Il giorno che imparai a respirare


Il giorno che imparai a respirare non fu neppure un giorno speciale.

Era una bella giornata di sole, il cielo azzurro di primavera, una bella giornata davvero, questo va detto, ma niente di veramente memorabile, quello che davvero rese la giornata speciale fu il fatto di sentire il mio respiro.

La vita spesso non è che un lungo rispondere agli altri, far fronte ad un carico infinito di aspettative da non deludere, che cominciano da quando sei bambino. Anzi, già prima se vogliamo, nel momento in cui nasci, in quel preciso momento ti trovi già sulle spalle la faccenda del peccato originale, devi essere redento. E la redenzione, si capisce, non è nelle tue mani, ti serve niente di meno che un sacramento per cancellare gli effetti di questo peccato originale in cui hai per qualche motivo l’ impressione di non entrarci per nulla.  Oggi nemmeno te ne accorgi, piccolo di pochi giorni, di quello che succede, ma un tempo dovevi proprio entrare nel fiume con le tue gambe, e farti mettere la testa sotto l’ acqua, giusto per dire gli estremi di sottomissione richiesti al battezzando. Da neonato non ti accorgi, ma dopo sì. Sottomissione.  Ubbidienza.

Il sistema non ti molla più, un sacramento tira l’ altro, catechismo dopo catechismo, per non parlare poi delle aspettative su cui è costruito l’ intero sistema scolastico.

E l’ istituzione familiare dove la mettiamo ? La gioia di mamma e papà, il bastone della loro vecchiaia, che brillante futuro ci farà vedere questo ragazzo, mica come noi che non abbiamo avuto fortuna nella vita.

Roba bella forte, questa.

Aspettative su aspettative, il futuro aumenta sempre più di peso, schiaccia, toglie il fiato, a vent’ anni e pure dopo. Soprattutto se hai l’ oscura sensazione che non riuscirai mai e poi mai a dimostrarti all’ altezza di cotante aspettativa, qualunque cosa fatta e qualunque traguardo raggiunto, qualunque sfida superata, servono solo ad alzare ancora di più l’ asticella. Non basta mai, non basta mai.

Il brillante futuro incombe, le promesse da mantenere, non importa se non sei stato tu a farle, quelle promesse, in fondo anche il peccato originale non l’ avevi commesso tu, ti ricordi ? Reputazione, reputazione da mantenere.

Ed allora la strada è segnata, da figlio a studente modello a fidanzato impeccabile, marito e padre modello, il sistema non prevede crepe né difetti.

Chi te lo fa fare? Nessuno e tutti. È un complesso di imposizioni introiettate, divenute autoimposizioni, si diventa negrieri ed aguzzini di se stessi.

Da giovani la vita la si immagina come un “do ut des”, sembra brutto dirlo così, ma una specie di contabilità mentale esiste davvero,  a comportarsi bene ci si aspetta una ricompensa, la si pretende se non arriva. In questa o nell’ altra vita, ha pur da esserci essere una specie di redistribuzione dei profitti in base ai meriti.

Ha da esserci ? Ma chi lo dice ?

La vita non è affatto cartesiana, non è retta dai principi contabili della partita doppia, i conti di solito non tornano in pareggio, è per quello è bello credere in una rivincita nell’ aldilà.

Può persino succedere che chi più dà meno riceva e chi non dà affatto riceva moltissimo, tanto che a queste cose ci si dovrebbe fare l’ abitudine, non farci neanche più caso, no ?

No. Proprio no.

Piegare la vita alle aspettative altrui non è come metterla in mano a questi altri, quell’ unica piccola vita ?

Il giorno che imparai a respirare la vita me la ripresi.

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20 commenti su “Il giorno che imparai a respirare

  1. redpasion ha detto:

    che ne penso? che è proprio bello leggerti

    ma è così?

  2. Egle1967 ha detto:

    Sto imparando Melo e il giorno in cui respirero’ a pieni polmoni la mia vita sara’ un giorno pieno di sole…o forse no, ma che importa? In fondo sto passando questi ultimi anni a fare solo questo, perche’ c’ e’ da dire che un po’ di fatica se ne fa…che mica e’ cosi’ semplice….
    Bello quello che hai scritto, come sempre!
    Ciao!

  3. primovolo ha detto:

    Trovare un modo buono per riprendersi ciò che il contesto ci scippa ancor prima che nasciamo è molto difficile. Molto. Bisogna un po’ liberarsi dal contesto. Credo che un buon modo sia capire bene e a fondo che cosa sarebbe la nostra esistenza se riuscissimo a seguire una strada libera dalle aspettative altrui nei nostri confronti. Credo che una volta capito questo, bisogna poi capire quali sono le nostre reali, sincere aspettative personali nei confronti di noi stessi. E in fine, ci si riprende il “mal tolto” con il coraggio di non mentire a noi stessi e agendo esattamente secondo le nostre personalissime aspettative. Questo spesso richiede la rinuncia a qualcosa, spesso a degli affetti. Sono tre passi che qualcuno riesce a fare in tempo utile per vedersi vivere abbastanza da poter dire di non essere esistito invano, di aver realmente cercato di darsi un senso. Sono tre passi che abbiamo pochissimo tempo per fare e che se non si fanno, secondo me, è un gran peccato… un po’ come aver fatto un viaggio senza essere mai arrivati da nessuna parte. Per viaggiare arrivando davvero da qualche parte, bisogna avere una gran forza e un gran coraggio, mi sa.

    • melogrande ha detto:

      L’ affetto vero vuole la crescita di ciò che ama.
      Se ne pretende la costrizione, il confinamento, la riduzione, allora è un affetto a cui è assai meglio rinunciare.

      • primovolo ha detto:

        E’ giusto ciò che dici, penso; e tuttavia affrontare se stessi e andare incontro alle proprie aspettative sembra essere più facile se sostenuti dagli affetti. Ma come dici tu, se questi affetti sono inzuppati di egoismo, diventano zavorra e forse non si può nemmeno più parlare di affetto, forse è qualcos’altro e comunque sia, non è possibile affidarsi a nessuno per realizzare ciò che siamo. In questo consiste la nostra personalissima solitudine. Quella della quale non ci si libera mai; tanto vale imparare a farsela amica, procedere senza aspettative che vadano oltre alle nostre personalissime possibilità, quelle che vivendo si impara a conoscere. Che non si smette mai di crescere, non si dovrebe smettere mai.

      • marilina ha detto:

        Tuo padre e tua madre con immenso affetto hanno solo sperato nella tua crescita ,indipendenza anche a costo di rinunciare a te. La lontananza di un figlio è un grande dolore.Solo la speranza che il dolore serva a qualcosa( ” è questo quello che vuole! “) ti sostiene. Avresti potuto fare una bella carriera universitaria a Palermo ma te ne sei voluto andare. Che dovevano dire i tuoi genitori. La mamma piangeva, papà sperava in un futuro migliore.

        • melogrande ha detto:

          La crescita ed il distacco vanno sempre insieme, sono due facce della stessa medaglia.
          Per qualcuno avvengono prima, per qualcuno dopo.
          Per qualcuno, mai.

  4. guido mura ha detto:

    Di certe contabilità è meglio non fidarsi; però succede che qualcuno desideri ricambiare quello che vuoi e che riesci a dare: non è matematico, ma succede. Basta ricordarsi che nulla è dovuto, ma l’autostima è comunque importante e ci retribuisce piuttosto bene. In fondo, più che rispondere agli altri, si risponde a se stessi.

    • melogrande ha detto:

      Può persino succedere che chi desidera ricambiare giudichi ciò che è buono per te nel suo sistema di riferimento e non nel tuo, e trovi curiosa la mancanza di apprezzamento …

  5. Anna Laura ha detto:

    Meglio soli…fino a che non si recupera l’amore per se’ che era stato in qualche modo calpestato.
    Respirare è bello….

  6. shappare ha detto:

    Adoro questo brano e adoro i REM!! grazie, sempre profondo e mai pedante

  7. capehorn ha detto:

    Visto che dobbiamo fare i conti sempre con qualcuno, siano gli altri, noi stessi o Dio, per chi crede, parrebbe che quel respiro sia lontano nel tempo e nello spazio.
    Eppure penso che di sentirsi respirare, ce ne siano di occasioni. Soprattutto quando riesci a realizzare cose, rispettando quei principi nei quali sei stato allevato e in qualche misura ne hai elaborato peronalmente i fondamenti, adattandoli alla tua personale sensibilità. Senza per questo piegarli al capriccio, piuttosto adattandoli come un buon paio di scarpe, con le quali sai di dover fare tanta strada.
    Personalmente con i conti sono una schiappa e non so se sono in perdita o in attivo. Sicuramnete riuscire a pareggiare sarà un successo. Peccato che sia l’effimero di un momento, visto che appena dopo la vita ci impone una scelta, una decisione.
    Ci sbatte in faccia un futuro di cui nulla sappiamo e ricominciano i tentativi di vita.

    • melogrande ha detto:

      Non ti preoccupare, cape, ci sarà qualcuno che sta tenendo i conti, o forse no.
      Se c’è, speriamo nella sufficienza e che ci sia un buon posto dove bere qualcosa, non necessariamente un caffé Lavazza.
      😀

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