Debiti, colpe, peccati e altro ancora

 

Ai tempi della crisi finanziaria greca abbiamo tutti più o meno a forza imparato che esiste una parola tedesca dal doppio significato. La parola in questione è “schuld” che in tedesco può voler dire sia “debito” che “colpa”. Ecco dunque svelato il motivo dell’ intransigenza tedesca: se hai fatto debiti è tutta colpa tua, e dunque cosa pretendi ? Le colpe si pagano, e così i debiti. Il debitore è per definizione anche peccatore, ed il legame tra peccato e debito è – appunto – la colpa.

A dire la verità, però, questa storia del legame tra debito e colpa non è affatto un’ invenzione tedesca.

Chiunque abbia letto Dickens sa che nella Londra vittoriana si poteva finire in carcere per i debiti non onorati; e dal momento che il debitore incarcerato ha verosimilmente ancora meno possibilità di saldare, è evidente come prevalga il desiderio di punire la colpa del debitore rispetto a quello di risarcire il creditore. A quest’ ultimo rimane la soddisfazione, discutibile ma a quanto pare assai apprezzata, di vedere il debitore dietro le sbarre.

Ma neppure gli inglesi avevano inventato questa identificazione tra debito e colpa, tra debitore e colpevole. La faccenda è assai più antica. Risale addirittura all’ Antico Testamento, nella parola di origine aramaica “hôb, hôbot” che avrebbe avuto già, appunto, i due significati in questione. Almeno così sostiene Silvia Ronchey in un articolo su Repubblica dell’ 8/7/2015. Altrove ho trovato il riferimento ad un termine simile “ehoba”. Mi fido.

Se dunque il debito è peccato, gli ebrei avevano tuttavia introdotto anche qualche rimedio. Anzitutto il divieto di esigere interessi, almeno dai più bisognosi (Levitico 25):

“35 Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria ed è inadempiente verso di te, sostenilo come un forestiero o un ospite, perché possa vivere presso di te. 36 Non prendere da lui interessi né utili, ma temi il tuo Dio e fa’ vivere il tuo fratello presso di te. 37 Non gli presterai il denaro a interesse, né gli darai il vitto a usura.”

Inoltre , una grande sanatoria da tenersi ogni sette anni (Deuteronomio 15):

“1  Alla fine di ogni sette anni celebrerete l’anno di remissione. 2  Ecco la norma di questa remissione: ogni creditore che abbia diritto a una prestazione personale in pegno per un prestito fatto al suo prossimo, lascerà cadere il suo diritto: non lo esigerà dal suo prossimo, dal suo fratello, quando si sarà proclamato l’anno di remissione per il Signore. 3  Potrai esigerlo dallo straniero; ma quanto al tuo diritto nei confronti di tuo fratello, lo lascerai cadere.”

Con l’ ulteriore esplicito invito, giacché la natura umana è quella che è,  a non fare i furbi:

“9  Bada bene che non ti entri in cuore questo pensiero iniquo: È vicino il settimo anno, l’anno della remissione; e il tuo occhio sia cattivo verso il tuo fratello bisognoso e tu non gli dia nulla; egli griderebbe al Signore contro di te e un peccato sarebbe su di te.”

Proprio a questo precetto si riferisce chiaramente il Padre Nostro nel versetto che viene riportato da Matteo 6 come “12  e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori” e da Luca 11 invece come “4 e perdonaci i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore”. Debito uguale peccato, per l’ appunto.

Insomma, questa identificazione tra debito è colpa ce la portiamo dentro dai tempi più remoti. Quello che si è perso per strada, invece, è il correttivo di questa legge ferrea, il periodico condono dei debiti o almeno degli interessi per i debitori più deboli e bisognosi. Il capitalismo, diceva Walter Benjamin (combinazione, era un ebreo tedesco…) è una religione senza redenzione.

Da tutt’ altra parte sta il concetto greco di debito, espresso dal termine chreos che non ha nulla a che vedere col peccato. Il termine indica semmai una mancanza, uno stato di bisogno, come nell’ espressione: “essere in debito di ossigeno“ e simili. A tal punto che Matteo usa un termine diverso (ophèilema) per indicare il debito/peccato, come fa notare ancora la Ronchey,

La colpa per i greci (antichi, si capisce…) è tutt’ altro, è uno stato in cui ci si trova per avere commesso un’ ingiustizia, anche senza intenzione, sapendolo oppure anche no, per puro volere del Fato. Un significato che un po’ sopravvive nel linguaggio giuridico.

Ma questo è tutto un altro discorso, e porterebbe lontano. Per oggi vi ho annoiato abbastanza.

Di rivalità, invidie e capri espiatori

Gli stimoli a volte arrivano inaspettati. A teatro per esempio.
Mi è capitato recentemente di vedere un curioso ed interessantissimo spettacolo messo in scena al Piccolo Teatro di Milano, intitolato” Ifigenia, liberata”. Così, con la virgola.
Il punto di partenza è l’ Ifigenia in Aulide di Euripide, non so se ricordate la vicenda. La flotta achea che deve attaccare Troia è in Aulide, bloccata da una lunga bonaccia. Il vento favorevole non si leverà, dice l’ indovino Calcante, se Agamennone, capo della spedizione, non sacrificherà ad Artemide la figlia Ifigenia, appunto. Da qui lo spettacolo, organizzato secondo la tecnica del “teatro nel teatro” parte per un viaggio spericolato nella cultura occidentale, riflettendo sul senso del sacrificio, il capro espiatorio, la violenza così radicata nell’ essere umano fin dall’ alba della sua esistenza. Tanta roba, indubbiamente, il testo è molto denso ed un po’ impegnativo da seguire, e tante sarebbero le cose da dire.
Lo stimolo di cui vorrei parlare arriva in un punto chiave dello spettacolo. Ad un certo punto nel testo di Euripide, nel corso di una lite col fratello Menelao, Agamennone esclama: “La Grecia è malata”. Su questa battuta l’attore che interpreta il regista interrompe la scena e suggerisce un affascinante parallelo: “C’è del marcio in Danimarca”.
Di che malattia si tratta ? Qual è questo male sotterraneo, questo vizio oscuro che si propaga dall’ Ellade fino al Rinascimento, questo morbo ineliminabile dell’ umanità o perlomeno di quella parte di umanità che chiamiamo Occidente ? Il nostro morbo senza vaccino ?
L’ invidia, è la risposta che dà lo spettacolo.

Io per la verità avrei detto: la rivalità.
È la rivalità che alla fine convince Agamennone che è meglio sacrificare la figlia piuttosto che rischiare che la sua leadership venga messa in discussione. Odisseo, il più astuto, già comincia a dire in giro che lo hanno trascinato via da casa per niente. E non è l’ unico insofferente.
È la rivalità tra gli eroi greci che deve essere messa a tacere rendendoli tutti complici dell’ indicibile, l’ assassinio di una ragazzina innocente. Dopo aver partecipato ad un atto così crudele, chi di loro potrà più tirarsi indietro dalla missione ? Chi potrà contestare l’ autorità di colui che ha ucciso la propria figlia nell’ interesse comune ? È questo, il meccanismo del capro espiatorio di cui parla René Girard.
È sempre la rivalità il vizio oscuro delle città stato perennemente in lotta fra loro, e delle fazioni dentro la città. Lotta per la supremazia, protagonismo, antagonismo, volontà di potenza, chiamatela come volete, ma è quella cosa lì.
La rivalità non è invidia, anche se un po’ ci somiglia.
L’ invidioso è uno che “guarda male”, così dice la parola stessa, guarda storto chi ha – oppure è – più di lui. Non vuole necessariamente prenderne il posto, l’ invidioso. Si contenterebbe di molto meno, vederlo rovinato, sconfitto, nella polvere. Gioirebbe della disgrazia altrui, semplicemente, senza chiedere altro.
Il rivale no, lui guarda dalla riva opposta, questo significa il termine, compete, cioè chiede la stessa cosa, è antagonista, cioè lotta contro. Ci mette la faccia, vuole vincere, arrivare primo, cioè essere protagonista. Non è necessariamente una cosa sporca, l’ agonismo, la competizione, l’ emulazione, ogni sportivo lo sa.
È questo che lo rende affascinante, ed al tempo stesso così pericoloso. Perché non possiamo farne a meno.
È da qui che veniamo, ci piaccia o no.

P.s.

Resta il fatto, naturalmente, che è Menelao, non Agamennone ad avere subito il doppio affronto, la fuga della moglie con l’ amante che per di più era suo ospite. È lui, dunque, che ci si aspetterebbe di vedere al comando dell’ armata che deve fare giustizia, a lui spetterebbe, eventualmente, rimetterci la  figlia, non al fratello, giusto ?

Ma che Menelao non sia una cima, è da un po’ che lo sospettavamo.

Girando sul tornio

Ciò che chiamiamo principio è spesso la fine,
e finire è cominciare.
La fine è da dove partiamo
(…)
e la fine di ogni nostro esplorare
sarà arrivare là da dove partimmo
e conoscere il posto per la prima volta.

T.S. Eliot – Little Gidding

Ricordi, rimpianti e rimorsi hanno in comune il ritorno, cioè  il ruotare del tornio che gira, gira ed è sempre lì, di nuovo e daccapo col suo vaso sopra da plasmare. Questo è tornare.
Ma non ogni vaso è uguale all’ altro, e così il rimorso torna per mordere, il rimpianto per bastonare. Solo il ricordo torna per far risuonare il cuore, là dove si conserva la memoria vera.

C’è sapienza nelle parole, e piano piano te la svelano, se solo hai un po’ di rispetto.

Dio della Fantasia

“Mai io ebbi
Più eccitata, più appassionata, più immaginosa
Fantasia, né orecchio, né occhio
Che più si aspettassero l’impossibile”

W.B. Yeats – La torre

Il bello del mondo classico era che ti metteva a disposizione un dio per ogni evenienza. Ti senti aggressivo ? Sei posseduto da Ares. Sei languido ? Eh, c’è di mezzo Afrodite… Ti senti persino un po’ imbroglione ? C’è un dio pure per quello, il poco di buono Ermes.
Un dio a cui raccomandarsi o, se dovesse andare male, un dio a cui dare la colpa.
C’è il mare in burrasca, evidentemente Poseidone non è contento, corriamo al tempio ed offriamo un bel sacrificio, prima che si arrabbi veramente con noi. Non abbiamo preso nulla a caccia, dobbiamo avere offeso Artemide, corriamo a rimediare.

Che la cosa funzionasse non lo posso garantire, però l’ importante è essere convinti, in fondo funziona così pure coi placebo, no ? Uno prende qualcosa convinto che gli faccia bene, e va a finire, incredibilmente, che quella cosa gli fa bene davvero, fossero anche solo due gocce d’acqua distillata. Tanto può la mente umana.

Ecco, questo per dire che ora come ora io un sacrificio al tempio della Fantasia lo andrei a fare di corsa.

La fantasia è una cosa seria, credetemi, non lo dico solo io, posso portare a testimoniare non solo artisti ma la quintessenza dello spirito scientifico, nientemeno:

“Quando rifletto su di me e sui miei metodi intellettuali, mi sembra quasi che il dono della fantasia mi sia servito più della capacità di impadronirmi della conoscenza assoluta.”  Albert Einstein

Il termine viene dal greco, tanto per cambiare, “phantazo” che voleva dire più o meno “faccio apparire”, verbo da prestigiatori e illusionisti, si direbbe. E che comunque, come tanti altri termini più o meno insospettabili, si porta dietro la radice di “phaós” la luce. La fantasia è qualcosa che si mette in luce, si presenta alla vista, è un’ immagine insomma.
Ma allora fantasia è lo stesso che immaginazione ?
Parenti stretti lo sono di sicuro, ma volendo fare i pignoli, la distinzione classica dice che l’ immaginazione produce o combina immagini di cose reali, mentre la fantasia è una roba più libera rispetto alla percezione, più selvatica e sfrenata, si può permettere per l’ appunto i fantasmi, nonché draghi, chimere, sortilegi, tutto quanto attiene al mondo “fantasy” e non solo.
Sulla distinzione tra fantasia e immaginazione filosofi, critici, psicologi hanno versato fiumi di inchiostro e valanghe di bites, il che forse dimostra che proprio così netta non è, a me pare che se l’ immaginazione è un po’ una cosa da ingegneri, la fantasia invece sta un pezzo avanti sulla strada della follia, se proprio vogliamo, e perciò va maneggiata con precauzione e governata con la disciplina.

Del resto Einstein faceva l’ elogio anche della immaginazione, tanto per non sbagliare:

“L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata, l’immaginazione racchiude il mondo.” – Albert Einstein

Ecco.
Chiamatela come volete, però ci vuole. Ci vuole perché, per dirla con Henry Laborit:

“(…) perseguire un obiettivo che cambia continuamente e che non è mai raggiunto è forse l’ unico rimedio all’ abitudine, all’ indifferenza, alla sazietà. (…) È l’ elogio dell’ immaginazione mai attuata e mai soddisfacente.”

Ecco perché, dicevo prima, ci sono momenti in cui uno vorrebbe correre al tempio e sacrificare al dio della fantasia.

L’ unico problema semmai è trovarlo, il tempio, visto che, a dire il vero, io non ho mai sentito parlare di templi dedicati al dio della Fantasia, anzi, non ho nemmeno mai sentito parlare di un dio simile. E questo può stupire, se uno solo pensa alla ricchezza fantastica della mitologia classica.
Certo, uno se lo spiega pensando che a quei tempi i miti erano cose da prendere estremamente sul serio. La fantasia semmai era la materia prima, diciamo, come il marmo delle statue, mentre il prodotto finito era il Mito.
E nessuno certo divinizza una materia prima, soprattutto là dove abbonda…

Niente dio della fantasia, dunque, né tempio né sacrifici.
Tocca scavare.

Questione di generi

Applicandosi un po’, non è così difficile.

Un soldato è qualcuno pagato (“assoldato”) per combattere. Se è una lei, è stata assoldata, e dunque è una soldata.

Un ministro è il contrario di un maestro. Il maestro (dal latino magis) è qualcuno che è “di più” rispetto allo studente, il ministro è “di meno” in quanto al servizio dei cittadini (astenersi dai commenti sarcastici). Dunque se c’è la maestra c’e anche la ministra e stop.

Sindaco è un po’ un casino, in greco starebbe per “congiudice” o qualcosa del genere. Secondo me sindaca ci sta, ma non ci allarghiamo troppo. Se è una donna che giudica, resta giudice.

Un avvocato invece è ad-vocatus, chiamato in soccorso, al femminile farebbe ad-vocata. Avvocata.

Dal momento che colui che agisce può essere un attore o un’ attrice, abbiamo risolto il direttore, il tutore, il fattore e persino il marcatore.

Il presidente invece è colui che siede avanti come il previdente è colui che vede avanti. Se è una lei resta previdente e non diventa previdenta, come del resto usano fare i verbi. Dunque la presidente.

Accettabili ma datate (ed anche un po’ sessiste), le forme “soldatessa”, “studentessa”, “presidentessa”, ecc.

Salverei però la principessa per motivi romantici.

Tutto chiaro?

Un discorso retorico

 

Chissà se c’è qualcuno che leggendo il titolo non abbia avuto una reazione negativa, di diffidenza per non dire di fastidio ? Immagino sia naturale pensare “ci mancavano solo i discorsi retorici, siamo a posto”. Reazione naturale, direi.

A tal punto è caduta in basso la reputazione di questo termine, da essere ormai usato sostanzialmente come insulto. Un discorso retorico è un discorso aulico, pomposo, altisonante. E al tempo stesso miseramente privo di contenuti. Una roba da palloni gonfiati, o politici di mezza tacca, chiacchiere e distintivo.

Il dizionario recepisce puntualmente. Retorico = “dicesi di discorso o scritto, caratterizzato da ricercatezza formale ma privo di validi contenuti. Ampolloso. Per estensione, dicesi di comportamento superficiale, convenzionale, artificioso ed esteriore”. Non ci va leggero, il dizionario.

Non è sempre stato così, però, tutt’ altro. Prima di ridursi a disciplina “traviata”, la retorica era una signora parola, rispettabile, onorabile e piena di ogni virtù. E non parlo tanto dell’ antica Grecia dove la retorica fu inventata, insieme a quasi tutto l’ uomo occidentale. Parlo di tempi molto più recenti, grosso modo fino al Rinascimento, quando l’ educazione di qualsiasi giovanotto che ambisse a diventare una persona di cultura passava necessariamente attraverso lo studio di alcune discipline specifiche, dette “arti liberali”.

Quattro di queste discipline erano relative alla filosofia naturale, e formavano il cosiddetto “Quadrivio”. Si trattava di aritmetica, geometria, astronomia e (curiosamente…) musica.  Per quanto non molti al giorno d’ oggi considererebbero queste discipline (astronomia a parte) come “scienza della natura”, tuttavia esse rimangono tuttora parte del bagaglio dello studente medio.

Altre tre discipline avevano a che fare con le cosiddette “arti del discorso” e costituivano il cosiddetto “Trivio” (termine che anch’ esso si è un filino involgarito, ma non divaghiamo…). Si trattava di grammatica, retorica e dialettica.

Delle tre, la grammatica gode tuttora di ottima salute, e non potrebbe essere altrimenti, la grammatica tratta delle regole per mettere insieme le parole, nomi, aggettivi, verbi, in modo da trarne frasi comprensibili. Niente di più e niente di meno che una tecnica di base. Una frase come “il triangolo hanno tre lati” è grammaticalmente scorretta, mentre è grammaticalmente corretta la frase “il triangolo ha quattro lati”. La grammatica non si occupa del contenuto delle frasi, ma solo della struttura formale di esse.

Anche la dialettica è sopravvissuta, seppure certi eccessi post-idealisti ed anti-idealisti ne abbiano parecchio offuscato il prestigio. La dialettica è arte del ragionare, razionalità applicata come metodo di indagine filosofica, è, logica che intercorre, “dià-logos” ovvero dialogo insomma, e dialogo filosofico in particolare, alla ricerca di una qualche verità, con o senza la maiuscola. E la filosofia in qualche modo si insegna ancora, anche se l’ attenzione è assai più rivolta alla “storia della filosofia” piuttosto che al contenuto, all’ indagine sulle questioni fondamentali. Un approccio un po’ distorto, come parecchi filosofi importanti non hanno mancato di osservare.

“Al posto di una profonda interpretazione dei problemi eternamente eguali, è intervenuta lentamente una valutazione storica, anzi addirittura una ricerca filologica: si tratta ormai di stabilire che cosa abbia pensato o non abbia pensato questo o quel filosofo(…). Ora quindi la ‘filosofia come tale’ è senza dubbio bandita dall’università. (F. Nietzsche)

“Se la filosofia consistesse nel problema di scegliere fra teorie rivali, allora sarebbe ragionevole insegnarla storicamente, Ma se questo non è vero, allora è uno sbaglio insegnarla storicamente, perché non è affatto necessario farlo; possiamo affrontare direttamente l’argomento, senza alcun bisogno di considerare la storia.” (L. Wittgenstein)

Così come la filosofia è stata sostituita nelle scuole dalla storia della filosofia, così la dialettica viene studiata più come un monumento antico, un reperto archeologico, piuttosto che come uno strumento critico vivo, da esercitare.

La grande assente dagli studi moderni invece è proprio lei, la retorica. Sparita, scomparsa, introvabile nelle scuole di ogni ordine e grado. Non la studia più nessuno, ed a buon diritto, si direbbe, se per retorica  s’ intende quello che dicevamo all’ inizio. Chi ha bisogno di imparare a fare discorsi ampollosi, aulici e vuoti ?

Il punto è che la retorica non è affatto questo. La retorica è fondamentalmente una teoria generale del discorso persuasivo, il suo scopo essendo, per dirla con Aristotele, “non il persuadere ma il vedere i mezzi di persuadere che vi sono intorno a ciascun argomento”; ovvero “la facoltà di scoprire in ogni argomento ciò che è in grado di persuadere”.

Lo studio della retorica è simile alla frequentazione di una palestra, gli allievi si sottopongono ad esercizi che non hanno altro fine pratico che metterli in condizione di padroneggiare al meglio tecniche argomentative di volta involta più efficaci per sostenere un argomento, indipendentemente dall’ argomento stesso.

Non è scopo della retorica quello di perseguire la verità, ma quello di sviluppare la conoscenza delle tecniche del discorso. E’ evidente che la padronanza delle tecniche retoriche è bagaglio fondamentale di ogni buon avvocato, lo scopo di qualsiasi arringa è proprio quello di sviluppare nella maniera più convincente possibile gli argomenti in favore del proprio patrocinato. La contrapposizione delle arringhe in un processo non è il momento della ricerca “oggettiva” della verità, ma è la fase fondamentale che la precede.

E tuttavia nei piani di studio delle facoltà di giurisprudenza  ho cercato invano un corso di retorica. Così come poche tracce si trovano nelle Facoltà di Filosofia. La poca retorica che ancora sopravvive si rintana nelle Facoltà letterarie, generalmente malvista e ridotta a servire da ancella alla Linguistica, oppure travestita da ragazzina alla moda e si presenta, guardata con altrettanto sospetto, nei corsi di scrittura e comunicazione.

Un destino triste, per una regina delle arti del discorso.

Un po’ di rispetto

Ci sono parole più ambigue di quanto uno tenda a pensare, e “rispetto” è una di queste.

Certo, il rispetto è una cosa rispettabilissima, una delle prime cose che ti insegnano da piccolo, devi rispettare gli adulti, la maestra, i compagni di classe. Tutto va bene finché, crescendo, scopri che la “gente di rispetto” non è un club di gentiluomini, e rimani perplesso. Ancora più perplesso (e pesto) rimani la volta che un bullo ti mette le mani addosso perché – secondo lui – gli hai “mancato di rispetto”.

Ora, crescendo ancora un po’ ho imparato a non dare nulla per scontato, in particolare il significato delle parole, ed è ormai per me un riflesso condizionato chiedergli il certificato di nascita. La parola “rispetto” viene dunque dal latino, è il participio sostantivato del verbo “respicere”, dove “spicere” indica l’ atto di guardare con insistenza, scrutare. La stessa radice la si trova nello specchio, e persino nella specie, che è ciò che si vede, l’ immagine di qualcosa. Specie, speciale, specifico, indicano qualcosa su cui vale la pena soffermare lo sguardo.

L’ atto del rispetto è dunque un “guardare indietro”, un ricambiare lo sguardo, un po’ la stessa cosa del “riguardo”, insomma, dove però l’ accento è più sull’ avere cura.

Ricambiare lo sguardo crea una comunicazione, sempre, indica il prendere atto che l’ altro c’è, accorgersi di lui e fargli posto. Il dizionario recita: “rispetto = sentimento che nasce dalla consapevolezza del valore di qualcuno o di qualcosa”. Per dirla con Kant, che era uno che se ne intendeva, il rispetto è “una massima di restrizione della nostra autostima, mediante la dignità dell’ umanità in un’ altra persona”. Restrizione della nostra autostima, non so se mi spiego.

Tutto bene, dunque. Dov’è l’ ambiguità ?

L’ ambiguità in Kant non c’è, perché lui è prussiano, va per imperativi categorici, obblighi morali. Obblighi. Per Kant, come per i nostri genitori, il rispetto è qualcosa che si paga agli altri per il fatto di vivere in una comunità. Rappresenta un dovere.

Ma ciò che per me è un dovere, visto dall’ altra parte è un diritto, no ? Se io ho il dovere di rispettare, l’ altro ha il diritto di essere rispettato. E viceversa, naturalmente. Ma un conto è dire “riconosco il tuo valore, vedo che sei speciale”, un altro è dire  “ehi, senti un po’, io sono speciale e tu devi riconoscerlo, intesi ?

Un conto è considerare il rispetto un mio dovere nei tuoi confronti, un altro considerarlo un TUO dovere nei MIEI confronti. Perché è del tutto umano, ed universale, il fatto di sentirci tutti “speciali”, e che ciascuno attribuisca a se stesso un valore piuttosto alto, generalmente più alto di quello che gli altri tenderebbero a riconoscergli. Ed è dunque facile convincersi che gli altri non ci rispettino quanto dovrebbero, quanto avremmo diritto in base al valore che ci auto-attribuiamo.

Diceva Pennac che certi verbi, come leggere o amare non reggono l’ imperativo; ecco, a me pare che anche l’ imperativo “rispettami!”, più o meno come “amami!” il più delle volte produca l’ effetto opposto…