Un solo Dio, al massimo due

 

Intorno al 1350 a. C., il faraone in carica, Amenofi IV, della XVIII^ dinastia, ebbe un’ idea assai balzana.

Siamo al centro della storia egizia, nel pieno di quello che viene definito Nuovo Regno. L’Egitto esisteva come entità statale da oltre duemila anni, ed in duemila anni, pur in una società allergica a cambiare, di cose ne succedono tante. Ma una pensata come quella di Amenofi IV non si era mai sentita. In breve, il faraone aveva deciso che era tempo di farla finita con tutta quella parata di divinità, Osiride, Iside, Seth, Horus e soprattutto Amon, il più grande di tutti, ed era ora di riconoscere che di Dio ce n’era uno solo: Aton, il Sole. Un unico Dio di cui lui stesso, il faraone, era figlio unico e legittimo, neanche a dirlo.

I sacerdoti dovettero pensare che il faraone era uscito pazzo, e ne ebbero conferma quando Amenofi IV decise addirittura di cambiare nome in onore del Dio, facendosi chiamare Ekhnaton. E tuttavia i sacerdoti dovettero chinare la testa ed obbedire tacendo, chiusero i templi di Amon e si misero di buona lena a scalpellarne via il nome dai monumenti delle precedenti amministrazioni. Potevano solo sperare che Aton, o chi per esso, chiamasse presto a sé il faraone pazzo. Quando questo finalmente avvenne, tutto tornò come prima, i vecchi dei riabilitati, i templi rimessi a posto, i culti ripristinati ed il nuovo faraone sul trono col rassicurante nome di TutankhAMON.

Di Amenofi IV/Ekhnaton non rimase nulla, venne proibito persino pronunciarne il nome, e credo sia la prima “damnatio memoriae” della Storia.

Per quanto ne sappiamo, la bislacca idea di Amenofi IV rappresenta la prima di una forma di monoteismo di cui resti traccia. Si trattava probabilmente di un monoteismo imperfetto, Amenofi IV non ebbe la forza di spazzare via tutto il pantheon, altri dei sopravvissero subordinati, ma era un inizio. Del resto, ben altri monoteismi danno tuttora spazio a Santi, Madonne, angeli e diavoli, non è così ?

Fu una comparsa effimera, come abbiamo detto, ma forse non del tutto. Parecchi studiosi, a cominciare da Freud, ipotizzarono che Mosè possa essere stato un sacerdote di Ekhnaton, fuggito dopo la restaurazione, è che il monoteismo ebraico abbia origini egizie. Probabilmente non è vero, persino sulla storicità di Mosè ci sono dubbi, ma è certamente un’ ipotesi affascinante.

Come che sia, il monoteismo entra in scena mostrando subito il suo carattere primario: un dio unico non può che essere un Dio possessivo, geloso persino.

Tuttavia, un problema del tutto nuovo si pone. Nella tradizione politeista, il mondo è un palcoscenico inerte su cui si muovono ed interagiscono tra loro le divinità, talvolta alleandosi, più spesso scontrandosi fra loro, e di questi scontri fanno le spese gli uomini. La guerra di Troia è un “danno collaterale” di uno sciocco concorso di bellezza fra tre dee vanesie, tanto per dire. Le traversie di Ulisse sono causate dall’ odio di Poseidone, e parzialmente mitigate dal favore di Atena. Che le cose vadano bene o male, insomma, c’è sempre la possibilità di dare una spiegazione soddisfacente, attribuire il merito o la colpa a questa o quella capricciosa divinità, di volta in volta compiaciuta o irritata.

Il Dio unico apparentemente semplifica il quadro, basta comportarsi bene nei suoi confronti e si vivrà per sempre felici e contenti. E invece no, è piuttosto evidente che le cose non vanno affatto in questo modo, non sempre il bene vince e il male perde, non sempre la giustizia trionfa è la virtù è premiata, tutt’ altro. Come mai ?

Il monoteismo fatica a trovare una risposta.

Dio che si ritira dal mondo dopo averlo creato, Dio che rispetta il libero arbitrio delle sue creature, Dio che ha disegni imperscrutabili, la sofferenza che verrà ripagata nell’ aldilà. Nessuna risposta è davvero convincente.

 Una particolare forma di risposta è l’ idea che esistano due principi divini, uno buono e l’ altro cattivo. Luce e Tenebre, Bene e Male, Ordine e Caos. Il primo a proporre questa soluzione fu Zarathustra, o Zoroastro, vissuto nel VII secolo a.C., forse prima. È l’ inizio di una lunga tradizione, che ha diverse sfaccettature. Una versione è più vicina alla concezione greca: sullo sfondo di un cosmo indifferente, i due princìpi lottano per il predominio. Un’ altra versione è più vicina alla tradizione ebraica: il Dio cattivo è in realtà un angelo ribelle, ed in qualche caso si attribuisce a lui la Creazione. Questo naturalmente spiega il male nel mondo, ma non spiega perché il Dio buono lo lasci fare.

 Come che sia, la tradizione dualista sopravvisse per oltre duemila anni. Lo zoroastrismo fu la religione ufficiale dell’ impero persiano da Ciro il Grande fino alla conquista araba, sopravvisse sotto l’ impero bizantino come religione bogumil, si diffuse in Occidente, soprattutto nella forma del manicheismo, fiorì in Provenza e nel nord Italia come tradizione catara finché fu sradicata con la violenza, più o meno al tempo di San Francesco. Ed è una storia che vale la pena conoscere.

Di serie TV, senso della vita, e altro…

“La vita è un’ombra che cammina, un povero attore che si agita e pavoneggia la sua ora sul palco e poi non se ne sa più niente. È un racconto narrato da un idiota, pieno di strepiti e furore, che non significa niente.”
W. Shakespeare, Macbeth Atto V, scena 5^

Riflettevo qualche tempo fa (molto tempo fa se devo essere sincero) sul fatto che, mentre la narrazione accompagna l’ Uomo fin dall’ inizio della sua storia, la forma di questa narrazione è andata cambiando nel tempo. In principio fu il canto, in età moderna il racconto, nell’ ultimo secolo la narrazione visiva, cinema e poi televisione. Negli ultimi anni, in particolare, la forma narrativa di maggior successo è la serie televisiva.
Va detto che il racconto a puntate non è certo una novità, il romanzo d’ appendice era popolarissimo nell’ Ottocento e sono stati pubblicati a puntate pilastri della letteratura del calibro di Madame Bovary, i fratelli Karamazov, Guerra e Pace, e persino Pinocchio. Balzac e Dickens pubblicavano a puntate, e quest’ ultimo teorizzava addirittura la superiorità di questa forma rispetto al volume. Nessuno scandalo dunque, il punto semmai è un altro.

Pur nella serialità originaria, I tre moschettieri o Delitto e castigo sono romanzi “chiusi”, dove la trama si sviluppa secondo un piano coerente che l’ autore ha fissato fin dal primo momento. Non mancano naturalmente divagazioni, intrecci, sottotrame che possono essere diluite in funzione dei favori del pubblico, ma alla fine i conti tornano, tutto si tiene e le linee narrative convergono in una conclusione che “scioglie tutti i nodi”.

La narrazione televisiva odierna è costituita da serie che si dispiegano su un’ estensione temporale che non è nota all’ inizio. Nessuno sa in anticipo quante stagioni saranno prodotte, in quanto dipende dall’ audience, e gli sceneggiatori devono essere pronti, all’ occorrenza, a prolungare o troncare le vicende narrate a seconda delle esigenze della produzione. Spesso, persino alla conclusione di un ciclo (il “finale di stagione”) gli autori non sanno se ci sarà o meno una stagione successiva, e sono costretti a chiudere solo alcuni dei nodi narrativi ma non tutti, in modo che si possa trovare qualche aggancio per riprendere il filo (se e quando servirà…).
Il risultato mi ricorda quelle costruzioni lasciate a metà, con i ferri di armatura che sporgono dai pilastri, per dare modo di riprendere (forse…) la costruzione e fare il secondo piano in futuro.

Non è un aspetto secondario questo, niente affatto.

Da sempre, infatti, il ruolo principale della narrazione è sempre stato quello di “dare senso al mondo“, offrire letture coerenti della realtà, magari fittizie ma significative. Le avventure di Ulisse o le peripezie di David Copperfield ci dicono qualcosa di sensato sulle nostre stesse vite, offrono illuminazioni, riferimenti, propongono significati. E, soprattutto, fanno vedere che un significato può esserci, che il mondo ed il destino individuale possono avere un senso, una vita può andare da qualche parte, verso la gloria o il disastro, verso l’ amore o la morte, non importa. Ciò che importa è che nella storia un senso c’è e viene mostrato, può essere condiviso o contestato, ma non negato.

Ma quale senso può mai emergere da una serie televisiva che si interrompe senza preavviso dopo 40 o 50 puntate, senza che la trama principale sia stata portata a conclusione, senza che le domande iniziali abbiano trovato risposte, senza che si sia capito il ruolo di certi personaggi ?

Così è la vita, si potrebbe rispondere, citando non a sproposito il monologo finale di Macbeth.
E tuttavia la tragedia di Shakespeare, maestro nel mostrare ambiguità e complessità della condizione umana, una trama ce l’ha eccome, ed una conclusione pure.

L’ epoca in cui viviamo ha perso la fiducia nelle grandi narrazioni mitiche, religiose, politiche, ideologiche. Oggi sono pochi, almeno in Occidente, a riconoscersi in grandi cause, a credere fino al sacrificio di se. Il sole dell’ avvenire non ci illumina più, le magnifiche sorti e progressive sono evocate a scopo sarcastico, le utopie sono state sostituite dalle distopie e la felicità oltremondana è, per molti di noi, assai dubbia. Il mondo in cui ci tocca vivere ha perso senso e direzione, lasciando dietro un senso di precarietà e solitudine.

Per questo, forse, la perdita di senso della narrazione è un segno dei tempi, una manifestazione genuina dello spirito dell’ epoca, e forse per questo viene accettata dal pubblico senza troppe difficoltà.

E dunque, in attesa della seconda stagione di Westworld, posso solo confessare la mia personale nostalgia per le narrazioni chiuse; sarei disposto persino a rischiare che i personaggi vivano tutti felici e contenti…

Debiti, colpe, peccati e altro ancora

 

Ai tempi della crisi finanziaria greca abbiamo tutti più o meno a forza imparato che esiste una parola tedesca dal doppio significato. La parola in questione è “schuld” che in tedesco può voler dire sia “debito” che “colpa”. Ecco dunque svelato il motivo dell’ intransigenza tedesca: se hai fatto debiti è tutta colpa tua, e dunque cosa pretendi ? Le colpe si pagano, e così i debiti. Il debitore è per definizione anche peccatore, ed il legame tra peccato e debito è – appunto – la colpa.

A dire la verità, però, questa storia del legame tra debito e colpa non è affatto un’ invenzione tedesca.

Chiunque abbia letto Dickens sa che nella Londra vittoriana si poteva finire in carcere per i debiti non onorati; e dal momento che il debitore incarcerato ha verosimilmente ancora meno possibilità di saldare, è evidente come prevalga il desiderio di punire la colpa del debitore rispetto a quello di risarcire il creditore. A quest’ ultimo rimane la soddisfazione, discutibile ma a quanto pare assai apprezzata, di vedere il debitore dietro le sbarre.

Ma neppure gli inglesi avevano inventato questa identificazione tra debito e colpa, tra debitore e colpevole. La faccenda è assai più antica. Risale addirittura all’ Antico Testamento, nella parola di origine aramaica “hôb, hôbot” che avrebbe avuto già, appunto, i due significati in questione. Almeno così sostiene Silvia Ronchey in un articolo su Repubblica dell’ 8/7/2015. Altrove ho trovato il riferimento ad un termine simile “ehoba”. Mi fido.

Se dunque il debito è peccato, gli ebrei avevano tuttavia introdotto anche qualche rimedio. Anzitutto il divieto di esigere interessi, almeno dai più bisognosi (Levitico 25):

“35 Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria ed è inadempiente verso di te, sostenilo come un forestiero o un ospite, perché possa vivere presso di te. 36 Non prendere da lui interessi né utili, ma temi il tuo Dio e fa’ vivere il tuo fratello presso di te. 37 Non gli presterai il denaro a interesse, né gli darai il vitto a usura.”

Inoltre , una grande sanatoria da tenersi ogni sette anni (Deuteronomio 15):

“1  Alla fine di ogni sette anni celebrerete l’anno di remissione. 2  Ecco la norma di questa remissione: ogni creditore che abbia diritto a una prestazione personale in pegno per un prestito fatto al suo prossimo, lascerà cadere il suo diritto: non lo esigerà dal suo prossimo, dal suo fratello, quando si sarà proclamato l’anno di remissione per il Signore. 3  Potrai esigerlo dallo straniero; ma quanto al tuo diritto nei confronti di tuo fratello, lo lascerai cadere.”

Con l’ ulteriore esplicito invito, giacché la natura umana è quella che è,  a non fare i furbi:

“9  Bada bene che non ti entri in cuore questo pensiero iniquo: È vicino il settimo anno, l’anno della remissione; e il tuo occhio sia cattivo verso il tuo fratello bisognoso e tu non gli dia nulla; egli griderebbe al Signore contro di te e un peccato sarebbe su di te.”

Proprio a questo precetto si riferisce chiaramente il Padre Nostro nel versetto che viene riportato da Matteo 6 come “12  e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori” e da Luca 11 invece come “4 e perdonaci i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore”. Debito uguale peccato, per l’ appunto.

Insomma, questa identificazione tra debito è colpa ce la portiamo dentro dai tempi più remoti. Quello che si è perso per strada, invece, è il correttivo di questa legge ferrea, il periodico condono dei debiti o almeno degli interessi per i debitori più deboli e bisognosi. Il capitalismo, diceva Walter Benjamin (combinazione, era un ebreo tedesco…) è una religione senza redenzione.

Da tutt’ altra parte sta il concetto greco di debito, espresso dal termine chreos che non ha nulla a che vedere col peccato. Il termine indica semmai una mancanza, uno stato di bisogno, come nell’ espressione: “essere in debito di ossigeno“ e simili. A tal punto che Matteo usa un termine diverso (ophèilema) per indicare il debito/peccato, come fa notare ancora la Ronchey,

La colpa per i greci (antichi, si capisce…) è tutt’ altro, è uno stato in cui ci si trova per avere commesso un’ ingiustizia, anche senza intenzione, sapendolo oppure anche no, per puro volere del Fato. Un significato che un po’ sopravvive nel linguaggio giuridico.

Ma questo è tutto un altro discorso, e porterebbe lontano. Per oggi vi ho annoiato abbastanza.

Di rivalità, invidie e capri espiatori

Gli stimoli a volte arrivano inaspettati. A teatro per esempio.
Mi è capitato recentemente di vedere un curioso ed interessantissimo spettacolo messo in scena al Piccolo Teatro di Milano, intitolato” Ifigenia, liberata”. Così, con la virgola.
Il punto di partenza è l’ Ifigenia in Aulide di Euripide, non so se ricordate la vicenda. La flotta achea che deve attaccare Troia è in Aulide, bloccata da una lunga bonaccia. Il vento favorevole non si leverà, dice l’ indovino Calcante, se Agamennone, capo della spedizione, non sacrificherà ad Artemide la figlia Ifigenia, appunto. Da qui lo spettacolo, organizzato secondo la tecnica del “teatro nel teatro” parte per un viaggio spericolato nella cultura occidentale, riflettendo sul senso del sacrificio, il capro espiatorio, la violenza così radicata nell’ essere umano fin dall’ alba della sua esistenza. Tanta roba, indubbiamente, il testo è molto denso ed un po’ impegnativo da seguire, e tante sarebbero le cose da dire.
Lo stimolo di cui vorrei parlare arriva in un punto chiave dello spettacolo. Ad un certo punto nel testo di Euripide, nel corso di una lite col fratello Menelao, Agamennone esclama: “La Grecia è malata”. Su questa battuta l’attore che interpreta il regista interrompe la scena e suggerisce un affascinante parallelo: “C’è del marcio in Danimarca”.
Di che malattia si tratta ? Qual è questo male sotterraneo, questo vizio oscuro che si propaga dall’ Ellade fino al Rinascimento, questo morbo ineliminabile dell’ umanità o perlomeno di quella parte di umanità che chiamiamo Occidente ? Il nostro morbo senza vaccino ?
L’ invidia, è la risposta che dà lo spettacolo.

Io per la verità avrei detto: la rivalità.
È la rivalità che alla fine convince Agamennone che è meglio sacrificare la figlia piuttosto che rischiare che la sua leadership venga messa in discussione. Odisseo, il più astuto, già comincia a dire in giro che lo hanno trascinato via da casa per niente. E non è l’ unico insofferente.
È la rivalità tra gli eroi greci che deve essere messa a tacere rendendoli tutti complici dell’ indicibile, l’ assassinio di una ragazzina innocente. Dopo aver partecipato ad un atto così crudele, chi di loro potrà più tirarsi indietro dalla missione ? Chi potrà contestare l’ autorità di colui che ha ucciso la propria figlia nell’ interesse comune ? È questo, il meccanismo del capro espiatorio di cui parla René Girard.
È sempre la rivalità il vizio oscuro delle città stato perennemente in lotta fra loro, e delle fazioni dentro la città. Lotta per la supremazia, protagonismo, antagonismo, volontà di potenza, chiamatela come volete, ma è quella cosa lì.
La rivalità non è invidia, anche se un po’ ci somiglia.
L’ invidioso è uno che “guarda male”, così dice la parola stessa, guarda storto chi ha – oppure è – più di lui. Non vuole necessariamente prenderne il posto, l’ invidioso. Si contenterebbe di molto meno, vederlo rovinato, sconfitto, nella polvere. Gioirebbe della disgrazia altrui, semplicemente, senza chiedere altro.
Il rivale no, lui guarda dalla riva opposta, questo significa il termine, compete, cioè chiede la stessa cosa, è antagonista, cioè lotta contro. Ci mette la faccia, vuole vincere, arrivare primo, cioè essere protagonista. Non è necessariamente una cosa sporca, l’ agonismo, la competizione, l’ emulazione, ogni sportivo lo sa.
È questo che lo rende affascinante, ed al tempo stesso così pericoloso. Perché non possiamo farne a meno.
È da qui che veniamo, ci piaccia o no.

P.s.

Resta il fatto, naturalmente, che è Menelao, non Agamennone ad avere subito il doppio affronto, la fuga della moglie con l’ amante che per di più era suo ospite. È lui, dunque, che ci si aspetterebbe di vedere al comando dell’ armata che deve fare giustizia, a lui spetterebbe, eventualmente, rimetterci la  figlia, non al fratello, giusto ?

Ma che Menelao non sia una cima, è da un po’ che lo sospettavamo.

Girando sul tornio

Ciò che chiamiamo principio è spesso la fine,
e finire è cominciare.
La fine è da dove partiamo
(…)
e la fine di ogni nostro esplorare
sarà arrivare là da dove partimmo
e conoscere il posto per la prima volta.

T.S. Eliot – Little Gidding

Ricordi, rimpianti e rimorsi hanno in comune il ritorno, cioè  il ruotare del tornio che gira, gira ed è sempre lì, di nuovo e daccapo col suo vaso sopra da plasmare. Questo è tornare.
Ma non ogni vaso è uguale all’ altro, e così il rimorso torna per mordere, il rimpianto per bastonare. Solo il ricordo torna per far risuonare il cuore, là dove si conserva la memoria vera.

C’è sapienza nelle parole, e piano piano te la svelano, se solo hai un po’ di rispetto.

Dio della Fantasia

“Mai io ebbi
Più eccitata, più appassionata, più immaginosa
Fantasia, né orecchio, né occhio
Che più si aspettassero l’impossibile”

W.B. Yeats – La torre

Il bello del mondo classico era che ti metteva a disposizione un dio per ogni evenienza. Ti senti aggressivo ? Sei posseduto da Ares. Sei languido ? Eh, c’è di mezzo Afrodite… Ti senti persino un po’ imbroglione ? C’è un dio pure per quello, il poco di buono Ermes.
Un dio a cui raccomandarsi o, se dovesse andare male, un dio a cui dare la colpa.
C’è il mare in burrasca, evidentemente Poseidone non è contento, corriamo al tempio ed offriamo un bel sacrificio, prima che si arrabbi veramente con noi. Non abbiamo preso nulla a caccia, dobbiamo avere offeso Artemide, corriamo a rimediare.

Che la cosa funzionasse non lo posso garantire, però l’ importante è essere convinti, in fondo funziona così pure coi placebo, no ? Uno prende qualcosa convinto che gli faccia bene, e va a finire, incredibilmente, che quella cosa gli fa bene davvero, fossero anche solo due gocce d’acqua distillata. Tanto può la mente umana.

Ecco, questo per dire che ora come ora io un sacrificio al tempio della Fantasia lo andrei a fare di corsa.

La fantasia è una cosa seria, credetemi, non lo dico solo io, posso portare a testimoniare non solo artisti ma la quintessenza dello spirito scientifico, nientemeno:

“Quando rifletto su di me e sui miei metodi intellettuali, mi sembra quasi che il dono della fantasia mi sia servito più della capacità di impadronirmi della conoscenza assoluta.”  Albert Einstein

Il termine viene dal greco, tanto per cambiare, “phantazo” che voleva dire più o meno “faccio apparire”, verbo da prestigiatori e illusionisti, si direbbe. E che comunque, come tanti altri termini più o meno insospettabili, si porta dietro la radice di “phaós” la luce. La fantasia è qualcosa che si mette in luce, si presenta alla vista, è un’ immagine insomma.
Ma allora fantasia è lo stesso che immaginazione ?
Parenti stretti lo sono di sicuro, ma volendo fare i pignoli, la distinzione classica dice che l’ immaginazione produce o combina immagini di cose reali, mentre la fantasia è una roba più libera rispetto alla percezione, più selvatica e sfrenata, si può permettere per l’ appunto i fantasmi, nonché draghi, chimere, sortilegi, tutto quanto attiene al mondo “fantasy” e non solo.
Sulla distinzione tra fantasia e immaginazione filosofi, critici, psicologi hanno versato fiumi di inchiostro e valanghe di bites, il che forse dimostra che proprio così netta non è, a me pare che se l’ immaginazione è un po’ una cosa da ingegneri, la fantasia invece sta un pezzo avanti sulla strada della follia, se proprio vogliamo, e perciò va maneggiata con precauzione e governata con la disciplina.

Del resto Einstein faceva l’ elogio anche della immaginazione, tanto per non sbagliare:

“L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata, l’immaginazione racchiude il mondo.” – Albert Einstein

Ecco.
Chiamatela come volete, però ci vuole. Ci vuole perché, per dirla con Henry Laborit:

“(…) perseguire un obiettivo che cambia continuamente e che non è mai raggiunto è forse l’ unico rimedio all’ abitudine, all’ indifferenza, alla sazietà. (…) È l’ elogio dell’ immaginazione mai attuata e mai soddisfacente.”

Ecco perché, dicevo prima, ci sono momenti in cui uno vorrebbe correre al tempio e sacrificare al dio della fantasia.

L’ unico problema semmai è trovarlo, il tempio, visto che, a dire il vero, io non ho mai sentito parlare di templi dedicati al dio della Fantasia, anzi, non ho nemmeno mai sentito parlare di un dio simile. E questo può stupire, se uno solo pensa alla ricchezza fantastica della mitologia classica.
Certo, uno se lo spiega pensando che a quei tempi i miti erano cose da prendere estremamente sul serio. La fantasia semmai era la materia prima, diciamo, come il marmo delle statue, mentre il prodotto finito era il Mito.
E nessuno certo divinizza una materia prima, soprattutto là dove abbonda…

Niente dio della fantasia, dunque, né tempio né sacrifici.
Tocca scavare.

Questione di generi

Applicandosi un po’, non è così difficile.

Un soldato è qualcuno pagato (“assoldato”) per combattere. Se è una lei, è stata assoldata, e dunque è una soldata.

Un ministro è il contrario di un maestro. Il maestro (dal latino magis) è qualcuno che è “di più” rispetto allo studente, il ministro è “di meno” in quanto al servizio dei cittadini (astenersi dai commenti sarcastici). Dunque se c’è la maestra c’e anche la ministra e stop.

Sindaco è un po’ un casino, in greco starebbe per “congiudice” o qualcosa del genere. Secondo me sindaca ci sta, ma non ci allarghiamo troppo. Se è una donna che giudica, resta giudice.

Un avvocato invece è ad-vocatus, chiamato in soccorso, al femminile farebbe ad-vocata. Avvocata.

Dal momento che colui che agisce può essere un attore o un’ attrice, abbiamo risolto il direttore, il tutore, il fattore e persino il marcatore.

Il presidente invece è colui che siede avanti come il previdente è colui che vede avanti. Se è una lei resta previdente e non diventa previdenta, come del resto usano fare i verbi. Dunque la presidente.

Accettabili ma datate (ed anche un po’ sessiste), le forme “soldatessa”, “studentessa”, “presidentessa”, ecc.

Salverei però la principessa per motivi romantici.

Tutto chiaro?