Entusiasmo, reloaded

Circa un milione di anni fa, così mi sembra, mi entusiasmavo per l’ etimologia dell’ entusiasmo, più o meno in questi termini:

Viene dal greco enthous, che sta per en-Theos, cioè pieno di un Dio.

Entusiasmo è avere il dio dentro…

Ed il bello è che essendo l’ etimologia greca, non è monoteista: c’ entra tutto il politeismo, cosicché ogni entusiasmo va di volta in volta messo in relazione con il particolare dio che invade in quel preciso momento.

Ares, Dioniso, Afrodite, Apollo, Ermes (dio della comunicazione e quindi del web). Vale tutto.

Non è una meraviglia?

Ciò che l’ etimologia tuttavia non dice è che il dio prende ed il dio dà, entra o esce secondo il comodo suo, come fosse in albergo, e sebbene prediliga indubbiamente per dimora anime giovani facilmente incendiabili, non è escluso che si adatti – talvolta – a residenze relativamente più vetuste, per non dire attempate, imperscrutabile com’è.

Quel che è certo è che non ci sono richiami che tengano, né esche di alcun tipo, e se il dio latita, occorre disporsi pazientemente ad attenderne il ritorno, a maggior ragione nel mese giustamente classificato come crudele.

Con cortese sollecitudine, si vorrebbe aggiungere, senza mancargli di rispetto.

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Riepilogando

Riepilogando, ho sempre avuto carta da scrivere e penne a non finire ed inchiostri di vari colori.  E poi vita vissuta, viaggi e posti visti e persone incontrate e così tante cose da raccontare che quella carta quelle penne e quell’ inchiostro maii basterebbero se modo di svuotarmi di tutto ciò.

Ma buona parte di quel vissuto rimane raggrumato, rappreso,  non scivola fuori attraverso i mirabili pennini delle molte penne.

“I’ve got too much life running through my veins, going to waste”

Eppure, sento distintamente che quella vita ha avuto senso e direzione, non andava a caso, sballottata qua e là dalle circostanze, no, c’ è stato un progetto e c’ era un’ intenzione, ecco. Anche se poi non tutto è andato per il verso giusto, ma chi se l’ aspettava del resto ?

Avrei voluto scrivere di luoghi e di persone, di incontri e scontri, di simpatie ed antipatie, rari odi ed ancor più rari amori, e di come tutto questo si sia poi sedimentato e deposto, e consolidato dentro. Di come tutto abbia lasciato traccia, oppure a volte no, di come si sia trasformato in materiale da costruzione, arenaria usata per fare la casa, terra compatta oppure franosa a seconda dei casi. Cosa manca, allora ? Perché questo senso di incompiuto ?

Il motore della vita è il desiderio, la differenze fra dove si è e dove si vorrebbe essere, così come il calore che va da un corpo caldo ad uno freddo. È la differenza che genera il movimento, la mancanza ed il bisogno di annullare quella mancanza. Come l’ acqua che sta in alto e vorrebbe stare in basso e allora si muove.

E che succede, quando è giunta in basso ? Si ferma. Una volta annullata la differenza, cessa anche il movimento, resta l’ acqua ferma, che è acqua morta, è palude. L’ acqua stagnante fa presto a diventare malsana.

È questo che accade con la vita ? Che succede, quando non si desidera più ? Si resta nella palude fino a quando non si escogita un nuovo desiderio ? O finché si cessa di desiderare ?

La cessazione del desiderio non mi pare affatto uno stato desiderabile, tutt’ altro. L’ idea stessa della cessazione del desiderio precipita in uno stato di disagio profondo. Uno stato simile alla nostalgia. Una nostalgia del desiderio, ecco cos’ è. Nostalgia del desiderio, ovvero malinconia.

Si è sempre mossi dal desiderio, quando ci si muove. Ma è così per tutti ?

Sono sempre stato incuriosito da chi apparentemente non rispetta la regola, pare non averne, di desideri, e non sentirne il bisogno. Chi vive la sua vita, lavora, mangia, dorme, guarda la TV, senza altro chiedere che di continuare così, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, anno dopo anno. Chi sbaglia ? E qual’ è poi la base per giudicare, eventualmente, se ci sia un modo giusto ed uno sbagliato di condurre la propria vita ?

Eppure.

Eppure mi pare che una differenza ci debba pur essere, un giudizio debba pur potersi darsi. po’ di Sempre che non sia illusione anche quel po’ di senso intravisto.

(Video banale, lo so)

Un destino dopo l’ altro

“Anime effimere, ecco l’ inizio di un altro ciclo di nascite apportatrici di morte. Non un demone sceglierà voi, ma voi il vostro demone ! (…)

L’ eccellenza non ha padroni: ognuno la possiederà di più o di meno a seconda che l’ abbia onorata o trascurata. La responsabilità è di chi fa la scelta; la divinità è innocente”

Platone – Repubblica X, 617e

Molte antiche storie si raccontano, in ogni parte del mondo, a proposito della reincarnazione, della trasmigrazione delle anime, della metempsicosi e simili. Molte religioni, dal canto loro, si fondano su idee simili. E tutte queste storie, mitiche o religiose che siano, in un modo o nell’ altro, concordano nel suggerire che non siamo venuti al mondo per la prima volta. Ci siamo già stati in passato, più e più volte, addirittura, secondo alcune di queste storie, un numero infinito di volte.

E benché tutti ammettano che di queste vite passate non abbiamo memoria alcuna, ciò non di meno, queste vite precedenti producono effetti sulla nostra vita attuale, su quello che siamo, persino su ciò che ci accade. Secondo molti di questi miti, colpe e meriti accumulati in una vita si scontano nella vita successiva; questa è la base del “karma” indiano; addirittura, nei casi gravi, la pena può essere quella di reincarnarsi in una specie inferiore, un animale più o meno abietto. In qualche caso, involontariamente, il nostro comportamento o i nostri sogni lascerebbere affiorare qualche traccia di ciò che siamo stati nelle vite precedenti.

Favole, naturalmente, prive di qualsiasi fondamento, e tuttavia abbiamo imparato ormai che i miti contengono quanto meno un sapere psicologico profondo, e dunque, anche solo per questo, sono da prendere con una certa serietà.

Cosa c’è al fondo di questo genere di idee è abbastanza chiaro. C’è è il fatto che proprio non ci riesce di rassegnarci all’ idea di essere stati gettati nel mondo senza alcun piano, che il nostro essere qui adesso, piuttosto che altrove in un altro tempo, o anche da nessuna parte, sia il puro frutto del caso, combinazione di eventi fortuiti. Non ci va giù che dietro la nostra esistenza terrena possa non esserci un progetto, un disegno, un fine e, di conseguenza, un senso.

Ancora più difficile è rassegnarsi al pensiero che torti e ragioni, colpe e meriti possano essere cancellati da un colpo di spugna, chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto, senza un bilancio, senza un riequilibrio, senza una resa dei conti, e senza redenzione.

“Ogni cosa sarà dimenticata, e a nulla sarà posto rimedio. Il ruolo della riparazione (della vendetta come del perdono) sarà assunto dall’ oblio. Nessuno rimedierà alle ingiustizie commesse, ma tutte le ingiustizie saranno dimenticate.”

M. Kundera – Lo scherzo

Piace a tutti, invece, pensare alla propria vita come ad una storia, una narrazione con una trama precisa che si sviluppa in modo più o meno lineare o contorto, una narrazione con un senso compiuto se non addirittura con una morale, come se fosse un telefilm, uno sceneggiato o, come si dice adesso, un “biopic”.

E dunque, sotto a cercare i segni di questa trama, le evidenze del filo narrativo, la predestinazione, la vocazione, la chiamata, la traiettoria perfetta di un disegno tracciato con mano ferma.

Fra tutte le versioni dell’ archetipo della reincarnazione, la più raffinata (come poteva essere altrimenti ?) viene dal mondo greco, ed è il mito di Er, posto a chiusura della Repubblica, uno dei più grandiosi miti di tutti i tempi, a mio modesto parere. Non a caso Hillman usa il mito di Er come paradigma del suo “Codice dell’ anima”.

Er è un guerriero, morto in battaglia. Il suo corpo viene portato sulla pira funebre, ma in quel momento si risveglia affermando che gli dei gli hanno concesso di ritornare sulla terra reincarnato in se stesso, per raccontare ciò che ha visto nell’aldilà.

Racconta dunque che le anime dopo la morte ricevono un premio o un castigo, ma siccome le anime stesse sono in numero limitato, premi e castighi non sono eterni, durano “10 volte 100 anni”. Al termine dei 100 anni, le anime si radunano  in una grande pianura, al cospetto delle Moire, le quali tengono in grembo un gran numero di destini.  Il ministro di Lachesi getta fra le anime dei numeri, come in una specie di sorteggio, ed ogni anima prende quello che le è caduto più vicino. Il numero decide l’ ordine in cui le anime potranno scegliere il prossimo destino; tuttavia i destini sono più numerosi delle anime, per cui anche l’ ultima avrà la possibilità di scegliere.

Er racconta dunque che il primo ad essere chiamato sceglie, per ignoranza ed avidità, il destino di un tiranno, accorgendosi troppo tardi che in quel destino si troverà ad uccidere i propri figli. Invano si dispera, viene preso, immerso nel fiume Lete perché dimentichi e lanciato nel mondo. Molti altri fanno scelte infelici, in particolare coloro che non hanno, nella vita precedente, avuto esperienza del dolore; chi ha sofferto è invece assai più cauto. L’ anima di Orfeo non vuole nascere da una donna (ha i suoi motivi…) e sceglie di reincarnarsi in un cigno. Aiace sceglie di rinascere leone, Agamennone aquila, entrambi in odio per il genere umano. Per ultima arriva l’anima di Ulisse che “molto patì nell’ animo suo”. Ulisse sceglie la vita di un uomo comune, senza avventure e preoccupazioni. La stessa vita – assicura – l’ avrebbe scelta anche se fosse stato il primo ad essere chiamato.

In questa versione platonica della reincarnazione, dunque, le anime sono del tutto consapevoli della vita precedente, per quanto il ricordo possa essere un po’ offuscato per via del 1000 anni di purgatorio o paradiso. E la scelta che operano del nuovo destino, avviene proprio sulla base dell’ esperienza di vita precedente.

E l’ aspetto più interessante è che il destino successivo non viene dato a compensazione di colpe e meriti precedenti, allo scopo di riequilibrare la bilancia della giustizia, niente affatto. Colpe e meriti sono stati regolati, semmai con i 1000 anni di cui si parlava prima. Il destino successivo viene liberamente scelto da ciascuno. “La responsabilità è di chi fa la scelta; la divinità è innocente”.

Hillman usa il mito di Er come paradigma del suo “Codice dell’ anima”, dunque. E qui (come spesso accade con Hillman) le cose si fanno un po’ più intriganti. Perché l’ idea che ognuno scelga il suo destino ci lascia sanamente e razionalmente scettici. Risibile, lo ammetto.

Ma l’ idea che ciascuno venga al mondo con una “vocazione”, quella siamo davvero disposta a scartarla ?

E cos’è la vocazione se non un modo diverso di ritornare al punto, di riproporre l’ idea testarda che dietro la nostra vita, a dispetto di tutto e di tutti, ci sia davvero un progetto, addirittura un progetto che ci precede e ci trascende, e finanche, a volte, ci travolge ?

Bellezza, la Grande

mocheni

“La bellezza è dunque la percettibilità stessa del cosmo, è il suo avere qualità tattili, tonalità, sapori e forza di attrazione”

J. Hillman – L’anima del mondo e il pensiero del cuore

 

No, qui Sorrentino non c’ entra. C’ entra questa parola chiave, bellezza, che spesso mi viene istintivamente da scrivere con la maiuscola, Bellezza.

Ancora non riesco, sinceramente, a capacitarmi del come, quando e perché la Bellezza abbia perso il suo ruolo nella nostra mentalità occidentale. Come, quando e perché sia diventata una sorta di accessorio, un aggettivo, il predicato di una sostanza che da essa prescinde. Perché mai ci si sia abituati a pensare che SE qualcosa, oltre a funzionare, essere pratico, utile, ecc. è ANCHE bello, bene, altrimenti pazienza, ci accontenteremo del fatto che quella cosa sia comunque adatta allo scopo per cui esiste. Un oggetto, un edificio, un indumento, un’ automobile ha da essere un “buon” oggetto, edificio, indumento, o una “buona” automobile, deve essere funzionale, di qualità. Se è anche un bell’ oggetto, meglio.

Non è sempre stato così. C’è stato un tempo, e non un tempo qualunque, il tempo della civiltà classica in cui ha avuto origine quasi tutto quello che siamo, il nostro modo di porsi verso il mondo ed affrontare l’ esistenza, in cui la visione dominante era alquanto diversa. All’ origine del nostro modo di pensare c’era l’ idea che una cosa non possa essere davvero “buona” se non è anche bella, e reciprocamente niente possa essere davvero bello se non è anche “buono”. Perché nulla, in realtà, può essere “buono” se non è in armonia col Mondo, che è o dovrebbe essere “mundus”, pulito, se non fa parte del Cosmo che è il Tutto, ma il Tutto armonico e “bello” (l’ originaria valenza estetica del “Cosmo” riecheggia ancora oggi nel termine “cosmetico”).

«Le risposte estetiche sono risposte morali» scrive Hillman nel suo saggio «Anima mundi» (in “L’anima del mondo e il pensiero del cuore” – Adelphi), ed è un pensiero che a prima vista appare sconcertante, a rifletterci sopra. Come sarebbe a dire ? Che il brutto è immorale ? Eppure, più ci si gira attorno, a questo pensiero, e più ci si convince che c’è un fondamento, anche se per trovarlo, occorre scavare un po’ in se stessi.

Ricordo ancora la fatica che ho fatto, anni fa, per giustificare a me stesso la scelta di un’ auto nuova rispetto ad un altro modello, una “giustificazione” fatta di stiracchiate argomentazioni tecniche portate all’ estremo perché, semplicemente, facevo fatica ad ammettere che l’ auto che volevo, semplicemente, era più bella dell’ altra. Mi sembrava una motivazione poco seria, ecco. Quasi da vergognarsene un po’. Così come (ne sono convinto) parecchi si arrampicano sugli specchi per giustificare la superiorità di certi prodotti mentre farebbero prima a dire che, semplicemente, sono più belli.

Secondo lo psicanalista Luigi Zoja (Giustizia e Bellezza – Bollati Boringhieri) , la scissione si verifica nella mente occidentale dopo la Riforma protestante, come reazione ad una Chiesa di Roma che raggiunse contemporaneamente l’ apice della Bellezza con i capolavori del Rinascimento, e l’ apice della corruzione e del degrado morale. Ciò che era bello non era più affatto buono. La conseguenza fu una religione protestante austera, che diffidava dell’ arte e di ogni forma di bellezza.

Può darsi che le cose stiano effettivamente così. Certo è che da quel tempo in avanti la bellezza ha perso la maiuscola, è diventata una faccenda privata, tendenzialmente frivola e “poco seria”, niente a che fare con la sfera pubblica. L’ arte stessa si ritrova non più nelle piazze ma rinchiusa nei musei, nelle collezioni private, la bellezza è ridotta a “lusso, parola affine (anche se l’ etimologia è incerta) a “lussazione”, il che suggerisce qualcosa di fuori posto, non del tutto normale, così come la “lussuria” è un’ esagerazione, un andare oltre il limite dell’ armonia, un trasgredire la misura delle cose.

A me viene però da pensare che, più o meno nello stesso tempo, e forse non a caso, si affermava un’ altra grande scissione, quella cartesiana tra anime e materia, tra “res cogitans” nobile e pergata e “res extensa”, mondo meccanico e privo di anima.

Ora, nessuno mi toglie dalla testa che le mie camminate in montagna, così amate da sentirne sempre la mancanza, proprio da lì traggano origine, dall’ impossibilità percepita di accettare davvero questa scissione, dalla necessità di “sentire”, come una vitale conferma, che invece no, c’è un’ anima anche lì fuori, nella Bellezza della natura, e dalla necessità di mantenere un contatto. E credo che molti come me abbiano questa percezione inconscia, che nulla può essere davvero buono se si risolve in una distruzione di Bellezza.

A volte questa consapevolezza assume forme ingenue, persino vagamente irritanti, superstizioni, New Age, credenze arcane, mitologie che nulla hanno a che vedere con ciò che siamo, altre volte, più ragionevolmente alimenta invece una sana coscienza ecologica. Fatto sta che in ogni caso quella mi sembra sia l’ origine comune, la percezione che non si possa andare avanti senza ridare un qualche spazio all’ idea di Bellezza con la maiuscola, senza recuperare un rapporto armonico e meno violento con il mondo.

Sì, lo so che queste cose le ho scritte altre volte, ma nessuno mi toglie dalla testa che questa consapevolezza sia la migliore speranza per il futuro su cui al momento possiamo contare.

E perciò permettetemi di insistere, tanto per cominciare l’ anno sotto un buon auspicio …

Il mondo è un’ esperienza estetica, anche se non tutti gli esseri umani ne sono coscienti.”

J. Hillman- ibid.

Il nomade non è matto

 

“L’ evoluzione ci ha voluto viaggiatori.  Dimorare durevolmente in caverne o castelli è stato tutt’ al più una condizione sporadica nella storia dell’ uomo. L’ insediamento prolungato ha un asse verticale di circa diecimila anni, una goccia nell’ oceano del tempo evolutivo.”

Bruce Chatwin

Adesso è dicembre, il mese più difficile per lupi solitari, orsi ed aquile (dipende dal livello di autostima), per tutte le bestie in genere che non si muovono in branchi e non volano a stormi, il mese degli affetti casalinghi e della socialità, il mese del calore umano e degli ambienti surriscaldati, delle finestre chiuse e della claustrofobia da termosifoni a mille.

In questo mese così particolare mi viene da pensare che il termine “nomade” in inglese può essere letto come “no-mad”, vale a dire “non matto”. Certi cortocircuiti scattano a tradimento.

Certo è che l’ Homo Sapiens non appena ebbe origine, circa 200.000 anni fa, si mise a camminare, e non si fermò prima di avere raggiunto tutti gli angoli della Terra. Come se l’ essenza della sua natura fosse proprio quella. Muoversi, camminare, andare. Imperativo categorico.

Nel catalogo della mostra Homo Sapiens, Luca Cavalli Sforza e Telmo Pievani scrivono:

“I primi Homo sono esseri slanciati e agili, (…) grandi camminatori(…). Si spostano in cerca di cibo, si diffondono, esplorano ambienti inediti, si muovono, incessantemente. C’è qualcosa di loro, in tutti noi, ancora oggi. Nel momento in cui abbiamo cominciato a diventare umani, abbiamo anche iniziato a vagare negli spazi aperti, a solcare le praterie, ad attraversare vallate e istmi, a cercare qualcosa oltre la collina. Perché ?”

Questo abbiamo fatto per centinaia di migliaia di anni. L’ ultima grande interpretazione del nomadismo fu l’ Impero di Gengis Khan, più o meno ai tempi di San Francesco. Poi, ci si rassegnò.

Il modo di vita stanziale, i villaggi e le città, l’ agricoltura e la pastorizia, la civiltà con le sue leggi, la cultura scritta, le istituzioni stabili, lo Stato cioè “ciò che sta” divennero legge universale dell’ umanità.

Ad ogni bivio corrisponde una scelta, ad ogni scelta qualcosa si prende e qualcos’ altro si lascia. Nel vivere stanziale ci sono tanti vantaggi, è difficile negarlo, stabilità, sapienza scritta, educazione strutturata. Istituzioni che danno sicurezza.

I pochi nomadi, ostinatamente fedeli alla linea, destano sospetto, per non dire ostilità. Fannulloni che non lavorano. Ladri e accattoni, gente che vive alle spalle degli altri, senza responsabilità e senza pensieri. O peggio.

È pesante, il carico che ci siamo messi sulle spalle decidendo di vivere stanziali, ed è l’ aver rimosso un carattere fondamentale dell’ essere uomini. Andare. Sarà che “tutta l’infelicità degli uomini proviene da una cosa sola: dal non saper restare tranquilli in una camera” come pensava Pascal. Ma è certo che così l’ uomo è fatto.

Ora, non è certo un mistero che tutto ciò di fondamentale che viene rimosso ritorna come una malattia.

Ed ecco che il viaggio ci perseguita, nei Miti e nelle storie, nelle favole di tutto il mondo. Quanti principi che vogliono vedere il mondo, quanti squattrinati che partono in cerca di fortuna, quanti marinai avventurosi popolano le fiabe e l’ immaginario. Non esiste mito, o quasi, in cui il protagonista non affronti un viaggio, che quasi sempre si rivela per quello che è, un viaggio iniziatico, necessario perché l’ eroe diventi compiutamente se stesso.

Viaggia Ulisse e viaggia Enea, viaggiano Cesare e Alessandro Magno, viaggia Dante, viaggiano i cavalieri della Tavola Rotonda e viaggia don Chisciotte, persino. Viaggiano Sinbad e il barone di Munchausen. Viaggiano gli eroi di ogni tempo e di ogni luogo.

Viaggiano, gli eroi, rappresentando con la propria vicenda quel divenire che è l’ essenza della condizione umana.

E viene il dubbio che al principio di ogni mal di vivere, dell’ angoscia esistenziale, della crisi dell’ uomo contemporaneo altro non ci sia che la mancanza di movimento.

Il nomade non è pazzo, lo dice la parola, e se non lo dice dovrebbe dirlo.

Il nomade non è pazzo, ma chi resta fermo rischia di diventarlo.

Biblioterapia – Leggere le avvertenze

Se non stai attento e ti distrai un attimo, le mode ti sfrecciano accanto.

Ho scoperto, per via del fatto che Sellerio pubblica questo libro  in edizione italiana, l’ esistenza del fenomeno della “Book Therapy”, o Biblioterapia. Non che sia sorpreso, ne ho viste di più curiose, e del resto che le storie possano curare lo sosteneva già trent’ anni fa un pensatore ben più strutturato come James Hillman . E da qualche parte ho anche letto che era abitudine di Benedetto Croce quella di “prescrivere” ai suoi interlocutori i testi che riteneva per loro appropriati, segnandoli su fogli di notes a mo’ di ricette volanti. Insomma, l’ idea non è nuova.

Curioso è semmai constatare che adesso esiste addirittura la figura professionale del “biblioterapista”, uno specialista che sta fra il medico, il professore di letteratura e lo psicanalista, uno che, avendo ascoltato con attenzione tutti i sintomi del paziente, prescrive (su ricettario del S.S.N. ?) i testi da assumere secondo dosi precise fino a remissione dei sintomi. Ma badate bene che quando si parla di terapia, qui non si intende il famoso “mal di vivere”, l’ alienazione dell’ uomo contemporaneo, la perdita di senso della postmodernità e via filosofeggiando. No. Qui si parla di malanni ben più terra-terra come il mal di denti (consigliata Anna Karenina per via del Conte Vronski che ne soffriva), mal di testa (Hemingway, non so perché), obesità (Sostiene Pereira di Tabucchi), ferite e dolori fisici e morali di ogni specie.

Insomma, non tanto psicoterapia alternativa, quanto medicina vera e propria sino quasi al limite del pronto soccorso… Va bene, ogni moda ha i suoi eccessi, si sa, e qualche medicamento lascia un po’ perplessi, come il fatto che uno tormentato da un feroce mal di testa possa convincersi a prendere in mano un libro. Però, in assoluto, l’ idea che del libro-farmaco non mi è del tutto estranea, per quanto non mi abbia mai sfiorato l’ idea di ricorrere ad un vero e  proprio prontuario terapeutico, ecco.

Ho sempre praticato l’ automedicazione, semmai, come penso abbiano fatto molti dei viandanti, scegliendo libri di volta in volta in consonanza con l’ umore e lo stato d’ animo prevalente del periodo, e senza troppo badare ai sintomi fisici. Il punto non è questo.

Il punto è – semmai – che nel considerare il libro come un farmaco (e per conto mio, ripeto, ci può stare) occorre ricordarsi della valenza ambigua e vagamente infida del termine. Farmaco, da “farmakon”, è tanto un medicamento quanto un veleno, non solo perché, com’ è noto, molti farmaci sono effettivamente ricavati da erbe velenose o sostanze tossiche, questione di dosaggio, ma anche perché non c’è farmaco senza effetti collaterali. E siccome viviamo in una società iperprotettiva e più che garantista, nonché agguerrita sul piano legale, i foglietti illustrativi si fanno sempre più lunghi e circostanziati. Come a dire, vi avevamo avvertito…

Ora, se il libro viene davvero equiparato ad un farmaco (sono loro che lo dicono, non io) occorrerebbe porsi quanto meno il problema se sia il caso di allegarci un appropriato foglietto illustrativo (“Leggere attentamente le avvertenze. Può avere effetti collaterali“).

Io, fin dalla tenera età, mi sono auto-prescritto nonché autosomministrato dosi massicce di libri senza mai dico mai badare al foglietto illustrativo. E le conseguenze si vedono.

Forti dosi di Pirandello in età adolescenziale hanno annidato nel mio organismo un pessimismo cosmico circa la natura umana, ed uno scetticismo profondo sulla possibilità di trarre un qualche senso dall’ esistenza.

Sono poi entrato, ancora minorenne, nel tunnel della letteratura americana, complice qualche prof-pusher. Roba forte, da Steinbeck ad Hemingway (altro che mal di testa…) a Kerouac, ricavandone i sintomi di una permanente irrequietezza, uno stato di agitazione costante, una pulsione al movimento le cui conseguenze porto ancora adesso. Nemmeno l’ assunzione dell’ opera omnia di Nero Wolfe è mai riuscita a depurarmi l’ organismo, niente da fare. Perennemente “altrove” ed eternamente inquieto, migrante interiore prima ancora che nella realtà, semplicemente incapace di allineamento e riposo. Intossicato a vita.

E fortuna che ho incontrato Nietzsche grande abbastanza da leggerci dentro la disperazione dell’ impotenza dietro l’ arroganza della forza, e non parliamo poi di Céline e dei poeti maledetti. I tormenti di Dostoevski, l’ ansia di non riuscire a piegare se stessi ad una fede, la rivelazione impudica della natura umana così com’è, senza filtri nei miti greci, sono tutti farmaci potenti, da assumere sotto stretto controllo del terapeuta. Per non citare poi libri ancora più pericolosi…

Quando ho cominciato io stesso a scribacchiare, la faccenda mi è parsa ancora più chiara. “Tutta l’infelicità degli uomini ” dice Pascal “proviene da una cosa sola: dal non saper restare tranquilli in una stanza”. Eppure, per qualche motivo, quella stanza è proprio l’ unico posto in cui ho sempre fatto fatica a scrivere. In aereo, in treno, nella macchina parcheggiata, in hotel o al ristorante, nelle sale d’ attesa di mezzo mondo, ma a casa no.

Intossicazione da Chatwin, Hemingway, Pessoa, Dostoevski, quel che volete, inquietudine, irrequietezza, sintomi cronicizzatisi negli anni, avvelenamento farmaco-letterario irreversibile, ecco cosa mi ha colto. State attenti, dunque, prima di prendere in mano un libro, leggete attentamente il foglietto illustrativo e preoccupatevi degli effetti collaterali.

Io sono contento di non averlo mai fatto.