Tra rabbia e vergogna

Diciamo la verità, nessuno ci ha ancora capito niente.

Mi riferisco al terrorismo, naturalmente, e più in particolare agli attentati suicidi che con ormai drammatica regolarità sconvolgono i Paesi dell’ Occidente, Stati Uniti, Francia, Germania, Gran Bretagna, tanto per citare i casi più eclatanti. Non che gli attentati manchino all’ interno dei paesi islamici in Africa, Asia ed in Medio Oriente, naturalmente, però in un discorso all’ ONU l’ antropologo Scott Atran ha introdotto una distinzione netta tra i jihadisti che combattono in paesi islamici in Medio Oriente, Africa e talvolta Asia, e quelli che agiscono nei Paesi occidentali, sostanzialmente in Europa.

I primi sono, nella sua lettura, persone in generale di scarsa cultura, convinti di lottare per la sopravvivenza. Occorre ricordare che la maggior parte delle guerre nei paesi islamici può essere ricondotta ad uno scontro interno all’ Islam, tra musulmani sunniti sostenuti principalmente da Arabia Saudita e Qatar, e sciiti che hanno come punto di riferimento l’ Iran. Sarebbe troppo lungo ripercorrere la storia di questo conflitto millenario, quello che interessa in questa sede è che l’ odio anti occidentale è un aspetto derivativo di questo conflitto. È ovvio che gli interventi occidentali, dall’ invasione americana dell’ Iraq fino agli attuali bombardamenti in Siria, alimentano quest’ odio, il risentimento ed il senso di umiliazione non solo nei Paesi interessati, ma anche agli occhi di tutti i musulmani, qualunque sia la loro residenza.

Diverso è il caso dei terroristi che agiscono in Occidente.

Ogni volta la domanda è la stessa: che cosa spinge giovani ventenni a sacrificare la propria vita al solo scopo di fare la strage più grande che sia possibile ? Non – si badi bene – per attaccare un obiettivo strategico, no. Lo scopo è colpire nel mucchio, più vittime ci sono e meglio è, e se si tratta di gente inerme che era uscita a fare la spesa, o una passeggiata, ancora meglio.

Perché lo fanno ?

La risposta, come dicevo, non ce l’ ha nessuno, e tanto meno ce l’ ho io, ma questo non è un buon motivo per rimuovere la questione. Ho provato dunque a guardarmi intorno.

Il primo che ho incontrato è il politologo Bernard Lewis, uno che ci va giù piatto:

“Il fondamentalismo islamico ha dato al risentimento e alla rabbia delle masse musulmane una finalità e una forma di cui erano prive, e le ha indirizzate contro le forze che hanno svalutato i valori e le lealtà tradizionali, derubandole in ultima analisi di convinzioni, aspirazioni, dignità e, in misura sempre più estesa, addirittura dei mezzi di sostentamento” (Bernard Lewis, “Le origini della rabbia musulmana”)

Ma da dove viene questo risentimento ? Sarebbe stato logico attenderselo semmai nel periodo coloniale, quando i Paesi arabi erano governati, e dominati, dalle grandi potenze europee. Ma si tratta di Paesi che hanno raggiunto l’ indipendenza ormai da molti decenni. E dunque ?

Hans Magnus Enzensberger nel suo libro “Il perdente radicale” vede in questo risentimento una questione di orgoglio:

“È del tutto evidente che la totale dipendenza economica, tecnica e intellettuale dall’«Occidente» è difficilmente sopportabile da parte degli interessati. E non si tratta di una astrazione. Tutto ciò che sostanzia la vita quotidiana nel Maghreb e nel Medio Oriente, ogni frigorifero, ogni telefono, ogni presa elettrica, ogni cacciavite, senza contare i prodotti della tecnologia avanzata, rappresenta quindi, per ogni arabo in grado di pensare, una tacita umiliazione, accuratamente coltivata.”

Étienne Balibar ne fa piuttosto una questione economica:

“Nessuna guerra di religione ha le sue cause nella religione stessa, sotto ci sono sempre oppressione, lotta di potere, interessi economici. La troppa ricchezza, la troppa miseria. Ma quando la religione si appropria di questi conflitti, la crudeltà può superare ogni limite, perché il nemico diventa anatema.” 

Insomma, non pare esserci accordo neppure sul punto di partenza per la comprensione di quello che sta accadendo, vale a dire la motivazione.

Uno dei più lucidi interpreti dei tempi, recentemente scomparso, il compianto Tzvetan Todorov si rendeva conto che un fenomeno come questo non può essere ricondotto ad una causa semplice, ma ad una stratificazione di cause diverse. Ha provato anche a farne un elenco:

  • Sfruttamento occidentale delle risorse naturali del Medio Oriente
  • Memoria del colonialismo
  • Risentimento anti occidentale
  • Arretratezza sociale
  • Interpretazione estremista del Corano
  • Tentazione della vendetta

Oliver Roy ha studiato in dettaglio i jihadisti che agiscono in Occidente, attraverso l’ analisi di oltre 150  biografie di terroristi responsabili di attentati, trovando alcune regolarità abbastanza interessanti.

I terroristi che devastano l’ Occidente non sono mai direttamente gli immigrati, i profughi, i rifugiati. Chi cerca asilo e, con mille difficoltà, alla fine lo ottiene, è in genere piuttosto umile. Sa di avere avuto bisogno di aiuto, e di averlo ricevuto. Poco e male, magari, ma è pur sempre un aiuto. Ed in nome di questo aiuto è disposto a sopportare molto.

Il problema nasce con la seconda generazione, i figli nati in Occidente, senza la memoria della vita precedente dei loro genitori. Gente nata e cresciuta in Europa, meno disposta a sopportare una discriminazione che percepisce come profondamente ingiusta, come una sorta di “peccato originale” dei padri. Nati in Europa, ma europei a metà, ad essere generosi, emarginati per un’ origine che non hanno scelto, si trovano senza radici, senza appartenenza, umiliati senza una colpa diretta.

Hanif Kureishi è uno scrittore britannico di origini pakistane, e ne sa qualcosa:

Io stesso l’ho vissuto nella mia famiglia, mio padre era pachistano, in patria veniva spintonato per strada dai soldati inglesi e arrivati qui ci sentivamo comunque cittadini di seconda classe.(Corriere della Sera, 23/5/2017)

Gente in rivolta contro l’ Occidente e contro i propri troppo remissivi genitori al tempo stesso, cercano una frattura generazionale, e la trovano – paradossalmente – rivendicando un Islam puro, non contaminato dai compromessi, tradimenti e scarso fervore dei loro genitori. Coinvolgono fratelli, formano gruppi, cercano di sottolineare l’ aspetto generazionale della loro rivolta. La terza generazione (in Francia l’ immigrazione nordafricana risale alla guerra d’ Algeria) non pare avere lo stesso trauma, e pur mantenendo un’ identità islamica, pochissimi sono gli estremisti.

Quasi i tre quarti dei terroristi sono dunque di seconda generazione, figli di immigrati. Il resto è costituito da convertiti. Non di rado si tratta di persone che non hanno alle spalle una formazione religiosa, o la frequentazione di moschee. Al contrario, spesso si tratta di giovani il cui stile di vita in passato era tutt’ che irreprensibile: alcool, droghe, vita notturna, talvolta precedenti penali per piccoli reati, spesso è proprio in carcere che inizia la conversione. Dei balordi, potremmo dire. Anche in questo caso si tratta di una rivolta, ed al tempo stesso di una ricerca radicale di purezza. Il passato peccaminoso sarà purificato attraverso il martirio. Si rivolgono all’ Islam in mancanza di alternative, di ideologie forti. Più che islamici radicalizzati, Roy li definisce radicali islamizzati.

La radicalizzazione, sostiene Roy, c’è già stata prima, al ribelle serve giusto una causa in cui credere, e l’ Islam è perfettamente adatta allo scopo. Non solo, ma gli offre anche una metodologia.

Una cosa a me pare certa, la dote principale per chi decide di farsi saltare in aria in un attentato suicida, è lo scarso valore attribuito alla propria vita presente. È  certamente presente una dimensione nichilista, visibile già nei profili social, ma al tempo stesso un enorme desiderio di visibilità.

Ugo Fabietti Il debito inestinguibile : sul sacrificio”:

La testimonianza del gesto suicida avviene quindi in uno spazio pubblico globalizzato (dai media) nel quale l’attentatore suicida trova la possibilità̀ di essere percepito come “martire”, “testimone” (tanto dai musulmani e quanto dai non musulmani)

Far vedere a tutti coloro che non hanno saputo vederlo prima, chi si è veramente.  Lo psicologo Fehti Benslama non esita a parlare di ostentazione narcisistica, superomismo in versione islamica.

L’ attentato diventa il modo non solo di purificare, ma di dare finalmente un senso alla propria esistenza, mettervi fine con uno schianto e non con un lamento, concentrando su di sé tutta l’ attenzione che il mondo ha sempre negato.

Tanto che – osserva Roy – il loro progetto  prevede invariabilmente un solo attentato, uno solo, ed a quell’ attentato non intendono sopravvivere. Il piano prevede il martirio, sempre, anche quando non sarebbe indispensabile per il successo dell’ operazione, anche quando ci sarebbe l’ opportunità di fuggire.

Mi ricordo effettivamente di avere notato a suo tempo lo strano comportamento dei fratelli Krouchy dopo la strage di Charlie Hebdo. Vagavano per Parigi urlando “Allah è grande “ e sparando in aria, era evidente che non avevano un piano di fuga, che addirittura non sapevano bene cosa fare, dove andare, quasi aspettavano il conflitto a fuoco con la polizia. La sopravvivenza non l’ avevano proprio considerata.

Se questa analisi è corretta, come se ne esce ?

Secondo Kureishi:

Dobbiamo lavorare sul liberalismo e sul pluralismo delle nostre società: dobbiamo riuscire a vendere a chi si sente messo da parte e ci odia l’idea che tutto questo serve anche a loro. Ma se invece alimentiamo il razzismo e l’esclusione diventa un compito molto difficile (…) Invece si vedono atteggiamenti che stanno provocando la crescita del fascismo in Europa.”

Se c’è un punto sul quale gli analisti concordano, è proprio questo.

“Il maggior pericolo per la nostra società deriva non dai danni diretti che il terrorismo infligge, bensì dalle reazioni sbagliate che è in grado di provocare.” Paul Krugman Repubblica 19/11/15

“Quello che vogliono gli autori degli attentati sono le rappresaglie, che si uccidano i musulmani per le strade. Vogliono la guerra civile.” Jean Pierre Filiu Espresso n. 47 del 26/11/15

Facile a dirsi, molto meno a farsi, naturalmente.

Manca ancora qualcosa, secondo me, manca un legame fra i jihadisti che operano nei Paesi islamici e quelli che compiono attentati in Occidente, l’ idea che si tratti di due tipi umani totalmente estranei fra loro mi convince poco, tanto più se si pensa al fenomeno dei foreign fighters che partono dall’ Occidente per andare a combattere tra le fila del jihad.

Trovo quello che a me pare un indizio importante in un vecchio libro di Emanuele Severino, che risale al 2003, quasi quindici anni fa. Scriveva Severino:

“(…) il capitalismo, in quanto tale, è sempre meno capace di controllare la pressione che i popoli poveri esercitano da tempo su quelli ricchi. Dapprima organizzata e guidata dall’ Unione Sovietica, tale pressione è ora organizzata e guidata dal mondo islamico, soprattutto dalle sue forme estremistiche” Emanuele Severino – Dall’ Islam a Prometeo

Qui il discorso porterebbe lontano, mi limito a segnalare la situazione demografica africana così come la riporta l’ ONU. La linea rossa. Un miliardo di persone in più ogni 25 anni nel posto più povero del mondo, cosa ragionevolmente cercheranno di fare ? Ecco.

Se l’ Europa non si occuperà seriamente dell’ Africa, l’ Africa si occuperà dell’ Europa.Ma questo è un altro discorso.

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2 commenti su “Tra rabbia e vergogna

  1. guido mura ha detto:

    Il problema è complesso e, come appare dalla diversità dei pareri citati, può ammettere varie letture, che possono comprendere ciascuna un briciolo di verità. Ragionandoci sopra, sembra di capire che in Occidente si possa parlare di integrazione fallita. Direi che la causa principale sia l’incompatibilità di valori tra la nostra realtà e quella di un islam attento ai suoi valori tradizionali. L’integrazione (ancora incompleta) negli USA di entità differenti da quelle originarie è stata garantita dalla comune adesione ai valori americani, favorita dalla vicinanza religiosa (per italiani, irlandesi, francesi, ispanici, afroamericani) o dall’accettazione delle regole del capitalismo (ebrei). Il mondo islamico appare come una realtà nostalgica, che sogna il ritorno a un periodo in cui era all’avanguardia per cultura e tecnologia, ma anche per forza militare. Naturale il rifarsi alla purezza di quell’età dell’oro per combattere il predominio della corruzione occidentale. Sull’invito alla guerra civile, devo confessare che la cosa non mi sembra impossibile. La contrazione demografica dei paesi occidentali e l’esplosione delle nascite nei paesi islamici, ma soprattutto nell’islam interno all’Europa, può generare una reazione incontrollata, generata dalla paura. L’Europa non ha strumenti che difendano le proprie culture, se queste dovessero risultare minoritarie. La stessa Costituzione italiana, perfetta e intoccabile (a prova di referendum), “tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”, ma non estende la tutela alla cultura e alle tradizioni di queste minoranze. Ovviamente si dava per scontato che le tradizioni italiane sarebbero sempre rimaste proprie della maggioranza dei cittadini e che non ci sarebbe stata una migrazione di massa verso l’Europa di popoli di diversa cultura. In un’Italia a maggioranza africana (e islamica) che fine farebbero le tradizioni, non solo linguistiche, delle nostre terre? Non si svilupperanno forme di reazione, anche violente, che si richiameranno alle tradizioni lombarde, sarde o romagnole? Non ci sarà chi si richiamerà alle antiche culture della Val Camonica o degli antichi popoli italici? Non si ritornerà a forme di “difesa della razza”, che in un paese sostanzialmente costituito da successivi strati migratori di varia provenienza è razionalmente un’assurdità, ma che potrebbe costituire un richiamo, di fronte al pericolo di un’omologazione verso i principi della sharia?

    • melogrande ha detto:

      Che il rischio ci sia è indubbio, e per quello non cessa di sorprendermi l’ accanimento con cui politici e media di certe parti politiche gettano benzina sul fuoco sforzandosi in tutti i modi di sollevare la gente contro gli immigrati. Le stesse parti che approvarono la legge Bossi-Fini, tra l’ altro.
      Cosa non si fa per un voto in più.
      Detto questo, è vero che ciascun monoteismo è difficilmente integrabile con un altro, gli ebrei lo dimostrano. E per di più la guerra contro l’ Islam è un cardine della storia d’ Occidente.
      E purtuttavia nulla è mai determinato in eterno, Maometto insegnava tolleranza verso i “popoli del Libro”, ebrei, cristiani e persino seguaci di Zoroastro, e fino alla creazione di Israele gli ebrei rifugiati in Palestina non ebbero grandi problemi di convivenza.
      Certo, l’ attuale ideologia wahabita e neo salafita che domina in Arabia Saudita e nella mente dei fondamentalisti è piuttosto lontana da questi principi, e fomentare l’odio è il regalo più grande che possiamo fargli.

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