Mostrami, o Diva

Sappiamo tutti ormai (più o meno) che “il mezzo è il messaggio”, che nessun mezzo di comunicazione è neutrale e che qualunque forma di trasmissione di un messaggio, da un discorso pubblico ad un tweet, veicola sempre assai più delle sole parole. C’è tutto un modo di predisporre il contesto, di costruire la modalità di ricezione, diversa per ciascun mezzo.

C’è però anche una sorta di interazione reciproca, per cui non solo il mezzo condiziona il pubblico, ma il pubblico a sua volta orienta il mezzo, privilegia quelli che percepisce di volta in volta più affini, e questa affinità varia nel tempo.

Pensiamo ad esempio alla narrazione.

Il raccontare storie risale probabilmente all’ origine della cultura umana, sicuramente precede di molto l’ invenzione della scrittura. Raccontare storie serve. Serve a dare alla comunità un’ identità, attraversi i miti fondativi, serve a dargli regole attraverso il racconto degli dei, serve a garantirne la compattezza attraverso il ricordo delle gesta dei padri e degli eroi, serve a facilitare la socializzazione, serve persino a tramandare il sapere artigianale attraverso la descrizione rituale delle procedure di esecuzione. Si può dire che è il racconto a fare la cultura, piuttosto che il contrario.

E poiché il racconto va tramandato a memoria, la forma che assume alle origini è quella di un canto, accompagnato dalla musica, la cosa più facile da memorizzare che esista.

La narrazione dunque inizia in versi, versi a dire il vero più ritmati che rimati, versi scanditi dagli accenti e regolati nel numero di sillabe. I grandi poemi omerici sono fatti così (“Cantami o Diva…”), e la forma poetica continuerà a dominare la narrazione per molto, molto tempo anche dopo l’ introduzione della scrittura, come sappiamo.

Non che non si scriva in prosa, ma questa rimane a lungo in un ruolo minoritario, in prosa si scrivono fiabe, novelle, racconti, spesso inquadrati in una cornice che li raccolga come nelle Mille e una notte o nel Decamerone.

È solo in tempi relativamente recenti che la narrazione in prosa diventa la forma dominante, attraverso la forma romanzo. Nell’ Ottocento, “Raccontami o Diva” sembra diventare la modalità standard della trasmissione di storie e sempre meno sono coloro che si cimentano nella scrittura di poemi.

Nel Novecento, diventa sempre più importante la forma visuale della trasmissione di storie, una forma per la verità assai antica e mai tramontata, attraverso il il teatro. Nel Novecento però arriva il cinema, che spinge le possibilità di racconto visuale a livelli irraggiungibili nel teatro. Il cinema si presta a raccontare storie come nessun altro mezzo precedente.

All’ ascesa del cinema si affianca gradualmente quella della televisione, e questo sposta ancora di più verso il visuale la forma del raccontare. “Mostrami o Diva” diventa il nuovo verbo.

Sono cresciuto nell’ epoca d’ oro degli sceneggiati televisivi, gli “adattamenti televisivi” dei classici della letteratura, e già il termine “adattamento” fa capire quale fosse ai tempi il rapporto di forze: la letteratura è sovrana, cinema e televisione la “adattano” alle loro possibilità espressive.

Mi sembra che oggi il rapporto di forze stia rapidamente cambiando.

Non mancano, come un tempo, i film – o i telefilm – che si basano sui romanzi di successo, ma il cinema, e la televisione, usano sempre di più soggetti originali, e cominciano a vedersi pubblicati romanzi tratti dalla sceneggiatura di film di successo, un capovolgimento completo rispetto a tempi non troppo lontani. Hunger Games, Twiligt, Game of Thrones, sono tutti esempi di un’ area ibrida i cui non è facile capire da dove si è partiti e dove si è giunti, se dalla narrativa allo schermo o viceversa.

Difficile dire se questa è davvero la modalità del futuro, ma è curioso vedere che scrittori famosi (a partire da Stephen King) abbiano progressivamente spostato il loro interesse verso la produzione di soggetti originali per il cinema o per le serie televisive, piuttosto che adattare le loro opere letterarie preesistenti. Ed è evidente che molti giovani scrittori di talento sono attratti dal mestiere di sceneggiatore.

Questione (anche) di soldi, si capisce, ma questa non è una novità, anche i romanzieri dell’ Ottocento, forti del favore popolare, misero insieme fortune considerevoli.

Ovviamente c’è anche qualche aspetto negativo: mentre il nome dell’ autore di un libro campeggia sulla copertina in dimensiono proporzionali alla sua fama, talvolta maggiori del titolo dell’ opera, raramente il film o la serie televisiva danno lo stesso risalto all’ autore della sceneggiatura, a meno che non si tratti dello stesso regista come (ad esempio) nel caso di Sorrentino.

Ma anche qui, niente di nuovo, o piuttosto trattasi di ritorno alle origini.

Nessuno sa chi abbia scritto i miti, l’ epopea di Gilgamesh o i racconti delle Mille e una notte. E quanto ai grandi poemi omerici, non crederemo davvero che li abbia scritti Omero, tutto da solo, vero ?

Il racconto, ovvero il mondo

“Abbiamo bisogno di grandi romanzi per strapparci alle letture semplificatrici che siamo soliti fare della nostra vita e di quella degli altri.”

A. Finkielkraut

Il senso delle cose non è davvero nelle cose, ma sta nel racconto intorno alle cose. Il mondo in sé è un groviglio inestricabile ed incomprensibile di accadimenti, un intreccio di fatti e persone, di interazioni casuali e non. Dare un senso al mondo è come estrarre un filo di lana dalla matassa e provare a seguirlo, tirarlo piano piano sperando che non si spezzi, provare a dipanare quanto più è possibile quel gomitolo informe.

“Perché questo mondo che ci pare una cosa fatta di pietra, vegetazione e sangue non è affatto una cosa ma è semplicemente una storia. E tutto ciò che esso contiene è una storia e ciascuna storia è la somma di tutte le storie minori, eppure queste sono la medesima storia e contengono in esse tutto il resto.

Quindi tutto è necessario. Ogni minimo particolare. E questa in fondo è la lezione. Non si può fare a meno di nulla. Nulla può venire disprezzato.

Perché, vedi, non sappiamo ove stanno i fili, i collegamenti. Il modo in cui è fatto il mondo. Non abbiamo modo di sapere quali sono le cose di cui possiamo fare a meno. Ciò che può venire omesso. Non abbiamo modo di sapere cosa può stare in piedi e che cosa può cadere.

E quei fili che ci sono ignoti fanno naturalmente anch’ essi parte della storia e  la storia non ha dimora né luogo d’essere se non nel racconto, è lì che vive e quindi non possiamo mai aver finito di raccontare.

Non c’è mai fine al raccontare. (…) tutte le storie sono una cosa sola. Se ascolti come si deve, sono una unica storia.”

 Quale filo tirare, come seguirlo nelle sue involuzioni, è chiaramente una scelta largamente arbitraria. Si può seguire un personaggio, una famiglia, una comunità, si può attraversare un’ epoca oppure una regione. Però, a seconda del filo che si tira, salta fuori una storia diversa, uno sviluppo diverso, un senso diverso, una diversa interpretazione del mondo.

Il compito del narratore non è facile (…) Pare che sia obbligato a scegliere la storia che racconta tra le tante possibili. Ma naturalmente non è così. Al contrario, si tratta di derivarne tante dall’ unica storia (…) poiché non c’è nulla che cada fuori dai suoi confini. Tutto è racconto. Senza alcun dubbio.

Non c’è senso nel mondo ma solo nella sua interpretazione.

Ma allora l’ affermazione, celebre e a prima vista assai sconcertante di Nietzsche, secondo cui non ci sono fatti ma solo interpretazioni, potrebbe essere intesa, io credo, anche così. Non c’è senso nel mondo ma solo nella sua interpretazione, appunto.

Gli atti esistono se esiste un testimone. Senza un testimone, chi ne può parlare ? In ultima analisi si potrebbe perfino dire che l’  atto non è nulla e che il testimone è l’ unica cosa che conta.

Perché se ne possa trarre un senso, è comunque necessario che una storia arrivi alla fine, si concluda, che senso ha una storia rimasta a metà, o un film interrotto ? Il senso di una storia lo si coglie solo quando quella storia è conclusa, finché non si arriva alla fine potrebbero ancora esserci colpi di scena, svolte narrative in grado di capovolgere tutto il racconto precedente.

Questo costringe dunque il narratore a ritagliare una porzione dal cuore delle cose, isolarne una parte che possa stare in piedi da sola, che possa essere osservata da tutte gli angoli come una scultura, un oggetto. Una storia. Anche chi voglia dare il senso della propria esistenza, in realtà lo fa narrandola, raccontandola come se avesse uno sviluppo coerente dall’ inizio alla fine. Autobiografia.

(…)nessuno può comprendere la propria vita finché questa non è terminata, ma a quel punto com’ è possibile fare ammenda ? (…) la lezione di una vita non può mai appartenere a quella vita. Solo il testimone ha il potere di valutarla. E’ vissuta per l’ altro soltanto.

In principio fu il racconto. E pure alla fine.

 

Nota: tutte le citazioni all’ interno del post sono tratte da Cormac McCarthy – Oltre il confine.

 

Vivendo volando

Local time at destination.

Allacciando le cinture,

su sedili di velivoli

più o meno reclinanti.

Giorni tra meridiani e paralleli

sorvolando, sorvolando

l’ im-mondo, logoro d’ abusi.

Nuvole a pecorelle sottostanti.

Approaching destination

incontriamo turbolenze,

e pulviscolo nell’ aria,

e polvere alla polvere.

Fabbri, non creatori,

immagine e somiglianza,

e capri espiatori,

sopravviviamo, testimoni, 

fino all’ arrivo.

Storie di un lontano sapere

 

“Prima di noi vennero le nuvole.

C’era un cuore di fango prima del respiro.

C’era il mito prima dell’inizio del mito,

Venerabile e articolato e perfetto”

Wallace Stevens

I miti contengono un sapere, una conoscenza, su questo sono tutti d’ accordo. È sulla natura di questo sapere che sono state avanzate le ipotesi più varie, e talvolta fantasiose. Molti hanno sostenuto (ed alcuni ancora sostengono…) che il mito sia il contenitore di una scienza segreta, di un sapere esoterico, dottrine misteriche che un tempo potevano essere condivise solo dagli iniziati. può darsi, o almeno è possibile che i miti fossero per certa parte suscettibili di doppia lettura, o qualcosa del genere. Persino la Divina Commedia lo è (“il velame dei versi oscuri“). Io non vedo in realtà ragioni convincenti a favore di queste teorie, ma in ogni caso queste dottrine per iniziati sono rimaste sepolte con gli stessi, ed abbiamo ben poche possibilità di comprendere oggi quei significati, religiosi, cosmologici, misterici che fossero. Non ne sappiamo abbastanza per comprendere come quegli iniziati vedessero il mondo. L’ interesse semmai sta da tutt’ altra parte.

Il Mito, com’ è noto, affonda le radici in epoche remote, prima che nascesse la scienza, prima che nascesse la filosofia, e non solo. Il Mito c’era prima che fosse inventata la scrittura, ed è questo il punto interessante.

La scrittura, si sa, viene convenzionalmente fatta iniziare in Mesopotamia intorno al 3.000, 3.500 a.C., benché ovviamente sia il risultato di un lungo e graduale processo di simbolizzazione cominciato chissà quando. Con la scrittura inizia comunque la conoscenza storica del passato, la possibilità di ricostruire date, eventi, dinastie regnanti, guerre, mutamenti politici e sociali. Ma il fatto che da quel momento sia possibile ricostruirli e tracciarli non vuol certo dire che in quel momento siano iniziati. Tutte queste cose c’ erano già prima, molto prima.

Per quello che oggi ne sappiamo, l’ Homo sapiens si è avviato alla conquista del mondo, partendo dalla sua culla nella Rift Valley, approssimativamente 200.000 anni fa, ed ha raggiunto la condizione di specie dominante, dopo avere visto (o causato…) l’ estinzione di tutte le altre specie precedenti  di Homo, circa 40.000 anni fa, epoca in cui si era diffuso in buona parte dell’ Eurasia e forse alche oltre.

Ed è approssimativamente a questo punto della sua storia che l’ Homo Sapiens comincia a manifestare caratteristiche a dir poco anomale: sviluppa capacità di pensiero, abilità creative, senso artistico, tensione spirituale e religiosa insospettabili in uno scimmione. Uno sviluppo esplosivo, attribuito principalmente alla conquista del linguaggio articolato, non il linguaggio semplice nato per accompagnare i gesti, ma un vero linguaggio, capace di esprimere concetti astratti.

Sta di fatto che in questa fase l’ uomo comincia a fare meraviglie: le famose pitture rupestri di Chauvet, Lascaux, Altamira, che hanno tutta l’ aria di essere delle vere e proprie cattedrali paleolitiche, e poi sculture d’ osso, monili complessi, sepolture sofisticate, persino strumenti musicali, e, forse, calendari. Tutto lascia pensare che a questo punto della sua storia conoscesse già le stelle fisse e le costellazioni, i solstizi e gli equinozi, che avesse un calendario. Da questo  momento, l’ Homo Sapiens è davvero umano a tutti gli effetti, intelligente e creativo non meno di noi.

Questo vuol dire che, prima di cominciare a registrare gli eventi, prima dei cinquanta secoli di cui più o meno abbiamo qualche conoscenza, l’ uomo aveva sviluppato cultura per ben quattrocento secoli almeno. Quattrocento secoli.

Di questa lunghissima fase, che inizia ancora nel Paleolitico, non ci rimangono documenti scritti, ma ciò non vuol dire che non ci fosse una conoscenza e dei saperi organizzati. Insomma, non bisogna cadere nell’ errore di pensare che prima della scrittura non ci fosse nulla. Prima della scrittura c’ erano società strutturate e complesse, una tecnologia consolidata ed espressioni artistiche raffinate. Gli uomini erano pienamente umani assai prima di poterlo certificare per iscritto…

Cosa ci fosse di preciso prima della storia nessuno lo sa, ovviamente ma a me piace pensare che ci fossero le storie. Storie che spesso riguardavano il mondo circostante, spiegazioni del perché di tutto ciò che esiste, dei fenomeni naturali, del movimento degli astri, della buona e della cattiva sorte. Spiegazioni che smorzavano l’ angoscia e la solitudine di fronte al sovrastare della Natura.

Raccontare è un’ attività primaria, verrebbe da dire che è una pulsione dell’ essere umano. Raccontare storie la sera attorno al fuoco, oppure per far dormire i bimbi. Raccontare storie anche per insegnare. Raccontare storie soprattutto per dare una spiegazione all’ assurdo. Perché il mondo esiste ? Che ci facciamo noi qui ? Che cosa sono le stelle, il sole, la luna ? Perché esiste il male ? Cosa c’è dopo la morte ? Quattrocento secoli di storie per cercare di mettere ordine nel mondo. Questo è il retroterra del Mito. Da questi millenni, o decine di millenni di civiltà muta, da questo substrato ricco e fertile di umanità primordiale, da tutto ciò provengono le storie che noi chiamiamo Miti.

I miti sono fossili, reperti archeologici di un tempo remotissimo in cui il sapere umano era organizzato in modo diverso, in forme che oggi facciamo fatica a comprendere. Eppure, questo sapere esisteva in quanto si era accumulato per decine di millenni.

Questo sapere era codificato, appunto, in forma di storie, e spesso in forma di storie eroiche, fantastiche, sorprendenti e proprio per questo, facili da ricordare. Nei miti, e nelle forme di sopravvivenza del mito attraverso i racconti popolari, ed in particolare nelle storie più stravaganti ed apparentemente incomprensibili, proprio lì potrebbero essere fossilizzate tracce di un sapere preistorico, echi delle storie che madri paleolitiche raccontavano ai bambini, o tribù di migranti si narravano fra loro attorno al fuoco.

Non sapremo mai quando esattamente sono nate le storie del mito, ma la mia sensazione è che alcune di queste  potrebbero essere più antiche di quanto si pensi. Molto ma molto più antiche.

Molti studiosi hanno messo in rilievo le sorprendenti somiglianze tra miti di popoli lontanissimi vissuti su continenti diversi. J. Campbell parla addirittura di “monomito”, Santillana nel Mulino di Amleto mostra coincidenze dettagliatissime tra miti europei e miti precolombiani, o delle isole del Pacifico. Gli uomini della rivoluzione paleolitica di 40-45.000 anni fa giunsero nel Sudest asiatico 30.000 anni fa, in Sudamerica 10-15.000 anni fa. Mi domando se non potrebbero già loro aver portato con sé un sapere codificato in un piccolo nucleo di storie. Il monomito, appunto.

Ma perché proprio le storie, poi ?

Prima della scrittura c’ era (ovviamente) un enorme problema di trasmissione del sapere, che poteva solo essere affidato alla memoria. La vita dell’ uomo ha una durata effimera, pochi decenni, ed ogni nuovo nato nasce “vuoto”, con la necessità di reimparare tutto daccapo. Ora, credo sia esperienza universale che è molto più facile ricordare una storia, una narrazione piuttosto che un testo di saggistica. Raccontare una storia è un modo molto potente per trasmettere conoscenza. Ancora meglio se la storia è narrata in versi, tutti sanno che è più facile imparare a memoria una poesia piuttosto che un testo in prosa. Ed ancora di più se la narrazione in versi è scandita da una musica, ciascuno di noi, anche il più duro di cuore avrà pure in vita sua memorizzato il testo di qualche canzone particolarmente amata….

È questo il motivo per cui la letteratura nasce coi poemi, ed in particolare con i poemi epici. Ed è anche il motivo per cui, all’ interno di questi poemi, lunghe parti apparentemente incongrue riguardano ad esempio il modo esatto di eseguire un sacrificio, o le istruzioni dettagliate per costruire una nave, o addirittura un’ interminabile genealogia. Trasmissione del sapere, appunto…

Tutto il sapere veniva veicolato in questo modo, in un mondo senza scrittura, ed era importante memorizzare bene il proprio albero genealogico così come i fondamenti del proprio mestiere.

Anche così dovremmo leggere certe curiose storie mitiche e certi incongrui racconti popolari, come reliquie di un antico sapere, reperti archeologici di epoche lontanissime e per molti altri versi mute.

 

Vorrei avere scritto questo post

Devo fare una confessione.

A volte mi sembra di volere delle cose, non so, leggere un certo libro, andare in un certo posto, vedere un amico, qualsiasi cosa. E lo voglio veramente, intendiamoci, non è che ci sia sotto una specie di autoinganno, è un interesse autentico per quella determinata cosa, è curiosità vera, desiderio sincero, quello che volete. Insomma, voglio DAVVERO fare quella cosa.

Cerco l’ occasione, il tempo, il momento, a volte non è facile fare posto, ma insomma se uno davvero vuole, alla fine trova il tempo ed il modo, e quindi non di rado mi trovo a fare davvero ciò che ho desiderato.

Qualche volta però, nel momento in cui il desiderio si realizza, nel preciso istante in cui inizio davvero a fare qualcosa che desideravo così tanto fare, in quel preciso istante sopraggiunge una sorta d’ impazienza. Impazienza che il film arrivi alla conclusione, che la visita si concluda, che la mostra arrivi all’ ultimo quadro, il libro all’ ultima pagina. Non è sempre così, per fortuna, ma qualche volta capita. Lo confesso.

Una specie di frenesia di compimento, il pensiero già rivolto a quale cosa fra le restanti, dedicarsi subito dopo. Insomma è come se il “desiderio di fare” che è, va detto, un desiderio assolutamente autentico, si rivelasse al momento della sua attuazione come un “desiderio di avere fatto”.

Fare una cosa vuol dire sceglierla nel mare indistinto delle potenzialità per depositarla, come un precipitato chimico sul fondo della realtà. Nell’ oceano di libri che potrei leggere, dei film che potrei vedere, delle visite che potrei fare, delle persone con cui potrei parlare, una ed una soltanto è quella che scelgo di fare, e quella scelta è una scelta necessariamente esclusiva.

E’ proprio l’ esclusione a generare insofferenza. È l’ incommensurabilità tra l’ universo infinito delle possibilità e la finitezza delle esperienze della vita. Sapere, e confessare a se stessi che gran parte delle scelte scartate nell’ attimo presente rimarranno scartate per sempre perché il contenitore esistenziale è quello che è e non di più.

E si vorrebbe pertanto riempirlo un po’ di più, forzarne i limiti, accelerando i tempi di ingestione e digestione dei contenuti.

È una follia, ovviamente.

Una follia in primo luogo perché è una gara che non si può vincere, per quanto ci si sforzi, la sproporzione fra finito ed infinito non muta, resta pur sempre incongrua.

Una follia anche perché l’ accelerazione è antagonista della profondità, certe cose richiedono tempo se le si vuol conoscere, ogni cosa in grado di avere un’ anima ha il suo ritmo che va rispettato, ed io lo so benissimo, è quello che cerco nelle lunghe camminate in montagna, no ? Altrimenti è come un tour organizzato “best of Italy” di cinque giorni ed il turista di fronte al Colosseo chiede conferma “E’ martedì quindi siamo a Roma, giusto ?” Giusto. È il secondo giorno del tour e quindi è Roma, fosse il quinto sarebbe, che ne so, Venezia.

È così che si vuol vivere ? Certamente no.

Ed allora, perché questa inquietudine del fare, anzi, dell’ aver già fatto ?

Servirebbe un po’ di pazienza, a volte…

C’è un tempo, adesso


“I beni più grandi ci provengono mediante una mania che ci viene data per concessione divina (…), la mania che proviene da un dio è migliore dell’ assennatezza che proviene dagli uomini.”

Platone, Fedro

C’è un tempo per seminare ed uno per raccogliere, dice l’ Ecclesiaste.

C’è un tempo per l’ on line ed uno per l’ offline, si direbbe forse oggi.

C’è un tempo per descrivere ed un tempo per vivere, un tempo fatto di sensazioni, vissuto sulla pelle più che nella testa, odori e sapori molto più che pensieri.

C’ è un tempo per stare con la vita addosso, un tempo senza fiato, esagerato e commosso.

Un tempo in cui l’ anima si gonfia come una zampogna, e la zampogna, si sa, bisogna riempirla bene se si vuol suonare qualcosa che abbia senso e respiro, qualcosa che non si spezzi a metà senza fiato.

Tempo di vivere e di riempirsi, tempo di raccogliere immagini e sogni e forse illusioni, tempo disordinato e segreto, tempo complice e sudato.

Tempo che riempie il cuore e lo fa battere forte, prima ancora di filtrare per raggiungere la mente. Solo allora diventerà parola, solo allora. Dopo. E forse.

Dal mondo al cuore, dal cuore alla mente, è questo il tragitto, non ci sono scorciatoie.

C’è bisogno, di tanto in tanto, di riprendere il cammino, reimmergersi nel reale, catturare vita da restituire ancora in forma di parole, finché c’è tempo e finché ci sono forze.

La sera è difficile fare  i conti con se stessi, quando ci trova a guardare il sole che si scolora. Dovunque e comunque manca un pezzo, oppure il pezzo che c’è non combacia. La testa da un’ altra parte rispetto al corpo.

Un vivere assente, un vivere altrove, un perenne sforzarsi di ricondursi al qui ed ora, al reale immediato, a ciò che si sta facendo ADESSO. Un’ operazione faticosa, riconcentrarsi continuamente, perché quello che si sta facendo continua a sfocarsi, a perdere importanza e presenza, a mancare di definizione rispetto al tendersi verso un altrove, un altro tempo ed un altro luogo ed un altro dove ed un altro con.

Giornate tese ad aspettare l’ imprevisto, l’ imprevedibile, il dono del caso e del destino,o di qualche dio generoso ed indulgente.

L’ imprevisto accade ogni tanto, e sono piccole gemme.

La vita si stringe ad imbuto, e le mille possibilità diventano cento e poi dieci e poi si fa fatica a trovarne, e però c’ è ancora un bel pezzo di strada davanti ed occorrerà pure dargli un senso, e del resto è sul finale che gli spettacoli pirotecnici danno il meglio di sé, no ? , in modo che lo spettatore vada via con gli occhi le orecchie ed il cuore colmi di gioia e di stupore, avendo visto ciò che mai si era visto prima.

Il bilancio di ciò che si ha o si potrebbe avere è quello che è, e non ci sono garanzie, né la soluzione perfetta che tolga di mezzo i dubbi. Nell’ incertezza si vive e nell’ incertezza bisogna agire, scegliere per il meglio senza aspettarsi miracoli, partendo da ciò che non si vuole.

C’è bisogno di entusiasmo per fare le follie, c’è bisogno di follia, quella che proviene direttamente dall’ essere invasi da un dio, almeno qualche volta.

Il Sole è solo


Il Sole è solo.

E’ un’ idea stravagante che mi è passata per la mente l’ altra mattina mentre mi preparavo il caffè per la colazione. Sì, lo so, sembra una cosa paradossale, questa, il Sole è al centro del sistema che da lui prende nome, ci sono pianeti che girano intorno, ognuno col suo tempo di rivoluzione perfettamente calcolabile, io queste cose le so perché ho studiato, non crediate, so anche che ci sono comete che sfrecciano, qualcuna con periodicità secolare o più, ma a lui cosa importa, lui il Sole, intendo, il suo tempo non è certo misurato sulla scala dei secoli.

Circondato eppure solo, com’ è mai possibile. Lo è, invece, perché tutto ciò che gli gira intorno deve badare bene a tenersi al largo, senza mai neppure pensare di avvicinarsi.  Come se ci fosse una maledizione o incantesimo strano, una sorta di zona di sicurezza tutto intorno, un’ invisibile soglia, e chi dovesse, inavvertitamente  o meno, superare quella soglia, non potrebbe più sfuggire al suo destino di morte. Una forza d’ attrazione irresistibile, infatti, lo trascinerebbe verso il centro dell’ astro, con accelerazione costante e velocità crescente, fino ad esserne inglobato, distruggendone ogni singola molecola, atomizzandolo, annichilendolo in un’ assoluta, definitiva perdita d’ identità. Di questo si tratta, nella fornace nucleare che illumina le nostre giornate.

Il Sole è solo perché chi gli si avvicina muore, perde la vita, l’ identità e la memoria. Eppure il Sole è anche ciò che la mantiene, questa vita, il ciclo delle acque, la fotosintesi, vedete quante cose so, l’ energia solare permette di aggirare su scala locale l’ inesorabile legge della Termodinamica, permette lo sviluppo di strutture ordinate e complesse.Non sbagliava di molto, chi nel Sole vedeva una divinità.

Ma ogni divinità è pur sempre bifronte, è così da sempre, il dio con una mano dà con l’ altra prende, indifferente e terribile nella sua distanza, e così è il Sole, vivifico a distanza di sicurezza, letale per chi osa avvicinarsi più del lecito. Il Sole è solo, solo come il Faraone.

Anche il ragno è solo.

E’ un altro pensiero strano che a volte mi viene, al mattino. La grande ragnatela è tesa ad angolo tra il soffitto e l’ infisso superiore della finestra della cucina, in alto. La mattina presto il sole ancora basso all’ orizzonte la illumina e la fa risplendere come se fosse fatta di sottilissimi fili d’ argento, fibre ottiche illuminate o minuscoli Led. Lo so, dovrei fare pulizia, prendere una scopa, uno straccio, un piumino. Qualunque cosa. Un semplice gesto basterebbe a toglierla. Ma non ci riesco, e la lascio lì. Perché in fondo ha una bellezza, un’ eleganza che curiosamente m’ affascinano.

Un struttura così impalpabile e leggera, eppure funzionale, assai più forte di quanto ci si potrebbe attendere, merita rispetto.

Il ragno sta lì al centro, lì dove i nodi della ragnatela diventano più fitti al punto da nasconderlo, lui ragno, fra quei nodi infittiti. Ma io non mi lascio certo ingannare, lo individuo subito, ogni volta. So dove cercarlo. Non è molto grande, ha le dimensioni di una moneta da due centesimi o forse meno, un bottone da camicia, la testa grande come una capocchia di spillo, e tutto il resto è addome, osceno gonfio teso come la pancia d’ un ubriacone. Ogni mattina, quasi per abitudine, levo lo sguardo a cercarlo, e sempre lo trovo.

Il ragno è solo. Anche questo è un paradosso, i ragni non nascono certo dal nulla, si riproducono, e dunque anche questo ragno deve avere avuto dei genitori, e forse persino lui stesso ha già avuto occasione di riprodursi, in qualche modo misterioso e fugace. Io però non mi sono mai accorto di nulla, non ho mai visto un ragno socializzare coi suoi simili, non so voi. Io il ragno l’ ho sempre visto solo.

Tranne, naturalmente, quando accade che una mosca, o qualche altro insetto, superi inavvertitamente quella soglia di sicurezza che è il limite della ragnatela, e scopra che quel limite è il confine tra la vita e la morte. In tale caso, tutto si compie assai rapidamente, il ragno abbandona con insospettabile agilità la sua postazione al centro della ragnatela, si avvicina all’ insetto e dopo una breve lotta pratica il morso letale.

Il dibattersi dell’ insetto che tenta di liberarsi, frenetico all’ inizio, progressivamente rallenta, fino a cessare del tutto nel giro di pochi, emozionanti istanti.  Più lunga è semmai la fase successiva, quella dell’ imbalsamazione, l’ avvolgere cerimoniosamente il corpo della vittima nella matassa di filo argenteo.

Dicono alcuni che il ragno non uccide  la preda, la paralizza soltanto, e vi deposita le uova in modo che le larve appena nate se ne nutrano. Io però non saprei dire se le cose stiano davvero così o meno, le vittime del ragno sono immobili allo sguardo, ed il ragno è sempre lì da solo.

Anch’ io sono solo.

Solo come il Sole, solo come il ragno, come il faraone. È come se avessi disposto anch’ io un’ invisibile zona di rispetto tutto intorno a me, una rete da non violare, una soglia da non varcare. Chi la supera è perduto.

No, non incenerisco come il Sole, e neppure dispongo di un morso avvelenato, né alcun tipo di superpoteri, non mettetevi in testa cose strane. Però non sono una persona come tante, proprio per niente. La mia solitudine non è calpestabile, né del tutto inoffensiva. E men che meno disprezzabile. Sia ben chiaro.

Ecco, per esempio, prendiamo quella stronzetta che l’ altra mattina, dietro il bancone del bar, mi ignorava ostentatamente come se non esistessi, mentre dedicava tutte le sue attenzioni al giovanotto palestrato e visibilmente decerebrato che, arrivato dopo di me, lei ha servito per primo, illuminandolo per di più di sorrisi fuori misura. L’ ha fatto apposta, ne sono sicuro, l’ ho colto per un attimo nel suo sguardo sfuggente e strafottente. Lo sapeva benissimo che c’ ero prima io. Sembrava proprio che volesse provocarmi.

Certo, il mio aspetto dimesso induce molti a classificarmi come insignificante e proprio questo ho letto negli occhi sprezzanti di quella giovane barista. Insignificante.

Eppure, un aspetto dimesso spesso aiuta, lei non può saperlo, ma se appari insignificante nessuno ti nota, nessuno mai si ricorda di te, neppure se torni dieci volte nello stesso posto. Una fortuna, credetemi, in certe circostanze.

Ho l’ aspetto perfetto per fare il pedinatore, insomma. Sì, posso seguire una persona senza farmi notare, scoprire dove abita, venire a sapere come si chiama attraverso uno scambio di battute carpito davanti al portone. Posso imparare le sue abitudini, sapere in quali sere della settimana è solita uscire per andare a nuotare, quale piscina frequenta, a che ora torna a casa e per quale strada. Chi è solo come me ha parecchio tempo a disposizione, ed è in grado di scoprire molte cose di una persona senza che questa se ne accorga. Questo non l’ aveva certo messo in conto, la puttanella.

Certo, io non incenerisco nè dispongo di un morso avvelenato, questo è vero. Però non sono una persona come tante, proprio per niente, l’ ho già detto. La mia solitudine non è calpestabile, e non è inoffensiva. Chi sbaglia con me, paga.

Mentre mi preparo ad uscire, in questa serata fredda e nuvolosa, mentre infilo il cappotto ed i guanti, mentre mi avvicino all’ armadietto in fondo al corridoio, ecco, mentre faccio tutto questo, penso che esistono davvero molti modi per dare la morte. Per strangolamento, per annegamento, per ferita di coltello, per avvelenamento.

Io li conosco bene, sapete. Quando è il caso, sono in grado di praticarli tutti.

Questo penso con un sorriso pacato, mentre mi infilo i guanti, prima di aprire il cassetto in basso della scrivania, quello che è sempre chiuso a chiave e che contiene pochi, semplici, insospettabili attrezzi.

Gli strumenti del mio semidivino potere.