Due o tre cose sul potere

“This is my world
and I am world leader pretend.
This is my life, and this is my time.
I have been given the freedom to do as I see fit.
It’s high time.

 I’ve razed the walls that I’ve constructed”

R.E.M. – World Leader Pretend

Il potere ha una caratteristica curiosa: si è tutti convinti di sapere che cos’è, ma quando si tratta di darne una definizione, o semplicemente di provare a spiegarlo, ci si rende conto che la faccenda è più complessa di quanto ci si aspettasse. Quello che Agostino diceva del tempo, che “se nessuno me lo domanda, lo so, ma se voglio spiegarlo a chi me lo domanda, non lo so più” sembra potersi adattare perfettamente anche al potere, e per la verità potrebbe dirsi altrettanto per parecchi altri concetti centrali della nostra vita, talmente vicini a noi da non riuscire a vederli.

Persino James Hillman, nello scrivere il suo libro sul Potere, adotta un approccio fenomenologico, ne illustra aspetti ed attributi senza mai tentarne una definizione “teorica”.

Altri (molti altri…) ci hanno invece provato, ma non posso qui nemmeno tentare di fare una panoramica delle infinite definizioni di volta in volta proposte. Mi limiterò a dire che, da parte mia, mi sono convinto che il potere sia la capacità di fare accadere qualcosa che non accadrebbe spontaneamente. Un approccio che si avvicina alla definizione (assai più rigorosa) di R.A. Dahl, giusto per essere precisini.

Significativamente, in inglese i termini “potere” e “potenza” vengono indicati con lo stesso termine “power”, nonostante che l’ inglese disponga di un numero di vocaboli assai superiore rispetto alla nostra lingua.

A differenza del “power” inglese, “potere” in italiano è anche un verbo, per cui io posso camminare, mangiare, spaccare legna e pubblicare questo post, tutti eventi che non accadrebbero da soli, ma il campo di applicazione principale delle teorie del potere è ovviamente quello dei rapporti interpersonali.

Che tipo di potere può esercitare una persona nei confronti di un’ altra ? Ovvero, ricordando la “definizione” tentata prima, in quali modi può una persona ottenere che un’ altra persona faccia qualcosa che quest’ ultima non farebbe spontaneamente, come ad esempio alzarsi presto al mattino per andare a lavorare ?

“Per amore o per forza” è un modo di dire che fornisce già una prima grossolana catalogazione degli strumenti del potere: il convincimento e la forzatura. Si potrebbe andare avanti, naturalmente, declinando il convincimento in persuasione, identificazione, carisma o addirittura manipolazione, mentre la forzatura potrebbe comprendere la violenza,  l’ inganno, l’ intimidazione, le punizioni o, semplicemente, l’ autorità formale. Ma il mio intento qui non è fare l’ anatomia del potere. Mi interessa di più la domanda “da dove proviene” il potere ?

È passato il tempo del diritto divino, ed è evidente che, oggi, il potere viene conferito agli uomini da altri uomini, in un modo o nell’ altro. In una democrazia, per esempio, il potere proviene dalla volontà degli elettori che scelgono (ammesso che la legge elettorale glielo consenta) i loro rappresentanti in Parlamento ai quali delegano il potere di fare leggi che regolamenteranno la vita della comunità, e quindi gli stessi elettori. Ne segue una declinazione alquanto complessa di questo potere, con i parlamentari che scelgono il Presidente della Repubblica che nomina il Presidente del Consiglio che sceglie i Ministri, il tutto soggetto alla fiducia del Parlamento, a garanzia che la volontà degli elettori venga rispettata. Solo il potere giudiziario rimane fuori da questa catena di autorità, proprio perché il potere giudiziario deve porsi come il “potere dei senza potere”, il potere di garanzia per definizione.

Nel caso di un’ azienda, il potere proviene invece dalla volontà dei proprietari o azionisti, i quali nominano l’ Amministratore, che a sua volta nomina i dirigenti e così via discendendo. Perché, dovrebbe essere inutile rilevarlo, l’ atto di nomina procede dall’ alto verso il basso, mentre l’ atto elettivo segue il percorso inverso. Il potere è delegato dagli elettori allo scopo di vedere perseguito il “bene comune” e la sua architettura è complessa in quanto è opportuno (e vedremo quanto…) evitare l’ eccessiva concentrazione del potere. L’ azienda invece ha un “padrone” che rischia il proprio patrimonio e ritiene, fino ad un certo punto anche ragionevolmente, di non dover rispondere delle proprie decisioni; delega o non delega a sua discrezione e senza preoccuparsi troppo di predisporre contrappesi. L’ obiettivo dell’ azienda è di regola il profitto, ed il suo strumento l’ efficienza; per perseguire i suoi obiettivi l’ azienda procede dunque secondo logiche più “autoritarie” scandite dagli organigrammi che definiscono poteri e dipendenze.

E di conseguenza, democrazie ed aziende non sono la stessa cosa e non funzionano nello stesso modo.

Fin qui, la teoria.

Ma è proprio così che vanno le cose, in politica così come in azienda ? Per esempio, avete notato che in tutta la precedente, sommaria descrizione dell’ assetto costituzionale non si parla mai di partiti ? Siamo sicuri che non contino davvero nulla, nella struttura repubblicana di potere ? Enrico Cuccia, per fare un altro esempio, trascorse gli ultimi anni in Mediobanca nel ruolo di Presidente Onorario, privo di poteri esecutivi. Stava davvero lì tutto il giorno a scaldare la sedia ?

Chiunque segua anche da lontano l’ attualità politica ne dubita, così come ne dubita chiunque abbia lavorato abbastanza a lungo in un’ azienda. Il vero potere non procede affatto in questo modo.

Per capire le dinamiche del potere occorre capire quella che Carl Schmitt chiamava “l’ anticamera del potere” (tutte le citazioni che seguono sono tratte dal “Dialogo sul potere” edito da Adelphi).

“Chi è chiamato a riferire di fronte al potente, o gli fornisce informazioni, è già partecipe del potere.(…) Ogni potere diretto è quindi immediatamente sottoposto a influssi indiretti. (…) Detto altrimenti: davanti a ogni camere del potere diretto si forma un’anticamera di influssi e poteri indiretti, un accesso all’orecchio del potente, un corridoio verso la sua anima. Non c’è potere umano che non abbia questa anticamera e questo corridoio. (…) Nell’ anticamera a volte ci sono uomini saggi ed intelligenti, oppure manager prodigiosi e onesti ciambellani, a volte sciocchi arrivisti e impostori.”

Un meccanismo di questo genere scavalca la gerarchia formale riconosciuta. È il meccanismo che sta alla base dei “poteri paralleli” presso qualsiasi latitudine. Chi è fuori dal circolo subisce il potere di chi è dentro il circolo; chi è dentro gode non solo del potere ma spesso anche dell’ impunità.

Un gruppo chiuso controlla tutto, un circolo autoreferenziale con l’ accesso diretto a chi comanda. Una rete di potere parallelo si articola accanto e sotto a quella del potere ufficiale, chi conta e chi no non è scritto, occorre saperlo, ed avendolo saputo occorre tenerne conto, per evitare spiacevoli e pericolosi errori. Una segretaria può avere più potere di un direttore generale. Chi è fuori non sa, fa fatica anche soltanto per capire che cosa realmente succede.

Ora, dopo avere affermato che “non c’è potere umano che non abbia questa anticamera”, Schmitt introduce un distinguo.

“Quanto più il potere si concentra in un determinato punto, in un determinato uomo o gruppi di uomini, come in un vertice, tanto più si acuiscono il problema del corridoio e la questione dell’ accesso al vertice. E tanto più violenta, accanita e sotterranea diventa anche la lotta fra coloro che occupano l’ anticamera e controllano il corridoio.”

Qual’ è l’ effetto di questo sistema su colui che detiene il potere ?

“Il potente diventa sempre più isolato quanto più il potere diretto si concentra nella sua persona individuale. Il corridoio lo sradica dal terreno comune e lo innalza in una sorta di stratosfera in cui egli mantiene contatti soltanto con coloro che indirettamente lo dominano, mentre perde i contatti con tutti gli altri uomini su cui esercita il potere, che a loro volta perdono contatto con lui. In casi estremi spesso tutto questo balza agli occhi in modo grottesco.”

La concentrazione del potere si accompagna inevitabilmente all’ isolamento del potente. C’è da credergli. Aggiungerei che il grottesco fa in fretta a diventare tragico, ed uno come Carl Schmitt, che oltre ad essere stato convintamente nazista, del nazismo fu anche un po’ il teorico dovrebbe saperlo bene.

Insomma, questo mi sembra il punto centrale dell’ intera faccenda. La concentrazione del potere nelle mani di un singolo, costringe quest’ ultimo a circondarsi di una “corte”. Nessuno è in grado di fare tutto da solo, e più si cumulano responsabilità, più diventa giocoforza dotarsi di aiutanti, in numero proporzionalmente crescente all’ aumentare delle cose da gestire.

Le persone che circondano il potente, fa notare Schmitt, a loro volta lo condizionano, costituiscono una sorta di “cerchio magico” all’ interno del quale penetra una visione della realtà parziale e deformata.

Il primo effetto di questo cerchio è infatti quello di selezionare gli accessi, fare da filtro al potente che non è più in grado di accogliere tutte le richieste. Si pensi anche soltanto a quella forma piuttosto blanda e relativamente innocua di “potente” rappresentato da un divo, una rockstar, un attore famoso. Ben presto ha bisogno di qualcuno che passi in rassegna la corrispondenza, cestinando, rispondendo, inoltrando, facendo leggere al divo solo ciò costui o costoro, i collaboratori, ritengono che debba vedere. Quanto più drammatica è la situazione della segreteria di un monarca assoluto o di un tiranno ?

Il secondo effetto è quello di rappresentare al potente una realtà esterna che lui, a causa dell’ eccessiva concentrazione di potere, non è più in grado di frequentare. E l’ oggetto di questa rappresentazione non è la realtà, ma una deformazione di essa, in funzione di ciò che i cortigiani pensano che il potente voglia sentirsi dire. Il problema principale del diventare potenti, potremmo dire, è che si raggiunge l’ illusione della propria infallibilità. Quanto più un potente è potente, tanto meno si osa dirgli che sta prendendo una cantonata, alimentando così una deriva narcisistica che lo allontana sempre di più dal mondo reale.

Ma non basta. I cortigiani non sono solo filtro al mondo, sono anche in competizione fra loro per il favore del potente, ciascuno sgomita per aumentare la propria influenza ed il proprio spazio, e per ridurre quello degli altri. Quanto più il potere si concentra, tanto più cresce il numero dei cortigiani e la violenza della guerra di tutti contro tutti. Manovre spregiudicate, calunnie, menzogne, disinformazione cominciano ad essere utilizzate come ordinari strumenti di lavoro quotidiano, insieme al mobbing nei confronti degli esterni che avrebbero titolo o pretese all’ accesso. Una struttura occulta di fatto sequestra il potente e si sostituisce all’ organizzazione ufficiale. Un usciere conta più di un direttore, una segretaria o un’ amante decide i destini di intere divisioni influenzando le decisioni o deformando le informazioni.

La paranoia del potere nasce da qui.

Se tutto questo vi fa venire in mente il Riccardo III shakesperiano o più semplicemente la trilogia del Padrino, sappiate che in giro fioriscono gli studi di “Corporate Psychopathology” che tendono a catalogare molti grandi  leaders e managers come “psicopatici di successo”.

Questo è un altro discorso, ed il post è già troppo lungo, ma dovrebbe spiegare a sufficienza l’ assoluta necessità, per le democrazie, di impedire attraverso un adeguato sistema di contrappesi che il potere si concentri troppo, pur se questo comporta la rinuncia consapevole ad un certo grado di efficacia decisionale.

Vincenzo Appeso

 


Vincenzo con il petrolchimico non era mai riuscito ad andarci veramente d’accordo. Lui era nato lì a due passi, un paesino arroccato su una scogliera a strapiombo sul mare; un mare trasparente e cristallino come ora si vede solo sui cataloghi delle agenzie di viaggio. Maldive, praticamente.

Su quella scogliera Vincenzo andava da ragazzino con gli amici a caccia di lucertole o a raccogliere le piccole lumachine bianche dopo che aveva piovuto, e c’era tornato anche più grandicello in altra compagnia. Su quella scogliera aveva dato il primo bacio e non solo.

Del resto, lo sapevano tutti che quello era il posto dove si appartavano le coppiette, i vecchi del paese scuotevano la testa, dicevano “ai nostri tempi noi giovanotti non ce l’avevamo la macchina per fare i nostri comodi”, ma si sentiva più rimpianto che condanna.

Era vero, ancora quando Vincenzo era ragazzino il paese era fatto di contadini, le macchine erano poche e qualcuno ancora transitava a dorso di mulo lungo le stradine delimitate da muri a secco.

Dalla famosa scogliera si dominava il golfo, la spiaggia bianchissima. La sera le lampare dei pescatori di polpi tremolavano come lucciole. Per forza che uno ci portava la ragazza.

Vincenzo per la verità preferiva andarci la mattina presto sulla scogliera, gli piaceva sentire sulla pelle l’aria fresca profumata di mare, mentre l’alba incendiava l’orizzonte a strati davanti ai suoi occhi assonnati. Qualche volta era persino sceso giù alla spiaggia per fare il bagno, nella stagione buona, ma preferiva non dirlo a nessuno questo, ci sono cose che se le fai ti prendono per matto senza una vera ragione, certe cose semplicemente non si fanno. Il bagno all’alba, per esempio.

Poi era arrivato il petrolchimico.

Era lo sviluppo del Mezzogiorno, dicevano, il futuro è nella chimica, c’era stato un gran via vai di politici, facce conosciute prima solo in televisione, quando parlavano al telegiornale, e facce di locali, fin troppo conosciute invece, pezzi grossi.

Come che sia, il petrolchimico l’avevano fatto e adesso dalla scogliera si dominava un intero distretto industriale, impianti e ciminiere, pontili e tanti di quei tubi da poterci arrivare sulla luna.

Avevano lasciato qua e là dei pezzetti di spiaggia, certo, ma non era più come una volta e Vincenzo sulla scogliera non ci andava più così volentieri, la lasciava ai ragazzi, che continuavano ad andarci con la fidanzata.

Certo bisognava dire che il petrolchimico un po’ di lavoro lo aveva portato, lui per esempio era stato assunto trent’anni prima come operaio, aveva fatto un po’ di tutto, poi era finito nel reparto manutenzione, ed anche suo figlio, il grande, aveva trovato lavoro presso una ditta che faceva coibentazioni. Il piccolo no, quello ancora studiava e forse sarebbe riuscito a farlo diventare ingegnere. Avrebbe lavorato anche lui nel petrolchimico, certo, ma con un altro ruolo ed un altro stipendio, si spera.

Insomma, le cose erano andate un po’ meglio, l’emigrazione era diminuita, e semmai adesso era l’immigrazione, quella che preoccupava. C’è sempre qualcuno che sta peggio di te.

Le cose andavano meglio, ma il prezzo era stato alto, pensava Vincenzo, mentre percorreva lentamente sulla sua Panda la provinciale che conduceva allo stabilimento.

Il suo capo era una donna, ed anche questa cosa avrebbe fatto scuotere la testa ai vecchi del paese. Ma a Vincenzo non importava poi tanto, lei era un ingegnere, veniva da Palermo, si chiamava Teresa, e la gente della manutenzione la rispettava, un po’ perché sapeva il fatto suo, un po’ perché una donna certo non la puoi mandare a quel paese come faresti con un capo maschio. Lei lo sapeva ed un po’ se ne approfittava.

Appena arrivato, la segretaria gli disse di andare in sala riunione. Teresa era già lì con gli altri supervisori.

“C’era troppo traffico sulla strada stamattina” esordì Vincenzo entrando nella sala. Teresa lo guardò fisso accogliendo con un mezzo sorriso quella scusa non richiesta e gli fece cenno di sedere.

“La ditta Guarresi ha finito con un paio di giorni di anticipo di sostituire le coibentazioni” disse Teresa. “Vorrei approfittare dei ponteggi per fare l’ispezione degli strumenti di linea”. Vincenzo sorrise fra sé, suo figlio lavorava appunto per la Guarresi, una ditta seria, era stato fortunato.

“Te ne occupi tu Vincenzo”. Non era una domanda. “Ho già chiesto i permessi, ma si sale con le protezioni perché non c’è ancora l’agibilità. E’ chiaro ?” Questa volta era una domanda. “Imbraco completo?” chiese Vincenzo. “Sì, attrezzatura per lavori in quota “ intervenne Pietro, che era il supervisore della sicurezza.

Voleva dire bardarsi come uno scalatore sulla ferrata, un imbraco con due corde di sicurezza che terminavano ciascuna con un moschettone da agganciare all’apposito cavo. E quando si doveva passare da un cavo all’altro si agganciava il secondo moschettone prima di sganciare il primo, in modo da rimanere sempre legati.

E così Vincenzo s’inerpicò sui ponteggi, salì le scale alla marinara, si fermò a prendere fiato sulle piattaforme, si avventurò sulle passerelle fatte con i grigliati che la ditta Guarresi aveva smontato per eseguire i lavori e poi rimontato.

E fu così che Vincenzo, un passo dopo l’altro, mise il piede sul quarto grigliato della seconda passerella, che era stato appoggiato ma non ancora fissato. Il piede di Vincenzo fece leva, il grigliato si ribaltò attorno ai supporti intermedi, roteò colpendolo violentemente all’altezza dell’anca. Vincenzo sbilanciato urlò, roteò le braccia alla ricerca di un appoggio che non c’era, annaspò curiosamente a mezz’aria per poi sprofondare nel vuoto, mentre il grigliato sbatteva rumorosamente contro il parapetto.

Vincenzo precipitò per circa un metro e mezzo, poi la corda di sicurezza si tese, il contraccolpo lo mandò a sbattere contro una trave, sentì un dolore lancinante alla spalla e si trovò a penzolare col cuore che gli batteva all’impazzata e le cinghie che tiravano forte sull’inguine.

Vincenzo guardò in basso, le vertigini gli diedero un senso di nausea, la pavimentazione in cemento era trenta metri sotto di lui, dieci piani. Vide Pietro che si sbracciava, urlava qualcosa al walkie talkie, poi scorse operai che correvano verso il ponteggio, ma non riusciva a riconoscerli.

Un incidente come questo, Vincenzo lo sapeva bene, viene chiamato un “near miss” che vuol dire , più o meno “c’è mancato un pelo”, “è andata bene”.

E così, ci piacerebbe concludere questo racconto con Vincenzo tirato su a braccia dai compagni, rimproverato da Teresa per la sua imprudenza, preso in giro per anni durante la pausa mensa, Vicenzu ‘Npisu, Vincenzo Appeso sarebbe stato per tutti.

Ma non sempre la vita è fatta di racconti edificanti.

Vincenzo si era stancato di agganciare e sganciare moschettoni, in fondo camminare su un grigliato non era come arrampicarsi sul ponteggio e poi la ditta aveva ormai finito di lavorare, l’aveva detto anche Teresa.

E così nessuna corda di sicurezza interruppe la caduta e Vincenzo ci mise poco più di due secondi a raggiungere la pavimentazione di cemento.

Due secondi.