Nostos

Notturno

Ritorna, è vero, ecco che ritorna, 

la vita circolare, dove sempre  

rivolgi il tuo cammino ad Occidente,  

convinto di raggiungere il tramonto  

all’ orizzonte, e infine riconosci

le luci familiari di anni ingenui. 

 

La fonte dell’eterna giovinezza  

compare come un tenue arcobaleno  

nell’ aria dirimente di un mattino. 

Rapido movimento tra le foglie, 

fugace balenare d’ un sorriso, 

effimera l’essenza dei fantasmi. 

 

La fine che è principio è più fatale 

che perdersi nei boschi a tarda sera. 

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Entusiasmo, reloaded

Circa un milione di anni fa, così mi sembra, mi entusiasmavo per l’ etimologia dell’ entusiasmo, più o meno in questi termini:

Viene dal greco enthous, che sta per en-Theos, cioè pieno di un Dio.

Entusiasmo è avere il dio dentro…

Ed il bello è che essendo l’ etimologia greca, non è monoteista: c’ entra tutto il politeismo, cosicché ogni entusiasmo va di volta in volta messo in relazione con il particolare dio che invade in quel preciso momento.

Ares, Dioniso, Afrodite, Apollo, Ermes (dio della comunicazione e quindi del web). Vale tutto.

Non è una meraviglia?

Ciò che l’ etimologia tuttavia non dice è che il dio prende ed il dio dà, entra o esce secondo il comodo suo, come fosse in albergo, e sebbene prediliga indubbiamente per dimora anime giovani facilmente incendiabili, non è escluso che si adatti – talvolta – a residenze relativamente più vetuste, per non dire attempate, imperscrutabile com’è.

Quel che è certo è che non ci sono richiami che tengano, né esche di alcun tipo, e se il dio latita, occorre disporsi pazientemente ad attenderne il ritorno, a maggior ragione nel mese giustamente classificato come crudele.

Con cortese sollecitudine, si vorrebbe aggiungere, senza mancargli di rispetto.

Dio della Fantasia

“Mai io ebbi
Più eccitata, più appassionata, più immaginosa
Fantasia, né orecchio, né occhio
Che più si aspettassero l’impossibile”

W.B. Yeats – La torre

Il bello del mondo classico era che ti metteva a disposizione un dio per ogni evenienza. Ti senti aggressivo ? Sei posseduto da Ares. Sei languido ? Eh, c’è di mezzo Afrodite… Ti senti persino un po’ imbroglione ? C’è un dio pure per quello, il poco di buono Ermes.
Un dio a cui raccomandarsi o, se dovesse andare male, un dio a cui dare la colpa.
C’è il mare in burrasca, evidentemente Poseidone non è contento, corriamo al tempio ed offriamo un bel sacrificio, prima che si arrabbi veramente con noi. Non abbiamo preso nulla a caccia, dobbiamo avere offeso Artemide, corriamo a rimediare.

Che la cosa funzionasse non lo posso garantire, però l’ importante è essere convinti, in fondo funziona così pure coi placebo, no ? Uno prende qualcosa convinto che gli faccia bene, e va a finire, incredibilmente, che quella cosa gli fa bene davvero, fossero anche solo due gocce d’acqua distillata. Tanto può la mente umana.

Ecco, questo per dire che ora come ora io un sacrificio al tempio della Fantasia lo andrei a fare di corsa.

La fantasia è una cosa seria, credetemi, non lo dico solo io, posso portare a testimoniare non solo artisti ma la quintessenza dello spirito scientifico, nientemeno:

“Quando rifletto su di me e sui miei metodi intellettuali, mi sembra quasi che il dono della fantasia mi sia servito più della capacità di impadronirmi della conoscenza assoluta.”  Albert Einstein

Il termine viene dal greco, tanto per cambiare, “phantazo” che voleva dire più o meno “faccio apparire”, verbo da prestigiatori e illusionisti, si direbbe. E che comunque, come tanti altri termini più o meno insospettabili, si porta dietro la radice di “phaós” la luce. La fantasia è qualcosa che si mette in luce, si presenta alla vista, è un’ immagine insomma.
Ma allora fantasia è lo stesso che immaginazione ?
Parenti stretti lo sono di sicuro, ma volendo fare i pignoli, la distinzione classica dice che l’ immaginazione produce o combina immagini di cose reali, mentre la fantasia è una roba più libera rispetto alla percezione, più selvatica e sfrenata, si può permettere per l’ appunto i fantasmi, nonché draghi, chimere, sortilegi, tutto quanto attiene al mondo “fantasy” e non solo.
Sulla distinzione tra fantasia e immaginazione filosofi, critici, psicologi hanno versato fiumi di inchiostro e valanghe di bites, il che forse dimostra che proprio così netta non è, a me pare che se l’ immaginazione è un po’ una cosa da ingegneri, la fantasia invece sta un pezzo avanti sulla strada della follia, se proprio vogliamo, e perciò va maneggiata con precauzione e governata con la disciplina.

Del resto Einstein faceva l’ elogio anche della immaginazione, tanto per non sbagliare:

“L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata, l’immaginazione racchiude il mondo.” – Albert Einstein

Ecco.
Chiamatela come volete, però ci vuole. Ci vuole perché, per dirla con Henry Laborit:

“(…) perseguire un obiettivo che cambia continuamente e che non è mai raggiunto è forse l’ unico rimedio all’ abitudine, all’ indifferenza, alla sazietà. (…) È l’ elogio dell’ immaginazione mai attuata e mai soddisfacente.”

Ecco perché, dicevo prima, ci sono momenti in cui uno vorrebbe correre al tempio e sacrificare al dio della fantasia.

L’ unico problema semmai è trovarlo, il tempio, visto che, a dire il vero, io non ho mai sentito parlare di templi dedicati al dio della Fantasia, anzi, non ho nemmeno mai sentito parlare di un dio simile. E questo può stupire, se uno solo pensa alla ricchezza fantastica della mitologia classica.
Certo, uno se lo spiega pensando che a quei tempi i miti erano cose da prendere estremamente sul serio. La fantasia semmai era la materia prima, diciamo, come il marmo delle statue, mentre il prodotto finito era il Mito.
E nessuno certo divinizza una materia prima, soprattutto là dove abbonda…

Niente dio della fantasia, dunque, né tempio né sacrifici.
Tocca scavare.

Distonie temporali

Rileggo post da un altro tempo, da un’altra vita, da un altro me. Rileggo e sono io, indiscutibilmente, carta canta e cronologia pure. Eppure, allo stesso tempo non sono io, chiaramente.

Faccio esperienza della quarta dimensione, essere se stessi nello stesso spazio della stessa camera, ed allo stesso tempo non esserlo, perché la posizione sull’asse del tempo è diversa. Per certi versi e c’è invidia, per altri indulgenza.

Ma che cosa accade per chi legge le stesse cose in tempi diversi?
Rileggo libri del passato, per mettere alla prova quest’altra prospettiva, e trovo riscontro, sembra diverso lui, il libro, ma è ovvio che quello diverso sono io, slittato di nuovo sull’asse temporale. Se è così mi aspetta un lungo lavoro.

E allora mi domando che effetto può fare lo stesso post a chi lo legge, a seconda dell’età di chi legge. Mai scritto per adolescenti – credo – ed i viandanti che mi hanno fatto l’onore di frequentarmi in genere non lo erano, e tuttavia 10 anni sono passati, e non invano vorrei dire. Passati per me e per loro.

Pensieri oziosi lo ammetto, ma tre voli in una sola notte sono tanti.

La morte è troppo poco

Il periodo festivo ha fatto passare quasi sotto silenzio una notizia che secondo me avrebbe meritato una visibilità ed un dibattito maggiori, per diversi aspetti alquanto particolari.

Cominciamo col dire che il belga Frank Van den Bleeken, per sua stessa ammissione, non è una bella persona. Ho provato a ricostruirne la storia attraverso le notizie apparse in Rete, non posso garantire che sia corretta al cento per cento, ma più o meno è la seguente.

Finito in carcere all’ età di 22 anni per una serie di stupri, cinque anni dopo Frank  viene rimesso in libertà vigilata per buona condotta, e ne approfitta subito per aggredire altre vittime, finendo per violentare e strangolare una ragazza di 19 anni. Se avesse una coscienza, ci si troverebbe sopra anche la madre della ragazza stessa, morta poco dopo per il dolore. Ergastolo stavolta, peraltro più che giustificato. Da allora, e per i successivi 25 anni, Frank è rimasto in carcere ma, secondo quanto lui stesso dichiara, senza perdere affatto il vizio: “Se sarò rimesso in libertà mi comporterò allo stesso modo, sono un pericolo pubblico”. Psicopatologia criminale conclamata e riconosciuta. A tal punto che lui stesso ha chiesto di essere ricoverato presso una clinica specializzata per essere curato. Permesso negato, apparentemente il detenuto è stato classificato “incurabile”, o forse nessuno aveva voglia di accollarsi un simile elemento.

In subordine, Frank ha allora chiesto di poter accedere all’ eutanasia, che in Belgio è legale. “La mia vita qui non ha nessun significato, potrebbero allo stesso modo mettere al mio posto un vaso di fiori. Preferisco morire subito.”.

Polemiche infuocate, naturalmente. Frank non è un malato terminale, e le “intollerabili sofferenze” che dichiara non sono di natura fisica. Si tratta insomma di un caso alquanto estremo di autodeterminazione, al limite dell’ applicabilità di una legge concepita per ben altri motivi, tanto che, a seguito dell’ iniziativa di Frank, pare che altri detenuti abbiano presentato analoga richiesta. Alla fine comunque, dopo una battaglia legale durata due anni, il permesso è accordato, l’ eutanasia fissata per l’ 11 gennaio 2015. (Nemmeno il tempo di finire il post, ed il ministro della giustizia belga annulla tutto e concede il ricovero in una struttura psichiatrica statale).

Ma l’ aspetto più interessante della questione, a mio avviso, è l’ atteggiamento dei parenti, nella fattispecie le sorelle, della ragazza assassinata. Si potrebbe immaginare che abbiano tirato un sospiro di sollievo all’ idea che lo stupratore assassino tolga finalmente il disturbo e liberi il mondo dalla sua nefasta presenza. E invece no. Le sorelle si sono tenacemente opposte alla concessione dell’ eutanasia con la motivazione che si tratterebbe di una via d’ uscita troppo comoda e confortevole per una persona che merita di “marcire in carcere fino alla fine dei suoi giorni”. (Difficile che adesso prendano bene il ricovero in clinica, ma non importa).

Lungi da me il voler fare moralismo o retorica sulla pietà cristiana, ecc., non è questo il punto. Il punto (secondo me) è che da che mondo è mondo la pena di morte è sempre stata considerata il non plus ultra del rigore giudiziario e, per i suoi sostenitori, è semmai il carcere, sia pure il carcere a vita, una scappatoia troppo comoda, un castigo troppo blando di fronte a certi delitti. Occhio per occhio, dente per dente, una vita per una vita, in qualche Paese non proprio all’ avanguardia dei diritti umani è persino riconosciuto ai parenti delle vittime il diritto di eseguire personalmente la sentenza giustiziando il reo con le proprie mani.

In questo caso invece no, l’ eutanasia/esecuzione del condannato viene contestata dai parenti delle vittime, ed il motivo vero della contestazione è palesemente il fatto che Frank l’ abbia scelta e perseguita. Se intendo bene questo approccio contorto, insomma, mi pare che qui superi persino il principio dell’ occhio per occhio. Una vita per una vita non è abbastanza. Quello che conta è infliggere la maggior sofferenza possibile e dunque, se il colpevole veramente la desidera, allora la morte è troppo poco.

Il mondo è lì

mondo

Il mondo è da qualche parte, lì sotto. Che ci resti, almeno per un po’.

Sono tornato qui, stamattina, col cuore un po’ pesante, senza aspettative, senza neppure sapere bene se avrei avuto convinzione a sufficienza. Ma salire toglie peso, sempre, non ne aggiunge mai, e dovrei saperlo bene dopo tanti anni.sol

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Assisto al miracolo quotidiano della luce, la montagna è così gentile da trattenere il sole abbastanza a lungo da risparmiarmi  un’ alzataccia.

Il sol ridea LEVANDO dietro al Resegone (“Signora Carducci, lo vede ? Suo figlio è intelligente, ma non si applica, mi fa di quegli errori…”).

.ermo colle

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E poetando poetando, se ciascuno ha il suo ermo colle, quassù incontro il mio…

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elleboro15

Per non parlare di certi vecchi amici, che è sempre bello rivedere..

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Io sto qui, e il mondo lì sotto, da qualche parte, e per oggi va bene così.

Il racconto, ovvero il mondo

“Abbiamo bisogno di grandi romanzi per strapparci alle letture semplificatrici che siamo soliti fare della nostra vita e di quella degli altri.”

A. Finkielkraut

Il senso delle cose non è davvero nelle cose, ma sta nel racconto intorno alle cose. Il mondo in sé è un groviglio inestricabile ed incomprensibile di accadimenti, un intreccio di fatti e persone, di interazioni casuali e non. Dare un senso al mondo è come estrarre un filo di lana dalla matassa e provare a seguirlo, tirarlo piano piano sperando che non si spezzi, provare a dipanare quanto più è possibile quel gomitolo informe.

“Perché questo mondo che ci pare una cosa fatta di pietra, vegetazione e sangue non è affatto una cosa ma è semplicemente una storia. E tutto ciò che esso contiene è una storia e ciascuna storia è la somma di tutte le storie minori, eppure queste sono la medesima storia e contengono in esse tutto il resto.

Quindi tutto è necessario. Ogni minimo particolare. E questa in fondo è la lezione. Non si può fare a meno di nulla. Nulla può venire disprezzato.

Perché, vedi, non sappiamo ove stanno i fili, i collegamenti. Il modo in cui è fatto il mondo. Non abbiamo modo di sapere quali sono le cose di cui possiamo fare a meno. Ciò che può venire omesso. Non abbiamo modo di sapere cosa può stare in piedi e che cosa può cadere.

E quei fili che ci sono ignoti fanno naturalmente anch’ essi parte della storia e  la storia non ha dimora né luogo d’essere se non nel racconto, è lì che vive e quindi non possiamo mai aver finito di raccontare.

Non c’è mai fine al raccontare. (…) tutte le storie sono una cosa sola. Se ascolti come si deve, sono una unica storia.”

 Quale filo tirare, come seguirlo nelle sue involuzioni, è chiaramente una scelta largamente arbitraria. Si può seguire un personaggio, una famiglia, una comunità, si può attraversare un’ epoca oppure una regione. Però, a seconda del filo che si tira, salta fuori una storia diversa, uno sviluppo diverso, un senso diverso, una diversa interpretazione del mondo.

Il compito del narratore non è facile (…) Pare che sia obbligato a scegliere la storia che racconta tra le tante possibili. Ma naturalmente non è così. Al contrario, si tratta di derivarne tante dall’ unica storia (…) poiché non c’è nulla che cada fuori dai suoi confini. Tutto è racconto. Senza alcun dubbio.

Non c’è senso nel mondo ma solo nella sua interpretazione.

Ma allora l’ affermazione, celebre e a prima vista assai sconcertante di Nietzsche, secondo cui non ci sono fatti ma solo interpretazioni, potrebbe essere intesa, io credo, anche così. Non c’è senso nel mondo ma solo nella sua interpretazione, appunto.

Gli atti esistono se esiste un testimone. Senza un testimone, chi ne può parlare ? In ultima analisi si potrebbe perfino dire che l’  atto non è nulla e che il testimone è l’ unica cosa che conta.

Perché se ne possa trarre un senso, è comunque necessario che una storia arrivi alla fine, si concluda, che senso ha una storia rimasta a metà, o un film interrotto ? Il senso di una storia lo si coglie solo quando quella storia è conclusa, finché non si arriva alla fine potrebbero ancora esserci colpi di scena, svolte narrative in grado di capovolgere tutto il racconto precedente.

Questo costringe dunque il narratore a ritagliare una porzione dal cuore delle cose, isolarne una parte che possa stare in piedi da sola, che possa essere osservata da tutte gli angoli come una scultura, un oggetto. Una storia. Anche chi voglia dare il senso della propria esistenza, in realtà lo fa narrandola, raccontandola come se avesse uno sviluppo coerente dall’ inizio alla fine. Autobiografia.

(…)nessuno può comprendere la propria vita finché questa non è terminata, ma a quel punto com’ è possibile fare ammenda ? (…) la lezione di una vita non può mai appartenere a quella vita. Solo il testimone ha il potere di valutarla. E’ vissuta per l’ altro soltanto.

In principio fu il racconto. E pure alla fine.

 

Nota: tutte le citazioni all’ interno del post sono tratte da Cormac McCarthy – Oltre il confine.