Di rivalità, invidie e capri espiatori

Gli stimoli a volte arrivano inaspettati. A teatro per esempio.
Mi è capitato recentemente di vedere un curioso ed interessantissimo spettacolo messo in scena al Piccolo Teatro di Milano, intitolato” Ifigenia, liberata”. Così, con la virgola.
Il punto di partenza è l’ Ifigenia in Aulide di Euripide, non so se ricordate la vicenda. La flotta achea che deve attaccare Troia è in Aulide, bloccata da una lunga bonaccia. Il vento favorevole non si leverà, dice l’ indovino Calcante, se Agamennone, capo della spedizione, non sacrificherà ad Artemide la figlia Ifigenia, appunto. Da qui lo spettacolo, organizzato secondo la tecnica del “teatro nel teatro” parte per un viaggio spericolato nella cultura occidentale, riflettendo sul senso del sacrificio, il capro espiatorio, la violenza così radicata nell’ essere umano fin dall’ alba della sua esistenza. Tanta roba, indubbiamente, il testo è molto denso ed un po’ impegnativo da seguire, e tante sarebbero le cose da dire.
Lo stimolo di cui vorrei parlare arriva in un punto chiave dello spettacolo. Ad un certo punto nel testo di Euripide, nel corso di una lite col fratello Menelao, Agamennone esclama: “La Grecia è malata”. Su questa battuta l’attore che interpreta il regista interrompe la scena e suggerisce un affascinante parallelo: “C’è del marcio in Danimarca”.
Di che malattia si tratta ? Qual è questo male sotterraneo, questo vizio oscuro che si propaga dall’ Ellade fino al Rinascimento, questo morbo ineliminabile dell’ umanità o perlomeno di quella parte di umanità che chiamiamo Occidente ? Il nostro morbo senza vaccino ?
L’ invidia, è la risposta che dà lo spettacolo.

Io per la verità avrei detto: la rivalità.
È la rivalità che alla fine convince Agamennone che è meglio sacrificare la figlia piuttosto che rischiare che la sua leadership venga messa in discussione. Odisseo, il più astuto, già comincia a dire in giro che lo hanno trascinato via da casa per niente. E non è l’ unico insofferente.
È la rivalità tra gli eroi greci che deve essere messa a tacere rendendoli tutti complici dell’ indicibile, l’ assassinio di una ragazzina innocente. Dopo aver partecipato ad un atto così crudele, chi di loro potrà più tirarsi indietro dalla missione ? Chi potrà contestare l’ autorità di colui che ha ucciso la propria figlia nell’ interesse comune ? È questo, il meccanismo del capro espiatorio di cui parla René Girard.
È sempre la rivalità il vizio oscuro delle città stato perennemente in lotta fra loro, e delle fazioni dentro la città. Lotta per la supremazia, protagonismo, antagonismo, volontà di potenza, chiamatela come volete, ma è quella cosa lì.
La rivalità non è invidia, anche se un po’ ci somiglia.
L’ invidioso è uno che “guarda male”, così dice la parola stessa, guarda storto chi ha – oppure è – più di lui. Non vuole necessariamente prenderne il posto, l’ invidioso. Si contenterebbe di molto meno, vederlo rovinato, sconfitto, nella polvere. Gioirebbe della disgrazia altrui, semplicemente, senza chiedere altro.
Il rivale no, lui guarda dalla riva opposta, questo significa il termine, compete, cioè chiede la stessa cosa, è antagonista, cioè lotta contro. Ci mette la faccia, vuole vincere, arrivare primo, cioè essere protagonista. Non è necessariamente una cosa sporca, l’ agonismo, la competizione, l’ emulazione, ogni sportivo lo sa.
È questo che lo rende affascinante, ed al tempo stesso così pericoloso. Perché non possiamo farne a meno.
È da qui che veniamo, ci piaccia o no.

P.s.

Resta il fatto, naturalmente, che è Menelao, non Agamennone ad avere subito il doppio affronto, la fuga della moglie con l’ amante che per di più era suo ospite. È lui, dunque, che ci si aspetterebbe di vedere al comando dell’ armata che deve fare giustizia, a lui spetterebbe, eventualmente, rimetterci la  figlia, non al fratello, giusto ?

Ma che Menelao non sia una cima, è da un po’ che lo sospettavamo.

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Girando sul tornio

Ciò che chiamiamo principio è spesso la fine,
e finire è cominciare.
La fine è da dove partiamo
(…)
e la fine di ogni nostro esplorare
sarà arrivare là da dove partimmo
e conoscere il posto per la prima volta.

T.S. Eliot – Little Gidding

Ricordi, rimpianti e rimorsi hanno in comune il ritorno, cioè  il ruotare del tornio che gira, gira ed è sempre lì, di nuovo e daccapo col suo vaso sopra da plasmare. Questo è tornare.
Ma non ogni vaso è uguale all’ altro, e così il rimorso torna per mordere, il rimpianto per bastonare. Solo il ricordo torna per far risuonare il cuore, là dove si conserva la memoria vera.

C’è sapienza nelle parole, e piano piano te la svelano, se solo hai un po’ di rispetto.

Di mussole, assiri e mesopotami moderni

 

Forse non tutti sanno  (io ad esempio non lo sapevo) che la mussola, quel tessuto leggero come una garza, le gentili viandanti ne sapranno assai più di me, e l’ affine mussolina, devono il loro nome – nientemeno – alla città irachena di Mosul.

Sì, proprio Mosul, la roccaforte dello Stato Islamico che l’ esercito iracheno sta da un po’ tentando di riconquistare.

Da lì, nel XVII secolo, arrivò in Europa questo tessuto prezioso e raffinato che ebbe un gran successo. Pare che Maria Antonietta ne fosse entusiasta.

Arrivò dunque in Europa da Mosul, dicevamo, anche se pare che a Mosul fosse arrivata dall’ India o da più lontano ancora. Così come il tessuto che noi chiamiamo “damasco” era arrivato assai prima dalla Siria, ma era in realtà originario della Cina. Già, la via della seta…

Il fatto è che il Medio Oriente è stato per tanti secoli il punto di passaggio del commercio con l’ Occidente, ed i veneziani ne sanno qualcosa.

Stiamo parlando del Seicento, per quanto riguarda la mussola, ma a quei tempi Mosul era già una città millenaria, che aveva già manifestato una certa propensione a mettersi nei guai per motivi religiosi, essendo nota nel VI secolo come roccaforte degli eretici nestoriani.

Ora, se mille anni vi sembrano pochi, sarà utile ricordare che Mosul sorge sul territorio della biblica Ninive, che fu capitale del regno assiro più o meno al tempo della fondazione di Roma. Una città superba, bellissima, la residenza di Assurbanipal, tanto per farsi un’ idea. In quanto capitale assira ovviamente non stava tanto simpatica agli Ebrei, ragione per cui la Bibbia contiene profezie assai malevole sul suo conto.

Ninive è come una vasca d’acqua agitata

da cui sfuggono le acque.

“Fermatevi! Fermatevi!” ma nessuno si volta.

Saccheggiate l’argento, saccheggiate l’oro,

ci sono tesori infiniti, ammassi d’oggetti preziosi.

(…)

Allora chiunque ti vedrà, fuggirà da te

e dirà: “Ninive è distrutta!”. Chi la compiangerà?

Dove cercherò chi la consoli? 

(dal Libro di Naum)

Il profeta è stato preso assai in parola, temo.

Insomma, Mosul ha avuto un passato storico più che ragguardevole. Ma, per gli incontentabili, si può tranquillamente aggiungere un’altra manciata di millenni. Dal sito di Ninive si sono tratti reperti che risalgono al 6.500 a. C., una vertigine temporale. Del resto, questa è la Mesopotamia, no ? (E del resto, cos’ altro vuole dire Siria se non “Assiria” ?)

La Mesopotamia in senso stretto, cioè l’ odierno Iraq, io l’ho girata in lungo e in largo, un po’ di anni fa, e ne avevo dato conto. Avevo visitato Erbil, la città sumera non meno antica di Ninive, che è riuscita più o meno a tenersi fuori dai guai, ed avevo visitato Baghdad, la “città della pace”, come era chiamata una volta, che invece la pace non riesce proprio a trovarla.

Avevo visto Bassora, nel sud del Paese, e Baiji, dove si è combattuto fin dentro la raffineria, e parecchi altri posti di questa terra tormentata. Ma Mosul no. A Mosul, che sta ad ottanta chilometri dalla pacifica Erbil, non osa entrare nemmeno la polizia, mi dicevano a bassa voce i miei interlocutori locali, lì è pieno di terroristi, è peggio che a Falluja. E pensare che a quel tempo non era ancora arrivata l’ Isis, il cui fondatore debutterà appunto tenendo indisturbato un sermone nella moschea principale di Mosul.

Cosa sopravvive di tanto passato ? Non è dato saperlo, lo scopriremo solo quando la città sarà liberata. Il che sembra da un po’di tempo imminente, ma non accade ancora.

Il fatto è che adesso la vittoria pare vicina, e allora i potenziali vincitori hanno ricominciato a guardarsi fisso negli occhi. È l’ esercito iracheno che sta vincendo, o sono piuttosto le milizie sciite? E i curdi, non sono forse stati loro il fattore decisivo di questa lunga guerra? O non è forse merito del sostegno russo? O di quello americano? O turco ? Insomma, chi intascherà la vittoria, quando ci sarà ? Cui proderit?

Ma questa è un’altra storia.

O forse no, mi sa che questa invece è proprio la solita, vecchia storia.

Il presepe postmoderno

Ora li posso vedere, come sempre, con l’occhio della mente,

in quelle vesti rigide e dipinte, i pallidi

insoddisfatti apparire e scomparire nell’azzurra

profondità del cielo, i loro volti antichi come pietre

battute dalla pioggia, e tutti gli elmi d’argento, che ondeggiano

l’uno vicino all’altro, e gli occhi sempre fissi, sperando

di ritrovare ancora, insoddisfatti dal tumulto del Calvario,

sul pavimento bestiale il mistero

del tutto incontrollabile.

William Butler Yeats

Qualche tempo fa si parlava di una caratteristica fondamentale del tempo in cui viviamo, spesso definito “postmoderno”, cioè l’indebolimento del concetto di verità. Non è vero ciò che è vero ma è vero ciò che un certo numero di persone ritiene vero e diffonde come tale. La buona vecchia  leggenda, favola, bufala, quel che volete insomma, nobilitata a “post verità”, un termine che mi pare già avviato a diventare la parola dell’ anno.
Facevo notare appunto a questo proposito che, per quanto la parola sia nuova, la cosa in sé non lo è affatto.

A proposito. Passate le feste ed arrivati i Re Magi, è tempo di smontare e riporre in cantina il Presepe, giusto ?

Ecco, appunto.

Le poche notizie in merito alla nascita di Gesù provengono principalmente dal Vangelo di Matteo, scritto presumibilmente una quarantina d’anni dopo la morte di Cristo, e non vi si trova traccia di stalla, né grotta, né bue ed asinello o adorazione dei pastori. Nel Vangelo di Luca, ancora più tardo, si fa effettivamente cenno ad una mangiatoia, il che autorizza a pensare che la scena fosse un ricovero per animali. Il bue e l’ asinello, invece, sono molto addirittura frutto di un errore di traduzione…
Matteo ad un certo punto afferma che “alcuni maghi giunsero da Oriente“ guidati da una stella. Maghi, vale a dire sacerdoti astronomi persiani. Non dice re e neppure Magi, termine che deve essere stato introdotto più tardi nella convinzione che fosse sconveniente per il Bambino Gesù essere adorato da un gruppo di astrologi… Neppure afferma che fossero tre, usa il plurale (“alcuni maghi”) e dice soltanto che portarono tre doni. Meno che mai ne fa i nomi, che si chiamassero Gaspare, Baldassarre e Melchiorre ce lo siamo inventati un po’ di secoli dopo, mentre addirittura un millennio dopo i fatti ci siamo inventati che la stella che li guidava fosse una cometa. E cometa fu.

Sorprendentemente, o forse no, dei Magi possediamo tuttora le reliquie, ed anche questa è una storia interessante. Ne è protagonista Sant’ Elena Imperatrice, la madre di Costantino, vissuta fra il III ed il IV secolo. Viene considerata patrona degli archeologi, il che non sorprende dal momento che nel corso di una spedizione a Gerusalemme asserì di avere ritrovato la vera Croce di Cristo insieme a quelle dei ladroni, nonché le spine della corona, i chiodi, il cartiglio e persino la spugna imbevuta di aceto usata tre secoli prima dai soldati romani. Roba che nemmeno Schliemann.
Naturalmente, trattandosi dell’ imperatrice, a Costantinopoli nessuno sollevò obiezioni, per cui l’ anziana donna ci riprovò, e nel corso di un’altra fortunata spedizione ritenne di avere individuato le spoglie appunto dei Magi. Le portò anche queste a Costantinopoli, per donarle poco dopo all’ appena nominato Vescovo di Milano, Eustorgio, o almeno così riferì lui. Come che sia, le spoglie arrivarono a Milano in un grande sarcofago che si impantanò alle porte della città, e lì il vescovo fece costruire la Chiesa che porta il suo nome, destinata a custodirle.

Le spoglie non avevano finito di tribolare, qualche decennio dopo Ambrogio ne donò una parte alla sorella, monaca a Brugherio dove tuttora si conservano, il resto fu portato via dal Barbarossa a Colonia e solo di recente in piccola parte restituito, ma questa è un’altra storia.

Tutto questo si racconta da secoli come vero e tanto, in pieno spirito postmoderno, riferisco.

Quanto al Presepe, il termine letteralmente significa “davanti alla siepe”. Siepe ?

Questione di generi

Applicandosi un po’, non è così difficile.

Un soldato è qualcuno pagato (“assoldato”) per combattere. Se è una lei, è stata assoldata, e dunque è una soldata.

Un ministro è il contrario di un maestro. Il maestro (dal latino magis) è qualcuno che è “di più” rispetto allo studente, il ministro è “di meno” in quanto al servizio dei cittadini (astenersi dai commenti sarcastici). Dunque se c’è la maestra c’e anche la ministra e stop.

Sindaco è un po’ un casino, in greco starebbe per “congiudice” o qualcosa del genere. Secondo me sindaca ci sta, ma non ci allarghiamo troppo. Se è una donna che giudica, resta giudice.

Un avvocato invece è ad-vocatus, chiamato in soccorso, al femminile farebbe ad-vocata. Avvocata.

Dal momento che colui che agisce può essere un attore o un’ attrice, abbiamo risolto il direttore, il tutore, il fattore e persino il marcatore.

Il presidente invece è colui che siede avanti come il previdente è colui che vede avanti. Se è una lei resta previdente e non diventa previdenta, come del resto usano fare i verbi. Dunque la presidente.

Accettabili ma datate (ed anche un po’ sessiste), le forme “soldatessa”, “studentessa”, “presidentessa”, ecc.

Salverei però la principessa per motivi romantici.

Tutto chiaro?

Un po’ di rispetto

Ci sono parole più ambigue di quanto uno tenda a pensare, e “rispetto” è una di queste.

Certo, il rispetto è una cosa rispettabilissima, una delle prime cose che ti insegnano da piccolo, devi rispettare gli adulti, la maestra, i compagni di classe. Tutto va bene finché, crescendo, scopri che la “gente di rispetto” non è un club di gentiluomini, e rimani perplesso. Ancora più perplesso (e pesto) rimani la volta che un bullo ti mette le mani addosso perché – secondo lui – gli hai “mancato di rispetto”.

Ora, crescendo ancora un po’ ho imparato a non dare nulla per scontato, in particolare il significato delle parole, ed è ormai per me un riflesso condizionato chiedergli il certificato di nascita. La parola “rispetto” viene dunque dal latino, è il participio sostantivato del verbo “respicere”, dove “spicere” indica l’ atto di guardare con insistenza, scrutare. La stessa radice la si trova nello specchio, e persino nella specie, che è ciò che si vede, l’ immagine di qualcosa. Specie, speciale, specifico, indicano qualcosa su cui vale la pena soffermare lo sguardo.

L’ atto del rispetto è dunque un “guardare indietro”, un ricambiare lo sguardo, un po’ la stessa cosa del “riguardo”, insomma, dove però l’ accento è più sull’ avere cura.

Ricambiare lo sguardo crea una comunicazione, sempre, indica il prendere atto che l’ altro c’è, accorgersi di lui e fargli posto. Il dizionario recita: “rispetto = sentimento che nasce dalla consapevolezza del valore di qualcuno o di qualcosa”. Per dirla con Kant, che era uno che se ne intendeva, il rispetto è “una massima di restrizione della nostra autostima, mediante la dignità dell’ umanità in un’ altra persona”. Restrizione della nostra autostima, non so se mi spiego.

Tutto bene, dunque. Dov’è l’ ambiguità ?

L’ ambiguità in Kant non c’è, perché lui è prussiano, va per imperativi categorici, obblighi morali. Obblighi. Per Kant, come per i nostri genitori, il rispetto è qualcosa che si paga agli altri per il fatto di vivere in una comunità. Rappresenta un dovere.

Ma ciò che per me è un dovere, visto dall’ altra parte è un diritto, no ? Se io ho il dovere di rispettare, l’ altro ha il diritto di essere rispettato. E viceversa, naturalmente. Ma un conto è dire “riconosco il tuo valore, vedo che sei speciale”, un altro è dire  “ehi, senti un po’, io sono speciale e tu devi riconoscerlo, intesi ?

Un conto è considerare il rispetto un mio dovere nei tuoi confronti, un altro considerarlo un TUO dovere nei MIEI confronti. Perché è del tutto umano, ed universale, il fatto di sentirci tutti “speciali”, e che ciascuno attribuisca a se stesso un valore piuttosto alto, generalmente più alto di quello che gli altri tenderebbero a riconoscergli. Ed è dunque facile convincersi che gli altri non ci rispettino quanto dovrebbero, quanto avremmo diritto in base al valore che ci auto-attribuiamo.

Diceva Pennac che certi verbi, come leggere o amare non reggono l’ imperativo; ecco, a me pare che anche l’ imperativo “rispettami!”, più o meno come “amami!” il più delle volte produca l’ effetto opposto…

Etologia del furbo

 

La notizia che l’ Italia aggiunge ai non pochi primati negativi che già detiene anche quello del monopolio mondiale di fatto della produzione di banconote false (quota di mercato stimata fra l’ ottanta ed il novanta per cento) porta di per sé a qualche riflessione. Senza contare l’ asserita finezza dell’ aver spacciato in Germania una banconota da 300 €. Suona di bufala e spero tanto che lo sia.

Siamo il Paese dei furbi, verrebbe da dire, record atavico da cui ne derivano, come corollari d’ un teorema, molti di quei primati di cui preferiremmo non vantarci. Record che viene da lontano, peraltro,i padri dei padri dei nostri padri onoravano l’ astuto Ulisse come un “eroe dal multiforme ingegno”,e sull’ Odissea modelliamo da millenni ogni romanzo “on the road”.

Una vera condanna sociale della furbizia, insomma, non c’è mai stata, è rimasta un po’ nel limbo, una di quelle doti che – nel giudizio comune – un po’ è meglio avere. Questione di misura, più che altro, non tanto di principio, il vero problema semmai sono i “troppo furbi”. Un po’ di condiscendenza c’è, ammettiamolo.

Ora, la parola “furbo” ha un’ origine un po’ incerta. Per molto tempo è stata fatta risalire al francese “fourbir”, che significa “ripulire”, da cui proviene l’ italiano “forbito”. Ripulire cosa ? Le tasche del prossimo, dicevano i linguisti. Più recentemente pare trovare favore la tesi che la parola venga in realtà dal latino “fur” attraverso un italiano antico “furvus” che significava “oscuro”. Ma “fur” in latino vuol dire “ladro”, ha un evidente legame con la parola “furto” (cosa che certamente riesce meglio nell’ oscurità), per cui, da qualunque lato lo si guardi, quello che emerge è che il furbo è sostanzialmente un ladro, uno che si appropria di ciò che non gli spetta, l’ etimologia non mente mai.

Altro che condiscendenza !

Molti anni fa un serissimo economista, il prof. Carlo Cipolla pubblicò in un piccolo libro di tono scherzoso (“Allegro ma non troppo”) una Teoria Generale della Stupidità Umana che in realtà a me pare una geniale analisi sociologica. Nell’ elaborare la sua teoria, il prof. Cipolla parte dall’ analisi delle interazioni umane dal punto di vista del vantaggio o svantaggio che ogni individuo arreca a sé e agli altri attraverso quella interazione. Il piano cartesiano delle interazioni mostra dunque quattro settori. Il primo (+,+) in alto a destra contiene le interazioni in cui un individuo consegue il proprio utile senza danneggiare, o addirittura avvantaggiando gli altri. E’ il quadrante dei comportamenti (e delle persone) Intelligenti. Nel quadrante adiacente (-,+) in alto a sinistra l’ individuo fa del bene agli altri ma ci rimette. È il quadrante degli sprovveduti, altrimenti detti sfigati, ingenui, i senza-speranze. Ci metterei “ad honorem” il fortunato possessore della banconota da 300 euro di prima.

Il terzo quadrante (+,-) è il campo d’ azione di chi pur di perseguire il proprio utile danneggia il prossimo. Qui ricade il delinquente, il bandito, ma anche, naturalmente, il furbo. Non c’è modo di distinguerli, se ci pensiamo bene. E’ il regno dei malviventi,ma anche degli evasori, per esempio, nonché (menzione d’ onore della giuria) dello spacciatore del mitico biglietto da 300 €. Infine il quarto quadrante (-,-) in basso a sinistra è quello di chi, secondo l’ immortale definizione del prof. Cipolla, “causa un danno ad un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé od addirittura subendo una perdita”, cioè dello stupido. Ora, dal momento che “La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della persona stessa”, si capisce bene sia la pericolosità della categoria sia che dagli stupidi è davvero difficile difendersi.

Ma che dire dei furbi ?

Qui entra in gioco l’ etologia. Immaginiamo una comunità umana inizialmente priva, completamente priva di malintenzionati. Conterrà un mix di persone intelligenti, sprovveduti e stupidi, ma nessun bandito. In una comunità del genere, un furbo avrebbe moltissimo da guadagnare. Essendo la furbizia sconosciuta, nessuno di fatto predispone difese e di conseguenza, in quel tipo di comunità, fregare il prossimo è facile ed essere furbi conviene assai; non passerà molto tempo prima che i furbi comincino ad affiorare.

Il successo genera emulazione, ed ecco che la furbizia si diffonde come un virus. Ma, si sa, ogni virus innesca la produzione di anticorpi, e così gli intelligenti per primi cominciano a predisporre contromisure, controlli, leggi, procedure atte a rendere la vita difficile ai banditi. Ma c’è di più. All’ aumentare del numero cresce anche la probabilità che, nelle sue interazioni quotidiane, un furbo si imbatta in un altro furbo, e la loro interazione, nel nobile tentativo di fregarsi a vicenda, facilmente precipita verso il quarto quadrante…

Insomma, è normale che nelle nostre imperfette comunità umane ci siano anche furbi e banditi, ma ogni comunità tende a raggiungere un equilibrio, più o meno stabile, tra le varie componenti. Ma dove è collocato, questo punto di equilibrio, quanti furbi contiene il “giusto mix” ?

Questo dipende. Dipende sostanzialmente dal grado di accettazione, di tolleranza, di condiscendenza che la furbizia riscuote in quella particolare comunità. E da questo punto di vista, come dicevamo all’ inizio, noi non siamo messi benissimo…

Se in America un evasore fiscale va in galera senza se e senza ma, se in Gran Bretagna un ministro si dimette per aver raccomandato il permesso di soggiorno della propria colf, o addirittura in carcere per aver detto che una multa per eccesso di velocità l’ aveva presa la moglie e non lui, qui da noi è tutto un distinguere, un gridare alla persecuzione, un giustificarsi, un invocare la necessità, insomma… ci siamo capiti.

E dunque, dovendo convivere con un alto tasso di furbizia “tollerata”, eccoci alle rese con normative stringenti, adempimenti deliranti, cavilli cervellotici, cartelle pazze, redditometri improbabili, leggi su leggi che servirebbero – in teoria – a proteggere gli onesti ma che, spesso redatte dai furbi a proprio vantaggio, riescono solo a rendere la vita impossibile a tutti gli altri. La condiscendenza verso la furbizia trascina l’ intera società verso la Stupidità.

Il furbo danneggia anche te. Digli di smettere.