Disumano, anzi no

disumano‹di·ṣu·mà·no›agg.

Privo di ogni senso di umanità, spietato, bestiale:
ferocia, violenza d.
è d. trattare qcn. a quel modo Che non ha o non conserva nulla di umano:
dolore d.
urli d.

( dizionario italiano di WordReference)

Non si dovrebbe mai usare il termine “disumano”, ecco tutto. Mai. Proibirlo proprio, bisognerebbe, che  quando lo sento mi arrabbio.

Ogni volta che qualcuno fa ricorso a questo termine, puoi tenere per certo che sta parlando di comportamenti che sono esclusivamente umani, a proposito dei quali dovremmo essere citati per diffamazione dalle bestie.

Si adoperano termini come “disumano” e “bestiale” quasi sempre a proposito del male, cioè del prodotto della libertà, cioè della cosa più umana che esista. Il male gratuito è solo umano perché solo umana è la scelta di esercitarlo oppure no. Ed il male è tanto più umano quanto più è estremo, perché proprio nella mancanza di ragionevolezza, di misura, di motivazione, di giustificazione, proprio in questo manifesta la sua origine arbitraria, cioè radicata nel libero arbitrio. Al pari della bontà senza compromessi e della generosità senza tornaconto, ovviamente.

L’ uomo e’ tra i pochissimi animali che uccidono i propri simili, ma è assolutamente l’ unico capace di farlo su larga scala, o senza ragione. Poi, gli etologi spiegherebbero che la specie umana ha poche inibizioni alla violenza intraspecifica, un uomo a mani nude fatica molto ad uccidere un suo simile, a differenza di un leone o di un rapace, e dunque l’ umanità non ha elaborato tabù “genetici”, ma solo culturali al riguardo. Va bene, sarà. Però…

“Il punto scabroso è che uccidere il proprio fratello non appartiene al mondo animale, ma al mondo umano. (…) Il crimine non è infatti la regressione dell’ uomo all’ animale – come una cattiva cultura moralistica vorrebbe farci credere – ma essa esprime una tendenza propriamente umana.”  (M. Recalcati, Repubblica 5/5/13).

Propriamente umana, che ci piaccia o no, serial killers in testa.

E certo è che l’ infanzia non è al riparo dal male estremo, non lo è mai stata. Tutt’ altro.

Basta ritornare al mito, la narrazione del mondo prima del governo della ragione, per rendersi conto di quanto spesso il male sia stato esercitato sui bambini per colpire gli adulti. Basta pensare a Medea che uccide i propri figli per punire Giasone, ma ancora di più viene alla mente il ciclo miceneo.

Tantalo uccide, smembra e serve a banchetto agli dei il proprio figlio Pelope solo per vedere se gli dei se ne accorgono (se ne accorgono). I figli di Pelope stesso, Atreo e Tieste si combattono senza esclusione di colpi, il primo sottrae il regno al fratello, il secondo gli seduce la moglie. Allora Atreo uccide i figli di Tieste e glieli serve in tavola, culmine del banchetto l’ ingresso del vassoio con le teste dei bambini.

Il Sole inorridito indietreggia, raccontano i mitografi. Il Sole, non gli uomini. Tieste fugge, commette incesto con la propria figlia e genera con lei Egisto, che ucciderà Atreo ed il figlio di lui Agamennone dopo avergli sedotto la sposa, e così via…

Non si facevano mancare niente, nei miti.

Altri tempi ?

L’ immagine qui sopra è tratta dal bellissimo film d’ animazione “Valzer per Bashir”, che racconta il massacro di Sabra e Chatila, anno 1982. “In un giardino, i corpi di due donne giacevano su delle macerie dalle quali spuntava la testa di un bambino. Accanto ad esse giaceva il corpo senza testa di un bambino. Oltre l’angolo, in un’altra strada, due ragazze, forse di 10 o 12 anni, giacevano sul dorso, con la testa forata e le gambe lanciate lontano”, scrisse l’ inviato del Washington Post entrato a Shatila due giorni dopo.

Un rapporto delle Nazioni Unite denuncia che in Siria, oggi, anno 2013, i ribelli usano soldati bambini, l’ esercito regolare li cattura, li sevizia e li mette sui carri armati a fare da scudi umani.

Che ne penserebbe Ivan Karamazov , che affermava: «Io credo che se il diavolo non esiste e se, quindi, è stato l’uomo ad inventarlo, questi l’ha creato a sua immagine e somiglianza» ?

Umano, TROPPO umano, il male radicale.

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Giovane Italia ?

Ci sono i germi della grande mutazione, pienamente visibili a chiunque li voglia vedere, ed il parallelo “barbarico” che avevo azzardato qualche tempo fa mi pare tenere molto bene.

Smaltita la sbornia per la conquista del Parlamento, legittima ma celebrata con eccessi verbali ed intemperanze, per l’ appunto, barbariche, la tribù dei Cinquestelle si è trovata dinanzi alla solitudine del potere, al bisogno di proporre, alla necessità di assumere una responsabilità in positivo, e di sfuggire ad un autoesilio sterile.

Ci vediamo in Parlamento, aveva annunciato Grillo in campagna elettorale. In Parlamento siamo, e adesso ? Parevano fargli eco i suoi neo eletti, nascondendo dietro l’ arrogante aggressività la sensazione di inadeguatezza, lo smarrimento di chi non possiede il “know-how”. Un conto è espugnare la capitale nemica, un altro far funzionare l’ impero dopo la conquista.

Ipotizzavamo, seguendo le suggestioni del parallelo, che sarebbero andati alla ricerca di “maestri”. Personalità forti, carismatiche, capaci di influenza, ma al tempo stesso non compromesse col passato, non appartenenti alla casta, preferibilmente in qualche misura ”eretiche”, ma al tempo stesso con lo spessore necessario a favorire una transizione epocale verso un nuovo ordine delle cose.

Non so quanta consapevolezza avessero di queste cose gli iscritti al Movimento che hanno votato per le “Quirinarie”, del resto non è neppure ben chiaro chi e quanti fossero. Non è lecito pretendere cartesiana geometricità da una tribù che ha appena conquistato la roccaforte nemica. Però il risultato è stato notevole, e significativo. Non corrispondono forse all’ identikit di “maestro”, le personalità nominate ?

Al di là di Strada e Gabanelli, che fanno altri mestieri e che si sono saggiamente sottratti, non sono forse “maestri” nel senso indicato sopra Rodotà, Zagrebelski, Bonino, Caselli ? E non giganteggiano forse, questi nomi, di fronte alle alternative incartapecorite partorite, e di volta in volta autoaffondate, dall’ altra parte ? Fino alla scelta di non scegliere, confermando il precedente Capo dello Stato, caso unico in tutta la storia repubblicana.

I germi della mutazione ci sono dunque stati ed hanno agito, per qualche tempo, fin nel linguaggio del capotribù, passato dall’ invettiva sguaiata all’ uso (persino !) del “lei” nei confronti degli altri leaders, dal dileggio all’ invio (persino !) di lettere. Il riflesso condizionato all’ invocazione di piazza (“E’un golpe !”) subito smorzata e virata sull’ ironia di “un golpettino educato”. In un tempo non lontano, non l’ avrebbe fatto.

I germi della mutazione ci sono stati, ed i segnali di una riluttante maturazione pure. Peccato non si intraveda un Teodosio capace di trasformare il problema in opportunità, uno statista capace di far nascere una nuova (Terza) Repubblica sulle esecrate ceneri della sciagurata Seconda.

Ciò che è avvenuto è invece più simile ad una Restaurazione, come quella che fece seguito alla sconfitta di Napoleone. Ma questa volta Napoleone non è affatto sconfitto, e d’ altra parte, nulla si restaura mai veramente, ed i moti del ’48 lo dimostrarono a tutta Europa.

Cercansi dunque nuovi Mazzini, a cui chiedere l’ elaborazione teorica di una nuova, e sperabilmente più giovane Italia ? (quella vera però, non quella del PdL…)

Ex Voto

 

 “Ciascuno chiama barbarie ciò che non appartiene alle sue abitudini.”

Montaigne

Le elezioni hanno dimostrato che il PD non era la soluzione, solo questo si può dire e solo questo in fondo conta.  Che gli italiani ne avessero fin sopra i capelli dei partiti, dei politici, della nomenclatura, era fatto ormai noto ed acclarato. Quello che non era del tutto scontato, però, è che l’ esasperazione non avesse risparmiato proprio nessuno. Bersani aveva cercato di accreditare il suo partito come il “punto di tenuta” (parole sue) di un sistema che andava in pezzi, unico porto di attracco, rifugio dal mare in tempesta, la sola parte seria e responsabile della politica, che non meritava di essere travolta insieme alla parte guasta. E può persino darsi che avesse, in qualche misura, ragione. Tra i “two clowns” sbeffeggiati dalla stampa internazionale, la sua figura quanto meno si distingue per il fatto di non far ridere, di essere seria e vagamente noiosa quasi quanto quella di Monti.

Ma tutto questo non è bastato. Non è bastato perché da lungo tempo ormai il PD non era più percepito dall’ opinione pubblica come un partito riformatore ma, al contrario, come un  baluardo della conservazione. Nello sforzo di “salvare il salvabile”, si è visto affibbiare l’ immagine di “partito più vecchio”, quello ostile alle “riforme”, al nuovo che avanza, quello che non riesce a mandare il soffitta i dinosauri e lasciare spazio ai giovani. Il vero avanzo della più odiata partitocrazia.

Aver cercato convergenze al centro ha a mio parere peggiorato le cose. Diverse esperienze locali negli ultimi anni dovrebbero avere insegnato che per ogni elettore di centro (non moltissimi, a dire il vero) che viene conquistato in questo modo, due elettori di sinistra abbandonano la nave. Nella politica italiana radicalizzata da decenni di scontri frontali, il centro non esiste più. L’ aveva già dimostrato la fallimentare esperienza del terzo polo, lo conferma l’ esperimento di Monti. Inutile cercare voti da quella parte. I transfughi del PdL, del resto, non si sono neanche loro diretti verso il centro, ma hanno abbracciato il “diversamente radicale” Beppe Grillo.

E questo mi ha fatto riflettere molto. Com’ è possibile, mi sono detto? Quale contiguità si può mai immaginare fra i due ? Come si può interpretare l’ irruzione nella politica ufficiale del Movimento 5 Stelle ed il suo successo trasversale ?

Può sembrare curioso, ma mi sono tornati in mente gli scenari descritti, in tempi non sospetti (o non ancora così sospetti) da Alessandro Baricco nel suo saggio “I Barbari”.

Quel saggio fu maltrattato da molti critici in modo a mio avviso del tutto ingeneroso ed immotivato, per il solo fatto che l’ avesse scritto Baricco. Avesse portato la firma – che ne so – di Bauman, ho il sospetto che sarebbe stato salutato come un testo seminale, fondamentale per una nuova comprensione dei nostri tempi. Forse esagero, ma non di tanto.

Ora, la scena politica italiana degli ultimi vent’ anni mi pare che abbia avuto tutte le caratteristiche di un Basso Impero, più che di una Seconda Repubblica, come pure si era gloriosamente autoproclamata.

Tutti i vizi più deteriori della Prima repubblica si erano trasferiti praticamente intatti, o si erano addirittura rafforzati, a partire dalla corruzione e dalla voracità della partitocrazia. Il federalismo, sbandierato come la “soluzione finale” contro le ruberie di Roma ladrona, aveva invece permesso di moltiplicare le ruberie stesse, aumentando il numero di livelli di potere e di conseguenza dei centri di corruzione.

I partiti, puniti da un referendum plebiscitario che toglieva il finanziamento pubblico, se l’ erano subito riassegnato travestito da “rimborsi elettorali”, cogliendo l’ occasione per moltiplicare per dieci il fiume di denaro pubblico verso le loro casse.

Accanto a questo, mi sembra che l’ elemento di maggiore novità sia stato l’ apporto del dilettantismo e dell’ approssimazione. Reagendo contro i “professionisti della politica” ci siamo ritrovati con una classe politica priva, oltre che di etica, anche di professionalità. Non so quanti di coloro che sono passati per i seggi del Parlamento negli ultimi vent’ anni avrebbero superato un esame di diritto costituzionale.

Questo spiega anche il fatto che Napolitano, un politico di professione, formatosi alla scuola politica dell’ ultimo grande partito della Prima Repubblica, rifulga come una supernova in un cielo buio. Una supernova solitaria, o quasi.

Per il resto, si è visto di tutto, turpiloquio e gesti osceni, sguaiatezze e violenze verbali che mai si sarebbero potute neppure immaginare, cappi e fette di mortadella. E poi cortigiani e cortigiane, esempi di fedeltà canina e virtuosi del salto della quaglia, avvenenti fanciulle assurte ad alte cariche e “responsabili” in crisi di coscienza, causate e stimolate da imponenti somme di denaro. Siamo andati vicini a Caligola ed il suo cavallo.

Sembrava l’ invasione dei barbari, ed invece erano solo le avanguardie, assorbite e cooptate con qualche compromesso e con molta connivenza, e fatti sedere ai posti d’ onore del banchetto imperiale.

Avremmo dovuto intuire già allora che c’ era qualcosa che non tornava, una sorta di mutazione in corso. Gli slogan calcistici, le esibizioni televisive, gli inni ingenui, le foto visibilmente taroccate, i “presidenti operai”. Sembravano dirette emanazioni delle televisioni commerciali, che noi, colti ed intelligenti, sbeffeggiavamo, e di cui ridevamo, non riuscendo a capacitarci che queste cose potessero davvero funzionare. Eppure funzionavano, elezione dopo elezione.

Poi è arrivato Grillo.

Si intuisce, adesso, dove voglio arrivare ? Quali caratteristiche indicava Baricco come sintomatiche della mutazione ?

“Complice una precisa innovazione tecnologica, un gruppo umano sostanzialmente allineato al modello culturale imperiale, accede a un gesto che gli era precluso, lo riporta istintivamente a una spettacolarità più immediata e a un universo linguistico moderno, e ottiene così di dargli un successo commerciale stupefacente. Quel che gli assaliti percepiscono, di tutto ciò, è soprattutto il tratto che sale in superficie, e che, ai loro occhi, è il più evidente da registrare: un apparente smottamento del valore complessivo di quel gesto. Una perdita di anima. E dunque un accenno di barbarie.”

Uno smantellamento sistematico di tutto l’armamentario mentale ereditato dalla cultura ottocentesca, romantica e borghese. Fino al punto più scandaloso: la laicizzazione brusca di qualsiasi gesto, l’attacco frontale alla sacralità dell’anima, qualunque cosa essa significhi.”

“Perdita dell’ anima” significa un mutamento nel modo stesso di fare esperienza, l’ abbandono della ricerca di un senso ultimo, di valori ultimi, l’ abbandono di parole chiave come durata, autenticità, profondità, continuità, a favore della spettacolarità e del successo immediato.

Si può vedere, adesso, io credo, la continuità di una sequenza che parte dal crollo della DC e, attraverso Forza Italia ed al suo impatto televisivo, arriva a Grillo ed al suo uso della Rete. La mutazione in atto.

Quello del PD di Bersani è stato l’ ultimo tentativo, generoso e sfortunato, di restaurare l’ ordine precedente. Non ce ne saranno altri, io credo. Dovremo tutti abituarci ad operare non “contro” ma “dentro” la mutazione, cercando di traghettarvi identità e valori. È Renzi il possibile traghettatore, in qualità di semi-mutante ? Ci sono possibilità che una tale migrazione dia esito positivo ?

Sinceramente continuo a dubitarne; e tuttavia, non vedo, al momento attuale, molte vie alternative. Più di questo non saprei onestamente dire. Del resto, non lo sapeva dire nemmeno Baricco alla conclusione del suo saggio. Però, in un successivo dibattito con Claudio Magris (Corriere della Sera, 7/10/2008), lo stesso affermava:

“(…) io credo che la stessa barbarie abbia una certa coscienza dei suoi limiti, dei suoi passaggi rischiosi e potenzialmente autodistruttivi: in un certo senso sente il bisogno di vecchi maestri, ne ha una fame spasmodica: il fatto è che i vecchi maestri spesso non accettano di sedersi a un tavolo comune, e questo complica le cose.”

Da questo punto di vista, il colloquio tra Napolitano e Beppe Grillo, ed il “lui mi è piaciuto” sfuggito a quest’ ultimo, possono avere un significato profetico ?

Facile populismo

“Il potere seduttivo della semplicità cresce via via che le questioni si fanno più complesse, ed infatti le voci della semplicità (…) offrono pace mentale senza fatica mentale.le idee semplici appaiono comode: non danno problemi. Accantonando tensioni e complicazioni sembrano far sì che le questioni si depositino tranquillamente nella fanghiglia in fondo alla mente.”

J. Hillman – Il potere

Il segreto del successo del populismo sta nella sua “facilità”.

Non solo nelle soluzioni semplicistiche che offre ai problemi, complessissimi, della nostra epoca, come fa rilevare Todorov.

“Il populismo (…) è presente ogni volta che si pretende di trovare soluzioni semplici per problemi complessi, proponendo ricette miracolose all’ attenzione distratta di chi non ha tempo per approfondire. Può essere sia di destra che di sinistra, ma propone sempre soluzioni immediate che non tengono conto delle conseguenze a lungo termine. Preferisce semplificazioni e generalizzazioni, sfrutta la paura e l’ insicurezza, fa appello al popolo, cortocircuitando le istituzioni. Ma la democrazia non è un’ assemblea permanente né un sondaggio continuo.”

 T. Todorov – I nemici intimi della democrazia

Non è solo questo. L’ attrattiva del populismo sta in una facilità più profonda, starei per dire “esistenziale”. Evocare l’ appartenenza ad un “noi” contrapposto ad un “loro” non è certo caratteristica esclusiva del populismo. Però, per il populismo, questa appartenenza non rappresenta la chiamata ad una eccellenza morale, ad una superiorità di costumi e comportamenti, ma bensì il contrario.

L’ eccellenza morale, o la superiorità intellettuale vengono date per scontate, “noi” siamo superiori a “loro” e non c’è bisogno di argomentare, lo siamo per definizione, per diritto acquisito, per il semplice fatto di essere – appunto – “noi”.

Non si tratta, per intenderci, dell’ appartenenza ad un ordine cavalleresco o monastico, non ci sono sacrifici da fare o regole da rispettare, traguardi da raggiungere o percorsi ascetici da intraprendere. Niente di tutto questo.

Il “noi” populista non deve essere guadagnato né meritato, è un’ appartenenza naturale, facile. Una “noblesse” che “n’ oblige pas”. Ti tale “noblesse” restano i privilegi, il diritto ad esercitare una superiorità brutale una “legittima” prevaricazione verso chi non fa parte del cerchio del “noi”.

E’ facile, appunto, alla portata di tutti.

Può trattarsi di un’ appartenenza politica, oppure di identità sportiva, religiosa, etnica, o, come spesso accade, un misto dei vari ingredienti. Ma il risultato è sempre lo stesso. “Noi siamo superiori”è un postulato e non necessita dimostrazione.

Nel nome di questa superiorità, a “noi” tutto è concesso, insultare omosessuali, picchiare immigrati, sprangare tifosi avversari, predicare pulizia etnica, bruciare un campo nomadi, esercitare piccole o grandi sopraffazioni sostituendo la forza al diritto. Il nazismo si annunciò con la “notte dei cristalli”, il fascismo col delitto Matteotti. E’ un approccio che richiede il cameratismo del branco, per rafforzare l’ appartenenza ed aiutare a quel diritto alla superiorità naturale di cui il singolo, posto di fronte allo specchio rappresentato dallo sguardo dell’ altro, potrebbe dubitare.

Il branco esilia il pensiero chiamando al centro della scena l’ energia vitale immediata, l’azione prima, ed in luogo, della riflessione. Il branco intimidisce l’ altro, “uno di loro”, e questo può facilmente essere letto come una legittimazione della propria superiorità, riconosciuta negli occhi, stavolta atterriti, dell’ altro.

È facile, dunque, il populismo, non richiede sforzo alcuno a chi voglia aderirvi, la strada è in discesa, dall’ autocontrollo alla liberazione degli istinti, dalla civiltà verso la barbarie, dalla ragione verso la forza. Facile ed esaltante.

Ed è facile anche per i leaders,per certi leaders almeno, ai quali non si richiede, come di norma, di essere migliori dei propri seguaci, ma bensì peggiori, perché qui la gara è al ribasso, dal pensiero verso l’ istinto e dalla testa verso la pancia.

Difficile è combatterlo, questo populismo, percorrere la strada in salita, recuperare il raziocinio, addomesticare i cavalli inselvatichiti. Occorre riesumare le immagini perdute delle regole di convivenza, il patto sociale, i principi della morale universale. Non è facile, la strada all’ indietro.

Il populismo agisce come una malattia infettiva che necessita di anticorpi democratici, ma quando il populismo prevale, gli anticorpi si indeboliscono, l’ organismo rischia di soccombere all’ infezione.

Gli esempi nella storia non mancano di certo.

Due o tre cose sul potere

“This is my world
and I am world leader pretend.
This is my life, and this is my time.
I have been given the freedom to do as I see fit.
It’s high time.

 I’ve razed the walls that I’ve constructed”

R.E.M. – World Leader Pretend

Il potere ha una caratteristica curiosa: si è tutti convinti di sapere che cos’è, ma quando si tratta di darne una definizione, o semplicemente di provare a spiegarlo, ci si rende conto che la faccenda è più complessa di quanto ci si aspettasse. Quello che Agostino diceva del tempo, che “se nessuno me lo domanda, lo so, ma se voglio spiegarlo a chi me lo domanda, non lo so più” sembra potersi adattare perfettamente anche al potere, e per la verità potrebbe dirsi altrettanto per parecchi altri concetti centrali della nostra vita, talmente vicini a noi da non riuscire a vederli.

Persino James Hillman, nello scrivere il suo libro sul Potere, adotta un approccio fenomenologico, ne illustra aspetti ed attributi senza mai tentarne una definizione “teorica”.

Altri (molti altri…) ci hanno invece provato, ma non posso qui nemmeno tentare di fare una panoramica delle infinite definizioni di volta in volta proposte. Mi limiterò a dire che, da parte mia, mi sono convinto che il potere sia la capacità di fare accadere qualcosa che non accadrebbe spontaneamente. Un approccio che si avvicina alla definizione (assai più rigorosa) di R.A. Dahl, giusto per essere precisini.

Significativamente, in inglese i termini “potere” e “potenza” vengono indicati con lo stesso termine “power”, nonostante che l’ inglese disponga di un numero di vocaboli assai superiore rispetto alla nostra lingua.

A differenza del “power” inglese, “potere” in italiano è anche un verbo, per cui io posso camminare, mangiare, spaccare legna e pubblicare questo post, tutti eventi che non accadrebbero da soli, ma il campo di applicazione principale delle teorie del potere è ovviamente quello dei rapporti interpersonali.

Che tipo di potere può esercitare una persona nei confronti di un’ altra ? Ovvero, ricordando la “definizione” tentata prima, in quali modi può una persona ottenere che un’ altra persona faccia qualcosa che quest’ ultima non farebbe spontaneamente, come ad esempio alzarsi presto al mattino per andare a lavorare ?

“Per amore o per forza” è un modo di dire che fornisce già una prima grossolana catalogazione degli strumenti del potere: il convincimento e la forzatura. Si potrebbe andare avanti, naturalmente, declinando il convincimento in persuasione, identificazione, carisma o addirittura manipolazione, mentre la forzatura potrebbe comprendere la violenza,  l’ inganno, l’ intimidazione, le punizioni o, semplicemente, l’ autorità formale. Ma il mio intento qui non è fare l’ anatomia del potere. Mi interessa di più la domanda “da dove proviene” il potere ?

È passato il tempo del diritto divino, ed è evidente che, oggi, il potere viene conferito agli uomini da altri uomini, in un modo o nell’ altro. In una democrazia, per esempio, il potere proviene dalla volontà degli elettori che scelgono (ammesso che la legge elettorale glielo consenta) i loro rappresentanti in Parlamento ai quali delegano il potere di fare leggi che regolamenteranno la vita della comunità, e quindi gli stessi elettori. Ne segue una declinazione alquanto complessa di questo potere, con i parlamentari che scelgono il Presidente della Repubblica che nomina il Presidente del Consiglio che sceglie i Ministri, il tutto soggetto alla fiducia del Parlamento, a garanzia che la volontà degli elettori venga rispettata. Solo il potere giudiziario rimane fuori da questa catena di autorità, proprio perché il potere giudiziario deve porsi come il “potere dei senza potere”, il potere di garanzia per definizione.

Nel caso di un’ azienda, il potere proviene invece dalla volontà dei proprietari o azionisti, i quali nominano l’ Amministratore, che a sua volta nomina i dirigenti e così via discendendo. Perché, dovrebbe essere inutile rilevarlo, l’ atto di nomina procede dall’ alto verso il basso, mentre l’ atto elettivo segue il percorso inverso. Il potere è delegato dagli elettori allo scopo di vedere perseguito il “bene comune” e la sua architettura è complessa in quanto è opportuno (e vedremo quanto…) evitare l’ eccessiva concentrazione del potere. L’ azienda invece ha un “padrone” che rischia il proprio patrimonio e ritiene, fino ad un certo punto anche ragionevolmente, di non dover rispondere delle proprie decisioni; delega o non delega a sua discrezione e senza preoccuparsi troppo di predisporre contrappesi. L’ obiettivo dell’ azienda è di regola il profitto, ed il suo strumento l’ efficienza; per perseguire i suoi obiettivi l’ azienda procede dunque secondo logiche più “autoritarie” scandite dagli organigrammi che definiscono poteri e dipendenze.

E di conseguenza, democrazie ed aziende non sono la stessa cosa e non funzionano nello stesso modo.

Fin qui, la teoria.

Ma è proprio così che vanno le cose, in politica così come in azienda ? Per esempio, avete notato che in tutta la precedente, sommaria descrizione dell’ assetto costituzionale non si parla mai di partiti ? Siamo sicuri che non contino davvero nulla, nella struttura repubblicana di potere ? Enrico Cuccia, per fare un altro esempio, trascorse gli ultimi anni in Mediobanca nel ruolo di Presidente Onorario, privo di poteri esecutivi. Stava davvero lì tutto il giorno a scaldare la sedia ?

Chiunque segua anche da lontano l’ attualità politica ne dubita, così come ne dubita chiunque abbia lavorato abbastanza a lungo in un’ azienda. Il vero potere non procede affatto in questo modo.

Per capire le dinamiche del potere occorre capire quella che Carl Schmitt chiamava “l’ anticamera del potere” (tutte le citazioni che seguono sono tratte dal “Dialogo sul potere” edito da Adelphi).

“Chi è chiamato a riferire di fronte al potente, o gli fornisce informazioni, è già partecipe del potere.(…) Ogni potere diretto è quindi immediatamente sottoposto a influssi indiretti. (…) Detto altrimenti: davanti a ogni camere del potere diretto si forma un’anticamera di influssi e poteri indiretti, un accesso all’orecchio del potente, un corridoio verso la sua anima. Non c’è potere umano che non abbia questa anticamera e questo corridoio. (…) Nell’ anticamera a volte ci sono uomini saggi ed intelligenti, oppure manager prodigiosi e onesti ciambellani, a volte sciocchi arrivisti e impostori.”

Un meccanismo di questo genere scavalca la gerarchia formale riconosciuta. È il meccanismo che sta alla base dei “poteri paralleli” presso qualsiasi latitudine. Chi è fuori dal circolo subisce il potere di chi è dentro il circolo; chi è dentro gode non solo del potere ma spesso anche dell’ impunità.

Un gruppo chiuso controlla tutto, un circolo autoreferenziale con l’ accesso diretto a chi comanda. Una rete di potere parallelo si articola accanto e sotto a quella del potere ufficiale, chi conta e chi no non è scritto, occorre saperlo, ed avendolo saputo occorre tenerne conto, per evitare spiacevoli e pericolosi errori. Una segretaria può avere più potere di un direttore generale. Chi è fuori non sa, fa fatica anche soltanto per capire che cosa realmente succede.

Ora, dopo avere affermato che “non c’è potere umano che non abbia questa anticamera”, Schmitt introduce un distinguo.

“Quanto più il potere si concentra in un determinato punto, in un determinato uomo o gruppi di uomini, come in un vertice, tanto più si acuiscono il problema del corridoio e la questione dell’ accesso al vertice. E tanto più violenta, accanita e sotterranea diventa anche la lotta fra coloro che occupano l’ anticamera e controllano il corridoio.”

Qual’ è l’ effetto di questo sistema su colui che detiene il potere ?

“Il potente diventa sempre più isolato quanto più il potere diretto si concentra nella sua persona individuale. Il corridoio lo sradica dal terreno comune e lo innalza in una sorta di stratosfera in cui egli mantiene contatti soltanto con coloro che indirettamente lo dominano, mentre perde i contatti con tutti gli altri uomini su cui esercita il potere, che a loro volta perdono contatto con lui. In casi estremi spesso tutto questo balza agli occhi in modo grottesco.”

La concentrazione del potere si accompagna inevitabilmente all’ isolamento del potente. C’è da credergli. Aggiungerei che il grottesco fa in fretta a diventare tragico, ed uno come Carl Schmitt, che oltre ad essere stato convintamente nazista, del nazismo fu anche un po’ il teorico dovrebbe saperlo bene.

Insomma, questo mi sembra il punto centrale dell’ intera faccenda. La concentrazione del potere nelle mani di un singolo, costringe quest’ ultimo a circondarsi di una “corte”. Nessuno è in grado di fare tutto da solo, e più si cumulano responsabilità, più diventa giocoforza dotarsi di aiutanti, in numero proporzionalmente crescente all’ aumentare delle cose da gestire.

Le persone che circondano il potente, fa notare Schmitt, a loro volta lo condizionano, costituiscono una sorta di “cerchio magico” all’ interno del quale penetra una visione della realtà parziale e deformata.

Il primo effetto di questo cerchio è infatti quello di selezionare gli accessi, fare da filtro al potente che non è più in grado di accogliere tutte le richieste. Si pensi anche soltanto a quella forma piuttosto blanda e relativamente innocua di “potente” rappresentato da un divo, una rockstar, un attore famoso. Ben presto ha bisogno di qualcuno che passi in rassegna la corrispondenza, cestinando, rispondendo, inoltrando, facendo leggere al divo solo ciò costui o costoro, i collaboratori, ritengono che debba vedere. Quanto più drammatica è la situazione della segreteria di un monarca assoluto o di un tiranno ?

Il secondo effetto è quello di rappresentare al potente una realtà esterna che lui, a causa dell’ eccessiva concentrazione di potere, non è più in grado di frequentare. E l’ oggetto di questa rappresentazione non è la realtà, ma una deformazione di essa, in funzione di ciò che i cortigiani pensano che il potente voglia sentirsi dire. Il problema principale del diventare potenti, potremmo dire, è che si raggiunge l’ illusione della propria infallibilità. Quanto più un potente è potente, tanto meno si osa dirgli che sta prendendo una cantonata, alimentando così una deriva narcisistica che lo allontana sempre di più dal mondo reale.

Ma non basta. I cortigiani non sono solo filtro al mondo, sono anche in competizione fra loro per il favore del potente, ciascuno sgomita per aumentare la propria influenza ed il proprio spazio, e per ridurre quello degli altri. Quanto più il potere si concentra, tanto più cresce il numero dei cortigiani e la violenza della guerra di tutti contro tutti. Manovre spregiudicate, calunnie, menzogne, disinformazione cominciano ad essere utilizzate come ordinari strumenti di lavoro quotidiano, insieme al mobbing nei confronti degli esterni che avrebbero titolo o pretese all’ accesso. Una struttura occulta di fatto sequestra il potente e si sostituisce all’ organizzazione ufficiale. Un usciere conta più di un direttore, una segretaria o un’ amante decide i destini di intere divisioni influenzando le decisioni o deformando le informazioni.

La paranoia del potere nasce da qui.

Se tutto questo vi fa venire in mente il Riccardo III shakesperiano o più semplicemente la trilogia del Padrino, sappiate che in giro fioriscono gli studi di “Corporate Psychopathology” che tendono a catalogare molti grandi  leaders e managers come “psicopatici di successo”.

Questo è un altro discorso, ed il post è già troppo lungo, ma dovrebbe spiegare a sufficienza l’ assoluta necessità, per le democrazie, di impedire attraverso un adeguato sistema di contrappesi che il potere si concentri troppo, pur se questo comporta la rinuncia consapevole ad un certo grado di efficacia decisionale.

Neuro Euro


“Il populismo (…) è presente ogni volta che si pretende di trovare soluzioni semplici per problemi complessi, proponendo ricette miracolose all’ attenzione distratta di chi non ha tempo per approfondire. Può essere sia di destra che di sinistra, ma propone sempre soluzioni immediate che non tengono conto delle conseguenze a lungo termine.”

T. Todorov – I nemici intimi della democrazia

Per quanto sia sempre stato riluttante ad ospitare su questo blog argomenti di attualità, a volte m’ imbatto in notizie tali da rendermi difficile far finta di niente ed evitare di dire la mia.

Il referendum sull’ euro annunciato da Maroni, seguito da Grillo (il populismo adora le aree estreme), e sostenuto da buona parte della destra, Berlusconi compreso, per esempio.

Adesso, vorrei fare mente locale per un momento, osservando con attenzione il grafico soprastante, che riporta gli andamenti storici dei tassi di interesse sui Titoli di Stato italiani. Il riferimento è ai BTP a 10 anni, perché quello ho trovato, ma l’ andamento è simile anche per gli altri titoli. Nel corso degli anni Ottanta, gli anni da bere, durante i quali il debito pubblico italiano letteralmente esplode, portandosi dal 60% al 100 % del PIL, il finanziamento di questo debito ha rappresentato un problema enorme ed irresolubile. Nel corso dell’ intero decennio, i tassi di interesse si sono mantenuti sempre a due cifre, con picchi persino oltre il 20% per i titoli a breve scadenza come i BOT, ed a questi livelli il rifinanziamento del debito costituiva un macigno tale da drenare buona parte delle risorse del Paese. All’ apice di questa disgraziata situazione, ci siamo trovati a dover spendere per interessi sul debito pubblico circa il 13% del PIL. Nessuno può tirarsi fuori da una simile situazione se non continuando a fare nuovi debiti, che era appunto quello che facevamo. Un pozzo senza fondo.

Nel corso del decennio successivo, a partire dal 1992 (Governi Amato e Ciampi), e grazie agli sforzi di convergenza verso l’ Euro, la situazione cambia radicalmente, ed i tassi d’ interesse scendono ben sotto il 5 %, come si vede bene nel grafico qui sotto.  Merito nostro? No, merito del fatto di esserci agganciati ad un’ area economicamente molto più forte, comprendente in primis Germania e Francia.

Lo “spread” arrivò quasi a zero, solo che a quel tempo nessuno ne aveva mai sentito parlare…

È chiaro che l’ ingresso nell’ Euro rappresentava un’ occasione storica: con tassi di interesse così bassi si poteva per la prima volta pensare di ridurre fortemente il debito pubblico e di recuperare così le risorse per una crescita del Paese.

Per un certo tempo le cose sono andate effettivamente così. Il centrosinistra  al governo sarà anche stato il partito delle tasse, ma quanto meno ha lasciato in eredità, nonostante la sciagurata controtendenza innescata negli anni fra il 2003 ed il 2005, un debito pubblico sceso dal 122 al 104 % del PIL, con un forte avanzo primario che prometteva un’ ulteriore discesa, potenzialmente sempre più rapida con il diminuire del volume di debito residuo. Già nel 2005, la spesa per interessi sul debito si era ridotta a poco più del 4% del PIL, una vera sciocchezza rispetto agli anni 90. Continuando su quella strada, ci troveremmo oggi con un volume di debito allineato a quello dei paesi più forti, e con una spesa per interessi pressoché irrilevante.

Così non è stato.

La congiuntura favorevole è stata sfruttata per creare consenso elettorale, la spesa pubblica è stata lasciata nuovamente crescere a dismisura, tutta la riduzione accumulata è stata annullata, compresi 140 miliardi di euro di tagli e dismissioni non più ripetibili. Oggi il debito pubblico italiano ha nuovamente sfondato il 120 %, esattamente com’ era prima dell’ ingresso nell’ euro, delle dismissioni e delle privatizzazioni.

Osservando attentamente il grafico sottostante, non è difficile ricostruire dove stava il partito di Maroni quando tutto questo succedeva. Stava al governo del Paese. Dissimulando, minimizzando, diffondendo un ottimismo del tutto fuori dalla realtà. Ostentando perfino arroganza, con ambizioni di leadership europea. Facendo fronte alle spese crescenti con raffiche di condoni che hanno in ultima analisi legittimato e consolidato l’ evasione fiscale. Come dice la parola stessa, “condono” è “cum donum”, con un regalo, e cosa fa chi riceve un regalo per il suo comportamento ? Continua e s’ impegna ancora di più nel comportamento premiato.

L’ andamento della spesa pubblica in Italia è mostrata nel grafico sottostante, purtroppo solo fino al 2006 (dopo  è peggio).

E’ l’ ultimo grafico che infliggo ai miei estenuati lettori ma è anche, io credo il più esplicito di tutti. Questo grafico infatti  è piuttosto chiaro nel mostrare che, grazie all’ Euro che oggi è definito un “imbroglio”, l’ Italia ha goduto di un’ enorme vantaggio in termini di minori interessi sul debito.

Ed è altrettanto chiaro nel mostrare come, dopo il 2000, questo vantaggio sia stato progressivamente distrutto, consentendo alla spesa pubblica corrente di crescere senza controllo. Il grafico si ferma al 2006, oggi siamo quasi tornati al picco degli anni 90.

Secondo i dati contenuti nel dal documento “Dinamica, struttura e governo della spesa pubblica: un rapporto preliminare” di P. Giarda, disponibile online, la spesa pubblica italiana fra il 2000 ed il 2009, anni di governo quasi esclusivo del centro destra a parole “antistatalista”, è salita dal 47, 3 al 52,7 % del PIL, nonostante il drastico calo della spesa per interessi descritto prima nello stesso periodo. La spesa al netto degli interessi è salita addirittura dal 41,0 al 46,6 % del PIL negli stessi anni, nonostante che la stesa per investimenti pubblici sia stata progressivamente ridotta (non avrete creduto veramente al Ponte sullo Stretto, spero).

Sarà stata almeno ridotta in questi anni la pressione fiscale ? No. Era del 41, 8 % nel 1990, è passata al 46,6 % nel 2010. altro che riduzione delle tasse.

Certo, mi aspetto l’ obiezione, la spesa pubblica che è cresciuta di più è quella per le pensioni. Vero. Ma anche qui, non è possibile dimenticare che le uniche riforme pensionistiche in questo paese sono state fatte dal centrosinistra, al costo di sconfitte elettorali; mai il centrodestra ci ha messo la faccia e i voti.

Non è difficile capire l’ esasperazione dei tedeschi e degli altri paesi “forti”. Avete avuto la vostra occasione per mettere a posto le cose, e non l’ avete fatto. Che diavolo pretendete ancora ?

Quali sono realmente le prospettive in caso di uscita dall’ euro, dunque ? Proviamo ad immaginare.

In primo luogo una forte svalutazione.

Non solo perché questo rientra nella logica delle cose, ma perché questo è proprio l’ obiettivo dichiarato: una svalutazione della moneta nazionale favorisce le esportazioni e disincentiva le importazioni. Così andavamo avanti negli anni 70. Come se fosse un sistema di dazi non dichiarato. Pertanto nell’ immediato, una boccata d’ ossigeno per le nostre imprese è quello che ci vuole. Nell’ immediato sì. E poi ?

Naturalmente, una svalutazione non è solo uno strumento competitivo, una svalutazione è ANCHE una svalutazione, il che vuol dire che capitali, immobili, imprese, proprietà vengono a valere meno rispetto a prima per chi disponga di valute estere. Come se fosse una patrimoniale ma senza dirlo. Americani, tedeschi, arabi e cinesi potrebbero comprare proprietà ed imprese italiane a condizioni più favorevoli, mentre per un’ impresa italiana acquistare uno stabilimento, una proprietà, una base logistica qualsiasi all’ estero diventa ancora più difficile.

Ma non è solo questo. Le imprese italiane non  dispongono di materie prime nazionali, le importano e le trasformano. Ed anche le materie prime vanno pagate in valuta forte, a cominciare dal petrolio e dal gas naturale, che incidono sul prezzo di praticamente tutto. E dunque, alla svalutazione della moneta fa seguito, con un certo ritardo, un’ inevitabile aumento dei prezzi: inflazione. L’ inflazione fa si che il vantaggio competitivo ottenuto con la svalutazione della moneta nazionale si attenui rapidamente, a meno che non venga seguito da un nuovo ciclo di svalutazione e conseguente inflazione. Anche questo, un film già visto.

Ed il debito pubblico ? Non v’è motivo di dubitare che un debito pari a quello degli anni Novanta, in una valuta nazionale deprezzata come negli anni Novanta, tornerebbe ai tassi di interesse appunto degli anni Novanta, nei dintorni del 15%. O peggio. Gli avvenimenti degli anni recenti dovrebbero quanto meno avere aperto gli occhi di tutti sul fatto che, ormai, il potere non è più nelle mani dei governi, e men che meno in quelle di un singolo governo, e che una politica locale non ha nessuna chance di fronte ad un mercato, fatto di investitori e speculatori che si muovono in una dimensione globale.

Chi mai dovrebbe aver voglia di comprare Titoli di Stato in una valuta autarchica di un Paese indebitato fino al collo, in un mondo globalizzato in cui c’è una varietà di scelta pressoché infinita ?

E’ davvero a questo che si vuole arrivare ?

O solo racimolare demagogicamente un po’ di consenso elettorale ?

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Vabbé, per consolarci di tanta attualità, sentiamoci una canzone, vecchia, del 1979 addirittura.

La morte del Prossimo

Trascrivo una sintetica ma già significativa recensione di un libro pubblicato nel 2009 dal  Professor Luigi Zoja, psicanalista di fama mondiale, che ho ascoltato la scorsa settimana in una lectio magistralis nel programma del 7° Festival Filosofi lungo l’Oglio dedicato al tema della DIGNITA’.

Titolo dell’intervento era lo stesso del libro in oggetto: “La morte del Prossimo”

Ho trovato straordinariamente penetrante il contenuto di questo testo e mi ripropongo di provare a sondare la blogosfera sul tema in esame, dato che la rete potrebbe essere paradossalmente una risorsa per il recupero dei rapporti reali perduti.

Mi rendo conto che il disimpegno estivo poco si addice ad un tema siffatto; tuttavia ho sentito forte il desiderio di provare  a lasciar qui un motivo per un commento di chi volesse partecipare ad un pensare esteso.

Copio-Incollo la recensione tratta dal sito della casa editrice Einaudi alla voce in oggetto.

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                           La morte del prossimo di Luigi Zoja

 
“In qualunque luogo, in qualunque epoca, la distanza è sempre stata un ostacolo all’amore: perché la nostra dovrebbe essere diversa? Si può davvero amare o solo conoscere quel che è lontano? E la sola conoscenza mi permette, almeno, di essere giusto? Non c’è ancora niente che lo dimostri.”

La società occidentale contemporanea tiene lontana l’immagine della morte, rimuove il pensiero che la vita abbia una fine, crea una popolazione inconsciamente convinta della propria immortalità

“Tutti dovete morire” recitava Totò, ecco, tutti voi “altri”.

Si vorrebbe qui sottolineare – prendendo spunto dai temi trattati in questo libretto, piccolo ma denso (oserei dire avvincente) – che di alcune morti siamo più consapevoli di altre perché ne abbiamo testimonianza quotidiana. Le morti sul lavoro, ad esempio, o quelle dei migranti, che vediamo sparire nelle acque del Meediterraneo senza scomporci, senza indignarci, senza soffrire…
“Fino a poco tempo fa l’Italia, paese senza tradizioni immigratorie, accoglieva gli stranieri come visitatori, più che come immigranti. La diversità, non essendo frequente, insegnava qualcosa di nuovo […] Oggi gli immigranti giungono per mare su imbarcazioni che sono praticamente relitti. Tuttavia, vengono sempre meno percepiti come viaggiatori e sempre più come invasori”.

Il prossimo è morto, ma un certo prossimo più di altri: quello vicino (“distanza dal vicino, vicinanza dal lontano”).

Le distanze che la globalizzazione ha reso meno evidenti, favoriscono i rapporti tra persone lontanissime e sembrano penalizzare invece quelli che intercorrono fra chi vive nella stessa città, nella stessa via, nella medesima casa. Per non parlare di chi entra in quello che consideriamo il nostro spazio vitale (sul quale i sociologi dibattono da decenni) cercando di trovare una solidarietà che sembra essere sempre meno possibile.
“Dopo la morte di Dio, la morte del prossimo è la scomparsa della seconda relazione fondamentale dell’uomo. – scrive lo psicoanalista Luigi Zoja – L’uomo cade in una fondamentale solitudine. È un orfano senza precedenti nella storia. Lo è in senso verticale – è morto il suo Genitore Celeste – ma anche in senso orizzontale: è morto chi gli stava vicino. È orfano dovunque volti lo sguardo. Circolarmente, questa è la conseguenza ma anche la causa del rifiutare gli occhi degli altri: in ogni società, guardare i morti causa turbamento.”

Complesso in questo senso il rapporto con l’alienazione, un tema di cui, rispetto a tempi precedenti, “si parla meno perché è ovunque. Non è più solo nella struttura produttiva, ma in quella della società, dove nessuno più è prossimo. Se tutti sono distanti, sono distanti da dove? Non esiste più un punto da cui si sono allontanati”.

E torniamo alla morte, con cui abbiamo iniziato, leggendo alcune considerazioni di Zoja in merito.

“Da sempre si dice che l’uomo è uomo anche perché ha un rapporto con la morte diverso dagli altri animali. Quando muore il suo simile, l’animale si ferma accanto al corpo solo finché è caldo. L’uomo, a qualunque civiltà appartenga, compie riti e seppellisce il morto. In qualche modo, per lui il morto continua a vivere.
Ma a quest’antica coscienza i tempi ne stanno sovrapponendo una nuova. Eravamo diventati umani accorgendoci che anche i morti sono vivi. Diventiamo post-umani – o qualcosa che è altro dall’umano – quando cominciamo a convincerci che anche i vivi sono morti. I vivi – la maggior parte dei vivi – sembrano aver smesso di vivere da un tempo che, quando ce ne accorgiamo, ci appare immemorabile: che non è, quindi, una conseguenza del nuovo secolo. La maggioranza dei giovani non ha ancora cominciato a vivere. La maggior parte degli altri – non solo gli anziani, anche i quarantenni – pare irrigidirsi in un rigor mortis psichico, che contrasta con l’agitarsi fisico. Non pensano pensieri autonomi. Non si interessano agli uomini che hanno vicino, non per malvagità, ma perché non li capiscono.
In una certa misura, questo avveniva in ogni epoca. Ma era più difficile vederlo riprodotto sui grandi pannelli della vita e restarne ipnotizzati: era quindi più facile continuare a essere società e umanità. Gli obblighi reciproci, la pietà, la compassione, circolavano. Potevano continuare a esistere e, a volte, a esser creduti amore. Da quando il mondo si è fatto laico, e ogni cosa ha perso l’incanto divino ed è diventata misurabile, gli atti ripetitivi degli altri non sono più considerati rito – presenza di un contenitore universale – ma isolata nevrosi, ossessività, rigidità cadaverica.

Il prossimo si è trasformato in lontano, uscendo dallo spazio. E il vivo in morto, uscendo dal tempo.
Ma dove nasce questa sensazione ? È sensazione o proiezione? Inerte è l’osservato o chi osserva? Il mondo si rinnova a una velocità senza precedenti e non riconosce se stesso. Lo sguardo sente la distanza ma non sa se è nell’occhio o nel mondo osservato.”

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E’ la prima volta che presento un post senza immagini e musica.

Ma questa frase (Il prossimo si è trasformato in lontano, uscendo dallo spazio. E il vivo in morto, uscendo dal tempo) mi ha colpito forte, inducendomi a riflessione silente e ad occhi chiusi.

Sarei felice se chi mi legge mi lasciasse un pensiero.

Ho bisogno di prossimo….

GB