L’ autorità e la storia dei talenti

“I padri hanno ‘auctoritas’ soltanto se, come indica il termine stesso, creano le condizioni

perché aumentino le opportunità,sia materiali sia spirituali, per la generazione successiva”

M. Cacciari, Espresso 17/5/12


Confesso che mi sbagliavo.

Ho sempre pensato che la parola “autorità” contenesse la radice greca “autòs” che vuol dire “se stesso”, come tutti sanno, e com’ è dimostrato dale mille parole composte che quella radice contengono, da autoritratto ad autoanalisi, autonomia, automobile, automatico e così via. Allo stesso modo, pensavo che “autorità” fosse qualcosa che si regge da sé, che s’ impone con l’ evidenza di se stessa. Non che ci avessi fatto mente locale più di tanto, l’ autorità è una di quelle cose con le quali siamo abituati a convivere fin da bambini, soggetti alla patria potestà ed alla conseguente autorità dei genitori, origine e principio di ogni altra autorità. Da bambini la si accetta, da adolescenti la si contesta, ma senza pensarci mai veramente.

Come che sia, mi sbagliavo.

Il dubbio improvviso mi è sorto leggendo in un articolo di Massimo Cacciari la frase che ho messo in testa al post. Non più che un accenno, per lui evidentemente la faccenda è di lampante evidenza. Per me invece no, per cui mi è toccato documentarmi.

“Autorità” non è una parola di derivazione greca bensì latina, ed il sé stesso, per quanto autoritario possa apparire, non ha niente a che vedere con  l’ autorità. L’ origine del termine risiede invece nel verbo latino “augeo”, lo stesso verbo che sta alla radice di altre parole piuttosto importanti come “aiuto”, “ausilio”, “aumento”, e persino “autore”.

Augeo, auges, auxi, auctum, augere” significa principalmente accrescere, alzare, aumentare, ingrandire, rafforzare, potenziare, e da qui anche onorare, esaltare, ingigantire, fecondare o arricchire. “Augeo” è a sua volta derivato dall’ accrescitivo di una radice sanscrita che vuol dire “forza”.

Adesso, mentre è evidente che il concetto di forza si mantiene inalterato nell’ accezione moderna di autorità definita come “potere legittimo di emanare disposizioni vincolanti” (Dizionario Hoepli), è evidente che buona parte del significato originario deve essersi perso per strada.

L’ autorità è potere, oggi come un tempo, su questo non c’è dubbio. Ma il significato originario di questa parola era quello di una forza buona, un potere esercitato al fine di promuovere una crescita, uno sviluppo, un aumento. La forza del buon re. Lo scopo dell’ autorità non è il potere ma quello di essere di ausilio, di aiuto, di promuovere lo sviluppo di qualcosa.

È l’ autorità che esercita l’ autore sulla sua opera, un potere assoluto, certo, ma con uno scopo creativo e non certo distruttivo, il potere di forgiare, dare forma e far crescere “un’ opera dell’ umano ingegno”, si sarebbe detto un tempo.

Ed è in principio l’ autorità dei genitori, che serve non a vessare ma a proteggere ed accompagnare i figli nella delicata e vulnerabile fase dello sviluppo fino a quando non raggiungano l’ età della ragione, e dunque della responsabilità.

Eccola infine la parola magica, quella che accompagna come il verso di una moneta ogni discorso che voglia dirsi sensato su potere, autorità e simili. L’ autorità è un’ assunzione su di sé di una quota di responsabilità, assunzione fatta allo scopo di sollevare da tale carico coloro sui quali l’ autorità si esercita favorendone la crescita e lo sviluppo, idealmente fino al punto in cui saranno in grado di camminare con le proprie gambe e non avranno più bisogno di tutele.

L’ autorità è un attributo del potere, ed è in particolare l’ attributo che conferisce al potere la sua legittimità. A differenza della forza bruta, che pure un potere istituisce, l’ autorità garantisce che chi esercita il potere è legittimato a farlo, ha il consenso per farlo, in base alle regole proprie di ciascuna specifica occorrenza. Ma il corollario inevitabile è che chiunque eserciti un’ autorità lo fa con un mandato preciso: quello di promuovere la crescita e lo sviluppo, l’ aumento di benessere di ciò su cui esercita il potere. È proprio questo mandato a legare l’ autorità con la responsabilità: chiunque abbia una tale delega ad esercitare il potere assegnatogli per portare a termine un mandato, risponde a chi gli ha conferito il mandato, e risponde del modo in cui ha esercitato il suo potere favorendo la crescita di ciò che gli è stato affidato.

Con quello che potrebbe sembrare un volo pindarico, ma forse non lo è, mi torna in mente la parabola dei talenti, uno dei racconti più enigmatici del Vangeli, quasi una storia zen, che certo meriterebbe molto più spazio, ma di cui qui mi interessa mettere in evidenza un aspetto particolare.

La storia è raccontata nel Vangelo secondo Matteo, 25,14-30. Il padrone parte per un lungo viaggio. Affida ai servi del danaro, ad ognuno consegna dei talenti, e gliene chiede conto al suo ritorno. Cosa dovrebbe fare un servo fedele ? Conservarlo con cura, verrebbe da dire. E così fa uno dei servi, diversamente dagli altri che lo investono. Ma il padrone non è contento, s’ infuria, non è questo che voleva. Voleva che quel denaro, il talento, che era stato “affidato”, non “regalato”, venisse impiegato, messo a frutto, fatto crescere, persino a costo di rischiarlo. Ed a chi lo ha messo a frutto dice, significativamente : “”Sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto”.

C’è insomma una sorta di bilanciamento fra il potere legittimo (autorità) e le attese che gravano su colui al quale questo potere è stato conferito, e di cui è chiamato a rispondere. La pietra di paragone, il “benchmark” si direbbe oggi, è la crescita, lo sviluppo, l’ aumento, la maturazione.

A prendere per buono il riferimento all’ autorità parentale come archetipo e stampo originario su cui si è modellata l’ idea stessa di autorità (cosa chepare assai plausibile), un’ altra considerazione viene spontanea da quanto si è detto finora.

Come l’ autorità parentale non è invariante nel tempo, ma soggetta ad un’ evoluzione che la alleggerisce a mano a mano che i figli crescono e sono in grado di farsi carico, prendere su di se proporzioni sempre maggiori di quella responsabilità che appunto legittimava l’ autorità paterna, lo stesso dovrebbe idealmente valere per ogni altra forma di autorità, il cui obiettivo finale dovrebbe essere dunque quello di dissolvere se stessa.

Obiettivo utopico, non dico di no, ma non per questo falso. Se l’ autorità mira alla crescita, essa mira di per se stessa alle condizioni per le quali essa diviene sempre meno necessaria in quanto la responsabilità diventa diffusa e condivisa.

Non so voi, ma a me pare evidente lo scarto fra quanto si è detto e la percezione comune dell’ idea di  autorità.

Privata di questa ricchezza di significati, e dell’ idea di cura che la accompagna, l’ autorità si riduce a semplice esercizio di un  potere freddo ed impersonale, indifferente ed incurante. Amorale, quando non immorale, viene da pensare.

E’ un esempio piccolo, se volete, di quanto importanti siano le parole nel creare, letteralmente, la realtà entro cui viviamo e pensiamo, e quanto la ricostruzione delle idee fondamentali del vivere civile debba cominciare dalla ricostruzione delle parole che quelle idee esprimono.

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15 commenti su “L’ autorità e la storia dei talenti

  1. deorgreine ha detto:

    E’ per questo che io ti leggo e rileggo. Mica son cose piccole queste; queste son Parole che danno senso alle Parole. Dare un senso è una di quelle cose difficilissime da fare, mi pare. Tu ci riesci bene. Se è vero che il senso di responsabilità compensa la necessità di autorità, allora io spero che cresca sempre più l’una a sfavore dell’altra; perchè io sono un po’ stanca di tutti questi autoritarismi, sinceramente. O forse sono stanca della mancanza di senso di responsabilità, che è diffuso e che contagia e che nemmeno si sa che c’è, perchè non lo si sa vedere, il più delle volte. Perchè per capire che manca senso di responsabilità si deve esserne consapevoli e allora è importante quello che fai tu; perchè spiegare il senso delle parole equivale a prendere coscienza e far prendere coscienza.

  2. m0ra ha detto:

    Indubbiamente è facile ‘dimenticare’ il significato etimologico di una parola quando esiste uno scarto troppo marcato rispetto all’esperienza che per lungo tempo ne è stata fatta.
    Il concetto di autorità non è affatto neutro, e se in astratto ha il senso che tu hai molto ben trattato nel post, in realtà è uno dei più declinabili e ricchi di sfumature nonchè cruciale nei processi educativi. E’ vero quel che dici, in educazione l’autorità dovrebbe essere ritirata di pari passo allo sviluppo dei soggetti di cui si ha responsabilità. Non a caso ad autorità, si preferisce spesso il termine autorevolezza, per sottolineare un minor dispotismo e una maggiore inclusività; è come se fosse necessario il richiamo alla coscienza collaborativa, al valore dello sviluppo, e meno al carisma soggettivo. L’idea dell’insostituibilità del ‘capo’, di chi esercità un’autorità, è quanto meno ricollegabile ad un’esperienza di deresponsabilizzione, ed è la prova del terreno umano e fallace su cui poggia il concetto. A questo proposito sarebbe interessante una riflessione in termini di specificità femminile e maschile rispetto all’autorità, al potere, e agli ideali che connotano l’agire delle persone.

    • melogrande ha detto:

      L’ aspetto dimenticato dell’ autorità, che poi è quello ricordato da Cacciari che ha dato lo spunto per il post, è il motivo fondamentale per cui qualsiasi autorità viene stabilita, che è, come l’ etimologia mostra, porre le condizioni che consentano lo sviluppo.

      Se questo è vero, ha molto a che vedere con la caratterizzazione maschile/femminile. Se ciò che si è perso per strada è l’ aspetto “fertile” dell’ autorità (quell’ aspetto invece ben riconoscibile ad esempio nel termine “autore”), ebbene, allora si è perso proprio l’ aspetto materno dell’ autorità, il suo risvolto femminile. Non è un caso che spesso nelle teorie di management si sottolinei che un buon capo deve praticare il “coaching”, cioè essere un po’ come un allenatore che cerca di far crescere la squadra che gli è stata affidata. Come se, appunto, questo aspetto non venisse più visto come l’ aspetto addirittura fondativo di un’ auotorità che parrebbe avere subito un’ eccessiva “mascolinizzazione”.

      Forse questo è un volo pindarico ancora più azzardato, ma me lo concedo, tanto qui siamo fra amici…
      🙂

      • m0ra ha detto:

        Nel mio piccolo quotidiano posso dire che nessun bambino (e come hanno ragione i bambini…!!) accetterebbe l’autorità di un adulto se non si sentisse parte di un circuito di stima e di riconoscimento. In mancanza di ciò si originano i noti comportamenti di sfida e provocazione.

        • melogrande ha detto:

          Tranquilla, m0ra, funziona uguale per gli adulti.
          Puoi avere tutti i galloni di questo mondo, il rispetto delle persone te lo devi guadagnare…

  3. deorgreine ha detto:

    E’ esattamente così che funziona!! I galloni non fanno la persona, non fanno niente. Un pallone gonfiato rimane un pallone gonfiato e se ha i galloni addosso non è che acquista stima e rispetto per questo; semplicemente è un pallone gonfiato con i galloni. Il punto è che i galloni danno poterte e quando il potere è in mano ai palloni gonfiati c’è poco da ridere. Non ci si limita alle chicchiere e distintivo, purtroppo.

  4. capehorn ha detto:

    Riconosco l’autoritas della maggior parte degli scritti che ho letto in questo luogo. Riconoscimento fatto per il valore intrinseco e non per piaggeria e riconosco anche come Deorgreine abbia posto il dito su una delle piaghe più diffuse in questo memento.
    Il pallone gonfiato gallonato.
    Che riconosce solo l’autorità come espressione di un potere cieco e assoluto, quasi conseguenza di emanazione divina. In fondo é più accessibile la figura del Re Sole, piuttosto che quella di Gandhi. Hanno espresso ambedue autorità, ma declinandola in maniera completamente differente.
    Esercitarla é arte sottile e difficile, perché corre sul confine tra lungimiranza e ottusità; termini così lontani eppure così vicini e troppo, quando si perde di vista la propria respondabilità nell’esercizio dell’autorità
    Molte volte il significato di una parola non é mai troppo spiegato e anche il farlo implica una presente autorità.

    • melogrande ha detto:

      Cape, grazie davvero.
      Sono convinto che le parole possiedono una sapienza, e recuperarne il vero significato aiuta a ritrovare anche il senso delle cose.

      ps.
      Il pallone gonfiato gallonato è un’ immagine meravigliosa !

  5. guido mura ha detto:

    Purtroppo è ancora molto diffuso un concetto di autorità basato sulla forza, sulle “qualità” maschili (spesso esercitate da esseri impropriamente qualificati, in base a criteri ormonali e di apparenza fisica come femmine). Sul lavoro, in base alla mia esperienza, acquistano autorità e credibilità persone dotate di potenza vocale (decibel) e di prestanza fisica, unita a un carattere combattivo. Il potere, così com’è costituito oggi, se ne arcisbatte dell’etimologia. Nella selezione della classe dirigente la capacità di aiutare una struttura a svilupparsi e a raggiungere in modo sereno e consapevole un obiettivo è una qualità misconosciuta, perché difficilmente misurabile. E poi ti sembra che l’attuale potere abbia una anche minima intenzione di autodissolversi, anche se con la sua incapacità lo sta facendo, contro la sua volontà?

    • melogrande ha detto:

      Esercitare autorità in senso proprio è quello che fa un buon allenatore, o un direttore d’ orchestra, o un bravo regista.
      L’ attuale potere basato sulla furbizia più che sull’ intelligenza ci ha condotto al punto che non riusciamo più nemmeno a giocare una partita di pallone senza cercare di imbrogliare.
      O si autodissolve o andiamo tutti a fondo.

  6. lillopercaso ha detto:

    Ah! Ribatteziamo la parola: AIUTORITA’ , magari è più chiara.
    Ma forse no: potrebbe essere fraintesa in modo ancor più deleterio da berlusconidi nosferati, che pretenderebbero di essere aiutati ad uscire dai loro guai personali… mi pare sia già successo.

    Invece, dal macro al micro: sono contenta della mia autorevolezza (non ridere) nei miei domìnii, che però non tiene più con mio figlio: non mi manda al diavolo solo per affetto, temo!

  7. lillopercaso ha detto:

    Mi rassegnerò molto volentieri, al cine o a zonzo con gli amici!

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