete della logistica, le merci sono arrivate al supermercato con regolarità, a parte qualche sporadico assalto alimentato dal panico. Hanno retto anche le consegne a domicilio, corrieri e riders, che forse adesso smetteranno di essere invisibili. Molti ristoranti, pizzerie negozi sono riusciti a mantenere un minimo di attività attraverso le consegne a domicilio di cibi e merci ordinabili sul loro sito web, una modalità che potrebbe rimanere anche in futuro, micro-reti locali di circolazione di merci a disposizione soprattutto delle persone più anziane. Ogni negozio che non abbia ancora provveduto farebbe probabilmente bene ad organizzarsi con un piccolo sito web ed un accordo con dei riders.
  1. Non ha retto altrettanto bene la rete sanitaria, indebolita negli anni da tagli di budget ma forse anche da qualche elemento ideologico. Il fatto stesso di trovarsi ad ammirare l’eroismo di medici ed infermieri, indica che il sistema non ha retto a sufficienza. Abbiamo scoperto di avere metà dei posti letto rispetto alla media europea, pur con una popolazione più anziana della media. È vero che l’emergenza è giunta all’improvviso, ma forse potrebbe essere una buona idea per il futuro estendere a tutte le reti gli “stress test” ideati e praticati ormai da tempo per verificare la capacità di resistenza delle banche.
  1. Più in generale c’è stato un consolidamento dell’uso di strumenti digitali ormai generale. Videoconferenze via web per un pubblico di over 70 sarebbero state impensabili solo pochi mesi prima della pandemia. Sarebbero state semplicemente rifiutate.
  1. L’uso di strumenti tecnologici avanzati fa parte di un generale sentimento più favorevole a scienza e tecnologia, gli scienziati sono tornati a parlare in televisione (fin troppo), e quando il vaccino arriverà, mi aspetto che sia generalmente bene accolto soprattutto se nel frattempo dovesse verificarsi la temuta “seconda ondata”, il ritorno del virus in autunno.
  1. Più in generale, si intravede una rivalutazione delle competenze, dopo anni di trionfo del dilettantismo. Si rivede anche lo Stato, come sempre accade quando le cose vanno male, si rivalutano la medicina di base e il sistema sanitario in generale, tutte cose di cui è invece facile dimenticarsi quando le cose vanno bene. Val la pena ricordare che i sistemi sanitari nazionali sono nati dopo la tremenda epidemia di spagnola del primo dopoguerra. Oggi ci si torna a chiedere se il diritto alle cure mediche non debba essere incluso tra i diritti fondamentali dell’uomo.
  1. C’è insomma qualche segnale di arretramento del pensiero liberista che ha dominato il mondo negli ultimi trent’anni, diciamo dalla caduta del Muro in avanti. Ed in questo arretramento comincia ad emergere la voce di chi da tempo segnala il pericoloso aumento delle diseguaglianze nei Paesi occidentali causato dalla globalizzazione, l’assottigliamento progressivo del ceto medio (quello che una volta si chiamava “borghesia”) e la polarizzazione tra un ristretto numero di ricchi sempre più ricchi ed una popolazione sempre più povera. La crisi economica prodotta dall’ epidemia non potrà che esacerbare questo stato di cose, con esiti potenzialmente destabilizzanti. È importante è che questo argomento venga messo all’ordine del giorno. Così come si riesce a controllare attraverso le certificazioni la qualità di beni e servizi, dovunque essi siano prodotti, non dovrebbe essere impossibile realizzare un sistema di controllo che certifichi anche il rispetto di livelli minimi di protezione e retribuzione del personale, dovunque si trovi la produzione.
  1. A proposito di globalizzazione, si è constatato durante l’emergenza come le filiere eccessivamente delocalizzate siano inevitabilmente fragili. Se per realizzare un prodotto si ha bisogno di componenti che arrivano da una moltitudine di Paesi, allora un problema imprevisto in uno di questi Paesi mette a rischio tutta la catena. È quello che abbiamo sperimentato, prima con il lockdown cinese, successivamente con quelli dei vari Paesi sfalsati fra di loro. Sarà necessario probabilmente predisporre catene produttive ridondanti, con gli stessi componenti che possono essere approvvigionati in Paesi diversi, oppure semplicemente più corte: produrre dove si vende, realizzare Supply Chains locali, commercio a chilometro zero o quasi, con beneficio per il pianeta.
  1. L’umanità è una nave in tempesta in questo momento, e quando una nave attraverso la tempesta è importante avere un buon capitano. Ma qui, proprio non ci siamo: la leadership dell’Occidente è stata a lungo saldamente nelle mani degli Stati Uniti, i quali però già da qualche tempo, e massimamente con la presidenza attuale, hanno palesemente rinunciato ad esercitarla. La Cina dal canto suo sembra concentrata esclusivamente sui propri interessi, mentre l’Europa è sempre stato un gigante economico ma un nano politico.

Ma in questa tempesta nessuno si salva da solo.

E forse è proprio l’Europa, quella a cui questa crisi potrebbe dare una buona volta l’impulso decisivo per decollare e prendere in mano, se non quello del mondo, almeno il proprio destino.

“You miss too much these days if you stop to think”

U2 – Until the end of the world

Motivi, valori, doveri, cose grosse…

 

 

Di tanto in tanto infliggo ai miei pochi e pazienti lettori somministrazioni ad alto dosaggio di etimologia non richiesta, lo so. Non so che farci, il fatto è che la curiosità non mi abbandona ed è diventato quasi un riflesso condizionato quello di andare a cercare l’ origine delle parole su cui mi capita di imbattermi per i motivi più diversi. E spesso, devo dire, lo sforzo è ricompensato da qualche piccola illuminazione.
E dunque, richiesto di intrattenere, non sto a spiegare perché, classi di liceali su paroloni ad alto peso specifico quali motivazione, valore, dovere, carichi da undici si direbbe a briscola, e volendo al tempo stesso evitare di perdere subito  l’attenzione dell’irrequieto uditorio, mi rivolgo in cerca di aiuto alla fidata amica etimologia, che mi fornisca qualche utile scintilla.

La motivazione fila via liscia: è una parola che ne contiene un’altra, il motivo, che a sua volta contiene il moto. E dunque la motivazione è semplicemente ciò che smuove, che fa alzare dal letto o dal divano, e mette in movimento. Fa muovere, la motivazione, verso qualcosa che è sempre una mancanza, che sia la ricerca di cibo se si è affamati o la composizione di una poesia. Ci si muove sempre spinti da un bisogno, ma è difficile rendersene conto perché “bisogno” è termine a sua volta ambiguo e traditore, si può essere bisognosi, e quindi poveri e senza soldi, ma si può avere bisogno della persona amata, non in senso economico si spera, si può avere bisogno di correre, danzare o dipingere, ed è un bisogno ancora diverso ma non meno reale, che riguarda la propria realizzazione, il “diventare ciò che si è” per dirla col buon vecchio Nietzsche.

Il valore è più evanescente, ma neanche troppo. Valore si collega a valere, e valere viene dal latino “vale”, un saluto che potremmo rendere con “statti bene”, grosso modo. Si augurava salute, dicendo “vale”, e ciò che ha salute e sta bene vale, per l’appunto, ovvero è valido. Ma se il valore è collegato alla salute, potremmo dire che i valori sono cose che “fanno stare bene”. Si sta meglio ad avere amici che a stare sempre da soli, si sa, e si sta bene se gli amici sono generosi piuttosto che egoisti, buoni piuttosto che malvagi, leali piuttosto che traditori. Il che equivale a dire che amicizia, generosità, bontà, lealtà sono valore, cioè cose che fanno stare bene. Semplice ed un tantino ovvio.

Il dovere è invece un verbo che si fa sostantivo, un verbo che viene dritto dal latino “debere” il cui participio passato è “debitus”. E che i doveri siano debiti ce lo ricorda il linguaggio comune, tutte le volte che paghiamo un debito o paghiamo il dovuto, quando rimaniamo in debito o dobbiamo un favore a qualcuno, tutte le volte insomma che usiamo i due termini in modo quasi intercambiabile.
I doveri sono debiti nei confronti di qualcuno o qualcosa che si prende cura di noi, o dovrebbe farlo, assicura protezione, sostentamento, crescita, che siano i genitori, la scuola, la società.

Viene in mente il solito Socrate, che risponde a chi lo esorta ad evadere per sottrarsi all’ingiusta condanna facendo presente che è troppo comodo approfittare delle leggi quando fa comodo e sottrarsi quando non conviene più. Ad esempio, mi viene da dire, usare servizi pubblici ed evadere le tasse.
I doveri non vengono compiuti per amore del dovere, ma perché l’evitarli metterebbe l’uomo a disagio, scrisse da qualche parte Mark Twain. I doveri sono debiti che vanno pagati, dice l’ etimologia.

Un solo Dio, al massimo due

 

Intorno al 1350 a. C., il faraone in carica, Amenofi IV, della XVIII^ dinastia, ebbe un’ idea assai balzana.

Siamo al centro della storia egizia, nel pieno di quello che viene definito Nuovo Regno. L’Egitto esisteva come entità statale da oltre duemila anni, ed in duemila anni, pur in una società allergica a cambiare, di cose ne succedono tante. Ma una pensata come quella di Amenofi IV non si era mai sentita. In breve, il faraone aveva deciso che era tempo di farla finita con tutta quella parata di divinità, Osiride, Iside, Seth, Horus e soprattutto Amon, il più grande di tutti, ed era ora di riconoscere che di Dio ce n’era uno solo: Aton, il Sole. Un unico Dio di cui lui stesso, il faraone, era figlio unico e legittimo, neanche a dirlo.

I sacerdoti dovettero pensare che il faraone era uscito pazzo, e ne ebbero conferma quando Amenofi IV decise addirittura di cambiare nome in onore del Dio, facendosi chiamare Ekhnaton. E tuttavia i sacerdoti dovettero chinare la testa ed obbedire tacendo, chiusero i templi di Amon e si misero di buona lena a scalpellarne via il nome dai monumenti delle precedenti amministrazioni. Potevano solo sperare che Aton, o chi per esso, chiamasse presto a sé il faraone pazzo. Quando questo finalmente avvenne, tutto tornò come prima, i vecchi dei riabilitati, i templi rimessi a posto, i culti ripristinati ed il nuovo faraone sul trono col rassicurante nome di TutankhAMON.

Di Amenofi IV/Ekhnaton non rimase nulla, venne proibito persino pronunciarne il nome, e credo sia la prima “damnatio memoriae” della Storia.

Per quanto ne sappiamo, la bislacca idea di Amenofi IV rappresenta la prima di una forma di monoteismo di cui resti traccia. Si trattava probabilmente di un monoteismo imperfetto, Amenofi IV non ebbe la forza di spazzare via tutto il pantheon, altri dei sopravvissero subordinati, ma era un inizio. Del resto, ben altri monoteismi danno tuttora spazio a Santi, Madonne, angeli e diavoli, non è così ?

Fu una comparsa effimera, come abbiamo detto, ma forse non del tutto. Parecchi studiosi, a cominciare da Freud, ipotizzarono che Mosè possa essere stato un sacerdote di Ekhnaton, fuggito dopo la restaurazione, è che il monoteismo ebraico abbia origini egizie. Probabilmente non è vero, persino sulla storicità di Mosè ci sono dubbi, ma è certamente un’ ipotesi affascinante.

Come che sia, il monoteismo entra in scena mostrando subito il suo carattere primario: un dio unico non può che essere un Dio possessivo, geloso persino.

Tuttavia, un problema del tutto nuovo si pone. Nella tradizione politeista, il mondo è un palcoscenico inerte su cui si muovono ed interagiscono tra loro le divinità, talvolta alleandosi, più spesso scontrandosi fra loro, e di questi scontri fanno le spese gli uomini. La guerra di Troia è un “danno collaterale” di uno sciocco concorso di bellezza fra tre dee vanesie, tanto per dire. Le traversie di Ulisse sono causate dall’ odio di Poseidone, e parzialmente mitigate dal favore di Atena. Che le cose vadano bene o male, insomma, c’è sempre la possibilità di dare una spiegazione soddisfacente, attribuire il merito o la colpa a questa o quella capricciosa divinità, di volta in volta compiaciuta o irritata.

Il Dio unico apparentemente semplifica il quadro, basta comportarsi bene nei suoi confronti e si vivrà per sempre felici e contenti. E invece no, è piuttosto evidente che le cose non vanno affatto in questo modo, non sempre il bene vince e il male perde, non sempre la giustizia trionfa è la virtù è premiata, tutt’ altro. Come mai ?

Il monoteismo fatica a trovare una risposta.

Dio che si ritira dal mondo dopo averlo creato, Dio che rispetta il libero arbitrio delle sue creature, Dio che ha disegni imperscrutabili, la sofferenza che verrà ripagata nell’ aldilà. Nessuna risposta è davvero convincente.

 Una particolare forma di risposta è l’ idea che esistano due principi divini, uno buono e l’ altro cattivo. Luce e Tenebre, Bene e Male, Ordine e Caos. Il primo a proporre questa soluzione fu Zarathustra, o Zoroastro, vissuto nel VII secolo a.C., forse prima. È l’ inizio di una lunga tradizione, che ha diverse sfaccettature. Una versione è più vicina alla concezione greca: sullo sfondo di un cosmo indifferente, i due princìpi lottano per il predominio. Un’ altra versione è più vicina alla tradizione ebraica: il Dio cattivo è in realtà un angelo ribelle, ed in qualche caso si attribuisce a lui la Creazione. Questo naturalmente spiega il male nel mondo, ma non spiega perché il Dio buono lo lasci fare.

 Come che sia, la tradizione dualista sopravvisse per oltre duemila anni. Lo zoroastrismo fu la religione ufficiale dell’ impero persiano da Ciro il Grande fino alla conquista araba, sopravvisse sotto l’ impero bizantino come religione bogumil, si diffuse in Occidente, soprattutto nella forma del manicheismo, fiorì in Provenza e nel nord Italia come tradizione catara finché fu sradicata con la violenza, più o meno al tempo di San Francesco. Ed è una storia che vale la pena conoscere.

Di serie TV, senso della vita, e altro…

“La vita è un’ombra che cammina, un povero attore che si agita e pavoneggia la sua ora sul palco e poi non se ne sa più niente. È un racconto narrato da un idiota, pieno di strepiti e furore, che non significa niente.”
W. Shakespeare, Macbeth Atto V, scena 5^

Riflettevo qualche tempo fa (molto tempo fa se devo essere sincero) sul fatto che, mentre la narrazione accompagna l’ Uomo fin dall’ inizio della sua storia, la forma di questa narrazione è andata cambiando nel tempo. In principio fu il canto, in età moderna il racconto, nell’ ultimo secolo la narrazione visiva, cinema e poi televisione. Negli ultimi anni, in particolare, la forma narrativa di maggior successo è la serie televisiva.
Va detto che il racconto a puntate non è certo una novità, il romanzo d’ appendice era popolarissimo nell’ Ottocento e sono stati pubblicati a puntate pilastri della letteratura del calibro di Madame Bovary, i fratelli Karamazov, Guerra e Pace, e persino Pinocchio. Balzac e Dickens pubblicavano a puntate, e quest’ ultimo teorizzava addirittura la superiorità di questa forma rispetto al volume. Nessuno scandalo dunque, il punto semmai è un altro.

Pur nella serialità originaria, I tre moschettieri o Delitto e castigo sono romanzi “chiusi”, dove la trama si sviluppa secondo un piano coerente che l’ autore ha fissato fin dal primo momento. Non mancano naturalmente divagazioni, intrecci, sottotrame che possono essere diluite in funzione dei favori del pubblico, ma alla fine i conti tornano, tutto si tiene e le linee narrative convergono in una conclusione che “scioglie tutti i nodi”.

La narrazione televisiva odierna è costituita da serie che si dispiegano su un’ estensione temporale che non è nota all’ inizio. Nessuno sa in anticipo quante stagioni saranno prodotte, in quanto dipende dall’ audience, e gli sceneggiatori devono essere pronti, all’ occorrenza, a prolungare o troncare le vicende narrate a seconda delle esigenze della produzione. Spesso, persino alla conclusione di un ciclo (il “finale di stagione”) gli autori non sanno se ci sarà o meno una stagione successiva, e sono costretti a chiudere solo alcuni dei nodi narrativi ma non tutti, in modo che si possa trovare qualche aggancio per riprendere il filo (se e quando servirà…).
Il risultato mi ricorda quelle costruzioni lasciate a metà, con i ferri di armatura che sporgono dai pilastri, per dare modo di riprendere (forse…) la costruzione e fare il secondo piano in futuro.

Non è un aspetto secondario questo, niente affatto.

Da sempre, infatti, il ruolo principale della narrazione è sempre stato quello di “dare senso al mondo“, offrire letture coerenti della realtà, magari fittizie ma significative. Le avventure di Ulisse o le peripezie di David Copperfield ci dicono qualcosa di sensato sulle nostre stesse vite, offrono illuminazioni, riferimenti, propongono significati. E, soprattutto, fanno vedere che un significato può esserci, che il mondo ed il destino individuale possono avere un senso, una vita può andare da qualche parte, verso la gloria o il disastro, verso l’ amore o la morte, non importa. Ciò che importa è che nella storia un senso c’è e viene mostrato, può essere condiviso o contestato, ma non negato.

Ma quale senso può mai emergere da una serie televisiva che si interrompe senza preavviso dopo 40 o 50 puntate, senza che la trama principale sia stata portata a conclusione, senza che le domande iniziali abbiano trovato risposte, senza che si sia capito il ruolo di certi personaggi ?

Così è la vita, si potrebbe rispondere, citando non a sproposito il monologo finale di Macbeth.
E tuttavia la tragedia di Shakespeare, maestro nel mostrare ambiguità e complessità della condizione umana, una trama ce l’ha eccome, ed una conclusione pure.

L’ epoca in cui viviamo ha perso la fiducia nelle grandi narrazioni mitiche, religiose, politiche, ideologiche. Oggi sono pochi, almeno in Occidente, a riconoscersi in grandi cause, a credere fino al sacrificio di se. Il sole dell’ avvenire non ci illumina più, le magnifiche sorti e progressive sono evocate a scopo sarcastico, le utopie sono state sostituite dalle distopie e la felicità oltremondana è, per molti di noi, assai dubbia. Il mondo in cui ci tocca vivere ha perso senso e direzione, lasciando dietro un senso di precarietà e solitudine.

Per questo, forse, la perdita di senso della narrazione è un segno dei tempi, una manifestazione genuina dello spirito dell’ epoca, e forse per questo viene accettata dal pubblico senza troppe difficoltà.

E dunque, in attesa della seconda stagione di Westworld, posso solo confessare la mia personale nostalgia per le narrazioni chiuse; sarei disposto persino a rischiare che i personaggi vivano tutti felici e contenti…

Debiti, colpe, peccati e altro ancora

 

Ai tempi della crisi finanziaria greca abbiamo tutti più o meno a forza imparato che esiste una parola tedesca dal doppio significato. La parola in questione è “schuld” che in tedesco può voler dire sia “debito” che “colpa”. Ecco dunque svelato il motivo dell’ intransigenza tedesca: se hai fatto debiti è tutta colpa tua, e dunque cosa pretendi ? Le colpe si pagano, e così i debiti. Il debitore è per definizione anche peccatore, ed il legame tra peccato e debito è – appunto – la colpa.

A dire la verità, però, questa storia del legame tra debito e colpa non è affatto un’ invenzione tedesca.

Chiunque abbia letto Dickens sa che nella Londra vittoriana si poteva finire in carcere per i debiti non onorati; e dal momento che il debitore incarcerato ha verosimilmente ancora meno possibilità di saldare, è evidente come prevalga il desiderio di punire la colpa del debitore rispetto a quello di risarcire il creditore. A quest’ ultimo rimane la soddisfazione, discutibile ma a quanto pare assai apprezzata, di vedere il debitore dietro le sbarre.

Ma neppure gli inglesi avevano inventato questa identificazione tra debito e colpa, tra debitore e colpevole. La faccenda è assai più antica. Risale addirittura all’ Antico Testamento, nella parola di origine aramaica “hôb, hôbot” che avrebbe avuto già, appunto, i due significati in questione. Almeno così sostiene Silvia Ronchey in un articolo su Repubblica dell’ 8/7/2015. Altrove ho trovato il riferimento ad un termine simile “ehoba”. Mi fido.

Se dunque il debito è peccato, gli ebrei avevano tuttavia introdotto anche qualche rimedio. Anzitutto il divieto di esigere interessi, almeno dai più bisognosi (Levitico 25):

“35 Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria ed è inadempiente verso di te, sostenilo come un forestiero o un ospite, perché possa vivere presso di te. 36 Non prendere da lui interessi né utili, ma temi il tuo Dio e fa’ vivere il tuo fratello presso di te. 37 Non gli presterai il denaro a interesse, né gli darai il vitto a usura.”

Inoltre , una grande sanatoria da tenersi ogni sette anni (Deuteronomio 15):

“1  Alla fine di ogni sette anni celebrerete l’anno di remissione. 2  Ecco la norma di questa remissione: ogni creditore che abbia diritto a una prestazione personale in pegno per un prestito fatto al suo prossimo, lascerà cadere il suo diritto: non lo esigerà dal suo prossimo, dal suo fratello, quando si sarà proclamato l’anno di remissione per il Signore. 3  Potrai esigerlo dallo straniero; ma quanto al tuo diritto nei confronti di tuo fratello, lo lascerai cadere.”

Con l’ ulteriore esplicito invito, giacché la natura umana è quella che è,  a non fare i furbi:

“9  Bada bene che non ti entri in cuore questo pensiero iniquo: È vicino il settimo anno, l’anno della remissione; e il tuo occhio sia cattivo verso il tuo fratello bisognoso e tu non gli dia nulla; egli griderebbe al Signore contro di te e un peccato sarebbe su di te.”

Proprio a questo precetto si riferisce chiaramente il Padre Nostro nel versetto che viene riportato da Matteo 6 come “12  e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori” e da Luca 11 invece come “4 e perdonaci i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore”. Debito uguale peccato, per l’ appunto.

Insomma, questa identificazione tra debito è colpa ce la portiamo dentro dai tempi più remoti. Quello che si è perso per strada, invece, è il correttivo di questa legge ferrea, il periodico condono dei debiti o almeno degli interessi per i debitori più deboli e bisognosi. Il capitalismo, diceva Walter Benjamin (combinazione, era un ebreo tedesco…) è una religione senza redenzione.

Da tutt’ altra parte sta il concetto greco di debito, espresso dal termine chreos che non ha nulla a che vedere col peccato. Il termine indica semmai una mancanza, uno stato di bisogno, come nell’ espressione: “essere in debito di ossigeno“ e simili. A tal punto che Matteo usa un termine diverso (ophèilema) per indicare il debito/peccato, come fa notare ancora la Ronchey,

La colpa per i greci (antichi, si capisce…) è tutt’ altro, è uno stato in cui ci si trova per avere commesso un’ ingiustizia, anche senza intenzione, sapendolo oppure anche no, per puro volere del Fato. Un significato che un po’ sopravvive nel linguaggio giuridico.

Ma questo è tutto un altro discorso, e porterebbe lontano. Per oggi vi ho annoiato abbastanza.

Di rivalità, invidie e capri espiatori

Gli stimoli a volte arrivano inaspettati. A teatro per esempio.
Mi è capitato recentemente di vedere un curioso ed interessantissimo spettacolo messo in scena al Piccolo Teatro di Milano, intitolato” Ifigenia, liberata”. Così, con la virgola.
Il punto di partenza è l’ Ifigenia in Aulide di Euripide, non so se ricordate la vicenda. La flotta achea che deve attaccare Troia è in Aulide, bloccata da una lunga bonaccia. Il vento favorevole non si leverà, dice l’ indovino Calcante, se Agamennone, capo della spedizione, non sacrificherà ad Artemide la figlia Ifigenia, appunto. Da qui lo spettacolo, organizzato secondo la tecnica del “teatro nel teatro” parte per un viaggio spericolato nella cultura occidentale, riflettendo sul senso del sacrificio, il capro espiatorio, la violenza così radicata nell’ essere umano fin dall’ alba della sua esistenza. Tanta roba, indubbiamente, il testo è molto denso ed un po’ impegnativo da seguire, e tante sarebbero le cose da dire.
Lo stimolo di cui vorrei parlare arriva in un punto chiave dello spettacolo. Ad un certo punto nel testo di Euripide, nel corso di una lite col fratello Menelao, Agamennone esclama: “La Grecia è malata”. Su questa battuta l’attore che interpreta il regista interrompe la scena e suggerisce un affascinante parallelo: “C’è del marcio in Danimarca”.
Di che malattia si tratta ? Qual è questo male sotterraneo, questo vizio oscuro che si propaga dall’ Ellade fino al Rinascimento, questo morbo ineliminabile dell’ umanità o perlomeno di quella parte di umanità che chiamiamo Occidente ? Il nostro morbo senza vaccino ?
L’ invidia, è la risposta che dà lo spettacolo.

Io per la verità avrei detto: la rivalità.
È la rivalità che alla fine convince Agamennone che è meglio sacrificare la figlia piuttosto che rischiare che la sua leadership venga messa in discussione. Odisseo, il più astuto, già comincia a dire in giro che lo hanno trascinato via da casa per niente. E non è l’ unico insofferente.
È la rivalità tra gli eroi greci che deve essere messa a tacere rendendoli tutti complici dell’ indicibile, l’ assassinio di una ragazzina innocente. Dopo aver partecipato ad un atto così crudele, chi di loro potrà più tirarsi indietro dalla missione ? Chi potrà contestare l’ autorità di colui che ha ucciso la propria figlia nell’ interesse comune ? È questo, il meccanismo del capro espiatorio di cui parla René Girard.
È sempre la rivalità il vizio oscuro delle città stato perennemente in lotta fra loro, e delle fazioni dentro la città. Lotta per la supremazia, protagonismo, antagonismo, volontà di potenza, chiamatela come volete, ma è quella cosa lì.
La rivalità non è invidia, anche se un po’ ci somiglia.
L’ invidioso è uno che “guarda male”, così dice la parola stessa, guarda storto chi ha – oppure è – più di lui. Non vuole necessariamente prenderne il posto, l’ invidioso. Si contenterebbe di molto meno, vederlo rovinato, sconfitto, nella polvere. Gioirebbe della disgrazia altrui, semplicemente, senza chiedere altro.
Il rivale no, lui guarda dalla riva opposta, questo significa il termine, compete, cioè chiede la stessa cosa, è antagonista, cioè lotta contro. Ci mette la faccia, vuole vincere, arrivare primo, cioè essere protagonista. Non è necessariamente una cosa sporca, l’ agonismo, la competizione, l’ emulazione, ogni sportivo lo sa.
È questo che lo rende affascinante, ed al tempo stesso così pericoloso. Perché non possiamo farne a meno.
È da qui che veniamo, ci piaccia o no.

P.s.

Resta il fatto, naturalmente, che è Menelao, non Agamennone ad avere subito il doppio affronto, la fuga della moglie con l’ amante che per di più era suo ospite. È lui, dunque, che ci si aspetterebbe di vedere al comando dell’ armata che deve fare giustizia, a lui spetterebbe, eventualmente, rimetterci la  figlia, non al fratello, giusto ?

Ma che Menelao non sia una cima, è da un po’ che lo sospettavamo.

Girando sul tornio

Ciò che chiamiamo principio è spesso la fine,
e finire è cominciare.
La fine è da dove partiamo
(…)
e la fine di ogni nostro esplorare
sarà arrivare là da dove partimmo
e conoscere il posto per la prima volta.

T.S. Eliot – Little Gidding

Ricordi, rimpianti e rimorsi hanno in comune il ritorno, cioè  il ruotare del tornio che gira, gira ed è sempre lì, di nuovo e daccapo col suo vaso sopra da plasmare. Questo è tornare.
Ma non ogni vaso è uguale all’ altro, e così il rimorso torna per mordere, il rimpianto per bastonare. Solo il ricordo torna per far risuonare il cuore, là dove si conserva la memoria vera.

C’è sapienza nelle parole, e piano piano te la svelano, se solo hai un po’ di rispetto.

Dio della Fantasia

“Mai io ebbi
Più eccitata, più appassionata, più immaginosa
Fantasia, né orecchio, né occhio
Che più si aspettassero l’impossibile”

W.B. Yeats – La torre

Il bello del mondo classico era che ti metteva a disposizione un dio per ogni evenienza. Ti senti aggressivo ? Sei posseduto da Ares. Sei languido ? Eh, c’è di mezzo Afrodite… Ti senti persino un po’ imbroglione ? C’è un dio pure per quello, il poco di buono Ermes.
Un dio a cui raccomandarsi o, se dovesse andare male, un dio a cui dare la colpa.
C’è il mare in burrasca, evidentemente Poseidone non è contento, corriamo al tempio ed offriamo un bel sacrificio, prima che si arrabbi veramente con noi. Non abbiamo preso nulla a caccia, dobbiamo avere offeso Artemide, corriamo a rimediare.

Che la cosa funzionasse non lo posso garantire, però l’ importante è essere convinti, in fondo funziona così pure coi placebo, no ? Uno prende qualcosa convinto che gli faccia bene, e va a finire, incredibilmente, che quella cosa gli fa bene davvero, fossero anche solo due gocce d’acqua distillata. Tanto può la mente umana.

Ecco, questo per dire che ora come ora io un sacrificio al tempio della Fantasia lo andrei a fare di corsa.

La fantasia è una cosa seria, credetemi, non lo dico solo io, posso portare a testimoniare non solo artisti ma la quintessenza dello spirito scientifico, nientemeno:

“Quando rifletto su di me e sui miei metodi intellettuali, mi sembra quasi che il dono della fantasia mi sia servito più della capacità di impadronirmi della conoscenza assoluta.”  Albert Einstein

Il termine viene dal greco, tanto per cambiare, “phantazo” che voleva dire più o meno “faccio apparire”, verbo da prestigiatori e illusionisti, si direbbe. E che comunque, come tanti altri termini più o meno insospettabili, si porta dietro la radice di “phaós” la luce. La fantasia è qualcosa che si mette in luce, si presenta alla vista, è un’ immagine insomma.
Ma allora fantasia è lo stesso che immaginazione ?
Parenti stretti lo sono di sicuro, ma volendo fare i pignoli, la distinzione classica dice che l’ immaginazione produce o combina immagini di cose reali, mentre la fantasia è una roba più libera rispetto alla percezione, più selvatica e sfrenata, si può permettere per l’ appunto i fantasmi, nonché draghi, chimere, sortilegi, tutto quanto attiene al mondo “fantasy” e non solo.
Sulla distinzione tra fantasia e immaginazione filosofi, critici, psicologi hanno versato fiumi di inchiostro e valanghe di bites, il che forse dimostra che proprio così netta non è, a me pare che se l’ immaginazione è un po’ una cosa da ingegneri, la fantasia invece sta un pezzo avanti sulla strada della follia, se proprio vogliamo, e perciò va maneggiata con precauzione e governata con la disciplina.

Del resto Einstein faceva l’ elogio anche della immaginazione, tanto per non sbagliare:

“L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata, l’immaginazione racchiude il mondo.” – Albert Einstein

Ecco.
Chiamatela come volete, però ci vuole. Ci vuole perché, per dirla con Henry Laborit:

“(…) perseguire un obiettivo che cambia continuamente e che non è mai raggiunto è forse l’ unico rimedio all’ abitudine, all’ indifferenza, alla sazietà. (…) È l’ elogio dell’ immaginazione mai attuata e mai soddisfacente.”

Ecco perché, dicevo prima, ci sono momenti in cui uno vorrebbe correre al tempio e sacrificare al dio della fantasia.

L’ unico problema semmai è trovarlo, il tempio, visto che, a dire il vero, io non ho mai sentito parlare di templi dedicati al dio della Fantasia, anzi, non ho nemmeno mai sentito parlare di un dio simile. E questo può stupire, se uno solo pensa alla ricchezza fantastica della mitologia classica.
Certo, uno se lo spiega pensando che a quei tempi i miti erano cose da prendere estremamente sul serio. La fantasia semmai era la materia prima, diciamo, come il marmo delle statue, mentre il prodotto finito era il Mito.
E nessuno certo divinizza una materia prima, soprattutto là dove abbonda…

Niente dio della fantasia, dunque, né tempio né sacrifici.
Tocca scavare.

Questione di generi

Applicandosi un po’, non è così difficile.

Un soldato è qualcuno pagato (“assoldato”) per combattere. Se è una lei, è stata assoldata, e dunque è una soldata.

Un ministro è il contrario di un maestro. Il maestro (dal latino magis) è qualcuno che è “di più” rispetto allo studente, il ministro è “di meno” in quanto al servizio dei cittadini (astenersi dai commenti sarcastici). Dunque se c’è la maestra c’e anche la ministra e stop.

Sindaco è un po’ un casino, in greco starebbe per “congiudice” o qualcosa del genere. Secondo me sindaca ci sta, ma non ci allarghiamo troppo. Se è una donna che giudica, resta giudice.

Un avvocato invece è ad-vocatus, chiamato in soccorso, al femminile farebbe ad-vocata. Avvocata.

Dal momento che colui che agisce può essere un attore o un’ attrice, abbiamo risolto il direttore, il tutore, il fattore e persino il marcatore.

Il presidente invece è colui che siede avanti come il previdente è colui che vede avanti. Se è una lei resta previdente e non diventa previdenta, come del resto usano fare i verbi. Dunque la presidente.

Accettabili ma datate (ed anche un po’ sessiste), le forme “soldatessa”, “studentessa”, “presidentessa”, ecc.

Salverei però la principessa per motivi romantici.

Tutto chiaro?

Un discorso retorico

 

Chissà se c’è qualcuno che leggendo il titolo non abbia avuto una reazione negativa, di diffidenza per non dire di fastidio ? Immagino sia naturale pensare “ci mancavano solo i discorsi retorici, siamo a posto”. Reazione naturale, direi.

A tal punto è caduta in basso la reputazione di questo termine, da essere ormai usato sostanzialmente come insulto. Un discorso retorico è un discorso aulico, pomposo, altisonante. E al tempo stesso miseramente privo di contenuti. Una roba da palloni gonfiati, o politici di mezza tacca, chiacchiere e distintivo.

Il dizionario recepisce puntualmente. Retorico = “dicesi di discorso o scritto, caratterizzato da ricercatezza formale ma privo di validi contenuti. Ampolloso. Per estensione, dicesi di comportamento superficiale, convenzionale, artificioso ed esteriore”. Non ci va leggero, il dizionario.

Non è sempre stato così, però, tutt’ altro. Prima di ridursi a disciplina “traviata”, la retorica era una signora parola, rispettabile, onorabile e piena di ogni virtù. E non parlo tanto dell’ antica Grecia dove la retorica fu inventata, insieme a quasi tutto l’ uomo occidentale. Parlo di tempi molto più recenti, grosso modo fino al Rinascimento, quando l’ educazione di qualsiasi giovanotto che ambisse a diventare una persona di cultura passava necessariamente attraverso lo studio di alcune discipline specifiche, dette “arti liberali”.

Quattro di queste discipline erano relative alla filosofia naturale, e formavano il cosiddetto “Quadrivio”. Si trattava di aritmetica, geometria, astronomia e (curiosamente…) musica.  Per quanto non molti al giorno d’ oggi considererebbero queste discipline (astronomia a parte) come “scienza della natura”, tuttavia esse rimangono tuttora parte del bagaglio dello studente medio.

Altre tre discipline avevano a che fare con le cosiddette “arti del discorso” e costituivano il cosiddetto “Trivio” (termine che anch’ esso si è un filino involgarito, ma non divaghiamo…). Si trattava di grammatica, retorica e dialettica.

Delle tre, la grammatica gode tuttora di ottima salute, e non potrebbe essere altrimenti, la grammatica tratta delle regole per mettere insieme le parole, nomi, aggettivi, verbi, in modo da trarne frasi comprensibili. Niente di più e niente di meno che una tecnica di base. Una frase come “il triangolo hanno tre lati” è grammaticalmente scorretta, mentre è grammaticalmente corretta la frase “il triangolo ha quattro lati”. La grammatica non si occupa del contenuto delle frasi, ma solo della struttura formale di esse.

Anche la dialettica è sopravvissuta, seppure certi eccessi post-idealisti ed anti-idealisti ne abbiano parecchio offuscato il prestigio. La dialettica è arte del ragionare, razionalità applicata come metodo di indagine filosofica, è, logica che intercorre, “dià-logos” ovvero dialogo insomma, e dialogo filosofico in particolare, alla ricerca di una qualche verità, con o senza la maiuscola. E la filosofia in qualche modo si insegna ancora, anche se l’ attenzione è assai più rivolta alla “storia della filosofia” piuttosto che al contenuto, all’ indagine sulle questioni fondamentali. Un approccio un po’ distorto, come parecchi filosofi importanti non hanno mancato di osservare.

“Al posto di una profonda interpretazione dei problemi eternamente eguali, è intervenuta lentamente una valutazione storica, anzi addirittura una ricerca filologica: si tratta ormai di stabilire che cosa abbia pensato o non abbia pensato questo o quel filosofo(…). Ora quindi la ‘filosofia come tale’ è senza dubbio bandita dall’università. (F. Nietzsche)

“Se la filosofia consistesse nel problema di scegliere fra teorie rivali, allora sarebbe ragionevole insegnarla storicamente, Ma se questo non è vero, allora è uno sbaglio insegnarla storicamente, perché non è affatto necessario farlo; possiamo affrontare direttamente l’argomento, senza alcun bisogno di considerare la storia.” (L. Wittgenstein)

Così come la filosofia è stata sostituita nelle scuole dalla storia della filosofia, così la dialettica viene studiata più come un monumento antico, un reperto archeologico, piuttosto che come uno strumento critico vivo, da esercitare.

La grande assente dagli studi moderni invece è proprio lei, la retorica. Sparita, scomparsa, introvabile nelle scuole di ogni ordine e grado. Non la studia più nessuno, ed a buon diritto, si direbbe, se per retorica  s’ intende quello che dicevamo all’ inizio. Chi ha bisogno di imparare a fare discorsi ampollosi, aulici e vuoti ?

Il punto è che la retorica non è affatto questo. La retorica è fondamentalmente una teoria generale del discorso persuasivo, il suo scopo essendo, per dirla con Aristotele, “non il persuadere ma il vedere i mezzi di persuadere che vi sono intorno a ciascun argomento”; ovvero “la facoltà di scoprire in ogni argomento ciò che è in grado di persuadere”.

Lo studio della retorica è simile alla frequentazione di una palestra, gli allievi si sottopongono ad esercizi che non hanno altro fine pratico che metterli in condizione di padroneggiare al meglio tecniche argomentative di volta involta più efficaci per sostenere un argomento, indipendentemente dall’ argomento stesso.

Non è scopo della retorica quello di perseguire la verità, ma quello di sviluppare la conoscenza delle tecniche del discorso. E’ evidente che la padronanza delle tecniche retoriche è bagaglio fondamentale di ogni buon avvocato, lo scopo di qualsiasi arringa è proprio quello di sviluppare nella maniera più convincente possibile gli argomenti in favore del proprio patrocinato. La contrapposizione delle arringhe in un processo non è il momento della ricerca “oggettiva” della verità, ma è la fase fondamentale che la precede.

E tuttavia nei piani di studio delle facoltà di giurisprudenza  ho cercato invano un corso di retorica. Così come poche tracce si trovano nelle Facoltà di Filosofia. La poca retorica che ancora sopravvive si rintana nelle Facoltà letterarie, generalmente malvista e ridotta a servire da ancella alla Linguistica, oppure travestita da ragazzina alla moda e si presenta, guardata con altrettanto sospetto, nei corsi di scrittura e comunicazione.

Un destino triste, per una regina delle arti del discorso.