Debiti, colpe, peccati e altro ancora

 

Ai tempi della crisi finanziaria greca abbiamo tutti più o meno a forza imparato che esiste una parola tedesca dal doppio significato. La parola in questione è “schuld” che in tedesco può voler dire sia “debito” che “colpa”. Ecco dunque svelato il motivo dell’ intransigenza tedesca: se hai fatto debiti è tutta colpa tua, e dunque cosa pretendi ? Le colpe si pagano, e così i debiti. Il debitore è per definizione anche peccatore, ed il legame tra peccato e debito è – appunto – la colpa.

A dire la verità, però, questa storia del legame tra debito e colpa non è affatto un’ invenzione tedesca.

Chiunque abbia letto Dickens sa che nella Londra vittoriana si poteva finire in carcere per i debiti non onorati; e dal momento che il debitore incarcerato ha verosimilmente ancora meno possibilità di saldare, è evidente come prevalga il desiderio di punire la colpa del debitore rispetto a quello di risarcire il creditore. A quest’ ultimo rimane la soddisfazione, discutibile ma a quanto pare assai apprezzata, di vedere il debitore dietro le sbarre.

Ma neppure gli inglesi avevano inventato questa identificazione tra debito e colpa, tra debitore e colpevole. La faccenda è assai più antica. Risale addirittura all’ Antico Testamento, nella parola di origine aramaica “hôb, hôbot” che avrebbe avuto già, appunto, i due significati in questione. Almeno così sostiene Silvia Ronchey in un articolo su Repubblica dell’ 8/7/2015. Altrove ho trovato il riferimento ad un termine simile “ehoba”. Mi fido.

Se dunque il debito è peccato, gli ebrei avevano tuttavia introdotto anche qualche rimedio. Anzitutto il divieto di esigere interessi, almeno dai più bisognosi (Levitico 25):

“35 Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria ed è inadempiente verso di te, sostenilo come un forestiero o un ospite, perché possa vivere presso di te. 36 Non prendere da lui interessi né utili, ma temi il tuo Dio e fa’ vivere il tuo fratello presso di te. 37 Non gli presterai il denaro a interesse, né gli darai il vitto a usura.”

Inoltre , una grande sanatoria da tenersi ogni sette anni (Deuteronomio 15):

“1  Alla fine di ogni sette anni celebrerete l’anno di remissione. 2  Ecco la norma di questa remissione: ogni creditore che abbia diritto a una prestazione personale in pegno per un prestito fatto al suo prossimo, lascerà cadere il suo diritto: non lo esigerà dal suo prossimo, dal suo fratello, quando si sarà proclamato l’anno di remissione per il Signore. 3  Potrai esigerlo dallo straniero; ma quanto al tuo diritto nei confronti di tuo fratello, lo lascerai cadere.”

Con l’ ulteriore esplicito invito, giacché la natura umana è quella che è,  a non fare i furbi:

“9  Bada bene che non ti entri in cuore questo pensiero iniquo: È vicino il settimo anno, l’anno della remissione; e il tuo occhio sia cattivo verso il tuo fratello bisognoso e tu non gli dia nulla; egli griderebbe al Signore contro di te e un peccato sarebbe su di te.”

Proprio a questo precetto si riferisce chiaramente il Padre Nostro nel versetto che viene riportato da Matteo 6 come “12  e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori” e da Luca 11 invece come “4 e perdonaci i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore”. Debito uguale peccato, per l’ appunto.

Insomma, questa identificazione tra debito è colpa ce la portiamo dentro dai tempi più remoti. Quello che si è perso per strada, invece, è il correttivo di questa legge ferrea, il periodico condono dei debiti o almeno degli interessi per i debitori più deboli e bisognosi. Il capitalismo, diceva Walter Benjamin (combinazione, era un ebreo tedesco…) è una religione senza redenzione.

Da tutt’ altra parte sta il concetto greco di debito, espresso dal termine chreos che non ha nulla a che vedere col peccato. Il termine indica semmai una mancanza, uno stato di bisogno, come nell’ espressione: “essere in debito di ossigeno“ e simili. A tal punto che Matteo usa un termine diverso (ophèilema) per indicare il debito/peccato, come fa notare ancora la Ronchey,

La colpa per i greci (antichi, si capisce…) è tutt’ altro, è uno stato in cui ci si trova per avere commesso un’ ingiustizia, anche senza intenzione, sapendolo oppure anche no, per puro volere del Fato. Un significato che un po’ sopravvive nel linguaggio giuridico.

Ma questo è tutto un altro discorso, e porterebbe lontano. Per oggi vi ho annoiato abbastanza.

Belle Epoque 2.0

“Era il tempo migliore e il tempo peggiore, la stagione della saggezza e la stagione della follia, l’epoca della fede e l’epoca dell’incredulità, il periodo della luce e il periodo delle tenebre, la primavera della speranza e l’inverno della disperazione. Avevamo tutto dinanzi a noi, non avevamo nulla dinanzi a noi; eravamo tutti diretti al cielo, eravamo tutti diretti a quell’altra parte — a farla breve, gli anni erano così simili ai nostri, che alcuni i quali li conoscevano profondamente sostenevano che, in bene o in male, se ne potesse parlare soltanto al superlativo. “
Charles Dickens – Le due città

A volte penso che, se c’è una caratteristica distintiva di questa strana epoca che stiamo vivendo e che, in mancanza di meglio abbiamo stabilito di chiamare “post modernità“, è l’ idea che non si stia andando da nessuna parte.
Provo a spiegarmi.
Sono cresciuto in un periodo (diciamo nella seconda metà del Novecento, e più non dimandate) dominato prevalentemente dall’ idea che si andasse da qualche parte. Progresso era parola d’ ordine in ogni campo: scientifico, sociale, morale. L’ aria era satura di evoluzione, sviluppo, crescita, tutti termini che suggeriscono un movimento ascensionale. Ottimismo nell’ aria, ed i romanzi di fantascienza avevano tutti il lieto fine.
Detto in altri termini: il meglio deve ancora venire. Stiamo andando dritti verso l’ età dell’ oro.

Questo non è affatto un modo di pensare scontato.
Per la gran parte delle civiltà antiche, al contrario, l’ età dell’ oro apparteneva al passato remoto, le epoche che si succedono segnano una progressiva ineluttabile decadenza. In altre epoche non ci si poneva il problema, semplicemente, il tempo pareva essere un cerchio, senza inizio e senza fine.
L’ Illuminismo ha – tra le altre cose – introdotto questo: la fiducia che, col sostegno della ragione, si potesse costruire un futuro migliore di qualsiasi passato. Costruire, non semplicemente attendere. Ed in fondo, le utopie del Novecento a questo si riducevano: la convinzione che la Storia avesse una direzione e che su questa direzione si potesse intervenire, assecondandola o correggendola.

Il post moderno a me pare che rispecchi precisamente la definitiva perdita di questa innocenza, la dolorosa percezione che sì, va bene, magari ci stiamo anche muovendo, ma verso dove?
Finite in malo modo le ideologie si è persa anche la fiducia che sia possibile disegnare una società ideale, né sembrano essere sopravvissuti valori condivisi tali da meritare che si combatta per difenderli.

E sarà poi vero che ci stiamo muovendo ?
Al di là del progresso tecnico e scientifico si percepisce, quando non si teorizza addirittura, che siamo ad una specie di capolinea. Il capitalismo ha conquistato il mondo, la globalizzazione è irreversibile, non c’ è nessun altro posto dove andare. Un famoso saggio di Fukuyama uscito nel 1992 teorizzava proprio, già nel titolo, “La fine della Storia “. Capitalismo, liberalismo, democrazia rappresentativa: questo è il punto di arrivo. Una volta che tutto il mondo abbia adottato questi semplici principi occidentali, non rimarrà nulla da fare, nessun posto dove andare, nessuna possibilità di ulteriore evoluzione. Fine della Storia. Semplice, no ?

A dire la verità, non è la prima volta che si pensa di essere giunti alla fine della Storia. L’ ultima volta accadde giusto alla fine dell’ Ottocento, il periodo non a caso definito “Belle Époque”.
La scienza sembrava avere spiegato tutto, a parte qualche decimale ancora da sistemare, le guerre in Europa erano finite da trent’anni, le comodità moderne venivano introdotte a ritmo continuo, la produzione industriale cresceva, l’ Occidente – l’ Europa in particolare – dominava il mondo. Non restava che godersi la vita.
Oddio, a voler ben guardare, qualcosa che non tornava c’era. Il proletariato, per esempio. I nazionalismi ed i patriottismi, per esempio. E certa stampa che soffiava sul fuoco. La polemica in Francia sulla decadenza contemporanea puntava il dito contro la crisi del governo parlamentare, i disordini nei territori coloniali, il tasso di natalità in discesa, l’ arte degenerata ed incomprensibile. E qui mi fermo con le analogie.

E oggi ?
La disuguaglianza di certo non manca, come sappiamo.
La globalizzazione ha prodotto un enorme trasferimento di ricchezza verso i paesi emergenti, che hanno visto aumentare anche di molto il reddito pro capite, ma di questo trasferimento ha fatto le spese il ceto medio dei paesi avanzati, che si è trovato impoverito ed arrabbiato. Un miliardo di nuovi lavoratori sul mercato qualche sconquasso lo creano, lo si vede bene dai grafico ideato da Milanovic:

Ora, già Aristotele nella Politica aveva chiaro che “la comunità statale migliore è quella fondata sul ceto medio e che possono essere bene amministrati quegli stati in cui il ceto medio è numeroso e più potente, possibilmente delle altre due classi (…). Per ciò è una fortuna grandissima che quanti hanno i diritti di cittadino possiedano una sostanza moderata e sufficiente, perché dove c’è chi possiede troppo e chi niente, si crea o una democrazia sfrenata o un’oligarchia autentica, o, come risultato di entrambi gli eccessi, una tirannide”.

Il ceto medio è arrabbiato soprattutto con la politica, che non ha impedito questo sconquasso, ed il conseguente loro impoverimento. Ora, i politici hanno certo mille colpe, ma cosa può mai fare una politica organizzata a livello nazionale nei confronti di una globalizzazione economico-finanziaria che opera a livello multinazionale ?
L’ unica mossa razionale potrebbe essere quella di trasferire la politica allo stesso livello internazionale dell’ economia, integrando sempre più, ad esempio, l’ Europa. L’ esatto contrario di quello che perseguono i populisti europei.

Come finì la Belle Époque, giusto un secolo fa, lo sappiamo bene, e non voglio nemmeno pensare ad un parallelo simile.
Mi viene però da pensare che, mentre negli anni 50 andavano di moda i “ribelli senza causa”, che poi era il titolo originale del film “Gioventù bruciata”, oggi abbondiamo di cause senza ribelli.

Michael Walzer, uno dei pochi filosofi militanti superstiti, riassume così la questione:

“Le persone a cui dobbiamo rivolgerci sono un gruppo razzialmente variegato. E variegato anche economicamente: ci sono dentro disoccupati, anziani con pensioni inadeguate, lavoratori part-time, operai delle regioni deindustrializzate, (…) lavoratori senza tutele sindacali e pochi benefit, e poveri delle aree rurali, tutti spaventosamente vulnerabili, che aspettano con angoscia la prossima recessione.”

M. Walzer – Robinson 15/1/17

Non che ci sia tanto da sorprendersi. Il potere oggi è sostanzialmente potere finanziario delocalizzato, non c’e un Palazzo reale da prendere d’ assalto, se ne sono accorti presto anche i manifestanti di Occupy Wall Street. Mentre occupano, gli affari continuano come se niente fosse.
Non c’è un potere da aggredire, ma non c’è neppure un soggetto organizzato, non ci sono rivoluzionari all’ orizzonte, e soprattutto, come si è visto prima, non c’è neppure all’ orizzonte un’ idea nuova che possa rappresentare l’ alternativa.
Almeno per il momento.

Fine della rappresentazione

In fondo un po’ ce la siamo cercata.
Non ci è parso vero di poter fare le cose direttamente, saltare gli intermediari, andare alla fonte.
Il viaggio me lo organizzo da solo, altro che farmi prendere per il naso dalle agenzie, compro il biglietto, prenoto l’ albergo e risparmio pure.
Già che ci sono, compro da casa anche il biglietto del concerto, faccio la spesa e pago il bollo dell’auto. Quasi non ho nemmeno bisogno di passare dalla banca.
Abbiamo fatto piazza pulita degli intermediari, nessun filtro, nessuno che ci faccia da interprete. Siamo soli. Ecco.

Al di là del facile slogan della “società liquida”, il vero contributo di Bauman è stato quello di mostrare, con amara chiarezza, la solitudine dell’ individuo nella società contemporanea. Non più una solitudine esistenziale, quella di Sartre o di Pirandello, no. Bauman parla di solitudine sociale.

Niente più appartenenze, comunità di mestiere, clan familiari, gruppi sociali, no. Ognuno sta solo nel cuore della terra, come diceva il poeta, ma al tempo stesso compete con tutti.
Altro che rappresentanza, ognuno cerca di galleggiare, di sopravvivere meglio che può. Tutto qui.

Era logico che di questo passo dovessimo arrivare al problema finale: la rappresentanza politica. Certo, perché i politici sono anch’ essi intermediari, e per di più intermediari di cui abbiamo una pessima opinione.
In buona misura si tratta di una disistima più che meritata, naturalmente, ma occorre anche tenere presente che in un mondo globalizzato la politica, inevitabilmente legata al territorio ed alla dimensione locale, ha un po’ perso la sua centralità. Logica vorrebbe che i politici si muovessero verso una dimensione sovranazionale, ma tant’è, non divaghiamo.
E dunque via anche questa intermediazione, che bisogno ho di questa casta, di questi parassiti ? Mi rappresento da solo, al massimo mi faccio rappresentare da gente come me, gente comune senza la puzza sotto il naso. Giusto ?
Il problema è che non funziona.

Non funziona perché, molto semplicemente, ci sono cose che, con l’aiuto della tecnologia, posso fare da solo e cose che, nonostante o addirittura proprio per via della tecnologia, semplicemente non sono in grado di fare.
Quelle destinate a scomparire sono le intermediazioni semplici, posso fare a meno del cassiere del supermercato e, con l’ aiuto della tecnologia del codice a barre, passarmi la spesa da solo. Ma se ho bisogno di costruire una casa o fare un esame clinico complesso, allora è un po’ più difficile saltare il medico o l’ ingegnere, perché le loro intermediazioni implicano competenze e conoscenze che non sono in grado di rimpiazzare da solo, nemmeno con l’ aiuto di un algoritmo….
È questo probabilmente il vero discrimine tra i sommersi e i salvati in questo mondo liquido e turbolento, il possesso di una competenza sofisticata.

In questo quadro, il politico dove lo mettiamo ?
Nell’ ultimo sciagurato venticinquennio, diciamo dall’ avvento della cosiddetta Seconda Repubblica, ci siamo abituati a sentire denigrare i cosiddetti “professionisti della politica”, gente che non ha mai lavorato in vita sua, mangiapane a tradimento, per limitarci al linguaggio forbito. Insulti spesso più che meritati, come dicevamo prima.
Ma qual’è il contrario di un professionista ? Un dilettante.
E questo spiega molte cose.
Fare le leggi o governare un Paese non è come passare gli articoli della spesa, è una cosa complessa e difficile, richiede conoscenze e competenze specifiche che non si improvvisano.
Bisogna studiare, e non solo i congiuntivi.

Ecco, ho la sensazione che alla base di tutto ci sia un fraintendimento del cosiddetto relativismo.
È vero che col tramonto delle grandi ideologie abbiamo perso fiducia nelle verità assolute, ma da questo non ne deriva necessariamente che tutto si equivalga.
In campo scientifico questo è molto chiaro: non esiste verità assoluta, ogni teoria vale fino a prova contraria, cioè fino a quando un esperimento non ne dimostri la fallacia. E tuttavia ogni nuova teoria che pretenda di prendere il posto della vecchia deve dimostrare di sapere spiegare tutto ciò che spiegava la vecchia, più quello che la vecchia non era in grado di spiegare. Può non essere vera in assoluto, ma è “più vera” della precedente. Ci vuole Einstein per spodestare Newton, ed astronomia o astrologia non sono la stessa cosa.

Fuori dal campo scientifico il discorso si fa più sfumato, la discrezionalità ha un certo spazio, è innegabile, ma neanche qui vale tutto. In ogni civiltà ed in ogni campo si sono affermati dei canoni condivisi, dei criteri estetici, nessuno ragionevolmente contesta la grandezza di Shakespeare o di Michelangelo o di Mozart, o sostiene che le antologie scolastiche dovrebbero essere composte da brani estratti a sorte e scaricati dalla Rete.

Il relativismo non è il passaporto per l’ arbitrarietà, piuttosto, per usare le parole di Franco Cordero, :significa patrimonio di idee, dubbio intelligente, cautela, ricerca onesta, umile riconoscimento dei limiti umani”. 

Il presepe postmoderno

Ora li posso vedere, come sempre, con l’occhio della mente,

in quelle vesti rigide e dipinte, i pallidi

insoddisfatti apparire e scomparire nell’azzurra

profondità del cielo, i loro volti antichi come pietre

battute dalla pioggia, e tutti gli elmi d’argento, che ondeggiano

l’uno vicino all’altro, e gli occhi sempre fissi, sperando

di ritrovare ancora, insoddisfatti dal tumulto del Calvario,

sul pavimento bestiale il mistero

del tutto incontrollabile.

William Butler Yeats

Qualche tempo fa si parlava di una caratteristica fondamentale del tempo in cui viviamo, spesso definito “postmoderno”, cioè l’indebolimento del concetto di verità. Non è vero ciò che è vero ma è vero ciò che un certo numero di persone ritiene vero e diffonde come tale. La buona vecchia  leggenda, favola, bufala, quel che volete insomma, nobilitata a “post verità”, un termine che mi pare già avviato a diventare la parola dell’ anno.
Facevo notare appunto a questo proposito che, per quanto la parola sia nuova, la cosa in sé non lo è affatto.

A proposito. Passate le feste ed arrivati i Re Magi, è tempo di smontare e riporre in cantina il Presepe, giusto ?

Ecco, appunto.

Le poche notizie in merito alla nascita di Gesù provengono principalmente dal Vangelo di Matteo, scritto presumibilmente una quarantina d’anni dopo la morte di Cristo, e non vi si trova traccia di stalla, né grotta, né bue ed asinello o adorazione dei pastori. Nel Vangelo di Luca, ancora più tardo, si fa effettivamente cenno ad una mangiatoia, il che autorizza a pensare che la scena fosse un ricovero per animali. Il bue e l’ asinello, invece, sono molto addirittura frutto di un errore di traduzione…
Matteo ad un certo punto afferma che “alcuni maghi giunsero da Oriente“ guidati da una stella. Maghi, vale a dire sacerdoti astronomi persiani. Non dice re e neppure Magi, termine che deve essere stato introdotto più tardi nella convinzione che fosse sconveniente per il Bambino Gesù essere adorato da un gruppo di astrologi… Neppure afferma che fossero tre, usa il plurale (“alcuni maghi”) e dice soltanto che portarono tre doni. Meno che mai ne fa i nomi, che si chiamassero Gaspare, Baldassarre e Melchiorre ce lo siamo inventati un po’ di secoli dopo, mentre addirittura un millennio dopo i fatti ci siamo inventati che la stella che li guidava fosse una cometa. E cometa fu.

Sorprendentemente, o forse no, dei Magi possediamo tuttora le reliquie, ed anche questa è una storia interessante. Ne è protagonista Sant’ Elena Imperatrice, la madre di Costantino, vissuta fra il III ed il IV secolo. Viene considerata patrona degli archeologi, il che non sorprende dal momento che nel corso di una spedizione a Gerusalemme asserì di avere ritrovato la vera Croce di Cristo insieme a quelle dei ladroni, nonché le spine della corona, i chiodi, il cartiglio e persino la spugna imbevuta di aceto usata tre secoli prima dai soldati romani. Roba che nemmeno Schliemann.
Naturalmente, trattandosi dell’ imperatrice, a Costantinopoli nessuno sollevò obiezioni, per cui l’ anziana donna ci riprovò, e nel corso di un’altra fortunata spedizione ritenne di avere individuato le spoglie appunto dei Magi. Le portò anche queste a Costantinopoli, per donarle poco dopo all’ appena nominato Vescovo di Milano, Eustorgio, o almeno così riferì lui. Come che sia, le spoglie arrivarono a Milano in un grande sarcofago che si impantanò alle porte della città, e lì il vescovo fece costruire la Chiesa che porta il suo nome, destinata a custodirle.

Le spoglie non avevano finito di tribolare, qualche decennio dopo Ambrogio ne donò una parte alla sorella, monaca a Brugherio dove tuttora si conservano, il resto fu portato via dal Barbarossa a Colonia e solo di recente in piccola parte restituito, ma questa è un’altra storia.

Tutto questo si racconta da secoli come vero e tanto, in pieno spirito postmoderno, riferisco.

Quanto al Presepe, il termine letteralmente significa “davanti alla siepe”. Siepe ?

Vero, falso, o post moderno ?

 

L’indebolimento del concetto di verità è la principale caratteristica del postmoderno.

Il fallimento delle ideologie nate dall’ Illuminismo e positivismo ha fatto venire meno la fiducia nella scienza e nella possibilità stessa di pervenire ad una “verità”.

Benché la scienza non abbia mai davvero preteso di poter raggiungere la verità, ma semmai di avvicinarsi progressivamente attraverso teorie capaci di spiegare sempre meglio il funzionamento del mondo, tuttavia il successo stesso della tecnologia ha fatto nascere l’ illusione che lo stesso approccio “scientifico” potesse essere usato per interpretare la psiche umana o per progettare una società perfetta.

Non è così, naturalmente, si tratta di ambiti il cui grado di complessità è talmente elevato da rendere impossibile un calcolo matematico e le elaborazioni quantitative, senza considerare poi che precluso il ricorso all’ esperimento, cioè al cardine del metodo scientifico.

Il tramonto di un’illusione trascina con sé il concetto di verità ?

Sta di fatto che nella concezione postmoderna la verità  non sta nella corrispondenza alla realtà, ma in una narrazione accettata; vale a dire che è vero ciò che la gente pensa che sia vero. Nella polemica post moderna contro lo scientismo viene spesso fatto uso di una famosa frase di Niezsche: “ Non ci sono fatti, ma solo interpretazioni”.

Ora, questa osservazione, che si trova in uno dei frammenti postumi, nella sua interezza suona come segue: “Contro il positivismo che si ferma ai fenomeni: ‘ci sono soltanto i fatti’, direi: no, proprio i fatti non ci sono, bensì solo interpretazioni. Noi non possiamo constatare nessun fatto in sé”.

Per un singolare paradosso, la maggior parte degli scienziati contemporanei sarebbe abbastanza d’accordo con questa affermazione, per almeno un paio di ragioni.

La prima è che, fin dagli albori della meccanica quantistica, abbiamo imparato che qualunque osservazione perturba il sistema osservato. È questo il fondamento del principio di indeterminazione di Heisenberg, secondo cui una conoscenza “esatta“ del mondo fisico non può darsi. Certo, non è che si possa mai pensare di spostare un autocarro solo per il fatto di guardarlo, certamente no. Però, a livello subatomico, l’effetto dell’osservatore si fa notare.

Il secondo motivo è più diretto. Le scienze cognitive ormai confermato quello che Kant aveva intuito: ciò che percepiamo non è “la cosa in sé”, ma una rappresentazione della cosa.

Ciò che arriva alla coscienza è già stato processato, selezionato, interpretato dagli organi di senso, messo in forma intellegibile, insomma filtrato. Vediamo gli oggetti in prospettiva nello spazio, sappiamo come varia la loro dimensione apparente con la distanza, selezioniamo forme rispetto ad uno sfondo, isoliamo certi suoni in mezzo al rumore. Insomma quello che percepiamo con i sensi è già un’interpretazione del mondo. I fatti esistono, con buona pace di Nietzsche, ma quello che percepiamo è già un’ interpretazione di quei fatti.

Da qui in avanti però quasi nessuno scienziato seguirebbe Nietzsche negli abissi del nichilismo, né tanto meno ne ricaverebbe la conclusione che tutto è indifferente, un’interpretazione della realtà è buona come un’ altra. Perché le teorie che ricaviamo dai fatti (o dall’ interpretazione dei fatti ad opera dei nostri sensi) possono essere disposte secondo una gerarchia, sulla base della maggiore o minore potere esplicativo dei risultati sperimentali, e più ancora, in base al potere che può essere dimostrato mediante esperimenti successivi.

Una teoria soppianta un’altra non in base a un gusto personale, ma perché dimostra di avere un maggiore potere di descrizione della realtà. Non è vera in assoluto, insomma, ma è “più vera” della precedente. C’è un movimento ascendente, ancorché asintotico. Nulla che giustifichi un relativismo radicale (e post moderno) del genere” vale tutto”, né tantomeno che l’ idea che è vero ciò che un certo numero di persone ritiene vero.

Poco dopo l’esito del referendum sulla Brexit, la direttrice del Guardian  Katharine Viner ha scritto un lungo articolo per evidenziare come la tecnologia abbia demolito la verità. Qualunque bufala circoli sui socia al media viene ormai regolarmente ripresa e rilasciata dalla stampa “ufficiale” senza un vero controllo. Tra queste bufale la Viner cita i presunti vantaggi economici della Brexit, prontamente negati dopo il voto persino da coloro che li sostenevano durante la campagna.

“Quando un fatto comincia a somigliare a qualcosa che vi sembra vero, diventa difficile distinguere tra fatti che sono veri e ‘fatti’ che non lo sono. (…) Non significa che non ci sia più la verità, ma che non siamo più in grado di metterci d’accordo su quale sia. (…) Sempre più spesso, un fatto è qualcosa che qualcuno ritiene vero: oggi la tecnologia consente a questi ‘fatti’ di circolare a una velocità e con una diffusione che sarebbero stati impensabili nell’ era Gutenberg o anche solo una decina di anni fa”.

Fino a qui l’ analisi della signora Viner non mi entusiasma. La storia è piena di bufale – dalla donazione di Costantino ai protocolli dei Savi di Sion– prese per verità fino alle più tragiche conseguenze. Non c’era bisogno di aspettare Internet, che semmai ha reso più difficile tenere nascosti certi imbrogli.  Il punto più interessante è invece un altro.

Gli algoritmi come quello che alimenta il news feed di Facebook sono costruiti per suggerire altri contenuti compatibili con i nostri gusti: questo significa che la versione del mondo che incontriamo ogni giorno nel nostro flusso di notizie è stata modificata per rafforzare le nostre convinzioni preesistenti.”

Questo è effettivamente qualcosa di nuovo e, se devo dire la mia, è il pericolo principale che vedo in questo strano mondo virtuale.

Non solo, o non tanto, il fatto di ritenere vero ciò che noi e la nostra cerchia riteniamo vero, ma il fatto che ciò che il social network quotidianamente ci propone è selezionato proprio per confortare questa convinzione. Come gli antichi sovrani, siamo immersi in un ambiente che tende a darci sempre ragione, pur di indurci alla benevolenza di cliccare sempre più post.

Che ci tocchi prima o poi rimpiangere persino i troll ?

La luce e gli occhi chiusi

In verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi. Gv., 21, 18

Se c’è una cosa su cui mi pare abbia senso interrogarsi, è l’ incredibile presa della religione nel mondo moderno.

Non è una questione banale, tutt’ altro. Che la religione sia anche soltanto sopravvissuta fino ad oggi, già questo appare tutt’ altro che scontato. Il trionfo della ragione sancito dall’ Illuminismo pareva dovesse prima o poi fare piazza pulita della religione, al pari di ogni sorta di credenze o superstizioni (le quali, sia detto per inciso, godono esse stesse di una discreta fortuna ancora oggi). Anticaglie di un tempo che fu, in cui la gente credeva invece di pensare, assurdità non meno assurde della mitologia antica, favole alimentate dall’ ignoranza e destinate ad essere spazzate via dal progresso, dall’ istruzione, dall’ educazione. Questione di tempo, nient’ altro che questo.

Le cose non sono affatto andate in questo modo, è sotto gli occhi di tutti. Sono semmai le ideologie, le pretese scientiste ad essere state spazzate via; ed il mondo non si è affatto trasformato in un luogo di pace e concordia, le guerre divampano oggi più furiose che mai, qualcuno persino parla di “guerra mondiale a pezzetti”, e quel qualcuno è il Papa, cioè il massimo leader religioso.

La novità è che questa non è affatto una novità, da quanti secoli – o millenni – le guerre sono fatte in  nome della religione ? Oggi vediamo la guerra di religione all’ interno dell’ Islam, anzitutto, sunniti contro sciiti, il che vuol dire in primo luogo iraniani contro sauditi, perché non siamo ingenui, sappiamo bene che la politica, il potere, il dominio stanno dietro ad ogni guerra di religione, oggi come cinquecento anni fa.

E poi ci sono musulmani contro cristiani, musulmani contro ebrei, fondamentalisti contro laici, ed ogni possibile combinazione di sfumature contro qualsiasi altra, sempre nel nome di Dio, s’ intende, che poi a ben guardare è proprio lo stesso Dio, grande e misericordioso nonostante gli eccessi dei suoi fans.

Invece dell’ annunciato declino, la religione incontra un successo addirittura crescente. Com’è possibile tutto questo ?

Nel suo ultimo libro (faccio fatica a definirlo “romanzo”), intitolato “Il Regno”, Emmanuel Carrère racconta del suo periodo di fervida conversione religiosa, negli anno ’90. Ed in particolare, racconta della frase che segnò tale conversione, quella che gli aprì gli occhi e gli fece “vedere la luce”. Era la frase che ho riportato in testa al post, tratta dal Vangelo secondo Giovanni. Carrère commenta così:

Penso che dietro ogni conversione a Cristo ci sia una frase e che ognuno abbia la propria, fatta per lui, che lo sta aspettando. La mia e stata questa. Dice, per prima cosa: lasciati portare, non sei più tu che decidi dove andare, e quello che può sembrare un atto di rinuncia può anche essere, una volta mollati gli ormeggi, un immenso sollievo. E ciò che si chiama abbandono, e la mia unica aspirazione era abbandonarmi.

Ma dice anche: ciò a cui ti abbandoni – Colui al quale ti abbandoni- ti porterà dove tu non vuoi. Ed è questa parte della frase che sentivo rivolta a me in modo particolare.

Insomma, a me pare piuttosto evidente quale sia stata la molla della conversione: la volontà di “abbandonarsi”, la resa ad una volontà più alta, il ritrarsi e farsi piccolo.

Il ben più controverso romanzo di Houellebecq ha per titolo “Sottomissione”, che poi è l’ esatto significato del termine Islam. A questo proposito mi torna in mente un’ intervista che lessi molti anni fa, con uno dei primi convertiti all’ Islam, i tempi assolutamente non sospetti, vale a dire il cantante Cat Stevens, che in seguito alla conversione cambierà il suo nome in Yousuf Islam, smettendo poco dopo di fare musica. Dell’ intervista, ricordo Cat/Yousuf esprimere il concetto che “una volta giunto all’ Islam, non hai nessun altro posto dove andare”.

Ad una mente razionale, questo tipo di affermazioni suona scandaloso. Davvero può la sottomissione essere considerata una meta auspicabile, addirittura la condizione più desiderabile per un uomo ? Davvero l’ abbandonarsi, il diminuirsi, l’ obbedire può essere la massima realizzazione personale ? Carrére lo descive così:

Il bisogno di ancorare la propria angoscia ad una certezza; il ragionamento paradossale che fa della sottomissione a un dogma un atto di suprema libertà; la scelta di dare senso a una vita invivibile interpretandola come una serie di prove imposte da Dio.

Assai prima di lui, nel più famoso capitolo dei “Fratelli Karamazov”, Dostoeski fa dire al Grande Inquisitore queste parole:

Non c’è per l’uomo rimasto libero più assidua e più tormentosa cura di quella di cercare un essere dinanzi a cui inchinarsi. Ma l’uomo cerca di inchinarsi a ciò che già è incontestabile, tanto incontestabile, che tutti gli uomini ad un tempo siano disposti a venerarlo universalmente.

Vi sembra che Dostoeski esageri ?

Dal momento che le cose si vedono bene quando le si portano all’ estremo, proviamo a portarle all’ estremo.

In un recente articolo sull’ International New Tork Times, l’ opinionista Roger Cohen si domanda che cosa possa indurre  dei giovani occidentali, per quanto emarginati, ad abbandonare le loro vite ed arruolarsi nelle fila dello Stato islamico, con la prospettiva di partecipare attivamente a combattimenti, stupri, decapitazioni, devastazioni e, con ogni probabilità, morire prematuramente di morte violenta. La solitudine ? L’ alienazione ? E’ evidente che c’è qualcosa di più profondo.

“Forse quel qualcosa è, alla radice, una brama di essere sollevati dal peso della libertà. (…) In questo contesto, l’ Islam radicale offre salvezza, o quantomeno scopo, nella forma di una vita i cui parametri morali sono fissati rigidamente, in cui le abitudini sono prescrizioni, la soddisfazione dei bisogni quotidiani assicurata ed il rigetto della libertà inequivocabile. Eliminando la libertà, lo Stato Islamico solleva da un peso psicologico i suoi giovani seguaci alla deriva ai margini della società europea.”

Personalmente, credo che a questo meccanismo si debba affiancare, con un peso certamente non inferiore, il desiderio di rivalsa, la rivincita violenta, la frustrazione, appunto che abbiamo visto all’ opera nel caso degli autori dell’ attentato a Charlie Hebdo.

E tuttavia, rimane il fatto che il prezzo della libertà è l’ insicurezza, il prezzo dell’ autonomia è la solitudine.

Prendere o lasciare.

Un discorso retorico

 

Chissà se c’è qualcuno che leggendo il titolo non abbia avuto una reazione negativa, di diffidenza per non dire di fastidio ? Immagino sia naturale pensare “ci mancavano solo i discorsi retorici, siamo a posto”. Reazione naturale, direi.

A tal punto è caduta in basso la reputazione di questo termine, da essere ormai usato sostanzialmente come insulto. Un discorso retorico è un discorso aulico, pomposo, altisonante. E al tempo stesso miseramente privo di contenuti. Una roba da palloni gonfiati, o politici di mezza tacca, chiacchiere e distintivo.

Il dizionario recepisce puntualmente. Retorico = “dicesi di discorso o scritto, caratterizzato da ricercatezza formale ma privo di validi contenuti. Ampolloso. Per estensione, dicesi di comportamento superficiale, convenzionale, artificioso ed esteriore”. Non ci va leggero, il dizionario.

Non è sempre stato così, però, tutt’ altro. Prima di ridursi a disciplina “traviata”, la retorica era una signora parola, rispettabile, onorabile e piena di ogni virtù. E non parlo tanto dell’ antica Grecia dove la retorica fu inventata, insieme a quasi tutto l’ uomo occidentale. Parlo di tempi molto più recenti, grosso modo fino al Rinascimento, quando l’ educazione di qualsiasi giovanotto che ambisse a diventare una persona di cultura passava necessariamente attraverso lo studio di alcune discipline specifiche, dette “arti liberali”.

Quattro di queste discipline erano relative alla filosofia naturale, e formavano il cosiddetto “Quadrivio”. Si trattava di aritmetica, geometria, astronomia e (curiosamente…) musica.  Per quanto non molti al giorno d’ oggi considererebbero queste discipline (astronomia a parte) come “scienza della natura”, tuttavia esse rimangono tuttora parte del bagaglio dello studente medio.

Altre tre discipline avevano a che fare con le cosiddette “arti del discorso” e costituivano il cosiddetto “Trivio” (termine che anch’ esso si è un filino involgarito, ma non divaghiamo…). Si trattava di grammatica, retorica e dialettica.

Delle tre, la grammatica gode tuttora di ottima salute, e non potrebbe essere altrimenti, la grammatica tratta delle regole per mettere insieme le parole, nomi, aggettivi, verbi, in modo da trarne frasi comprensibili. Niente di più e niente di meno che una tecnica di base. Una frase come “il triangolo hanno tre lati” è grammaticalmente scorretta, mentre è grammaticalmente corretta la frase “il triangolo ha quattro lati”. La grammatica non si occupa del contenuto delle frasi, ma solo della struttura formale di esse.

Anche la dialettica è sopravvissuta, seppure certi eccessi post-idealisti ed anti-idealisti ne abbiano parecchio offuscato il prestigio. La dialettica è arte del ragionare, razionalità applicata come metodo di indagine filosofica, è, logica che intercorre, “dià-logos” ovvero dialogo insomma, e dialogo filosofico in particolare, alla ricerca di una qualche verità, con o senza la maiuscola. E la filosofia in qualche modo si insegna ancora, anche se l’ attenzione è assai più rivolta alla “storia della filosofia” piuttosto che al contenuto, all’ indagine sulle questioni fondamentali. Un approccio un po’ distorto, come parecchi filosofi importanti non hanno mancato di osservare.

“Al posto di una profonda interpretazione dei problemi eternamente eguali, è intervenuta lentamente una valutazione storica, anzi addirittura una ricerca filologica: si tratta ormai di stabilire che cosa abbia pensato o non abbia pensato questo o quel filosofo(…). Ora quindi la ‘filosofia come tale’ è senza dubbio bandita dall’università. (F. Nietzsche)

“Se la filosofia consistesse nel problema di scegliere fra teorie rivali, allora sarebbe ragionevole insegnarla storicamente, Ma se questo non è vero, allora è uno sbaglio insegnarla storicamente, perché non è affatto necessario farlo; possiamo affrontare direttamente l’argomento, senza alcun bisogno di considerare la storia.” (L. Wittgenstein)

Così come la filosofia è stata sostituita nelle scuole dalla storia della filosofia, così la dialettica viene studiata più come un monumento antico, un reperto archeologico, piuttosto che come uno strumento critico vivo, da esercitare.

La grande assente dagli studi moderni invece è proprio lei, la retorica. Sparita, scomparsa, introvabile nelle scuole di ogni ordine e grado. Non la studia più nessuno, ed a buon diritto, si direbbe, se per retorica  s’ intende quello che dicevamo all’ inizio. Chi ha bisogno di imparare a fare discorsi ampollosi, aulici e vuoti ?

Il punto è che la retorica non è affatto questo. La retorica è fondamentalmente una teoria generale del discorso persuasivo, il suo scopo essendo, per dirla con Aristotele, “non il persuadere ma il vedere i mezzi di persuadere che vi sono intorno a ciascun argomento”; ovvero “la facoltà di scoprire in ogni argomento ciò che è in grado di persuadere”.

Lo studio della retorica è simile alla frequentazione di una palestra, gli allievi si sottopongono ad esercizi che non hanno altro fine pratico che metterli in condizione di padroneggiare al meglio tecniche argomentative di volta involta più efficaci per sostenere un argomento, indipendentemente dall’ argomento stesso.

Non è scopo della retorica quello di perseguire la verità, ma quello di sviluppare la conoscenza delle tecniche del discorso. E’ evidente che la padronanza delle tecniche retoriche è bagaglio fondamentale di ogni buon avvocato, lo scopo di qualsiasi arringa è proprio quello di sviluppare nella maniera più convincente possibile gli argomenti in favore del proprio patrocinato. La contrapposizione delle arringhe in un processo non è il momento della ricerca “oggettiva” della verità, ma è la fase fondamentale che la precede.

E tuttavia nei piani di studio delle facoltà di giurisprudenza  ho cercato invano un corso di retorica. Così come poche tracce si trovano nelle Facoltà di Filosofia. La poca retorica che ancora sopravvive si rintana nelle Facoltà letterarie, generalmente malvista e ridotta a servire da ancella alla Linguistica, oppure travestita da ragazzina alla moda e si presenta, guardata con altrettanto sospetto, nei corsi di scrittura e comunicazione.

Un destino triste, per una regina delle arti del discorso.