Mostrami, o Diva

Sappiamo tutti ormai (più o meno) che “il mezzo è il messaggio”, che nessun mezzo di comunicazione è neutrale e che qualunque forma di trasmissione di un messaggio, da un discorso pubblico ad un tweet, veicola sempre assai più delle sole parole. C’è tutto un modo di predisporre il contesto, di costruire la modalità di ricezione, diversa per ciascun mezzo.

C’è però anche una sorta di interazione reciproca, per cui non solo il mezzo condiziona il pubblico, ma il pubblico a sua volta orienta il mezzo, privilegia quelli che percepisce di volta in volta più affini, e questa affinità varia nel tempo.

Pensiamo ad esempio alla narrazione.

Il raccontare storie risale probabilmente all’ origine della cultura umana, sicuramente precede di molto l’ invenzione della scrittura. Raccontare storie serve. Serve a dare alla comunità un’ identità, attraversi i miti fondativi, serve a dargli regole attraverso il racconto degli dei, serve a garantirne la compattezza attraverso il ricordo delle gesta dei padri e degli eroi, serve a facilitare la socializzazione, serve persino a tramandare il sapere artigianale attraverso la descrizione rituale delle procedure di esecuzione. Si può dire che è il racconto a fare la cultura, piuttosto che il contrario.

E poiché il racconto va tramandato a memoria, la forma che assume alle origini è quella di un canto, accompagnato dalla musica, la cosa più facile da memorizzare che esista.

La narrazione dunque inizia in versi, versi a dire il vero più ritmati che rimati, versi scanditi dagli accenti e regolati nel numero di sillabe. I grandi poemi omerici sono fatti così (“Cantami o Diva…”), e la forma poetica continuerà a dominare la narrazione per molto, molto tempo anche dopo l’ introduzione della scrittura, come sappiamo.

Non che non si scriva in prosa, ma questa rimane a lungo in un ruolo minoritario, in prosa si scrivono fiabe, novelle, racconti, spesso inquadrati in una cornice che li raccolga come nelle Mille e una notte o nel Decamerone.

È solo in tempi relativamente recenti che la narrazione in prosa diventa la forma dominante, attraverso la forma romanzo. Nell’ Ottocento, “Raccontami o Diva” sembra diventare la modalità standard della trasmissione di storie e sempre meno sono coloro che si cimentano nella scrittura di poemi.

Nel Novecento, diventa sempre più importante la forma visuale della trasmissione di storie, una forma per la verità assai antica e mai tramontata, attraverso il il teatro. Nel Novecento però arriva il cinema, che spinge le possibilità di racconto visuale a livelli irraggiungibili nel teatro. Il cinema si presta a raccontare storie come nessun altro mezzo precedente.

All’ ascesa del cinema si affianca gradualmente quella della televisione, e questo sposta ancora di più verso il visuale la forma del raccontare. “Mostrami o Diva” diventa il nuovo verbo.

Sono cresciuto nell’ epoca d’ oro degli sceneggiati televisivi, gli “adattamenti televisivi” dei classici della letteratura, e già il termine “adattamento” fa capire quale fosse ai tempi il rapporto di forze: la letteratura è sovrana, cinema e televisione la “adattano” alle loro possibilità espressive.

Mi sembra che oggi il rapporto di forze stia rapidamente cambiando.

Non mancano, come un tempo, i film – o i telefilm – che si basano sui romanzi di successo, ma il cinema, e la televisione, usano sempre di più soggetti originali, e cominciano a vedersi pubblicati romanzi tratti dalla sceneggiatura di film di successo, un capovolgimento completo rispetto a tempi non troppo lontani. Hunger Games, Twiligt, Game of Thrones, sono tutti esempi di un’ area ibrida i cui non è facile capire da dove si è partiti e dove si è giunti, se dalla narrativa allo schermo o viceversa.

Difficile dire se questa è davvero la modalità del futuro, ma è curioso vedere che scrittori famosi (a partire da Stephen King) abbiano progressivamente spostato il loro interesse verso la produzione di soggetti originali per il cinema o per le serie televisive, piuttosto che adattare le loro opere letterarie preesistenti. Ed è evidente che molti giovani scrittori di talento sono attratti dal mestiere di sceneggiatore.

Questione (anche) di soldi, si capisce, ma questa non è una novità, anche i romanzieri dell’ Ottocento, forti del favore popolare, misero insieme fortune considerevoli.

Ovviamente c’è anche qualche aspetto negativo: mentre il nome dell’ autore di un libro campeggia sulla copertina in dimensiono proporzionali alla sua fama, talvolta maggiori del titolo dell’ opera, raramente il film o la serie televisiva danno lo stesso risalto all’ autore della sceneggiatura, a meno che non si tratti dello stesso regista come (ad esempio) nel caso di Sorrentino.

Ma anche qui, niente di nuovo, o piuttosto trattasi di ritorno alle origini.

Nessuno sa chi abbia scritto i miti, l’ epopea di Gilgamesh o i racconti delle Mille e una notte. E quanto ai grandi poemi omerici, non crederemo davvero che li abbia scritti Omero, tutto da solo, vero ?

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La mente mentitrice

«Così come il mandrillo non può mortificare la retorica delle sue chiappe policrome, così non potremo toglierci di dosso, deliziosa maledizione, questo pieghevole vello di verbi»

G. Manganelli – Letteratura e Menzogna

 

A giocherellare con l’ origine e l’ evoluzione delle parole si finisce spesso assai più in là del previsto, ed è proprio  questo a rendere l’ etimologia un modo assai intrigante di passare il tempo.

Ad esempio, uno comincia col chiedersi da dove venga la parola “mente” ed in men che non si dica si trova avviluppato nel ginepraio di una famiglia assai numerosa di termini accomunati da insospettabili e stravaganti parentele. Un po’ come le famiglie vere, a volerla dire tutta…

Tutto nasce, come al solito, da una radice indoeuropea che suona più o meno come “mâ”, uno di quei termini polivalenti comuni nelle lingue arcaiche, che indicava contemporaneamente il concetto di “misurare” qualcosa, ma anche quello di “formare” qualcosa. Questa ambiguità, naturalmente, non deve stupire più di tanto, le radici originarie sono relativamente poche, un linguaggio si arricchisce e si ramifica strada facendo, per decine di migliaia di anni prima che qualcuno cominci a metterlo per iscritto e codificarlo.

La radice  “mâ” ha dunque un primo significato che è “dare forma” a qualcosa, e da qui viene un primo gruppo di parole di cui le più importanti sono “materia” e “madre”. La parentela è rimasta assai più stretta in inglese (“matter” e  “mother”). Dalla seconda accezione “misurare” viene naturalmente il metro (“meter” in inglese), la “mano”, ma anche, ed è quello che ci interessa, ne deriva il collegamento all’ atto del pensare. Strano sì ma non troppo, se ci ricordiamo che parole come “pensare” o “ponderare” sono chiaramente legate all’ atto del pesare. Ma non divaghiamo…

La radice  “mâ” intesa come “misurare”  genera dunque abbondante figliolanza, a cominciare dal tedesco “mann” e dall’ inglese “man”, cioè, puramente e semplicemente “uomo”. Che l’ uomo sia misura di tutte le cose, come sosteneva Protagora, sembra persino essere quasi una tautologia. Da “mâ” viene il termine greco “ménos” il cui significato è il “senno” e dunque (era ora !) la mente, attributo specificatamente umano.

Ora, a me pare già un fatto notevole che due termini così antitetici da essere stati messi in opposizione dialettica da quasi tutta la tradizione filosofica degli ultimi millenni, rivelino invece un’ insospettabile origine comune ed una parentela assai stretta. Fossi Cartesio, un po’ ci resterei male.

A dire il vero, un sospetto poteva venire osservando come la trasmissione del sapere verso le menti dei giovani avvenga, in tutte le scuole, suddividendo il sapere medesimo per l’ appunto in “materie”…

Ma non finisce qui.

Dal “mâ” indoeuropeo e dal “ménos” greco, infatti, derivano tutta un’ altra serie di parole, e qui entriamo nel campo degli zii più eccentrici. Basti citare il termine  “medico” o “matematica”, “imitare”, “mania” nonché le Muse in generale ed una di esse (Mnemosine) in particolare, senza dimenticare la più intellettuale delle dee latine, cioè Minerva. Ma soprattutto deriva “mentire”. Per quanto strano possa sembrare, nel greco antico non esiste una parola che indichi  la menzogna, esiste il falso (“pseudo”) ma non propriamente il bugiardo, Ulisse è definito ingegnoso, astuto, multiforme, tutto fuorché bugiardo…

Pare quasi che uomo, mente e menzogna siano un tutt’ uno, un pacchetto indivisibile da prendere o lasciare, i cui componenti non possano essere separati. Sorprendente, sì, ma dopo tutto nemmeno troppo.

L’ inganno è una delle più importanti strategie di sopravvivenza che l’ evoluzione abbia sviluppato. Fiori che sembrano insetti, insetti che sembrano foglie o rami secchi, pesci che sembrano sassi e serpenti che sembrano liane, niente o quasi è come sembra.

Perché l’ uomo dovrebbe essere diverso ? Semplicemente, per dirla con Giorgio Manganelli, il vero manto mimetico dell’ uomo è sempre stato il suo linguaggio.

“Da sempre si aggira sulla terra, in diverse e riconoscibili incarnazioni, un uomo singolare: scostante, e affascinante; tiene del sordido, e certo dell’ambiguo; e alla spregevolezza mescola qualcosa di grandioso. Lo si direbbe imperfettamente umano: sebbene sia difficile dire se la sua sottile inesattezza venga da commistione angelica o animale. È il Grande Mentitore.”

 

 

Un destino dopo l’ altro

“Anime effimere, ecco l’ inizio di un altro ciclo di nascite apportatrici di morte. Non un demone sceglierà voi, ma voi il vostro demone ! (…)

L’ eccellenza non ha padroni: ognuno la possiederà di più o di meno a seconda che l’ abbia onorata o trascurata. La responsabilità è di chi fa la scelta; la divinità è innocente”

Platone – Repubblica X, 617e

Molte antiche storie si raccontano, in ogni parte del mondo, a proposito della reincarnazione, della trasmigrazione delle anime, della metempsicosi e simili. Molte religioni, dal canto loro, si fondano su idee simili. E tutte queste storie, mitiche o religiose che siano, in un modo o nell’ altro, concordano nel suggerire che non siamo venuti al mondo per la prima volta. Ci siamo già stati in passato, più e più volte, addirittura, secondo alcune di queste storie, un numero infinito di volte.

E benché tutti ammettano che di queste vite passate non abbiamo memoria alcuna, ciò non di meno, queste vite precedenti producono effetti sulla nostra vita attuale, su quello che siamo, persino su ciò che ci accade. Secondo molti di questi miti, colpe e meriti accumulati in una vita si scontano nella vita successiva; questa è la base del “karma” indiano; addirittura, nei casi gravi, la pena può essere quella di reincarnarsi in una specie inferiore, un animale più o meno abietto. In qualche caso, involontariamente, il nostro comportamento o i nostri sogni lascerebbere affiorare qualche traccia di ciò che siamo stati nelle vite precedenti.

Favole, naturalmente, prive di qualsiasi fondamento, e tuttavia abbiamo imparato ormai che i miti contengono quanto meno un sapere psicologico profondo, e dunque, anche solo per questo, sono da prendere con una certa serietà.

Cosa c’è al fondo di questo genere di idee è abbastanza chiaro. C’è è il fatto che proprio non ci riesce di rassegnarci all’ idea di essere stati gettati nel mondo senza alcun piano, che il nostro essere qui adesso, piuttosto che altrove in un altro tempo, o anche da nessuna parte, sia il puro frutto del caso, combinazione di eventi fortuiti. Non ci va giù che dietro la nostra esistenza terrena possa non esserci un progetto, un disegno, un fine e, di conseguenza, un senso.

Ancora più difficile è rassegnarsi al pensiero che torti e ragioni, colpe e meriti possano essere cancellati da un colpo di spugna, chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto, senza un bilancio, senza un riequilibrio, senza una resa dei conti, e senza redenzione.

“Ogni cosa sarà dimenticata, e a nulla sarà posto rimedio. Il ruolo della riparazione (della vendetta come del perdono) sarà assunto dall’ oblio. Nessuno rimedierà alle ingiustizie commesse, ma tutte le ingiustizie saranno dimenticate.”

M. Kundera – Lo scherzo

Piace a tutti, invece, pensare alla propria vita come ad una storia, una narrazione con una trama precisa che si sviluppa in modo più o meno lineare o contorto, una narrazione con un senso compiuto se non addirittura con una morale, come se fosse un telefilm, uno sceneggiato o, come si dice adesso, un “biopic”.

E dunque, sotto a cercare i segni di questa trama, le evidenze del filo narrativo, la predestinazione, la vocazione, la chiamata, la traiettoria perfetta di un disegno tracciato con mano ferma.

Fra tutte le versioni dell’ archetipo della reincarnazione, la più raffinata (come poteva essere altrimenti ?) viene dal mondo greco, ed è il mito di Er, posto a chiusura della Repubblica, uno dei più grandiosi miti di tutti i tempi, a mio modesto parere. Non a caso Hillman usa il mito di Er come paradigma del suo “Codice dell’ anima”.

Er è un guerriero, morto in battaglia. Il suo corpo viene portato sulla pira funebre, ma in quel momento si risveglia affermando che gli dei gli hanno concesso di ritornare sulla terra reincarnato in se stesso, per raccontare ciò che ha visto nell’aldilà.

Racconta dunque che le anime dopo la morte ricevono un premio o un castigo, ma siccome le anime stesse sono in numero limitato, premi e castighi non sono eterni, durano “10 volte 100 anni”. Al termine dei 100 anni, le anime si radunano  in una grande pianura, al cospetto delle Moire, le quali tengono in grembo un gran numero di destini.  Il ministro di Lachesi getta fra le anime dei numeri, come in una specie di sorteggio, ed ogni anima prende quello che le è caduto più vicino. Il numero decide l’ ordine in cui le anime potranno scegliere il prossimo destino; tuttavia i destini sono più numerosi delle anime, per cui anche l’ ultima avrà la possibilità di scegliere.

Er racconta dunque che il primo ad essere chiamato sceglie, per ignoranza ed avidità, il destino di un tiranno, accorgendosi troppo tardi che in quel destino si troverà ad uccidere i propri figli. Invano si dispera, viene preso, immerso nel fiume Lete perché dimentichi e lanciato nel mondo. Molti altri fanno scelte infelici, in particolare coloro che non hanno, nella vita precedente, avuto esperienza del dolore; chi ha sofferto è invece assai più cauto. L’ anima di Orfeo non vuole nascere da una donna (ha i suoi motivi…) e sceglie di reincarnarsi in un cigno. Aiace sceglie di rinascere leone, Agamennone aquila, entrambi in odio per il genere umano. Per ultima arriva l’anima di Ulisse che “molto patì nell’ animo suo”. Ulisse sceglie la vita di un uomo comune, senza avventure e preoccupazioni. La stessa vita – assicura – l’ avrebbe scelta anche se fosse stato il primo ad essere chiamato.

In questa versione platonica della reincarnazione, dunque, le anime sono del tutto consapevoli della vita precedente, per quanto il ricordo possa essere un po’ offuscato per via del 1000 anni di purgatorio o paradiso. E la scelta che operano del nuovo destino, avviene proprio sulla base dell’ esperienza di vita precedente.

E l’ aspetto più interessante è che il destino successivo non viene dato a compensazione di colpe e meriti precedenti, allo scopo di riequilibrare la bilancia della giustizia, niente affatto. Colpe e meriti sono stati regolati, semmai con i 1000 anni di cui si parlava prima. Il destino successivo viene liberamente scelto da ciascuno. “La responsabilità è di chi fa la scelta; la divinità è innocente”.

Hillman usa il mito di Er come paradigma del suo “Codice dell’ anima”, dunque. E qui (come spesso accade con Hillman) le cose si fanno un po’ più intriganti. Perché l’ idea che ognuno scelga il suo destino ci lascia sanamente e razionalmente scettici. Risibile, lo ammetto.

Ma l’ idea che ciascuno venga al mondo con una “vocazione”, quella siamo davvero disposta a scartarla ?

E cos’è la vocazione se non un modo diverso di ritornare al punto, di riproporre l’ idea testarda che dietro la nostra vita, a dispetto di tutto e di tutti, ci sia davvero un progetto, addirittura un progetto che ci precede e ci trascende, e finanche, a volte, ci travolge ?

Il nomade non è matto

 

“L’ evoluzione ci ha voluto viaggiatori.  Dimorare durevolmente in caverne o castelli è stato tutt’ al più una condizione sporadica nella storia dell’ uomo. L’ insediamento prolungato ha un asse verticale di circa diecimila anni, una goccia nell’ oceano del tempo evolutivo.”

Bruce Chatwin

Adesso è dicembre, il mese più difficile per lupi solitari, orsi ed aquile (dipende dal livello di autostima), per tutte le bestie in genere che non si muovono in branchi e non volano a stormi, il mese degli affetti casalinghi e della socialità, il mese del calore umano e degli ambienti surriscaldati, delle finestre chiuse e della claustrofobia da termosifoni a mille.

In questo mese così particolare mi viene da pensare che il termine “nomade” in inglese può essere letto come “no-mad”, vale a dire “non matto”. Certi cortocircuiti scattano a tradimento.

Certo è che l’ Homo Sapiens non appena ebbe origine, circa 200.000 anni fa, si mise a camminare, e non si fermò prima di avere raggiunto tutti gli angoli della Terra. Come se l’ essenza della sua natura fosse proprio quella. Muoversi, camminare, andare. Imperativo categorico.

Nel catalogo della mostra Homo Sapiens, Luca Cavalli Sforza e Telmo Pievani scrivono:

“I primi Homo sono esseri slanciati e agili, (…) grandi camminatori(…). Si spostano in cerca di cibo, si diffondono, esplorano ambienti inediti, si muovono, incessantemente. C’è qualcosa di loro, in tutti noi, ancora oggi. Nel momento in cui abbiamo cominciato a diventare umani, abbiamo anche iniziato a vagare negli spazi aperti, a solcare le praterie, ad attraversare vallate e istmi, a cercare qualcosa oltre la collina. Perché ?”

Questo abbiamo fatto per centinaia di migliaia di anni. L’ ultima grande interpretazione del nomadismo fu l’ Impero di Gengis Khan, più o meno ai tempi di San Francesco. Poi, ci si rassegnò.

Il modo di vita stanziale, i villaggi e le città, l’ agricoltura e la pastorizia, la civiltà con le sue leggi, la cultura scritta, le istituzioni stabili, lo Stato cioè “ciò che sta” divennero legge universale dell’ umanità.

Ad ogni bivio corrisponde una scelta, ad ogni scelta qualcosa si prende e qualcos’ altro si lascia. Nel vivere stanziale ci sono tanti vantaggi, è difficile negarlo, stabilità, sapienza scritta, educazione strutturata. Istituzioni che danno sicurezza.

I pochi nomadi, ostinatamente fedeli alla linea, destano sospetto, per non dire ostilità. Fannulloni che non lavorano. Ladri e accattoni, gente che vive alle spalle degli altri, senza responsabilità e senza pensieri. O peggio.

È pesante, il carico che ci siamo messi sulle spalle decidendo di vivere stanziali, ed è l’ aver rimosso un carattere fondamentale dell’ essere uomini. Andare. Sarà che “tutta l’infelicità degli uomini proviene da una cosa sola: dal non saper restare tranquilli in una camera” come pensava Pascal. Ma è certo che così l’ uomo è fatto.

Ora, non è certo un mistero che tutto ciò di fondamentale che viene rimosso ritorna come una malattia.

Ed ecco che il viaggio ci perseguita, nei Miti e nelle storie, nelle favole di tutto il mondo. Quanti principi che vogliono vedere il mondo, quanti squattrinati che partono in cerca di fortuna, quanti marinai avventurosi popolano le fiabe e l’ immaginario. Non esiste mito, o quasi, in cui il protagonista non affronti un viaggio, che quasi sempre si rivela per quello che è, un viaggio iniziatico, necessario perché l’ eroe diventi compiutamente se stesso.

Viaggia Ulisse e viaggia Enea, viaggiano Cesare e Alessandro Magno, viaggia Dante, viaggiano i cavalieri della Tavola Rotonda e viaggia don Chisciotte, persino. Viaggiano Sinbad e il barone di Munchausen. Viaggiano gli eroi di ogni tempo e di ogni luogo.

Viaggiano, gli eroi, rappresentando con la propria vicenda quel divenire che è l’ essenza della condizione umana.

E viene il dubbio che al principio di ogni mal di vivere, dell’ angoscia esistenziale, della crisi dell’ uomo contemporaneo altro non ci sia che la mancanza di movimento.

Il nomade non è pazzo, lo dice la parola, e se non lo dice dovrebbe dirlo.

Il nomade non è pazzo, ma chi resta fermo rischia di diventarlo.

Un carretto cigolante

“Non posso guardare all’ universo come al risultato di un cieco caso. Tuttavia non trovo evidenza di un disegno benevolo, o veramente di un disegno qualsiasi, in dettaglio.”

C. Darwin – Lettera a J. Hooker, 1870

Il segno dell’ età che avanza sembra doversi leggere prima di tutto nella rassegnazione a convivere con qualche malanno. Che sia torcicollo oppure mal di schiena, che sia colite o reumatismo, il dolore diventa da un certo punto in poi della vita una specie di sottofondo continuo, ritmo di base che accompagna i giorni e le notti, e sopportarlo pacificamente appare la misura del controllo di sé.

Tutto è bene ciò che non finisce, sembra di poter dire, e finché dura ci teniamo volentieri anche un acciacco. Questione di misura, naturalmente, questo sembra essere il principio. L’ obiettivo è durare in condizioni accettabili.

Questione di tempo, insomma, di fronte ad una sfida che si sa di non poter vincere ma solo, come in una prova d’ abilità o un videogame, tenere il giocoi il più a lungo possibile. Vendere cara la pelle al tempo. Arrivare al prossimo livello per vedere cosa c’è, e poi quello dopo ancora. Finché fa male è segno che ci siamo ancora.

Essere autentici significa essere “dentro se stessi”

La vita sta tutta qui davanti, coi suoi pezzi poggiati in bell’ ordine sopra un carro da ambulante, un’ esposizione in piena regola come a volerne interessare gli occasionali passanti, come se la vita fatta di quei pezzi belli e brutti, grandi e piccoli, raccolti per volontà o per caso lungo la strada, loro e soltanto loro e nient’ altro potessero testimoniare che qualcosa è davvero avvenuto, un divenire è divenuto, certe potenzialità si sono attuate, perché poi proprio quelle tra le infinite altre non è dato di sapere ma è così, ed è tutto ciò che si può dire e di più non è lecito domandare.

Ciò che doveva accadere è accaduto, neppure gli dei possono sottrarsi alla Necessità, e questo davanti a voi è il risultato, seppure ancora diveniente, che pur sempre di work in progress qui si tratta.

Ad ogni traguardo sembra di sollevarsi un po’, vedere il mondo e se stessi un po’ più dall’ alto, un po’ più in prospettiva, un po’ più nel contesto.

Il vizio di cercare di capire, quello ancora non lo perdo.

Perdo semmai l’ illusione della razionalità, del mondo e dell’ essere umano, quella sì che è presunzione giovanile, o frutto di tempi più ottimisti e meno disincantati di quelli che viviamo oggi. Tempi in cui il futuro appariva per definizione migliore del presente. Partire all’ assalto per sfasciare il mondo come se il mondo fosse lì in attesa di farsi sfasciare dal primo giovanotto di belle speranze.

Il mondo non si sfascia, naturalmente, le illusioni sì, questo si impara ben presto.

Il mondo è complesso, assai più di quanto insegnino a scuola, e l’ essere umano è il prodotto più complesso di questo complessissimo mondo, e questo proprio non lo insegnano, tocca scoprirlo da soli.

Irriducibile a schemi, sfuggente alle definizioni, sorprendente nelle reazioni. Inclassificabile.

Ma tutta questa complessità non toglie il gusto di indagare, di inseguire la complessità stessa affinando gli strumenti d’ analisi e non con la pretesa di dominare ma, almeno, di capire. Complesso non vuol dire incomprensibile, vuole semmai dire difficile da comprendere, e difficile è una sfida, le sfide appassionano e non c’è niente di meglio per tenersi vivi.

La complessità rifiuta il giudizio secco, complesso non è bianco e nero, complesso è l’ infinito chiaroscuro che sfida l’ analisi ma che alla fine si può sperare di penetrare, comprendere, trasmettere, senza necessariamente giudicare.

I ricordi si mischiano ai desideri, le delusioni si proiettano nelle intenzioni, amori senza scopo proiettano amori senza vita, come se cambi di scenari incongrui o impossibili potessero fare vero ciò che vero non è più, o non è mai stato.

Ciò che verrà si carica delle aspettative spinte avanti negli anni in cui c’ era troppo da fare e “ci sarà tempo” finché si comincia ad intuire che il da fare non finisce ed il tempo invece sì, e si vede, e non si vorrebbe vedere, che quel tempo forse non c’è più, e “ci sarà tempo” era un autoinganno.

Restano cose fatte ed emozioni vissute, un paziente lavoro su se stessi che si rende – si spera – visibile e persino attingibile da chi ci osserva.

Resta la saggezza, se vogliamo usare una parola grossa, più o meno a fatica acquisita, una consapevolezza che il bicchiere è pieno ben più che a metà, che ciò che è passato non è stato gettato via, che le esperienze, il tempo, gli incontri, gli amori, gli odi, le passioni, sono stati tutti mattoni, materiali da costruzione di un sé che adesso sta lì, visibile come un monumento ed altrettanto inutile, se non come ispirazione o monito per altri, ognuno lo legga come meglio gli aggrada.

E se invece fossi io, a non capire ?

Se qualcosa di buono c’è, in questo frullio di anni, è che in parte ci si libera dalle aspettative degli altri, il peso inesorabile di ciò che si è chiamati ad essere, di ciò che ci si aspetta da noi al di là della nostra volontà, di ciò che si “deve”. Piano piano le aspettative si riducono, vuoi perché realizzate, vuoi perché irrealizzabili. Cadono come squame secche.

Sotto c’ è la vera pelle, l’ essere se stessi come mai si è riusciti prima, quel se stessi a cui mai si è osato dare spazio.

È il momento in cui si tira fuori ciò che si ha dentro, cose belle o cose brutte, cose belle per lo più, perché le cose brutte la vita ce le ha già tirate fuori da un pezzo.

Da questo punto di vista non è poi così male, l’ età che avanza.

Il/limitato

illimite

Volevo provare i confini della realtà, volevo vedere a che punto potevo arrivare. Tutto qui, solo curiosità.

Jim Morrison

 

Il limite non è chiusura, ma apertura, esiste più che altro come stimolo intellettuale, o fisico. Il limite è una provocazione, un punto di sfida alla curiosità. Ogni porta chiusa rappresenta un invito ad aprirla.

Eccoti in riva al mare, sul bagnasciuga. Hic sunt leones. Nec plus ultra. Non proseguire oltre, fermati, questo è il tuo limite. Cosa rappresenta questo se non uno stimolo irresistibile a proseguire ? Cosa c’è dall’ altra parte ? E perché mai non dovrei andarci ?

Come dinanzi ad ogni porta chiusa, la sfida consiste nel trovare la chiave, oppure il modo di scardinare, e la motivazione, semplicemente, nel cercare di sapere cosa c’è dall’ altra parte.

Non siamo animali stanziali, non lo siamo mai stati se non nell’ ultimo, brevissimo insignificante periodo della cosiddetta civiltà, un battito di ciglia nella storia di una specie umana che invece ha sempre trovato il senso del proprio destino nell’ esplorazione, cioè nel viaggio. Animali migratori che si fanno domande, bestie curiose in cerca di scoperte, tastando il limite giusto per avere un motivo, qualcosa da superare, uno stimolo ad escogitare, a produrre, a creare.

Creare è produrre qualcosa dal nulla, giusto, ma allora per fare questo prima occorre sentire che ciò che c’è non basta, occorre una mancanza ed un desiderio. Ci vuole una porta chiusa, insomma, che è la domanda perfetta. La curiosità è mancanza, desiderio e stimolo, frusta e sperone.

Può diventare ossessione ?

È questo, proprio questo, il punto. Superare un limite per il gusto di superarlo, per la gioia dell’appagamento, per vedere cosa c’è di là, produce assuefazione, e dipendenza. Superata una porta chiusa subito si va alla ricerca di un’ altra, e poi un’ altra ancora, è questa la dipendenza. E la nuova sfida deve rilanciare, alzare il livello, essere più impegnativa e temeraria, comportare maggiori difficoltà e rischi. È questa l’ assuefazione.

Qualunque cosa arricchisca la vita può degenerare, diventa tossica nel momento esatto in cui ribalta il mezzo col fine e diventa essa stessa, da mezzo, fine. La ricerca fine a se stessa del limite sempre nuovo è una droga, e, come ogni droga, anche un anestetico. Nasconde e copre il dolore. Stimolare certe sensazioni può essere un modo ingegnoso per attutirne altre. La musica a volume eccessivo serve a non ascoltare, il sonnifero serve a non sognare, se i sogni rischiano di essere incubi.

Cosa c’è  dunque dietro a questa ossessione per il limite ? Quale sofferenza si nasconde per non farsi vedere ? La ricerca di limiti esterni non può essere forse un diversivo che distoglie l’ attenzione dal limite interno, da una mancata accettazione di se e della propria finitezza, dei propri stessi confini, che si può cercare di espandere, come gonfiare un palloncino, ma che non si possono davvero rimuovere ?

L’ insoddisfazione profonda, il rifiuto di specchiarsi e riconoscersi si proietta all’ esterno in sfide e tentazioni, irrequietezza e curiosità. Il blocco è una vita non condivisa, un peso sempre addosso, una colpa di vivere irredimibile ed angosciante, un dovere di riscatto ancora più terribile in quanto privo di vere motivazioni.

Non c’è maggior colpa che l’ esser nati, diceva Calderòn, e questo peso, questo carico richiedono una risposta nella forma di un’ assunzione di responsabilità rispetto a cui il limite esterno è una sfida assai più oggettivabile, e dunque, paradossalmente, più gestibile, maneggiabile, dominabile.

Utilizzabile forse, addirittura.

Ricordarsi il futuro

Il problema dell’ umanità è che gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi.

(Bertrand Russell)

Cosa c’è di più inafferrabile dell’ intelligenza ?

E’ persino difficile mettersi d’ accordo su cosa si intenda esattamente con questa parola.

Ricordo ancora la definizione che ne diede un ricercatore evidentemente frustrato e allo stremo delle forze: “L’ intelligenza è ciò che viene misurato dai test d’ intelligenza.”. Un po’ come dire che la velocià è il numero che si legge sul tachimetro.

Fosse poi almeno un tachimetro onesto.

A giudicare dai test, le persone più intelligenti del mondo sono i giocatori di scacchi, e quanto più bravi sono, tanto più risultano intelligenti. Non importa se in qualche caso sono evidentemente persone piuttosto eccentriche, alle quali difficilmente ci si affiderebbe nel mondo reale.

Secondi in classifica, i matematici, preferibilmente del tipo genio strampalato che si vede nei film.

Ma è possibile che l’ intelligenza sia proprio questo ?

Tutto dipende dallo strumento di misura, si capisce.

Se misuriamo l’ intelligenza con test che assomigliano a giochi enigmistici non ci  possiamo meravigliare se troviamo che gli enigmisti sono particolarmente intelligenti, no ?

C’è voluto un po’ per accettare l’ idea che l’ intelligenza è una cosa un po’ più complessa di un gioco enigmistico, e che non può essere ridotta al semplice aspetto logico-razionale. Al contrario, si potrebbe persino sostenere che l’ eccesso di intelligenza razionale e la frequentazione troppo assidua col pensiero profondo riducano la capacità di prendere decisioni pratiche e discernere il falso dal vero. La persona “troppo” intelligente, insomma, verrebbe in qualche misura intrappolata dalla sua stessa profondità di pensiero, resa impotente dal peso della sua esorbitante sovrastruttura cognitiva.

Sono così nate le teorie  dell’ intelligenza emotiva, dell’ empatia e via dicendo. Benissimo.

Ma alla domanda non abbiamo ancora risposto: che cos’è, alla fine, questa intelligenza ?

Fra le molte cose che mi è capitato di leggere sull’ argomento, quella che più mi ha fatto riflettere è una teoria che mette in relazione l’intelligenza con la memoria.

Mi spiego.

Gli animali, o almeno quelli più evoluti, hanno la capacità di imparare. Se ad un cane si insegna a sedersi quando sente la parola “seduto”, lui lo fa.

Lo fa perché ricorda, tiene nella memoria le circostanze in cui gli è stato detto di sedersi e quindi ricostruisce ciò che ci si aspetta da lui sulla base delle esperienza passate.

Se l’ esperienza passata non c’è, il cane tende a guardarsi attorno con aria smarrita. Non è proprio corretto perchè il cane possiede ANCHE una certa intelligenza, ma è per rendere l’ idea.

Comportarsi in un certo modo sulla base di esperienze precedenti non è intelligenza, al massimo è esperienza, su questo non si discute.

Si fa un passo avanti nel momento in cui, trovandosi di fronte ad una situazione non prevista,si comincia a pensare a “cosa succederebbe se…”

Si fanno i cosiddetti “scenari”. Se sposto questa pietra, magari prende a rotolare e finisce col colpire il bisonte laggiù. Mi figuro una scena che non è ancora successa, me la costruisco nella mente come un film, come se fosse già accaduta. Poi, mi comporto di conseguenza.

Ecco, in definitiva è quello che fa un progettista: immagina un ponte sul qual transitino tanti veicoli, immagina questo ponte in una giornata di vento, nel caldo torrido o nel gelo invernale, immagina, immagina, immagina. Che succederebbe se. I calcoli del ponte sono il frutto di tanto immaginare, di tanti scenari, di tanti esperimenti di cui si serba memoria senza averli fatti davvero.

In questo senso, effettivamente giocare a scacchi richiede intelligenza, in quanto è un continuo immaginare mosse e contromosse che vengono eseguite solo nella mente, senza toccare i pezzi, per vedere cosa accadrebbe se, e comportarsi alla fine in base al ricordo di tutti questi esperimenti mentali.

Il  ricordo di ciò che non è avvenuto.

Insomma, è come proiettare nella propria mente un film mai visto prima, riuscire a vedere eventi futuri come se fossero già avvenuti e ricordarseli.

Una memoria del futuro, insomma.

Questa modalità di conoscenza è ben diversa dal classico “andare a tentoni”, per tentativi successivi, qui i tentativi vengono svolti solo nella mente e fra i tanti viene selezionato quello di cui rimane il ricordo della riuscita.

Ecco,  questa capacità di immaginare “cosa accadrebbe se” e di ricordarselo come se fosse accaduto davvero, questa è la più fondamentale caratteristica dell’ intelligenza umana.

Ora, col raffinarsi di questa capacità, emerge una novità piuttosto singolare. L’ aumento di intelligenza comporta la capacità di raffigurarsi dei film sempre più lunghi e complessi.

Ritornando al paragone con gli scacchi, è evidente che in questo gioco l’ abilità del giocatore sta nella capacità di immaginare una sequenza di mosse e possibili contromosse senza effettuarle per davvero, in modo da poter scegliere fra le tante mosse che si “ricordano” quella che nella simulazione mentale ha messo in luce i migliori risultati. Il giocatore migliore è quello che riesce a simulare le sequenze di mosse più lunghe e complesse, non soltanto la prossima mossa ma le probabili contromosse che ne seguiranno ed anche le mosse successive per ciascuna di queste e le ulteriori risposte e così via,fino a delineare in anticipo l’ intera strategia di gioco che verrà messa in pratica nel corso della partita.

Ecco, un’ intelligenza superiore è quella che riesce ad immaginare un film più lungo e complesso, più ricco di dettagli.

Se questa è l’ evoluzione dell’ intelligenza, è abbastanza plausibile che si arrivi prima o poi ad un grado tale di complessità nella simulazione che il “film” che ci rappresentiamo mentalmente cominci ad includere fra i suoi personaggi sempre più numerosi e complessi, anche un personaggio alquanto particolare: il soggetto stesso che pensa.

In altri termini, l’ evoluzione dell’ intelligenza viene a portare come conseguenza “collaterale” il fenomeno dell’ autocoscienza.

Ma questo è tutto un altro discorso, di gran lunga troppo complesso per trovare spazio qui.

Non si può però concludere senza ritornare almeno per un attimo all’ analogia fra il modo di funzionare dell’ intelligenza ed il gioco degli scacchi. Benché l’ analogia sia abbastanza soddisfacente, e giustifichi in qualche modo l’ elevato quoziente intellettivo così comune fra i bravi giocatori di scacchi, non per questo è contraddittoria l’ osservazione iniziale circa il fatto che molti di questi non appaiono come termini di riferimento per ciò che considereremmo nella vita di tutti i giorni “persona intelligente” così come capita per lo stereotipo dello “scienziato pazzo” o del “nerd” genio dell’ informatica.

Perché capita questo ? Perché c’è uno scarto fra ciò che i test determinano e ciò che noi intuitivamente percepiamo come l’ “essere intelligenti” ?

Vero è che il meccanismo di anticipazione di mosse e contromosse è essenzialmente lo stesso meccanismo “predittivo” che sta alla base dall’ intelligenza, ma con l’ importante differenza che gli scacchi sono una semplificazione della vita. La scacchiera è un universo limitato, limitato è il numero dei pezzi e delle mosse disponibili a ciascun pezzo, e nonostante il fatto che il numero di combinazioni di gioco possibili è astronomicamente alto, il gioco degli scacchi è un esempio di ciò che viene chiamato un gioco “chiuso”.

Tutti i dati del problema sono noti in anticipo, tutti i pezzi sono visibili e le loro mosse conoscibili e, in linea di principio, prevedibili.

Nulla può accadere al di fuori di ciò che è codificato nel regolamento di gioco.

Una mossa di scacchi è un problema logico e si presta ad un’ analisi razionale, più o meno profonda a seconda della capacità e del talento del giocatore.

La vita è un’ altra cosa. La vita è un gioco “infinito”, un gioco aperto in cui i limiti della scacchiera non sono noti, ed il comportamento degli altri giocatori può seguire le regole oppure no, possono essere inventate regole nuove, e l’ analisi puramente razionale non porta a risultati su cui si possa fare affidamento. Ci vuole di più.

Ci vuole testa e cuore e sentimento e intuito e passione, tutto quell’ insieme di capacità che, unite alla ragione, fanno nella comune percezione di una persona una persona “intelligente”.