Lessi dunque fui


È curioso come i ricordi si stimolino e puntellino a vicenda, e di certo non voglio ricominciare con la solfa della madeleine di Proust, certo no, però il fatto è che non posso fare a meno di collegare Proust medesimo al periodo del servizio militare, perché la Recherche fu proprio l’ opera che mi portai dietro quando partii per il C.A.R., fu l’ opera che accompagnò il corso di quell’ anno incongruo e scombinato e di cui allora portai quasi a conclusione la lettura. Quasi, perché i ritagli di tempo rubati nel corso di un anno intero non bastarono alla poderosa impresa che si arrestò, temo definitivamente, a metà circa del penultimo volume, dove ancora monta di sentinella un segnalibro d’ antan.

E così, dal collegamento con quella lettura emergono piano piano pezzi di un passato così remoto ed alieno da poter pensare che qualcun altro, non io, abbia vissuto quelle vicende se non ci fosse il libro – proprio lui- a garantire l’ aggancio alla realtà delle cose.

Forse non ero io, forse era qualcuno che mi assomigliava, forse era addirittura una vecchia release di me stesso, quella che si esercitava a sparare con un buffo fucile automatico leggero (appunto detto F.A.L.) che ballonzolava così tanto da rendere risibile qualsiasi pretesa di mira. Forse non ero io, o forse un io ormai defunto, quello che faceva la guardia, nel freddo intenso del turno dalle 4 alle 6, il più odiato, o delle giornate sperperate in fureria a compilare elenchi di turni ed incarichi. Però ero proprio io quello che intanto leggeva Proust.

Da questo “lessi dunque fui” ricostruisco tutto un contesto, insomma, riappropriandomi un po’ di quelle vecchie release di me stesso.

Mi rivedo in mimetica, il libro nella tasca della giubba, bene abbottonata, non è opportuno che faccia capolino mentre vado in giro per il piazzale. Hanno le loro regole, qui, e sono regole non negoziabili, l’ ho imparato la mattina dell’ ultima esercitazione.

Partenza dalla caserma alle 9, e dunque il colonnello fissa l’ adunata generale per le 8.30, il capitano si tiene un margine ed istruisce di radunare la truppa per le 8, ma anche il tenente preferisce non rischiare, e dunque trasmette l’ ordine: tutti sul piazzale per le 7,30,  così, dalle 7,15 siamo qui schierati, dopo esserci alzati alle 6, in attesa che trascorrano le due ore di margini accumulati. Seduto per terra, tormento con un bastoncino una colonia di formiche.

Per ingannare l’ attesa, decide il capitano, non c’è niente di meglio che chiamare una rassegna, e per dare un senso alla rassegna, è necessario individuare un’ infrazione.

Lei ha gli anfibi sporchi.

Io non li definirei esattamente sporchi, però è vero che stamattina non li ho lucidati. Del resto, ha piovuto tutta la notte, andiamo a fare esercitazione in campagna, sarà già tanto evitare che i camion restino impantanati nel fango, dunque la pulizia degli anfibi non sopravvivrebbe neppure di un millisecondo al contatto col terreno, una volta arrivati a destinazione.

Torni in camerata a pulirli, e questa sera stia punito.

Il tenente mi guarda fisso negli occhi, ed io invano cerco un barlume di ironia, un bagliore, un accenno di simpatia, come a dire “mi tocca farlo anche se non vorrei”. Eppure non è stupido, il tenente, tutt’ altro, probabilmente la persona più intelligente qui dentro. Eppure.

Torno con studiata lentezza verso le camerate, come un calciatore ingiustamente espulso, Balotelli non è ancora nato. Della punizione m’ importa poco, rimanere da solo nella camerata vuota e silenziosa mi consentirà di andare avanti per altre cinquanta pagine, forse di più, non dipende da me, dipende da lui, Proust. Come tutti i grandi scrittori, è lui che decide il ritmo a cui lo leggerai, ed il suo ritmo normalmente è lento parecchio.

Le occasioni migliori per leggere sono però altre, le guardie al deposito di carburante.

Lontano dalla caserma, in aperta campagna, il deposito è pressoché invisibile dall’ esterno, sotterraneo e mimetizzato. Due ore di turno di guardia nella piccola casetta dove la vecchia radio resta sempre accesa, giorno e notte, era accesa quando sono arrivato qui la prima volta e mai nessuno ha nemmeno pensato di spegnerla.

Due ore di guardia e quattro di nulla, chiacchere vuote o nutrienti letture. E proprio qui, quasi si fosse nei pressi di Cambrai, Proust prende vita e trasfigura tutto.

Lessi dunque fui. E mentre mi arrotolo in questo pensiero, mi pare persino di sentire nuovamente, in una tasca, la forma arrotondata della pipa che da qualche tempo avevo preso a portarmi dietro, nell’ altra quella squadrata dell’ Oscar Mondadori dalla copertina bianca con l’ elegante profilo a matita del piccolo dandy Marcel.

L’ autorità e la storia dei talenti

“I padri hanno ‘auctoritas’ soltanto se, come indica il termine stesso, creano le condizioni

perché aumentino le opportunità,sia materiali sia spirituali, per la generazione successiva”

M. Cacciari, Espresso 17/5/12


Confesso che mi sbagliavo.

Ho sempre pensato che la parola “autorità” contenesse la radice greca “autòs” che vuol dire “se stesso”, come tutti sanno, e com’ è dimostrato dale mille parole composte che quella radice contengono, da autoritratto ad autoanalisi, autonomia, automobile, automatico e così via. Allo stesso modo, pensavo che “autorità” fosse qualcosa che si regge da sé, che s’ impone con l’ evidenza di se stessa. Non che ci avessi fatto mente locale più di tanto, l’ autorità è una di quelle cose con le quali siamo abituati a convivere fin da bambini, soggetti alla patria potestà ed alla conseguente autorità dei genitori, origine e principio di ogni altra autorità. Da bambini la si accetta, da adolescenti la si contesta, ma senza pensarci mai veramente.

Come che sia, mi sbagliavo.

Il dubbio improvviso mi è sorto leggendo in un articolo di Massimo Cacciari la frase che ho messo in testa al post. Non più che un accenno, per lui evidentemente la faccenda è di lampante evidenza. Per me invece no, per cui mi è toccato documentarmi.

“Autorità” non è una parola di derivazione greca bensì latina, ed il sé stesso, per quanto autoritario possa apparire, non ha niente a che vedere con  l’ autorità. L’ origine del termine risiede invece nel verbo latino “augeo”, lo stesso verbo che sta alla radice di altre parole piuttosto importanti come “aiuto”, “ausilio”, “aumento”, e persino “autore”.

Augeo, auges, auxi, auctum, augere” significa principalmente accrescere, alzare, aumentare, ingrandire, rafforzare, potenziare, e da qui anche onorare, esaltare, ingigantire, fecondare o arricchire. “Augeo” è a sua volta derivato dall’ accrescitivo di una radice sanscrita che vuol dire “forza”.

Adesso, mentre è evidente che il concetto di forza si mantiene inalterato nell’ accezione moderna di autorità definita come “potere legittimo di emanare disposizioni vincolanti” (Dizionario Hoepli), è evidente che buona parte del significato originario deve essersi perso per strada.

L’ autorità è potere, oggi come un tempo, su questo non c’è dubbio. Ma il significato originario di questa parola era quello di una forza buona, un potere esercitato al fine di promuovere una crescita, uno sviluppo, un aumento. La forza del buon re. Lo scopo dell’ autorità non è il potere ma quello di essere di ausilio, di aiuto, di promuovere lo sviluppo di qualcosa.

È l’ autorità che esercita l’ autore sulla sua opera, un potere assoluto, certo, ma con uno scopo creativo e non certo distruttivo, il potere di forgiare, dare forma e far crescere “un’ opera dell’ umano ingegno”, si sarebbe detto un tempo.

Ed è in principio l’ autorità dei genitori, che serve non a vessare ma a proteggere ed accompagnare i figli nella delicata e vulnerabile fase dello sviluppo fino a quando non raggiungano l’ età della ragione, e dunque della responsabilità.

Eccola infine la parola magica, quella che accompagna come il verso di una moneta ogni discorso che voglia dirsi sensato su potere, autorità e simili. L’ autorità è un’ assunzione su di sé di una quota di responsabilità, assunzione fatta allo scopo di sollevare da tale carico coloro sui quali l’ autorità si esercita favorendone la crescita e lo sviluppo, idealmente fino al punto in cui saranno in grado di camminare con le proprie gambe e non avranno più bisogno di tutele.

L’ autorità è un attributo del potere, ed è in particolare l’ attributo che conferisce al potere la sua legittimità. A differenza della forza bruta, che pure un potere istituisce, l’ autorità garantisce che chi esercita il potere è legittimato a farlo, ha il consenso per farlo, in base alle regole proprie di ciascuna specifica occorrenza. Ma il corollario inevitabile è che chiunque eserciti un’ autorità lo fa con un mandato preciso: quello di promuovere la crescita e lo sviluppo, l’ aumento di benessere di ciò su cui esercita il potere. È proprio questo mandato a legare l’ autorità con la responsabilità: chiunque abbia una tale delega ad esercitare il potere assegnatogli per portare a termine un mandato, risponde a chi gli ha conferito il mandato, e risponde del modo in cui ha esercitato il suo potere favorendo la crescita di ciò che gli è stato affidato.

Con quello che potrebbe sembrare un volo pindarico, ma forse non lo è, mi torna in mente la parabola dei talenti, uno dei racconti più enigmatici del Vangeli, quasi una storia zen, che certo meriterebbe molto più spazio, ma di cui qui mi interessa mettere in evidenza un aspetto particolare.

La storia è raccontata nel Vangelo secondo Matteo, 25,14-30. Il padrone parte per un lungo viaggio. Affida ai servi del danaro, ad ognuno consegna dei talenti, e gliene chiede conto al suo ritorno. Cosa dovrebbe fare un servo fedele ? Conservarlo con cura, verrebbe da dire. E così fa uno dei servi, diversamente dagli altri che lo investono. Ma il padrone non è contento, s’ infuria, non è questo che voleva. Voleva che quel denaro, il talento, che era stato “affidato”, non “regalato”, venisse impiegato, messo a frutto, fatto crescere, persino a costo di rischiarlo. Ed a chi lo ha messo a frutto dice, significativamente : “”Sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto”.

C’è insomma una sorta di bilanciamento fra il potere legittimo (autorità) e le attese che gravano su colui al quale questo potere è stato conferito, e di cui è chiamato a rispondere. La pietra di paragone, il “benchmark” si direbbe oggi, è la crescita, lo sviluppo, l’ aumento, la maturazione.

A prendere per buono il riferimento all’ autorità parentale come archetipo e stampo originario su cui si è modellata l’ idea stessa di autorità (cosa chepare assai plausibile), un’ altra considerazione viene spontanea da quanto si è detto finora.

Come l’ autorità parentale non è invariante nel tempo, ma soggetta ad un’ evoluzione che la alleggerisce a mano a mano che i figli crescono e sono in grado di farsi carico, prendere su di se proporzioni sempre maggiori di quella responsabilità che appunto legittimava l’ autorità paterna, lo stesso dovrebbe idealmente valere per ogni altra forma di autorità, il cui obiettivo finale dovrebbe essere dunque quello di dissolvere se stessa.

Obiettivo utopico, non dico di no, ma non per questo falso. Se l’ autorità mira alla crescita, essa mira di per se stessa alle condizioni per le quali essa diviene sempre meno necessaria in quanto la responsabilità diventa diffusa e condivisa.

Non so voi, ma a me pare evidente lo scarto fra quanto si è detto e la percezione comune dell’ idea di  autorità.

Privata di questa ricchezza di significati, e dell’ idea di cura che la accompagna, l’ autorità si riduce a semplice esercizio di un  potere freddo ed impersonale, indifferente ed incurante. Amorale, quando non immorale, viene da pensare.

E’ un esempio piccolo, se volete, di quanto importanti siano le parole nel creare, letteralmente, la realtà entro cui viviamo e pensiamo, e quanto la ricostruzione delle idee fondamentali del vivere civile debba cominciare dalla ricostruzione delle parole che quelle idee esprimono.

La relatività e i polli allo spiedo


Eravamo sempre in tre. Carlo e Vittorio, per la verità, si conoscevano già, avevano fatto insieme il liceo scientifico, erano addirittura in classe insieme; io invece avevo fatto il classico. Avevo conosciuto Carlo soltanto perché un mio compagno di classe, ed amico, abitava nel suo palazzo, e lui ogni tanto passava a trovarlo. Quanto a Vittorio, lo conobbi solo all’ Università, dove frequentavamo gli stessi corsi. Carlo gli aveva parlato di me, e fu lui a cercarmi.

Il futuro a vent’ anni è l’ assoluto indeterminato, è fatto di sogni e fantasticherie, un giorno ti vedi a sfrecciare su una Ferrari decappottabile, il giorno dopo a fare volontariato in Africa. Tutto è possibile e niente è certo, per quanto le scelte universitarie un principio di direzione ormai lo diano.

C’è un mondo davanti, da spaccare come una noce, e nessuna idea della sua granitica solidità. Immagino sia così per tutti. Non saremmo riusciti, non dico a spaccarlo, ma neppure a scalfirlo, con i nostri temperini spuntati, ma allora non lo sapevamo, né immaginavamo che ci fossero prezzi da pagare ad ogni piè sospinto.

L’ assoluto indeterminato, l’ àpeiron presocratico, un’ angoscia intollerabile.

Occorre domarlo col lògos, occorre parlarne.

E questo facevamo, noi tre. Parlavamo.

Parlavamo all’ infinito, camminavamo e parlavamo, attraverso notti interminabili, che fin troppo presto si rivelavano invece terminabili. Camminavamo e parlavamo, mangiavamo in pizzerie a buon mercato, perché l’ unica cosa rapidamente determinata a vent’ anni è la somma di denaro che ci si trova in tasca. Spendere a cena significava rinunciare all’ acquisto di un libro, o di un disco in un tempo in cui libri e dischi erano sciamani a cui chiedere auspici per il futuro, nulla meno di questo.

Mangiavamo dunque in certe pizzerie di periferia, coi tavoli di formica,  le tovagliette di carta ed i camerieri sbrigativi, o persino, nei momenti di magra, compravamo per strada un pollo allo spiedo e lo mangiavamo con le mani, seduti su un muretto.

E di che si parlava in quelle notti insonni ?

Si parlava di donne, certo, semioscuri oggetti del desiderio, ma soprattutto di scienza, e di come avrebbe certamente potuto rendere il mondo un posto molto migliore se solo tutti quanti si fossero convinti a lasciarsene guidare.

Si parlava dei quanti, della rivoluzione della fisica negli anni 20, della relatività, di Einstein, e se avesse ragione lui o Bohr. Gli scienziati al potere, la razionalità di un nuovo Illuminismo. L’ idea che si possa plasmare un destino collettivo non è affatto assurda per chi sente di poter dominare il proprio, di destino, in attesa di spaccare facilmente il mondo in due come una noce.

Il piano di Carlo era una lucida follia: dopo la laurea in fisica, una seconda laurea in psicologia, scienza ovviamente da ribaltare dalle fondamenta e ricostruire su basi rigorosamente matematiche. Che ci vuole.

Vittorio era più ironico, a lui piaceva giocare con le idee, portarle all’ estremo, scoprirne i paradossi. Interrompeva le lunghe tirate teoriche con giochi matematici, rompicapi, curiosità, saltava da un argomento all’ altro, un giorno si entusiasmava ll’ idea di costruire un telescopio, il giorno dopo aveva cambiato progetto e si accingeva a realizzare un acquario di mare da quattromila litri come quello di Konrad Lorenz. A quel punto gli si faceva notare che un acquario da quattromila litri pesa appunto quattromila chili ed aveva dunque ottime probabilità di sfondare il pavimento del suo appartamento al decimo piano; da lì la discussione deviava istantaneamente sui carichi ammissibili e sui criteri di progettazione dei palazzi moderni, per divagare subito dopo sul numero di viaggi che sarebbero stati eventualmente necessari per riempire l’ acquario di acqua di mare usando taniche da venti litri e quante ce ne potessero stare su una barca a remi senza farla affondare.

Cose così.

L’ acquario naturalmente non vide mai la luce, così come il telescopio e mille altre stravaganti iniziative, però intanto le ore passavano ed il rumore dei passi sul selciato echeggiava nella strada ormai deserta, gli ultimatum genitoriali si avvicinavano e venivano lasciati scadere, e si cominciava, ciascuno per conto proprio, ad elaborare una spiegazione articolata e credibile del perché stessimo in giro così fino a tardi e che cosa facessimo durante tutto quel tempo e perché ci mettessimo tanto a farlo.

Il rimedio più semplice a quegli scandalosi rientri antelucani era naturalmente la clandestinità.

Rientrare alle quattro del mattino in punta di piedi, girare piano la chiave nella toppa, evitare gli scatti della serratura, accompagnare la maniglia. Ecco fatto.

Adesso il passaggio più difficile, muoversi senza far rumore al buio, che accendere la luce sarebbe stato come suonare una sirena. Ce la posso fare.

Una sedia sul tragitto, non dovrebbe stare qui in mezzo, ma forse nessuno ha sentito il rumore.

Però dalla cucina occorre passare, il pollo ha provocato una sete formidabile ed il vino da poco una certa acidità alla bocca dello stomaco, il bicarbonato sta sullo scaffale della dispensa.

Che cerchi ?

Cerbero era un dilettante al confronto di mia madre, di certo Ercole non l’ avrebbe mai fregata.

Niente.

Stai prendendo il bicarbonato ? Non hai digerito ?

No, è solo…

E allora che stai cercando ?

Il bicarbonato, mamma.

Che hai mangiato ?

Pollo allo spiedo.

Perché l’ hai mangiato, lo sai che ti fa male. E perché arrivi a quest’ ora ?

Va bene. Accendo la luce.

Inutile, dunque umano

 

Tra le molte caratteristiche dell’ essere umano c’è sicuramente quella di nutrire interesse per l’ inutile, intendendo per inutile, letteralmente, ciò che non ha uso, ciò che è “superfluo”, ovvero che scorre in superficie, di cui si può fare a meno.

Di cosa invece non si può fare a meno ? Mangiare, bere, dormire. Funzioni fisiologiche, quelle che ha qualsiasi animale. Un rifugio, qualcosa per coprirsi. Bisogni primari, tana, nido. Questo è ciò che è utile, anzi necessario. Tutto il resto è inutile, dunque umano.

E non è che l’ interesse per l’ inutile sia il frutto malato di società debosciate e decadenti, rammollite dai lussi. Niente affatto.

Qualunque società primitiva dell’ antichità, qualunque tribù amazzonica contemporanea, qualunque gruppo sopravvissuto di indigeni scovato dagli etnologi negli angoli più remoti della terra, ebbene, ha questo in comune. Il fatto di dedicare molto tempo e molta cura alla manifattura di gioielli, ornamenti, maschere, paramenti da cerimonia, bastoni, totem, orecchini, collane, diademi, copricapi piumati, gonnellini decorati. Nonché dipingere, modellare, scolpire, incidere, fabbricare oggetti privi di qualsiasi utilità pratica. Perché lo fanno ? Perché perdere tanto tempo ? Perché questa strana passione per gli ornamenti ?

Proprio da quest’ ultimo termine può scaturire un raggio di luce, un inizio di comprensione. Tutte le cose inutili che abbiamo elencato sono tutte, in fondo, degli ornamenti. E la parola “ornare” ha la stessa radice di “ordinare” e di “ordito”. Che vuol dire questo ?

L’ ordito, com’ è noto, è fatto di fili paralleli tesi fra due traverse. Una volta “ordinati” questi fili, si intreccia trasversalmente ad essi la trama per ottenere il tessuto.

Che cosa ha a che fare l’ ordinare, il “mettere in ordine” con gli ornamenti inutili ? Certo, quando una persona si adorna si mette anche un po’ in ordine, ma nemmeno poi tanto e neanche sempre, a volte gli ornamenti si distinguono per la loro allegra anarchia. E dunque.

Dunque, è (forse) lo scopo dell’ ornamento quello di ordinare il mondo.

Lo so, c’è un fondo di animismo in questo, un approccio ingenuo e magico, ma questo è coerente semmai con l’ origine primitiva degli ornamenti. Gli ornamenti sono amuleti, strumenti con i quali si tenta, si vuole, si cerca, si crede o ci si illude di influenzare il mondo a proprio favore. Sono talismani fatti per controllare, dominare o perlomeno blandire le forze oscure del mondo e della natura.

Sono oggetti magici.

Qualcosa di questa magia in fondo sopravvive ancora adesso, nel momento in cui scegliamo per noi stessi un anello, un braccialetto, un orologio, un gioiello, qualsiasi cosa insomma che sia definibile come “inutile”, non legata alla necessità o al bisogno, è difficile sottrarsi al pensiero che quella cosa, quell’ oggetto porterà del bene, migliorerà la vita, farà forse arrivare un po’ di fortuna. Determinerà un cambiamento nell’ atteggiamento del mondo e delle persone nei nostri confronti, esaudirà forse qualche piccolo o grande desiderio.

E qualche volta la magia funziona davvero, in fondo una persona “in ordine” e bene adornata produce un’ impressione diversa e più favorevole rispetto ad una sciatta e mal curata, e dunque, ne concludiamo che il talismano ha funzionato….

In fondo, non c’è niente di sbagliato, no ?

A che serve la cravatta ?

A volte, una discussione oziosa fra colleghi, di quelle che capitano davanti alla macchinetta del caffè o, per me più spesso, in una sala d’ attesa o in aeroporto, può rivelarsi più interessante del previsto.

A che serve la cravatta ?

In questo caso, l’ osservazione nasce mentre aspettiamo di essere ricevuti da un qualche pezzo grosso di un paese arabo, uno “sheikh”, che vuol dire semplicemente “vecchio”, e quindi “capo”. Un “don”, insomma. Ad attendere, dal lato opposto della sala, c’ è anche un altro gruppo di persone, dall’ aspetto di uomini d’ affari, tutti senza cravatta, col colletto della camicia aperto. Io avanzo l’ ipotesi che si tratti di una delegazione iraniana.

Non è raro in Medio Oriente imbattersi in persone vestite all’ occidentale, abito con giacca, ma senza cravatta, il colletto della camicia aperto; per gli iraniani però si tratta di un “must”, un punto davvero irrinunciabile. Infatti, fin dai tempi della rivoluzione khomeinista degli Anni ’70, la cravatta è stata individuata come il più puro simbolo ideologico dell’ odiato Occidente, e come tale messa al bando con furore fanatico.

E così è facile notare che, anche nelle occasioni più formali ed importanti come i summit internazionali, nessun iraniano, a partire dal presidente Ahmadinejadh compare mai con a cravatta.

Sì, d’ accordo, ma la cravatta a che serve ?

Ora, bisogna notare che il bando degli ayatollah non riguarda l’ abbigliamento occidentale in genere, camicia, giacca e pantaloni vanno benissimo. La cravatta invece no, perché solo lei è il simbolo della degenerazione occidentale.

Sarà perché, oltre ad essere occidentale, la cravatta è pure inutile ?

Beh, ma allora perché non prendersela anche con la giacca di foggia occidentale ?

Eh, no ! La giacca non è inutile come la cravatta, la giacca è un indumento, ripara dal freddo, e poi con tante tasche è anche comodo per metterci dentro la roba che uno si porta sempre dietro, penne, occhiali, portafogli. Gli uomini mica hanno la borsetta.

La cravatta è utile perché nasconde gli antiestetici bottoncini della camicia.

Ma fammi il piacere ! A parte il fatto che si tratterebbe, eventualmente, di un criterio estetico, e non certo di utilità.

Calma, ragioniamo. Prima di tutto, da dove viene, la cravatta ? Nell’ arte antica non ce n’ è traccia, mi pare, per cui si direbbe una moda relativamente recente.

Pare abbastanza plausibile che la cravatta, che si porta al collo, sia in qualche modo imparentata con la sciarpa, e la sciarpa sì che serve, ripara il collo dal freddo ed evita torcicolli e mal di gola. La sciarpa, e soprattutto una sciarpa di tessuto leggero che si possa annodare in modo che non voli via, un foulard, insomma, risulta ad esempio utilissimo a chi sia esposto a colpi d’ aria come ad esempio un cavaliere. Inoltre, questa sciarpa o foulard, se uniformata ad una certa foggia o colore, si presta anche ad essere un segno distintivo, di riconoscimento.

Ai tempi del Re Sole, si aggiravano per l’ Europa parecchi eserciti mercenari. Tra questi, era particolarmente apprezzata la cavalleria croata che si distingueva, appunto per una sorta di sciarpa annodata al collo. Ora, in croato, “croato” si dice “hrvat”, e se uno prova a pronunciare questa parola (facilissimo non è) viene fuori un suono che somiglia molto, appunto, a “cravatta”. Dunquel la cravatta, per definizione, è precisamente “la sciarpa dei (cavalieri) croati.

Bene, ma la cravatta a che serve ?

Fu solo negli Anni Venti, in America, che fu inventata la cravatta moderna, fatta con tre pezzi di tessuto tagliati obliquamente. Cravatta che, come tutti sanno, non protegge affatto il collo dal vento. La cravatta oderna ha mantenuto, più nelle intenzioni che nei fatti, un blando signifcato di elemento di riconoscimento, tali sono ad esempio le cravatte “regimental” che all’ origine dovrebbero essere caratteristiche dei singoli reggimenti militari oppure, che ne so, di particolari Università come quelle dell “Ivy League” americana. Ma oggi penso che nessuno, a parte gli appartenenti a quel corpo o a quell’ ateneo, sarebbe più in grado di interpretare la simbologia di questo tipo di cravatte, un po’ come è accaduto ai tessuti scozzesi.

Ma allora, se non è per riparare il collo, e neppure per riconoscersi, che le mettiamo a fare, queste cravatte ?

Osserviamo attentamente una cravatta maschile classica, come nella foto grande. Ha una forma verticale, leggermente divergente verso il basso, e la base, nella grande maggioranza dei casi  non è dritta ma forma una punta diretta verso il basso, come ad indicare…

Insomma, a me pare difficile negare che la cravatta abbia una chiara simbologia fallica, e non escludo che proprio questa “scandalosa” simbologia, forse inconsciamente percepita dai puritani ayatollah, abbia contribuito in modo decisivo alla decisione di mettere al bando proprio questo elemento di abbigliamento maschile. Del resto, è abbastanza comprensibile che una società moto repressiva sia al tempo stesso estremamente sensibile al richiamo anche nascosto di ciò che viene con tanta fatica rimosso.

Naturalmente, l’ abitudine di esibire richiami sessuali non è un’ invenzione dell’ America degli Anni ’20. Viene spontaneo notare, al contrario, che mentre la contemporaneità pare avere recuperato la quasi totalità degli ornamenti tribali primitivi, dai tatuaggi ai piercing, dagli anelli al naso o alle orecchie dino ai divaricatori dei lobi, solo uno di questi ornamenti pare essere finora sfuggito all’ attenziene di stilisti e trend-setters internazionali.

Ma è possibile risalire ancora più indietro, e mostrare che colori vivaci come quelli di una bella cravatta di seta sono usati come richiamo sessuale persino da certi nostri lontani parenti…

Buona cravatta a tutti ?

(Ps. In questo caso la musica non c’ entra niente col post, ma ce la metto perché mi piace.)

L’ osceno in scena

 

“Se la processione che fanno e il canto del fallo che intonano non fosse in onore di Dioniso, ciò che essi compiono sarebbe indecente; la medesima cosa sono Ade e Dioniso, per cui impazzano e si sfrenano.”

(Eraclito, frammento 15)

Leggo che una volta Carmelo Bene, parlando dell’ osceno di cui era spesso accusato, lo definì come “os (?) skené”, ciò che è “fuori scena”, cioè ciò che non va rappresentato, che non è conveniente alla esposizione in pubblico. Ma proprio il “non essere in scena”, per lui, equivaleva a smarrirsi, a perdere l’ identità ed il senso, e questo era proprio il suo intento artistico.

L’ etimologia citata da Carmelo Bene in quell’ occasione, per quanto goda tuttora di una certa popolarità, è fasulla, ed è probabile che lui ne fosse ben consapevole. Era un’ etimologia forse auspicata, desiderata, inventata. Nella realtà, l’ origine del termine “osceno” è tutt’ altro che chiara, c’è che la collega al fango dandogli il significato di “ immondo,”, non-pulito”, e chi invece lo collega a qualcosa di malaugurio.

Quel che è certo è che l’ osceno non ha nulla a che vedere con l’ assenza dalla scena teatrale, e questo chiunque abbia un po’ di dimestichezza col teatro antico non faticherà a riconoscerlo.

Difficile infatti immaginare un qualsiasi argomento “osceno” o scandaloso che non sia stato portato sulle scene del teatro classico, dall’ incesto al parricidio all’ infanticidio per vendetta al sadismo psicopatologico, nulla è stato risparmiato in quella galleria del male che è la tragedia attica. Nell’ Edipo Re, com’ è arcinoto, il protagonista uccide il padre e sposa la madre, generando figli con lei. Nell’ Agamennone, Eschilo mette in scena l’ omicidio del re ad opera della regina e del suo amante, un Macbeth arcaico, nella successiva tragedia “Coefore” è il figlio Oreste ad uccidere la madre a pugnalate per vendicare il padre. In una sorta di contraltare, il dramma satiresco non si faceva mancare nulla in fatto di linguaggio scurrile e perversioni sessuali, inclusa la presenza in scena di attori travestiti, appunto, da satiri con tanto di fallo artificiale.  Persino nella più morigerata commedia non mancano i temi sessuali, ad esempio nella Lisistrata di Aristofane, a seguito dello sciopero delle mogli, gli Spartani si ritrovano ad andare in giro con evidenti gonfiori di origine naturale sotto la veste…

Difficile del resto immaginare qualcosa di diverso, in una forma di espressione artistica nata in onore di Dioniso, probabilmente il dio più trasgressivo che l’ umanità abbia mai conosciuto, tossico e bevitore, erotomane e bisex, inaffidabile e psichicamente disturbato. Ne abbiamo parlato a lungo, qui.

E dunque, se è osceno tutto ciò che è contrario alla morale, ai costumi, la scena teatrale non è affatto luogo di esclusione ma nasce addirittura come luogo di elezione, luogo designato alla rappresentazione dell’ immoralità e della oscenità, alla messa in scena del male più oscuro come esperienza iniziatica e, come si suol dire, “catartica”.

Questo carattere originario, il teatro non l’ ha mai perduto, dal carro di Tespi alla Fura del Baus,, e la poetica di Carmelo Bene vi si innestava come elemento di continuità più che di rottura.

Ma di questo, uno come lui certamente non poteva rallegrarsi …

Riavvolgendo l’ Occidente


Sorvolando l’ Occidente mi dirigo ad Oriente ed è come se riavvolgessi all’ indietro i secoli come la lana di un gomitolo, ripercorrendo civiltà, recuperando la storia di ciò che all’ origine fu Mediterraneo, poi divenne Europa, quindi fu chiamato Occidente ed oggi è Mondo intero.

Sotto di me è trascorsa la Dalmazia, terra di pirati, spina nel fianco e poi spina dorsale della potenza veneziana nell’ Adriatico divenuto mare domestico.

Poco dopo appaiono i Balcani, terra invece mai troppo pacificata, che solo l’ Impero di Roma seppe tenere a lungo, e nessun altro. Popoli e tradizioni, etnie e religioni, avari, slavi, bulgari, serbi, turchi, si sono contesi fazzoletti di terra sassosa eppure ambita, e da queste contese è iniziato il tramonto, se non dell’ Occidente, quanto meno dell’ Europa. Schiacciati dalla Storia, serbi, croati, bosniaci, montenegrini, sloveni, hanno retto come disperati Atlanti il peso immenso di interi Imperi in collisione, Ottomano, Austriaco, Russo. Da qui passava la linea di faglia fra Oriente ed Occidente, salita come marea fino alle porte di Vienna per poi retrocedere come risacca. Le schegge di quella frattura sono conflitti etnici e religiosi non troppo violenti per il momento, ma nemmeno sopiti.

Ma a 1.000 km/h non c’è tempo per soffermarsi, il viaggio prosegue, ed il paesaggio sottostante, non meno arido e pietroso opera un nuovo spericolato salto all’ indietro di secoli. Rewind.

E’ la Macedonia adesso che si mostra sotto, è il primo vero Impero da queste parti, inviso ai Greci che sudditi non si erano mai sentiti di nessuno, ma che dovettero subire, sfiancati com’ erano dalle loro interminabili contese. Da qui dunque mosse Filippo, che Demostene non riuscì a fermare, e dopo di lui Alessandro, e fu la prima volta che l’ India seppe dell’ Occidente. La Persia suo malgrado già sapeva…

È di nuovo mare, adesso, 35.000 piedi più in basso, ed è subito un altro salto. Da queste parti, ancora una volta la Storia si trovò su un crinale, era il 1571 e rischiammo ancora una volta di diventare Oriente. Lepanto salvò l’ Occidente, come Maratona e Poitiers. E Vienna.

Ancora terraferma, ed è la costa turca e la neve anatolica, ed è il luogo dello sberleffo supremo, questo, il paese della grande minaccia, del “mama li turchi”, dove la gente parla turco e non si capisce niente, e guai a smarrirsi e farsi prendere dai turchi. È lo spauracchio per definizione, insomma, il turco, il babau per tenere buoni i bambini, l’ uomo nero che ci scruta dal fondo dell’ oscurità. Il turco è l’ Ombra dell’ Occidente. Ma al tempo stesso, questo è il luogo della grande promessa, il posto dove tutto cominciò.  Qui sotto sorgeva Troia, e dopo la conquista, qui nacquero le grandi e ricche colonie greche, persino più agiate e benestanti della madrepatria, al punto da potersi concedere il lusso del pensiero.

Questo è il posto dove tutto cominciò e dove, come i bambini, scoprimmo il gusto di chiedere sempre “perché”. Al rombo dell’ aereo, vedo Talete sollevare uno sguardo millenario ma già curioso, e lo vedo finire, col naso all’ aria,  dritto dentro il pozzo, mentre il rombo dell’ aereo viene coperto dalla risata argentina della giovane servetta tracia.

Intanto si è fatto buio, e sorvoliamo le regioni montuose fra la Turchia e la Siria, adesso. Piccole chiazze luminose rivelano come occhi nel buio la presenza dei villaggi. Niente strade illuminate, niente strisce di luce, niente estensioni grandi come schermi televisivi costellati di pixels. Solo piccole isole luminose che brillano come pietre preziose sul velluto nero. Piccoli insediamenti. Comunità.

Poi, anche queste luci si diradano, si è fatto tardi, c’è la Mesopotamia qui sotto, io lo so, c’è il deserto attraversato dalle carovane, che si orientavano con le stelle e trovavano la strada senza navigatore. L’ orizzonte fra il cielo e la terra, qui, è poco più di niente, e se luci rompono il buio, è più probabile che siano le grandi fiaccole che bruciano il gas dei giacimenti di petrolio.

Infine, anche il deserto cessa, si sorvola il nero profondo del mare, e penso a quando in una pirotecnica notte di Capodanno, sorgeranno infine le abbaglianti luci di Dubai.

La strage e l’ ideologia

“Questo processo è unico, così come i fatti spaventosi che che vi sono giudicati. Dobbiamo pensare in modo diverso. Nella maggior parte dei processi, avete un imputato che nega i fatti, oppure dice che non pensava di fare ciò che ha fatto, mentre qui avete qualcuno che riconosce i fatti, li rivendica e dice che lo rifarebbe se ne avesse ancora l’ occasione. Non ha intenzione di sottrarsi alla responsabilità. Al contrario, vuole essere giudicato come sano di mente e responsabile.

Si tratta di mostrare che i suoi concetti ed il suo modo di pensare sono correnti. Non è così unico, così paranoico o schizofrenico come pensano gli esperti.

Ciò che vediamo, è un fossato tra ciò che dicono le scienze umane sull’ estremismo e ciò che sanno i medici e gli psicologi.

Faremo testimoniare persone di ambienti estremisti che racconteranno come la pensano, allo scopo di stabilire che altri, senza passare ai fatti, condividono la stessa ideologia o lo stesso modo di pensare.

Ciò che vogliamo mostrare, è che abbiamo a che fare con una ideologia, e che non è l’ unico a difenderla, non è dunque uno psicotico che vive in un mondo tutto suo.

Anche gli islamici pensano che l’ Europa è teatro di una guerra di religione, non si tratta di un delirio che Breivik immagina nella sua testa, ma esistono persone che vogliono invadere l’ Europa.

Il motivo per compiere queste mostruosità era di diffondere il suo manifesto.

Breivick considera la Francia o l’ Inghilterra luoghi da cui partirà la rivolta, perché – secondo lui – il multiculturalismo in questi Paesi è molto conflittuale.”

Geir Lippested, avvocato di Anders Breivik – Intervista a Le Monde, 25/3/12

I fatti sono noti.

Il 22 luglio 2011, alle 15.30 circa, ad Oslo, il trentaduenne Anders Breivik, dopo avere riempito il baule di un’ auto con esplosivo da lui stesso fabbricato artigianalmente, parcheggia l’ auto di fronte all’ ufficio del Primo Ministro e la fa esplodere, uccidendo otto persone e ferendone novantadue. Due ore più tardi Breivik, armato, travestito da poliziotto e con documenti falsi arriva sull’ isola di Utoya, dove era in corso un campo giovanile estivo organizzato dal Partito Laburista norvegese e frequentato da circa seicento ragazzi. Dopo aver radunato i giovani “per un controllo”, Breivik apre il fuoco uccidendone sessantanove e ferendone altre sessantasei.

Il processo inizierà il 16 aprile.

Non parlo spesso di argomenti di attualità, su questo blog, ma in questo caso ho potuto fare a meno di provare una sgradevole sensazione di straniamento nel leggere l’ intervista che ho riassunto sopra. Non conosco ovviamente gli atti del processo, so delle stragi ciò che hanno pubblicato i giornali e sono del tutto all’ oscuro riguardo alla legislazione penale norvegese. Tuttavia mi domando se ed in che modo la linea di difesa scelta, probabilmente in mancanza di alternative, dall’ avvocato Lippested possa essere di aiuto al suo cliente.

Siamo abituati a pensare, perlomeno dalla rivoluzione Francese in avanti, che le persone debbano essere perseguite per ciò che fanno, e non per ciò che sono, pensano o dicono. Abbiamo fatto della libertà di pensiero un caposaldo della società aperta, e l’ abbiamo esplicitata nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che recita:

Articolo 19

Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.

Abbiamo affrontato polemiche infinite sul tema dei “cattivi maestri”, ispiratori del terrorismo degli anni ’70, abbiamo disquisito sul sottile limite fra la libertà di opinione e l’ apologia di reato, un margine che si gioca sulla differenza fra l’ esprimere un pensiero sia pure radicale, ma pur sempre pensiero, e l’ incitare altri a compiere reati, ad esempio atti violenti, essendo questo incitamento qualcosa di più di un semplice pensiero, essendo atto concreto e perseguibile.

Quando il pensiero diventa azione, quando si mette in pratica ciò che si pensa, è quello il punto in cui si esce dalla tutela del diritto.

Non è un passaggio da poco, niente affatto. E’ il punto cruciale, invece.

Il fatto che altra gente (sciaguratamente) condivida le idee di Brevik, rende meno colpevole il suo operato ?  Perché mai i “motivi ideologici” dovrebbero essere considerati un’ attenuante, e non piuttosto un’ aggravante, della strage di ragazzi indifesi ?

Portando agli estremi questo ragionamento (ma portare agli estremi è un ottimo modo per evidenziare ciò che sta al fondo di ogni pensiero), lo si potrebbe usare per sostenere che la Shoah sia stata meno grave di quanto appaia in quanto i nazisti erano mossi da motivi ideologici ed altri, senza passare ai fatti, condividevano la stessa ideologia o lo stesso modo di pensare”. E aberrante, no ?

La differenza è tutta in quel “senza passare ai fatti” , ed è la stessa differenza che passa fra chi dice “io quello lì lo ammazzerei” e chi quello lì lo ammazza davvero.

Costituiscono attenuanti la legittima difesa, la provocazione, gli abusi subiti, tutto ciò che volete. Ma non l’ ideologia.

Io credo che l’ avvocato Lippested sia ben consapevole di tutto ciò. Breivik è stato visitato e dichiarato incapace di intendere e volere, ma ha rifiutato questa diagnosi. Rivendica tutto ciò che ha fatto e lo considera un gesto onorevole. Si dichiara responsabile degli attentati ma non per questo colpevole di qualcosa. Non è certo facile prenderne le difese. Devo pensare che il suo avvocato abbia voluto tentare il gesto disperato di una chiamata in correo di tutti gli estremisti, sia quelli occidentali, xenofobi, razzisti, fondamentalisti cristiani, sia quelli musulmani, jihadisti, fondamentalisti islamici.

Ponendo le stragi in un contesto di conflitto violento ed esplicito, in una “invasione d’ Europa” data per già in corso, immagino voglia ritagliare per il suo cliente un ruolo da “eroe di guerra” che magari sbaglia, ma in buona fede, nel mettere in pratica ciò che tanti pensano senza dirlo.

Se anche fosse in atto una guerra, le stragi di Breivik, su bersagli civili inermi, costituirebbero comunque, senza alcun dubbio, crimini di guerra, non certo azioni militari di cui vantarsi o atti di eroismo. Ma noi non siamo in guerra, e Breivik non è un soldato.

L’ ideologia, in un caso simile, non può che essere un’ aggravante, quasi una forma estrema di “futile motivo”, una futilità resa ancor più di stridente evidenza dal capolavoro finale dell’ avvocato Lippested: “Il motivo per compiere queste mostruosità era di diffondere il suo manifesto.”

Vogliamo invocare anche i motivi editoriali ?

Perturbazione tropicale

Il mondo richiede attenzioni superiori alle forze dell’ individuo.

Molto va perduto nel lento avanzare della solitudine.

Il silenzio è destino.

I fantasmi galleggiano a mezz’ aria, in certi momenti immobili e minacciosi, in altri trascinati per la stanza dal vento forte dei pensieri, rimpianti, rimorsi, minacce, paure, risentimenti che mi fanno rigirare insonne fra lenzuola straniere in questa inquieta notte. Voci e visi, frasi e sguardi, occhi malevoli mi avvolgono e rivolgono fra brividi ed inspiegabili vampate, mi fanno alzare e tornare a letto cento volte, mi fanno maltrattare inutilmente l’ incolpevole cuscino.

Su questo mi soffermo, e sono lampi e scintille, o stelle cadenti nel cielo buio di questa notte tormentata. Col lenzuolo sulla testa vedo distintamente, il tempo cambia e la perturbazione perturba, come Scrooge nel racconto di Dickens volteggio sulla vita passata, plano sugli incontri, rivedo gli snodi, giudico le mie stesse colpe soppeso il mio dare col mio avere.

Che fare ? Volere è potere, il simile curerà il suo simile, la stanchezza fisica acquieterà quella nervosa, il farmaco è veleno sì, ma la dose omeopatica a volte non basta. Un’ ora ci vuole, è più di quanto reggano i fantasmi.

E allora calzoncini e maglietta, scarpette da corsa. Il frequenzimetro nemmeno serve, a forza di correre il cuore ha imparato da se ad andare a tempo, a regolare il suo stesso ritmo, come una linea di basso degli U2.

Vincenzo Appeso

 


Vincenzo con il petrolchimico non era mai riuscito ad andarci veramente d’accordo. Lui era nato lì a due passi, un paesino arroccato su una scogliera a strapiombo sul mare; un mare trasparente e cristallino come ora si vede solo sui cataloghi delle agenzie di viaggio. Maldive, praticamente.

Su quella scogliera Vincenzo andava da ragazzino con gli amici a caccia di lucertole o a raccogliere le piccole lumachine bianche dopo che aveva piovuto, e c’era tornato anche più grandicello in altra compagnia. Su quella scogliera aveva dato il primo bacio e non solo.

Del resto, lo sapevano tutti che quello era il posto dove si appartavano le coppiette, i vecchi del paese scuotevano la testa, dicevano “ai nostri tempi noi giovanotti non ce l’avevamo la macchina per fare i nostri comodi”, ma si sentiva più rimpianto che condanna.

Era vero, ancora quando Vincenzo era ragazzino il paese era fatto di contadini, le macchine erano poche e qualcuno ancora transitava a dorso di mulo lungo le stradine delimitate da muri a secco.

Dalla famosa scogliera si dominava il golfo, la spiaggia bianchissima. La sera le lampare dei pescatori di polpi tremolavano come lucciole. Per forza che uno ci portava la ragazza.

Vincenzo per la verità preferiva andarci la mattina presto sulla scogliera, gli piaceva sentire sulla pelle l’aria fresca profumata di mare, mentre l’alba incendiava l’orizzonte a strati davanti ai suoi occhi assonnati. Qualche volta era persino sceso giù alla spiaggia per fare il bagno, nella stagione buona, ma preferiva non dirlo a nessuno questo, ci sono cose che se le fai ti prendono per matto senza una vera ragione, certe cose semplicemente non si fanno. Il bagno all’alba, per esempio.

Poi era arrivato il petrolchimico.

Era lo sviluppo del Mezzogiorno, dicevano, il futuro è nella chimica, c’era stato un gran via vai di politici, facce conosciute prima solo in televisione, quando parlavano al telegiornale, e facce di locali, fin troppo conosciute invece, pezzi grossi.

Come che sia, il petrolchimico l’avevano fatto e adesso dalla scogliera si dominava un intero distretto industriale, impianti e ciminiere, pontili e tanti di quei tubi da poterci arrivare sulla luna.

Avevano lasciato qua e là dei pezzetti di spiaggia, certo, ma non era più come una volta e Vincenzo sulla scogliera non ci andava più così volentieri, la lasciava ai ragazzi, che continuavano ad andarci con la fidanzata.

Certo bisognava dire che il petrolchimico un po’ di lavoro lo aveva portato, lui per esempio era stato assunto trent’anni prima come operaio, aveva fatto un po’ di tutto, poi era finito nel reparto manutenzione, ed anche suo figlio, il grande, aveva trovato lavoro presso una ditta che faceva coibentazioni. Il piccolo no, quello ancora studiava e forse sarebbe riuscito a farlo diventare ingegnere. Avrebbe lavorato anche lui nel petrolchimico, certo, ma con un altro ruolo ed un altro stipendio, si spera.

Insomma, le cose erano andate un po’ meglio, l’emigrazione era diminuita, e semmai adesso era l’immigrazione, quella che preoccupava. C’è sempre qualcuno che sta peggio di te.

Le cose andavano meglio, ma il prezzo era stato alto, pensava Vincenzo, mentre percorreva lentamente sulla sua Panda la provinciale che conduceva allo stabilimento.

Il suo capo era una donna, ed anche questa cosa avrebbe fatto scuotere la testa ai vecchi del paese. Ma a Vincenzo non importava poi tanto, lei era un ingegnere, veniva da Palermo, si chiamava Teresa, e la gente della manutenzione la rispettava, un po’ perché sapeva il fatto suo, un po’ perché una donna certo non la puoi mandare a quel paese come faresti con un capo maschio. Lei lo sapeva ed un po’ se ne approfittava.

Appena arrivato, la segretaria gli disse di andare in sala riunione. Teresa era già lì con gli altri supervisori.

“C’era troppo traffico sulla strada stamattina” esordì Vincenzo entrando nella sala. Teresa lo guardò fisso accogliendo con un mezzo sorriso quella scusa non richiesta e gli fece cenno di sedere.

“La ditta Guarresi ha finito con un paio di giorni di anticipo di sostituire le coibentazioni” disse Teresa. “Vorrei approfittare dei ponteggi per fare l’ispezione degli strumenti di linea”. Vincenzo sorrise fra sé, suo figlio lavorava appunto per la Guarresi, una ditta seria, era stato fortunato.

“Te ne occupi tu Vincenzo”. Non era una domanda. “Ho già chiesto i permessi, ma si sale con le protezioni perché non c’è ancora l’agibilità. E’ chiaro ?” Questa volta era una domanda. “Imbraco completo?” chiese Vincenzo. “Sì, attrezzatura per lavori in quota “ intervenne Pietro, che era il supervisore della sicurezza.

Voleva dire bardarsi come uno scalatore sulla ferrata, un imbraco con due corde di sicurezza che terminavano ciascuna con un moschettone da agganciare all’apposito cavo. E quando si doveva passare da un cavo all’altro si agganciava il secondo moschettone prima di sganciare il primo, in modo da rimanere sempre legati.

E così Vincenzo s’inerpicò sui ponteggi, salì le scale alla marinara, si fermò a prendere fiato sulle piattaforme, si avventurò sulle passerelle fatte con i grigliati che la ditta Guarresi aveva smontato per eseguire i lavori e poi rimontato.

E fu così che Vincenzo, un passo dopo l’altro, mise il piede sul quarto grigliato della seconda passerella, che era stato appoggiato ma non ancora fissato. Il piede di Vincenzo fece leva, il grigliato si ribaltò attorno ai supporti intermedi, roteò colpendolo violentemente all’altezza dell’anca. Vincenzo sbilanciato urlò, roteò le braccia alla ricerca di un appoggio che non c’era, annaspò curiosamente a mezz’aria per poi sprofondare nel vuoto, mentre il grigliato sbatteva rumorosamente contro il parapetto.

Vincenzo precipitò per circa un metro e mezzo, poi la corda di sicurezza si tese, il contraccolpo lo mandò a sbattere contro una trave, sentì un dolore lancinante alla spalla e si trovò a penzolare col cuore che gli batteva all’impazzata e le cinghie che tiravano forte sull’inguine.

Vincenzo guardò in basso, le vertigini gli diedero un senso di nausea, la pavimentazione in cemento era trenta metri sotto di lui, dieci piani. Vide Pietro che si sbracciava, urlava qualcosa al walkie talkie, poi scorse operai che correvano verso il ponteggio, ma non riusciva a riconoscerli.

Un incidente come questo, Vincenzo lo sapeva bene, viene chiamato un “near miss” che vuol dire , più o meno “c’è mancato un pelo”, “è andata bene”.

E così, ci piacerebbe concludere questo racconto con Vincenzo tirato su a braccia dai compagni, rimproverato da Teresa per la sua imprudenza, preso in giro per anni durante la pausa mensa, Vicenzu ‘Npisu, Vincenzo Appeso sarebbe stato per tutti.

Ma non sempre la vita è fatta di racconti edificanti.

Vincenzo si era stancato di agganciare e sganciare moschettoni, in fondo camminare su un grigliato non era come arrampicarsi sul ponteggio e poi la ditta aveva ormai finito di lavorare, l’aveva detto anche Teresa.

E così nessuna corda di sicurezza interruppe la caduta e Vincenzo ci mise poco più di due secondi a raggiungere la pavimentazione di cemento.

Due secondi.