Tra rabbia e vergogna

Diciamo la verità, nessuno ci ha ancora capito niente.

Mi riferisco al terrorismo, naturalmente, e più in particolare agli attentati suicidi che con ormai drammatica regolarità sconvolgono i Paesi dell’ Occidente, Stati Uniti, Francia, Germania, Gran Bretagna, tanto per citare i casi più eclatanti. Non che gli attentati manchino all’ interno dei paesi islamici in Africa, Asia ed in Medio Oriente, naturalmente, però in un discorso all’ ONU l’ antropologo Scott Atran ha introdotto una distinzione netta tra i jihadisti che combattono in paesi islamici in Medio Oriente, Africa e talvolta Asia, e quelli che agiscono nei Paesi occidentali, sostanzialmente in Europa.

I primi sono, nella sua lettura, persone in generale di scarsa cultura, convinti di lottare per la sopravvivenza. Occorre ricordare che la maggior parte delle guerre nei paesi islamici può essere ricondotta ad uno scontro interno all’ Islam, tra musulmani sunniti sostenuti principalmente da Arabia Saudita e Qatar, e sciiti che hanno come punto di riferimento l’ Iran. Sarebbe troppo lungo ripercorrere la storia di questo conflitto millenario, quello che interessa in questa sede è che l’ odio anti occidentale è un aspetto derivativo di questo conflitto. È ovvio che gli interventi occidentali, dall’ invasione americana dell’ Iraq fino agli attuali bombardamenti in Siria, alimentano quest’ odio, il risentimento ed il senso di umiliazione non solo nei Paesi interessati, ma anche agli occhi di tutti i musulmani, qualunque sia la loro residenza.

Diverso è il caso dei terroristi che agiscono in Occidente.

Ogni volta la domanda è la stessa: che cosa spinge giovani ventenni a sacrificare la propria vita al solo scopo di fare la strage più grande che sia possibile ? Non – si badi bene – per attaccare un obiettivo strategico, no. Lo scopo è colpire nel mucchio, più vittime ci sono e meglio è, e se si tratta di gente inerme che era uscita a fare la spesa, o una passeggiata, ancora meglio.

Perché lo fanno ?

La risposta, come dicevo, non ce l’ ha nessuno, e tanto meno ce l’ ho io, ma questo non è un buon motivo per rimuovere la questione. Ho provato dunque a guardarmi intorno.

Il primo che ho incontrato è il politologo Bernard Lewis, uno che ci va giù piatto:

“Il fondamentalismo islamico ha dato al risentimento e alla rabbia delle masse musulmane una finalità e una forma di cui erano prive, e le ha indirizzate contro le forze che hanno svalutato i valori e le lealtà tradizionali, derubandole in ultima analisi di convinzioni, aspirazioni, dignità e, in misura sempre più estesa, addirittura dei mezzi di sostentamento” (Bernard Lewis, “Le origini della rabbia musulmana”)

Ma da dove viene questo risentimento ? Sarebbe stato logico attenderselo semmai nel periodo coloniale, quando i Paesi arabi erano governati, e dominati, dalle grandi potenze europee. Ma si tratta di Paesi che hanno raggiunto l’ indipendenza ormai da molti decenni. E dunque ?

Hans Magnus Enzensberger nel suo libro “Il perdente radicale” vede in questo risentimento una questione di orgoglio:

“È del tutto evidente che la totale dipendenza economica, tecnica e intellettuale dall’«Occidente» è difficilmente sopportabile da parte degli interessati. E non si tratta di una astrazione. Tutto ciò che sostanzia la vita quotidiana nel Maghreb e nel Medio Oriente, ogni frigorifero, ogni telefono, ogni presa elettrica, ogni cacciavite, senza contare i prodotti della tecnologia avanzata, rappresenta quindi, per ogni arabo in grado di pensare, una tacita umiliazione, accuratamente coltivata.”

Étienne Balibar ne fa piuttosto una questione economica:

“Nessuna guerra di religione ha le sue cause nella religione stessa, sotto ci sono sempre oppressione, lotta di potere, interessi economici. La troppa ricchezza, la troppa miseria. Ma quando la religione si appropria di questi conflitti, la crudeltà può superare ogni limite, perché il nemico diventa anatema.” 

Insomma, non pare esserci accordo neppure sul punto di partenza per la comprensione di quello che sta accadendo, vale a dire la motivazione.

Uno dei più lucidi interpreti dei tempi, recentemente scomparso, il compianto Tzvetan Todorov si rendeva conto che un fenomeno come questo non può essere ricondotto ad una causa semplice, ma ad una stratificazione di cause diverse. Ha provato anche a farne un elenco:

  • Sfruttamento occidentale delle risorse naturali del Medio Oriente
  • Memoria del colonialismo
  • Risentimento anti occidentale
  • Arretratezza sociale
  • Interpretazione estremista del Corano
  • Tentazione della vendetta

Oliver Roy ha studiato in dettaglio i jihadisti che agiscono in Occidente, attraverso l’ analisi di oltre 150  biografie di terroristi responsabili di attentati, trovando alcune regolarità abbastanza interessanti.

I terroristi che devastano l’ Occidente non sono mai direttamente gli immigrati, i profughi, i rifugiati. Chi cerca asilo e, con mille difficoltà, alla fine lo ottiene, è in genere piuttosto umile. Sa di avere avuto bisogno di aiuto, e di averlo ricevuto. Poco e male, magari, ma è pur sempre un aiuto. Ed in nome di questo aiuto è disposto a sopportare molto.

Il problema nasce con la seconda generazione, i figli nati in Occidente, senza la memoria della vita precedente dei loro genitori. Gente nata e cresciuta in Europa, meno disposta a sopportare una discriminazione che percepisce come profondamente ingiusta, come una sorta di “peccato originale” dei padri. Nati in Europa, ma europei a metà, ad essere generosi, emarginati per un’ origine che non hanno scelto, si trovano senza radici, senza appartenenza, umiliati senza una colpa diretta.

Hanif Kureishi è uno scrittore britannico di origini pakistane, e ne sa qualcosa:

Io stesso l’ho vissuto nella mia famiglia, mio padre era pachistano, in patria veniva spintonato per strada dai soldati inglesi e arrivati qui ci sentivamo comunque cittadini di seconda classe.(Corriere della Sera, 23/5/2017)

Gente in rivolta contro l’ Occidente e contro i propri troppo remissivi genitori al tempo stesso, cercano una frattura generazionale, e la trovano – paradossalmente – rivendicando un Islam puro, non contaminato dai compromessi, tradimenti e scarso fervore dei loro genitori. Coinvolgono fratelli, formano gruppi, cercano di sottolineare l’ aspetto generazionale della loro rivolta. La terza generazione (in Francia l’ immigrazione nordafricana risale alla guerra d’ Algeria) non pare avere lo stesso trauma, e pur mantenendo un’ identità islamica, pochissimi sono gli estremisti.

Quasi i tre quarti dei terroristi sono dunque di seconda generazione, figli di immigrati. Il resto è costituito da convertiti. Non di rado si tratta di persone che non hanno alle spalle una formazione religiosa, o la frequentazione di moschee. Al contrario, spesso si tratta di giovani il cui stile di vita in passato era tutt’ che irreprensibile: alcool, droghe, vita notturna, talvolta precedenti penali per piccoli reati, spesso è proprio in carcere che inizia la conversione. Dei balordi, potremmo dire. Anche in questo caso si tratta di una rivolta, ed al tempo stesso di una ricerca radicale di purezza. Il passato peccaminoso sarà purificato attraverso il martirio. Si rivolgono all’ Islam in mancanza di alternative, di ideologie forti. Più che islamici radicalizzati, Roy li definisce radicali islamizzati.

La radicalizzazione, sostiene Roy, c’è già stata prima, al ribelle serve giusto una causa in cui credere, e l’ Islam è perfettamente adatta allo scopo. Non solo, ma gli offre anche una metodologia.

Una cosa a me pare certa, la dote principale per chi decide di farsi saltare in aria in un attentato suicida, è lo scarso valore attribuito alla propria vita presente. È  certamente presente una dimensione nichilista, visibile già nei profili social, ma al tempo stesso un enorme desiderio di visibilità.

Ugo Fabietti Il debito inestinguibile : sul sacrificio”:

La testimonianza del gesto suicida avviene quindi in uno spazio pubblico globalizzato (dai media) nel quale l’attentatore suicida trova la possibilità̀ di essere percepito come “martire”, “testimone” (tanto dai musulmani e quanto dai non musulmani)

Far vedere a tutti coloro che non hanno saputo vederlo prima, chi si è veramente.  Lo psicologo Fehti Benslama non esita a parlare di ostentazione narcisistica, superomismo in versione islamica.

L’ attentato diventa il modo non solo di purificare, ma di dare finalmente un senso alla propria esistenza, mettervi fine con uno schianto e non con un lamento, concentrando su di sé tutta l’ attenzione che il mondo ha sempre negato.

Tanto che – osserva Roy – il loro progetto  prevede invariabilmente un solo attentato, uno solo, ed a quell’ attentato non intendono sopravvivere. Il piano prevede il martirio, sempre, anche quando non sarebbe indispensabile per il successo dell’ operazione, anche quando ci sarebbe l’ opportunità di fuggire.

Mi ricordo effettivamente di avere notato a suo tempo lo strano comportamento dei fratelli Krouchy dopo la strage di Charlie Hebdo. Vagavano per Parigi urlando “Allah è grande “ e sparando in aria, era evidente che non avevano un piano di fuga, che addirittura non sapevano bene cosa fare, dove andare, quasi aspettavano il conflitto a fuoco con la polizia. La sopravvivenza non l’ avevano proprio considerata.

Se questa analisi è corretta, come se ne esce ?

Secondo Kureishi:

Dobbiamo lavorare sul liberalismo e sul pluralismo delle nostre società: dobbiamo riuscire a vendere a chi si sente messo da parte e ci odia l’idea che tutto questo serve anche a loro. Ma se invece alimentiamo il razzismo e l’esclusione diventa un compito molto difficile (…) Invece si vedono atteggiamenti che stanno provocando la crescita del fascismo in Europa.”

Se c’è un punto sul quale gli analisti concordano, è proprio questo.

“Il maggior pericolo per la nostra società deriva non dai danni diretti che il terrorismo infligge, bensì dalle reazioni sbagliate che è in grado di provocare.” Paul Krugman Repubblica 19/11/15

“Quello che vogliono gli autori degli attentati sono le rappresaglie, che si uccidano i musulmani per le strade. Vogliono la guerra civile.” Jean Pierre Filiu Espresso n. 47 del 26/11/15

Facile a dirsi, molto meno a farsi, naturalmente.

Manca ancora qualcosa, secondo me, manca un legame fra i jihadisti che operano nei Paesi islamici e quelli che compiono attentati in Occidente, l’ idea che si tratti di due tipi umani totalmente estranei fra loro mi convince poco, tanto più se si pensa al fenomeno dei foreign fighters che partono dall’ Occidente per andare a combattere tra le fila del jihad.

Trovo quello che a me pare un indizio importante in un vecchio libro di Emanuele Severino, che risale al 2003, quasi quindici anni fa. Scriveva Severino:

“(…) il capitalismo, in quanto tale, è sempre meno capace di controllare la pressione che i popoli poveri esercitano da tempo su quelli ricchi. Dapprima organizzata e guidata dall’ Unione Sovietica, tale pressione è ora organizzata e guidata dal mondo islamico, soprattutto dalle sue forme estremistiche” Emanuele Severino – Dall’ Islam a Prometeo

Qui il discorso porterebbe lontano, mi limito a segnalare la situazione demografica africana così come la riporta l’ ONU. La linea rossa. Un miliardo di persone in più ogni 25 anni nel posto più povero del mondo, cosa ragionevolmente cercheranno di fare ? Ecco.

Se l’ Europa non si occuperà seriamente dell’ Africa, l’ Africa si occuperà dell’ Europa.Ma questo è un altro discorso.

Fine della rappresentazione

In fondo un po’ ce la siamo cercata.
Non ci è parso vero di poter fare le cose direttamente, saltare gli intermediari, andare alla fonte.
Il viaggio me lo organizzo da solo, altro che farmi prendere per il naso dalle agenzie, compro il biglietto, prenoto l’ albergo e risparmio pure.
Già che ci sono, compro da casa anche il biglietto del concerto, faccio la spesa e pago il bollo dell’auto. Quasi non ho nemmeno bisogno di passare dalla banca.
Abbiamo fatto piazza pulita degli intermediari, nessun filtro, nessuno che ci faccia da interprete. Siamo soli. Ecco.

Al di là del facile slogan della “società liquida”, il vero contributo di Bauman è stato quello di mostrare, con amara chiarezza, la solitudine dell’ individuo nella società contemporanea. Non più una solitudine esistenziale, quella di Sartre o di Pirandello, no. Bauman parla di solitudine sociale.

Niente più appartenenze, comunità di mestiere, clan familiari, gruppi sociali, no. Ognuno sta solo nel cuore della terra, come diceva il poeta, ma al tempo stesso compete con tutti.
Altro che rappresentanza, ognuno cerca di galleggiare, di sopravvivere meglio che può. Tutto qui.

Era logico che di questo passo dovessimo arrivare al problema finale: la rappresentanza politica. Certo, perché i politici sono anch’ essi intermediari, e per di più intermediari di cui abbiamo una pessima opinione.
In buona misura si tratta di una disistima più che meritata, naturalmente, ma occorre anche tenere presente che in un mondo globalizzato la politica, inevitabilmente legata al territorio ed alla dimensione locale, ha un po’ perso la sua centralità. Logica vorrebbe che i politici si muovessero verso una dimensione sovranazionale, ma tant’è, non divaghiamo.
E dunque via anche questa intermediazione, che bisogno ho di questa casta, di questi parassiti ? Mi rappresento da solo, al massimo mi faccio rappresentare da gente come me, gente comune senza la puzza sotto il naso. Giusto ?
Il problema è che non funziona.

Non funziona perché, molto semplicemente, ci sono cose che, con l’aiuto della tecnologia, posso fare da solo e cose che, nonostante o addirittura proprio per via della tecnologia, semplicemente non sono in grado di fare.
Quelle destinate a scomparire sono le intermediazioni semplici, posso fare a meno del cassiere del supermercato e, con l’ aiuto della tecnologia del codice a barre, passarmi la spesa da solo. Ma se ho bisogno di costruire una casa o fare un esame clinico complesso, allora è un po’ più difficile saltare il medico o l’ ingegnere, perché le loro intermediazioni implicano competenze e conoscenze che non sono in grado di rimpiazzare da solo, nemmeno con l’ aiuto di un algoritmo….
È questo probabilmente il vero discrimine tra i sommersi e i salvati in questo mondo liquido e turbolento, il possesso di una competenza sofisticata.

In questo quadro, il politico dove lo mettiamo ?
Nell’ ultimo sciagurato venticinquennio, diciamo dall’ avvento della cosiddetta Seconda Repubblica, ci siamo abituati a sentire denigrare i cosiddetti “professionisti della politica”, gente che non ha mai lavorato in vita sua, mangiapane a tradimento, per limitarci al linguaggio forbito. Insulti spesso più che meritati, come dicevamo prima.
Ma qual’è il contrario di un professionista ? Un dilettante.
E questo spiega molte cose.
Fare le leggi o governare un Paese non è come passare gli articoli della spesa, è una cosa complessa e difficile, richiede conoscenze e competenze specifiche che non si improvvisano.
Bisogna studiare, e non solo i congiuntivi.

Ecco, ho la sensazione che alla base di tutto ci sia un fraintendimento del cosiddetto relativismo.
È vero che col tramonto delle grandi ideologie abbiamo perso fiducia nelle verità assolute, ma da questo non ne deriva necessariamente che tutto si equivalga.
In campo scientifico questo è molto chiaro: non esiste verità assoluta, ogni teoria vale fino a prova contraria, cioè fino a quando un esperimento non ne dimostri la fallacia. E tuttavia ogni nuova teoria che pretenda di prendere il posto della vecchia deve dimostrare di sapere spiegare tutto ciò che spiegava la vecchia, più quello che la vecchia non era in grado di spiegare. Può non essere vera in assoluto, ma è “più vera” della precedente. Ci vuole Einstein per spodestare Newton, ed astronomia o astrologia non sono la stessa cosa.

Fuori dal campo scientifico il discorso si fa più sfumato, la discrezionalità ha un certo spazio, è innegabile, ma neanche qui vale tutto. In ogni civiltà ed in ogni campo si sono affermati dei canoni condivisi, dei criteri estetici, nessuno ragionevolmente contesta la grandezza di Shakespeare o di Michelangelo o di Mozart, o sostiene che le antologie scolastiche dovrebbero essere composte da brani estratti a sorte e scaricati dalla Rete.

Il relativismo non è il passaporto per l’ arbitrarietà, piuttosto, per usare le parole di Franco Cordero, :significa patrimonio di idee, dubbio intelligente, cautela, ricerca onesta, umile riconoscimento dei limiti umani”. 

Sinistra, sconfitte, futuro, insomma un post fuori moda

Swim out on a sea of faces
Tide of the human races
Oh, an answer now is what I need…

La sinistra ha perso, se non si capisce questo non si capisce nulla di ciò che è successo negli ultimi anni.

Il grande movimento iniziato con la rivoluzione francese è stato  sconfitto dalle forze della restaurazione.

Non stiamo parlando qui di una tornata elettorale nel nostro disastrato paese, stiamo parlando di un movimento storico di respiro plurisecolare che ha coinvolto l’intero Occidente.

Ad onore del vero, dovremmo aggiungere che la sinistra ha recato in sé i germi della sconfitta fin dalla sua nascita, sotto forma di un’ immedesimazione di tipo religioso con le proprie idee, che hanno fatto presto a solidificarsi di conseguenza in ideologia.

Montagne diceva che occorre dare un valore davvero alto alle proprie idee se si è disposti ad arrostire vivo un uomo per esse, e questo è proprio ciò che è successo alla rivoluzione francese, immediatamente tramutata in Terrore, i roghi dell’inquisizione sostituiti da madame ghigliottina, giusto per fare diverso.

Per il resto, avere a che fare con qualcuno convinto di fare il bene dell’umanità non e poi così diverso dall’ avere a che fare con chi ritiene di fare la volontà di Dio. Todorov ha scritto pagine memorabili nel suo libro “Memoria del male, tentazione del bene” su questo male a fin di bene che ha prodotto le più grandi carneficine della storia umana. Non solo a sinistra, ovviamente, questo nemmeno occorre ricordarlo.

Ora, non è certo il caso qui di ripercorrere la parabola del “socialismo reale” dalla rivoluzione russa fino al crollo del muro di Berlino. Basta prendere atto, come si diceva all’inizio, che la sinistra ha perso e che il mondo d’oggi, più che post moderno lo potremmo definire il mondo della post sinistra.

Cosa resta di quel grande movimento partito con l’illuminismo e culminato al grido di “libertà, uguaglianza, fratellanza” ?

La democrazia certamente, quello è un valore che, in Occidente, nessuno mette seriamente in discussione. Eppure, le cose non sembrano funzionare bene, non sembra essersi davvero ricostruito quell’antico senso della “polis” che è alla base dell’ idea stessa di democrazia. Come mai ?

Max Weber aveva capito tutto già alla fine della 1a Guerra Mondiale, quando i totalitarismi del Novecento erano ancora di là da venire.

Che cosa aveva capito Weber ?

Aveva capito le conseguenze del suffragio universale applicato non più ad una polis ma ad una moderna nazione.

Per vincere le elezioni non basta più raccogliere qualche centinaio di voti, ne servono milioni, e questo è un obiettivo al di là della portata del singolo cittadino. Serve una macchina organizzativa presente su tutto il territorio. Cioè serve un partito.

Ma un partito non è un’ entità amorfa, un partito è diretto e controllato da un gruppo di persone. Ed ecco dunque la seconda diretta conseguenza: l’ oligarchia costituita dalle segreterie dei partiti. All’ interno di queste segreterie, emergono i leaders capaci di portare più voti, non quelli che portano più idee. Chi garantisce la vittoria elettorale controlla il partito, e chi controlla i partiti detiene il potere, punto.

È il Parlamento ?

Resta un luogo in cui, appunto, si parla e poi si vota, sulla base di quanto è già stato deciso nelle segreterie dei partiti.

Suona familiare ? A me parecchio.

La libertà è il valore che è probabilmente sopravvissuto meglio ai cataclismi, e talmente bene da essersi sdoppiata. Da un lato è divenuta spirito libertario, rivendicazione dei diritti individuali, dall’ altra liberismo, insofferenza per vincoli, barriere, regolamenti, tutte cose che, tramontate le ideologie, ancora oggi “sanno di statalismo” pur essendo, spesso, semplice buon senso. Certe guerre non fanno prigionieri, ed ecco che la disfatta storica della sinistra apre la strada alle liberalizzazioni, alla globalizzazione. I capitali (non le persone) possono circolare liberamente da uno Stato all’ altro, le merci (non le persone)  possono attraversare le frontiere senza pedaggi o dazi. Tra lo spirito libertario e quello liberista, è del tutto evidente chi abbia vinto. Un potere economico multinazionale è in grado di porsi al di sopra del potere politico di qualunque nazione, di condizionarlo e di non farsi condizionare. Oggi un’ azienda può stabilire la sede legale in un Paese, pagare le tasse in un altro, quotarsi in Borsa in un altro ancora, produrre da una parte e vendere da un’ altra, là dove trovi le condizioni più favorevoli per ciascuna di queste operazioni. Ogni riferimento alla ex Fiat è volutamente casuale.

Di fronte ad un potere economico globalizzato, la politica rimasta pateticamente locale (non vorremo certo considerare entità politica l’ Europa, vero ?) manifesta tutta la sua impotenza. Per non parlare poi del sindacato, il cui sforzo di internazionalizzazione mi pare infinitamente inferiore a quello, già tanto inadeguato, della politica. Di internazionale, praticamente, c’è rimasto solo l’ inno.

E così alle bellicose dichiarazioni, alle minacce di sciopero, le imprese multinazionali e globalizzate rispondono ormai con un’ alzata di spalle, e chi ancora sogna autunni caldi è ora che si compri il maglione.

Ma dei grandi valori che formano l’ ossatura della sinistra, la fratellanza è senza dubbio quello messo peggio. Quando la guerra è perduta e l’ esercito batte in ritirata, giunge l’ ora del “si salvi chi può”. Di fronte all’ erosione generale dei diritti, chi ancora ne ha se li tiene stretti e li difende coi denti, e tanto peggio per chi non li ha, fossero pure la maggioranza.

Che cosa è andato storto ?

Al fondo di tutto, io credo che la colpa storica della sinistra sia stata quella di avere sottovalutato il vero protagonista della modernità, dall’ Umanesimo in avanti: l’ individuo.

Sì, lo so, la battaglia per i diritti civili è parte del patrimonio storico della sinistra occidentale, ma che ne è stato di quei diritti nei Paesi del socialismo reale, là dove si provava a far funzionare l’ ideologia ?

Il principio di solidarietà ha piegato ai suoi voleri il principio di uguaglianza facendolo diventare principio di livellamento, di appiattimento, e dunque, non è difficile immaginarlo, di abbassamento visto che l’ appiattimento solo verso il basso può agire. Da ognuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni è uno slogan efficace, e del resto con le parole si riesce quasi sempre ad arrivare dove si vuole, ma che ne è di questo principio quando viene accolto nella mente di un “individuo” ?

Perché mai impegnarsi, dare il massimo, esprimere in pieno le proprie potenzialità se si è comunque destinati a non ricevere più di quanto spetterebbe comunque a chiunque altro ? E’ come partecipare ad una gara il cui regolamento prevede che le medaglie vengano equamente ripartite all’ arrivo tra tutti i partecipanti. Perché impegnarsi dunque, perché fare qualcosa in più di ciò che, con locuzione rivelatoria, si usa chiamare il “minimo sindacale” ?

Nella polis greca, là dove le nostre idee sono state concepite, l’ individuo quasi non esisteva, era la comunità ciò che contava, la polis appunto. E tuttavia la polis incoraggiava, e premiava, l’ eccellenza individuale, prometteva gloria imperitura, l’ immortalità addirittura, a chi si distinguesse per i servizi resi. Tutto il contrario dell’ appiattimento, l’ uguaglianza vera consiste ne far partire gli atleti in condizioni di parità, non certo nel livellarli all’ arrivo, e questo è stato forse il grande equivoco, quello che ha portato alle tetre società del socialismo reale, alla miseria generalizzata.

Raddrizzando l’ interpretazione dell’ uguaglianza, intendendola come “uguali opportunità” per tutti, ristabilendo la meritocrazia all’ arrivo, e dunque coniugando l’ uguaglianza con l’ individuo, si stimolano tutti a dare il meglio di sé, a realizzarsi, a fiorire liberamente. È l’ individuo il tassello mancante, quello che permette di accordare la libertà con l’ uguaglianza, di generare comunità orgogliose di se stesse e, aspetto non secondario, di generare la ricchezza necessaria affinché il terzo pilastro, la solidarietà, non resti puro esercizio di propaganda. So che è istintivo pensare che l’ apertura all’ individuo sia in realtà una resa al capitalismo di stampo liberista, cioè all’ ideologia dominante di oggi, ma è facile capire che non è la libertà individuale né la libera fioritura dell’ individuo lo scopo del liberismo capitalista, bensì il libero sfruttamento del medesimo senza regole né limiti.

La solidarietà, la vicinanza ai più deboli, è al centro del messaggio cristiano, eppure nella parabola dei talenti Gesù è molto chiaro nel mostrare che cosa si chiede a ciascuno: far fruttare i propri talenti al meglio delle proprie capacità.

Un “umanesimo di sinistra” dunque ? E’ quello che, ancora sulla suggestione di un testo di Todorov, cercavo di suggerire tempo fa. La lettura di una recente intervista rilasciata a Repubblica da Fausto Bertinotti,, che di certo ha tutti i titoli per impersonale la sinistra “dura e pura” del nostro Paese, sembra avere una curiosa assonanza, e per quello che mi riguarda, mi fa pensare che si tratti davvero della sola strada aperta al futuro.

… see it in a new sun rising
See it break on your horizon

C’era una volta un Paese

C’era una volta un Paese chiamato Italia. Anzi, a dire il vero ancora c’è, sempre che ci intendiamo sui termini, che di solito quanto più sono d’ uso comune e tanto più diventano scivolosi come gradini di marmo consunti.

Che cos’è un Paese ? Direi che è prima di tutto un’ “espressione geografica”, un territorio più o meno vasto, ininterrotto, considerato come un’ entità autonoma. Se accettiamo questa definizione, dunque, il Paese Italia c’è ancora, ha confini certi e stabili ormai da parecchio tempo, e soprattutto indiscussi, nessun territorio soggetto a controversie, nessuna disputa di confine. Il Paese Italia indiscutibilmente c’è, benché per una certa frangia dei suoi cittadini, questa non sia una buona notizia.

Oltre che un Paese, l’ Italia è uno Stato, e qui la materia si fa già più spinosa. Infatti uno Stato è fondamentalmente un’ istituzione, il risultato di un patto, di un contratto sociale tra i cittadini, un “oggetto sociale” lo chiamerebbe qualcuno. Le caratteristiche di uno Stato sono di essere indipendente (e qui ci siamo), centralizzato e coordinato tra le sue parti, e qui ci siamo assai meno perché le diversità di funzionamento della macchina statale tra le diverse regioni sono macroscopiche, e l’ impressione è che con la scusa del federalismo le differenze si siano pure accentuate, invece che ridursi, con gran gusto della frangia di prima.

Lo Stato è, etimologicamente parlando, “ciò che sta”, saldo e fermo, senza vacillare, e con le buone o con le cattive impone il rispetto delle regole a tutti i cittadini, indistintamente. E qui si vede subito che lo Stato italiano, altro che saldo, paurosamente vacilla, tra regole che valgono e non valgono, norme che si contraddicono, abusatori condonati, innocenti perseguitati, evasori scudati, inconsapevoli stangati, rei prescritti e reati depenalizzati, condanne indultate e reati amnistiati. Tutto opinabile, altro che incontrovertibile.

Lo Stato esercita (o dovrebbe esercitare) il monopolio della forza allo scopo di difendere i cittadini onesti, e nessun altro all’ interno del Paese può esercitare la violenza, e andate a raccontarlo a mafiosi e camorristi se siete capaci. Ma soprattutto, lo Stato è governato da un governo e amministrato da un’ amministrazione, una burocrazia che dovrebbe assicurare quell’ uniformità impersonale di cui si parlava prima. Ora, di governi in Italia ne abbiamo avuto (se non ho sbagliato il conto) 57 in 56 anni, non esattamente un miracolo di stabilità. Nello stesso periodo, per dire, in Germania i governi sono stati 22 ed in Gran Bretagna 14. Di burocrazia, invece, direi che non ce ne siamo fatta mancare, e fra le due cose un legame c’è, perché quanto più la politica è debole e tanto più l’ amministrazione, lasciata a se stessa diventa ipertrofica, autoreferenziale. Si allarga, si espande, si dilata, si moltiplica, diventando sempre più ossessiva, invadente ed al tempo stesso inefficiente. Tutto viene in mente al burocrate fuorché il fatto che il cittadino che a lui si rivolge è in ultima istanza il suo datore di lavoro.

Insomma, possiamo concludere che anche lo Stato italiano, oltre al Paese, esiste, benché il più delle volte non ci sia tanto da vantarsene. Oggi la rete consente di sapere facilmente come gli altri ci vedono, e cosa pensano di noi. Siti per espatriati, blog di studenti stranieri, guide al “living in Italy” sono concordi nel dire che l’ amministrazione pubblica in Italia scoraggerebbe pure Kafka, e che l’ Italia, pur essendo un buon Paese dove vivere, non è un posto dove si possa fare conto sulle infrastrutture. Sullo Stato.

E che dire infine della Nazione Italia ? Esiste o no ?

Nazione è un concetto serio, altro che storie. Nazione vuol dire comunità. E benché Stato e Nazione vengano spesso usati come sinonimi, in realtà sinonimi non sono, se esistono nazioni senza Stato (per millenni lo sono stato gli ebrei, oggi lo sono, ad esempio, i curdi), e Stati che ospitano più nazioni (fiamminghi e valloni in Belgio, ad esempio, o la Gran Bretagna che riunisce inglesi, scozzesi, gallesi e parte degli irlandesi). Nazione viene da “nascere”, è l’ insieme delle persone nate in un certo Paese, e comunità viene da “munus”, dono o debito, per significare che in una comunità tutti hanno legami reciproci di dare e avere. C’è il senso del noi nel concetto di nazione, qualcosa che unisce le persone, che sia lingua, storia cultura, mito, religione, etnia, tutto fa brodo, non ci sono ricette fisse, basta che ci sia qualcosa a fare da collante, e che funzioni. La Svizzera è indiscutibilmente una nazione da secoli, benché abbia quattro lingue, ed anche gli Stati Uniti sono indiscutibilmente una nazione, pur essendo multietnici per eccellenza. Nel loro caso è la Costituzione a fare da collante, tanto che al momento di acquisire la cittadinanza americana, due sono gli esami da superare: conoscenza dell’ inglese e conoscenza, appunto, della Costituzione americana. Non gli serve sapere altro.

E l’ Italia ? Cosa tiene insieme l’ Italia ?

Qui il discorso si complica, l’ idea di nazione è affine a quella di società, una comunità regolata da usi, costumi, tradizioni quelli che gli antichi chiamavano “mores” e da cui trae origina la parola “morale”. Insomma, c’è una nazione se c’è un collante dello stare insieme, se c’è una comunanza di cultura, religione, usi, costumi, tradizioni, una comunanza etica, se vogliamo usare questo termine impegnativo, un modo di intendere il mondo e la vita.

Tutto questo è chiaro non appena cerchiamo di farci un’ immagine mentale di cosa intendiamo per “nazione tedesca”, o “nazione francese” o “nazione americana”. Quello che ci viene in mente sono sempre valori, stereotipati, forse, ma pur sempre valori condivisi che vanno dal “liberté egalité fraternité” a ”Dio, Patria e torta di mele”, magari. Sappiamo, o almeno pensiamo di sapere cosa si intenda per “american way of life” o quando si dice “fare le cose alla tedesca”.

Che vuol dire allora “all’ italiana” ? Cosa viene in mente a chi cerchi di farsi un’ immagine della nazione italiana ? Anche qui, basta farsi coraggio e azzardare un giro per la Rete. Per quanto gli italiani appaiano a chiunque gente generosa ed ospitale, il giudizio complessivo è impietoso: istintivi e disorganizzati, anarchici, immorali, edonisti, ritardatari cronici, mammoni. Furbi certamente, e specialisti dello scaricabarile. Creativi, certo, spesso persino geniali, se presi uno alla volta, ma nel loro complesso gente poco responsabile, a cui non affideresti nessuna faccenda importante che ti riguardi. Stereotipi anche questi ? In certa misura sì, certo, ma è come se l’ essenza della nazione italiana venisse universalmente percepita proprio come il suo non essere nazione, la mancanza di una responsabilità collettiva (e spesso anche individuale).

Sulle origini storiche di questa sindrome ci sarebbe troppo da dire. Prescindendo dall’ antica Roma, si deve riconoscere che l’ Italia fu una delle prime “Nazioni”, così definita negli atti del Concilio di Costanza a metà del Quattrocento. Una lingua comune, una letteratura, un’ arte che fra il Quattrocento ed il Cinquecento furono la meraviglia d’ Europa.

Che è successo, dopo ? Qualcuno dà la colpa alla Controriforma, al ripiombare sotto l’ ala protettiva ed asfissiante, ma anche de-responsabilizzante, della madre Chiesa, e della sua morale gesuitica. Altri dicono che l’ Italia perse l’ occasione di diventare Stato-Nazione come Francia, Spagna, Inghilterra, Olanda e rimase bloccata, frantumata e terreno di caccia per le potenza straniere.

Troppo lungo addentrarsi nel discorso, ho già abusato della pazienza dei viandanti. Come che sia, di mancanza di “spirito nazionale” parlava ancora Leopardi nel suo celebre “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani” nel 1824.

“Il popolaccio italiano è il più cinico di tutti i popolacci. “

“Gli usi e i costumi in Italia si riducono generalmente a questo, che ciascuno segua l’uso e il costume proprio, qual che egli si sia.”

Non molti anni dopo giungerà il Risorgimento, e con esso la sospirata unità politica. Ciononostante, centocinquant’ anni dopo, un critico come Montanelli ripeterà più o meno gli stessi concetti.

“Anche quando avremo messo a posto tutte le regole, ne mancherà sempre una: quella che dall’interno della sua coscienza fa obbligo a ogni cittadino di regolarsi secondo le regole.”

” un gregge di pecore indisciplinate che credono di affermare il loro ribelle individualismo non rispettando il semaforo rosso”

È questa, null’ altro che questa, l’ eterna “questione morale” che da secoli ormai ci sta davanti, e della quale  non riusciamo a venire a capo, oggi meno che mai.

E se avesse ragione Bruto ?

“C’è una marea

nelle cose degli uomini, che presa

quando è alta, conduce alla fortuna;

perduta questa, tutto il viaggio della vita

è confinato in secche e sventure.”

W. Shakespeare – Giulio Cesare,  IV, 3

Sui recenti avvenimenti politici italiani tacere è bello, concedendosi al massimo qualche citazione (“E’ questo il modo in cui finisce il mondo / non già con uno schianto ma con un lamento” – T. S. Eliot, oppure “La Storia si ripete sempre due volte, la prima volta come tragedia, la seconda come farsa” – K. Marx). Non stupisce tuttavia che, in circostanze che ormai tendono a ripetersi, venga sistematicamente evocata l’ Ombra del Tradimento. Conseguentemente, a seconda dello status del tradito nella percezione dei commentatori, l’ archetipo vuole che si invochi Giuda nei casi più radicali, e Bruto (figlio mio) come stadio diciamo così intermedio.

Per carità, con gli stereotipi non si discute, soprattutto se si sono stratificati nei secoli dei secoli. Dante, per dire, scaraventa i traditori nel buco più profondo dell’ inferno, quello più vicino a Satana, riserva com’ è ovvio la “pole position” al fuoriclasse Giuda, e chi ci mette vicino ? Neanche a dirlo.

“De li altri due c’ hanno il capo di sotto,

quel che pende dal nero ceffo è Bruto

vedi come si storce, e non fa motto !

e l’ altro è Cassio, che par sì membruto”.

Cesare, da parte sua, sta nel Limbo come Virgilio, perché chi abbia vissuto prima di Cristo all’ Inferno evidentemente ci può andare benissimo, se lo merita, in Paradiso invece no. Una logica un po’ curiosa, ma lasciamo stare.

Ora, su Giuda, benché lui abbia tentato di dare una sua versione dei fatti, dicendo di avere eseguito gli ordini, non è lecito discutere. Stia lì a farsi masticare. Cassio, per parte sua, sembra essere caduto nell’ oblio, sarà il nome poco eufonico, ma non viene più citato, nemmeno a titolo di ingiuria, “Traditore ! Sei come Cassio !” non s’è mai sentito, e dunque sorvoliamo. Resta Bruto, vittima da quasi duemila anni di un’ autentica macchina del fango.

Cominciamo con la storia del “fili mi”, che neppure è sicuro che Cesare abbia davvero pronunciato. Bruto non era affatto figlio di Cesare, e neppure era stato adottato. Tutte maldicenze. Bruto era un “ottimate” cioè apparteneva al partito aristocratico e conservatore. Era uno di destra, insomma, ma una destra nobile, all’ inglese, un po’ snob persino. E conseguentemente si era schierato dalla parte di Pompeo ai tempi della guerra civile contro Cesare. Conclusasi questa con la disfatta di Pompeo a Farsalo, Bruto accettò la sconfitta e scrisse a Cesare chiedendo di mettersi al suo servizio.

Disdicevole ? Può darsi, ma va detto che Bruto non per questo rinnegò le sue convinzioni, continuò a sostenerle apertamente anche di fronte a Cesare, che per questo lo rispettava. Ripensate adesso alla politica italiana nel passaggio alla cosiddetta Seconda Repubblica e sappiatemi dire.

Adesso occorre fare un po’ di attenzione alle date.

La sconfitta di Pompeo è del 48 a. C., e già l’ anno precedente, nel corso della guerra, Cesare aveva ottenuto i poteri di “dittatore”. Era questa una carica prevista dall’ ordinamento della Repubblica Romana in casi di assoluta emergenza e pericolo, e per una durata massima di sei mesi. Tutti ricordano la storia di Cincinnato, giusto ? Ecco, era una carica pensata quel tipo di circostanze, fu dittatore per esempio Quinto Fabio Massimo (il “temporeggiatore”) nel momento più drammatico delle guerre puniche, quando tutto sembrava perduto.

Diciamo però che, nell’ ultimo secolo, prima di Cesare l’ unico ad essere proclamato dittatore era stato Silla, e non era un bel precedente, soprattutto per Cesare stesso, che in quel momento aveva seriamente rischiato la pelle. La dittatura di Silla, come che sia, era durata solo un paio d’ anni, nonostante che lui se la fosse fatta prorogare a vita.

Cesare invece, a quanto pare ci prese gusto, e dopo avere allungato la durata standard da sei mesi a un’ anno nel 48, l’ anno successivo la fece portare a dieci anni, tanto per non perdere troppo tempo coi rinnovi, ed infine la ottenne anche lui “a vita” (perché Silla sì e Cesare no, deve aver pensato, naturalmente in terza persona).

Era il 44 a. C., dunque, l’ anno fatale, e Cesare era dittatore già da cinque, un fatto senza precedenti dalla fondazione di Roma. La sua statua campeggiava accanto a quella dei re, il suo seggio in senato era d’ oro, lui nemmeno si alzava in piedi quando entravano i senatori, nel Foro aveva fatto collocare una statua equestre di Alessandro Magno che a giudicare dai lineamenti del volto pareva essere il suo fratello gemello…

Roma era ancora una Repubblica ?

È pur vero che Cesare sempre, e con veemenza, rifiutò l’ appellativo di re, ma essendo tutt’ altro che sciocco, deve aver pensato che in fondo non aveva nessun bisogno di una corona. Nei fatti, sovrano di Roma lo era già. E dunque, era difficile dare torto a chi sosteneva che Cesare stava lentamente uccidendo le istituzioni repubblicane e si accingeva a diventare un tiranno.

L’ idea della congiura, a quanto pare, fu di Cassio, del resto non era un’ idea originale. I politici in ogni epoca si sono spesso accoltellati fra loro, però a quei tempi la cosa era intesa in senso strettamente letterale. E Bruto, che si vantava di discendere dall’ omonimo Bruto protagonista della cacciata di Tarquinio il Superbo, come poteva non sentirsi ribollire il sangue ? Ciò che il suo antenato aveva conquistato stava per essere nuovamente perduto, a meno che lui non intervenisse.

C’è anche da dire che, dopo il delitto, a differenza di molti altri, Bruto non perse la testa, non fuggì, non si nascose, e cercò persino di convincere il popolo romano che aveva fatto bene, che l’ uccisione di Cesare era un atto necessario per salvare le istituzioni, nell’ interesse di tutti.

Ma gli andò male.

Da un lato, io sospetto che le sue mai rinnegate tendenze aristocratiche non lo rendessero particolarmente simpatico al popolo; per di più venne fuori la storia del testamento. Cesare era stato un populista ante litteram, abilissimo nel sedurre la gente e portarla dalla sua parte, e per di più nel testamento davvero si ricordò del popolo, e generosamente, il che rese ancora meno simpatici i suoi assassini.

Shakespeare nel “Giulio Cesare” traccia una superba ricostruzione dei momenti che seguirono l’ omicidio, ricostruzione che culmina nei discorsi pubblici, e qui mostra con straordinaria maestria come il popolo venga prima affascinato dalle parole di Bruto, e poi da quelle di segno opposto di Marco Antonio. Quest’ ultimo, con finta sbadataggine, sfodera appunto il testamento, e lì per i congiurati è davvero finita. Mai, mai e poi mai parlare per primo in pubblico, soprattutto se dopo di te c’ è Marlon Brando.

L’ ultima e definitiva sfortuna di Bruto fu la comparsa di Ottaviano, lui sì figlio adottivo di Cesare, ma soprattutto un tipetto che a diciotto anni era già scafato come e più del patrigno, e lo dimostrò riuscendo là dove persino Cesare aveva fallito: con una sfilza di guerre civili si sbarazzò uno per volta di tutti coloro che potevano ostacolarlo, amici o nemici che fossero, fino ad ottenere il potere assoluto. Augusto Imperatore. Roma era finita dalla padella nella brace.

Eppure Bruto, con un po’ più di fortuna, sarebbe passato alla storia come l’ eroico tirannicida che aveva salvato la Repubblica dei padri.

Shakespeare, che si capisce bene da che parte stia, mette in bocca a Marco Antonio parole di grande rispetto nei confronti dell’ avversario sconfitto:

“Questo era il più nobile di tutti i romani (…). La sua vita era gentile e gli elementi così mischiati in lui che la Natura poteva alzarsi e dire a tutto il mondo: <Questo era un uomo !>”

E non aveva neppure torto lo stesso Bruto quando, come racconta Plutarco, si lamentava del fatto che la virtù può fare poco contro la sorte:

“O virtù miserabile, eri solo una parola nuda, ed io ti adoravo come se tu fossi vera; ma tu eri schiava della sorte”.

Sfortuna, ecco tutto.  Solo sfortuna e cattiva pubblicità.

Insomma, prima di paragonare uno qualsiasi dei nostri politici a Bruto detto “fili mi”, per favore pensiamoci su. E dopo, magari, troviamo un altro esempio.

L’ autunno arabo

Finirà come in Algeria, temo. Forse qualcuno si ricorda.

Era il 1991, alle elezioni avevano vinto gli integralisti islamici ed i militari decisero di prendere il potere con un colpo di stato prima di ritrovarsi in una repubblica islamica. Seguirono dieci anni di guerra civile, terrorismo, attentati. Adesso la storia pare ripetersi in Egitto.

La cosa poteva non piacere, c’ erano ottime ragioni perché non piacesse, ma in Egitto i Fratelli Musulmani (o più precisamente quelli del partito “Libertà e Giustizia”) avevano vinto le elezioni, e Morsi era diventato presidente per via democratica, il che in Egitto non era mai accaduto prima. Né il risultato era particolarmente sorprendente, per chi avesse un po’ di pratica di Medio Oriente. Per cinquant’ anni in Egitto la Fratellanza si era, come si usa dire, radicata nel territorio, costruendo un’ organizzazione capillare nonché una rete di solidarietà negli anni bui dei regimi autoritari, un’ organizzazione con la quale i volenterosi giovani di Piazza Tahir non potevano sperare di competere.

Molti (me compreso) avevano persino immaginato che i Fratelli Musulmani fossero il minore dei mali, potessero agire come punto di tenuta del sistema, forza “moderata” in grado di arginare gli estremisti islamici evitando così di dare pretesti ai militari per intervenire. In fondo, anche nei periodi più difficili, avevano sempre rifiutato ogni forma di lotta armata ed il ricorso al terrorismo.

Purtroppo, Morsi si è rivelato subito inadeguato al ruolo delicatissimo a cui era chiamato, si è comportato in modo prepotente, arrogante persino, e con poco senso di responsabilità e senza alcuna visione strategica. Ignorando il semplice fatto che l’ economia egiziana vive dei sussidi americani e non solo, ha tirato la corda su molti fronti fino ad osare l’ inosabile: prospettare un possibile avvicinamento all’ Iran.

Qui bisogna ricordare che in Medio Oriente l’ Egitto non è un Paese come gli altri, è grande e popoloso, è quello con le istituzioni più consolidate e stabili, senza contare che è la chiave di volta dell’ equilibrio con Israele. È del tutto ovvio che un asse Teheran-Cairo, passando magari per la disastrata Siria, rappresenti l’ incubo delle grandi e ricche nazioni arabe sunnite, in particolare dell’ Arabia Saudita, oltre a rappresentare una minaccia mortale per Israele ed un notevole grattacapo per gli Stati Uniti che di Israele sono lo sponsor principale.

Il rischio di una reazione era grande, insomma, e facilmente prevedibile, moniti, avvertimenti e velate minacce non erano mancate, ma Morsi non se ne era dato per inteso, arrivando ad auto-attribuirsi per decreto poteri inappellabili.

Detto questo, rimane il fatto che Morsi aveva vinto legittimamente le elezioni.

E l’ Occidente si trova una volta di più nell’ imbarazzo di aver salutato festosamente la nascita di una democrazia per scoprire subito dopo che la democrazia è fragile e vulnerabile, sempre esposta al rischio di consegnare il potere a chi democratico non è. Non che sia una gran scoperta, lo diceva già Platone.

Antidemocratico nei suoi atti ma eletto democraticamente, Morsi è stato deposto con un vero e proprio colpo di Stato militare (pateticamente definito da qualcuno “golpe democratico”, che è un interessante esempio di ossimoro conciliante, secondo la definizione di Umberto Eco). Un tale intervento, benché ufficialmente sconfessato, non penso possa essere stato condotto senza quanto meno il tacito assenso dell’ America, se non altro per assicurarsi il mantenimento del già citato supporto finanziario.

Gli eventi di questi giorni dimostrano che, nonostante la gestione del potere da parte dei Fratelli abbia scontentato gran parte degli egiziani, il consenso popolare non era veramente scomparso, e la sanguinaria reazione dei militari non potrà che accrescerlo. Persino la clandestinità non potrà che accrescere la simpatia per il movimento, che del resto in clandestinità ha trascorso gran parte della sua storia.

In tutto questo, ciò che appare davvero dissolto nel nulla è il movimento di Piazza Tahir, quei giovani e meno giovani libertari, laici, democratici che hanno dato origine alle tante “primavere” e che in tutti i Paesi “liberati” dalla tirannide sono stati incapaci di organizzarsi in partiti, aggregando laici e moderati, che in tutto il mondo arabo certo non mancano.

E, del resto,  bisogna constatare che anche nei paesi occidentali i vari movimenti popolari di protesta, indignados, girotondini, occupatori di Wall Street e simili, non sono stati in grado di traghettare se stessi dalla protesta di piazza (reale o virtuale che sia) all’ azione politica vera e propria. Il motivo ha probabilmente a che fare con il sottofondo individualistico e tendenzialmente anarchico su cui questi movimenti sono nati, una moltitudine che non riesce a farsi massa e dunque “pesare”.

La Rete è preziosa per organizzare la protesta, ma funziona assai meno sul piano della politica attiva, le difficoltà dal movimento di Grillo ne sono una convincente dimostrazione, anche in casa nostra.

Disumano, anzi no

disumano‹di·ṣu·mà·no›agg.

Privo di ogni senso di umanità, spietato, bestiale:
ferocia, violenza d.
è d. trattare qcn. a quel modo Che non ha o non conserva nulla di umano:
dolore d.
urli d.

( dizionario italiano di WordReference)

Non si dovrebbe mai usare il termine “disumano”, ecco tutto. Mai. Proibirlo proprio, bisognerebbe, che  quando lo sento mi arrabbio.

Ogni volta che qualcuno fa ricorso a questo termine, puoi tenere per certo che sta parlando di comportamenti che sono esclusivamente umani, a proposito dei quali dovremmo essere citati per diffamazione dalle bestie.

Si adoperano termini come “disumano” e “bestiale” quasi sempre a proposito del male, cioè del prodotto della libertà, cioè della cosa più umana che esista. Il male gratuito è solo umano perché solo umana è la scelta di esercitarlo oppure no. Ed il male è tanto più umano quanto più è estremo, perché proprio nella mancanza di ragionevolezza, di misura, di motivazione, di giustificazione, proprio in questo manifesta la sua origine arbitraria, cioè radicata nel libero arbitrio. Al pari della bontà senza compromessi e della generosità senza tornaconto, ovviamente.

L’ uomo e’ tra i pochissimi animali che uccidono i propri simili, ma è assolutamente l’ unico capace di farlo su larga scala, o senza ragione. Poi, gli etologi spiegherebbero che la specie umana ha poche inibizioni alla violenza intraspecifica, un uomo a mani nude fatica molto ad uccidere un suo simile, a differenza di un leone o di un rapace, e dunque l’ umanità non ha elaborato tabù “genetici”, ma solo culturali al riguardo. Va bene, sarà. Però…

“Il punto scabroso è che uccidere il proprio fratello non appartiene al mondo animale, ma al mondo umano. (…) Il crimine non è infatti la regressione dell’ uomo all’ animale – come una cattiva cultura moralistica vorrebbe farci credere – ma essa esprime una tendenza propriamente umana.”  (M. Recalcati, Repubblica 5/5/13).

Propriamente umana, che ci piaccia o no, serial killers in testa.

E certo è che l’ infanzia non è al riparo dal male estremo, non lo è mai stata. Tutt’ altro.

Basta ritornare al mito, la narrazione del mondo prima del governo della ragione, per rendersi conto di quanto spesso il male sia stato esercitato sui bambini per colpire gli adulti. Basta pensare a Medea che uccide i propri figli per punire Giasone, ma ancora di più viene alla mente il ciclo miceneo.

Tantalo uccide, smembra e serve a banchetto agli dei il proprio figlio Pelope solo per vedere se gli dei se ne accorgono (se ne accorgono). I figli di Pelope stesso, Atreo e Tieste si combattono senza esclusione di colpi, il primo sottrae il regno al fratello, il secondo gli seduce la moglie. Allora Atreo uccide i figli di Tieste e glieli serve in tavola, culmine del banchetto l’ ingresso del vassoio con le teste dei bambini.

Il Sole inorridito indietreggia, raccontano i mitografi. Il Sole, non gli uomini. Tieste fugge, commette incesto con la propria figlia e genera con lei Egisto, che ucciderà Atreo ed il figlio di lui Agamennone dopo avergli sedotto la sposa, e così via…

Non si facevano mancare niente, nei miti.

Altri tempi ?

L’ immagine qui sopra è tratta dal bellissimo film d’ animazione “Valzer per Bashir”, che racconta il massacro di Sabra e Chatila, anno 1982. “In un giardino, i corpi di due donne giacevano su delle macerie dalle quali spuntava la testa di un bambino. Accanto ad esse giaceva il corpo senza testa di un bambino. Oltre l’angolo, in un’altra strada, due ragazze, forse di 10 o 12 anni, giacevano sul dorso, con la testa forata e le gambe lanciate lontano”, scrisse l’ inviato del Washington Post entrato a Shatila due giorni dopo.

Un rapporto delle Nazioni Unite denuncia che in Siria, oggi, anno 2013, i ribelli usano soldati bambini, l’ esercito regolare li cattura, li sevizia e li mette sui carri armati a fare da scudi umani.

Che ne penserebbe Ivan Karamazov , che affermava: «Io credo che se il diavolo non esiste e se, quindi, è stato l’uomo ad inventarlo, questi l’ha creato a sua immagine e somiglianza» ?

Umano, TROPPO umano, il male radicale.