
È curioso come i ricordi si stimolino e puntellino a vicenda, e di certo non voglio ricominciare con la solfa della madeleine di Proust, certo no, però il fatto è che non posso fare a meno di collegare Proust medesimo al periodo del servizio militare, perché la Recherche fu proprio l’ opera che mi portai dietro quando partii per il C.A.R., fu l’ opera che accompagnò il corso di quell’ anno incongruo e scombinato e di cui allora portai quasi a conclusione la lettura. Quasi, perché i ritagli di tempo rubati nel corso di un anno intero non bastarono alla poderosa impresa che si arrestò, temo definitivamente, a metà circa del penultimo volume, dove ancora monta di sentinella un segnalibro d’ antan.
E così, dal collegamento con quella lettura emergono piano piano pezzi di un passato così remoto ed alieno da poter pensare che qualcun altro, non io, abbia vissuto quelle vicende se non ci fosse il libro – proprio lui- a garantire l’ aggancio alla realtà delle cose.
Forse non ero io, forse era qualcuno che mi assomigliava, forse era addirittura una vecchia release di me stesso, quella che si esercitava a sparare con un buffo fucile automatico leggero (appunto detto F.A.L.) che ballonzolava così tanto da rendere risibile qualsiasi pretesa di mira. Forse non ero io, o forse un io ormai defunto, quello che faceva la guardia, nel freddo intenso del turno dalle 4 alle 6, il più odiato, o delle giornate sperperate in fureria a compilare elenchi di turni ed incarichi. Però ero proprio io quello che intanto leggeva Proust.
Da questo “lessi dunque fui” ricostruisco tutto un contesto, insomma, riappropriandomi un po’ di quelle vecchie release di me stesso.
Mi rivedo in mimetica, il libro nella tasca della giubba, bene abbottonata, non è opportuno che faccia capolino mentre vado in giro per il piazzale. Hanno le loro regole, qui, e sono regole non negoziabili, l’ ho imparato la mattina dell’ ultima esercitazione.
Partenza dalla caserma alle 9, e dunque il colonnello fissa l’ adunata generale per le 8.30, il capitano si tiene un margine ed istruisce di radunare la truppa per le 8, ma anche il tenente preferisce non rischiare, e dunque trasmette l’ ordine: tutti sul piazzale per le 7,30, così, dalle 7,15 siamo qui schierati, dopo esserci alzati alle 6, in attesa che trascorrano le due ore di margini accumulati. Seduto per terra, tormento con un bastoncino una colonia di formiche.
Per ingannare l’ attesa, decide il capitano, non c’è niente di meglio che chiamare una rassegna, e per dare un senso alla rassegna, è necessario individuare un’ infrazione.
Lei ha gli anfibi sporchi.
Io non li definirei esattamente sporchi, però è vero che stamattina non li ho lucidati. Del resto, ha piovuto tutta la notte, andiamo a fare esercitazione in campagna, sarà già tanto evitare che i camion restino impantanati nel fango, dunque la pulizia degli anfibi non sopravvivrebbe neppure di un millisecondo al contatto col terreno, una volta arrivati a destinazione.
Torni in camerata a pulirli, e questa sera stia punito.
Il tenente mi guarda fisso negli occhi, ed io invano cerco un barlume di ironia, un bagliore, un accenno di simpatia, come a dire “mi tocca farlo anche se non vorrei”. Eppure non è stupido, il tenente, tutt’ altro, probabilmente la persona più intelligente qui dentro. Eppure.
Torno con studiata lentezza verso le camerate, come un calciatore ingiustamente espulso, Balotelli non è ancora nato. Della punizione m’ importa poco, rimanere da solo nella camerata vuota e silenziosa mi consentirà di andare avanti per altre cinquanta pagine, forse di più, non dipende da me, dipende da lui, Proust. Come tutti i grandi scrittori, è lui che decide il ritmo a cui lo leggerai, ed il suo ritmo normalmente è lento parecchio.
Le occasioni migliori per leggere sono però altre, le guardie al deposito di carburante.
Lontano dalla caserma, in aperta campagna, il deposito è pressoché invisibile dall’ esterno, sotterraneo e mimetizzato. Due ore di turno di guardia nella piccola casetta dove la vecchia radio resta sempre accesa, giorno e notte, era accesa quando sono arrivato qui la prima volta e mai nessuno ha nemmeno pensato di spegnerla.
Due ore di guardia e quattro di nulla, chiacchere vuote o nutrienti letture. E proprio qui, quasi si fosse nei pressi di Cambrai, Proust prende vita e trasfigura tutto.
Lessi dunque fui. E mentre mi arrotolo in questo pensiero, mi pare persino di sentire nuovamente, in una tasca, la forma arrotondata della pipa che da qualche tempo avevo preso a portarmi dietro, nell’ altra quella squadrata dell’ Oscar Mondadori dalla copertina bianca con l’ elegante profilo a matita del piccolo dandy Marcel.










