Riepilogando

Riepilogando, ho sempre avuto carta da scrivere e penne a non finire ed inchiostri di vari colori.  E poi vita vissuta, viaggi e posti visti e persone incontrate e così tante cose da raccontare che quella carta quelle penne e quell’ inchiostro maii basterebbero se modo di svuotarmi di tutto ciò.

Ma buona parte di quel vissuto rimane raggrumato, rappreso,  non scivola fuori attraverso i mirabili pennini delle molte penne.

“I’ve got too much life running through my veins, going to waste”

Eppure, sento distintamente che quella vita ha avuto senso e direzione, non andava a caso, sballottata qua e là dalle circostanze, no, c’ è stato un progetto e c’ era un’ intenzione, ecco. Anche se poi non tutto è andato per il verso giusto, ma chi se l’ aspettava del resto ?

Avrei voluto scrivere di luoghi e di persone, di incontri e scontri, di simpatie ed antipatie, rari odi ed ancor più rari amori, e di come tutto questo si sia poi sedimentato e deposto, e consolidato dentro. Di come tutto abbia lasciato traccia, oppure a volte no, di come si sia trasformato in materiale da costruzione, arenaria usata per fare la casa, terra compatta oppure franosa a seconda dei casi. Cosa manca, allora ? Perché questo senso di incompiuto ?

Il motore della vita è il desiderio, la differenze fra dove si è e dove si vorrebbe essere, così come il calore che va da un corpo caldo ad uno freddo. È la differenza che genera il movimento, la mancanza ed il bisogno di annullare quella mancanza. Come l’ acqua che sta in alto e vorrebbe stare in basso e allora si muove.

E che succede, quando è giunta in basso ? Si ferma. Una volta annullata la differenza, cessa anche il movimento, resta l’ acqua ferma, che è acqua morta, è palude. L’ acqua stagnante fa presto a diventare malsana.

È questo che accade con la vita ? Che succede, quando non si desidera più ? Si resta nella palude fino a quando non si escogita un nuovo desiderio ? O finché si cessa di desiderare ?

La cessazione del desiderio non mi pare affatto uno stato desiderabile, tutt’ altro. L’ idea stessa della cessazione del desiderio precipita in uno stato di disagio profondo. Uno stato simile alla nostalgia. Una nostalgia del desiderio, ecco cos’ è. Nostalgia del desiderio, ovvero malinconia.

Si è sempre mossi dal desiderio, quando ci si muove. Ma è così per tutti ?

Sono sempre stato incuriosito da chi apparentemente non rispetta la regola, pare non averne, di desideri, e non sentirne il bisogno. Chi vive la sua vita, lavora, mangia, dorme, guarda la TV, senza altro chiedere che di continuare così, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, anno dopo anno. Chi sbaglia ? E qual’ è poi la base per giudicare, eventualmente, se ci sia un modo giusto ed uno sbagliato di condurre la propria vita ?

Eppure.

Eppure mi pare che una differenza ci debba pur essere, un giudizio debba pur potersi darsi. po’ di Sempre che non sia illusione anche quel po’ di senso intravisto.

(Video banale, lo so)

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Sandro

Freiburg

Nel non credente il pregare coincide con il venir meno della parola. Si svolge il discorso (per chi si arrischia sul serio) finché ci si arresta dinanzi alla Cosa. E allora si tace. Che si può dire ? Niente. Ma questo niente può suggerire il pensiero che la Cosa c’è ed è un bene che ci sia e allora avrà il timbro della “bene-dizione”

Massimo Cacciari

Sandro era certo che gli esseri umani sono buoni, e che se trovano le condizioni opportune non possono che esprimere questa bontà. Era anche convinto che le istituzioni sociali e politiche raramente aiutino gli uomini ad esprimere la loro bontà, ragione per cui meno ce n’è, di istituzioni, e meglio è. Non saprei dire se fosse davvero un anarchico, a volte l’ ho pensato, altre volte mi sembrava troppo pragmatico per esserlo realmente fino in fondo. Di certo stava con Rousseau contro Hobbes, dalla parte dei libertari e contro i liberisti.

Sandro era convinto che le persone dovessero avere il diritto di vivere la loro vita a modo loro, fintanto che non avessero fatto del male a nessuno, e che una società evoluta dovrebbe tollerare, se non addirittura favorire la massima diversità di comportamenti, costumi e credenze, e dovrebbe evitare il più possibile l’ uso della parola “vietato”.

Era curioso delle persone, ogni incontro casuale era l’ occasione per iniziare un dialogo, trovare un canale di comunicazione, confrontare le idee e le convinzioni di chiunque gli capitasse a tiro.

Sandro era convinto che una società ingiusta e diseguale non ha futuro, che nessuno può stare veramente bene se attorno c’è gente che sta veramente male. Nel suo linguaggio c’ erano sì parole come welfare, ridistribuzione, equità, ammortizzatori e diritti, ma dietro queste parole e dietro le sue teorie politiche, dietro le sue iniziative ed i suoi interventi polemici c’ era la sincerità del sentire, c’ era la compassione e la fraternità col genere umano.

A Marx preferiva Hannah Arendt, il suo stile di vita era la “vita activa”, impegnata a fare la propria parte, sempre, ansiosa di mettere le mani nel mondo per farne un posto migliore non per se ma per tutti. Questo significava “politica” per lui, un significato che molti grandi del passato, da Cicerone a Dante avrebbero apprezzato.

E tuttavia, la passione politica non gli ha mai tolto l’ allegria del sorriso, la sua ironia si manteneva sempre leggera, l’ amarezza del sarcasmo non gli apparteneva. L’ eterno sorriso di Sandro è stato per me il simbolo del suo amore per la vita.

Conosceva il mondo e la complessità della natura umana, e non distoglieva lo sguardo. Non semplificava e non giudicava, la curiosità lo portava a cercare comprensione e partecipazione. Era di sinistra, geneticamente, di quella sinistra fatta di principi non negoziabili, di libertà, fraternità ed uguaglianza che oggi pare una specie in via di estinzione, tanto più rara quanto più appare necessaria .

Era capace di amicizia vera, quella che non ha bisogno di conferme, o di continuità di contatti, e nell’ amicizia come nella vita portava in dono quella curiosità, quell’ allegria e quell’ amore per la vita, che restano, chiari e distinti, nell’ animo di chi lo abbia frequentato.

Sono contento di essere stato suo amico.

In memoria di S.I., 1950-2013

Questione di gusti (e non è colpa mia)

Ci sono frasi che chiudono porte e le finestre , e mettono a dormire le menti, frasi-alibi che impigriscono il cervello e lo cullano nell’ apatia, frasi facili e pronte per accidiosi e sfaticati dell’ intelletto, frasi riposanti.

“Non è colpa mia”, ad esempio.
Una frase pigra, anestetica al punto tale da essere persino usata per il verso sbagliato. Chi invoca “non è colpa mia” spesso intende semplicemente scaricarsi di una responsabilità diretta, manifestare che non c’è stata volontà specifica, ciò che è accaduto è accaduto se non a sua insaputa quanto meno senza sua intenzione, che non è dipeso da lui.
E con ciò ?

Il concetto di colpa è del tutto svincolato da quello di intenzionalità, anzi è proprio quando non c’è intenzione che in giurisprudenza si usa il termine “colposo”, no ? Se mi capita di investire qualcuno sulle strisce, è assai difficile pensare che l’ abbia fatto apposta, ma dovrò pure caricarmi di una qualche responsabilità, o no ? Ebbene, secondo l’ ignavo fautore del “non è colpa mia”, potrei legittimamente invitare lo sfortunato pedone a liberare rapidamente la sede stradale perché lui si sarà pure fatto male, ma io non l’ ho fatto apposta a tirarlo sotto, guardavo da un’ altra parte, avevo gli occhiali sporchi, mi ha distratto il vigile, avevo il sole negli occhi,  avevo altro per la testa, insomma non è stata colpa mia, neanche un po’, e allora di che dovrei scusarmi ? Si tolga di mezzo che mi fa perdere tempo.

Naturalmente, il principio del “non è colpa mia” si presta ad essere utilizzato in circostanze meno traumatiche.

Sono arrivato in ritardo all’ appuntamento, ma “non è colpa mia”, c’ era traffico, non si trovava il parcheggio, ho sbagliato strada, mi si è rotta la stringa della scarpa prima di uscire, insomma io non c’ entro, non è colpa mia. Non è dipeso da me. Ma è proprio vero poi che non c’ entro ? E’ sicuro che non avrei potuto, prendendomi un po’ di più di disturbo, evitare l’ intralcio ? Se solo avessi voluto metterci più impegno, se avessi accettato di  faticare un po’ di più  ? Se ci vessi messo cura ?

Il principio del “non è colpa mia” è uno scarico di responsabilità a prescindere, è un alibi buono per ogni circostanza, un’ auto-assoluzione preventiva che libera la coscienza e rende più facile la vita. Peccato solo che non porti da nessuna parte.

Se “non è colpa mia”, ne consegue che non devo fare nulla per rimediare, e neppure per scusarmi, mi basta allargare le braccia ed alzare gli occhi al soffitto, uno sforzo davvero minimo.

Il mondo non è stato fatto da gente che cercava scuse, ma da gente che ha spinto forte contro i macigni sulla strada, quelli propri e quelli altrui, fino a spostarli e riprendere il cammino, altro che “non è colpa mia”.

Non dissimile è l’ irritazione che mi suscita la locuzione “questione di gusti”, un’ altra espressione che chiude la mente ed il cuore, che garantisce il riposo ed evita la fatica del pensare. Se è questione di gusti, ogni discorso è già concluso, anzi è persino vano cominciarlo. Di che cosa dovremmo parlare ? È solo quando ci si sforza di fare un passo in più, che le menti si possono aprire.

Ci sono cose che mi piacciono, è vero. Ma invece di limitarmi a questo, perché non dovrei cercare – almeno cercare – di capire perché mi piacciono ? Quali elementi mi portano a dare un giudizio estetico positivo ? E’ una questione di armonia delle parti, una simmetria che trovo gradevole ? Si tratta della particolare combinazione di colori ? E’ il significato, o la molteplicità di significati ad attrarmi, o piuttosto l’ ambiguità, l’ interpretazione aperta che l’ artista ha voluto lasciare ?

Ed ancora, c’è per caso qualche elemento comune tra le cose che mi piacciono, che possa aiutarmi a trovare le risposte ? Posso provare a definire un canone di bellezza, e addirittura raffrontare questo canone con quello di altri, o con l’ ideale prevalente di bellezza, contemporaneo o di epoche passate ?
Posso individuare elementi culturali in questi canoni, e, soprattutto, elementi non culturali, elementi che appaiono invarianti, elementi che si ritrovano in varie epoche ed in civiltà geograficamente lontane fra loro o isolate ?

Assurdo ? Non direi. Uno studioso come Paul Bloom, docente di Scienze cognitive a Yale ed autore di parecchi testi importanti sull’ argomento, sostiene che: “i piaceri hanno in gran parte un’ origine evolutiva, ovvero non sono un’ acquisizione sociale. E sono condivisi da tutti gli esseri umani. Le varie forme in cui si manifestano non sono altro che variazioni su un tema universale.”

Altro che “questione di gusti”.

ps. Questa particolare versione di un brano piuttosto famoso mi piace assai (e non è colpa mia…).

Ansia

Il pugno stretto intorno al cuore

s’ allenta un poco, ed io boccheggio

lucidità, ma già preme di nuovo.

(…).

Tieni duro allora, cuore. Così almeno vivi.

 

Derek Walcott 

 

 

L’ ansia stringe alla gola, l’ ansia prende allo stomaco, l’ ansia toglie il respiro, anzi lo rende ansante, l’ ansimare di fiato interrotto, breve e frequente, di chi sente l’ aria mancare. Soffoca, l’ ansia, ed è proprio questo il suo significato: “anxius” è il participio passato di “angere”, che letteralmente vuol dire stringere, chiudere in un luogo stretto, angusto anzi.

E dall’ ansia, tramite “angere” non ci si sorprende di arrivare all’ angoscia, che è lo stesso stringimento, la chiusura, la stretta allo stomaco, “sensazione dolorosa di stringimento dell’ epigastrio” recita il dizionario, “accompagnata da gran difficoltà di respiro e da profonda tristezza”.

Un affanno, una molestia, un dolore che quasi preme il cuore, il  quale subisce lo stringimento dell’ angoscia fino all’ estremo abbraccio dell’ angina.

Si vorrebbe combattere o fuggire, sottrarsi alla paura, si vorrebbe – quanto meno – far fuori il problema al più presto, vivere o morire ma che si risolva in fretta.

Ed invece tocca aspettare, col fiato corto e lo stringimento dell’ epigastrio, aspettare che il pugno stretto intorno al cuore si allenti.

Almeno un poco.

Il sentiero smarrito

“Ogni cosa sarà dimenticata, e a nulla sarà posto rimedio. Il ruolo della riparazione (della vendetta come del perdono) sarà assunto dall’ oblio. Nessuno rimedierà alle ingiustizie commesse, ma tutte le ingiustizie saranno dimenticate.”

M. Kundera – Lo scherzo

Che cosa è andato male ? Dove si è persa la strada ? A quale incrocio nel bosco si è confusa la direzione ? Quando precisamente è iniziato questo girare a vuoto ?

Io non ho percezione di un momento preciso, è piuttosto come se ci fosse stata una graduale sfocatura nella rappresentazione della vita, un progressivo appannarsi della visuale, senza una causa precisa, senza un momento di svolta apparente. Uno slittamento progressivo, lo definirei, una perdita di senso e significato, un annebbiarsi di obiettive e persino di motivazioni.

È stato un po’ come smarrirsi in montagna, quando i segnavia diventano sempre più scarsi fino a sparire del tutto, mentre il sentiero si riduce ad una traccia, e poi questa traccia sbiadisce, diventa equivoca, si biforca magari, senza che uno dei rami appaia prevalere ed indicare una priorità. Si procede ad intuito, per non dire a caso, per trovarsi dopo un po’ senza tracce, che è come dire totale equivalenza di scelte e nessuna direzione preferenziale. C’è solo un errare a casaccio seguendo labili indizi del tutto inaffidabili, in preda ad improvvise effimere intuizioni. Arrivare o meno da qualche parte diventa oggetto di casualità, fortuna, non certo prodotto intenzionale di sapienza e capacità.

Ecco, proprio così mi pare che sia andata, svuotato di ogni intenzionalità, tutto è uguale, ogni scelta e la scelta opposta, né il risultato appare condizionabile, mentre la nebbia si addensa e l’ imbrunire non è più troppo lontano.

Eppure, fino ad un certo punto le cose erano parse non andare male affatto, sembrava possibile coniugare una vita felicemente integrata con la difesa di un’ area speciale, di un terreno limitato dove coltivare la propria irriducibile alterità, una sorta di controllata devianza, una terra di nessuno.

Non è stato così, tutto questo è passato e c’è ben poco senso nel ripercorrere ciò che è stato, e persino la pretesa di ricostruire retroattivamente un senso è probabilmente velleitaria, idealistica, come se ogni destino individuale dovesse essere una “storia” coerente e ben raccontata, un percorso che ciascuno forgia a modo suo, mentre per la maggior parte dei casi è un navigare a vista, seguendo le correnti e la capricciosa forza delle tempeste. Come i marinai di Ulisse, ci si può imbarcare per una destinazione e trovarsi naufraghi da tutt’ altra parte, in terre sconosciute e forse anche ostili.

Bisognerebbe essere onesti abbastanza da riconoscere che non si può essere onesti abbastanza nei confronti di se stessi, nessuno, neppure il più incarognito dei bastardi, sfugge a qualche tentazione autoassolutoria. Non ci sono eccezioni e dunque, caveat lector…

La vita non dà risposte, del resto.

Non c’è redenzione, non c’è riequilibrio, mai. Restano i torti fatti e ricevuti, restano le offese, restano gli oltraggi. Restano le colpe, sospese a mezz’ aria nel respiro del mondo. Niente si redime.

Se non ci si rende conto di questo, si rischia di farsi male.

Ci vuole compassione e cura, alla fine.

Ci vuole amore e pietà.

Lontani dal nido

“Senza un percorso che fiancheggia la Morte, la perdita di se, non si perviene alla conoscenza di se, e quindi alla vera ragione per cui si ha diritto di vivere, come veri soggetti della propria vita (…) lungo quel sentiero che Nietzsche ha indicato come il vero scopo della vita: ‘Diventa ciò che sei’.”

 

U. Galimberti

Cos’ è tutto questo affanno, questo pretendere di fare i conti che tormenta e non dà pace, questo continuare a cercare un senso ed un fine, un fine alla fine ed un senso al compiersi di questo fine ?

Non è così la natura, non da questo veniamo. È tutto molto ma molto più semplice.

È una forza inconsapevole, quella che spinge a fare ciò che nel fare medesimo è già senso e fine, ciò che non ha alcuna eccedenza, nulla che cresca, fuoriesca e domandi.

L’ uovo contiene, cresce e matura, rompe un’ equilibrio e libera alla vita, alla natura, al volo.

Il volo poi si compie con traiettoria a chiudere, la maturazione a piume e penne remiganti, ali e becco a rostro semplicemente per condurre ad un nuovo nido, ad un altro seme, ad un altro uovo da far maturare nella cova.

Un cerchio è semplice ed appare infinito a chi lo percorra, non si chiede dove vada a finire, cosa venga dopo. Si muove lungo l’ anello come se procedesse lungo una linea retta.

Tutto molto semplice e naturale.

Il disequilibrio umano è la coscienza, il senso di sé e dell’ esserci un limite al futuro.

Questo rompe il cerchio, apre la traiettoria, divide l’ universo in due parti diseguali, con me e senza di me.

È questo a chiedere, anzi pretendere un senso, questa complessità acquisita, questo sapersi e pensarsi e volersi. Questo non riuscire più a dissolversi e confondersi, non riconoscersi parte e volersi fare tutto.

Quest’ ammanco di semplicità.

È in fondo lo scopo stesso della cultura, la conquista della complessità, il riconoscimento dell’ ambigua  natura della condizione umana.  La cultura serve proprio a questo, a sfuggire agli stereotipi, ai luoghi comuni, alle soluzioni facili, serve a riconoscere che non tutto è bianco o nero che le motivazioni sono spesso molteplici ed i comportamenti elaborati. Che l’ animo umano è ricco e risponde in base ad una serie di fattori difficili da prevedere in anticipo. La cultura consiste propriamente in questo nel comprendere questa complessità ed acquisire una molteplicità di schemi interpretativi.

Ogni schema, va da se, è una forzatura della condizione reale, ogni modello una semplificazione del mondo. Ma all’ aumentare del numero di schemi a disposizione, e della loro raffinatezza, aumenta la possibilità di scegliere, fra i molti disponibili, quello che meglio descrive ogni singola situazione. Aumenta, in altre parole, il grado di aderenza fra i nostri schemi mentali e la realtà, aumenta la flessibilità interpretativa, aumenta, in definitiva, il grado di comprensione del mondo.

Eppure, la progressiva acquisizione di complessità è accompagnata da una parallela, e paradossale, sensazione di perdita. Si può sentire di perdere qualcosa mentre ci si arricchisce ?

Perdita di semplicità, perdita di riferimenti sicuri, perdita di valori assoluti in quanto provenienti da fuori, da un’ autorità, da un dio, un re, un libro, qualunque cosa che ne garantisca l’ autenticità e lo metta al tempo stesso al riparo da ogni critica.

La libertà è un peso, non facile da sopportare, per quanto inebriante la prospettiva appaia.

È in fondo la storia della crescita individuale di ciascuno,  del sogno d’ ogni bambino di diventare grande, e quindi libero ed indipendente. Sogno da cui si sveglierà realizzando di avere irrevocabilmente barattato l’ innocenza con la libertà, la sicurezza con l’ indipendenza.

Il crescere ed entrare nell’ età adulta è un confronto col dolore, col peso della responsabilità, con l’ incertezza della decisione, con l’ assenza del conforto.

Non diversamente cresce l’ umanità, scrollandosi di dosso miti, dei, eroi, trova sì la libertà ma in una terribile, insicura solitudine.

Legna da ardere

I giorni dell’ estate volgono al tramonto,
il tempo che s’ incurva è carico di frutti,
di solchi che attraversano una corteccia scura.
Mi piace dare ascolto ai sussurri più leggeri
ed anche a quel fruscio che fa il vento fra i rami.
Conosco posti noti che non visiterò,
e volti cari a cui mai più sorriderò.
Si sta tra inganni e torti,  fatti e ricevuti,
come la scia d’ un’ elica che il mare poi richiude.