Di mussole, assiri e mesopotami moderni

 

Forse non tutti sanno  (io ad esempio non lo sapevo) che la mussola, quel tessuto leggero come una garza, le gentili viandanti ne sapranno assai più di me, e l’ affine mussolina, devono il loro nome – nientemeno – alla città irachena di Mosul.

Sì, proprio Mosul, la roccaforte dello Stato Islamico che l’ esercito iracheno sta da un po’ tentando di riconquistare.

Da lì, nel XVII secolo, arrivò in Europa questo tessuto prezioso e raffinato che ebbe un gran successo. Pare che Maria Antonietta ne fosse entusiasta.

Arrivò dunque in Europa da Mosul, dicevamo, anche se pare che a Mosul fosse arrivata dall’ India o da più lontano ancora. Così come il tessuto che noi chiamiamo “damasco” era arrivato assai prima dalla Siria, ma era in realtà originario della Cina. Già, la via della seta…

Il fatto è che il Medio Oriente è stato per tanti secoli il punto di passaggio del commercio con l’ Occidente, ed i veneziani ne sanno qualcosa.

Stiamo parlando del Seicento, per quanto riguarda la mussola, ma a quei tempi Mosul era già una città millenaria, che aveva già manifestato una certa propensione a mettersi nei guai per motivi religiosi, essendo nota nel VI secolo come roccaforte degli eretici nestoriani.

Ora, se mille anni vi sembrano pochi, sarà utile ricordare che Mosul sorge sul territorio della biblica Ninive, che fu capitale del regno assiro più o meno al tempo della fondazione di Roma. Una città superba, bellissima, la residenza di Assurbanipal, tanto per farsi un’ idea. In quanto capitale assira ovviamente non stava tanto simpatica agli Ebrei, ragione per cui la Bibbia contiene profezie assai malevole sul suo conto.

Ninive è come una vasca d’acqua agitata

da cui sfuggono le acque.

“Fermatevi! Fermatevi!” ma nessuno si volta.

Saccheggiate l’argento, saccheggiate l’oro,

ci sono tesori infiniti, ammassi d’oggetti preziosi.

(…)

Allora chiunque ti vedrà, fuggirà da te

e dirà: “Ninive è distrutta!”. Chi la compiangerà?

Dove cercherò chi la consoli? 

(dal Libro di Naum)

Il profeta è stato preso assai in parola, temo.

Insomma, Mosul ha avuto un passato storico più che ragguardevole. Ma, per gli incontentabili, si può tranquillamente aggiungere un’altra manciata di millenni. Dal sito di Ninive si sono tratti reperti che risalgono al 6.500 a. C., una vertigine temporale. Del resto, questa è la Mesopotamia, no ? (E del resto, cos’ altro vuole dire Siria se non “Assiria” ?)

La Mesopotamia in senso stretto, cioè l’ odierno Iraq, io l’ho girata in lungo e in largo, un po’ di anni fa, e ne avevo dato conto. Avevo visitato Erbil, la città sumera non meno antica di Ninive, che è riuscita più o meno a tenersi fuori dai guai, ed avevo visitato Baghdad, la “città della pace”, come era chiamata una volta, che invece la pace non riesce proprio a trovarla.

Avevo visto Bassora, nel sud del Paese, e Baiji, dove si è combattuto fin dentro la raffineria, e parecchi altri posti di questa terra tormentata. Ma Mosul no. A Mosul, che sta ad ottanta chilometri dalla pacifica Erbil, non osa entrare nemmeno la polizia, mi dicevano a bassa voce i miei interlocutori locali, lì è pieno di terroristi, è peggio che a Falluja. E pensare che a quel tempo non era ancora arrivata l’ Isis, il cui fondatore debutterà appunto tenendo indisturbato un sermone nella moschea principale di Mosul.

Cosa sopravvive di tanto passato ? Non è dato saperlo, lo scopriremo solo quando la città sarà liberata. Il che sembra da un po’di tempo imminente, ma non accade ancora.

Il fatto è che adesso la vittoria pare vicina, e allora i potenziali vincitori hanno ricominciato a guardarsi fisso negli occhi. È l’ esercito iracheno che sta vincendo, o sono piuttosto le milizie sciite? E i curdi, non sono forse stati loro il fattore decisivo di questa lunga guerra? O non è forse merito del sostegno russo? O di quello americano? O turco ? Insomma, chi intascherà la vittoria, quando ci sarà ? Cui proderit?

Ma questa è un’altra storia.

O forse no, mi sa che questa invece è proprio la solita, vecchia storia.

Sorpassi in corso

Non c’è popolo che viaggi più di noi italiani, ne sono quasi sicuro.

Da viaggiatore per lavoro, e turista per caso, credo di avere un punto di osservazione privilegiato. Dovunque mi capiti di andare, in qualunque angolo del mondo, incontro sempre eserciti di turisti italiani, spesso col sopracciglio alzato e la critica pronta. Non va mai bene niente, niente è come a casa. I locali si ostinano a fare le cose a modo loro, invece di prendere esempio da noi, che siamo di civiltà antica. Dal caffè agli spaghetti. Certo.

Ma si guardano intorno, questi (tanti) compatrioti che viaggiano ? E capita mai, di fare turismo all’ estero, ai nostri politici ? Ed i giornalisti, almeno loro, viaggiano ? No, perché a me un legittimo dubbio tutto sommato viene.

Mi trovo, non chiedetemi perché, all’ aeroporto di Istanbul. Ci sono arrivato, non chiedetemi perché, con un volo della Turkish Airlines. E prima che abbiate il tempo di inarcare il sopracciglio, vi faccio presente che la suddetta Turkish Airlines ha vinto il titolo di migliore linea aerea d’ Europa nel 2011, 2012, 2013 e 2014, battendo tedeschi, austriaci e svizzeri. Non la migliore del mondo, che lì la Qatar la fa da padrona, nonostante la concorrenza di Singapore, Emirati e Corea. Sì, è così, nessuna linea aerea “occidentale” compete per il titolo assoluto. Ed in Europa, vincono i turchi. Sorpassi in corso.

Ma so di non avervi ancora convinto.

Sono dunque, come dicevo, all’ aeroporto di Istanbul, ho in mano la carta d’ imbarco della Turkish Airlines. Business lounge, ci mancherebbe, faccio in media un centinaio di voli all’ anno per lavoro. Ho tempo, prima che parta il volo, l’ abitudine di arrivare presto, troppo presto in aeroporto non la perderò mai, piuttosto con l’ avanzare dell’ età la sindrome pare avviarsi ad un preoccupante peggioramento. Insomma, non c’è niente di meglio da fare che infilarsi nella suddetta “lounge”.

La lounge, per chi non lo sapesse, è una sala d’ attesa con tutti i confort, a disposizione di chi viaggia tanto tanto. C’è sempre qualcosa da mangiucchiare, più di qualcosa da bere, poltrone comode, televisori e riviste, per passare il tempo fra un volo e l’ altro. E dunque mi dirigo verso la lounge di business class (non quella della prima classe, beninteso, che quella immagino sia un po’ più bella), della Turkish Airlines, recentemente rinnovata.

Ecco.

Devo proprio dirvi a che cosa si riferiscono queste immagini ?

E qualcuno sa indicarmi un aeroporto non dico italiano, ma europeo un cui si possa vedere qualcosa di  simile ?

Ercole a testa in giù

Vancouver

Vancouver è un posto particolare, un posto che appare una sorta di “Estremo Occidente”, come direbbe Rampini. Dopo la scoperta del Nuovo mondo, fu la costa del Pacifico il luogo dove “sunt leones” , le nuove colonne d’ Ercole, la fine della terra. Qui, se uno continuasse ad andare ad ovest si troverebbe, dopo aver varcato l’ Oceano, né più né meno che in Estremo Oriente.

È dunque questo un “Finis Terrae” del nostro mondo, del nostro essere, e dirci, occidentali. Ed in qualche modo pare proprio che l’ Occidente, portato qui al suo limite estremo, si purifichi e si distilli in una quintessenza di sé.

Non è affatto brutta a vedersi, questa quintessenza, questo va detto subito. C’è pulizia ed ordine per le strade, quanta si potrebbe desiderare di averne e forse un po’ di più, c’è quell’ aria lustra e nuova che solo le città ricche riescono ad assumere, e pazienza per i non pochi barboni che vedo raggomitolarsi negli angoli a dormire fra i cartoni, in quale città ricca non se ne vedono ?

C’è la coscienza ecologica, ben esibita e portata ad un grado superiore, seppure non al punto da rinunciare agli inevitabili, elefantiaci SUV. Una consapevolezza che non arriva tuttavia a mettere in discussione la nuova ricchezza, quella del petrolio che si estrae dalle sabbie bituminose, e quella dello “shale gas” ottenuto col famigerato fracking, due tra le tecnologie più invasive per l’ ambiente che si conoscano. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore, sembrano pensare i canadesi, e del resto, essendo l’ uso intensivo di energia la cifra dominante dell’ Occidente intero, figuriamoci se poteva non esserlo in questa sua quintessenza.

C’è poi la multiculturalità, si capisce, i tassisti che ho incontrato erano per lo più di origine mediorientale, qualcuno esibiva la barba lunga quanto il pugno, inconfondibile manifestazione di osservanza islamica, tuttavia la nota dominante è qui quella orientale, asiatica, d’ altra parte è sull’ Estremo Oriente che questo Estremo Occidente si affaccia, lo abbiamo già detto. E c’è poi la sfumatura particolare – persino un po’ beffarda – dell’ ostentato rispetto per le First Nations, come le chiamano qui, vale a dire i nativi, le tribù indiane a cui proprio i colonizzatori bianchi hanno portato via la terra con le brutte maniere.

Vizi e virtù di stampo statunitense, naturalmente, ma qui appaiono sfumati, quasi ovattati, i qualche misura europeizzati. Un distillato d’ Occidente, per l’ appunto.

Non siamo agli antipodi, qui, questo no, ma siamo abbastanza distanti perché al volo di linea convenga passare quasi sopra il polo piuttosto che seguire il parallelo; e la sensazione più straniante per chi si trova in visita breve  è quella di vivere in un tempo a testa in giù. Ci si alza quando in Europa è già pieno pomeriggio, e quando si vive perennemente connessi a queste cose è impossibile non farci caso, nove ore di differenza nel fuso orario e poche ore di condivisione lavorativa e non.

Le nuove colonne d’ Ercole, dunque, ovvero uno dei possibili futuri di ciò che definiamo Occidente, e certamente non il peggiore dei futuri, con la sua efficienza pulita ed un po’ fredda; ma un futuro che per avverarsi necessita di essere in pochi, ed alquanto ricchi.

Due requisiti che a noi purtroppo mancano…

Fondamentalisti e riluttanti

“(…) parlare di guerra è puro nonsenso. Serve solo a mobilitare irrazionalmente l’ opinione pubblica interna per ragioni di lotta politica (…)

La campagna per la guerra è una formidabile propaganda per l’ arruolamento all’Islam violento, un regalo ai nostri nemici, il cui obiettivo è il compattamento integralista di tutto l’ Islam”

G. Zagrebelski – Repubblica 12/1/14

Non mi piacevano le vignette di Charlie Hebdo, così come non mi piaceva l’ Ultima Tentazione di Cristo, pur da ateo ho sempre provato fastidio per la blasfemia, credo che ciascuno di noi abbia qualcosa che considera sacro e che non vuole vedere profanato. Per me, forse, è il silenzio di certe vette.

Scherza coi fanti e lascia stare i santi, amava ripetere la mia religiosissima nonna, buonanima. Io da parte mia provo persino fastidio se  mi capita di ascoltare una bestemmia, ma forse quella è più che altro una questione di logica. Se credi in Dio (vorrei dire al bestemmiatore) forse non è cosa buona per te insultarlo, e se non ci credi, chi stai insultando ? E’ illogico, ecco tutto.

Detto questo, le convinzioni di ciascuno e l’ apprezzamento o meno di quelle vignette sono elementi del tutto irrilevanti. Non è questo il punto, semplicemente, e “Je suis Charlie” non significa affatto “mi piace quello che fanno”. Il punto è che , semplicemente, al fanatismo si risponde solo con la difesa, pacifica e ferma, della libertà. I morti li fanno i kalashnikov, non le vignette.

Se cominciamo a disquisire sull’ opportunità o meno di pubblicare una vignetta finiamo dritti dritti a parlare di una cosa che ha sempre avuto un nome preciso: censura, e purtroppo non ci sono vie di mezzo. Chi decide cosa va bene e cosa no, qual’ è il criterio, qual’ è la misura ? Il rispetto ?

In Arabia Saudita in nome del “rispetto per l’ Islam” non puoi mangiare o bere in pubblico durante il Ramadan, portare un crocifisso, entrare in una moschea, dire la messa, andare in giro a testa scoperta se sei donna, mangiare una salsiccia o bere una birra. L’ ideale sarebbe che diventassi musulmano anche tu, e ancorché musulmano, che ti astenessi dall’ aprire un blog. Di vignette poi, non ne parliamo proprio. Qualunque cosa è un’ offesa.

A quel punto, sempre in nome del “rispetto” dovremmo astenerci anche dal fare battute sulla calvizie di Berlusconi, sulla statura di Brunetta o sui dentoni di Renzi, dovremmo evitare le vignette su meridionali, neri, gay, ebrei, immigrati, carabinieri, matti, anziani, disoccupati. Facciamo prima ad abolire la satira, visto che quando si ride, si ride sempre alle spalle di qualcuno.

I sovrani di un tempo non erano certo modelli di illuminata tolleranza, eppure il giullare lo tolleravano, anzi lo incoraggiavano, così come durante il Carnevale era tradizione accettata che si eleggesse il re dei Pazzi a cui era concesso dire impunemente qualsiasi enormità. Perché quei sovrani avevano pur bisogno che qualcuno gli dicesse la verità anche su loro stessi, e sapevano che al fondo di ogni satira un granello di verità c’è, ed il giullare è l’ unico che può permettersi di dirla pubblicamente, quella verità, mentre a tutti gli altri tocca assecondare il sovrano, se non vogliono finire male. I truci tagliagole del fondamentalismo invece no, loro non tollerano la satira. Del resto, non la tollera nessuno che si sia convinto di fare la volontà di Dio, perché  nella loro convinzione non possono e non devono esserci crepe, niente che possa incrinare quella granitica convinzione, neppure l’ ombra del dubbio che quella iperbolica pretesa (fare la Volontà di Dio !) possa in fondo essere un’ enorme fesseria.

Chi è forte tollera la satira e lo sberleffo del giullare, chi lo uccide lo fa perché, in fondo in fondo, qualche senso di inferiorità lo nutre. Una lugubre ferocia non è affatto una dimostrazione di forza.

“Oggi sarebbe necessario che le autorità dell’ Islam francese avessero il coraggio di prendere posizione con forza e senza ambiguità non solo contro la violenza in generale, come hanno già fatto molte volte, ma ance contro la violenza interna alla loro religione, denunciando la parte di oscurantismo presente nel mondo musulmano”

Marc Augé – Repubblica 10/1/14

Quello che c’è di particolare in episodi come questi non è il fatto di essere compiuti da musulmani ma di essere compiuti dichiaratamente in nome dell’ Islam. È proprio per questo che la faccenda non è più un fatto personale o “un’ azione di folli”. Viene generalizzata perché chi lo compie vuole che lo sia. Uccide per dare una lezione, per manifestare qualcosa, e ciò che vuole manifestare in questo caso è appunto l’ Islam. Ora, se qualcuno compie un massacro in mio nome o in nome dei valori in cui credo, trovo naturale alzare la voce per dichiarare, nel modo più netto possibile, “not in my name”. In questo caso molti musulmani l’ hanno fatto, e dovrebbero farlo anche quelle autorità che ancora si nascondono dietro ai distinguo. Qui non c’è niente da distinguere.

Quello che penso io dopo avere valutato i fatti è che è sbagliato saltare alla conclusione populista che “questo è l’ Islam”. Però mi sono convinto che è altrettanto sbagliato concludere nel modo più politically correct che “l’ Islam non ha niente a che vedere con queste cose”. La storia degli attentatori di Parigi raccontata nel post precedente penso che parli da sè.

C’è una componente di rabbia, certamente, e di ribellione ad una emarginazione che appare senza speranza di redenzione. E c’ è persino una componente di narcisismo, nell’ azione eclatante che assicura al suo autore ben più di un quarto d’ora di notorietà: oggi un terrorista può persino farsi intervistare in diretta nel corso della sua azione, come abbiamo visto.

Ma questo non è tutto, e sottovalutare l’Islam radicale è un errore. Gente disposta a sacrificare la propria vita e quella dei propri figli pur di uccidere quanti più infedeli possibile non va presa alla leggera. E di certo, la trovata della Le Pen di reintrodurre la pena di morte per scoraggiare degli aspiranti martiri farebbe sorridere se non denotasse una assoluta incomprensione dell’ intera faccenda.

La verità è che c’è un’ area grigia, una zona torbida dove l’ Islam più fondamentalista (ma non di per se violento) e quello integralista (per sua natura politicizzato) possono facilmente sconfinare nella lotta armata.

Noi italiani di “zone grigie “ ce ne intendiamo. Sarebbe facile citare la collusione o contiguità con la mafia e la camorra, ma io credo che il parallelo più illuminante sia un altro, quello con gli anni di piombo. In quegli anni le Brigate Rosse e le altre formazioni armate rivoluzionarie si resero responsabili di atti di terrorismo che comprendevano rapine, ferimenti, omicidi. Un’ escalation culminata col rapimento e l’ uccisione di Moro. Riguardate le immagini di quei tempi e dite se non trovate analogie, persino nel tono del comunicati. Erano di sinistra le BR ?

Alla gente di destra era persino inutile chiederlo: non sono solo di sinistra, quello è il comunismo, quello vero duro e puro, Lenin in persona applaudirebbe.

Dalla parte opposta si faceva notare che la stragrande maggioranza delle persone di sinistra aborrono la violenza, che le parole d’o della sinistra sono la solidarietà e l’ uguaglianza, che molte vittime delle BR erano di sinistra, ecc. e che, in ultima analisi, quegli atti di violenza danneggiavano proprio la sinistra. Chiaro, no ?

No.

No perché anche lì vegetava l’ area grigia, quella dei distinguo, quella che se si spinge la gente alla disperazione poi non ci si deve meravigliare delle conseguenze. Che, certo, l’ esercizio della violenza è sempre da condannare, ma che dire allora della violenza dello Stato? Compagni che sbagliano, ecco chi erano i brigatisti. Vale a dire che, sbagliando, restano pur sempre compagni. Ed è difficile, pur condannandoli, non comprenderne le ragioni. E se così è, sarebbe davvero da infami denunciarli. Mi spiego ?

«Vidi crollare prima una e poi l’altra delle torri gemelle del World Trade Center. E allora sorrisi».

«Riflettevo su quanto mi avesse sempre urtato il modo in cui gli Stati Uniti si comportano nel mondo; la continua intromissione del vostro Paese negli affari degli altri è insopportabile. Vietnam, Corea, Taiwan, il Medio Oriente, e adesso l’ Afghanistan: in ognuno dei grossi conflitti e delle prove di forza che hanno dilaniato l’ Asia, il mio continente natale, gli Stati Uniti hanno giocato un ruolo centrale»

M. Hamid – Il fondamentalista riluttante

Non si può ignorare il ruolo prominente che in questa brutta storia svolgono gli Stati Uniti.

La radicalizzazione dei musulmani moderati nelle moschee europee, come dimostra la storia dei fratelli parigini, è stata alimentata dalla pubblicazione delle vergognose foto provenienti dal campo di detenzione di Abu Graib , in Iraq. E tutti hanno notato come nei cruenti video dell’ IS, gli ostaggi occidentali appaiano sempre con una tuta arancione molto, molto simile alle uniformi dei prigionieri di Guantanamo, una macabra rivincita.

Non basta. Lo stesso califfo Al Baghdadi ha iniziato il suo proselitismo politico , dapprima come affiliato ad Al Qaeda, poi in forma autonoma, in un altro campo di prigionia americano in Iraq, del tutto simile ad Abu Graib, chiamato Camp Bucca. Frutti avvelenati della “guerra al terrore “ che George Bush jr dichiarò nel 2001, insomma, e che fu percepita dagli arabi come una una mostruosa ingiustizia.

La storia di Al Qaedanon era stata molto diversa. Avendo avuto una frequentazione costante, per molti anni, del Medio Oriente, sono stato testimone del progressivo inasprimento del sentimento antiamericano, e successivamente antioccidentale, sin dai tempi della prima Guerra del Golfo, quella di Bush padre nel 1990 a seguito dell’ invasione irachena del Kuwait, una guerra che pure aveva motivazioni ben più solide delle fantomatiche armi di distruzione di massa usate a pretesto per la seconda e mai trovate.

“Il primo effetto di una guerra dichiarata genericamente contro l’ Islam sarebbe di combinare in un unico fronte nemico gli islamici che vivono nei nostri Paesi e che, bene o male, vi si sono integrati. (…) Se ci si vuole imbarbarire e dare argomenti all’ Islamismo presso persone che ne sarebbero immuni, questa è la strada sicura (…) come crederemmo che si schiererebbero? Con noi contro l’ Islam o con l’ Islam contro di noi ?”

G. Zagrebelski – Repubblica 12/1/14

Il mondo è lì

mondo

Il mondo è da qualche parte, lì sotto. Che ci resti, almeno per un po’.

Sono tornato qui, stamattina, col cuore un po’ pesante, senza aspettative, senza neppure sapere bene se avrei avuto convinzione a sufficienza. Ma salire toglie peso, sempre, non ne aggiunge mai, e dovrei saperlo bene dopo tanti anni.sol

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Assisto al miracolo quotidiano della luce, la montagna è così gentile da trattenere il sole abbastanza a lungo da risparmiarmi  un’ alzataccia.

Il sol ridea LEVANDO dietro al Resegone (“Signora Carducci, lo vede ? Suo figlio è intelligente, ma non si applica, mi fa di quegli errori…”).

.ermo colle

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E poetando poetando, se ciascuno ha il suo ermo colle, quassù incontro il mio…

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elleboro15

Per non parlare di certi vecchi amici, che è sempre bello rivedere..

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Io sto qui, e il mondo lì sotto, da qualche parte, e per oggi va bene così.

Un’ alba e mezza sera

Madrid

È presto, è una mattina limpida e fredda, un sole grande, rossastro e freddo si riflette nitido sulle grandi vetrate dell’ aeroporto, abbagliandomi piuttosto gradevolmente.

È Madrid, stavolta, ma potrebbe essere qualsiasi altro posto, la sensazione di déjà vu può attingere a piacimento da un database di innumerevoli analoghe mattine in altresì innumerevoli aeroporti, aspettando coincidenze o voli di ritorno spesso ad orari assai più obiettabili di questo. Ripetizioni ad libitum di questa medesima incongrua percezione di tempo sospeso, cambiano i Paesi, le facce, gli abiti indossati, le lingue parlate, cambiano (poco) le preoccupazioni, cambiano (non poco, ormai) gli anni trascorsi transitando in non luoghi di mezzo mondo.

Quanto sia cambiato anch’ io è più difficile da dire, naturalmente, la percezione interiore del trascorrere del tempo poco ha a che vedere con la realtà, è una percezione fatta di lunghi pianori dove non succede quasi nulla ed improvvisi salti o gradini, in cui qualcosa di importante invece accade, cambia o si spezza.

È una condizione sospesa, quella di oggi, o almeno così mi appare, come sul bordo di una frattura incipiente, in bilico prima di un salto, che sia all’ indietro verso una condizione conosciuta, oppure in avanti verso un nuovo pianoro inesplorato, questo ancora non si sa.

Il tassista aveva una voglia di parlare come raramente accade la mattina così presto e così correndo, parlando e ascoltando musica alla radio penso che lui di sicuro la colazione l’ ha fatta ed io invece no, nemmeno un bar aperto. Perlomeno stanotte ho dormito il minimo sindacale di ore, il che a Madrid non sempre è dato, tanto che mi sono dovuto inventare qualcosa per riuscirci. I ristoranti prima dalle nove nemmeno aprono, l’ avvio della cena si stabilizza intorno alle dieci ed il ritorno in albergo sempre abbondantemente oltre il cambio di data. Facendomi forte del generoso pranzo offertomi dai non sempre generosi partners (Anchoas del Cantabrico e Calamares en su tinta, per i più precisi ) ho rinunciato alla cena contro-offrendo un aperitivo. Olé.

E allora tapas.

Tapas in un bar tradizionale che più tradizionale non si può, tradizionale però vero, non trappola per turisti, un bar da aperitivi che – nonostante ciò – alle otto e mezza è ancora mezzo vuoto.

Jamòn iberico, chorizo, huevos estrellados, e via tapando, a che serve la cena ? Serve giusto un digestivo, semmai, quello che qui chiamano Orujo de hierbas, un liquore fatto con la grappa (pardon, l’ aguardiente), dolce e dorato che ricorda un po’ il nostro Strega. Lo so che molti inarcheranno il sopracciglio, ma a me questa roba piace, senza contare che si è dimostrato capace di cacciare giù qualsiasi genere di tapa, sanguinaccio compreso (capita, eccome se capita…), che si possa ritrovare nel piatto. Legittima difesa, insomma, che la cucina locale non ama le mezze misure.

Bar, tapas e notte madrilena (neppure iniziata a dire il vero, diciamo mezza sera) che appaiono già lontani e remoti di fronte a questa gloriosa mattina di sole riflesso dalle vetrate e, oltre le vetrate, dalla neve sulle alture circostanti, presagio delle Alpi che seguiranno, in questa ennesima mattina di ordinario, assai precario, ritorno.

Il bello dell’ attesa


Ho letto da qualche parte di una teoria secondo cui i viaggiatori si dividono in due categorie: quelli che arrivano in stazione, porto  o aeroporto, a seconda dei casi, esageratamente in anticipo, e lì aspettano la partenza per delle ore, e quelli che arrivano, trafelati ed ansanti, sempre all’ ultimo momento.

Non so se davvero non esista la via di mezzo del viaggiatore che arriva “giusto”, ma so di certo che fra i due estremi io appartengo, geneticamente, alla prima categoria.

Arrivo sempre in anticipo, sì. Spesso esageratamente, immotivatamente in anticipo. Calcolo il tempo necessario, ed arrotondo. Poi aggiungo un margine, poi contemplo le ipotesi estreme: blocco totale del traffico, incidente catastrofico, sciopero generale, invasione di alieni, corteo di animali da circo.

Di conseguenza arrivo prima, molto molto prima della partenza.

Ci sono certamente molti motivi per questo, non mi metterò certo ad invocare l’ ambiente familiare, l’ ansia materna, tutte cose che non interessano. Preferisco semmai soffermarmi sul fatto che, in realtà, questo tempo di attesa io in fondo lo vivo come tempo buono.

Mi piace l’ atmosfera delle sale d’ attesa, la sensazione di solitudine in mezzo alla folla, l’ idea di un tempo sospeso da assaporare proprio nella sua sospensione, perché si tratta di un tempo in qualche modo rubato ed isolato dalla vita, sottratto alle cose da fare e regalato all’ attesa.

Già, l’ attesa.

Attendere è parola dall’ origine assai trasparente, vuol dire, con ogni evidenza, “tendere verso”, così cosme aspettare è, letteralmente “guardare verso”. Sono parole buone queste, parole di apertura, parole che promettono, benché, occorre dirlo, non sempre mantengono. E dunque questo tempo di attesa è un tempo regalato a se stessi, un tempo di riflessione e di apertura al mondo, un tempo disponibile ed accogliente, un tempo per la percezione, coi sensi acuiti e l’ attenzione sospesa, un tempo donato all’ osservazione del mondo ed all’ ascolto, persino talvolta all’ ascolto della propria fantasia.

Chi arriva, ansante, all’ ultimo momento, non sa quello che si perde.