Nostos

Notturno

Ritorna, è vero, ecco che ritorna, 

la vita circolare, dove sempre  

rivolgi il tuo cammino ad Occidente,  

convinto di raggiungere il tramonto  

all’ orizzonte, e infine riconosci

le luci familiari di anni ingenui. 

 

La fonte dell’eterna giovinezza  

compare come un tenue arcobaleno  

nell’ aria dirimente di un mattino. 

Rapido movimento tra le foglie, 

fugace balenare d’ un sorriso, 

effimera l’essenza dei fantasmi. 

 

La fine che è principio è più fatale 

che perdersi nei boschi a tarda sera. 

Annunci

Ad Occidente di che ?

“Le spirali! Le spirali! Vecchio Volto di Pietra guarda avanti:

Cose troppo a lungo pensate non possono più esserlo.

La bellezza muore di bellezza, il valore  di valore,

Ed i lineamenti antichi si cancellano.”

W. B. Yeats

Ciò che è definito è definito – sempre – in rapporto a qualcos’altro. Non ci sarebbe la parola “giorno” se non esistesse la notte. La contesa è la madre di tutte le cose, insegnava già Eraclito ventisette secoli or sono.

E dunque Occidente si oppone ad Oriente, nella storia. Un’ opposizione geografica, naturalmente, ma anche una contrapposizione culturale ed ideologica. Un’ opposizione che si può far risalire, come minimo, alle guerre dei Greci contro i Persiani, il casino delle polis contro l’ imperialismo del Gran Re. Una contrapposizione che si rafforza nel corso del tardo Impero Romano, c’è quello d’ Occidente e quello d’ Oriente, per l’ appunto, è da lì in avanti è tutto un fronteggiare una varietà di Orienti, unni, saraceni, mongoli, turchi. C’ era poi l’ Oriente estremo, quello più lontano, di cui molto si favoleggiava e poco si sapeva, a parte le merci esotiche e qualche invenzione, come la bussola o la polvere da sparo, di cui fu peraltro l’ Occidente a comprendere e sfruttare in pieno la micidiale efficacia.

È ovvio che mentre i Turchi assediavano Vienna era piuttosto facile comprendere la distinzione – e la contesa – tra Oriente ed Occidente. In tempi più recenti, lo stesso schema di contrapposizione è stato utilizzato per interpretare la guerra fredda, lo scontro con il blocco comunista, ma era una forzatura, il comunismo stesso è un prodotto del pensiero occidentale, creato da un filosofo tedesco erede dell’ idealismo hegeliano, rifugiatosi a Londra dopo aver girato mezza Europa. L’ Oriente non c’entra nulla, la contrapposizione fra capitalismo e comunismo è tutta interna all’ Occidente.

Quanto diverso sarebbe stato il nostro destino se i Persiani avessero avuto la meglio a Maratona, gli arabi a Poitiers o i turchi a Lepanto, questo si può intuirlo, ma oggi, in che senso si parla di Occidente, ed a quale “non Occidente” lo contrapponiamo ?
Se pensiamo all’ Estremo Oriente di oggi, Cina, Giappone, ma anche le cosiddette tigri asiatiche, Taiwan, Corea del Sud, Singapore, troviamo paesi ampiamente occidentalizzati, che dialogano con l’ Europa o con gli USA sulla base di principi economici del tutto omogenei, così come accade per India, Thailandia o Filippine. C’è competizione economica, certo, ma nessuna vera contrapposizione ideologica.
E allora, dove passa oggi il confine tra Occidente e ciò che Occidente non è ?

Se proviamo oggi ad elencare i “valori occidentali”, vengono subito in mente la libertà individuale, l’ uguaglianza di diritti, la democrazia parlamentare, lo Stato laico, la parità della donna, e così via. Non a caso ho precisato “oggi”, perché l’ elenco precedente avrebbe di sicuro fatto inorridire Augusto, Carlo Magno, il Re Sole o Federico II, così come sarebbe inorridito praticamente qualunque sovrano nella millenaria storia d’ Occidente. L’ Occidente è una sorta di costruzione mentale, un “work in progress” e ciò che intendiamo oggi con questo termine è una composizione di idee che prendono forma negli ultimi secoli, si affermano con l’ illuminismo e diventano di dominio pubblico dopo la Rivoluzione Francese. Novità fresche di giornata, rispetto ad una storia di tre millenni. Idee in movimento, prodotti di un’ evoluzione culturale. A comporre il quadro, occorre come minimo aggiungere la razionalità scientifica che si manifesta nel progresso tecnologico, ed un’ economia di tipo capitalista ormai di fatto senza accettata da tutti.

Questo dunque, piaccia o no, è l’ Occidente oggi, libertà più diritti più tecnologia più capitalismo. Non che sia un panorama omogeneo, ovviamente, né tutti i Paesi che associamo all’ Occidente manifestano allo stesso modo tutte le caratteristiche elencate, ma insomma, grosso modo l’ Occidente è questa roba qui. Naturalmente, rimane la domanda di prima: che cosa, oggi, è “non Occidente ?”

La prima risposta che viene alla mente è, naturalmente, l’ Islam, sulla base di una contrapposizione che appare a prima vista di natura prettamente religiosa. A guardare più da vicino, però, ci si rende conto che la realtà è un po’ più complessa. Islam, cristianesimo, ebraismo com’ è noto sono dette “religioni del Libro” in quanto condividono l’ Antico Testamento; l’ islam condivide col cristianesimo anche il Nuovo, pur “declassando” Gesù a penultimo dei profeti. Che Dio sia grande lo affermano tutt’e tre, spirito missionario e volontà di proselitismo non sono certo mancate al cristianesimo, così come le lotte interne feroci tra chiese e tradizioni diverse.
Dove realmente la linea di frattura è netta è semmai la pretesa che la legge religiosa debba valere anche come legge dello Stato, essere tradotta in norme vincolanti per tutti, credenti o meno. Questo è ciò che propriamente viene definito “integralismo”: considerare stato e religione come un tutt’ uno. L’ integralismo è in parte indotto dalla struttura stessa del Corano, che spesso è prescrittivo, identifica categorie di reati e prevede le relative pene. L’ integralismo non è stato estraneo alla storia dell’ Occidente, ma a me pare ormai metabolizzata l’ idea che la religione non vada imposta e che lo Stato debba mantenersi il più possibile neutrale, “laico” e trattare i propri cittadini senza fare differenze di razza, lingua e – appunto – religione. Non è così da sempre, anche la separazione dei poteri è un’ idea illuminista, ma a ben vedere già ai tempi della contesa medievale tra papato ed impero i sovrani avevano sviluppato l’ idea che, dopo essere stati doverosamente incoronati per grazia di Dio, dovessero poi essere lasciati liberi di agire senza troppe interferenze. Date a Cesare quel che è di Cesare è sempre stata una delle frasi più citate dei Vangeli.

E dunque, una linea di frattura autentica fra ciò che è Occidente e ciò che non lo è l’ abbiamo trovata. È una frattura superabile ? Difficile da dire, le opinioni su questo divergono animatamente, ma proprio su questo, io credo, si gioca la cosiddetta sfida dell’ integrazione. La laicizzazione dunque, il richiamo della libertà contro quello della purezza.

E tuttavia, a mio modo di vedere, altri pericoli incombono su questo nostro Occidente che forse, in qualche modo, si trova oggi a fronteggiare se stesso in una sorta di estrema sfida finale.

Sono pericoli tutti interni, infatti, sono quelli che i marxisti di una volta chiamavano “le contraddizioni interne del capitalismo”. Le spiega bene Yuval Harari nel suo saggio “Sapiens”. Per comprendere la storia economica moderna ed il vero ruolo dell’ economia, dice, “quello che bisogna veramente tenere a mente è una parola sola. Questa parola è ‘crescita’. (…) Ciò che consente alle banche, e all’ intera economia di sopravvivere e prosperare è la nostra fiducia nel futuro”. Circa cinquecento anni fa, infatti, “le persone cominciarono a concordare sul fatto di rappresentare beni immaginari – beni che al presente non esistono – con una speciale forma di denaro che chiamarono ‘credito’.(…) Si fonda sul presupposto che le nostre risorse future saranno sicuramente molto più abbondanti delle risorse attuali”. Ciò che rese possibile questa nuova prospettiva fu il progresso. “Nel corso degli ultimi cinquecento anni l’ idea di progresso convinse la gente a riporre sempre più fiducia nel futuro. Questa fiducia fu l’ origine del credito; il credito portò vero sviluppo economico, e lo sviluppo economico rafforzò la fiducia nel futuro aprendo la strada alla possibilità di avere ancora più credito”.

È ovvio che l’ idea di una spirale che cresce all’ infinito è contro natura. Ogni tipo di crescita prima o poi si arresta. Nel corso della storia moderna, tuttavia, la tecnica è sempre riuscita ad inventare qualcosa che ha cambiato lo scenario, aumentando appunto la disponibilità di risorse: la macchina a vapore, il treno, il motore a combustione interna, l’ aereo, il computer, eccetera eccetera. Ma naturalmente non è detto che questa scommessa, la cui posta si alza continuamente, possa essere sempre vinta anche in futuro.

E nemmeno è detto che questa attività che cresce esponenzialmente non finisca con l’ alterare qualche equilibrio fondamentale del nostro pianeta.

Mostrami, o Diva

Sappiamo tutti ormai (più o meno) che “il mezzo è il messaggio”, che nessun mezzo di comunicazione è neutrale e che qualunque forma di trasmissione di un messaggio, da un discorso pubblico ad un tweet, veicola sempre assai più delle sole parole. C’è tutto un modo di predisporre il contesto, di costruire la modalità di ricezione, diversa per ciascun mezzo.

C’è però anche una sorta di interazione reciproca, per cui non solo il mezzo condiziona il pubblico, ma il pubblico a sua volta orienta il mezzo, privilegia quelli che percepisce di volta in volta più affini, e questa affinità varia nel tempo.

Pensiamo ad esempio alla narrazione.

Il raccontare storie risale probabilmente all’ origine della cultura umana, sicuramente precede di molto l’ invenzione della scrittura. Raccontare storie serve. Serve a dare alla comunità un’ identità, attraversi i miti fondativi, serve a dargli regole attraverso il racconto degli dei, serve a garantirne la compattezza attraverso il ricordo delle gesta dei padri e degli eroi, serve a facilitare la socializzazione, serve persino a tramandare il sapere artigianale attraverso la descrizione rituale delle procedure di esecuzione. Si può dire che è il racconto a fare la cultura, piuttosto che il contrario.

E poiché il racconto va tramandato a memoria, la forma che assume alle origini è quella di un canto, accompagnato dalla musica, la cosa più facile da memorizzare che esista.

La narrazione dunque inizia in versi, versi a dire il vero più ritmati che rimati, versi scanditi dagli accenti e regolati nel numero di sillabe. I grandi poemi omerici sono fatti così (“Cantami o Diva…”), e la forma poetica continuerà a dominare la narrazione per molto, molto tempo anche dopo l’ introduzione della scrittura, come sappiamo.

Non che non si scriva in prosa, ma questa rimane a lungo in un ruolo minoritario, in prosa si scrivono fiabe, novelle, racconti, spesso inquadrati in una cornice che li raccolga come nelle Mille e una notte o nel Decamerone.

È solo in tempi relativamente recenti che la narrazione in prosa diventa la forma dominante, attraverso la forma romanzo. Nell’ Ottocento, “Raccontami o Diva” sembra diventare la modalità standard della trasmissione di storie e sempre meno sono coloro che si cimentano nella scrittura di poemi.

Nel Novecento, diventa sempre più importante la forma visuale della trasmissione di storie, una forma per la verità assai antica e mai tramontata, attraverso il il teatro. Nel Novecento però arriva il cinema, che spinge le possibilità di racconto visuale a livelli irraggiungibili nel teatro. Il cinema si presta a raccontare storie come nessun altro mezzo precedente.

All’ ascesa del cinema si affianca gradualmente quella della televisione, e questo sposta ancora di più verso il visuale la forma del raccontare. “Mostrami o Diva” diventa il nuovo verbo.

Sono cresciuto nell’ epoca d’ oro degli sceneggiati televisivi, gli “adattamenti televisivi” dei classici della letteratura, e già il termine “adattamento” fa capire quale fosse ai tempi il rapporto di forze: la letteratura è sovrana, cinema e televisione la “adattano” alle loro possibilità espressive.

Mi sembra che oggi il rapporto di forze stia rapidamente cambiando.

Non mancano, come un tempo, i film – o i telefilm – che si basano sui romanzi di successo, ma il cinema, e la televisione, usano sempre di più soggetti originali, e cominciano a vedersi pubblicati romanzi tratti dalla sceneggiatura di film di successo, un capovolgimento completo rispetto a tempi non troppo lontani. Hunger Games, Twiligt, Game of Thrones, sono tutti esempi di un’ area ibrida i cui non è facile capire da dove si è partiti e dove si è giunti, se dalla narrativa allo schermo o viceversa.

Difficile dire se questa è davvero la modalità del futuro, ma è curioso vedere che scrittori famosi (a partire da Stephen King) abbiano progressivamente spostato il loro interesse verso la produzione di soggetti originali per il cinema o per le serie televisive, piuttosto che adattare le loro opere letterarie preesistenti. Ed è evidente che molti giovani scrittori di talento sono attratti dal mestiere di sceneggiatore.

Questione (anche) di soldi, si capisce, ma questa non è una novità, anche i romanzieri dell’ Ottocento, forti del favore popolare, misero insieme fortune considerevoli.

Ovviamente c’è anche qualche aspetto negativo: mentre il nome dell’ autore di un libro campeggia sulla copertina in dimensiono proporzionali alla sua fama, talvolta maggiori del titolo dell’ opera, raramente il film o la serie televisiva danno lo stesso risalto all’ autore della sceneggiatura, a meno che non si tratti dello stesso regista come (ad esempio) nel caso di Sorrentino.

Ma anche qui, niente di nuovo, o piuttosto trattasi di ritorno alle origini.

Nessuno sa chi abbia scritto i miti, l’ epopea di Gilgamesh o i racconti delle Mille e una notte. E quanto ai grandi poemi omerici, non crederemo davvero che li abbia scritti Omero, tutto da solo, vero ?

Il racconto, ovvero il mondo

“Abbiamo bisogno di grandi romanzi per strapparci alle letture semplificatrici che siamo soliti fare della nostra vita e di quella degli altri.”

A. Finkielkraut

Il senso delle cose non è davvero nelle cose, ma sta nel racconto intorno alle cose. Il mondo in sé è un groviglio inestricabile ed incomprensibile di accadimenti, un intreccio di fatti e persone, di interazioni casuali e non. Dare un senso al mondo è come estrarre un filo di lana dalla matassa e provare a seguirlo, tirarlo piano piano sperando che non si spezzi, provare a dipanare quanto più è possibile quel gomitolo informe.

“Perché questo mondo che ci pare una cosa fatta di pietra, vegetazione e sangue non è affatto una cosa ma è semplicemente una storia. E tutto ciò che esso contiene è una storia e ciascuna storia è la somma di tutte le storie minori, eppure queste sono la medesima storia e contengono in esse tutto il resto.

Quindi tutto è necessario. Ogni minimo particolare. E questa in fondo è la lezione. Non si può fare a meno di nulla. Nulla può venire disprezzato.

Perché, vedi, non sappiamo ove stanno i fili, i collegamenti. Il modo in cui è fatto il mondo. Non abbiamo modo di sapere quali sono le cose di cui possiamo fare a meno. Ciò che può venire omesso. Non abbiamo modo di sapere cosa può stare in piedi e che cosa può cadere.

E quei fili che ci sono ignoti fanno naturalmente anch’ essi parte della storia e  la storia non ha dimora né luogo d’essere se non nel racconto, è lì che vive e quindi non possiamo mai aver finito di raccontare.

Non c’è mai fine al raccontare. (…) tutte le storie sono una cosa sola. Se ascolti come si deve, sono una unica storia.”

 Quale filo tirare, come seguirlo nelle sue involuzioni, è chiaramente una scelta largamente arbitraria. Si può seguire un personaggio, una famiglia, una comunità, si può attraversare un’ epoca oppure una regione. Però, a seconda del filo che si tira, salta fuori una storia diversa, uno sviluppo diverso, un senso diverso, una diversa interpretazione del mondo.

Il compito del narratore non è facile (…) Pare che sia obbligato a scegliere la storia che racconta tra le tante possibili. Ma naturalmente non è così. Al contrario, si tratta di derivarne tante dall’ unica storia (…) poiché non c’è nulla che cada fuori dai suoi confini. Tutto è racconto. Senza alcun dubbio.

Non c’è senso nel mondo ma solo nella sua interpretazione.

Ma allora l’ affermazione, celebre e a prima vista assai sconcertante di Nietzsche, secondo cui non ci sono fatti ma solo interpretazioni, potrebbe essere intesa, io credo, anche così. Non c’è senso nel mondo ma solo nella sua interpretazione, appunto.

Gli atti esistono se esiste un testimone. Senza un testimone, chi ne può parlare ? In ultima analisi si potrebbe perfino dire che l’  atto non è nulla e che il testimone è l’ unica cosa che conta.

Perché se ne possa trarre un senso, è comunque necessario che una storia arrivi alla fine, si concluda, che senso ha una storia rimasta a metà, o un film interrotto ? Il senso di una storia lo si coglie solo quando quella storia è conclusa, finché non si arriva alla fine potrebbero ancora esserci colpi di scena, svolte narrative in grado di capovolgere tutto il racconto precedente.

Questo costringe dunque il narratore a ritagliare una porzione dal cuore delle cose, isolarne una parte che possa stare in piedi da sola, che possa essere osservata da tutte gli angoli come una scultura, un oggetto. Una storia. Anche chi voglia dare il senso della propria esistenza, in realtà lo fa narrandola, raccontandola come se avesse uno sviluppo coerente dall’ inizio alla fine. Autobiografia.

(…)nessuno può comprendere la propria vita finché questa non è terminata, ma a quel punto com’ è possibile fare ammenda ? (…) la lezione di una vita non può mai appartenere a quella vita. Solo il testimone ha il potere di valutarla. E’ vissuta per l’ altro soltanto.

In principio fu il racconto. E pure alla fine.

 

Nota: tutte le citazioni all’ interno del post sono tratte da Cormac McCarthy – Oltre il confine.

 

Vivendo volando

Local time at destination.

Allacciando le cinture,

su sedili di velivoli

più o meno reclinanti.

Giorni tra meridiani e paralleli

sorvolando, sorvolando

l’ im-mondo, logoro d’ abusi.

Nuvole a pecorelle sottostanti.

Approaching destination

incontriamo turbolenze,

e pulviscolo nell’ aria,

e polvere alla polvere.

Fabbri, non creatori,

immagine e somiglianza,

e capri espiatori,

sopravviviamo, testimoni, 

fino all’ arrivo.

Storie di un lontano sapere

 

“Prima di noi vennero le nuvole.

C’era un cuore di fango prima del respiro.

C’era il mito prima dell’inizio del mito,

Venerabile e articolato e perfetto”

Wallace Stevens

I miti contengono un sapere, una conoscenza, su questo sono tutti d’ accordo. È sulla natura di questo sapere che sono state avanzate le ipotesi più varie, e talvolta fantasiose. Molti hanno sostenuto (ed alcuni ancora sostengono…) che il mito sia il contenitore di una scienza segreta, di un sapere esoterico, dottrine misteriche che un tempo potevano essere condivise solo dagli iniziati. può darsi, o almeno è possibile che i miti fossero per certa parte suscettibili di doppia lettura, o qualcosa del genere. Persino la Divina Commedia lo è (“il velame dei versi oscuri“). Io non vedo in realtà ragioni convincenti a favore di queste teorie, ma in ogni caso queste dottrine per iniziati sono rimaste sepolte con gli stessi, ed abbiamo ben poche possibilità di comprendere oggi quei significati, religiosi, cosmologici, misterici che fossero. Non ne sappiamo abbastanza per comprendere come quegli iniziati vedessero il mondo. L’ interesse semmai sta da tutt’ altra parte.

Il Mito, com’ è noto, affonda le radici in epoche remote, prima che nascesse la scienza, prima che nascesse la filosofia, e non solo. Il Mito c’era prima che fosse inventata la scrittura, ed è questo il punto interessante.

La scrittura, si sa, viene convenzionalmente fatta iniziare in Mesopotamia intorno al 3.000, 3.500 a.C., benché ovviamente sia il risultato di un lungo e graduale processo di simbolizzazione cominciato chissà quando. Con la scrittura inizia comunque la conoscenza storica del passato, la possibilità di ricostruire date, eventi, dinastie regnanti, guerre, mutamenti politici e sociali. Ma il fatto che da quel momento sia possibile ricostruirli e tracciarli non vuol certo dire che in quel momento siano iniziati. Tutte queste cose c’ erano già prima, molto prima.

Per quello che oggi ne sappiamo, l’ Homo sapiens si è avviato alla conquista del mondo, partendo dalla sua culla nella Rift Valley, approssimativamente 200.000 anni fa, ed ha raggiunto la condizione di specie dominante, dopo avere visto (o causato…) l’ estinzione di tutte le altre specie precedenti  di Homo, circa 40.000 anni fa, epoca in cui si era diffuso in buona parte dell’ Eurasia e forse alche oltre.

Ed è approssimativamente a questo punto della sua storia che l’ Homo Sapiens comincia a manifestare caratteristiche a dir poco anomale: sviluppa capacità di pensiero, abilità creative, senso artistico, tensione spirituale e religiosa insospettabili in uno scimmione. Uno sviluppo esplosivo, attribuito principalmente alla conquista del linguaggio articolato, non il linguaggio semplice nato per accompagnare i gesti, ma un vero linguaggio, capace di esprimere concetti astratti.

Sta di fatto che in questa fase l’ uomo comincia a fare meraviglie: le famose pitture rupestri di Chauvet, Lascaux, Altamira, che hanno tutta l’ aria di essere delle vere e proprie cattedrali paleolitiche, e poi sculture d’ osso, monili complessi, sepolture sofisticate, persino strumenti musicali, e, forse, calendari. Tutto lascia pensare che a questo punto della sua storia conoscesse già le stelle fisse e le costellazioni, i solstizi e gli equinozi, che avesse un calendario. Da questo  momento, l’ Homo Sapiens è davvero umano a tutti gli effetti, intelligente e creativo non meno di noi.

Questo vuol dire che, prima di cominciare a registrare gli eventi, prima dei cinquanta secoli di cui più o meno abbiamo qualche conoscenza, l’ uomo aveva sviluppato cultura per ben quattrocento secoli almeno. Quattrocento secoli.

Di questa lunghissima fase, che inizia ancora nel Paleolitico, non ci rimangono documenti scritti, ma ciò non vuol dire che non ci fosse una conoscenza e dei saperi organizzati. Insomma, non bisogna cadere nell’ errore di pensare che prima della scrittura non ci fosse nulla. Prima della scrittura c’ erano società strutturate e complesse, una tecnologia consolidata ed espressioni artistiche raffinate. Gli uomini erano pienamente umani assai prima di poterlo certificare per iscritto…

Cosa ci fosse di preciso prima della storia nessuno lo sa, ovviamente ma a me piace pensare che ci fossero le storie. Storie che spesso riguardavano il mondo circostante, spiegazioni del perché di tutto ciò che esiste, dei fenomeni naturali, del movimento degli astri, della buona e della cattiva sorte. Spiegazioni che smorzavano l’ angoscia e la solitudine di fronte al sovrastare della Natura.

Raccontare è un’ attività primaria, verrebbe da dire che è una pulsione dell’ essere umano. Raccontare storie la sera attorno al fuoco, oppure per far dormire i bimbi. Raccontare storie anche per insegnare. Raccontare storie soprattutto per dare una spiegazione all’ assurdo. Perché il mondo esiste ? Che ci facciamo noi qui ? Che cosa sono le stelle, il sole, la luna ? Perché esiste il male ? Cosa c’è dopo la morte ? Quattrocento secoli di storie per cercare di mettere ordine nel mondo. Questo è il retroterra del Mito. Da questi millenni, o decine di millenni di civiltà muta, da questo substrato ricco e fertile di umanità primordiale, da tutto ciò provengono le storie che noi chiamiamo Miti.

I miti sono fossili, reperti archeologici di un tempo remotissimo in cui il sapere umano era organizzato in modo diverso, in forme che oggi facciamo fatica a comprendere. Eppure, questo sapere esisteva in quanto si era accumulato per decine di millenni.

Questo sapere era codificato, appunto, in forma di storie, e spesso in forma di storie eroiche, fantastiche, sorprendenti e proprio per questo, facili da ricordare. Nei miti, e nelle forme di sopravvivenza del mito attraverso i racconti popolari, ed in particolare nelle storie più stravaganti ed apparentemente incomprensibili, proprio lì potrebbero essere fossilizzate tracce di un sapere preistorico, echi delle storie che madri paleolitiche raccontavano ai bambini, o tribù di migranti si narravano fra loro attorno al fuoco.

Non sapremo mai quando esattamente sono nate le storie del mito, ma la mia sensazione è che alcune di queste  potrebbero essere più antiche di quanto si pensi. Molto ma molto più antiche.

Molti studiosi hanno messo in rilievo le sorprendenti somiglianze tra miti di popoli lontanissimi vissuti su continenti diversi. J. Campbell parla addirittura di “monomito”, Santillana nel Mulino di Amleto mostra coincidenze dettagliatissime tra miti europei e miti precolombiani, o delle isole del Pacifico. Gli uomini della rivoluzione paleolitica di 40-45.000 anni fa giunsero nel Sudest asiatico 30.000 anni fa, in Sudamerica 10-15.000 anni fa. Mi domando se non potrebbero già loro aver portato con sé un sapere codificato in un piccolo nucleo di storie. Il monomito, appunto.

Ma perché proprio le storie, poi ?

Prima della scrittura c’ era (ovviamente) un enorme problema di trasmissione del sapere, che poteva solo essere affidato alla memoria. La vita dell’ uomo ha una durata effimera, pochi decenni, ed ogni nuovo nato nasce “vuoto”, con la necessità di reimparare tutto daccapo. Ora, credo sia esperienza universale che è molto più facile ricordare una storia, una narrazione piuttosto che un testo di saggistica. Raccontare una storia è un modo molto potente per trasmettere conoscenza. Ancora meglio se la storia è narrata in versi, tutti sanno che è più facile imparare a memoria una poesia piuttosto che un testo in prosa. Ed ancora di più se la narrazione in versi è scandita da una musica, ciascuno di noi, anche il più duro di cuore avrà pure in vita sua memorizzato il testo di qualche canzone particolarmente amata….

È questo il motivo per cui la letteratura nasce coi poemi, ed in particolare con i poemi epici. Ed è anche il motivo per cui, all’ interno di questi poemi, lunghe parti apparentemente incongrue riguardano ad esempio il modo esatto di eseguire un sacrificio, o le istruzioni dettagliate per costruire una nave, o addirittura un’ interminabile genealogia. Trasmissione del sapere, appunto…

Tutto il sapere veniva veicolato in questo modo, in un mondo senza scrittura, ed era importante memorizzare bene il proprio albero genealogico così come i fondamenti del proprio mestiere.

Anche così dovremmo leggere certe curiose storie mitiche e certi incongrui racconti popolari, come reliquie di un antico sapere, reperti archeologici di epoche lontanissime e per molti altri versi mute.

 

Vorrei avere scritto questo post

Devo fare una confessione.

A volte mi sembra di volere delle cose, non so, leggere un certo libro, andare in un certo posto, vedere un amico, qualsiasi cosa. E lo voglio veramente, intendiamoci, non è che ci sia sotto una specie di autoinganno, è un interesse autentico per quella determinata cosa, è curiosità vera, desiderio sincero, quello che volete. Insomma, voglio DAVVERO fare quella cosa.

Cerco l’ occasione, il tempo, il momento, a volte non è facile fare posto, ma insomma se uno davvero vuole, alla fine trova il tempo ed il modo, e quindi non di rado mi trovo a fare davvero ciò che ho desiderato.

Qualche volta però, nel momento in cui il desiderio si realizza, nel preciso istante in cui inizio davvero a fare qualcosa che desideravo così tanto fare, in quel preciso istante sopraggiunge una sorta d’ impazienza. Impazienza che il film arrivi alla conclusione, che la visita si concluda, che la mostra arrivi all’ ultimo quadro, il libro all’ ultima pagina. Non è sempre così, per fortuna, ma qualche volta capita. Lo confesso.

Una specie di frenesia di compimento, il pensiero già rivolto a quale cosa fra le restanti, dedicarsi subito dopo. Insomma è come se il “desiderio di fare” che è, va detto, un desiderio assolutamente autentico, si rivelasse al momento della sua attuazione come un “desiderio di avere fatto”.

Fare una cosa vuol dire sceglierla nel mare indistinto delle potenzialità per depositarla, come un precipitato chimico sul fondo della realtà. Nell’ oceano di libri che potrei leggere, dei film che potrei vedere, delle visite che potrei fare, delle persone con cui potrei parlare, una ed una soltanto è quella che scelgo di fare, e quella scelta è una scelta necessariamente esclusiva.

E’ proprio l’ esclusione a generare insofferenza. È l’ incommensurabilità tra l’ universo infinito delle possibilità e la finitezza delle esperienze della vita. Sapere, e confessare a se stessi che gran parte delle scelte scartate nell’ attimo presente rimarranno scartate per sempre perché il contenitore esistenziale è quello che è e non di più.

E si vorrebbe pertanto riempirlo un po’ di più, forzarne i limiti, accelerando i tempi di ingestione e digestione dei contenuti.

È una follia, ovviamente.

Una follia in primo luogo perché è una gara che non si può vincere, per quanto ci si sforzi, la sproporzione fra finito ed infinito non muta, resta pur sempre incongrua.

Una follia anche perché l’ accelerazione è antagonista della profondità, certe cose richiedono tempo se le si vuol conoscere, ogni cosa in grado di avere un’ anima ha il suo ritmo che va rispettato, ed io lo so benissimo, è quello che cerco nelle lunghe camminate in montagna, no ? Altrimenti è come un tour organizzato “best of Italy” di cinque giorni ed il turista di fronte al Colosseo chiede conferma “E’ martedì quindi siamo a Roma, giusto ?” Giusto. È il secondo giorno del tour e quindi è Roma, fosse il quinto sarebbe, che ne so, Venezia.

È così che si vuol vivere ? Certamente no.

Ed allora, perché questa inquietudine del fare, anzi, dell’ aver già fatto ?

Servirebbe un po’ di pazienza, a volte…