Natura morta con paesaggio


L’ ambiente è ciò che gira intorno.

La parola “ambiente” ha la radice “ambi” che vuol dire “di qua e di là”, come in “ambivalente”, “ambiguo”, “ambidestro”. L’ ambiente dunque sta “di qua e di là”, “tutto intorno a te” come una vecchia pubblicità che avrei preferito non avere così tanto  intorno a me, nonostante Megan Gale.

Che cosa c’è, tutto intorno a noi ?

C’è l’ aria, anzitutto, quella che respiriamo, poi c’è quello che sentiamo, suoni o rumori a seconda dei casi, ci sono gli odori, buoni e cattivi, e poi c’è il panorama, cioè “pan-orao”, vedo tutto. Ciò che si respira, si sente, si odora, si percepisce, e ciò che si vede intorno, quello è l’ ambiente.

Ora, ciò che si osserva quando ci si trova in una posizione favorevole, con una vista aperta non impedita da ostacoli, è il paesaggio, e paesaggio è un’ altra parola che ha parecchie cose da dire. “Paesaggio” infatti viene dal latino “pagus ager”, dove “ager” è ovviamente la campagna, mentre “pagus” deriva a sua volta dal termine greco “pagos”, che indicava il luogo elevato su cui si insedia la comunità. L’ Areopago di Atene, sede del primo tribunale della storia, è letteralmente, la “collina di Ares”. Pagus è per estensione il paese, che sta in alto, e paesaggio è la campagna, il territorio attorno al paese.

Ma c’ è un altro termine deriva da “pagus”, ed è “pagano”. Pagano è letteralmente l’ abitante del villaggio, il “non-cittadino”. E pagano è colui che si ostina, di fronte al Cristianesimo che si afferma, a credere ancora negli dei, fino all’ ultimo. Era un termine dispregiativo, per i primi cristiani. Villici. Buzzurri. Pagani.

Va bene, d’ accordo, la campagna è arretrata per antonomasia, lì tutto arriva in ritardo, si capisce, le novità vengono sempre dalla metropoli. Però io ci trovo una forma di bellezza, in questa condizione. Mi spiego.

Gli dei dell’ antichità classica erano “tutto intorno a noi”, vivevano nella natura quando non addirittura, come Pan, erano la natura.

Dice Hillman:

Le potenze appaiono in luoghi specifici: sotto un albero, presso una sorgente, un pozzo, su una montagna, in un pianoro, all’ ingresso della tana di un serpente, o in linea con il sole, la luna e le stelle. Gli uomini segnano questi luoghi speciali con altari, fossati, pietre disposte in cerchio”.

(L’ anima dei luoghi, Rizzoli 2004, p. 22)

 Il problema del pagano era che poteva pure avere una divinità preferita, a cui rivolgersi per avere favori e protezione, però non poteva trascurare le altre, perché le divinità dell’ Olimpo erano assai invidiose le une delle altre, si compiacevano dei sacrifici dei mortali e si vendicavano con ferocia da psicopatici su chi li trascurava o recava loro offesa. E dunque il povero pagano campagnolo, devoto (mettiamo) di Ares, doveva comunque un minimo blandire anche Zeus, Era, Apollo, Atena, Artemide, Afrodite, Dioniso, Pan e chi più ne ha più ne metta per evitare grossi guai. E doveva altresì rispettare tutti i luoghi in cui queste divinità dimoravano o avrebbero potuto dimorare (non si sa mai).

Cioè doveva rispettare tutti i luoghi belli.

Se gli dei sono tutto intorno a noi, nei monti, nelle foreste, nelle sorgenti, ebbene è necessario rispettare tutto ciò che d bello esiste intorno a noi. È una questione non solo estetica, ma morale. Rispettare l’ ambiente diventa una questione religiosa, anzi diventa LA questione religiosa per eccellenza. Un misto di devozione e timore reverenziale.

Per noi, ovviamente non è così, non è più così da molto tempo, per noi solo l’ uomo è dotato di anima, non gli animali e meno che meno i luoghi.

La natura è oggetto di dominio, “res nullius”, cosa di nessuno a disposizione di chi la prende, l’ aria, l’ acqua sono libere, gratuite ed inesauribili. Le risorse naturali sono a disposizione senza alcun riguardo, sono mezzi di produzione. Come dice Heidegger, per l’ uomo moderno “la foresta è legname, la montagna è cava di pietra, il vento è vento in poppa”. Il mondo è “utilizzabile”.

Per certi versi la cosa si può capire. Mai nella storia abbiamo avuto il dubbio che il mondo potesse esaurirsi. Finire sì, nella collera divina, travolto dai cavalieri dell’ Apocalisse, finanche nella guerra termonucleare globale, ma esaurirsi no. Madre Natura che non allatta più, come una tata con le mammelle avvizzite ? Impensabile.

Ed invece, è proprio l’ impensabile che oggi tocca pensare, che il mondo possa finire per consunsione, per logoramento, per esaurimento. Per sfinimento.

Lo “sterminio dei campi” di cui parlava Andrea Zanzotto fa parte di questa usura. Ogni volta che un ettaro di campi viene edificato, quei campi sono perduti per sempre e non torneranno mai più ad essere campi.

Pochi numeri bastano a dare l’ immagine di questo sterminio, questi e molti altri sono reperibili nel libro di Salvatore Settis “Paesaggio, Costituzione, Cemento” (Einaudi). Dagli anni ’50 ad oggi la superficie urbanizzata in Italia è cresciuta del 500%, ogni giorno vengono cementificati 161 ettari di terreno, in massima parte terreni fertili di pianura, per costruire 33 vani per ciascun nuovo nato, quasi che dovessimo arrivare a mezzo miliardo di abitanti. Il 17% del territorio è degradato, solo tra il 1990 ed il 2005 si sono persi complessivamente 3,7 milioni di ettari, pari alla superficie totale di Lazio ed Abruzzo messi insieme. Vero è che di regioni ne abbiamo 20, ma forse è il caso di darsi una regolata.

Se il rapporto classico con il paesaggio era al tempo stesso estetico e morale, lo sterminio del paesaggio non può che avere conseguenza sia estetiche che morali. Le due cose procedono insieme.

Non si può attraversare una qualsiasi periferia urbana tra palazzoni fatiscenti e squallidi capannoni industriali senza sentire un’ angoscia opprimente, un desiderio di allontanarsi, andare via, quasi un istinto di conservazione che ci spinge a fuggire via da ciò che ci appare malsano, mortifero, corrotto, putrido. La sensazione che rimanendo lì finiremo con l’ ammalarci. L’ esatto opposto della risposta istintiva del “pagano” che osservando un luogo speciale per qualità e bellezza, ne attribuisce l’ origine al fatto di essere, quel luogo, dimora di un dio o di una ninfa.

“Si diventa pagani (…) perché ci si accorge che tutto è vivo”

J. Hillman, ibid., p104.

Nel momento in cui il mondo si consuma, ci si può salvare solo recuperando, in forma meno ingenua e “magica” proprio questa forma di rispetto.

Il mondo non può più essere “res nullius”, deve tornare ad essere proprietà, se non degli dei, almeno degli uomini, tutti gli uomini, deve diventare “res omnium” ovvero, in termini moderni, bene comune.

Regolato, disciplinato, e soprattutto tutelato come bene comune, prima che scompaia per tutti, e per sempre.

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38 commenti su “Natura morta con paesaggio

  1. redpasion ha detto:

    qui sopra le mie dita appare la scritta garbata e carina: che ne pensi?
    penso che sei un blogger come pochi, che quando scrivi, di certo non lo fai per dar fiato ad un paio di sillabe, e penso che adori la natura e sei tu stesso innanzitutto un melograno:)

  2. Sparisego ha detto:

    Penso che tu hai focalizzato in maniera precisa e puntuale un mio pensiero personale. Penso che non ci sia nulla di eretico in quella parola “pagano” come tu la descrivi e anzi, gli dai un significato che affonda in radici molto piu’ profonde di quanto noi crediamo o pensiamo.
    Davvero un bel post, senza polemiche, ma con tanto amore per quel che ci circonda e che pian pianino (per colpa nostra) sta scomparendo.

    Grazie!

    • melogrande ha detto:

      Sparisego,

      io credo che questo pensiero giri in molte teste, ormai, anche se fatica ad arrivare in alto.
      Sono davvero convinto che o la bellezza e il mondo si salveranno insieme, o non ci salveremo noi (mi sento apocalittico oggi…)
      Grazie a te del passaggio.

  3. egle1967 ha detto:

    Mi piace questa idea di religiosità della questione ambiente.
    In effetti è una religiosità che ha un riscontro reale effettivo e concreto anche se, purtroppo, gli uomini non si sono mai sentiti parte dell’ambiente, ma al di sopra e quindi si sono arrogati il diritto di utilizzare l’ambiente senza rispetto dello stesso e quindi anche di se stesso. Non sappiamo amarci!
    Bel post come sempre.

    • melogrande ha detto:

      Egle,
      La natura è l’ unica forma di trascendenza che mi riesce di sperimentare.
      Non la chiamo religione, e neppure i greci la chiamavano così, ma è il senso che possiamo vivere solo nella natura, e non sopra di essa, rispettandola e non dominandola, cosa che ci è stata insegnata molto, molto tempo fa:

      26 Poi DIO disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine e a nostra somiglianza, ed abbia dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame e su tutta la terra, e su tutti i rettili che strisciano sulla terra.
      27 Così DIO creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di DIO; li creò maschio e femmina.
      28 E DIO li benedisse e DIO disse loro Siate fruttiferi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, e dominate sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo e sopra ogni essere vivente che si muove sulla terra.
      Genesi, 1, 26-28

      Mi pare che sia venuto il momento di ripensare criticamente a questo approccio, capire che non è più sostenibile in un mondo popolato da sette miliardi di esseri umani, e scegliere da che parte stare.

      • Pannonica ha detto:

        “dominate sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo e sopra ogni essere vivente che si muove sulla terra”?????????????
        l’imperativo “dominate” è sconvolgente e non aggiungo altro solo per non ferire la sensibilità di coloro che credono a queste parole che, spero vivamente, siano soltanto tradotte male.
        questo tipo di religione e questo tipo di esortazioni, a mio modesto avviso, sono frutto della pochezza umana e non della bellezza divina.

        La bellezza non ha causa: esiste.
        Inseguila e sparisce.
        Non inseguirla e rimane.
        Sai afferrare le crespe
        del prato, quando il vento
        vi avvolge le sue dita?

        Iddio provvederà
        perché non ti riesca.

        La bellezza (Emily Dickinson)

        Il rispetto per la bellezza ha un che di sacro. Vorrei urlarlo ma mi sento inascoltata. Ritrovare questi concetti qui mi conforta. Grazie.

        Così, giusto per sottolineare quanto profanatori di Dio siano i suoi figli, riporto dal blog di Lillo questa notizia sul lago Vostok:

        http://www.repubblica.it/scienze/2012/02/06/news/antartide_i_misteri_del_lago_vostok_raggiunto_dopo_trent_anni_di_scavi-29442183/

        p.s.: che dici, posso postare ad Astro la poesia della Dickinson??

  4. melogrande ha detto:

    Nica,
    non ho con l’ ebraico la stessa confidenza che ho con il greco, per cui non ci metto la mano sul fuoco, qui ci vorrebbe Hannah, ma le versioni che ho trovato usano sempre i termini dominare, soggiogare, o di analoga forza.
    E non è neppure una polemica antireligiosa, sia chiaro, non mi interessa quello.
    Mi interessa capire che un certo approccio mentale arriva da così lontano da essere introiettato, e quindi invisibile.

    Con Astro, vedi tu.
    A tuo rischio e pericolo…

  5. parolesenzasuono ha detto:

    allontanarsi dalla natura è anche un allontanarsi da se stessi—
    ne parlavo giorni fa in erboristeria, dove ero andato ad acquistare un prodotto naturale per le ascelle e si parlava della psicosi (molto alimentata dai media / pubblicità) di riscordare a se stessi che si è comunque degli animali, certamente dotati di intelligenza, ma sempre da lì arriviamo—
    non a caso Claudio Risè, psicanalista e psicoterapeuta di fama, autore di “Il maschio selavtico”, sostiene che tanta nevrosi contemporanea dipende dal nostro esserci allontanati dalla nostra istintualità ed animalità che nel contatto con la natura trovava il suo luogo ideale di espressione—
    condivido le visioni di Hillman, mi spaice constatare come il Cristianesimo, abbia contribuito non poco alla distruzione e perdita di tanta ricchezza di conoscenza nei confronti della natura (tra la caccia alle streghe spesso quelli che oggi sarebbero definiti erboristi erano considerati streghe / stregoni…)—
    davvero un bel post!

    • melogrande ha detto:

      Ho una conoscenza, per quanto non profondissima, delle tesi di Risé,
      Trovo tuttavia l’ analisi di Hillman, fondata più sull’ idea di anima che su quella di istintualità animale, un po’ più sottile e fertile.
      La rimozione degli aspetti istintuali e “naturali” fa certamente parte di quel processo di “desacralizzazione della natura” tipico della cultura occidentale che ci ha portato al punto in cui siamo adesso.
      (grazie :-))

  6. m0ra ha detto:

    Ho una sensazione, Melo. Leggendo nei blog, ascoltando le persone, leggendo libri, si sente il bisogno di recuperare il passato, quasi un ritorno all’antico. Sarà il periodo storico che ci vede come in un collo stretto di bottiglia dal quale non si vede lo sbocco. La frase di Hillman è come al solito suggestiva, secondo me il suo pensiero precorre il bisogno di recuperare l’immaginazione, tornare al simbolo e all’archetipo, riprendere a vedere la Natura come un grande alfabetiere a cui attingere per un lessico improntato al sentire e al rispetto. Bisogna toccare il fondo, spesso anche il brutto, per capire.

    • melogrande ha detto:

      C’ è in giro un bisogno di recuperare un po’ di autenticità della vita, m0ra, toccare la terra con le mani, sentire gli odori, distinguere i sapori.
      Ma la Terra è un sistema con un’ inerzia enorme, non è che gli si possa far cambiare direzione come ad una bicicletta. Speriamo che la consapevolezza diventi azione prima non di toccare, ma di schiantarci sul fondo. Non ci resta tanto tempo.

  7. Credo occorra tornare a ‘sentire’ i luoghi, alla maniera di Luigi Meneghello, che sa entrare in relazione/consonanza con la forza dell’ambiente. Allora nasce un coinvolgimento fatto di rispetto, insieme ad una sollecitazione sensoriale così ampia da portare alla scoperta della bellezza che travalica le singole cose. Così interpreto il concetto di trascendenza ‘naturale’ che Melo suggeriva.
    Mi permetto di appoggiare qui un passo che amo tanto.

    “Mezz’ora fa, venendo in macchina da Thiene, da oriente, ho rivisto il consueto spettacolo, per me tra i più commoventi del mondo, la veduta delle montagne quassù a nord e verso ovest. Abbiamo condizioni dì luce speciali oggi, per la limpidezza dell’aria e il risalto degli oggetti. Ve ne parlo per dirvi che l’altro ieri o il giorno prima, c’è stato un momento in cui questo spettacolo mi è apparso in una luce del tutto anormale, si era improvvisamente intensificato oltre misura, una specie di visione oltremondana. Venivamo di nuovo da Thiene, eravamo a metà strada, l’aria si era straordinariamente schiarita dopo la pioggia, tutto era nitido e luminoso, ma c’era un gran banco di nuvole dalla parte dei monti, nel quale si era formato una specie di spacco ovale in corrispondenza del Sengio Alto: e lì dentro appariva un golfo di luce di un fulgore vertiginoso, fuori del giro che normalmente chiamiamo natura, parte di un universo ulteriore.
    In mezzo c’era il Sengio Alto, trasfigurato, e dietro, e attorno, e sotto, un abisso di spazio abbagliante, finito e infinito. Mia moglie era accanto a me, a sinistra: sapete che nelle macchine inglesi il volante è a destra, io guidavo, i monti erano dalla mia parte, Katia mi chiacchierava e io le rispondevo: e tutto a un tratto mi sono accorto di questa configurazione del cielo e della terra, l’ho guardata per una frazione di secondo, e mi sono spaventato, era come uscire dal nostro mondo, in un microistante, e poi rientrare con una specie di mostruoso tuffo. Ho continuato la conversazione con Katia, non le ho detto niente, ma mi sentivo sdoppiato (e mi pareva strano sentire la mia voce così normale). Ogni tanto davo una sbirciatina là in alto ma solo per attimi brevissimi. Sentivo che se avessi guardato più a lungo, diciamo per un secondo, sarei stato travolto del tutto. Ero preso nel giro di un fenomeno ipnotico, anch’io si può dire che andavo e venivo, qua la nostra vita normale, l’abitacolo della Rover, le nostre chiacchiere tranquille – là un altro mondo, fulgido, la cui bellezza ti minaccia, senti che potrebbe incenerire tutto ciò che sei e che hai… Lo so, non è possibile che non vi dia l’impressione di esagerare, c’è di mezzo un oltraggio – come diavolo posso dirlo? – non al mio impianto neurologico, anzi sapevo che era proprio lui, l’impianto, a generare quelle apparenze (o a rivelare quelle sostanze) così strapotenti, ridicolizzando la normale «realtà». In quell’universo alternativo non è che sentissi la voglia di andarci a stare, o non la sentissi: era infinitamente (cercate di capirmi, voglio soltanto dire incommensurabilmente) più importante sapere che c’era, che c’è, attorno al nostro paese, un potentissimo serbatoio di forme in cui io ho recentemente sbirciato per uno squarcio ovale delle nuvole.”
    (L’acqua di Malo, in Jura)

    • melogrande ha detto:

      Gli antichi avrebbero molto concisamente detto che – per un attimo – Zeus era apparso nel suo fulgore squarciando le nubi, e tutti avrebbero capito…
      Oggi non abbiamo più un vocabolario per descrivere percezioni del genere, e Meneghello sembra quasi scusarsi per la narrazione che sente inadeguata.

      Grazie, zena

  8. lillopercaso ha detto:

    Bella musica, bei post, i presenti la filosofia e mi intorti con l’etimologia….. ma coi TITOLI dei post sei proprio scatenato! 🙂

    La consapevolezza di essere parte di un insieme, di un insieme anche impossibile da percepire nella sua totalità. Càpita di avere questi attimi di lucidità, ma poi uno (una: io) se ne dimentica. Mica si può lasciare alle illuminazioni fugaci del singolo la salvezza, ci vorrebbe una materia scolastica. A dire il vero c’è: Educazione ambientale, un’ora settimanale. Ci sarebbe da esser contenti se fosse stata introdotta nei programmi di studio almeno cinquant’anni fa.

    (Red!! Ciao!)

    • melogrande ha detto:

      lillo,
      certo, per sincerità, questo post avrei dovuto intitolarlo “pippone ambientalista”, ma nell’ infliggerlo ai lettori, ho cercato di nasconderlo sotto un titolo che non desse subito l’ idea della mazzata … fa parte dell’ intortamento 🙂

      Dice Settis che la Costituzione Italiana è stata la prima al mondo a codificare la tutela del paesaggio, nell’ Art. 9.

      Certo, mi sa che ci siamo distratti parecchio, strada facendo…

  9. labileescarno ha detto:

    Mi è saltato un tasto del pc: devo cambiare tutta la tastiera.
    Fin quando sarà questa la logica (?), non ci salveremo.
    Voler bene al paesaggio vuol dire avere il coraggio di decrescere, che non vuol dire affatto regredire.
    Allora anche il paesaggio umano si umanizzerà.

    • melogrande ha detto:

      Dobbiamo lavorare di più per consumare di più, e dobbiamo consumare di più per sostenere l’ economia. Dimmi tu se non è scambiare i mezzi con i fini, questo.
      E visto che questo post è venuto fuori assai pervaso dallo spirito di Hillman, lo cito una volta di più:

      Siamo avviliti perché abbiamo solo un dio, e questo è l’economia. L’economia è un aguzzino. Nessuno ha tempo libero; nessuno ha riposo. L’intera cultura è sotto una pressione terribile, intessuta com’è di preoccupazioni. E’ difficile uscire da questa prigione.

      Detto questo, devo anche aggiungere che non ho trovato finora teorie della decrescita davvero convincenti.
      Dati i risultati delle teorie economiche più affermate, forse è meglio così…

      • lillopercaso ha detto:

        “Detto questo, devo anche aggiungere che non ho trovato finora teorie della decrescita davvero convincenti.
        Dati i risultati delle teorie economiche più affermate, forse è meglio così…

        Ehm… scusa Melo, non ho mica capito :/

      • carlo ha detto:

        Dobbiamo lavorare di meno per consumare di meno.
        .
        Il bivio completamente sbagliato che abbiamo imboccato con il capitalismo (e non parliamo poi del capitalismo finanziario di oggi), è quello di pensare che un maggiore benessere lo ottengo consumando sempre più risorse di un pianeta che è finito e con fattori di produzione limitati.
        .
        Una contraddizione in termini e un abbaglio colossale.
        .
        Il P.I.L di cui tanto parliamo è una misura del tutto inidonea a misurare il grado di benessere di un essere umano. La qualità della sua vita. ll livello di gratificazione che può raggiungere.
        .
        Sarebbe come chiedere ad un passante, incontrato in treno: come ti senti oggi?
        E lui: “bene perchè ho quaranta paia di scarpe a casa mentre lo scorso anno ne avevo solo 39”
        Come lo considereremmo un individuo che rispondesse cosi? Un pazzo.

        E tutti noi quando pretendiamo di avere ogni anno sempre più auto prodotte e più palazzi e più asfalto e più armi (naturalmente ancora più distruttive) cosa siamo?
        .

        La scelta non è fra crescita o decrescita ma fra ottimizzazione delle risorse e sostenibilità del consumo e sopravvivenza del genere umano.
        .
        E infine,la Produzione è uno strumento che serve a favorire il benessere dell’uomo
        o l’uomo è la risorsa da utilizzare per ottenere il benessere della Produzione?
        .
        Perchè se è valida la seconda possiamo cominciare fin d’ora a produrre carne umana in scatola per sfamare i miliardi di nuovi abitanti del pianetae e tenere alto il livello del P.I.L.
        .
        Dal cannibalismo dei primitivi al cannibalismo capitalistico? ma che bel progresso!

  10. quellidel54 ha detto:

    Ritorni a temi a te cari, vedo. In fondo sono temi cari anche ai tuoi lettori, da quanto vedo e leggo.
    Non posso esimermi dal condividere le preoccupazioni circa la consunzione che si é fatta sino ad ora della natura e dell’ambiente. Forti del lume della ragione, con il quale abbiamo piegato a nostro uso e consumo un po’ tutto, religione compresa, orta ci troviamo a fare i conti con un sentimento che credevamo non solo sopito, ma anche sepolto. Non credo al richiamo della natura, come ce lo vendono certi movimenti. Credo piuttosto che ciò che ci circonda lo stiamo destinando ad un consumo bulimico, fondato sul possesso. L’ambiente come bene, come mezzo e non come fine. Qualcuno ne ha parlato e ci tengo a sottolinearlo). Preda più che oggetto da rimirare o meglio, soggetto su cui riflettere, perché possa aiutarci a ritrovare un certo equilibrio. L’interpretazione che diamo all’ambiente é si di dominio e possesso, ma non per trarre da noi stessi l’orgoglio di mantenerne l’equilibiro, l’azione pervicace di migliorare ove possiamo trovare falle. Possesso come consumo. Non siamo pastori, bensì lupi e troppe volte dove crediamo di apportare chissà quale miglioria, facciamo più danni che mai. Non riusciamo ad entrare in sintonia con i ritmi naturali. Queslli sono lunghi, troppo lunghi per la convulsione della nostra vita. Ammalliati dal “subito”, anzi dal “prima” abbiamo toccato con mano in questi giorni come il tempo invernale abbia colti tutti più o meno di sorpresa e come le risposte siano state così differenti. Quasi che la memoria sia solo d’utilità per la polvere con cui riesce a coprirsi. Continuiamo a mantenere quella distonia, anzi l’alimentiamo furiosamente, quasi fosse una feroce lotta tra noi, Homo sapiens sapiens e l’ambiente naturale nel quale viviamo. Se é vero che i tempi invitano ad un cambiamento, a una rotazione completa di noi stessi riguardo il modo di vivere, penso che sia venuto il momenti di riflettere con responsabilità sull’ambiente, non chidendoci cosa può fare per noi, ma cosa possiamo fare per lui, se vogliamo esserne guardiani.

    • melogrande ha detto:

      cape,
      E’ vero, non è la prima volta che trattiamo di queste cose, qui.
      E mi accorgo di trattarne con ansia crescente quanto più tempo passa senza che nulla di concreto venga intrapreso. Sembra che tutti vogliano la salvezza dell’ ambiente (e ci mancherebbe), ma nessuno poi è disposto a fare ciò che serve per ottenerla.

      • lillopercaso ha detto:

        Pensavo a un film sull’argomento, per ragazzi ma non solo, visto un po’ di tempo fa con mio figlio: Avatar, un western classico ma stellare dove i buoni sono gli ‘Indiani’ e per una volta vincono loro. Ecco, gli Indiani -o tipo- nella realtà non hanno mai vinto; se avessero vinto non avremmo visto un film del genere; un bel filmoneone, certo, a sotegno di una tesi che, se fosse stata vincente, il film non avrebbe mai avuto la possibilità di sostenere…

        Non ti pare che ci sia qualcosa di stridente? (Uh… oltre all’esposizione mia un po’ confusionaria)

  11. samothes ha detto:

    Penso che se si arrivasse a sentire ciò che ci circonda come parte di noi, forse smetteremmo di farci del male, forse riusciremmo a vedere con maggior gratitudine e rispetto l’immensità, la bellezza del Mondo e di conseguenza il vero valore che esso ha per se stesso e quindi anche per noi, che ne siamo parte. Penso che dovremmo imparare a “sentirlo”,a viverlo con l’umiltà data dalla consapevolezza di esserne parte, senza la smania di volerlo dominare. Voler dominare la Vita è inutile, perchè impossibile a lungo termine ed estremamente dannoso sempre; sarebbe meglio viverla e goderne, perchè è per questo, penso, che c’è vita anche per noi. E se è così va fatto con rispetto, con la dovuta delicatezza, con la consapevolezza di quanto la vita è potente, ma anche fragile se posta di fronte alla stupida logica umana. A volte la si subisce, la Vita, ma non è mai un subirla senza senso. Questo l’ho capito osservando le cose della Natura, ma ho focalizzato davvero da poco e grazie ad un amico saggio che con i suoi scritti mi ha consigliato le letture giuste. 🙂
    Da queste parti dove i meli crescono con le radici rivolte al cielo si scoprono cose grandiose.
    E poi penso che per poter sentire tutto questo, per poter ascoltare con il cuore la grandezza del Mondo è necessario fermarsi, respirarsi, guardarsi con gli occhi del Mondo, non con gli occhi nostri, che quelli ormai sono stati inquinati dalle immagini sbagliate, dal reale che ci siamo costruiti e che non ci somiglia più, che non somiglia più alla nostra vera natura e che non ha più il sapore bello e lieve del Mondo, ma di una parte distorta del nostro modo di intenderlo.
    Avevamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno e lo stiamo rovinando irrimediabilmente in nome di un credo stupido, vuoto e dannoso.
    Non abbiamo rispetto di noi stessi perchè non sappiamo ascoltarci, conoscerci, non sperimentiamo più nulla di noi in relazione all’ambiente che ci ospita; perchè in molti contesti nemmeno esiste più l’ambiente che potrebbe salvarci l’anima. La Natura insegna a fare tutto ciò che a noi serve per vivere in essa e con essa in maniera meravigliosa, ma è necessaria una consapevolezza forte che ci riavvicini a ciò che da Lei possiamo imparare. Un tempo era facile, perchè Lei era ovunque, talmente presente che la si dava per scontata; ora ci siamo costruiti contesti orribili che l’hanno letteralmente spazzata via. Abbiamo fatto tutto da soli; noi, piccoli esseri arroganti.
    Siamo arrivati a questo perchè ci riteniamo superiori ed è come ritenersi superiori a se stessi; lo trovo piuttosto stupido ed inutile; forse è questa la malattia più devastante per l’Umanità. L’Umanità non è un elemento che si può scindere dall’ambiente in cui vive, non si può ritenere superiore ad esso; siamo arroganti, un bel po’ arroganti quando pensiamo ed agiamo in questo modo. Eppure non mi sento di odiare o provare sentimenti astiosi nei confronti dell’Umanità, anche se so che l’Umanità è anche male e fa di tutto per dimostrarlo; non me la sento perchè nonostante tutto se l’Uomo è Natura è facile amarlo e rispettarlo come è facile fare con qualsiasi entità naturale.
    E io sento in questo modo probabilmente perchè è questa l’unica strada per arrivare a una soluzione buona per tutti. Se non ci rispettiamo come singole entità, se non ci rispettiamo come gruppo inteso in senso più ampio, allora non possiamo rispettare il sistema che ci ospita e di cui facciamo parte. In tal senso hanno ragione quelli che hanno scritto che l’unica cosa che può salvare l’Umanità da se stessa è l’amore. L’amore per se stessi, per i propri simili e l’amore che viene facilissimo per tutto ciò che ci ospita e che è meraviglioso.
    E tu hai ragione Melo: abbiamo poco tempo per imparare a rispettarci e a riamarci come Uomini ed a rispettare e riamare il Mondo.

    • melogrande ha detto:

      Penso che l’ approccio gusto sia di ri-imparare a sentire noi stessi come parte, piccola parte del mondo, e non viceversa. Cosa che a me riesce a contatto con la natura nelle sue forme più belle e maestose.
      Difficile percepirla quando si vive in “contesti orribili” che fanno ammalare.

      Mi compiaccio per le tue amicizie “sagge” 🙂

  12. Egle1967 ha detto:

    @sam hai scritto una cosa bellissima e verissima…l’amore verso se stessi , nel modo giusto, comprende in se l’amore per tutto e tutti gli esseri viventi.
    scusami melo, e’ sempre molto stimolante passare a leggere a casa tua.

  13. melogrande ha detto:

    lillo 1
    cosa sarebbe successo se avessero vinto gli indiani ?
    Potrebbe essere il soggetto per un romanzo. Esiste un genere specializzato, si chiamano “ucronie”.
    Che sarebbe successo se i Persiani avessero vinto a Maratona ?
    Che sarebbe successo se i Turchi avessero vinto a Lepanto, o gli Arabi a Poitiers ?

    Mi piacerebbe ci fosse, un romanzo simile, anche se, naturalmente, non c’è mai controprova.

    lillo2
    volevo solo dire che se le teorie economiche più accreditate accademicamente e “convincenti” ci hanno ridotto in questo stato, forse che una teoria accettata della decrescita non ci sia potrebbe essere di buon auspicio…

  14. poetella ha detto:

    che ne penso?
    che tornerò. Qui.

  15. guido mura ha detto:

    Dominare non significa distruggere. Essendo la genesi un testo scritto per gli uomini, partendo dal presupposto che solo gli uomini esprimessero con la capacità di pensare qualità divine e quindi superiori agli altri esseri, le modalità del messaggio divino non potevano essere diverse. Adesso, se Dio tornasse, come qualcuno racconta, bisognerebbe dirgli: “ecco, abbiamo fatto come hai detto, abbiamo dominato la natura e riempito la terra… e adesso?
    Visto che invece molto probabilmente dovremo vedercela da soli, bisognerebbe cominciare a pensare di riutilizzare lo spazio urbanizzato, senza distruggere inutilmente il territorio, e a diminuire la stessa popolazione. Da questo punto di vista l’Italia è all’avanguardia (e la cosa viene vista in senso negativo), ma come si fa a obbligare i paesi ad alta natalità ad avere meno figli?

  16. guido mura ha detto:

    Se il dio è lo stesso, temo che conserverebbe la sua concezione antropocentrica e il “dominare” gli andrebbe benissimo. Io temo invece che ritorni Pan, piuttosto incavolato, e che riduca con una bella sforbiciata la popolazione mondiale di due terzi. Allora forse qualcuno comincerebbe a capire il messaggio.

  17. melogrande ha detto:

    Il commento di Carlo mi ha fatto tornare in mente un famoso discorso di Bob Kennedy agli studenti dell’ _niversita’ del Kansas tre mesi prima di essere ucciso.
    Sono passati più di 40 anni, ma sembra scritto ieri.

    Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.
    Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jpnes, nè i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo.  
    Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
    Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle.
    Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini.
    Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
    Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago.
    Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti.
    Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi.Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese.

    Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.

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