Strano, la musica non è morta

Confesso, c’ero cascato anch’io.

Ma sì, la storia che la musica è morta, non si vendono più i CD, i negozi di dischi stanno chiudendo, ed anche nei mega Store lo scaffale dei CD si rimpicciolisce sempre più. Quasi tutto vero, intendiamoci. Le vendite di CD sono veramente ridotte al lumicino, un quinto o un sesto di quelle che erano una volta; e basta pensare che un disco d’oro, inventato all’origine per celebrare il milione di copie vendute, oggi in Italia lo si ottiene vendendo 25.000 copie. Che tristezza. C’è un certo ritorno del vinile, è vero, ma si tratta pur sempre di una nicchia irriducibili amatori, musicofili nostalgici.

La verità è che non si vendono più dischi, effettivamente.

E tuttavia.

Tuttavia, l’errore che anch’ io avevo fatto è di trarre la conclusione che la morte del disco segnasse la morte della musica. Un’idea strampalata se uno ci riflette un po’.

I dischi hanno cominciato a circolare circa un secolo fa, agli inizi del Novecento. Forse che prima la musica non c’era? Mozart non ha mai venduto un disco in vita sua, e neppure Beethoven.

C’è stato un tempo, nemmeno troppo lontano, in cui la musica non la si sapeva neppure scrivere, era qualcosa che semplicemente si faceva sul momento, sulla base di ciò che i musicisti più o meno ricordavano, o avevano voglia di fare. Eppure, non esiste cultura umana che non abbia fatto musica, in una forma o nell’altra. Potrei spingermi a dire che non esiste specie umana senza musica, visto che qualche strumento musicale sì è trovato persino negli insediamenti di uomini di Neanderthal, risalenti a 40.000 anni fa.

Pare insomma che la musica la facciamo da sempre, ed ho l’impressione che continueremo a farla nonostante la crisi delle etichette discografiche. Chi se la passa (relativamente) male è probabilmente la popstar, o rockstar, quella che un tempo era in grado di fare soldi vendendo dischi e basta. Il musicista di oggi, per quanto popolare, i soldi li deve fare andando in giro a suonare, Né più nemmeno come gli aedi, i musicanti ed i cantastorie hanno sempre fatto.

Una volta compreso questo, è facile constatare che, probabilmente, non c’è mai stata tanta musica in giro come adesso.

Rivedo il me stesso adolescente che passava le ore alla radio sperando che programmassero quel certo pezzo di quel certo gruppo, il me stesso che risparmiava settimane per comprare un LP, lo portava a casa e lo consumava di ascolti. E che rabbia se deludeva le attese, dal momento che i fondi erano assai limitati. Mi rivedo e provo tenerezza.

Non contento di bazzicare YouTube e Spotify (quest’ ultimo contiene circa 30 milioni di brani, nel caso ve lo chiedeste), mi sono dotato di un “network streamer” di ultima generazione, in grado di ricevere qualche decina di migliaia di radio da tutto il pianeta. Il rischio che corro è semmai opposto, tutta questa abbondanza istiga al mordi e fuggi, all’ ascolto distratto, alla flirt fugace piuttosto che all’ amore duraturo, al surfing, zapping compulsivo o come lo volete chiamare. Troppa grazia per due sole orecchie.

A tanta abbondanza non è detto che corrisponda analoga qualità, è vero, ma questo è un altro discorso, e faccio fatica a pensare che la qualità abbia davvero relazione con la crisi del CD. Ci sono semplicemente periodi più o meno creativi. Le grandi rivoluzioni portano a fiorire molti talenti, e sono seguite da periodi in cui la musica, come altre arti, stenta a trovare originalità.

Certo che, se uno fa un salto indietro di mezzo secolo, si rende conto che nell’anno di grazia 1967 videro la luce un paio di dischi dei Beatles (Magical Mistery Tour e Sgt. Pepper), un paio dei Doors, uno di Bob Dylan, il primo dei Pink Floyd, Are you experienced di Jimi Hendrix, i Velvet Underground con Nico, Surrealistic Pillow dei Jefferson Airplane e mi fermo per non commuovermi. Ma non senza osservare che i Beatles, nei pochi mesi di intervallo tra i suddetti album, per non annoiarsi troppo pubblicarono anche un 45 giri con due inediti, Penny Lane su un lato e Strawberry Fields Forever sull’ altro…

Va bene, va bene, non volevo deprimere nessuno, nel 2017 dovrebbero uscire nuovi dischi di Gorillaz e Arcade Fire che non sono per niente male.

Vi auguro buona musica.

Magari qualcosa di svedese ?

Distonie temporali

Rileggo post da un altro tempo, da un’altra vita, da un altro me. Rileggo e sono io, indiscutibilmente, carta canta e cronologia pure. Eppure, allo stesso tempo non sono io, chiaramente.

Faccio esperienza della quarta dimensione, essere se stessi nello stesso spazio della stessa camera, ed allo stesso tempo non esserlo, perché la posizione sull’asse del tempo è diversa. Per certi versi e c’è invidia, per altri indulgenza.

Ma che cosa accade per chi legge le stesse cose in tempi diversi?
Rileggo libri del passato, per mettere alla prova quest’altra prospettiva, e trovo riscontro, sembra diverso lui, il libro, ma è ovvio che quello diverso sono io, slittato di nuovo sull’asse temporale. Se è così mi aspetta un lungo lavoro.

E allora mi domando che effetto può fare lo stesso post a chi lo legge, a seconda dell’età di chi legge. Mai scritto per adolescenti – credo – ed i viandanti che mi hanno fatto l’onore di frequentarmi in genere non lo erano, e tuttavia 10 anni sono passati, e non invano vorrei dire. Passati per me e per loro.

Pensieri oziosi lo ammetto, ma tre voli in una sola notte sono tanti.

La luce e gli occhi chiusi

In verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi. Gv., 21, 18

Se c’è una cosa su cui mi pare abbia senso interrogarsi, è l’ incredibile presa della religione nel mondo moderno.

Non è una questione banale, tutt’ altro. Che la religione sia anche soltanto sopravvissuta fino ad oggi, già questo appare tutt’ altro che scontato. Il trionfo della ragione sancito dall’ Illuminismo pareva dovesse prima o poi fare piazza pulita della religione, al pari di ogni sorta di credenze o superstizioni (le quali, sia detto per inciso, godono esse stesse di una discreta fortuna ancora oggi). Anticaglie di un tempo che fu, in cui la gente credeva invece di pensare, assurdità non meno assurde della mitologia antica, favole alimentate dall’ ignoranza e destinate ad essere spazzate via dal progresso, dall’ istruzione, dall’ educazione. Questione di tempo, nient’ altro che questo.

Le cose non sono affatto andate in questo modo, è sotto gli occhi di tutti. Sono semmai le ideologie, le pretese scientiste ad essere state spazzate via; ed il mondo non si è affatto trasformato in un luogo di pace e concordia, le guerre divampano oggi più furiose che mai, qualcuno persino parla di “guerra mondiale a pezzetti”, e quel qualcuno è il Papa, cioè il massimo leader religioso.

La novità è che questa non è affatto una novità, da quanti secoli – o millenni – le guerre sono fatte in  nome della religione ? Oggi vediamo la guerra di religione all’ interno dell’ Islam, anzitutto, sunniti contro sciiti, il che vuol dire in primo luogo iraniani contro sauditi, perché non siamo ingenui, sappiamo bene che la politica, il potere, il dominio stanno dietro ad ogni guerra di religione, oggi come cinquecento anni fa.

E poi ci sono musulmani contro cristiani, musulmani contro ebrei, fondamentalisti contro laici, ed ogni possibile combinazione di sfumature contro qualsiasi altra, sempre nel nome di Dio, s’ intende, che poi a ben guardare è proprio lo stesso Dio, grande e misericordioso nonostante gli eccessi dei suoi fans.

Invece dell’ annunciato declino, la religione incontra un successo addirittura crescente. Com’è possibile tutto questo ?

Nel suo ultimo libro (faccio fatica a definirlo “romanzo”), intitolato “Il Regno”, Emmanuel Carrère racconta del suo periodo di fervida conversione religiosa, negli anno ’90. Ed in particolare, racconta della frase che segnò tale conversione, quella che gli aprì gli occhi e gli fece “vedere la luce”. Era la frase che ho riportato in testa al post, tratta dal Vangelo secondo Giovanni. Carrère commenta così:

Penso che dietro ogni conversione a Cristo ci sia una frase e che ognuno abbia la propria, fatta per lui, che lo sta aspettando. La mia e stata questa. Dice, per prima cosa: lasciati portare, non sei più tu che decidi dove andare, e quello che può sembrare un atto di rinuncia può anche essere, una volta mollati gli ormeggi, un immenso sollievo. E ciò che si chiama abbandono, e la mia unica aspirazione era abbandonarmi.

Ma dice anche: ciò a cui ti abbandoni – Colui al quale ti abbandoni- ti porterà dove tu non vuoi. Ed è questa parte della frase che sentivo rivolta a me in modo particolare.

Insomma, a me pare piuttosto evidente quale sia stata la molla della conversione: la volontà di “abbandonarsi”, la resa ad una volontà più alta, il ritrarsi e farsi piccolo.

Il ben più controverso romanzo di Houellebecq ha per titolo “Sottomissione”, che poi è l’ esatto significato del termine Islam. A questo proposito mi torna in mente un’ intervista che lessi molti anni fa, con uno dei primi convertiti all’ Islam, i tempi assolutamente non sospetti, vale a dire il cantante Cat Stevens, che in seguito alla conversione cambierà il suo nome in Yousuf Islam, smettendo poco dopo di fare musica. Dell’ intervista, ricordo Cat/Yousuf esprimere il concetto che “una volta giunto all’ Islam, non hai nessun altro posto dove andare”.

Ad una mente razionale, questo tipo di affermazioni suona scandaloso. Davvero può la sottomissione essere considerata una meta auspicabile, addirittura la condizione più desiderabile per un uomo ? Davvero l’ abbandonarsi, il diminuirsi, l’ obbedire può essere la massima realizzazione personale ? Carrére lo descive così:

Il bisogno di ancorare la propria angoscia ad una certezza; il ragionamento paradossale che fa della sottomissione a un dogma un atto di suprema libertà; la scelta di dare senso a una vita invivibile interpretandola come una serie di prove imposte da Dio.

Assai prima di lui, nel più famoso capitolo dei “Fratelli Karamazov”, Dostoeski fa dire al Grande Inquisitore queste parole:

Non c’è per l’uomo rimasto libero più assidua e più tormentosa cura di quella di cercare un essere dinanzi a cui inchinarsi. Ma l’uomo cerca di inchinarsi a ciò che già è incontestabile, tanto incontestabile, che tutti gli uomini ad un tempo siano disposti a venerarlo universalmente.

Vi sembra che Dostoeski esageri ?

Dal momento che le cose si vedono bene quando le si portano all’ estremo, proviamo a portarle all’ estremo.

In un recente articolo sull’ International New Tork Times, l’ opinionista Roger Cohen si domanda che cosa possa indurre  dei giovani occidentali, per quanto emarginati, ad abbandonare le loro vite ed arruolarsi nelle fila dello Stato islamico, con la prospettiva di partecipare attivamente a combattimenti, stupri, decapitazioni, devastazioni e, con ogni probabilità, morire prematuramente di morte violenta. La solitudine ? L’ alienazione ? E’ evidente che c’è qualcosa di più profondo.

“Forse quel qualcosa è, alla radice, una brama di essere sollevati dal peso della libertà. (…) In questo contesto, l’ Islam radicale offre salvezza, o quantomeno scopo, nella forma di una vita i cui parametri morali sono fissati rigidamente, in cui le abitudini sono prescrizioni, la soddisfazione dei bisogni quotidiani assicurata ed il rigetto della libertà inequivocabile. Eliminando la libertà, lo Stato Islamico solleva da un peso psicologico i suoi giovani seguaci alla deriva ai margini della società europea.”

Personalmente, credo che a questo meccanismo si debba affiancare, con un peso certamente non inferiore, il desiderio di rivalsa, la rivincita violenta, la frustrazione, appunto che abbiamo visto all’ opera nel caso degli autori dell’ attentato a Charlie Hebdo.

E tuttavia, rimane il fatto che il prezzo della libertà è l’ insicurezza, il prezzo dell’ autonomia è la solitudine.

Prendere o lasciare.

Mostrami, o Diva

Sappiamo tutti ormai (più o meno) che “il mezzo è il messaggio”, che nessun mezzo di comunicazione è neutrale e che qualunque forma di trasmissione di un messaggio, da un discorso pubblico ad un tweet, veicola sempre assai più delle sole parole. C’è tutto un modo di predisporre il contesto, di costruire la modalità di ricezione, diversa per ciascun mezzo.

C’è però anche una sorta di interazione reciproca, per cui non solo il mezzo condiziona il pubblico, ma il pubblico a sua volta orienta il mezzo, privilegia quelli che percepisce di volta in volta più affini, e questa affinità varia nel tempo.

Pensiamo ad esempio alla narrazione.

Il raccontare storie risale probabilmente all’ origine della cultura umana, sicuramente precede di molto l’ invenzione della scrittura. Raccontare storie serve. Serve a dare alla comunità un’ identità, attraversi i miti fondativi, serve a dargli regole attraverso il racconto degli dei, serve a garantirne la compattezza attraverso il ricordo delle gesta dei padri e degli eroi, serve a facilitare la socializzazione, serve persino a tramandare il sapere artigianale attraverso la descrizione rituale delle procedure di esecuzione. Si può dire che è il racconto a fare la cultura, piuttosto che il contrario.

E poiché il racconto va tramandato a memoria, la forma che assume alle origini è quella di un canto, accompagnato dalla musica, la cosa più facile da memorizzare che esista.

La narrazione dunque inizia in versi, versi a dire il vero più ritmati che rimati, versi scanditi dagli accenti e regolati nel numero di sillabe. I grandi poemi omerici sono fatti così (“Cantami o Diva…”), e la forma poetica continuerà a dominare la narrazione per molto, molto tempo anche dopo l’ introduzione della scrittura, come sappiamo.

Non che non si scriva in prosa, ma questa rimane a lungo in un ruolo minoritario, in prosa si scrivono fiabe, novelle, racconti, spesso inquadrati in una cornice che li raccolga come nelle Mille e una notte o nel Decamerone.

È solo in tempi relativamente recenti che la narrazione in prosa diventa la forma dominante, attraverso la forma romanzo. Nell’ Ottocento, “Raccontami o Diva” sembra diventare la modalità standard della trasmissione di storie e sempre meno sono coloro che si cimentano nella scrittura di poemi.

Nel Novecento, diventa sempre più importante la forma visuale della trasmissione di storie, una forma per la verità assai antica e mai tramontata, attraverso il il teatro. Nel Novecento però arriva il cinema, che spinge le possibilità di racconto visuale a livelli irraggiungibili nel teatro. Il cinema si presta a raccontare storie come nessun altro mezzo precedente.

All’ ascesa del cinema si affianca gradualmente quella della televisione, e questo sposta ancora di più verso il visuale la forma del raccontare. “Mostrami o Diva” diventa il nuovo verbo.

Sono cresciuto nell’ epoca d’ oro degli sceneggiati televisivi, gli “adattamenti televisivi” dei classici della letteratura, e già il termine “adattamento” fa capire quale fosse ai tempi il rapporto di forze: la letteratura è sovrana, cinema e televisione la “adattano” alle loro possibilità espressive.

Mi sembra che oggi il rapporto di forze stia rapidamente cambiando.

Non mancano, come un tempo, i film – o i telefilm – che si basano sui romanzi di successo, ma il cinema, e la televisione, usano sempre di più soggetti originali, e cominciano a vedersi pubblicati romanzi tratti dalla sceneggiatura di film di successo, un capovolgimento completo rispetto a tempi non troppo lontani. Hunger Games, Twiligt, Game of Thrones, sono tutti esempi di un’ area ibrida i cui non è facile capire da dove si è partiti e dove si è giunti, se dalla narrativa allo schermo o viceversa.

Difficile dire se questa è davvero la modalità del futuro, ma è curioso vedere che scrittori famosi (a partire da Stephen King) abbiano progressivamente spostato il loro interesse verso la produzione di soggetti originali per il cinema o per le serie televisive, piuttosto che adattare le loro opere letterarie preesistenti. Ed è evidente che molti giovani scrittori di talento sono attratti dal mestiere di sceneggiatore.

Questione (anche) di soldi, si capisce, ma questa non è una novità, anche i romanzieri dell’ Ottocento, forti del favore popolare, misero insieme fortune considerevoli.

Ovviamente c’è anche qualche aspetto negativo: mentre il nome dell’ autore di un libro campeggia sulla copertina in dimensiono proporzionali alla sua fama, talvolta maggiori del titolo dell’ opera, raramente il film o la serie televisiva danno lo stesso risalto all’ autore della sceneggiatura, a meno che non si tratti dello stesso regista come (ad esempio) nel caso di Sorrentino.

Ma anche qui, niente di nuovo, o piuttosto trattasi di ritorno alle origini.

Nessuno sa chi abbia scritto i miti, l’ epopea di Gilgamesh o i racconti delle Mille e una notte. E quanto ai grandi poemi omerici, non crederemo davvero che li abbia scritti Omero, tutto da solo, vero ?

Leggere e rileggere, questo è il problema

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Possiedo alcuni libri antichi, eredità del nonno paterno che a sua volta aveva ereditato una villa nobiliare con la relativa biblioteca. Ne avevo parlato un po’ di tempo fa (tanto tempo fa…).

Per “antichi” intendo volumi che risalgono al ‘600 o al ‘700, più un certo numero di volumi ottocenteschi.

Possedere dei libri è un conto, leggerli un altro, si sa, e questi libri non sono facili da leggere, soprattutto i più antichi. E non si tratta solo di pagine ingiallite o rovinate. A mettere in imbarazzo sono soprattutto i caratteri tipografici desueti, nonché l’ italiano arcaico.

Faccio un esempio. Un piccolo volume stampato a Palermo nel 1661 per l’ editore Bisagni contiene l’ Iliade di Omero tradotta “in verso italiano” da Don Francesco Velez e Bonanno, con dedica a Don Giovanni d’ Austria, vicerè a Napoli, colui che una quindicina d’ anni prima aveva sedato la rivolta di Masaniello. Consideriamo che la versione di Vincenzo Monti, incubo di generazioni di liceali arriverà ben 150 anni dopo…

Don Francesco attacca così:

Canta, ò Diua, lo ʃdegno di Pelide,

sdegno crudel, che lacrimoʃe ʃtragi

diè al Greco Impero, e à Pluto in don mill’ alme

di forti eroi, e lor a l’ onte in preda

laʃciò de’ cani, e de l’ augel grifagno”

Ho reso l’ idea della fatica che si fa ? E tuttavia, con tempo e pazienza, facendo l’ abitudine all’ ortografia antica, il libro si riesce a leggere, ed anche con un certo piacere.

Possiedo anche, nella mia cantina, alcuni floppy disks, qualcuno addirittura nel formato grande da 5.25”. Sinceramente, non ricordo più cosa ci sia dentro, ma a questo punto non ha molta importanza, perché comunque non saprei dove trovare un PC in dotato di slot per floppy, grandi o piccoli che siano, e so che se per qualche strana combinazione lo trovassi, i files che recupererei non sarebbero compatibili con le versioni correnti dei programmi.

E così, ad un amico patito di e-reader, faccio osservare che i suoi e-books difficilmente saranno ancora leggibili non dico fra tre o quattro secoli come l’ Iliade di don Francesco, ma neppure fra tre o quattro anni… E’ sufficiente che dispositivi e formati avanzino di un paio di generazioni.

Di videocassette e Stereo8 neppure parlo, naturalmente.

Sì, lo so, rischia di sembrare un discorso da luddista che si oppone al progresso per principio, ma vi assicuro che non è così. Sull’ ultimo numero (N. 555 – novembre 2014), di “Le Scienze” che non è propriamente l’ organo ufficiale degli oscurantisti, a lanciare l’ allarme è Vinton Cherf, uno che di internet si intende, avendola praticamente inventata, a partire dal protocollo di trasmissione TCP/IP. Uno bravo, insomma.

Cherf fa notare che molti dati scientifici importanti, risultati di esperimenti, dati di missioni spaziali, e persino molti dati giudiziari, prove utilizzate in tribunale, perizie, eccetera, sono conservati su formato elettronico, per lo più nastri magnetici, e codificati in linguaggi che già oggi avremmo difficoltà a riportare in vita.

Sarete fantasmi nella storia, se non trovate una maniera efficace di preservare l’ informazione digitale”, ha detto Cerf, ed è davvero difficile dargli torto. Basta immaginare a cosa succederebbe se il diritto di proprietà di una casa o di un terreno conteso fosse affidato ad un certificato elettronico non più leggibile.

Lungi dall’ assicurare l’ immortalità, il supporto elettronico sembra insomma promettere la più assoluta evanescenza, e l’ indifferenza generale ad un problema di questa portata ne fa il simbolo perfetto di una società schiacciata sul presente, la cui visuale pare arrivare tutt’ al più alla prossima release di IOS o di Android.

Leopardi e il gene egoista

Visitare Recanati sulle tracce di Leopardi e’ (quasi)  inaspettatamente emozionante.
Non troppo rovinato dallo sfruttamento commerciale, il borgo conserva una sua severità austera. Vi si può ancora percepire l’atmosfera del conte Monaldo, insomma, e della sua bigottissima consorte.
E si può respirare la claustrofobia del piccolo Giacomo, condannato dal suo stesso genio precoce alla stessa maniera del piccolo Mozart, ma con l’aggravante dell’ handicap fisico, la tubercolosi, la deformità appariscente, le emicranie invalidanti. Breve e infelice vita, accomunata a quella del sublime musicista anche dall’estremo oltraggio della sepoltura in una fossa comune, 39 anni il poeta, 35 il compositore, per chi voglia giocare ai destini paralleli. E riguardo al genio precoce, che dire di uno che a nove anni sapeva il latino, a undici scriveva tragedie e a tredici imparava da solo l’ ebraico confrontando parola per parola la versione latina della Bibbia ? Studio matto e disperatissimo, ma  lo chiama lui, ma capacità intellettuale sovrumana, che studiare non basta di sicuro.

Risuonano in modo particolare nell’animo, e per le vie del centro antico, le parole del poeta nei confronti della Natura matrigna, che illude e delude i figli suoi, negando loro la felicità e, tuttavia, rendendo persino “contro natura” il suicidio, che alla ragione appare come l’unica ragionevole via di fuga dal male di vivere.
E insomma è come se la natura si facesse beffe delle sue stesse creature, basta rileggere i versi amarissimi delle Rimembranze.

Due secoli dopo, sappiamo molte più cose sulla natura e sulla vita, benché le cose che abbiamo appreso non diano molto aiuto a chi voglia rischiarare l’immagine sconsolata del poeta filosofo.
Dopo Darwin, e dopo le scoperte della genetica, e’ difficile continuare a pensare che la natura di cui siamo frutti possa o addirittura debba nutrire sentimenti materni nei confronti delle sue creature. Siamo prodotti di processi naturali, questo si’, ma processi che non hanno intenzionalità ne’ fini.
Vengono in mente semmai le più radicali affermazioni di Spinoza. È assurdo pensare che Dio, ovvero la natura, ovvero la totalità dell’essere, abbia dei “fini” in quanto se ne avesse ci sarebbe qualcosa al di fuori di esso verso cui tendere, dunque egli, Dio ovvero natura, non sarebbe “tutto”, non sarebbe totalità dell’essere.

Oggi diremmo piuttosto che è assurdo pensare che la natura abbia dei fini o che abbiano intenzionalità le strutture autoreplicanti emerse dalla evoluzione, al di là di essere sopravvissute proprio grazie alla capacità di autoreplicarsi.

Siamo servi dei nostri geni, più che altro, macchine necessarie ad assicurare la riproduzione del DNA. La natura, lungi dall’essere madre benevola o ingrata matrigna, pare essere indifferente padrona.
Che il suicidio sia “contro natura” non è affatto contraddittorio, semplicemente non è conveniente per i cromosomi programmati per autoreplicarsi che il loro portatore si faccia fuori da solo…

Mi domando cosa la mente straordinaria di Giacomo avrebbe potuto tirare fuori da tutto questo.
Un pessimismo iperuranio, probabilmente.

La mente mentitrice

«Così come il mandrillo non può mortificare la retorica delle sue chiappe policrome, così non potremo toglierci di dosso, deliziosa maledizione, questo pieghevole vello di verbi»

G. Manganelli – Letteratura e Menzogna

 

A giocherellare con l’ origine e l’ evoluzione delle parole si finisce spesso assai più in là del previsto, ed è proprio  questo a rendere l’ etimologia un modo assai intrigante di passare il tempo.

Ad esempio, uno comincia col chiedersi da dove venga la parola “mente” ed in men che non si dica si trova avviluppato nel ginepraio di una famiglia assai numerosa di termini accomunati da insospettabili e stravaganti parentele. Un po’ come le famiglie vere, a volerla dire tutta…

Tutto nasce, come al solito, da una radice indoeuropea che suona più o meno come “mâ”, uno di quei termini polivalenti comuni nelle lingue arcaiche, che indicava contemporaneamente il concetto di “misurare” qualcosa, ma anche quello di “formare” qualcosa. Questa ambiguità, naturalmente, non deve stupire più di tanto, le radici originarie sono relativamente poche, un linguaggio si arricchisce e si ramifica strada facendo, per decine di migliaia di anni prima che qualcuno cominci a metterlo per iscritto e codificarlo.

La radice  “mâ” ha dunque un primo significato che è “dare forma” a qualcosa, e da qui viene un primo gruppo di parole di cui le più importanti sono “materia” e “madre”. La parentela è rimasta assai più stretta in inglese (“matter” e  “mother”). Dalla seconda accezione “misurare” viene naturalmente il metro (“meter” in inglese), la “mano”, ma anche, ed è quello che ci interessa, ne deriva il collegamento all’ atto del pensare. Strano sì ma non troppo, se ci ricordiamo che parole come “pensare” o “ponderare” sono chiaramente legate all’ atto del pesare. Ma non divaghiamo…

La radice  “mâ” intesa come “misurare”  genera dunque abbondante figliolanza, a cominciare dal tedesco “mann” e dall’ inglese “man”, cioè, puramente e semplicemente “uomo”. Che l’ uomo sia misura di tutte le cose, come sosteneva Protagora, sembra persino essere quasi una tautologia. Da “mâ” viene il termine greco “ménos” il cui significato è il “senno” e dunque (era ora !) la mente, attributo specificatamente umano.

Ora, a me pare già un fatto notevole che due termini così antitetici da essere stati messi in opposizione dialettica da quasi tutta la tradizione filosofica degli ultimi millenni, rivelino invece un’ insospettabile origine comune ed una parentela assai stretta. Fossi Cartesio, un po’ ci resterei male.

A dire il vero, un sospetto poteva venire osservando come la trasmissione del sapere verso le menti dei giovani avvenga, in tutte le scuole, suddividendo il sapere medesimo per l’ appunto in “materie”…

Ma non finisce qui.

Dal “mâ” indoeuropeo e dal “ménos” greco, infatti, derivano tutta un’ altra serie di parole, e qui entriamo nel campo degli zii più eccentrici. Basti citare il termine  “medico” o “matematica”, “imitare”, “mania” nonché le Muse in generale ed una di esse (Mnemosine) in particolare, senza dimenticare la più intellettuale delle dee latine, cioè Minerva. Ma soprattutto deriva “mentire”. Per quanto strano possa sembrare, nel greco antico non esiste una parola che indichi  la menzogna, esiste il falso (“pseudo”) ma non propriamente il bugiardo, Ulisse è definito ingegnoso, astuto, multiforme, tutto fuorché bugiardo…

Pare quasi che uomo, mente e menzogna siano un tutt’ uno, un pacchetto indivisibile da prendere o lasciare, i cui componenti non possano essere separati. Sorprendente, sì, ma dopo tutto nemmeno troppo.

L’ inganno è una delle più importanti strategie di sopravvivenza che l’ evoluzione abbia sviluppato. Fiori che sembrano insetti, insetti che sembrano foglie o rami secchi, pesci che sembrano sassi e serpenti che sembrano liane, niente o quasi è come sembra.

Perché l’ uomo dovrebbe essere diverso ? Semplicemente, per dirla con Giorgio Manganelli, il vero manto mimetico dell’ uomo è sempre stato il suo linguaggio.

“Da sempre si aggira sulla terra, in diverse e riconoscibili incarnazioni, un uomo singolare: scostante, e affascinante; tiene del sordido, e certo dell’ambiguo; e alla spregevolezza mescola qualcosa di grandioso. Lo si direbbe imperfettamente umano: sebbene sia difficile dire se la sua sottile inesattezza venga da commistione angelica o animale. È il Grande Mentitore.”